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03 ottobre 2018

Divorziati risposati. Un libro fa chiarezza sulla comunione spirituale

di Samuele Pinna
Quando il 16 settembre 2016 Alexandra Diriart mi aveva spedito il suo prezioso volumetto da poco pubblicato Divorziati risposati e comunione spirituale (Cantagalli), aveva precisato nella lettera accompagnatoria che il libretto di cui mi aveva parlato e che avevo in quel momento tra le mani era stato «scritto prima della Amoris Laetitia».

Aveva poi aggiunto: «Anche se non se ne parla più, penso che la comunione di desiderio possa essere una via che faccia del bene alle anime». Ma cosa pensare della pratica della comunione spirituale raccomandata ai divorziati risposati che non possono ricevere sacramentalmente l’Eucaristia? È semplicemente una proposta che evita di affrontare una questione in seguito apparsa come spinosa?

Il libro risponde a queste domande, spiegando innanzi tutto che occorre comprendere correttamente cosa si intenda per “comunione spirituale” nei diversi significati dell’espressione (cfr. in particolare il capitolo II). Ecco il motivo per cui la proposta della “comunione spirituale” per i divorziati risposati – scrive l’Autrice – richiede «una precisazione al fine di essere compresa correttamente e di non prestare a confusione. Questa è davvero comunione a Cristo, non al modo della fruizione della res sacramentale, ma al modo di una grazia di conversione che unisce nella tensione del desiderio, nutre attraverso il cibo dell’obbedienza filiale e guarisce ravvivando la grazia della vita battesimale: grazia dinamica che impegna i fedeli divorziati risposati in un vero cammino ecclesiale e sacramentale di conversione di salvezza» (p. 100).

In tal senso, «la proposta merita di essere incoraggiata poiché offre un autentico itinerario spirituale che non ha nulla dello spiritualismo disincarnato» (p. 100). Per fugare ogni dubbio la Diriart propone un termine diverso rispetto a quello classico e parla di “desiderio di comunione” o di “comunione nella speranza” così da evitare ogni ambiguità: «La “comunione nella speranza” – afferma – non intende sottovalutare la necessità dei sacramenti per la salvezza, né l’importanza della manducazione corporea dell’Eucarestia, poiché è profondamente ordinata alla sua piena ricezione. Essa si inserisce in una dinamica di crescita spirituale e di conversione che riscopre e fa fruttificare la potenzialità del Battesimo. La frequentazione della Parola di Dio, la preghiera, l’adorazione eucaristica, la partecipazione alla Santa Messa, le opere di carità, il dialogo confidente con un sacerdote, l’accoglienza della comunità parrocchiale, i gesti di comunione, sono elementi che intensificano la comunione nella speranza, ossia che uniscono realmente a Cristo nell’attesa di riceverLo un giorno sacramentalmente» (p. 101).

Si tratta di «un cammino di verità e di salvezza, e quindi di consolazione nel Signore: è bene promuoverlo» (p. 101). Tuttavia, tale comunione «non può essere incoraggiata indipendentemente da una pastorale che ricordi a tutti i fedeli cristiani la necessità di convertirsi al vero senso della comunione eucaristica e della comunione ecclesiale in tutta la ricchezza della sua partecipazione» (p. 101). Questo splendido studio può, allora, aiutare nella comprensione a riguardo del cammino dei divorziati risposati, soprattutto dopo l’Amoris Laetitia di papa Francesco e l’acceso dibattito che ne è scaturito.

 

02 gennaio 2018

Amoris Laetitia. Tre vescovi confermano la dottrina immutabile

Amoris Laetitia è stato uno degli argomenti principali del 2017. Fra chi l'ha apertamente contestata, in modo anche clamoroso e chi invece l'ha utilizzata per giustificare la destrutturazione della dottrina della Chiesa in campo morale (confermando de facto la tesi dei contrari), l'esortazione post sinodale ha provocato discussioni quotidiane.
Il 2018 si apre con il documento che segue, firmato da tre vescovi, uno dei quali, Tomash Peta, vescovo in carica di Astana. Un gesto di assoluto valore e coraggio.

Professione delle verità immutabili riguardo al matrimonio sacramentale

 
Dopo la pubblicazione dell’Esortazione Apostolica “Amoris laetitia” (2016) vari vescovi hanno emanato a livello locale, regionale e nazionale norme applicative riguardanti la disciplina sacramentale di quei fedeli, detti “divorziati risposati”, i quali, vivendo ancora il loro coniuge al quale sono uniti con un valido vincolo matrimoniale sacramentale, hanno tuttavia iniziato una stabile convivenza more uxorio con una persona che non è il loro coniuge legittimo.
Le norme menzionate prevedono tra l’altro che in casi individuali le persone, dette “divorziati risposati”, possano ricevere il sacramento della Penitenza e la Santa Comunione, pur continuando a vivere abitualmente e intenzionalmente more uxorio con una persona che non è il loro coniuge legittimo. Tali norme pastorali hanno ricevuto l’approvazione da parte di diverse autorità gerarchiche. Alcune di queste norme hanno ricevuto l’approvazione persino da parte della suprema autorità della Chiesa.

La diffusione di tali norme pastorali, ecclesiasticamente approvate, ha causato una notevole e sempre più crescente confusione tra i fedeli e il clero, una confusione che tocca le centrali manifestazioni della vita della Chiesa, quali sono il matrimonio sacramentale con la famiglia, la chiesa domestica e il sacramento della Santissima Eucaristia.
Secondo la dottrina della Chiesa solamente il vincolo matrimoniale sacramentale costituisce una chiesa domestica (cf. Concilio Vaticano Secondo, Lumen gentium, 11). L’ammissione dei fedeli cosiddetti “divorziati risposati” alla Santa Comunione, che è la massima espressione dell’unità di Cristo-Sposo con la Sua Chiesa, significa nella pratica un modo d’approvazione o di legittimazione del divorzio, e in questo senso una specie di introduzione del divorzio nella vita della Chiesa.
Le menzionate norme pastorali si rivelano di fatto e col tempo come un mezzo di diffusione della “piaga del divorzio”, un’espressione usata dal Concilio Vaticano Secondo (cf. Gaudium et spes, 47). Si tratta di una diffusione della “piaga del divorzio” persino nella vita della Chiesa, quando la Chiesa, invece, dovrebbe essere, a causa della sua fedeltà incondizionata alla dottrina di Cristo, un baluardo e un inconfondibile segno di contraddizione contro la piaga ogni giorno più dilagante del divorzio nella società civile.
In modo inequivoco e senza ammettere nessuna eccezione Nostro Signore e Redentore Gesù Cristo ha solennemente riconfermato la volontà di Dio riguardo al divieto assoluto del divorzio. Un’approvazione o legittimazione della violazione della sacralità del vincolo matrimoniale, seppure indirettamente tramite la menzionata nuova disciplina sacramentale, contraddice in modo grave l’espressa volontà di Dio e il Suo comandamento. Tale pratica rappresenta perciò un’alterazione sostanziale della bimillenaria disciplina sacramentale della Chiesa. Inoltre, una disciplina sostanzialmente alterata comporterà col tempo anche un’alterazione nella corrispondente dottrina.
Il costante Magistero della Chiesa, cominciando dagli insegnamenti degli Apostoli e di tutti i Sommi Pontefici, ha conservato e fedelmente trasmesso sia nella dottrina (nella teoria) sia nella disciplina sacramentale (nella pratica) in modo inequivoco, senza alcuna ombra di dubbio e sempre nello stesso senso e nello stesso significato (eodem sensu eademque sententia) il cristallino insegnamento di Cristo riguardo all’indissolubilità del matrimonio.
A causa della sua natura Divinamente stabilita, la disciplina dei sacramenti non deve mai contraddire la parola rivelata di Dio e la fede della Chiesa nell’indissolubilità assoluta del matrimonio rato e consumato. “I sacramenti non solo suppongono la fede, ma con le parole e gli elementi rituali la nutrono, la irrobustiscono e la esprimono; perciò vengono chiamati sacramenti della fede” (Concilio Vaticano Secondo, Sacrosanctum Concilium, 59). “Neppure l’autorità suprema nella Chiesa può cambiare la liturgia a sua discrezione, ma unicamente nell’obbedienza della fede e nel religioso rispetto del mistero della liturgia” (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1125). La fede cattolica per sua natura esclude una formale contraddizione tra la fede professata da un lato e la vita e la pratica dei sacramenti dall’altro. In questo senso si può intendere anche la seguente affermazione del Magistero: “La dissociazione tra la fede che si professa e la vita quotidiana, va annoverata tra i più gravi errori del nostro tempo” (Concilio Vaticano Secondo, Gaudium et spes, 43) e “la pedagogia concreta della Chiesa deve sempre essere connessa e non mai separata dalla sua dottrina” (Giovanni Paolo II, Esortazione Apostolica Familiaris consortio, 33).
In vista dell’importanza vitale che costituiscono la dottrina e la disciplina del matrimonio e dell’Eucaristia, la Chiesa è obbligata a parlare con la stessa voce. Le norme pastorali riguardo all’indissolubilità del matrimonio non devono, quindi, contraddirsi tra una diocesi e un’altra, tra un paese e un altro. Dal tempo degli Apostoli la Chiesa ha osservato questo principio come lo attesta Sant’Ireneo di Lione: “La Chiesa, sebbene diffusa in tutto il mondo fino alle estremità della terra, avendo ricevuto dagli Apostoli e dai loro discepoli la fede, conserva questa predicazione e questa fede con cura e, come se abitasse un’unica casa, vi crede in uno stesso identico modo, come se avesse una sola anima ed un cuore solo, e predica le verità della fede, le insegna e le trasmette con voce unanime, come se avesse una sola bocca” (Adversus haereses, I, 10, 2). San Tommaso d’Aquino ci trasmette lo stesso perenne principio della vita della Chiesa: “C’è una sola e medesima fede degli antichi e dei moderni, altrimenti non ci sarebbe l’unica medesima Chiesa” (Questiones Disputatae de Veritate, q. 14, a. 12c).
Resta attuale e valida la seguente ammonizione di Papa Giovanni Paolo II: “La confusione, creata nella coscienza di numerosi fedeli dalle divergenze di opinioni e di insegnamenti nella teologia, nella predicazione, nella catechesi, nella direzione spirituale, circa questioni gravi e delicate della morale cristiana, finisce per far diminuire, fin quasi a cancellarlo, il vero senso del peccato” (Esortazione Apostolica Reconciliatio et paenitenia, 18).
Alla dottrina e disciplina sacramentale riguardanti l’indissolubilità del matrimonio rato e consumato è pienamente applicabile il senso delle seguenti affermazioni del Magistero della Chiesa:

  • “La Chiesa di Cristo, fedele custode e garante dei dogmi a lei affidati, non ha mai apportato modifiche ad essi, non vi ha tolto o aggiunto alcunché, ma trattando con ogni cura, in modo accorto e sapiente, le dottrine del passato per scoprire quelle che si sono formate nei primi tempi e che la fede dei Padri ha seminato, si preoccupa di limare e di affinare quegli antichi dogmi della Divina Rivelazione, perché ne ricevano chiarezza, evidenza e precisione, ma conservino la loro pienezza, la loro integrità e la loro specificità e si sviluppino soltanto nella loro propria natura, cioè nell’ambito del dogma, mantenendo inalterati il concetto e il significato” (Pio IX, Bolla dogmatica Ineffabilis Deus).
  • “Quanto alla sostanza stessa della verità, la Chiesa ha, dinanzi a Dio e agli uomini, il sacro dovere di annunziarla, d’insegnarla senza alcuna attenuazione, come Cristo l’ha rivelata, e non vi è alcuna condizione di tempi che possa far scemare il rigore di quest’obbligo. Esso lega in coscienza ogni sacerdote a cui è affidata la cura di ammaestrare, di ammonire e di guidare i fedeli” (Pio XII, Discorso ai parroci e ai quaresimalisti, 23 marzo 1949).
  • “La Chiesa non storicizza, non relativizza alle metamorfosi della cultura profana la natura della Chiesa sempre eguale e fedele a se stessa, quale Cristo la volle e la autentica tradizione la perfezionò” (Paolo VI, Omelia dal 28 ottobre 1965).
  • “Non sminuire in nulla la salutare dottrina di Cristo è eminente forma di carità verso le anime” (Paolo VI, Enciclica Humanae Vitae, 29).
  • “Le eventuali difficoltà coniugali siano risolte senza mai falsificare e compromettere la verità” (Giovanni Paolo II, Esortazione Apostolica Familiaris consortio, 33).
  • “Di tale norma [della legge morale Divina] la Chiesa non è affatto né l’autrice né l’arbitra. In obbedienza alla verità, che è Cristo, la cui immagine si riflette nella natura e nella dignità della persona umana, la Chiesa interpreta la norma morale e la propone a tutti gli uomini di buona volontà, senza nasconderne le esigenze di radicalità e di perfezione” (Giovanni Paolo II, Esortazione Apostolica Familiaris consortio, 33).
  • “È il principio della verità e della coerenza, per cui la Chiesa non accetta di chiamare bene il male e male il bene. Basandosi su questi due principi complementari, la Chiesa non può che invitare i suoi figli, i quali si trovano in quelle situazioni dolorose, ad avvicinarsi alla misericordia divina per altre vie, non però per quella dei sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia, finché non abbiano raggiunto le richieste disposizioni dell’anima” (Giovanni Paolo II, Esortazione Apostolica Reconciliatio et paenitentia, 34).
  • “La fermezza della Chiesa nel difendere le norme morali universali e immutabili, non ha nulla di mortificante. È solo al servizio della vera libertà dell’uomo: dal momento che non c’è libertà al di fuori o contro la verità” (Giovanni Paolo II, Enciclica Veritatis splendor, 96).
  • “Di fronte alle norme morali che proibiscono il male intrinseco non ci sono privilegi né eccezioni per nessuno. Essere il padrone del mondo o l’ultimo «miserabile» sulla faccia della terra non fa alcuna differenza: davanti alle esigenze morali siamo tutti assolutamente uguali” (Giovanni Paolo II, Enciclica Veritatis splendor, 96).
  • “Il dovere di ribadire questa non possibilità di ammettere all’Eucaristia [i divorziati risposati] è condizione di vera pastoralità, di autentica preoccupazione per il bene di questi fedeli e di tutta la Chiesa, poiché indica le condizioni necessarie per la pienezza di quella conversione, cui tutti sono sempre invitati dal Signore” (Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, Dichiarazione circa l’ammissibilità alla Santa Comunione dei divorziati risposati, dal 24 giugno 2000, n. 5).

Come vescovi cattolici, i quali – secondo l’insegnamento del Concilio Vaticano Secondo – devono difendere l’unità della fede e la disciplina comune della Chiesa, e procurare che sorga per tutti gli uomini la luce della piena verità (cf. Lumen gentium, 23), siamo costretti in coscienza a professare, di fronte all’attuale dilagante confusione, l’immutabile verità e l’altrettanto immutabile disciplina sacramentale riguardo all’indissolubilità del matrimonio secondo l’insegnamento bimillenario ed inalterato del Magistero della Chiesa. In questo spirito reiteriamo:
  • I rapporti sessuali tra persone che non sono legate tra loro con il vincolo di un matrimonio valido – ciò che si verifica nel caso dei cosiddetti “divorziati risposati” – sono sempre contrari alla volontà di Dio e costituiscono una grave offesa a Dio.
  • Nessuna circostanza o finalità, neanche una possibile imputabilità o colpevolezza diminuita, possono rendere tali relazioni sessuali una realtà morale positiva e gradevole a Dio. Lo stesso vale per gli altri precetti negativi dei Dieci Comandamenti di Dio. Poiché “esistono atti che, per se stessi e in se stessi, indipendentemente dalle circostanze, sono sempre gravemente illeciti, in ragione del loro oggetto” (Giovanni Paolo II, Esortazione Apostolica Reconciliatio et paenitentia, 17).
  • La Chiesa non possiede il carisma infallibile di giudicare lo stato di grazia interiore di un fedele (cf. Concilio di Trento, sess. 24, cap. 1). La non-ammissione alla Santa Comunione dei cosiddetti “divorziati risposati” non significa quindi un giudizio sul loro stato di grazia dinanzi a Dio, ma un giudizio sul carattere visibile, pubblico e oggettivo della loro situazione. A causa della natura visibile dei sacramenti e della stessa Chiesa, la ricezione dei sacramenti dipende necessariamente dalla corrispondente situazione visibile e oggettiva dei fedeli.
  • Non è moralmente lecito intrattenere rapporti sessuali con una persona che non è il proprio coniuge legittimo per evitare un altro supposto peccato. Poiché la Parola di Dio ci insegna, che non è lecito “fare il male affinché venga il bene” (Rom. 3, 8).
  • L’ammissione di tali persone alla Santa Comunione può essere permessa solamente quando loro, con l’aiuto della grazia di Dio ed un paziente ed individuale accompagnamento pastorale, fanno un sincero proposito di cessare d’ora in poi l’abitudine di tali rapporti sessuali e di evitare lo scandalo. In ciò si è espresso sempre nella Chiesa il vero discernimento e l’autentico accompagnamento pastorale.
  • Le persone che hanno abituali rapporti sessuali non coniugali, violano con tale stile di vita il loro indissolubile vincolo nuziale sacramentale nei confronti del loro coniuge legittimo. Per questa ragione essi non sono capaci di partecipare “nello Spirito e nella Verità” (cf. Giov. 4, 23) alla cena nuziale eucaristica di Cristo, tenendo conto anche delle parole del rito della Santa Comunione: “Beati gli invitati alla cena nuziale dell’Agnello!” (Ap. 19, 9).
  • L’adempimento della volontà di Dio, rivelata nei Suoi Dieci Comandamenti e nel Suo esplicito e assoluto divieto del divorzio, costituisce il vero bene spirituale delle persone qui in terra e le condurrà alla vera gioia dell’amore nella salvezza della vita eterna.

Essendo i vescovi nel loro ufficio pastorale “cultores catholicae et apostolicae fidei” (cf. Missale Romanum, Canon Romanus), siamo coscienti di questa grave responsabilità e del nostro dovere dinanzi ai fedeli che aspettano da noi una professione pubblica e inequivocabile della verità e della disciplina immutabile della Chiesa riguardo all’indissolubilità del matrimonio. Per questa ragione non ci è permesso tacere.
Affermiamo perciò nello spirito di San Giovanni Battista, di San Giovanni Fisher, di San Tommaso More, della Beata Laura Vicuña e di numerosi conosciuti e sconosciuti confessori e martiri dell’indissolubilità del matrimonio:
Non è lecito (non licet) giustificare, approvare o legittimare né direttamente, né indirettamente il divorzio e una relazione sessuale stabile non coniugale tramite la disciplina sacramentale dell’ammissione dei cosiddetti “divorziati risposati” alla Santa Comunione, trattandosi in questo caso di una disciplina aliena rispetto a tutta la Tradizione della fede cattolica e apostolica.
Facendo questa pubblica professione dinanzi alla nostra coscienza e dinanzi a Dio che ci giudicherà, siamo sinceramente convinti di aver prestato con ciò un servizio di carità nella verità alla Chiesa dei nostri giorni e al Sommo Pontefice, Successore di San Pietro e Vicario di Cristo sulla terra.

31 dicembre 2017, Festa della Sacra Famiglia, nell’anno del centenario delle apparizioni della Madonna a Fatima.

+ Tomash Peta, Arcivescovo Metropolita dell’Arcidiocesi di Maria Santissima in Astana
+ Jan Pawel Lenga, Arcivescovo-Vescovo emerito di Karaganda
+ Athanasius Schneider, Vescovo Ausiliare dell’Arcidiocesi di Maria Santissima in Astana



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12 dicembre 2017

Fedeli alla dottrina, non ai pastori che sbagliano. Decine di associazioni pro-vita si schierano

Un folto gruppo di associazioni pro life, provenienti da tutto il mondo, ha firmato un documento nel quale dichiara la propria fedeltà al magistero autentico ed immutabile della Chiesa, ad oggi messo in discussione dai vertici della Chiesa stessa.
Non possiamo che appoggiare l'iniziativa e associarci ad un'azione senza precedenti, che è destinata a lasciare un segno. Appare chiaro che se il cattolicesimo ha professato un insegnamento per millenni, non si possa accettare di "cambiare idea". Ne va delle nostre anime.  
Probabilmente dal Vaticano ignoreranno anche questo documento, nonostante le associazioni coinvolte raccolgano, fra membri e simpatizzanti, centinaia di migliaia di persone. 
Sito: fidelitypledge.com

Fedeli alla vera dottrina, non ai pastori che sbagliano. Promessa di fedeltà all’insegnamento autentico della Chiesa dei leader dei movimenti pro-vita e pro-famiglia. Il numero di bambini innocenti uccisi dall’aborto nel corso del secolo scorso è maggiore di quello di tutti gli esseri umani che sono morti in tutte le guerre della storia umana.
Gli ultimi cinquant’anni hanno testimoniato una continua escalation di attacchi alla struttura della famiglia come è stata progettata e voluta da Dio, capace di creare il miglior ambiente per una sana e vigorosa crescita dell’uomo e soprattutto per l’educazione e la formazione dei bambini. Il divorzio, la contraccezione, l’accettazione di atti e di unioni omosessuali e la diffusione dell’“ideologia di genere” hanno causato danni incommensurabili alla famiglia e ai suoi membri più vulnerabili.

Negli ultimi cinquant’anni il movimento pro-vita e pro-famiglia è cresciuto in dimensione e portata per far fronte a questi gravi mali, che minacciano sia il bene temporale che quello eterno dell’umanità. Il nostro movimento comprende uomini e donne di buona volontà provenienti da una grande varietà di ambiti religiosi. Siamo tutti insieme uniti nella difesa della famiglia e dei nostri fratelli e sorelle più vulnerabili, attraverso l’obbedienza alla legge naturale, impressa in tutti i nostri cuori (cfr Rm 2,15). D’altronde, in questa ultima metà di secolo il movimento pro-vita e pro-famiglia si è affidato in modo particolare all’insegnamento immutabile della Chiesa cattolica, che afferma la legge morale con la massima chiarezza. È quindi con grande dolore che negli ultimi anni abbiamo dovuto constatare che la chiarezza dottrinale e morale, su questioni legate alla tutela della vita umana e della famiglia, è stata sempre più sostituita da dottrine ambigue e persino direttamente contrarie all’insegnamento di Cristo e ai precetti della legge naturale.

