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02 gennaio 2022

Mons. Negri e la liturgia


Come è noto, Monsignor Luigi Negri è stato un grande fautore della corretta liturgia e un promotore, dopo il Motu Proprio Summorum Pontificum, della liturgia tridentina. Ciò gli ha procurato numerose antipatie nella diocesi di Ferrara-Comacchio, dove fu vescovo. Eppure il pensiero di questo mirabile successore degli apostoli riguardo la Messa era perfettamente allineato con il pensiero storico della Chiesa, forse per questo ha avuto così tanti nemici.

Al riguardo, riportiamo alcuni passaggi di un'intervista, consultabile per intero sul sito luiginegri.it.

La Liturgia non è prodotto degli uomini:

Il primo delitto è pensare che la liturgia è qualcosa che gli uomini, i cristiani fanno per Dio. Allora se la Liturgia vale perché è bella, perchè esprime a sufficienza il sentimento dei fedeli allora, per esempio, se ci metto una chitarrina la gente si sente più sollecitata, più contenta. Ma la Liturgia non consiste in ciò che piace. Quando nel venerdì santo si sta un’ora è mezza o due ore ad adorare la Croce e si ripete con la Chiesa: “regnavit a ligno Deus” non si prova certo piacere. Nel venirci incontro della Liturgia è Dio che ci viene incontro e noi non la costruiamo, essa è la storia di Dio con noi. Con la Liturgia ci mettiamo in condizioni di capire sempre di più ciò che è già accaduto. Don Giussani quante volte ci ha ricordato Laurentius Eremita e la sua frase: “Pensai che tutta la vita sarebbe passata nella memoria di quello che era accaduto  e questo pensiero mi riempie di pace”. La Liturgia, dunque, non si fa, la si accoglie come la tradizione della Chiesa ce la consegna. Non si cambia secondo le fogge del tempo quello che è l’estremo gesto della misericordia di Dio che ci viene incontro e ci viene incontro per restare con noi.

La Liturgia, il dogma e l'impostazione personale della propria vita:

Fra le conseguenze del riconoscere che Cristo è presente v’è anche il riconoscimento del Suo Mistero come dogma e morale perché un Cristo senza dogma e morale sarebbe solo un’opinione. La coscienza della Sua presenza diventa anche discorso teologico. Il cristiano è colui che, in forza del riconoscimento di Cristo, imposta la sua vita come un continuo passaggio dalla fede alle opere.

La Liturgia segue delle regole:

La Liturgia è il punto più profondo della presenza carnale di Cristo. La Chiesa ha stabilito le modalità concrete di questa presenza. Si può usare un’altra bevanda o un altro cibo diverso dal pane? Forse che, se è più dietetica la soia, si può consacrare la soia? No se non uso la cosa indicata da Cristo e dalla Chiesa, questo si chiama sacrilegio. La Chiesa, fortunatamente per noi, ha stretto sulla verità. La Liturgia ci dice che la Chiesa non è luogo di opinioni. La Chiesa ha ricevuto un mandato: testimoniare Cristo come l’unica possibilità di salvezza. Questo è il mandato. Tanto era il desiderio di Cristo nelle primissime generazioni cristiane che l’unica preghiera che dicevano era: “Vieni Signore Gesù”. È preciso il mandato della Chiesa. Nella Diocesi di Ferrara ho dovuto insistere perché i sacerdoti dicessero il Credo nella sua formula integrale e cattolica. Le variazioni spontanee delle parti essenziali della Liturgia possono avvenire perché la Liturgia è concepita come una cosa dell’uomo anziché come obbedienza. La Messa cattolica è tale perché è celebrata in comunione col Vescovo. Anche nella società civile possono avvenire cose simili. Il Parlamento italiano ha per esempio certamente un suo mandato. Non fa parte però di quel mandato riunirsi addirittura in seduta comune per sentire una ragazzina, Greta, che parla del clima.

Nella Liturgia incontriamo Gesù:

Il sacrificio di Cristo (la Sua morte) e la Sua Resurrezione sono avvenimenti unici. La novità di Cristo ci viene incontro nella sua presenza storica e nella sua eternità soprastorica. L’Incarnazione e quindi l’Eucarestia cioè diventano principio di una storia attuale.

 

30 novembre 2020

Lo Spigolatore romano. Liturgia e tradizione su Facebook

Dialogo con i liturgisti che "insegnano" sui social


Da qualche tempo è comparsa su facebook la pagina "Lo Spigolatore Romano - piccole note di storia liturgica romana".  Fra dotte dissertazioni e note storiche riguardo la liturgia, la pagina offre molti strumenti per riflettere sul culto divino e la Chiesa attuale.
Li abbiamo contattati per fare loro qualche domanda sulla liturgia e la sua storia. 

Cos'è lo Spigolatore romano? I redattori della pagina sembrano molto ferrati riguardo la liturgia, potete dirci qualcosa sui vostri studi?

È una pagina nata per  pochi lettori desiderosi di approfondire piccoli aspetti della storia liturgica, che sovente si ignorano.  E' sentimento diffuso il credere  che le costumanze liturgiche preconciliari siano da vedere quasi come paradigmatiche, mentre a volte non è così. Perché anche prima dell'ultimo concilio vi erano quelli che possiamo definire "abusi" liturgici, spesso inveterati.  Le rubriche ci dicono come celebrare un rito, ma non ci dicono l'origine ed il senso di quel rito. Che sovente invece troviamo proprio nella genesi storica, che  bisogna dunque conoscere. Per tale motivo si è deciso di aprire questa pagina nonostante si conosca bene la limitatezza del mezzo utilizzato: per gettare uno sguardo sulla liturgia attraverso la sua storia. Vi collaborano diverse persone, alcune stabilmente altre saltuariamente, compatibilmente con impegni pastorali o accademici. C'è chi ha avuto l'opportunità di conoscere bene esperti come Nocent, Jungmann, Marsili, Bouyer, Righetti etc e con essi studiare; c'è pure qualcuno di molto giovane, compresa  una donna. Anche un monaco inizialmente collaborò per poi sfilarsi. E' comunque consolante costatare come siano diversi i giovani che hanno una conoscenza profonda e vasta, di alto livello accademico, della liturgia antica, che amano, e della sua storia. 

Potete definire il concetto di "rito" e quello di "liturgia"?

Al di là dell'etimologia, nella Bibbia dei LXX il termine "liturgia" indica sempre il culto pubblico ed ufficiale. In tale senso  in ambito cristiano lo si usa praticamente da sempre per indicare il culto pubblico reso a Dio dalla Chiesa. Rito invece indica un determinato modo  di esercitare tale culto. E' evidente che in origine il rito era unico essendosi la liturgia cristiana sviluppata a Gerusalemme, e solo in seguito, col diffondersi del cristianesimo, ci sono state delle diversificazioni che hanno poi portato alla nascita dei vari riti liturgici i quali hanno pure potuto influenzarsi in qualche modo a vicenda.

Sappiamo che nel corso dei secoli, anche prima del fatidico 1969 la liturgia ha subito dei cambiamenti, anche notevoli. Possiamo parlare quindi di "evoluzione della liturgia"?

Certo nel corso dei secoli la liturgia ha subito modifiche, a volte in maniera insensibile e non programmata ma tante volte  per la volontà esplicita di apportare variazioni, cioè le cosiddette "riforme liturgiche", che non sempre sono state felici. Ora, alcune di tali riforme sono realmente intoccabili (pensiamo, ad esempio, all'inserimento del Sanctus che il rito romano in origine non aveva, etc.) ma tante altre riforme sono realmente da riconsiderare, anche perché oggettivamente hanno creato un impoverimento; facciamo un  esempio: la colletta di Pasqua che tuttora si trova nel messale del 1962  è il risultato di una alterazione fatta ai tempi di san Gregorio Magno quando si tagliò l'ultima frase per sostituirla con  quella appunto tuttora presente nel messale antico.
Anche un bambino delle elementari si rende conto di quanto povera sia la frase tuttora in uso se paragonata con quella originaria presente negli antichi sacramentari. Proprio tale frase il messale di Paolo VI ha cercato di riportare alla bellezza originaria, ma la tentazione neomodernista di metter le mani su tutto ha finito non per recuperare il meraviglioso testo originario, bensì per crearne uno nuovo visto che la frase originaria, pur recuperata,  è stata però nuovamente  manomessa! L'"evoluzionismo" liturgico neomodernistico consiste nella contraddittoria tendenza a recuperare materiale eucologico antico ma pure ad usarlo solo dopo averlo ulteriormente manomesso per adattarlo a quella che si crede essere l'esigenza moderna. Nel caso della colletta in questione l'adattamento fatto dal messale del 1969 consiste nell'eliminare il riferimento alla morte spirituale che produce il peccato.  

Tralasciando tutte le dissertazioni relative alla riforma del 1969, verso la quale ormai l'interesse è scarso (è stato già detto tutto), facciamo un passo indietro. Anche voi di recente avete scritto che il rito tridentino abbisognasse di cambiamenti. Voi che rito immaginate?

Il rito detto "tridentino"  necessitava di restauro. Visto che tale restauro non è stato fatto, e considerato che gli interventi fatti sotto Pio XII più che restaurare hanno manomesso, ne consegue che tuttora il rito antico necessita di essere restaurato. In questo Sacrosanctum Concilium ha visto bene, ma restaurare non significa demolire per poi ricostruire mentre la riforma del 1969 ha fatto proprio questo: ha demolito il rito fin dalle fondamenta per poi ricostruirlo tutto ex novo pur se usando molte delle  macerie prodotte dalla demolizione. Il rito antico necessita certamente di qualche cambiamento, ma nel senso che si devono eliminare certe riforme poco felici che ha dovuto subire, certe costumanze che noi amiamo definire scostumamanze, e ridargli quindi il suo splendore. Ciò di cui necessita il rito antico è un restauro scientifico. Per capirlo possiamo fare un esempio: negli anni scorsi si sono restaurati gli affreschi della cappella Sistina. Quel restauro è consistito, sia in un accurato studio preliminare, e poi in una eliminazione degli strati di colle poste nei secoli che col tempo si erano  scurite rendendo i cromatismi tipici di Michelangelo quasi in bianco e nero. Ecco, il rito antico necessita di essere liberato dall'inevitabile strato di polvere che coi secoli si è sedimentato sopra, e pure dai risultati di qualche improvvido intervento di riforma che ne ha alterato la bellezza originaria. 
In generale dunque non è però il rito che si deve cambiare ma il nostro approccio ad esso. La nostra comprensione di esso, quasi l'uso che ne facciamo. Tuttora ad esempio  tanti confratelli lo celebrano dando l'impressione di farlo  macchinalmente; il rito antico possiamo dire che più che celebrato va vissuto per quello che è:  un essere ammessi alla presenza di Dio per offrirgli il Sacrificio di suo Figlio. Noi dunque non immaginiamo nessun rito diverso da quello che si ha in base alle rubriche che lo regolano illuminate dalla storia liturgica che sovente ce ne disvela il senso. E così come il sacerdote non celebra senza il messale, altrettanto devono imparare a fare (chi già non lo fa) i fedeli usando il messalino che, per chi ne ha bisogno, contiene pure la traduzione.