Una Supplica filiale consegnata a Papa Francesco nel settembre 2015, è stata firmata da circa 900.000 persone provenienti da tutto il mondo; nel 2016, è stata presentata una Dichiarazione di fedeltà all’insegnamento immutabile della Chiesa sul matrimonio. Il 19 settembre 2016 quattro cardinali hanno sottoposto cinque dubia a Papa Francesco e alla Congregazione per la Dottrina della Fede chiedendo chiarimenti su alcuni punti dottrinali contenuti nell’Esortazione Apostolica post-sinodale Amoris laetitia. Nel giugno 2017, i cardinali hanno reso pubblica la loro richiesta di essere convocati in udienza, presentata al Papa dal Cardinale Carlo Caffarra il 25 aprile 2017, ma, come i dubia, non hanno ricevuto alcuna risposta. Il 23 settembre 2017 una Correctio filialis de haeresibus propagatis è stata elaborata da 62 teologi e accademici cattolici “in merito alla propagazione di eresie causata dall’esortazione apostolica Amoris laetitia e da altre parole, atti e omissioni” di Papa Francesco. Il 4 novembre 2017, 250 teologi, sacerdoti, professori e studiosi di tutte le nazionalità hanno sottoscritto il loro sostegno alla Correctio. Le turbolenze in seno alla Chiesa sono in aumento, come testimonia una lettera inviata di recente a papa Francesco da un prominente teologo, che afferma: “C’è caos nella chiesa e Vostra Santità ne è una causa”.

Come leader cattolici pro-vita e pro-famiglia, siamo tenuti a sottolineare numerose ulteriori dichiarazioni e azioni che hanno avuto un impatto particolarmente dannoso sul nostro lavoro per la protezione dei bambini non nati e della famiglia negli ultimi anni. Esempi rappresentativi includono:
– dichiarazioni e azioni che contraddicono l’insegnamento della Chiesa sul male intrinseco degli atti contraccettivi
– dichiarazioni e azioni che contraddicono l’insegnamento della Chiesa sulla natura del matrimonio e sul male intrinseco degli atti sessuali al di fuori dell’unione matrimoniale
– l’approvazione degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite, che richiedono fortemente agli Stati membri la realizzazione di un accesso universale all’aborto, alla contraccezione e all’educazione sessuale entro il 2030.
– l’approccio adottato riguardo l’educazione sessuale, in particolare nel capitolo 7 di Amoris Laetitia e nel programma The Meeting Point elaborato dal Pontificio Consiglio per la Famiglia.
– Come leaders di movimenti pro-vita e pro-famiglia, o dirigenti di movimenti laici che riguardano la difesa e la diffusione dell’insegnamento morale e sociale cattolico, siamo testimoni di prima mano del danno e della confusione causati da tali insegnamenti e azioni. Al fine di rispettare le nostre responsabilità verso coloro che abbiamo promesso di proteggere, in particolare i bambini non nati e quelli particolarmente vulnerabili a causa dello sfascio della famiglia, dobbiamo chiarire la nostra posizione su questi temi. Dobbiamo anche fornire una leadership a coloro che, all’interno del nostro movimento, fanno riferimento a noi per avere guida e consigli. Per questo motivo desideriamo ribadire la nostra immutabile adesione alle posizioni morali fondamentali di seguito descritte:
– esistono certi atti intrinsecamente malvagi e che è sempre proibito commettere.
– l’uccisione diretta di un essere umano innocente è sempre gravemente immorale. Di conseguenza, l’aborto, l’eutanasia e il suicidio assistito sono atti intrinsecamente malvagi.
– il matrimonio è l’unione esclusiva e indissolubile di un uomo e di una donna e tutti gli atti sessuali al di fuori del matrimonio e tutte le forme di unione contro-natura sono intrinsecamente negativi e gravemente nocivi per gli individui e la società.
– l’adulterio è un grave peccato e coloro che vivono in adulterio non possono essere ammessi ai sacramenti della Penitenza e della Santa Comunione, fino a quando non si pentono e non modificano la loro vita.
– i genitori sono gli educatori primari dei loro figli e l’educazione sessuale deve essere svolta dai genitori o, in determinate circostanze, “nei centri educativi scelti e controllati da loro”.
– la separazione del fine procreativo e univoco dall’atto sessuale attraverso metodi contraccettivi è intrinsecamente negativa e ha conseguenze devastanti per la famiglia, per la società e per la Chiesa.
– i metodi di riproduzione artificiale sono gravemente immorali in quanto separano la procreazione dall’atto sessuale e, nella maggior parte dei casi, portano direttamente alla distruzione della vita umana nelle sue prime fasi.
– ci sono solo due sessi, maschio e femmina, ognuno dei quali possiede le caratteristiche complementari e le differenze che sono loro proprie.
– gli atti omosessuali sono intrinsecamente cattivi e nessuna forma di unione tra persone dello stesso sesso può essere approvata in alcun modo. Come leaders cattolici pro-vita e pro-famiglia dobbiamo restare fedeli a Nostro Signore Gesù Cristo, che ha affidato il deposito della fede alla Sua Chiesa. Noi “siamo obbligati, per fede, a rendere a Dio rivelatore piena sottomissione dell’intelletto e della volontà”.
– Aderiamo pienamente a tutte quelle cose “che sono contenute nella parola di Dio e si trovano nella Scrittura e nella Tradizione e che sono proposte dalla Chiesa come principi a cui credere perché divinamente rivelati, sia in base a suo solenne giudizio, sia per suo magistero ordinario e universale”.

Dichiariamo la nostra completa obbedienza alla gerarchia della Chiesa cattolica nel legittimo esercizio della sua autorità. Tuttavia, nulla potrà mai convincerci od obbligarci ad abbandonare o contraddire qualsiasi articolo della fede e della morale cattolica.

Se esiste conflitto tra le parole e gli atti di qualsiasi membro della gerarchia, compreso il Papa, e la dottrina che la Chiesa ha sempre insegnato, rimarremo fedeli all’insegnamento perenne della Chiesa. Se dovessimo abbandonare la fede cattolica, ci separeremmo da Gesù Cristo, a cui vogliamo essere uniti per tutta l’eternità. Noi, sottoscritti, promettiamo di continuare ad insegnare e propagare i principi morali sopra elencati e ogni altro insegnamento autentico della Chiesa cattolica e che mai, per nessuna ragione, ci allontaneremo da essi.

La lista dei firmatari, in ordine alfabetico:
Signatories to the “Pledge of Fidelity” to the authentic teaching of the Church
Bernard Antony, President of Chrétienté-Solidarité (France)
Dame Colleen Bayer, DSG, Founding Director of Family Life International NZ (New Zealand)
Judie Brown, President of American Life League (United States)
Patrick Buckley, Director of European Life Network (Ireland)
Georges Buscemi, President of Campagne Quebec Vie (Canada)
Giorgio Celsi, President of Associazione “Ora et Labora in Difesa della Vita” (Italy)
Dr. Anca-Maria Cernea, MD, Ioan Barbus Foundation (Romania)
Greg Clovis, Director of Family Life International UK (United Kingdom)
Rev. Linus F. Clovis, Spiritual Director of Family Life International St Lucia (St Lucia)
Virginia Coda Nunziante, President of Associazione Famiglia Domani (Italy)
Modesto Fernandez, President of Droit de Naître (France)
Richard P. Fitzgibbons, M.D., Director of the Institute for Marital Healing (United States)
Mathias von Gersdorff, Director of Aktion Kinder in Gefahr (Germany)
Corrado Gnerre, Guida Nazionale, Il Cammino dei Tre Sentieri (Italy)
Doug Grane, Chief Executive of Serviam (United States)
Michael Hichborn, President of the Lepanto Institute (United States)
Jason Jones, Founder of I am Whole Life, Founder of Movie to Movement (United States)
John Lacken, Founder of Legio Sanctae Familiae, Secretary of the Lumen Fidei Institute (Ireland)
François Legrier, President of Mouvement Catholique des Familles (France)
Vittorio Lodolo D’Oria, President of Famiglie Numerose Cattoliche (Italy)
Samuele Maniscalco, Director of Generazione Voglio Vivere (Italy)
Christine de Marcellus Vollmer, President of Asociacion Provida de Venezuela (PROVIVE), President of Alianza Latinoamericana para la Familia (ALAFA), President of Alive to the World, Education in Integrity (Venezuala)
Roberto de Mattei, President of Fondazione Lepanto (Italy)
Jean-Pierre Maugendre, President of Renaissance Catholique (France)
Thomas McKenna, President of Catholic Action for Faith and Family (United States)
Anthony Murphy, Director of Catholic Voice (Ireland)
Marisa Orecchia, President of Federvita Piemonte (Italy)
Philippe Piloquet, President of SOS Tout-petits (France)
Philippe Schepens M.D., Secretary-General of the World Federation of Doctors Who
Respect Human Life (Belgium)
John Smeaton, Chief Executive of the Society for the Protection of Unborn Children (United Kingdom)
Molly Smith, President of Bringing America Back to Life, Executive Director of Cleveland Right to Life (United States)
Guillaume de Thieulloy, Director, Le Salon Beige (France)
Dr Thomas Ward, President of the National Association of Catholic Families (United Kingdom)
John-Henry Westen, Co-Founder and Editor-in-Chief of LifeSiteNews (Canada)
Mercedes Arzú Wilson, Founder and President of Family of the Americas Foundation (Nicaragua)
Diego Zoia, Director of SOS Ragazzi (Italy)