Tornando ancora più indietro. Anche San Pio V non è esente da "critiche".  Ad esempio, l'abolizione delle sequenze è stato un impoverimento notevole. Per quale motivo venne operata questa scelta? Quali altri tratti  della liturgia medievale scomparvero?

La riforma liturgica di san Pio V è forse quella più rispettosa della liturgia, del suo spirito e del suo sviluppo organico. Sintetizzando al massimo san Pio V ha solo tolto alcuni elementi liturgici recenziori, come quasi tutte le sequenze. Noi non ci sentiamo di definirlo un impoverimento, nonostante certi testi espunti siano realmente molto belli.  La riforma di san Pio V, nei suoi principii,  secondo noi deve costituire il modello di ogni riforma liturgica. Egli infatti non fece altro che prendere la liturgia così come i secoli e la tradizione gliela avevano consegnata, ed andando indietro nel tempo ha cercato di eliminare proprio le aggiunte più recenti, i piccoli abusi che inevitabilmente col tempo si introducono. Il messale di san Pio V in pratica riproduce il messale romano stampato circa un secolo prima, con solo poche modifiche, soprattutto rubricali. Quando san Pio V parla di riportare il messale alla sua antica forma secondo i padri non intende riferirsi a chissà quale epoca antica, ma intende riferirsi alle tradizioni recepite, castigandone eventuali deformazioni. San Pio V, certo pure a causa della limitatezza della conoscenza storica della liturgia che allora si poteva avere, non ha inventato, ha solo restaurato. Ed ha cercato pure -in parte  anche riuscendovi- di correggere le deformazioni di precedenti riforme liturgiche fatte circa mille anni prima : nel breviario, ad esempio, ha restaurato l'ora di prima domenicale che fu resa deforme, quasi mostruosa, al tempo di san Gregorio Magno.

Ultima domanda. Molti sono i detrattori del Motu Proprio Summorum Pontificum, anche in ambito tradizionale. Voi che ne pensate? Possiamo dire che, avendo aperto al recupero della liturgia tridentina, Benedetto XVI abbia aperto anche una riflessione generale su tutta la storia della liturgia nel '900 e dato vita anche a esperienze come la vostra?

Il M.P. Summorum Pontificum ha avuto il merito di sdoganare il rito antico presso i più, e forse pure quello di avviare una rflessione critica sul Novus Ordo. Sono molte le persone che solo a partire dal 2007 hanno scoperto la liturgia antica ma pure  le molte problematiche di quella nuova. E questo è senza dubbio positivo. 
Non sappiamo quanto coerente sia  definire "forma extraordinaria" un rito che pure si riconosce non esser mai stato abolito. Ma sono le contraddizioni tipiche del modernismo. No, noi ci occupiamo di liturgia antica, di celebrarla, di studiarla, da ben prima del 2007. Solo i più giovani del nostro gruppo, ma solo per motivi anagrafici, si sono avvicinati al rito antico, lo hanno scoperto e studiato dopo il 2007, e tuttora lo studiano. E chi lo sa, forse un domani, proprio questi giovani potranno creare un istituto di studi liturgici autenticamente tradizionale. Di sicuro si avrà sempre più necessità di un approccio agli studi storico-liturgici  fatto con amore e per amore del rito antico. Perché solitamente gli studi accademici di liturgia non fanno altro che magnificare la riforma liturgica e demonizzare il rito antico.


 

22 gennaio 2020

Giovanni XXIII, l'altare e la polemica di Soncino


Abbiamo già parlato dell'organista che a Soncino ha promosso la sua crociata al contrario, contro l'altare antico e il sacerdote colpevole di aver finalmente tolto da una chiesa la "tavola calda modello Lercaro", per dirla alla Guareschi.
Il video che linkiamo qui dà un esempio del basso livello di conoscenza dell'argomento. Prima di fare video su You Tube come un influencer, sarebbe meglio approfondire e non parlare per sentito dire. Secondo questo signore, il Concilio direbbe che ora la Messa è "il popolo che celebra". Ovviamente non cita fonti al riguardo, perché non ci sono. Basterebbe leggere Sacrosanctum Concilium, ma non pretendiamo tanto.

Tant'è che a farne le spese è Giovanni XXIII, presentato come un pasdaran dell'altare girato verso il popolo. Abbiamo già spiegato che non è vero, però ci interessa proseguire l'argomento.
Nel libro "Giovanni XXIII - Angelo Giuseppe Roncalli, una vita nella storia", scritto da Marco Roncalli, nipote del Papa, leggiamo, riguardo il rapporto fra Pio XII e monsignor Roncalli, che era nunzio apostolico a Parigi:

«E' difficile per Roma trovare difetti nel suo comportamento. Quanto a ortodossia poi, nemmeno l'ombra di un sospetto. E non ci sono aspetti maggiori o minori per il nunzio, attento persino alle liturgie ben celebrate e pronto ad esprimere disappunto quando scopre che in qualche chiesa parigina si celebra la messa con l'altare rivolto verso i fedeli, abitudine abusiva, prima della riforma ("abuso" causato da "teste ardenti e un po' bislacche"), così come è pronto a insistere sull'invito a coltivare il latino nelle visite ai seminari, raccomandando la lingua universale della Chiesa ai candidati al sacerdozio in obbedienza alle disposizioni emanate dalla Congregazione dei seminari».

Nella nota 107 si specifica poi un testo dello stesso Roncalli:
«Diario,alle date: 27 giugno 1949, 27 novembre 1949, 26 giugno 1950, ma anche 2 dicembre 1951: "Assistetti alla Messa a S.Severino. Presi freddo e mi nocque. Musica assai migliorata ma la Messa face au peuple [con l'altare rivolto verso i fedeli] una contraddizione grave alle leggi liturgiche. Tutto il Canone pronunciato a voce alta e non in secreto come prescrive il Messale [...]. Avvertii in debito modo il parroco Connan della gravità di questo abuso e credo che sarà arrestato. Oh! Che pena con queste ardenti e un po' bislacche».

Come vediamo, il Roncalli non era per nulla partecipe dei fermenti anti liturgici, che pur avevano una storia lunga. Già sul finire degli anni 20 in Sud America si registravano esperimenti di messe con l'altare al popolo, ma erano abusi belli e buoni.
Passiamo ora alla questione dell'altare "girato". Di ciò nei testi conciliari non si parla, anche se, come esposto, era un tema di cui si discuteva da decenni. Il Concilio però non sembra recepire questo "fermento", che verrà però riproposto con l'introduzione del messale Bugnini-Lercaro, cioè quello di Paolo VI. Su questo punto però si deve essere chiari.
  • Il cosiddetto "adeguamento liturgico" cui sono state sottoposte alcune chiese, cioè lo sventramento sistematico, non era prescritto da nessuna parte. Si tratta di azioni sconsiderate frutto della furia iconoclasta, quella si postconciliare, da cui è stato preso il clero negli ultimi 40 anni. Da notare la rilevanza penale di quelle azioni, alcune appunto sanzionate dai tribunali con condanne vere e proprie. Sembra paradossale, ma l'assetto di molte chiese storiche è stato salvato dai vincoli posti dalle autorità civili, le eroiche Soprintendenze dei Beni Culturali, che sudano centinaia di camicie per bloccare i crimini contro l'arte e la storia (e il codice penale) che alcuni preti vorrebbero compiere a cuor leggero.
  • Gli altari moderni spesso e volentieri fanno schifo e sono inseriti in contesti dove risultano essere fastidiosi ed anti estetici. Costano un sacco di soldi, sono fatti talvolta in materiali nobilissimi, ma sono inseriti in chiese costruite attorno all'altare antico e al tabernacolo. Quindi semplicemente non ha senso che siano introdotti in quei contesti. Spesso non sono neanche costruiti in materiali nobili. Abbiamo avuto notizia di pezzi di compensato appoggiati, tenetevi forte, sui trabatelli utilizzati per sostenere le casse da morto.
Dunque l'altare moderno non è obbligatorio per il Novus Ordo, si può benissimo consacrare Ad Deum. La celebrazione verso il popolo si deve inserire solo laddove è possibile. Non ce lo stiamo inventando. Nell'ordinamento generale del Messale Romano leggiamo:
«299. L’altare sia costruito staccato dalla parete, per potervi facilmente girare intorno e celebrare rivolti verso il popolo: la qual cosa è conveniente realizzare ovunque sia possibile. L’altare sia poi collocato in modo da costituire realmente il centro verso il quale spontaneamente converga l’attenzione dei fedeli[116]. Normalmente sia fisso e dedicato».

Leggiamo inoltre:
«303. Nelle nuove chiese si costruisca un solo altare che significhi alla comunità dei fedeli l’unico Cristo e l’unica Eucaristia della Chiesa. Nelle chiese già costruite, quando il vecchio altare è collocato in modo da rendere difficile la partecipazione del popolo e non può essere rimosso senza danneggiare il valore artistico, si costruisca un altro altare fisso, realizzato con arte e debitamente dedicato. Soltanto sopra questo altare si compiano le sacre celebrazioni. Il vecchio altare non venga ornato con particolare cura per non sottrarre l’attenzione dei fedeli dal nuovo altare».

I due punti appaiono contraddittori, come molte cose nel Novus Ordo, ma se facciamo fede al 299, possiamo presumere che l'altare moderno non sia obbligatorio. Al riguardo, si è espressa la Congregazione per il Culto Divino nel 2000, in risposta ad un quesito.

«Quando si tratta di chiese antiche o di gran pregio artistico, occorre, inoltre, tenere conto della legislazione civile al riguardo dei mutamenti o ristrutturazioni. Un altare posticcio può non essere sempre una soluzione dignitosa. Non bisognerebbe dare eccessiva importanza ad elementi che hanno avuto cambiamenti attraverso i secoli. Ciò che rimarrà sempre è l’evento celebrato nella liturgia: esso è manifestato mediante riti, segni, simboli e parole, che esprimono vari aspetti del mistero, senza tuttavia esaurirlo, perché li trascende. L’irrigidirsi su una posizione e assolutizzarla potrebbe diventare un rifiuto di qualche aspetto della verità che merita rispetto ed accoglienza». (Prot. N° 2036/00/L Responso della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, In PONTIFICII CONSILII DE LEGUM TEXTIBUS,Communicationes, vol. XXXII, n. 2, Roma 2000, pp. 171-173. Le inserzioni esplicative fra parentesi quadre sono dellaredazione di Cristianità).

In realtà basterebbe solo un po' di buon senso, come ad esempio quello di Ratzinger:
«[...] ci sarebbe un obbligo generale di costruire - "laddove possibile" - gli altari rivolti verso il popolo. Questa interpretazione, però, era stata respinta dalla competente Congregazione per il Culto divino già in data 25 settembre 2000, quando spiegò che la parola "expedit" [è auspicabile] non esprime un obbligo ma una raccomandazione. L'orientamento fisico dovrebbe - così dice la Congregazione - essere distinto da quello spirituale. Quando il sacerdote celebra versus populum, il suo orientamento spirituale dovrebbe essere comunque sempre versus Deum per Iesum Christum [verso Dio attraverso Gesù Cristo]. Siccome riti, segni, simboli e parole non possono mai esaurire la realtà ultima del mistero della salvezza, si devono evitare posizioni unilaterali e assolutizzanti al riguardo. Un chiarimento importante, questo, perché mette in luce il carattere relativo delle forme simboliche esterne, opponendosi così ai fanatismi che purtroppo negli ultimi quarant'anni non sono stati.
[...]
Il liturgista di Innsbruck Josef Andreas Jungmann, che fu uno degli architetti della Costituzione sulla Sacra Liturgia del Vaticano II, si era opposto fermamente fin dall'inizio al polemico luogo comune secondo il quale il sacerdote, fino ad allora, avrebbe celebrato 'voltando le spalle al popolo'. Jungmann aveva invece sottolineato che non si trattava di un voltare le spalle al popolo, ma di assumere il medesimo orientamento del popolo. La liturgia della Parola ha carattere di proclamazione e di dialogo: è rivolgere la parola e rispondere, e deve essere, di conseguenza, il reciproco rivolgersi di chi proclama verso chi ascolta e viceversa. La preghiera eucaristica, invece, è la preghiera nella quale il sacerdote funge da guida, ma è orientato, assieme al popolo e come il popolo, verso il Signore.»

Purtroppo, i sostenitori dell'altare frontale "sempre e comunque", mentre accusano i fedeli del rito tridentino di essere retrivi e fanatici, sono i primi ad aver assunto nel tempo pose e comportamenti da invasati patologici, di fatto escludendo ogni possibilità di dialogo e ricomposizione delle liti, distruggendo sistematicamente monumenti e gioielli architettonici.
La vicenda di Soncino, di base, nasce da scarsa preparazione molta faziosità. Chi si oppone al sacerdote "tradizionalista", lo fa sulla base di errori storici e teologici conclamati e marchiani.

Al riguardo, sembra corretto linkare il decreto emesso dal Cardinale Siri a Genova, riguardo gli altari, nel 1974.




 

02 luglio 2019

Cambiano il Padre Nostro inglese

Il Padre Nostro in inglese cambierà. La traduzione, come quella italiana, a quanto pare "non è buona". Anche nel mondo anglosassone, a quanto pare, fino ad oggi erano tutti imbecilli e non sapevano tradurre dal latino.
LifeSiteNews ha lanciato una petizione, per chiedere di non cambiare la traduzione anglofona.

Rimane da rimarcare che la nuova traduzione italiana fatica a prendere piede e si è ingenerato un sostanziale caos. Durante le messe (quelle di Paolo VI) tutti dicono quello che vogliono, nonostante gli sforzi patetici di alcuni celebranti (anche se risulta che molti se ne freghino).

Un ulteriore motivo per evitare il Novus Ordo.

 

30 marzo 2019

Libri. Lex cantandi, lex credendi

È uscito in questi giorni un nuovo libro del maestro Aurelio Porfiri, sul tema della musica sacra. Si intitola "Lex Cantandi, lex credendi". Ecco la sinossi.

Gli interventi presenti in questa pubblicazione si sono tenuti nel pomeriggio del 21 ottobre del 2018 in Monselice (Padova), presso la parrocchia del Carmine, in un incontro formativo rivolto ai coristi e musicisti del coro del vicariato di Monselice, con la partecipazione di due relatori invitati per l’occasione, i Maestri Marco Ronchi e Aurelio Porfiri, sui temi della liturgia e del canto liturgico.L’ordine redazionale, pur con qualche inevitabile ma coerente interpolazione reciproca fra gli interventi, segue la falsa riga delle domande da me poste e delle risposte dei relatori, articolate in due parti più grandi relative l’una alla liturgia, l’altra al canto liturgico (L. Modenese).
 

05 marzo 2019

08 dicembre 2018

L'Immacolata e la liturgia ambrosiana antica

La liturgia ambrosiana antica costituisce una grande ricchezza per la Chiesa. Antifone e invocazioni sono poesia pura e permettono ai fedeli di entrare intimamente nel significato della liturgia e della festa. È proprio il caso di dire che i messali antichi custodiscono dei tesori, che noi moderni abbiamo il compito di riscoprire e riportare alla luce, dopo decenni di oscuramento.

In particolare, oggi proponiamo i testi riguardanti l'Immacolata Concezione (tratti da Ambrosianeum.net che fornisce sussidi liturgici per il rito ambrosiano).

Oratio Super Populum

Deus, qui per immaculatam Virginis Conceptionem dignum Filio tuo habitaculum præparasti, quæsumus: ut qui ex morte ejusdem Filii tui prævisa eam ab omni labe præservasti, nos quoque mundos ejus intercessione ad te pervenire concedas. Per Dominum nostrum...

O Dio, che attraverso il privilegio dell’immacolata Concezione accordato alla SS. Vergine, hai preparato un degno tabernacolo al Figlio tuo, ti preghiamo: affinché tu, che in previsione della morte del Figlio tuo hai preservato Maria da ogni macchia, conceda anche a noi, per intercessione di lei, di giungere alla tua presenza mondati da ogni colpa. Per il nostro Signore...

Psalmellus
Fundamenta ejus in montibus sanctis: * diligit Dominus portas Sion † super omnia tabernacula Jacob. • Homo natus est in ea: * et ipse fundavit eam Altissimus.

(Questa mistica città) tiene le sue fondamenta sulle vette dei monti; il Signore predilige le porte di Sion sopra tutte le abitazioni di Giacobbe. Un uomo è nato in lei: e l’Altissimo in persona l’ha fondata.

Halleluja Halleluja. Tota pulchra es, Maria: * et macula originalis non est in te. Halleluja. 

Alleluia. Tutta bella sei, o Maria: e macchia originale non è in te. Alleluia. 

Antiphona post Evangelium
Benedicta es tu, Virgo Maria, * a Domino Deo excelso † præ omnibus mulieribus super terram. • Tu gloria Jerusalem, tu lætitia Israël, * tu honorificentia populi nostri. • Immaculata Conceptio tua * gaudium annuntiavit universo mundo. † Hallelujah. 

Vergine Maria, tu sei stata dal Signore Iddio eccelso, benedetta a preferenza di tutte le donne della terra. Tu sei la gloria di Gerusalemme, tu l’esultanza di Israele, tu il vanto della nostra stirpe. La tua Immacolata Concezione segnò il gaudio dell’universo. Lode al Signore. 

Oratio super Sindonem
Omnipotens sempiterne Deus, qui tantam Mariæ gratiam contulisti ad vincendum ex omni parte peccatum, ut ex ipso etiam Adam, in quo omnes peccaverunt, sola sine labe gigneretur, nostrorum, quæsumus, ablue maculas peccatorum, et præsta: ut in posterum sancti et immaculati in conspectu tuo, in caritate inveniri mereamur. Per Dominum nostrum [...]. Amen. 

Onnipotente e sempiterno Iddio, che tanta grazia hai conferita a Maria per vincere in ogni parte il peccato, che sola senza di questo ebbe la ventura di nascere da Adamo, nel quale tutti fanno naufragio, noi ti preghiamo di lavare le macchie dei nostri peccati, e di concederci che in avvenire possiamo sempre apparire ai tuoi occhi, per effetto della grazia, santi ed immacolati. Per il nostro Signore [...]. Amen. 

Offertorium
Per unum hominem peccatum in hunc mundum intravit, * in quo omnes peccaverunt. • Ne timeas, Maria, * invenisti gratiam apud Deum. • Nihil inquinatum in te incurrit: * vestimentum tuum candidum quasi nix, † et facies tua sicut sol. • Eripuit Dominus animam tuam de morte, * et contra inimicum factus est protector tuus. • Ne timeas, Maria: * invenisti gratiam apud Deum. • Nihil inquinatum in te incurrit: * vestimentum tuum candidum quasi nix, † et facies tua sicut sol. 

Per opera di un sol uomo il peccato entrò nel mondo, e tutti in quello peccarono. Ma tu, o Maria, non temere, tu hai trovato grazia presso Dio. Niente di infetto è entrato in te: il tuo vestimento è candido come la neve, ed il tuo volto è raggiante come il sole. – Il Signore ha preservato il tuo spirito dalla morte, e contro il nemico s’è fatto tuo scudo. Non temere, o Maria, tu hai trovato grazia presso Dio. Niente di infetto è entrato in te: il tuo vestimento è candido come la neve, ed il tuo volto è raggiante come il sole. 

Oratio super Oblatam
Salutarem hostiam, quam in solemnitate immaculatæ Conceptionis beatæ Virginis Mariæ tibi, Domine, offerimus, suscipe, et præsta: ut sicut illam tua gratia præveniente ab omni labe immunem profitemur, ita ejus intercessione a culpis omnibus liberemur. Per Dominum nostrum [...]. Amen. 

Accogli, o Signore, la vittima salutare che ti offriamo nella solennità dell’immacolato Concepimento della beata Vergine Maria; e concedici: come la crediamo, per l’azione preveniente della grazia, immune da ogni macchia, così possiamo, per sua intercessione, essere liberati da ogni colpa. Per il nostro Signore [...]. Amen. 

Præfatio
Præclarissimum enim immaculatæ Conceptionis diem recensemus, quo gloriosissima Dei Genitrix, intemerata Virgo Maria, Stella corusca et admirabilis, sine labe originali concepta est. Quæ nobis perennis vitæ januam, quam Eva in paradiso clauserat, reseravit: nosque de tenebris ad lucis antiquæ gaudia revocavit. Per eundem Christum Dominum nostrum. 