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07 dicembre 2017

I dubia di un semplice cattolico sulle innovazioni di Papa Francesco


di Alessandro Rico


Che il papato di Francesco presenti molti segnali di rottura con la tradizione è ormai innegabile. Le ultime due mosse del pontefice, poi, sono probabilmente destinate ad aumentare ulteriormente la confusione che i cattolici semplici, ma non sempliciotti, stanno sperimentando in questi anni.
Nella settima puntata del programma Padre Nostro, condotto da don Marco Pozza e andato in onda ieri sera su Tv2000, l’emittente della Conferenza Episcopale Italiana, Jorge Mario Bergoglio ha rivelato la propria intenzione di modificare un passaggio della traduzione della più importante preghiera cristiana, quella che ci ha insegnato Gesù in persona. Si tratta del finale del Padre Nostro, in cui si recita: «E non ci indurre in tentazione». Il Papa ha infatti precisato: «Quello che induce in tentazione è Satana». Dio, che è un padre buono, «non mi butta nella tentazione per poi vedere come sono caduto. Un padre non fa questo, un padre aiuta ad alzarsi subito». Secondo Bergoglio, dunque, bisognerebbe seguire l’episcopato francese, che da domenica scorsa ha adottato la formula: «Et ne nous laisse pas entrer en tentation», ovvero: «E non lasciarci entrare in tentazione».
Bisogna innanzitutto segnalare che una nuova traduzione era già comparsa nell’edizione del 2008 della Bibbia approvata dalla Cei. Lì, il passo dei Vangeli di Matteo e Luca in cui si trova il Padre Nostro è stato reso così: «E non abbandonarci alla tentazione». Quello che vorrebbe fare il Papa, spalleggiato da Monsignor Bruno Forte, presidente della Conferenza Episcopale dell’Abruzzo-Molise oltre che grande sponsor delle unioni civili, è estendere tale traduzione alla formula liturgica che i fedeli usano durante la messa. Una decisione che solleva qualche perplessità.
Il testo greco del Vangelo utilizza infatti l’aoristo infinito (che indica un’azione colta al di fuori della sua dimensione temporale) del verbo eisphérein, composto del prefisso eis (verso) e phérein, che significa «portare». L’originale greco, dunque, allude inequivocabilmente all’atto del «condurre verso», che poi nella Vulgata latina è stato tradotto con il verbo inducere. La ragione di ciò appare più chiara osservando il complemento oggetto retto da eisphérein, ossia peirasmón, che significa «tentazione» oppure «prova». Quello che fa Dio, coerentemente con numerosi passi dell’Antico e del Nuovo Testamento, non è tentare sadicamente l’uomo per poterlo punire, ma è metterlo alla prova per forgiarne la fede e le virtù. Insomma, quella che piace al Papa sembra essere una traduzione tecnicamente inesatta, ma molto politicamente corretta, in linea con il magistero della «misericordia» e con l’immagine di un Dio bonaccione che, come un filosofo utilitarista, ha a cuore il nostro piacere piuttosto che il nostro bene.
Ma le perplessità, purtroppo, non terminano qui. Ieri, infatti, è stato confermato che, per espressa richiesta di Francesco, il Segretario di Stato Pietro Parolin ha inserito nel fascicolo 10/2016 degli Acta Apostolicae Sedis, facendone perciò magistero ufficiale, la lettera con cui Bergoglio si complimentava con il delegato della regione pastorale di Buenos Aires, Monsignor Sergio Alfredo Fenoy, per le linee guida sull’interpretazione dell’esortazione apostolica Amoris Laetitia redatte dall’episcopato argentino. In quella missiva, Francesco ribadiva che non erano possibili «altre interpretazioni» del capitolo VIII di Amoris Laetitia rispetto a quella fornita dai vescovi suoi connazionali, secondo i quali i divorziati entrati in una nuova unione, al netto di un percorso di discernimento individuale, potrebbero in certi casi essere ammessi al sacramento dell’Eucaristia.
Come hanno notato alcuni commentatori, in questo modo il Papa sembra rispondere indirettamente ai dubia sollevati mesi fa da quattro cardinali, Walter Brandmüller, Raymond Leo Burke, Carlo Caffarra e Joachim Meisner (gli ultimi due scomparsi quest’estate). I porporati già dal settembre 2016 avevano chiesto al pontefice, prima in forma privata e poi pubblicamente, di chiarire alcuni dubbi sulla sua esortazione apostolica, che dava l’impressione di voler alterare la tradizionale dottrina cattolica sul divieto, per i divorziati risposati, di ricevere la comunione. Bergoglio non ha mai risposto ufficialmente e non ha mai concesso udienza ai quattro, ma si può dedurre che ora abbia riconosciuto, più o meno esplicitamente, che le speranze dei progressisti (o le preoccupazioni dei conservatori) erano fondate.
Che ciò sia destinato a dare nuova linfa alla vita spirituale dei fedeli «irregolari», anziché accrescere il disorientamento, è discutibile. Quello del «discernimento» è un espediente collimante con la casuistica gesuitica, che rischia di moltiplicare l’arbitrio e di alimentare una religione «fai da te». Sebbene sia questa la posizione formale del successore di Pietro, d’altronde, i cattolici non sono per forza tenuti a condividerla. L’autorità del Papa, infatti, non può scavalcare e contraddire quella della Tradizione apostolica e della Parola di Dio che egli stesso ha il compito di trasmettere. Lo dice il Catechismo, mica i conservatori.



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20 novembre 2017

Riina, mafia, scomuniche... e Amoris Laetitia


di Enrico Roccagiachini

Tiene ancora banco, come ognun sa, la questione della morte di Totó Riina, del divieto di esequie pubbliche e religiose, della scomunica ai mafiosi. Personalmente, vorrei sempre attenermi all’imperativo parce sepulto, e trovo un po’ sgradevole prendere spunto dalla morte di qualcuno per dire la mia; ma il tema ha una tale rilevanza che penso di potermelo permettere.
D’altra parte, se ne parla un po’ ovunque. Un articolo di p. Giorgio Carbone su La nuova bussola quotidiana ha suscitato un certo interesse in rete; c’è anche un bel pezzo di Francesco Romano, comparso in epoca non sospetta, il 16 luglio 2014, su Toscana oggi, che ha trattato diffusamente la questione.
Le considerazioni di padre Carbone mi paiono largamente condivisibili; tuttavia, il suo ragionamento potrebbe essere un po’ lacunoso laddove trascura le scomuniche comminate ai mafiosi – meglio: ai responsabili di taluni fatti di mafia – nel 1944 e 1952, cui fa invece ampio riferimento l’articolo di Toscana oggi.
Si tratta, come spiega Francesco Romano, di una lettera collettiva dell’episcopato siciliano del 1944  in cui si precisa che «sono colpiti di scomunica tutti coloro che si fanno rei di rapine o di omicidio ingiusto e volontario». La parola “mafia” ancora non comprare, osserva Romano, «ma il riferimento a essa per il comportamento delittuoso condannato e per i luoghi ove si realizzava è chiaro».
Nel 1952, il secondo Concilio Plenario Siculo – titolare, con l’approvazione della Santa Sede, di potestà legislativa per il proprio territorio (cann. 290 e 291 C.J.C. 1917) – ribadisce, ma ancora senza parlare espressamente di “mafia”, che «coloro che operano rapina o si macchiano di omicidio volontario, compresi mandanti, esecutori, cooperatori, incorrono nella scomunica riservata all’Ordinario».
Infine, nel 1982 (cioè prima dell’entrata in vigore del nuovo Codice di Diritto Canonico, che risale all’anno successivo, il 1983), la Conferenza Episcopale Siciliana conferma le precedenti scomuniche e parla esplicitamente di mafia: «a seguito del doloroso acuirsi dell’attività criminosa che segna di sangue e di lutti la nostra regione, i Vescovi, in forza della loro responsabilità di pastori, riaffermano la loro decisa condanna sottolineando la gravità particolare di ricorrenti episodi di violenza che spesso hanno come matrice la mafia e la nefasta mentalità che la muove e la facilita».
Ho cercato di capirci qualcosa di più e, non essendo un canonista, ho provato a farlo secondo il consueto approccio da avvocato di provincia.
Premesso che non saprei dire che fine abbiano fatto, con l’entrata in vigore del nuovo Codice di Diritto Canonico, i provvedimenti del 1944 e, soprattutto, del 1952, né se essi – specie quello del Concilio Plenario Siculo – avessero ottenuto la recognitio della Santa Sede, così da essere promulgati ed entrare effettivamente in vigore, mi sembra chiaro, in ogni caso, che le scomuniche comminate ai colpevoli di «rapine o di omicidio ingiusto e volontario» (1944), o a coloro «che operano rapina o si macchiano di omicidio volontario, compresi mandanti, esecutori, cooperatori» (1952) si riferiscano a questi crimini se compiuti nel quadro dell’attività mafiosa. Ove ciò non accada – cioè se la rapina, l’omicidio volontario ecc. ecc. non siano riferibili alla mafia – restano assoggettati alle pene “ordinarie”, oggi stabilite dal can. 1397 C.J.C. 1983, che rinvia ai cann. 1336 e 1370, i quali non contemplano la scomunica, a meno che il delitto non sia compiuto in danno del Romano Pontefice.
Semplificando, e facendo un utile parallelo con il diritto penale italiano, l’omicidio, la rapina, ecc., sono puniti con la scomunica qualora ricorra o concorra ciò che per l’ordinamento italiano sono l’aggravante del “metodo mafioso” e simili, o il reato di associazione mafiosa (art. 416-bis cod. pen.).
Ma quid iuris se l’adesione alla mafia si realizza senza la commissione o la cooperazione ai delitti di cui sopra? Se, per esempio, ci si “limiti” al pur odioso compimento di attività estorsive, o di spaccio di droga, o di controllo della prostituzione, o di ogni altra nefandezza non omicidiaria ipotizzabile – cioè, tornando al parallelo col diritto penale italiano, al compimento del solo reato di associazione mafiosa, o, con tutte le riserve del caso, del reato di concorso esterno?
Questo tipo di partecipazione mafiosa – che realizza un’adesione sia morale, sia operativa – non è colpita dalla scomunica, a meno che non si ritenga utile a tal fine un passaggio del discorso di Papa Francesco a Cassano Jonio del 21 giugno 2014: «coloro che nella loro vita seguono questa strada di male, come sono i mafiosi, non sono in comunione con Dio: sono scomunicati». Mi sento di affermare, però, e a dispetto delle dichiarazioni politicamente correttissime dei Vescovi Siciliani sull’affaire Riina, che nessun giurista serio riterrebbe quel discorso sufficiente per l’introduzione di una norma penale; tanto più che il discorso non mi risulta nemmeno pubblicato sul sito della Santa Sede, ma solo sui giornali.
Mi pare, dunque, che p. Carbone (articolo de La bussola) non sbagli quando sostiene che l’appartenenza mafiosa di per sé non comporta alcuna scomunica.
Con quali conseguenze sulla posizione di Riina? Egli, incontrovertibilmente, è stato condannato per reati che – in base ai pronunciamenti episcopali del 1944 e del 1952 – comporterebbero la scomunica, perché compiuti nel quadro dell’attività mafiosa. Qui si porrebbe la questione se l’accertamento penale italiano, intervenuto al di fuori dell’ordinamento canonico, sia utile e sufficiente per l’applicazione della scomunica; questione sulla quale personalmente non ho le idee chiare, pur propendendo, “a naso”, per il no. Altro sarebbe se Riina si fosse presentato al confessore accusandosi di aver ucciso per mafia: il confessore avrebbe dovuto rilevare la scomunica (sempre che nel 1944 e del 1952 essa sia stata effettivamente comminata) e rinviarlo al Vescovo per l’assoluzione che gli è riservata. A meno che tale confessione non fosse intervenuta in imminente pericolo di morte: per esempio, negli ultimi giorni di vita cosciente del boss, prima del coma indotto.
Il che ci porta alla questione del pentimento, che poi dovrebbe essere la questione centrale. È ovvio che qui si tratta di pentimento morale, non di collaborazionismo giudiziario. Così come quest’ultimo non comporta, di per sé, la vera contrizione, così il pentimento morale non implica necessariamente il collaborazionismo giudiziario, che, pure, potrebbe essere necessario a conferma della resipiscenza. In linea di principio, peraltro, occorrerebbe quantomeno l’accettazione consapevole e il riconoscimento della giustizia della pena ricevuta.
Detto questo, siamo cristiani, e crediamo nella vera misericordia – non in quella applicata per compiacere l’immoralità corrente. Dobbiamo augurarci, sperare e pregare che Riina – sì, anche e soprattutto lui, come tutti quelli come lui – si sia realmente pentito almeno nell’ultimo istante utile, e che questo gli consenta di farsi tutto il presumibilmente lunghissimo purgatorio necessario. Dio non vuole la morte del peccatore – nemmeno di Riina – ma che si converta e viva: per il pentimento e la conversione, della cui sincerità Dio è perfetto giudice, per Sua misericordia c’è tempo fino all’ultimo, ultimissimo istante.
Peraltro, mancando una pubblica conversione, correttamente la Chiesa nega a Riina funerali pubblici e, a certe condizioni, anche quelli religiosi, specie se vigono le scomuniche “speciali” del 1944 e del 1952; anche se la cosa apparirebbe più credibile se li negasse pure ad altri pubblici peccatori, la cui condanna, però, a differenza di quella di Riina, non suscita l’applauso del mondo, ma il suo biasimo: al quale, purtroppo, la Chiesa attuale vuole sfuggire ad ogni costo.