Celebriamo infatti il faustissimo giorno, nel quale la gloriosissima Genitrice di Dio, sempre Vergine Maria, stella di straordinario e meraviglioso splendore, fu concepita senza l’originale peccato. Essa è colei che ci aprì la porta dell’eterna vita, che Eva nel paradiso terrestre aveva chiusa: colei che dalle tenebre in cui eravamo piombati ci restituì al godimento della pristina luce. 

Confractorium
Vivit Dominus, † quoniam adimplevit in me misericordiam suam. * In conspectu gentium revelavit gloriam Genitricis suæ. • Exaltabo ergo te, Domine, * quoniam suscepisti me: † nec delectasti inimicos meos super me.

Sia lode al Signore, che ha compiuto in me la sua misericordia. Egli al cospetto delle genti rivelò la gloria della Genitrice sua. Io ti esalterò dunque, o Signore, perché mi hai sottratta; né hai permesso che i nemici si allietassero d’essere stati vittoriosi su di me.

Transitorium
Gloriosa dicta sunt de te, Maria, * quia fecit tibi magna qui potens est. • Hortus conclusus, fons signatus: * emissiones tuæ paradisus. • Trahe nos, Virgo Immaculata: * post te curremus in odorem unguentorum tuorum.

Meraviglie si decantano di te, o Maria, perché prodigiose cose ha operato in te colui che è onnipossente. Tu sei un orto chiuso e un fonte sigillato: i tuoi rivi sono quelli di un giardino di delizie. Attraici al tuo seguito, o Vergine Immacolata: noi correremo dietro a te, al profumo delle tue virtù.

Oratio Post Communionem
Sacramenta quæ sumpsimus, Domine Deus noster, illius in nobis culpæ vulnera reparent: a qua immaculatam beatæ Mariæ Conceptionem, singulariter præservasti. Per Dominum nostrum [...]. Amen.

I sacri Misteri, che abbiamo ricevuti, o Signore Iddio nostro, riparino in noi quelle ferite di colpa, dalle quali hai preservato l’immacolata Concezione di Maria santissima. Per il nostro Signore […]. Amen.


 

15 novembre 2018

Le preghiere ritradotte e i limiti della riforma liturgica

di Francesco Filipazzi
L'assemblea della Cei ha approvato la terza edizione del messale in italiano, suscitando vivo interesse per via delle nuove traduzioni del Padre Nostro, ampiamente prevista, accanto a quella del Gloria, inaspettata.

Già mesi fa dicemmo che questi cambi di traduzioni lasciano straniti e che, nei fatti, certificano la volontà di mettere tutto in discussione, per mantenere la Chiesa in uno stato di rivoluzione permanente.

Nelle traduzioni delle due preghiere però c'è anche un ulteriore elemento su cui riflettere. Nei fatti, la necessità di dover aggiornare le traduzioni ogni tot anni per renderle più comprensibili alle orecchie dei laici, è la certificazione notarile del fallimento della messa in lingua volgare. Tralasciando la forma liturgica o l'orientamento dell'altare, l'abbandono stesso del latino risulta fallimentare perché il linguaggio parlato si evolve e le parole assumono e perdono significati nel volgere delle generazioni, nascono neologismi e alcuni vocaboli escono invece dall'uso comune. Il tentativo ingrato di rincorrere il linguaggio corrente porterà a stravolgere completamente tutto il messaggio che dovrebbe essere veicolato dalla Messa.

Nello specifico, le traduzioni proposte per Padre Nostro e Gloria saranno sicuramente filologicamente corrette, ma siamo sicuri che siano davvero utili alla comprensione del messaggio? Il Padre non induce la persona in tentazione, ma la abbandona? Come vediamo, ogni parola in italiano ha sfumature e significati cangianti, inoltrarsi su questo percorso, apparentemente obbligato dalla riforma liturgica degli anni '70, è sostanzialmente problematico.

In tutto questo, prendiamo atto che un vescovo, di cui non si conoscono le generalità, all'assemblea  Cei avrebbe attaccato frontalmente il Motu Proprio Summorum Pontificum. Mentre nelle chiese si balla, si cantano e suonano buffonate, ci si dimena e via dicendo, sembra che il rito antico sia un problema per qualcuno e che il documento di Benedetto XVI non abbia fondamento giuridico. Posto che se dovessimo controllare il fondamento giuridico dei Motu Proprio, qualche canonista avrebbe qualcosa da dire riguardo ad alcuni fra i più recenti, il tentativo risibile di proporre nei fatti una marcia indietro sulla liturgia tridentina tradisce un notevole distacco dalla realtà. Ignorare che centinaia di miglia di persone in tutto il mondo sono ormai legate al messale antico e che attorno ad esso sono nate comunità e centinaia di vocazioni, vuol dire negare un pezzo di Chiesa viva e attiva. Chi ha attaccato il Summorum Pontificum farebbe meglio a guardarsi intorno.


 

29 ottobre 2018

Il Summorum Pontificum gode di ottima salute

Si è concluso ieri, domenica 28 ottobre, il pellegrinaggio del Coetus Internationalis Summorum Pontificum, che ha portato ancora una volta, in grande stile, il popolo delle Messa di San Pio V in San Pietro.
Anche quest’anno la presenza numerica è stata notevole. Da segnalare l’aumento percentuale dei (cosiddetti) ragazzi. Facendo un conto spannometrico, un terzo dei presenti era composto da persone con meno di trent’anni, percentuale che si alza a circa metà se consideriamo giovani (secondo l’uso moderno) anche i quarant’enni.
Il pellegrinaggio è indice non tanto della crescita del numero di fedeli che si riconoscono nella liturgia antica (che c’è ed è costante), ma di un vero e proprio radicamento nella Chiesa a livello internazionale. Per dirla in termini post conciliari, sembra che sia nato un settore della Catholica con il carisma della liturgia. Un popolo poliglotta che però a Messa parla una lingua sola, multiculturale e multietnico (con una rappresentanza importante dall’Africa di lingua francese).
Per dare una misura numerica dello stato della Messa in latino in Italia e dell’applicazione del Motu Proprio, rimandiamo alla relazione di Marco Sgroi, Presidente del Coetus italiano. Testo tratto da MessaInLatino.it. Abbiamo indicato in grassetto alcuni punti che riteniamo particolarmente significativi.

***

Eminenza Reverendissima, Eccellenze, Reverendi Monsignori, Reverendi Padri, cari Amici,
insieme ai Revv. Can. Joseph Luzuy – Provinciale d’Italia dell’ICRSS – e Don Raffaele Roffino – Parroco di Rivarolo in Diocesi di Ivrea – mi è stato assegnato il compito di tratteggiare lo stato di attuazione, e gli spazi di ulteriore sviluppo, del Motu Proprio Summorum Pontificum in Italia. Cercherò di farlo dando il quadro della situazione sia dal punto di vista quantitativo, sia, per così dire, qualitativo.

1. Incominciamo dai numeri.
In questi anni il CNSP ha censito le Ss. Messe VO che si celebrano regolarmente in Italia: cioè che si tengono a cadenza fissa e certa (ogni domenica, ogni primo venerdì del mese, ogni sabato o ogni vigilia, e così via). Non sono state censite le celebrazioni occasionali, né quelle con cadenze variabili (per es. qualche volta il martedì, altre volte il sabato, talora la domenica).
Non si tratta di un elenco esaustivo: non solo perché è possibile che talune celebrazioni ci siano sfuggite, ma anche perché ve ne sono ancora alcune cui i promotori desiderano che non venga data pubblicità. Inoltre, non sono contemplate le SS. Messe rigorosamente private che alcuni Sacerdoti celebrano anche quotidianamente, anche se i fedeli potrebbero assistervi (per esempio, dato che siamo a Roma, è noto che vi sono alcuni Sacerdoti che celebrano quotidianamente in S. Pietro).
Al CNSP risulta che le  Ss. Messe regolari celebrate in Italia siano oggi 123. Di queste, 73 sono messe settimanali domenicali e festive (tutte le domeniche e i giorni di precetto, salvo eventuali pause estive); le altre 50 non sono domenicali o, se domenicali, non sono settimanali.
Vi sono poi 15 Ss. Messe celebrate, con varie cadenze, dalla FSSPX. Non abbiamo considerato le (pochissime) Ss. Messe celebrate dai gruppi sedevacantisti.
Non sappiamo con esattezza quante di queste celebrazioni siano state avviate in virtù del Motu Proprio, poiché alcune (ad es. Torino, Gesù e Maria a Roma e altre) risalgono al periodo indultista o a prima ancora, e non disponiamo di un censimento della situazione anteriore al 14 settembre 2007. Tuttavia, secondo una stima che trovo attendibile, le “nuove” celebrazioni dovrebbero essere tra 90 e 100, forse anche qualcuna in più: dunque un incremento di almeno il 270% in dieci anni.
Dal punto di vista geografico, purtroppo, l’Italia è spaccata in due. Delle 123 Ss. Messe regolari, 96 vengono celebrate a Nord di Roma, 27 da Roma inclusa in giù, isole comprese. Cioè il 78% delle Ss. Messe è collocato al centro-nord, solo il 22% al sud/isole.
Circa il 15% delle celebrazioni è assicurato da Sacerdoti degli Istituti ED, il restante 85% da clero diocesano o da religiosi.

2. E veniamo agli aspetti “qualitativi”.
Si dice talora che l’applicazione del Motu Proprio avviene in termini eccessivamente episodici, senza che ne scaturisca un assetto stabile e una vera vita spirituale tradizionale. La diffusione della liturgia tradizionale dopo l’entrata in vigore del Motu Proprio, dunque, non avrebbe ancora raggiunto un livello qualitativo soddisfacente.
Pur essendo indubbio che la diffusione della liturgia tradizionale in Italia abbia ancora molta strada da percorrere, tale giudizio è oggi eccessivamente negativo, e vi sono elementi significativi per una valutazione meno pessimistica. Vorrei metterne in evidenza tre.
In primo luogo, iniziano a farsi pian piano più frequenti, benché siano ancora rare, le celebrazioni di prime Comunioni, il conferimento della Cresima, la celebrazione dei matrimoni[1] nelle comunità che praticano abitualmente la liturgia tradizionale.
Ciò significa che almeno presso alcuni Coetus Fidelium si è sviluppata anche la preparazione ai sacramenti, cioè una qualche forma di catechismo. In queste realtà,in progressivo aumento, la liturgia tradizionale ha attecchito, per dir così, ben oltre l’ambito occasionale di celebrazioni estemporanee. Mi è capitato di sentire qualche amico vagheggiare la trasformazione del proprio “centro di Messa” in parrocchia personale. Oggi come oggi si tratta ancora di un desiderio quasi sempre irrealizzabile, ma indicativo, secondo me, del fatto che l’applicazione del Motu Proprio sta facendo un salto di qualità, specie ove alla S. Messa venga assegnata una chiesa dedicata, anche non in via esclusiva, con clero residenziale (es.: Roma, Firenze, ecc.).
Abbiamo poi più di un sentore di un incoraggiante risveglio vocazionale. Anche qui, si tratta di un fenomeno – per quanto riguarda l’Italia – ancora allo stato iniziale[2]. Ma anche qui la tendenza mi sembra netta, e rilevante sul piano della qualità dell’applicazione del Motu Proprio.
Infine, vorrei rilevare come uno dei canali – e non il meno importante – attraverso i quali circola la riflessione critica su Amoris Laetitia e su altri temi sensibili dell’attualità ecclesiale è stata ed è proprio la rete dei Coetus Fidelium, molti dei quali hanno dato vita ad iniziative concrete a supporto del dibattito. Abbiamo visto, così comunità divenute, in virtù della liturgia tradizionale celebrata in base al Motu Proprio, particolarmente consapevoli della propria fede e fortemente determinate a difenderne l’integrità. Anche sotto questo profilo, mi pare che l’applicazione del Motu Proprio sia felicemente andata oltre l’episodicità e l’occasionalità.
Infine, cito solo en passant un dato che considero ormai noto: la rilevante presenza, tra i nostri fedeli, di giovani e la crescente presenza di famiglie, spesso con bambini.

3. Gli attori dello sviluppo del MP
A chi si deve questo sviluppo? Ovviamente, alla Provvidenza: cerchiamo di non dimenticare che siamo servi inutili.
Quanto ai laici, non è errato affermare che il radicamento del Motu Proprio in Italia è dovuto principalmente a loro: quantomeno nel senso che sono stati loro i motori del moltiplicarsi delle celebrazioni a partire dal 2007. Potrei dire che i laici stanno all’applicazione del Motu Proprio come il motorino di avviamento sta ad un’automobile: senza il motorino, la vettura non parte o, se si arresta, non si rimette in moto; però poi ci vuole il carburatore del sacerdote celebrante. Rasenta la banalità osservare che un sacerdote motivato e convinto è indispensabile perché la celebrazione della liturgia tradizionale sia il seme di comunità di fedeli in grado di fare apostolato, liturgico e non. Sul laicato Summorum Pontificum mi riservo di dire ancora qualche parola in conclusione.
Del ruolo clero diocesano parlerà fra poco Don Raffaele. Io mi limito a sottolineare che il clero “addetto” ai nostri coetus si divide in due macrocategorie: coloro che celebrano per convinzione e coloro che lo fanno per obbedienza. È intuitivo, come dicevo, che i risultati spirituali, nei due casi, sono molto diversi. Nell’ottica dei laici, è indispensabile fornire ai sacerdoti, specie a coloro che celebrano per convinzione – e spesso con gravosi sacrifici personali – un supporto che in molti casi dobbiamo migliorare. In questa prospettiva desidero sottolineare anche l’importanza di realtà come la Fraternità Sacerdotale Summorum Pontificum, che svolge un lavoro preziosissimo per i sacerdoti diocesani.
Per la diffusione del Motu Proprio sono importantissimi anche i religiosi: vorrei ricordare realtà assai rilevanti come i monaci benedettini di Villatalla e, soprattutto, il monastero di Norcia. Esse dispongono di una ricchezza spirituale alla quale i laici – ma anche i sacerdoti – possono abbeverarsi, per confermare le ragioni profonde dell’impegno per la liturgia tradizionale. Questo per ribadire che il mondo del Motu Proprio in Italia sta raggiungendo un’articolazione e un consolidamento che travalica l’ambito dei “centri di Messa” e che ci permette di andare oltre l’occasionalità o l’episodicità. Nell’ottica dell’importanza dei religiosi per lo sviluppo del Motu Proprio, però, non  posso non menzionare, ahimè, la grave ferita inferta al Populus Summorum Pontificum dalla dolorosissima vicenda dei FI.
Degli Istituti ED, che, come ripeto, assicurano circa il 15% delle celebrazioni, parlerà il Can. Luzuy, Provinciale dell’ICRSS, l’Istituto sicuramente più presente in Italia. Gli Istituti rivestono un ruolo fondamentale non tanto sotto il profilo quantitativo, ma qualitativo. Sono i custodi della tradizione liturgica, fanno apostolato liturgico come loro core business. Gestiscono gran parte dei “centri di Messa” più stabili, cui assicurano clero dedicato in via esclusiva, e a mio parere rappresentano un supporto spesso indispensabile per realizzare, anche da parte del clero diocesano (per il quale costituiscono talora un punto di riferimento), quel salto qualitativo dall’episodicità alla stabilità ed all’apostolato cui ho fatto spesso riferimento.

4. Le prospettive
Lo sviluppo applicativo del Motu Proprio in Italia sta rendendo sempre più pressante l’esigenza di completare la celebrazione della liturgia tradizionale con la cura pastorale dei fedeli che la praticano. In proposito, peraltro, non siamo all’anno zero, e possiamo e dobbiamo vedere il bicchiere come già un po’ pieno. Per continuare a riempirlo, ci si possano porre dei primi obiettivi raggiungibili: per esempio, la collocazione delle celebrazioni, specie di quelle domenicali, in orari family friendly; è un passo molto più importante di quanto possa sembrare. Poi sarebbe opportuno che i coetus sapessero abbinare all’attività liturgica un’attività di promozione culturale, che può essere gestita anche direttamente dai laici; e che realizzassero qualche iniziativa caritativa, valorizzando, per esempio, i fedeli che già svolgono attività di volontariato. Tutto ciò anche per sviluppare un consapevole spirito missionario liturgico, ed evitare la tentazione dell’autoghettizzazione “pizzomerlettara”, che costituisce il rischio professionale tipico dei coetus fidelium. Da questo punto di vista, penso che dovremmo sforzarci di migliorare il nostro atteggiamento verso chi non conosce ancora la liturgia tradizionale, o la conosce solo attraverso falsi stereotipi negativi, perché talora tendiamo a dimenticare che il cattolico praticante medio – forse anche il sacerdote medio... – è stato deprivato di larga parte degli strumenti culturali e, soprattutto, spirituali necessari per approcciarla.
Detto questo, vorrei tornare brevemente, come avevo anticipato, sul ruolo dei laici che compongono i nostri coetus, per dire che essi stanno progressivamente acquisendo la consapevolezza di essere parti vive di una viva rete di fedeli accomunati da un idem sentire, e di costituire quello che con felice espressione è stato chiamato il Populus Summorum Pontificum: tutto ciò in termini inimmaginabili anche solo pochi anni fa. Si è così sviluppata l’attività di organismi come il Coordinamento Toscano Benedetto XVI o il Coordinamento Nazionale Summorum Pontificum, che si propongono, appunto, di mettere in contatto e di favorire la collaborazione di un crescente numero di coetus fidelium,pur nella molteplicità delle identità e dei diversi talenti di ciascuno. A tutto ciò si accompagna, anche in Italia, la maggior disponibilità dei fedeli che seguono la liturgia tradizionale ad avere una concreta visibilità nelle parrocchie e nelle Diocesi,per proporre concretamente la Tradizione quale risposta efficace alle difficoltà dell’ora presente. Queste tendenze, oggi emergenti ancora a macchia di leopardo, sono destinate, a mio parere,  a estendersi e a dare molto frutto, specie in questi tempi di innegabile confusione, anche e proprio in virtù della vis attractiva che – lo sperimentiamo sempre più spesso – la liturgia tradizionale esercita provvidenzialmente suitanti fedeli che cercano rimedio al disorientamento sempre più diffuso. Da questo punto di vista, un terreno molto fecondo per l’incremento della liturgia tradizionale è rappresentato dalla collaborazione con coloro che operano sul piano della difesa della vita nascente e morente, e sul piano della battaglia antropologica.
Un altro ambito in cui il Motu Proprio è suscettibile di trovare convinta accoglienza è quello delle confraternite, che custodiscono le tradizioni della devozione popolare. In proposito, abbiamo segnali interessanti ed incoraggianti, dei quali il tempo mi impedisce di parlare più diffusamente.
Infine, vorrei fare un rapidissimo accenno al fenomeno in forte espansione delle scuole parentali, anch’esso spesso favorito dalla presenza dei coetus fidelium e dalla pratica della liturgia tradizionale. Confesso che dispongo di pochi dati a riguardo, ma sono convinto che un approfondimento del tema riserverebbe non poche sorprese positive.
Tutto ciò senza negare che esistono ancora pregiudizi da scardinare, problemi da risolvere, e ostilità, talora pertinaci, da superare. Non vorrei dare l’impressione di eccedere in ottimismo, o di aver presentato un visione esageratamente rosea dello stato delle cose. Purtroppo, benché la gran parte delle situazioni “spinose” che si sono presentate negli anni scorsi si sia progressivamente risolta, vi sono ancora gruppi di fedeli che attendono anche da anni risposta positiva alla richiesta di applicazione del Motu Proprio, e qualche Diocesi nella quale ci si comporta come se esso proprio non esistesse.
Da questo punto di vista, la maggior difficoltà sembra risiedere nel riemergere della cosiddetta mentalità indultista: l’idea che, nonostante il Motu Proprio, la celebrazione della S. Messa tradizionale richieda tuttora una speciale concessione del Vescovo, e che essa debba essere se non impedita, quantomeno circoscritta ad ambiti ristretti, preferibilmente non parrocchiali. Ho già rilevato che sopravvivono casi in cui gli stessi promotori preferiscono non dare pubblicità addirittura a celebrazioni regolari della S. Messa. Le principali vittime di questa mentalità, dobbiamo dirlo, sono i sacerdoti. Che sia ancora diffusa la tendenza a rinchiudere i fedeli del Motu Proprio in qualche riserva indiana è un dato che va riconosciuto; ma va anche riconosciuto che sta scomparendo, grazie al Cielo, la corrispondente tendenza di alcuni fedeli ad accettare la cosa come ineluttabile, e ad adattarsi alle seducenti comodità che talora essa sembra garantire.

Come ci dicono i dati, l’applicazione del Motu Proprio appare più lenta nel Sud Italia; ma è proprio da questa realtà che stanno pervenendo, negli ultimi tempi, segnali incoraggianti, ancorché timidi.