Con questo finale accenno polemico, le mie riflessioni potrebbero ritenersi concluse. Rileggendo quanto ho scritto, però, mi sorge un dubbio che non riesco a soffocare; un dubbio che, sull’onda polemica cui mi sono ormai abbandonato, è consapevolmente provocatorio, ma non gratuito: ha ancora senso, in casi come quello di Riina, ritenere necessario il pentimento? Ha ancora senso parlare di pubblici peccatori e di pubblico scandalo? Non siamo un po’ troppo rigidi, legalistici e farisaici a pretendere questa pubblica contrizione e a domandarci se, come e quando un mafioso possa considerarsi validamente pentito?
In altri termini, non potrebbero anche i mafiosi invocare ed applicare a se stessi Amoris Laetitia? La quale, al n. 301, ci dice: «un soggetto, pur conoscendo bene la norma, può avere grande difficoltà nel comprendere “valori insiti nella norma morale” o si può trovare in condizioni concrete che non gli permettano di agire diversamente e di prendere altre decisioni senza una nuova colpa».
Un vero mafioso, pur conoscendo bene la norma che vieta omicidi, rapine, estorsioni ecc. ecc., ha sicuramente grandi difficoltà nel comprendere i “valori insiti nella norma morale”, specie se omicidi, rapine ed estorsioni sono invece coerenti col codice etico della mafia, e ciò anche in base ai fortissimi condizionamenti della cultura mafiosa; ed è sempre Amoris Laetitia ad affermare (al n. 305) che in virtù dei «condizionamenti o dei fattori attenuanti, è possibile che, entro una situazione oggettiva di peccato – che non sia soggettivamente colpevole o che non lo sia in modo pieno – si possa vivere in grazia di Dio, si possa amare, e si possa anche crescere nella vita di grazia e di carità, ricevendo a tale scopo l’aiuto della Chiesa». D’altronde, rigettare la cultura mafiosa in certi contesti significa esporre la propria famiglia all’esclusione sociale, alla miseria, al pericolo: cioè trovarsi «in condizioni concrete che non (...) permettano di agire diversamente e di prendere altre decisioni senza una nuova colpa»; e l’osservanza del codice mafioso può essere vissuta come espressione di amore per la propria famiglia, il proprio clan, la propria comunità...
Non vi paia insana presunzione, allora, se avanzo agli eminentissimi estensori  dei ben noti dubia la proposta di aggiungervi anche questo: Amoris Laetitia si applica anche ai mafiosi?



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14 novembre 2017

Dubia ultima chiamata. Burke rincara la dose "Un anno di confusione"

Lo scrivevamo, a ragion veduta, domenica scorsa: è in corso un grande scontro nella Catholica. Che significava ciò? Che a breve i cattolici si sarebbero riversati per le strade con randelli e falci? No. Significava invece che attendevamo come imminente l’ulteriore sviluppo di cui nelle ultime ore: dopo mesi di attesa per la Correzione formale, eccoci a una sorta di passo in avanti, non proprio quello sperato ma quasi. In pratica il cardinale Burke, in un'intervista, ha detto espressamente che "A un anno dalla pubblicazione dei "dubia" su "Amoris laetitia", che non hanno ottenuto alcuna risposta dal Santo Padre, constatiamo che la confusione sull’interpretazione dell’esortazione apostolica è sempre maggiore". Il porporato definisce "urgente" la situazione, perché il Santo Padre deve confermare i fratelli nella fede. "Dobbiamo stabilire cosa voleva insegnare in qualità di successore di Pietro". "E' stato messo in moto un processo che sovverte parti essenziali della tradizione".
(testo in italiano dell'intervista).

Prima di commentarlo, un po’ di cronistoria. Come siamo arrivati sin qui? (Chi ha buona memoria può andare subito a fine articolo).

  1. 2011, 11 ottobre. Papa Benedetto XVI indice l’anno della Fede, dall'11 ottobre 2012 al 24 novembre 2013. Il precedente si deve al beato Paolo VI ed è legato ad una stagione turbolenta nella Chiesa: Papa Benedetto ne è consapevole, oggi ci chiediamo se non ci stesse avvisando di qualcosa.
  2. 2014, 5-19 ottobre. Papa Francesco presiede un Sinodo Straordinario sulla Famiglia, indetto un anno prima nel corso dell’Anno della Fede. Il Sinodo conclude in un clima ecclesiale di aperture pericolose.
  3. 2014, primavera. Viene pubblicato “Permanere nella verità di Cristo”: cinque cardinali e alcuni studiosi rispondono alle tesi eterodosse emerse dal Sinodo appena concluso e si preparano così al grande scontro previsto per il Sinodo successivo.
  4. 2015, 29 settembre. La Segreteria di Stato della Sante Sede riceve una Supplica Filiale sul futuro della Famiglia, sottoscritta da 790.190 cattolici di 178 Paesi, fra cui 8 cardinali, 203 arcivescovi e vescovi e innumerevoli sacerdoti. Giorni dopo si raggiungono gli 879.451 firmatari.
  5. 2015, 4-25 ottobre. Ha luogo la XIV assemblea generale ordinaria, Sinodo dedicato anch’esso al tema della famiglia. Si tratta di un evento complesso, in cui il dietro le quinte riserva sorprese e colpi di mano, tali da destare l’interesse animoso di tutto il mondo
  6. 2016, 19 marzo. Il Papa pubblica Amoris Laetitia, l’esortazione apostolica post-sinodale giudicata da molti un punto di rottura rivoluzionaria nella prassi e forse nella dottrina della Chiesa Cattolica, con essa il comandamento sull’adulterio sembrerebbe relativizzato dopo 2000 anni.
  7. 2016. I mesi successivi sono un continuo rincorrersi di polemiche. Da vari fronti si levano voci che chiedono chiarezza, che accusano di eresia almeno materiale o di grave confusione, che accolgono con entusiasmo le rotture magisteriali. Il Papa non si pronuncia mai nel senso di confermare l’interpretazione ortodossa e tradizionale del documento; i suoi più stretti collaboratori insistono sul fatto che il documento è Magistero e che le novità sono reali ed effettive; iniziano una serie di pronunciamenti e ordinanze episcopali in contraddizione le une con le altre.
Tra le accuse più pesanti (non per forza le più significative):
  • La critica teologica all’Esortazione Amoris Laetitia inviata ai primi di luglio del 2016 da 45 teologi, filosofi, storici e pastori di anime cattolici a 218 cardinali e patriarchi, consiglieri ufficiali di Papa Francesco.
  • La lettera dell’Istituto Plinio Correa de Oliveira.
  • La dichiarazione di The Remnant e di Catholic Family News.
  1. 2016, 29 agosto. Viene pubblicata una Supplica filiale per chiedere al Pontefice chiarezza e difesa della dottrina ( http://www.supplicafiliale.org/ ). Tale Supplica, che sceglie la forma di una Dichiarazione di Fedeltà, ha raggiunto 35.112 firme, fra le quali si contano 3 cardinali, 9 vescovi, 636 fra sacerdoti diocesani e religiosi, 46 diaconi, 25 seminaristi, 51 fratelli religiosi, 150 religiose claustrali e di vita attiva, ai quali si devono aggiungere 458 laici fra accademici in genere, professori di teologia, insegnanti di religione, catechisti e agenti pastorali.
  2. 2016, 19 settembre. Quattro cardinali consegnano all’ex Sant’Uffizio un documento contenente cinque questioni, cinque dubbi relativi alla interpretazione ufficiale che si vuole riservare ad Amoris laetitia: ortodossa o eretica? Attendono una risposta netta dal Papa.
  3. 2016, il 14 novembre. Non ottenendo risposta alcuna i quattro cardinali hanno deciso di rendere pubblico il documento per far sapere alla Chiesa che un forte dibattito sta sorgendo dopo la pubblicazione dell’Amoris Laetitia e che l’esortazione non è scevra da possibili interpretazioni contrarie agli insegnamenti di Santa Romana Chiesa
  4. 2016, 16 novembre. Il card. Burke svela quale potrebbe essere il prosieguo della vicenda in assenza di una chiara posizione del Pontefice: i cardinali firmeranno un atto formale di correzione degli errori papali. Dichiara il porporato: «Dovremmo far fronte a questa situazione. Nella Tradizione della Chiesa c’è la pratica della correzione del Romano Pontefice, anche se chiaramente è abbastanza raro che accada. Ma se non c’è risposta alle nostre questioni, direi che ci sarebbe il problema di compiere un atto formale di correzione di un serio errore». Il cardinale Burke prosegue ricordando che in caso di conflitto tra il Papa e la Tradizione della Chiesa, si impone la Tradizione.
  5. 2017, 9 gennaio. Continuano le dichiarazioni private del card. Burke, la Correzione formale è una possibilità che si avvicina.
  6. Nel frattempo, fra dicembre 2016 e i primi mesi del 2017 si consuma un’altra grave crisi. L’Ordine di Malta, il cui prelato nominato da Francesco è proprio Burke, viene commissariato dal Papa stesso. Le motivazioni non sono chiarissime, ma viene fuori che è in corso una lotta fra fazioni anche fra i Cavalieri.
  7. 2017, 22 aprile. Evento minore, ma significativo, il Convegno di studi a Roma organizzato da La Nuova Bussola Quotidiana.
  8. 2017, 25 aprile. Il card. Caffarra scrive una lettera al Santo Padre chiedendo udienza per sé e per gli altri tre cardinali in merito agli irrisolti dubia.
  9. 2017, 5 luglio. Muore il card. Meisner 
  10. 2017, luglio. Il cardinale Mueller, con modalità piuttosto singolari, viene rimosso dalla Congregazione per la dottrina della Fede, di cui era prefetto. A quanto pare il tedesco condividerebbe l'opinione espressa dai cardinali dei dubia, sarebbe solo perplesso sulle loro modalità di azione. Non è quindi in linea con quella che dovrebbe essere l'interpretazione di Amoris Laetitia.
  11. 2017, 6 settembre. Muore il card. Caffarra
  12. 2017, 11 agosto. 40 studiosi cattolici di tutto il mondo consegnano privatamente a Papa Francesco una Correzione Filiale contro gli errori di Amoris Laetitia. Tra di essi non si annoverano Pastori, la lettera non ha dunque valore canonico.
  13. 2017, 24 settembre. Non ottenendo risposta di sorta i 40 studiosi decidono di rendere pubblica la lettera, inizia una crescente raccolta firme che svela il malcontento crescente nei confronti della situazione di confusione attuale ( www.correctiofilialis.org ).
  14. 2017, tutto l'anno, al posto di essere dedicato alla celebrazione del Centenario delle apparizioni di Fatima, viene trasformato da Bergoglio, nella celebrazione di Martin Lutero, generando una frattura sempre più profonda. Inoltre, anche se non è questione strettamente collegata ai dubia, si fanno strada ipotesi di modifiche della Messa, che prendono forma con il motu proprio Magnum Principium.

A queste prime fasi si aggiunge oggi un’ulteriore mossa, dunque si torna a porre l'attenzione su una questione estremamente spinosa, che dilania la Chiesa. "Il senso della pratica sacramentaria si sta erodendo - dice Burke- soprattutto perché si tratta dei sacramenti di Penitenza ed Eucarestia".

Non fosse a tutti nota la proverbiale dolcezza del regnante Pontefice e dei suoi bonari collaboratori, verrebbe da ritenere che i difensori della Tradizione cattolica abbiano quasi scelto di far leva su un risveglio dell’opinione pubblica, essendo le reazioni vaticane sempre più scomposte e sintomo di un equilibrio precario.

Cosa sta dietro a simile strategia, che sembra in ritirata rispetto alle dichiarazioni del card. Burke (16 novembre 2016)? C’è la consapevolezza di non avere le forze per affrontare la battaglia in campo aperto? Oppure è l’opposto: siccome la Curia si fa forte della propaganda mediatica, gli Apologeti non vogliono esporsi con gesti eclatanti e a forte impatto pubblico, ma cercano comunque di risvegliare la coscienza cattolica?

E ora, cos’altro ci attende? Dei quattro cardinali ne sopravvivono due, ma temo sbagli chi pensa di veder spegnersi tutto alla loro morte: più facile ritenere che ne vengano allo scoperto pochi alla volta. E intanto che mossa vanno preparando? E quali sono le prossime sfide? Qui si tratta di famiglia, ma la liturgia? L’ecumenismo? Anche questi due ambiti sono stati feriti gravemente. E i giovani, prossimo fragile bersaglio sinodale?

Intanto registriamo questo nuovo passo, sempre più chiarificatore, giunto dopo un periodo che, tutto sommato, dà ragione agli estensori dei dubia. Amoris Laetitia ha creato il caos e rispondere ai dubia servirebbe a ristabilire l'ordine, in una materia, quella morale, su cui si giocano molti dei destini della Chiesa e dell'umanità intera. Il deposito della fede non può essere cambiato in alcun modo, perché ci è stato consegnato da Gesù in persona. Una Chiesa che non lo conservasse non sarebbe Chiesa. 

La battaglia è sia spirituale che culturale.
Ciò che è certo è che questa ultima azione dei cardinali è l'ultima chiamata per i tiepidi. Il matrimonio o si difende o non si difende. Tertium non datur.


 

17 ottobre 2017

I sofismi di Rocco Buttiglione


di Luca Gili

In una recente intervista a Vatican Insider, Rocco Buttiglione critica i firmatari della Correctio filialis e intende mostrare che Amoris Laetitia è un testo perfettamente in linea con l’insegnamento di sempre della Chiesa. Rocco Buttiglione è un filosofo cattolico che si è distinto per la sua aderenza al magistero nel passato. Merita perciò il nostro rispetto. Ciò non toglie tuttavia che, per amore della verità, non posso fare a meno di sottolineare alcuni errori nel suo ragionamento, che ricorre a fallacie logiche. Amicus Buttiglione sed magis amica veritas.

Vediamo una fallacia molto significativa.
Soffermandosi sul conflitto tra coscienza e legge, Buttiglione fa le seguenti affermazioni:
“La coscienza riconosce di non essere in regola con la legge. La coscienza però sa anche di avere iniziato un cammino di conversione. Uno va ancora a letto con una donna che non è sua moglie ma ha smesso di drogarsi e di frequentare prostitute, si è trovato un lavoro e si prende cura dei suoi figli. Ha il diritto di pensare che Dio sia contento di lui, almeno in parte (san Tommaso direbbe: secundum quid). Dio non è contento dei peccati che continua a fare. È contento delle virtù che inizia a praticare e naturalmente si aspetta che faccia domani degli altri passi in avanti.”

Cerchiamo di capire di cosa si sta parlando. Secondo la maggior parte degli interpreti, il pressoché inintelligibile paragrafo 303 di Amoris Laetitia sostiene che in una certa situazione irregolare, Dio potrebbe chiedere a una coppia un comportamento diverso dal rispetto dei suoi comandamenti, se questa coppia è in un processo di conversione.

In concreto, se una coppia adultera inizia a incontrare un prete che non li invita a cambiare vita, questo semplice incontro può essere classificato come “discernimento” e va considerato come inizio di un processo di conversione. Quello che Buttiglione non chiarisce è che ci sono due stati possibili e fra loro contraddittori: o l’essere in grazia di Dio, o il non essere in grazia di Dio. La grazia santificante è infatti una qualità che inerisce nell’essenza dell’anima secondo san Tommaso d’Aquino ( Summa theologiae, Iª-IIae qu. 110 art. 1): o c’è o non c’è. Tertium non datur. Chiaramente se c’è, può essere presente con diversi livelli di intensità. E così anche chi è reo di peccato mortale può avere sviluppato una malizia maggiore o minore. Per questo motivo in cielo il grado di gloria dei santi è diverso. E, analogamente, la punizione dei dannati è diversa. Nel caso precedente, supponendo che una persona sia in peccato mortale per via del peccato X, se tale persona non si pente del suo peccato e cambia vita (il paragrafo 303 di Amoris Laetitia parla infatti di situazione diversa dall’ideale), ma dona altri segni di un processo di conversione (ma il paragrafo 303 è molto vago su questo punto), allora Dio guarderebbe con favore alla cosa.

Ma la domanda è: a quale cosa Dio guarda con favore?
Amoris Laetitia è chiarissima: Dio guarderebbe con favore alla stessa situazione irregolare di cui il peccatore non è ancora pentito.

“A partire dal riconoscimento del peso dei condizionamenti concreti, possiamo aggiungere che la coscienza delle persone dev’essere meglio coinvolta nella prassi della Chiesa in alcune situazioni che non realizzano oggettivamente la nostra concezione del matrimonio. Naturalmente bisogna incoraggiare la maturazione di una coscienza illuminata, formata e accompagnata dal discernimento responsabile e serio del Pastore, e proporre una sempre maggiore fiducia nella grazia. Ma questa coscienza può riconoscere non solo che una situazione non risponde obiettivamente alla proposta generale del Vangelo; può anche riconoscere con sincerità e onestà ciò che per il momento è la risposta generosa che si può offrire a Dio, e scoprire con una certa sicurezza morale che quella è la donazione che Dio stesso sta richiedendo in mezzo alla complessità concreta dei limiti, benché non sia ancora pienamente l’ideale oggettivo” (Amoris Laetitia, n. 303).

Secondo Amoris Laetitia, ciò che Dio guarda con favore è proprio la situazione di peccato, supponendo che ci siano segni di conversione – segni che però non sono il rifiuto del peccato (che è ancora commesso o almeno non detestato) e il cambiamento radicale di vita che ne consegue. Infatti, secondo il caso ipotetico prospettato da Amoris Laetitia, il cambiamento radicale di vita ancora non c’è ed il peccatore di tale quadro ipotetico è inevitabilmente ancora privo della grazia santificante.

Buttiglione, per giustificare questo passaggio, utilizza quella che in gergo tecnico è chiamata fallacia dell’accidente. È vero infatti che il peccatore, in stato di peccato mortale, compie molte azioni buone: ad esempio continua a mangiare, dormire, lavorare ecc. Probabilmente potrebbe anche ancora avere la fede cattolica, perché, il concilio di Trento ha stabilito che è possibile avere la fede benché non si abbia la carità e la grazia santificante.

Il peccatore del nostro esempio può anche praticare virtù naturali, ossia può essere coscienzioso sul lavoro, onesto, temperante, coraggioso ecc. Dio guarda chiaramente tutte queste qualità come buone. Esse però non cancellano il fatto che, globalmente, quella persona non è in grazia e, se morisse, andrebbe all’inferno.

La fallacia di Buttiglione ha essenzialmente questa forma:
a) Tutto ciò che esiste, in quanto esiste, è buono
b) Satana esiste
Dunque, c) Satana è buono simpliciter.

È evidente che Satana non è buono moralmente (se lo fosse, non sarebbe precipitato all’inferno). Egli è buono secundum quid, ossia nella misura in cui egli è un ente, mentre non è buono in assoluto o simpliciter. È la fallacia a dicto secundum quid ad dictum simpliciter.

Allo stesso modo, nell’esempio di Buttiglione, l’argomento, relativo all’ipotetico adultero impenitente Piero, sarebbe il seguente:
a) Tutti i buoni vanno in paradiso.
b) Chi vince la coppa del torneo di bocce è un buon giocatore
c) Piero ha vinto la coppa
d) Tra tutti i giocatori di bocce, Piero è buono.
e) Quindi, tra tutti i giocatori di bocce, Piero andrà in paradiso.

Piero è buono secundum quid, ossia come giocatore di bocce. Ma come uomo egli è ancora meritevole dell’inferno perché, secondo la nostra ipotesi, non si è convertito.
L’intervista al professor Buttiglione segnala un salto qualitativo nelle critiche ai firmatari della Correctio filialis. All’inizio i critici hanno impiegato insulti e argomenti ad hominem. Ora ricorrono ad argomenti parimenti inconcludenti, come le fallacie summenzionate, che però possiamo riconoscere con più difficoltà. La strategia di fondo è la medesima: un ricorso a tecniche sofistiche e un rifiuto di stabilire un confronto dialettico su basi puramente razionali.



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14 ottobre 2017

Supplica Filiale al Papa. 870 mila firme, 3 cardinali, 9 vescovi, oltre 600 preti

Tempo fa venne proposta al Santo Padre una Supplica filiale, da non confondersi con la più recente Correzione filiale , riguardante la sacralità e l'indissolubilità del matrimonio. Oggi la supplica ha raggiunto numeri di tutto rispetto. Ciò ha spinto gli estensori della supplica a sottoporre una Dichiarazione, reperibile qui. Di seguito il comunicato.


3 cardinali, 9 vescovi, 636 sacerdoti religiosi e diocesani, 46 diaconi, 25 seminaristi, 51 fratelli religiosi, 150 religiose di vita attiva e contemplativa, oltre a 458 persone fra professori di teologia, insegnanti di religione, catechisti, agenti pastorali e accademici in genere, firmano una “Dichiarazione di fedeltà all’insegnamento immutabile della Chiesa sul matrimonio e alla sua ininterrotta disciplina” , ricevuta dagli Apostoli.