[1]Dato che la percentuale dei fedeli Summorum Pontificum compresi nella fascia d’età 25-35 è piuttosto alta, e mediamente tra i 25 e i 35 anni ci si sposa, ne segue la crescente frequenza di matrimoni VO.
[2]Quest’anno 2018-2019 ha registrato l’ingresso in seminari ED di almeno tre giovani italiani; nel 2018 è stato anche ordinato un sacerdote italiano. Se consideriamo che i “centri di Messa” stabili sono 123, mi sembra una percentuale interessante.
 

07 settembre 2018

Tolkien fra lingue elfiche e liturgia

di Francesco Filipazzi
John Tolkien nasceva al cielo quarantacinque anni fa, dopo averci donato un'opera mitopoietica senza eguali che, oltre alla narrazione, offre una quantità di spunti ed insegnamenti senza fine. Oggi vogliamo proporre al lettore due riflessioni, una riguardo le lingue elfiche ideate dal Professore e una riguardo la sua notoria adesione al cattolicesimo romano.

Le lingue maggiormente parlate dagli elfi di Tolkien sono il Quenya e il Sindarin. Nella terza era, dove si svolgono le avventure narrate in Lo Hobbit e nel Signore degli Anelli, la lingua parlata era il Sindarin, mentre la prima, nota anche come Alto Elfico, era la lingua colta. Si trattava infatti del linguaggio parlato dagli Elfi nel Reame Beato di Valinor e nel Beleriand durante la Prima Era. Le persone di alto lignaggio e i più "antichi" vedevano questa lingua, che pure fra loro parlavano, come una sorta di latino. Quando Bilbo giunse a Gran Burrone salutando con un "Elen síla lúmenn'omentielvo" (Una stella brilla sull’ora del nostro incontro), l'elfo Gildor esclama "Non parlate dei vostri segreti! Abbiamo qui uno studioso dell'Antica Lingua: Bilbo era un buon maestro". Per gli elfi provenienti dalle Terre al di là del mare, quella era la lingua della propria stirpe, della tradizione, di coloro che si erano conservati in santità senza tradire il patto con Iluvatar, ma si sbaglierebbe chi pensasse ad una semplice nostalgia del suono di una lingua sacra e bellissima. Il Quenya rappresentava anche la grande speranza del popolo elfico di tornare a casa alla corte dei Valar, i santi di Iluvatar, a vivere in pace e riconciliati. Potremmo fare un parallelo fra il Quenya e le lingue sacre utilizzate nelle liturgie della Chiesa, latino e greco antico in primis, l'aramaico, che nonostante il martirio recente sopravvive, senza dimenticare lo slavo ecclesiastico di Cirillo e Metodio. Per un cristiano queste sono le lingue, in primis, di Gesù Cristo, poi degli apostoli, dei primi martiri, dei Vangeli. Il loro utilizzo, in particolare quello del latino, maggiormente messo in discussione, non è un problema di nostalgia o di capriccio, ma come accade con l'Alto Elfico, è una tensione verso la santità di chi ci ha preceduti ed è soprattutto frutto della speranza nel ritorno a casa, alla corte dell'Altissimo. Qualcuno penserà che il paragone sia azzardato, ma depone a nostro favore il fatto che lo stesso Tolkien non fu molto incline, ad esempio, ad accettare la riforma liturgica, consapevole dell'importanza ricoperta dalla lingua sacra nella percezione che ha di sé un popolo.

Giungiamo dunque all'adesione convinta di Tolkien al Cattolicesimo romano. In un'epoca di secolarismo e materialismo, in piena rivoluzione dei costumi fra gli anni 60 e 70 e nell'avvenuta negazione del sacro dei decenni successivi, il Signore degli Anelli spopolava e spopola. Eppure si tratta di un'opera intrisa di sacralità, scritta da un cattolico sostanzialmente tradizionale. Il "romanzo del XX secolo", cioè il romanzo del secolo dell'apostasia, è nei fatti fortemente cattolico. Milioni di persone evidentemente ci hanno trovato qualcosa di importante, segno del fatto che il cuore dell'uomo, seppur addormentato o addirittura pervertito, è sempre alla ricerca di qualcosa di più alto. Sembra quindi che Tolkien abbia contribuito a passare un insieme di valori alle generazioni a venire, tanto che non è sbagliato dire che il Professore sia ormai parte integrante della formazione dei cattolici più giovani.

 

14 giugno 2018

Il puntatore. La terza via?

di Aurelio Porfiri
Si parla da molti anni ormai di una riforma della riforma della liturgia. Queste discussioni partono da un presupposto: che l’attuale liturgia abbia bisogno di essere riformata. Questo sembra ovvio a molti, ma non a tutti, e il segno di queste riforme non è univoco; c’è chi vuole una liturgia più reverente e chi una più spinta sulle vie del progress(ism)o..

Tempo fa, sia Benedetto XVI che il Cardinale Sarah avevano cautamente suggerito una possibile fusione futura delle due forme del rito romano, in modo da dar strada ad una sorta di terza via, prendendo il meglio da tutte e due. Questa proposta ha incontrato una decisa opposizione da parte di alcuni settori dall’una e dall’altra parte.

Io penso ci sia un problema importante di cui tenere conto. Mentre possiamo identificare bene le coordinate della forma straordinaria del rito romano, non siamo così fortunati per la forma ordinaria. Se veramente la forma ordinaria, come la conosciamo oggi, deve essere un’eredità del Concilio e della Sacrosanctum Concilium (canto gregoriano, organo, latino, partecipazione secondo il proprio ruolo, etc.), quello che vediamo nella stragrande maggioranza delle chiese italiane è semplicemente un’altra cosa, non quello che il Vaticano II aveva chiesto. Quindi, cercare di mediare la forma straordinaria con la forma ordinaria è problematico, in quanto quest’ultima va oramai su un’altra strada rispetto la sua ragione primigenia di esistenza.

Ho avuto occasione di parlare con alcuni che erano stati in Concilio, avevano fatto parte della commissione liturgica, tutti mi hanno dettto che quello che c’è oggi non è quello che era stato previsto. Quindi unire la forma straordinaria a quale forma ordinaria? Non c’è “una forma ordinaria”, ma tante quanto la fantasia di molti, troppi celebranti, oramai permette senza timore di alcuna sanzione.

Per alcuni esempi di fantasie:
Altare in Lego (Porfiri)
Canestro in chiesa
Cori da stadio(Porfiri)
 

17 maggio 2018

Il puntatore. Povera liturgia

di Aurelio Porfiri
La liturgia tira. Vedo come sui blog quando si parla di liturgia il dibattito si infiamma. E c’è una ragione: la liturgia, la musica liturgica, è stata devastata in questi ultimi decenni. Non che prima del Concilio fosse tutto perfetto, c’erano abusi anche allora. Ma oggi l’abuso è divenuto uso, la normalità.

Devo dirlo onestamente, dispero che ci sarà un vero ed effettivo recupero. Il senso di ciò che è liturgicamente appropriato si è andato oramai perdendo. Anche quelle congregazioni che sembrano più conservatrici spesso si rifugiano nel devozionalismo o cercano di inseguire qualche moda liturgica per dimostrare che poi non sono così arretrati. Insomma il quadro è desolante.

Continuo ad insistere nel dire che qui da noi il problema è molto legato al clericalismo, al fatto che il clero spessissimo mal formato possa avere un controllo totale che porta inevitabilmente alla perdita di qualità della liturgia. Gran parte dei preti sono inebriati di spirito del Concilio e il senso liturgico vero è oramai molto più facile trovarlo nei laici.

A viste umane c’è da disperare. Oramai soltanto un Dio ci può salvare, se non si è stufato pure Lui.



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La Confessione
ET – ET: Ipotesi su Vittorio Messori
La Messa In-canto: piccola guida alla musica per le celebrazioni liturgiche
Les Deux Chemins: Dialogue sur la Musique (avec Jacques Viret)
Oceano di fuoco: commentari su Divo Barsotti
Ci chiedevano parole di canto: la crisi della musica liturgica


 

12 maggio 2018

#MetGala. La Chiesa e il rapporto con la bellezza perduta

di Andrea Michele Gazzola
Ormai è noto. Lo scorso 26 febbraio, la Santa Sede ha aperto gli armadi di casa e concesso, dopo oltre due anni di suppliche, al curatore Andrew Bolton, di poter esporre al Metropolitan Museum of Art di New York un numero di 40 tra oggetti e paramenti sacri. Ovviamente accostati alle realizzazioni di numerosi stilisti, a partire da Coco Chanel fino a Balenciaga e Versace, dove vi è una chiara ispirazione, se non copiatura, dei più pregevoli manufatti delle migliori sagrestie.

Così, pochi giorni fa tutto il gotha dello spettacolo e della moda è accorso ad una delle serate più mondane: un gala benefico per sostenere le attività del Costume Institute e l’inaugurazione appunto dei 5.500 metri quadrati dell’esposizione, visibile da maggio ad ottobre, dal titolo: “Heavenly Bodies: Fashion and the Catholic Imagination“ (Corpi Divini: la moda e l’immaginario cattolico).

Cattolico, appunto. Ma tra il clamore suscitato per le mise di alcune star al limite del blasfemo, è andata in scena forse la più grande e a tratti certamente involontaria attestazione di "devozione" nei confronti della Tradizione, Cattolica appunto, tridentina per di più!

Solo e solamente cattolica non certo protestante o filobergogliana. Manifestazione in se ovviamente difettosa e mancante, se non a tratti da dimenticare, ma umanamente involontaria e sincera perché nell’imitazione si cela inequivocabile la stima e la volontà di voler essere qualcosa che non si è. 

Per i più potrà sembrare uno sfregio, frutto della mondanità che crede di servirsi, oggi, anche dei mezzi propri della divina liturgia, invece, nonostante i reiterati tentativi di depauperare la Santa Liturgia da parte di molti all’interno della Chiesa, Essa rifulge da oggi anche per mano di coloro che tutt’altro hanno che dei servitori della Santa Chiesa; ciò non fosse per screditare ulteriormente le sciatterie di parati illecitamente confezionati in plastica e di bassa fattura, frutto delle aberranti teorie sessantottine di una “chiesa povera”, non oltre specificato cosa. Ma la meraviglia e lo stupore di tutto ciò non sono nuovi.