Roma, 13 ottobre 2017
Il 29 settembre 2015, festività dei Santi Arcangeli, la Segreteria di Stato della Sante Sede ricevette una Supplica Filiale sul futuro della Famiglia, sottoscritta da 790.190 cattolici di 178 Paesi, fra cui 8 cardinali, 203 arcivescovi e vescovi e innumerevoli sacerdoti. Giorni dopo furono consegnate altre 89.261 adesioni, totalizzando quindi 879.451 firmatari.
Il testo chiedeva a Papa Francesco “una parola chiarificatrice” che dissipasse il “generalizzato disorientamento causato dall’eventualità che in seno alla Chiesa si apra una breccia tale da permettere l’adulterio in seguito all’accesso all’Eucaristia di coppie divorziate e risposate civilmente”. 


Tuttora il coordinamento della “Supplica Filiale” , che rappresenta una coalizione di oltre 60 organizzazioni pro-famiglia e pro-vita dei 5 continenti, non ha ricevuto nemmeno una nota di avvenuta ricezione da parte della Santa Sede. Un’omissione che risulta paradossale, dal momento che Papa Francesco ha manifestato più volte il desiderio di una Chiesa vicina ai problemi dei fedeli e del popolo in genere, aperta al dialogo e al franco dibattito.
Dopo il secondo Sinodo sulla Famiglia e la pubblicazione dell’esortazione Amoris Laetitia, gli organizzatori della “Supplica Filiale” hanno predisposto una “Dichiarazione di fedeltà all’insegnamento immutabile della Chiesa sul matrimonio e alla sua ininterrotta disciplina , ricevuta dagli apostoli, attendendo così ad un suggerimento di alte sfere ecclesiastiche. Non disponendo degli stessi mezzi logistici della prima iniziativa e trattandosi questa volta di un documento significativamente più esteso, il coordinamento ha pubblicato detta Dichiarazione nel suo sito internet il 29 agosto 2016, in modo che chiunque potesse firmarla.

La Dichiarazione di Fedeltà ha raggiunto 35.112 firme, fra le quali si contano 3 cardinali, 9 vescovi, 636 fra sacerdoti diocesani e religiosi, 46 diaconi, 25 seminaristi, 51 fratelli religiosi, 150 religiose claustrali e di vita attiva, ai quali si devono aggiungere 458 laici fra accademici in genere, professori di teologia, insegnanti di religione, catechisti e agenti pastorali.
Cosa affermano i firmatari della Dichiarazione di Fedeltà? *
Come indica il titolo, ribadiscono in modo esplicito e formale la loro “ fedeltà all’insegnamento immutabile della Chiesa sul matrimonio e alla sua ininterrotta disciplina”, e questo perché “ errori circa il vero matrimonio e la famiglia sono stati molto diffusi in ambito cattolico, in particolare dopo il Sinodo Straordinario ed Ordinario sulla famiglia e la pubblicazione di Amoris Laetitia”.
In questo contesto generale, la Dichiarazione “ esprime la volontà dei firmatari di restare fedeli agli insegnamenti immutabili della Chiesa sulla morale e sui sacramenti del matrimonio, della Riconciliazione e dell'Eucaristia, e alla sua perenne disciplina per quanto riguarda quei Sacramenti”.
Fra l’altro, i firmatari desiderano esprimere che “tutte le forme di convivenza more uxorio (come marito e moglie) al di fuori di un matrimonio valido sono gravemente contrarie alla volontà di Dio; che le unioni irregolari contraddicono il matrimonio voluto da Dio e non possono mai essere consigliate come un prudente e graduale adempimento della Legge Divina”.
Affermano pure che una coscienza ben formata non può giungere alla conclusione
· che la sua permanenza in una situazione oggettivamente peccaminosa può costituire la sua migliore risposta al Vangelo, né che questo è ciò che Dio le sta chiedendo;
· che il sesto comandamento e l'indissolubilità del matrimonio sono semplici ideali da perseguire;
· che a volte non sia sufficiente la grazia per vivere castamente nel proprio stato, il che darebbe ad alcuni il “diritto” di ricevere l’assoluzione e l’Eucaristia;
· che basta una coscienza soggettiva per auto-assolversi dal peccato di adulterio.
Insegnare e aiutare i fedeli a vivere in conformità a queste verità – aggiungono i firmatari – costituisce in se stessa una “eminente opera di misericordia e di carità”. Se la Chiesa consentisse l’accesso all’Eucaristia a chi si trova manifestamente in uno stato oggettivo di peccato grave, si comporterebbe come“proprietaria dei sacramenti” e non come la loro “fedele amministratrice”, incarico affidatole da Nostro Signore.
Sebbene diversa da altre iniziative tese a chiedere chiarimenti per porre fine all’anomala situazione di confusione e perplessità imperante nella Chiesa, la Dichiarazione di Fedeltà, col suo nutrito e qualificato numero di firmatari ecclesiastici e civili, si costituisce come un’ulteriore voce nel coro che esprime preoccupazione per il capitolo 8 di Amoris Laetitia e per le contradditorie interpretazioni che l’hanno seguito.
La perplessità di innumerevoli fedeli di tutti i continenti trova un’autorevole risonanza nei cinque Dubia presentati da quattro cardinali nel settembre 2016. I porporati hanno sollecitato fraternamente il Papa di chiarire se, dopo la suddetta esortazione apostolica, è da ritenersi ancora vigente l’insegnamento circa l’esistenza di norme morali assolute, valide senza eccezione, che proibiscono di compiere atti intrinsecamente cattivi come l’adulterio, e se sia ora possibile concedere l’assoluzione nel sacramento della Penitenza e, dunque, ammettere all’Eucaristia, una persona che, unita in un vincolo matrimoniale valido, convive in adulterio senza che si siano adempiute le condizioni previste dalla morale tradizionale e dal Codice di Diritto Canonico. Il Santo Padre ha deciso di non rispondere e - con grande sconcerto tra i fedeli - non ha nemmeno concesso l’udienza privata chiesta dai porporati in una lettera del 25 aprile scorso per trattare questo tema, viste le “numerose dichiarazioni di vescovi, cardinali e persino conferenze episcopali che approvano ciò che il Magistero della Chiesa non ha mai approvato”, cosicché “ciò che è peccato in Polonia è buono in Germania e ciò che è proibito nella arcidiocesi di Filadelfia è lecito a Malta”.
La più recente manifestazione della volontà di Papa Francesco di restare in silenzio, permettendo così l’aggravarsi del clima di confusione, è stata la reticenza mostrata davanti alla “Correzione filiale per la propagazione di errori”, elevata a Sua Santità lo scorso 11 agosto da un gruppo di pastori di anime e accademici. Gruppo al quale ogni giorno si aggiungono nuovi e qualificati aderenti.
In archivio separato segue una lista di alcune delle personalità di rilievo che hanno firmato la “Dichiarazione di fedeltà all’insegnamento immutabile della Chiesa sul matrimonio e alla sua ininterrotta disciplina ”.

Alcune delle firme 

* Chi desidera aderirvi può firmare nel sito www.supplicafiliale.org 

 
 

03 ottobre 2017

Correzione. Se si reinventa San Tommaso


di Francesco Filipazzi
 
La correzione filiale di Amoris Laetitia (da ora AL), oltre ad aver aperto finalmente un dibattito sui grandi media, rompendo finalmente la cappa plumbea che tendeva a tacitare ogni posizione intra ecclesiale contraria a quel documento, ha generato una serie di reazioni che hanno dimostrato la sterilità delle tesi pro AL. Al momento di risposte serie alla correzione non ne sono arrivate, ma qualcuno in realtà ha provato a darne per lo meno in forme eleganti. E' il caso ad esempio di Benedetto Ippolito, storico della filosofia, che su formiche.net, pur rimanendo molto gentile, ha pubblicato un commento volto semplicemente a screditare la correzione, incorrendo in alcuni errori logici e storici, tipici di chi difende l'indifendibile.

Nell'articolo dal titolo "Vi spiego perché è eretico il documento contro il Papa", Ippolito, dopo la doverosa e in questi giorni frequente premessa che non si entrerà nel merito della correzione, sostiene che nella Chiesa ci sono sempre state opposizioni alle riforme dei pontefici. "Al fine di avere una dottrina unica e valida, e di evitare divisioni in materia di fede - spiega Ippolito - la Chiesa chiarì i punti teologici controversi stabilendo l’ortodossia cui è necessario attenersi per rimanere in comunione con gli altri cristiani sotto l’unica e assoluta autorità del Romano Pontefice". A sostegno della tesi viene portata la riforma gregoriana, che trovò molti antagonisti. Questo è il primo errore logico del testo, in quanto si parla di interventi papali chiarificatori. AL è invece esattamente il contrario, tanto che ci sono conferenze episcopali e singole diocesi che vanno in ordine sparso nella recezione del documento. La correzione filiale denuncia proprio questo effetto confusionario di AL.

Passando oltre, troviamo un altro concetto alquanto singolare "Per la prima volta dopo il Concilio Vaticano II il Magistero di un Papa sta incontrando un’opposizione conservatrice molto dura". Ippolito si dimentica che, d'altra parte, fino all'altro ieri il Magistero papale è stato avversato in modo aperto e in modo ben più violento, in chiave progressista, da parte di coloro che oggi fanno i pasdaran dell'insindacabilità papale, che appare il nuovo dogma. Non serve ricordare il catechismo olandese (non l'avranno chiamato correzione, ma scrivere un catechismo autonomo non è forse una delegittimazione totale?), l'opposizione all'Humanae Vitae, l'opposizione a Giovanni Paolo II in tema di sessualità e matrimonio, la disobbedienza dei teologi della liberazione, gli insulti aperti e isterici contro Benedetto XVI... sono tutte situazioni note. Oggi però se si critica Bergoglio, apriti cielo.

Dopo queste poco esaltanti premesse, si giunge a quello che sarebbe il cuore dell'articolo e qui cadono le braccia. Dopo aver riproposto la solita ammuffita teoria della distinzione fra dottrina e pastorale (che a rigor di logica quindi prevede che laddove, ad esempio, la dottrina dica che non si può uccidere, la pastorale possa dire che in qualche caso, dopo discernimento, si può tranquillamente uccidere qualcuno, magari il vicino che ha l'erba troppo verde), si giunge ad uno svarione abbastanza eclatante riguardo San Tommaso d'Aquino. Il timore è che Ippolito, liquidando in due righe il paragrafo sulle Eresie contenuto nella Summa Teologica, confidi di avere a che fare con lettori che non verificheranno mai ciò che ha scritto. Noi invece, che abbiamo un'opinione molto alta dei nostri lettori, alleghiamo in fondo al post le sette pagine della Summa al riguardo.

Ippolito dice: "San Tommaso, nella Summa theologiae (I-II, p. 2, q. 11), definisce eretico chi sostiene delle posizioni contrarie alla fede in materia religiosa e manifesta “pubblicamente” infedeltà alla Chiesa dal punto di vista pratico. Nella storia questa infedeltà si è tradotta sempre in una concreta opposizione al Sommo Pontefice, nella cui istituzione sovrana è rappresentata e garantita appunto la guida concorde dei cristiani e la comunione obbediente e libera dei fedeli. [...] Ciò indica esattamente cosa significa eresia: opporsi per vanità e superbia pubblicamente alla legittimità autorità del Papa, invece di accogliere i segni spirituali e soprannaturali che lo Spirito Santo vuol suggerire anche con un documento tanto ricco di sfumature come l’Amoris Laetitia".