Il potere esercitato dagli oggetti liturgici ed ecclesiastici in genere va con strabilio da sempre ben oltre il sacro e le persone del sacro. Il paramento nasce da umane necessità tanto quanto le rappresentazioni bibliche all’interno delle chiese, ad esempio l’opera di Giotto nella Basilica di Assisi. Se non rispondessero ad una funzione non avrebbero motivo d’essere dove sono, chiaro sia che per decorazione avrebbero potuto fare qualsiasi altra cosa. Dunque la necessità ne prescrive la presenza e ne obbliga l’utilizzo, la funzione del parato e degli oggetti sacri non è fine a se stessa, ma complementare nel veicolare il messaggio.

Ora il problema, dalla riforma liturgia si è voluto accantonare non degli “oggetti” ma delle necessità provocandone un immenso quanto inspiegabile vuoto, concretamente visibile ed espresso nelle chiese vuote di fedeli. Ciò che accade oggi al Gala non è altro che la profana e parziale realizzazione dei capolavori prelevati dalle sagrestie vaticane: meravigliare, affascinare, destare emozioni e raccontare significati antichissimi che dalla riforma post-conciliare ad oggi sono stati accantonati, nascosti, bistrattati finendo nel migliore dei casi musealizzati, in Vaticano.

La differenza tra un museo in stato Vaticano o all’estero non esiste perché la funzione non viene espressa in nessuno dei due casi. Le emozioni che desterà, ai visitatori, il triregno di Pio IX, saranno solo una parte di quelle che un turista o pellegrino in visita a Roma poteva vivere nel vederlo sulla testa del legittimo portatore con tutto quanto ne conseguiva di seguito. Sarà questa l’ennesima occasione verso la riscoperta della vera chiesa ?! Qualcuno si accorgerà che le contraddizioni attuali altro non sono che il frutto di errate teorie che hanno spinto la sposa di N.S. ad un ciarpame di sciatteria accompagnato da menestrelli in chitarra ?!

Certamente il Gala tutto è tranne che l’intenzionale oscuramento della bellezza voluto dalla chiesa di Roma da cinquant’anni ad oggi. Bellezza copiata già nel 1955/56 quando l’atelier delle Sorelle Fontana produsse per un film di Fellini, che non fu mai girato, il modello cosiddetto “Pretino”. Si trattava di un abito per Anita Ekberg, lunghezza da abito da cocktail, che nient’altro era che una talare filettata cremisi, abbottonata al femminile e completata da un saturno con tanto di nappe. Le tre stiliste temettero la scomunica, ma qualche tempo dopo ricevettero udienza presso il Santo Padre, Pio XII con la famiglia e le maestranze dell’azienda.

Bellezza in dialogo già alcuni secoli prima, dove era usanza tra le nobildonne donare i propri abiti realizzati con i tessuti più preziosi, alla chiesa, per farne confezionarne parati. Dunque niente di nuovo, se non un ancor più chiaro ritorno tramite la bellezza dalla tradizione cattolica di sempre attraverso i secoli, perché si sa, il brutto non ha mai suscitato interesse e non ha mai prodotto niente in nessuno. 

Accuse verso il brutto della chiesa “moderna” che furono già malcelatamente mosse nel 1972 da Federico Fellini nel film “Roma” dove una quasi rassegnata, ma battagliera principessa dell’aristocrazia nera (i più acuti sapranno leggerci una similitudine con un’assai nota principessa difenditrice della tradizione tridentina), esprime il suo scetticismo nei confronti del futuro imperante. La principessa ospita nel suo palazzo una sfilata sacra alla presenza di un cardinale amico di famiglia. Tra le uscite, fantasiose monache à la page che si scontrano con chierici coperti di cotte gricce nella chiara esasperazione di mons. Enrico Dante, fino a giungere alle più dichiarate intenzioni moderniste, “nuovi tessuti !”, profetiche anticipazioni del raccapricciante piviale indossato per l’apertura della Porta Santa del 1999. Saggio invece lo stizzito commento di una  Badessa, seduta fra i blasonati ospiti e certamente ‘old school’: “È il mondo che deve seguire la Chiesa, non il contrario”. Forse è davvero giunto il momento che anche i duri d’orecchie ascoltino. 


 

13 aprile 2018

Appunti sulla questione liturgica

di Amicizia San Benedetto Brixia
La questione liturgica nei suoi sviluppi recenti pare tutto fuorché semplice, essa si presenta piuttosto come un intreccio di fattori molto complessi, la cui soluzione resta sospesa. Personalmente mi piace evocare lo Scisma d’Occidente o Grande Scisma, che lacerò la Chiesa in tre fazioni a cavallo del quindicesimo secolo; allora si trattava di Roma, Avignone e Pisa, oggi si tratta delle tre forme nel rito latino: ordinaria, extra-ordinaria e neo-catecumenale, una sorta di “Grande Scisma Liturgico”.

Le immagini di alcune celebrazioni, in cui si vedono l’altar maggiore (forma extra-ordinaria), l’altare che guarda il popolo (e dà le spalle a Dio? - forma ordinaria) e l’altare che mette al centro la menorah (e non la croce - forma neo-catecumenale) è eloquente dello strappo liturgico che stiamo vivendo. D’altronde in questi ultimi anni si assiste a una vivacità di piccoli gruppi molto motivati, che va rinnovando dal basso la crisi imperante. Per usare una seconda analogia, potremmo parlare di “Globalizzazione Liturgica”: una rete di costumi che rompe gli argini spazio-temporali (il gusto ispanico di Kiko si affianca alla romanitas; l’antico incalza il nuovo) e debilita qualsiasi gerarchia (al punto che paradossalmente la forma più stanca e abusata è l’ordinaria).

Circa la forma neo-catecumenale oggi non si sente più dire nulla, ma non ne colgo il motivo. L’esistenza di una terza forma, vagamente normata, messa in atto da una comunità poderosa, contro la quale nessuno ha il coraggio di esprimersi, mi spiazza. Parliamo di una realtà ecclesialmente forte, quella del Cammino, di cui però sono note alcune ombre a livello di teologia (liturgica e non solo). Perché se ne tace? Perché questo enorme movimento è silenziato? Perché il problema è il ritorno al gregoriano ma non le melodie spagnoleggianti? Il criterio è forse il successo? Siccome il Cammino riempie le chiese, ecco che i Pastori o temono di frenarlo oppure si compiacciono dei numeri alti? C’è al contempo un monitoraggio appunto pastorale che valuti l’armoniosità di questo fenomeno con il resto della Chiesa? Attenzione, non sto interrogando i neo-catecumenali, sto chiedendo ai debiti inquisitori se van facendo il loro mestiere. E lo chiedo perché , a fronte di tante polemiche anti-tridentine (per così dire) non ne sento alcuna circa il Cammino e, nella fattispecie, circa le sue prassi liturgiche che amo definire una terza forma rituale de facto.

Circa la forma ordinaria, ho l’impressione di un certo provincialismo. Dopo 50 anni siamo sempre attorno alle solite quisquilie: dare più spazio alle donne, imitare la simbologia secolare (o pagana e insomma negare le nostre radici), perdersi in improbabili strategie logocentriche e semantiche. Stiamo sull’ultimo aspetto: non vi pare terribilmente banale la questione del Padre Nostro rinnovato? Tra tanta sciatteria liturgica e teologica, è da una frase del Pater che ci risolleveremo? Che poi, nella fattispecie, il progetto mi pare sintomatico di una crisi irrisolta, elenco i motivi di questo asserto. 1) Antropologicamente, la grande sfida linguistica liturgica è il recupero della lingua sacra e il Pater è una delle poche preghiere con cui potremmo rieducare agilmente il popolo, io parlerei di un ritorno al latino e non di un ennesima correzione all’italiano. 2) Linguisticamente, il problema non si pone: gli originali greci e latini in nostro possesso dicono “non ci indurre in tentazione”, se polemizziamo contro tale fatto rischiamo di creare un senso di sospetto sulle fonti scritturistiche. 3) Tradizionalmente, i gravi problemi sollevati dal Testo Sacro erano risolti – magari con una certa drasticità – o sottraendo il testo ai fedeli, oppure integrando il testo incensurato con debite catechesi; l’opzione che va prevalendo invece sacrifica la verità del testo e al contempo azzera il valore della catechesi che dovrebbe accompagnarlo: sviliamo la Bibbia e il Catechismo in un sol colpo. 4) Filologicamente, il discorso si basa su ipotesi inverificabili circa la lingua semita di Gesù, che noi verremmo a rendere in lingua italiana fornendo neppure una traduzione ragionata, quanto una interpretazione teologica (come dimostra don Morselli). Questo è scorretto. 5) Liturgicamente, e al di là di tutte le ambiguità generate dai punti appena presentati, tale ulteriore modifica sarebbe percepita come l’ennesimo cambiamento, occasione di confusione, messa in forse della tradizione ereditata, origine di perplessità: tutte cose di cui il nostro popolo, già liturgicamente debole, non abbisogna. 6) Culturalmente, la ricezione di tale modifica rischia di sbilanciare ancor più le predicazioni sul versante del misericordismo – gli ultimi anni ce ne hanno dati esempi tristi, e ho in mente il clero e non il Sommo Pontefice – con perpetuato oblio delle verità dure della fede (Timor di Dio, Ira di Dio, Novissimi, etc.). 7) Storicamente, lo ribadisco, ci troviamo di fronte a un rigurgito sessantottino; avessero cambiato nel 69 anche questo testo, ne avremmo patito meno danno che a mutarlo ora. Queste le mie considerazioni. Provincialismo, per l’appunto. Non sarà esso a evangelizzare gli italiani.

Circa la forma extra-ordinaria, si conferma il diffondersi inarrestato, seppur forse meno fervidamente di un lustro addietro, dei gruppi tradizionali a cui si potrebbe rimproverare un eccesso di liturgismo: la vita di tali gruppi infatti si limita ancora troppo spesso alle sole celebrazioni e non contempla la cura di cammini comunitari e di formazione, né tanto meno il coordinamento di un impegno sociale (così io noto in ambito italiano).

D’altro canto – fenomeno inatteso – le prese di posizione del card. Sarah, prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, stanno muovendo un processo di rinnovamento culturale liturgico vigoroso. La modalità sembra quella auspicata da Benedetto XVI: riscoprire nella ritualità tradizionale le forme che conferiscano nuovamente vigore e identità alla liturgia ordinaria. Gli interventi del porporato non si contano, tra conferenze, articoli e pubblicazioni, andando a riscoprire il senso del silenzio sacro, del canto liturgico, dell’orientamento celebrativo, della comunione in ginocchio: tutti retaggi del tridentino (cosiddetto). Mancano ancora in tal direzione disposizioni normative specifiche. E’ anche vero che, per ora, il guineano rimane al suo posto, nonostante sia nota la libertà con cui il Sommo Pontefice suole ridefinire gli incarichi dei sacri palazzi (e lo dico senza spirito di critica).

La soluzione credo non la possegga nessuno, prendere consapevolezza dello stato delle cose mi risulta il primo e imprescindibile passo per meritarsela.

 

09 marzo 2018

La misericordia nel rito moderno

di Amicizia San Benedetto Brixia
Nel Missale Romanum 2002 il termine misericordia ricorre circa 107 volte, mentre la ricerca di “misericor-” offre 239 risultati, che arrivano a 374 se ci si limita a “miser-”. Una ricorrenza ogni due pagine circa. 

1. ORDO MISSAE
L’Ordo Missae ammette diverse varianti – dato che commenteremo più sotto – e complessivamente presenta riferimenti alla misericordia nei seguenti passaggi:
Riti penitenziali
Nella seconda formula penitenziale
Nella formula assolutoria di tutte le tra formule penitenziali
Gloria
…qui tollis peccata mundi, miserere nobis… suscipe deprecationem nostram… miserere nobis.
Il termine compare in quattro Prefazi
PRÆFATIO II DE DOMINICIS “ PER ANNUM ” - Qui, humánis miserátus erróribus
PRÆFATIO VII DE DOMINICIS “ PER ANNUM ” - Quia sic mundum misericórditer dilexísti
PRÆFATIO II DE BEATA MARIA VIRGINE - tuam in sǽcula prorogásti misericórdiæ largitátem
PRÆFATIO COMMUNIS II - iustítia damnátum misericórdia redemísti
Canone Romano – Preghiera eucaristica I
…de multitudine miserationum tuarum sperantibus, partem aliquam et societatem donare digneris, cum tuis sanctis Apostolis et Martyribus…
Preghiera eucaristica II
omniúmque in tua miseratióne defunctórum... Omnium nostrum, quǽsumus, miserére
Preghiera eucaristica III
tibi, clemens Pater, miserátus coniúnge
Preghiera eucaristica IV
Omnibus enim misericórditer subvenísti
Messe De Reconciliatione
cum sis dives in misericórdia – prefazio
Semper ille misericórdem se osténdit - prefazio
Pater misericordiárum et Deus fidélis – prefazio
qui fidélis et miséricors es Deus – preghiera eucaristica
quos tuæ misericórdiæ supplíciter commendámus – ricordo dei defunti
tuam cónfitens misericórdiam – racconto dell’istituzione
Comunione
…ope misericordiae tuae adiuti, et a peccato simus semper liberi et ab omni perturbatione securi…
Agnus Dei… miserere nobis (bis) 

2. MISSAE PROPRIE
Il Messale 2002 introduce la Messa De Dei Misericordia e la giornata della Divina Misericordia (che coincide con la domenica In Albis)
DE DEI MISERICORDIA
Ant. ad introitum - In caritáte perpétua diléxit nos Deus: Fílium suum Unigénitum misit propitiatiónem pro peccátis nostris, non pro nostris autem tantum, sed étiam pro totíus mundi.
Vel - Misericórdias Dómini in ætérnum cantábo, in generatiónem et generatiónem annuntiábo veritátem tuam in ore meo.
Collecta - Deus, cuius misericórdiæ non est númerus et bonitátis infinítus est thesáurus auge propítius fidem plebis tibi sacrátæ, ut digna omnes intellegéntia comprehéndant qua dilectióne sunt creáti, quo sánguine redémpti, quo Spíritu regeneráti. Per Dóminum.
Super oblata - Oblatiónes nostras, Dómine, cleménter assúme, eásque in redemptiónis sacraméntum convérte, mortis et resurrectiónis Fílii tui memoriále, ut huius sacrifícii virtúte, Christo iúgiter confidéntes, ad vitam perveniámus ætérnam. Per Christum.
Ant. ad communionem - Misericórdia Dómini ab ætérno et usque in ætérnum super timéntes eum.
Vel - Unus mílitum láncea latus eius apéruit et contínuo exívit sanguis et aqua.
Post communionem - Concéde nobis, miséricors Deus, ut Córpore et Sánguine Fílii tui enutríti fiduciáliter e misericórdiæ fóntibus hauriámus et in fratres magis magísque misericórdes nosmetípsos præbeámus. Per Christum. 

3. LA LITURGIA MODERNA, UNA PASTORALE PER LA MISERICORDIA
Dopo aver celermente guardato ai testi del rito, offriamo alcuni spunti di riflessione. Anzitutto queste considerazioni vanno lette in parallelo con il testo pubblicato tre anni fa circa la Misericordia nel rito antico (https://amiciziasanbenedettobrixia.com/2015/11/09/liturgia-antica-e-misericordia/). 
Esplicito alcuni criteri metodologici: il lavoro sul rito antico aveva come importante funzione quella di mostrare che il tema della Misericordia non è un tema recente, bensì un classico della liturgia e quindi della teologia cristiana (lex orandi lex credendi). Quanto alla rilevazione statistica dell’incidenza del termine misericordia, dei suoi composti e dei suoi sinonimi, l’ho ottenuta molto semplicemente tramite una ricerca numerica delle ricorrenze a partire dal testo, senza considerare – per esempio – se alcuni testi si ripetessero o meno nel Messale. Questo criterio, molto superficiale eppure non insignificante, l’ho adoperato nel medesimo modo in entrambe le ricerche e per entrambi i riti. Ne risulta che il Messale antico propone 420 volte misericordia e 118 i composti di miserere, il Messale attuale propone complessivamente 374 volte termini con la radice miser- (misericordia incluso). D’altro canto dal computo sono escluse le ricorrenze dei lemmi presenti nelle letture del rito attuale, in quanto quest’ulimte non si trovano nel Messale (erano invece contenute nel Messale tradizionale). Concludo queste note statistiche, precisando che nell’indagine sul rito antico ho cercato e indicato varie Messe proprie, per mostrare come al di là di alcune diciture più generiche fosse possibile rinvenire differenti casi concreti di occorrenza del tema della misericordia; nel rito nuovo ho dato per scontato tali ricorrenze, per lo più ereditate dal passato, ponendo in rilievo la più importante novità liturgica, cioè l’istituzione della Festa della Divina Misericordia. In sintesi, dobbiamo affermare che il tema e il termine emergono con dirompenza in tutta la storia liturgica della Chiesa, senza che sia possibile riscontrare discrepanze sensibili tra i Messali. 

Altre però mi sembrano le riflessioni interessanti da svolgere. Esse hanno a che vedere con la portata rituale delle due forme celebrative, ordinaria ed extra-ordinaria, e dei relativi Messali.
Scorrendo i testi, notiamo che il Messale nuovo ha rimosso alcune parti e preghiere del rito classico e di conseguenza ha perduto alcuni degli antichi riferimenti alla Misericordia. Ciò si registra con la scomparsa delle preghiere ai piedi dell’altare e del Confiteor precedente la Comunione; ma anche con la soppressione delle preghiere del sacerdote al Vangelo, all’Offertorio e al termine della celebrazione. D’altra parte il rito odierno conquista nuove occorrenze del tema con l’aggiunta di nuove preghiere eucaristiche e, in particolare, nelle preghiere eucaristiche De Reconciliatione.
Ad un altro livello, va detto che nel rito antico la dinamica perdono-misericordia era attestata riccamente dall’abbondanza di gesti e movimenti, ma anche da una più intensa alternanza di colori (si pensi alla parabola cromatica dal nero al bianco nel Triduo Santo), nonché dalla vivace modulazione della voce che accompagnava le espressioni di pentimento (nobis quoque peccatoribus), supplica, gioia (prefazio, che significa, e si pronunciava, ‘a voce alta’). Ora tali gesti e tali sfumature sono stati fortemente ridotti, a risentirne è l’intera dinamica comunicativa meta-verbale.
Complementarmente a ciò, il rito nuovo lascia al sacerdote spazi di creatività prima inesistenti: nella scelta delle Messe e delle letture, ma anche nella possibilità di esprimere una serie di commenti e discorsi all’interno della Messa. Questo, di fatto, offre la possibilità al celebrante di enfatizzare alcune tematiche, anche quella della misericordia. Certo, si richiede scienza e finezza liturgica perché il sacerdote curi e realizzi tali interventi creativi nel rispetto del momento liturgico, evitando di banalizzare il rito: questa però è un’osservazione pratica, che non compromette la verità per cui il rito nuovo consente spazi speciali per andare a focalizzare alcune tematiche nel corso della cerimonia.
Da simile disamina possiamo trarre una considerazione conclusiva, a mio avviso interessante. Le due forme rituali sono espressione di due mentalità difficilmente componibili: analizzarle con parametri identici non aiuta. Il Messale tradizionale è un libro ricco, poco flessibile, che affida al sacerdote e al popolo dei testi accuratamente selezionati; tali caratteristiche permettono e esigono uno studio puntuale e preciso dei temi e dei termini usati realizzato da esperti e pastori e solo successivamente fruito da sacerdoti e fedeli. Nel nostro caso, il tema della misericordia è stato raccolto da secoli di riforme del rito e viene consegnato a chierici e fedeli affinché lo ripetano così come lo ricevono. Il Messale moderno è un testo ricco, caratterizzato da una notevole versatilità, che provoca la scienza liturgica e la creatività del sacerdote, a lui è affidato il compito di realizzare una cerimonia in cui far emergere l’una o l’altra sottolineatura, a partire da un riferimento non vago – l’ordinario è ancora normativo – e però non dettagliato e immobile. Nel nostro caso, il tema della misericordia potrebbe risultare discretamente adombrato o al contrario fortemente sottolineato, solo che il sacerdote modifichi e combini ad hoc le debite parti del Messale, secondo quanto gli è concesso operare. In sintesi, il rito tradizionale consegna ai fedeli un prodotto finito e rifinito, mentre il rito moderno chiede che la sintesi sia svolta dal sacerdote.
Concludendo, forse non possiamo dire che il rito moderno mostri una attenzione eccellente al tema della misericordia, e dovremmo quasi stupirci scoprendo che il rito tradizionale le dedica uno spazio più chiaro e curato. Ma, per non essere imprecisi, dovremo subito aggiungere che il rito moderno crea le condizioni per dare enfasi e importanza a qualsiasi tema utile alla pastorale, garantendo un sostrato di verità celebrate imprescindibili per il Popolo di Dio, e lasciando alla responsabilità dei Pastori l’orientamento specifico delle celebrazioni, sia in tema di misericordia che relativamente ai numerosi altri tesori della spiritualità cattolica.