Queste affermazioni sono sostanzialmente false. Se avrete la pazienza di leggere ciò che scrive Tommaso, unitamente a ciò che scrive anche la Treccani al riguardo (noi come vedete riportiamo e basta), capirete che l'eresia riguarda le verità di fede e i dogmi, non la fedeltà al Papa. L'aquinate, riportando Sant'Agostino, sancisce che l'eretico è chi "segue opinione nuove e false" e che l'eresia "implica una corruzione della fede cristiana. Ora, non riguarda la corruzione della fede cristiana il fatto che uno abbia una falsa opinione in cose estranee alla fede, p. es. in geometria o in altri campi, ma il fatto che abbia una falsa opinione nelle cose riguardanti la fede". Un po' diverso da ciò che dice Ippolito, che riduce tutto alla fedeltà alla singola persona. Peraltro, anche in questo caso la posizione espressa sarebbe problematica, perché di Papi nella storia ce ne sono stati fino ad oggi 266. Come si può quindi dichiarare eretico chi seguisse l'insegnamento di 265 pontefici e non quello del 266imo? Il concetto di Depositum Fidei e quello di infallibilità papale servono proprio a garantire che le idee personali di un singolo pontefice non possano intaccare l'insegnamento generale. Certo, San Tommaso difende la prerogativa massima del Sommo Pontefice, ma essa è chiaramente intesa in ottica di continuità di cui è garante appunto il Papa, non certo in ottica di rottura, essendo l'eresia un'opinione "nuova e falsa". L'impressione è che l'ultimo frutto del Concilio sia un estremismo clericalista mai esistito in precedenza, ad uso e consumo di chi vuole magari garantirsi qualche entratura in ambienti vaticani.

Totalmente scentrato è, infine, il tentativo di far passare i firmatari e chi è d'accordo con loro come dei sedevacantisti. L'articolista tradisce al riguardo una certa ignoranza, poiché altrimenti saprebbe che la radice del sedevacantismo disconosce totalmente alla base l'attuale realtà ecclesiastica, arrivando a negare la validità dei sacramenti celebrati negli ultimi decenni.

Eviterebbe di dichiarare che il Papa "non si può mai criticare pubblicamente", perché saprebbe che una critica di un fedele non è mai volta alla disgregazione della Chiesa, ma alla sua conservazione e alla sua crescita. Citare tutti i santi che nella storia, secondo il criterio dell'Ippolito, sarebbero quindi eretici o addirittura eresiarchi, a partire da San Paolo, appare superfluo. Potremmo spiegare che secondo il criterio succitato, la Chiesa avrebbe dovuto essere ariana, data la simpatia di un papa per questa eresia. Un'ipotesi piuttosto singolare.

San Tommaso e le eresie. Summa Teologica


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02 ottobre 2017

Bux e Valli. Che cosa sta accadendo, oggi, nella Chiesa?


di Riccardo Zenobi

Venerdì 29 settembre sono riprese le conferenze promosse dall’Associazione Culturale Oriente Occidente, delle quali si è parlato qui, qui e qui. Gli incontri si tengono, come avvenuto precedentemente, nella sala conferenze della chiesa san Carlo Borromeo, in via Vincenzo Gentiloni 4 ad Ancona.

La prima conferenza di questo secondo ciclo di appuntamenti è stata una conversazione ‘a due voci’ con gli interventi di Aldo Maria Valli (giornalista, vaticanista del TG1, laureato in scienze politiche all’università cattolica di Milano) e di mons. Nicola Bux (sacerdote dell’arcidiocesi di Bari, esperto di liturgia orientale e di sacramentaria, consultore della congregazione della dottrina della Fede e della congregazione per le cause dei santi, collabora con la rivista Communio). Lo spunto di riflessione da cui ha preso avvio l’incontro è la parola “confusione”, termine che viene usato sempre più spesso dai fedeli, che vivono in un crescente disorientamento; la causa di tutto ciò in cosa è rintracciabile? Nella penetrazione di pensieri spuri nella Chiesa? Stiamo vivendo ciò che il beato Paolo VI dichiarò a Jean Guitton, ossia che siamo di fronte alla presenza dentro la Chiesa cattolica di un pensiero non cattolico il quale, seppur divenisse maggioritario, non sarà mai il pensiero ufficiale della Chiesa?

La conversazione si è aperta con l’intervento di Aldo Maria Valli, per il quale la confusione è l’elemento distintivo dell’epoca moderna, non solo nella Chiesa; ma lo stato interno di quest’ultima sconcerta molti, tanto che sempre più persone si chiedono: dove stiamo andando? Cosa ne sarà della Fede? Queste domande coinvolgono persone che prima non si ponevano problemi a riguardo, e nell’ultimo anno è aumentato enormemente il numero di tali persone. Nel giugno 2016, appena uscì, il libro “266” (nel quale si pongono tali interrogativi) era una sorta di avanguardia, ma nel giro di poco più di un anno lo sconcerto si è allargato moltissimo – e sono stati avanzati dei Dubia da parte di cardinali. I primi che si posero tale domanda erano essi stessi incerti del loro proprio sconcerto, cosa del resto comprensibile: chi si espone per primo è sempre titubante, poiché potrebbe essere una semplice impressione personale a muoverlo e non un reale problema. Ora però lo sconcerto c’è: Pietro parla in modo strano, anche i contenuti sono strani; c’è ambiguità, superficialità, e non si è in linea con la tradizione dottrinale. Si contano sempre più le dichiarazioni rilasciate in occasioni colloquiali, nelle quali non si approfondisce, e si cede al “gioco al massacro” di portare l’intervistato dove vuole il giornalista. Ci si può guardare da tali pericoli, serve prudenza e una adesione a quello che è il ruolo del Sommo Pontefice, confermare nella Fede. Oltre a tali questioni di modo, ci sono anche perplessità sui contenuti dei messaggi, che sono esplose con Amoris Laetitia, la quale ha interpellato Valli in quanto fedele, il quale in una digressione ha parlato di alcuni aspetti della sua vita di fede: nato e cresciuto a Milano, si è assunto l’avventura di costruire una famiglia numerosa grazie al ruolo fondamentale delle catechesi di Giovanni Paolo II sul matrimonio cristiano. Si era tra gli anni ’70 e gli ’80, quando molti (più o meno come oggi) consigliavano di andare a convivere; Valli prese invece il rischio di andare controcorrente, sfidando anche i medici i quali, di fronte alla patologia della moglie, dissero di non fare figli.
Tale digressione fa capire quale sia l’importanza di avere dei maestri e cui fare riferimento nella verità, e tante gioie nella vita di Valli non sarebbero arrivate se Giovanni Paolo II non avesse parlato chiaro: non si può giocare con le parole, quando si hanno dei problemi. Amoris Laetitia ad una prima lettura non crea molti problemi, ma approfondendo si trovano delle perplessità nel capitolo VIII, nel quale si rintraccia la modalità espressiva “sì, ma anche”: va bene così, ma in fondo è il soggetto che decide di fronte a Dio qualità morale dell’atto. Questo soggettivismo porta l’uomo ad essere come Dio, a decidere al Suo posto, di autogiustificarsi. Il buon Josef Seifert segnala che si arriverebbe addirittura, nel discorso sulla retta coscienza, ad affermare che Dio può chiedere di fare un comportamento non in linea con la legge divina, in determinate circostanze: sotto questa ambiguità passa l’eresia.
Se un semplice fedele si accorge di ciò, cosa fare? Uscire allo scoperto, con massima umiltà e senza pose, schierandosi dalla parte della Verità della Fede, la quale va testimoniata senza cadere in contrapposizioni, ma alzando il livello dello scontro, il quale troppo spesso liquida tale posizione con un’etichetta o uno slogan.

Mons. Bux ha rintracciato i contenuti della confusione, che affonda le sue radici su equivoci e deformazioni riguardo 3 aspetti della Fede:
1- Chi è Gesù Cristo? È il Figlio di Dio fatto uomo per salvarci dal peccato, sollevandoci da una situazione di male, incarnandosi ha portato la salvezza dentro l’umano. Cominciare a credere in Gesù converte la vita, è perciò fondamentale da parte dei vescovi e dei sacerdoti parlare di Gesù e della salvezza che ci viene offerta nella Verità, invece di trattare temi politici e di attualità, i quali non competono loro. Molti esponenti delle gerarchie non hanno negato apertamente ed esplicitamente tutto ciò (al limite hanno pubblicato libri per un pubblico ristretto di intellettuali), ma c’è una letteratura su Gesù Cristo che ridimensiona portata epocale dell’evento cristiano, equiparandolo ad altri “personaggi religiosi”. Negli ultimi decenni il catechismo è stato distrutto: non c’è più un prontuario di domande e risposte chiare su ciò che c’è da sapere su Dio e la redenzione, su chi è Gesù (per molti bimbi è solo “un amico”).
2- Cosa è e a cosa serve la Chiesa? Per qual motivo Gesù Cristo ha fondato la Chiesa? Per far conoscere sé stesso e il messaggio salvifico a tutta l’umanità, rendendo discepole tutte le nazioni, perché nessun altro salva. Il paganesimo dell’epoca negava l’esclusività salvifica di Cristo: a ben guardare, c’erano moltissime “vie” e “salvatori”, ma solo Gesù è la via e il salvatore. Vorremmo sentir dire che senza Gesù non c’è salvezza, e annunciare ai 4 venti che non c’è altro nome nel quale si possa essere salvati. Solo in Cristo c’è riscatto dal peccato e trovano significato la morte e la sofferenza, attraverso la quale l’uomo salva sé stesso e il mondo. La Chiesa non è un’agenzia ONG che fa da concorrente all’ONU, all’UNESCO o quant’altro. Possibile che Gesù volesse ciò per la sua Chiesa? Questo non fa altro che confermare i lontani nella loro lontananza, perché passa il messaggio che vivono bene, e quindi sono confermati nella loro vita.
3- Qual è la natura della liturgia e del culto divino? I sacramenti si sono ridotti a cerimonie più o meno attraenti, ma così si è snaturato il loro senso. I sacramenti sono essenziali, sono “farmaco salvavita”, mezzi di salvezza: non solo Gesù ha predicato la salvezza, ma ha dato anche i mezzi. Sono amministrati come un patrimonio, che non va sperperato e, come i farmaci, hanno delle controindicazioni (si può commettere sacrilegio fruendone male) e dei modi d’utilizzo. Non sono utilizzabili da chiunque, in qualunque momento e in ogni circostanza. Non si è padroni dei sacramenti: essi appartengono a Dio, e nella liturgia non si può improvvisare. Cambiare la formula del sacramento implica renderlo invalido.

Un ultimo intervento ha riguardato il punto di vista dei relatori sulla Correzione Filiale. Per Valli, essa mette il dito nella piaga, è una iniziativa importante che dà voce e struttura filosofica e teologica alla confusione che vediamo. Sulla stessa linea si muove Bux, affermando che se ci riteniamo cattolici dobbiamo sapere cosa vuol dire essere tali, e dunque è necessario, in questi tempi di confusione, mettersi al lavoro per conoscere i contenuti della propria Fede.

Il prossimo incontro si terrà sabato 7 ottobre alle 17:15, sempre nella chiesa san Carlo Borromeo, e avrà come ospite Massimo Viglione.


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