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28 gennaio 2026

Vance (e Leone) alla March For Life

 di Paolo Maria Filipazzi

“Leone XIV e J.D. Vance camminano su percorsi paralleli. Cosa succederà? Si scontreranno? Saranno alleati? Entrambe le cose e nessuna delle due?”. Queste parole, tratte dalla conclusione del nostro libro Il Grande Risveglio. L’America da de Maistre a Charlie Kirk, sono oggi quanto mai di attualità. (Acquistabile qui e su tutti i maggiori negozi online)

Il 23 gennaio si è svolta a Washington D.C. la March for Life, cui papa Leone XIV, che già nel suo discorso del 9 gennaio al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede aveva parlato molto chiaro sul tema, ha inviato un messaggio di sostegno e incoraggiamento inequivocabile: “la protezione del diritto alla vita costituisce il fondamento indispensabile di ogni altro diritto umano”. Dopo aver ricordato che “una società è sana e progredisce veramente solo quando salvaguarda la sacralità della vita umana e lavora attivamente per promuoverla”, il papa ha esortato i manifestanti a “continuare a impegnarsi affinché la vita sia rispettata in tutte le sue fasi attraverso sforzi appropriati a ogni livello della società, compreso il dialogo con i leader civili e politici” e “a “marciare coraggiosamente e pacificamente a favore dei bambini non nati”, chiosando:“state compiendo il comando del Signore di servirlo nei più piccoli dei nostri fratelli e sorelle”.
Poche ore dopo il vicepresidente J.D. Vance rivolgeva alla folla dei manifestanti un memorabile discorso, che invitiamo a leggere per intero, nel quale, fra l’altro, ha annunciato la decisione dell’Amministrazione americana di interrompere i finanziamenti alle ONG che promuovono l’aborto.

Un passaggio, però, da far tremare i polsi è stato il seguente: Qualche tempo fa ho letto un articolo sull’archeologia classica, tra tutte le cose. E un particolare dettaglio mi ha colpito: uno dei segni rivelatori di un antico bordello nel mondo pagano era che nelle vicinanze si trovava sempre un gran numero di scheletri di bambini, molti scheletri di bambini; e quelle ossa appartenevano prevalentemente a maschi perché, a differenza delle bambine, quei maschi non sarebbero stati utili ai futuri adulti che gestivano quei bordelli. Ora, questo è scioccante per noi che siamo cresciuti in una cultura cristiana e siamo stati plasmati dai valori religiosi. Anche per quelli di noi che non sono particolarmente devoti, è una cosa scioccante da sentire. Ma ricordiamo che nell’antico mondo pagano, abbandonare i bambini era una pratica abituale. Dagli scheletri nei bordelli al sacrificio dei bambini dei Maya, il segno della barbarie è che trattiamo i bambini come inconvenienti da scartare piuttosto che come benedizioni da amare. Ma l’eredità della nostra civiltà è un’altra cosa: il fatto che, come ci dice la Scrittura, ogni vita è creata in modo meraviglioso e prodigioso dal nostro Creatore. La March for Life, amici miei, non è solo una questione politica. Per quanto importanti siano tutte queste questioni politiche, si tratta di decidere se rimarremo una civiltà sotto Dio o se alla fine torneremo al paganesimo che dominava il passato.”.

Su molte cose non possiamo nasconderci che Santa Sede e Casa Bianca appaiano ancora distanti, ma su ciò che è fondamentale, possiamo iniziare a rispondere ai nostri interrogativi: almeno questo pezzo di strada Prevost e Vance lo percorrono assieme.

 

31 marzo 2019

Fra politica e spirito. A Verona serve l'esorcista

di Amicizia San Benedetto Brixia
Nel suo articolo di venerdì 29 l’amico Giuliano Guzzo indicava tre ragioni sociologiche capaci di spiegare la particolare violenza scatenatasi attorno al Congresso di Verona: ragioni di tipo ambientale, economico e di potere.

Vorrei provare ad andare oltre nell’indicare la ragione della violenza. La linea fondamentale che vorrei tracciare è quella che separa il politico dallo spirituale, tale linea renderà ragione in maniera radicale di molti aspetti legati all’evento di Verona e all’odio che, come sciame di cavallette, si è abbattuto su di esso.

Che uno dei peggiori sintomi della crisi cristiana contemporanea sia la confusione tra politica e spiritualità lo aveva già detto, tra gli altri, Vittorio Messori e oggi ripartirei proprio da qui. Bisogna smetterla, se si vuole uscire dalla crisi, di mischiare il politico con lo spirituale. Come sempre nelle cose che riguardano il cattolicesimo e la Verità, nostro compito è quello di distinguere senza dividere. Distinguiamo i movimenti spirituali da quelli politici, pur sapendo che sono congiunti e che quelli usano questi come eminenti strumenti di azione sulla storia.

Chiediamoci: a Verona si sta giocando una battaglia spirituale o politica? 

La domanda si accende tanto più in quanto stupisce la nuvola d’odio piombata su organizzatori e simpatizzanti. Diciamocelo francamente: può un congresso che tratta di famiglia scatenare per via naturale e per ragioni meramente umane una tale furia? Una legione si è scagliata su Verona e sono curioso di vedere su quale branco di porci verrà dirottata (cfr. Mc5).

Nella citazione appena indicata è la risposta: non un motivo umano, ma un’azione sovrumana sta alla radice della sollevazione anti-familista. E’ nell’interesse stesso del Demonio sopprimere la famiglia, culla e culmen della vita umana. Torna quasi scontato citare il compianto mons. Caffarra nella sua relazione circa le confidenze di suor Lucia di Fatima:

“Spiega Caffarra: ho scritto a suor Lucia di Fatima... Inspiegabilmente, benché non mi attendessi una risposta, perché chiedevo solo preghiere, mi arrivò dopo pochi giorni una lunghissima lettera autografa… In quella lettera di Suor Lucia è scritto che lo scontro finale tra il Signore e il regno di Satana sarà sulla famiglia e sul matrimonio. «Non abbia paura, aggiungeva, perché chiunque lavora per la santità del matrimonio e della famiglia sarà sempre combattuto e avversato in tutti modi, perché questo è il punto decisivo”. (Vedi qui)

Certo, come dicevamo, le potenze dell’aria si servono poi di mezzi squisitamente mondani per compiere la propria missione e le ideologie politicamente corrette - ambientalismo, mondialismo e monetarismo - fanno da indovinato supporto ai piani del Maligno.
Ma chiarire quanto siano presenti la dimensione spirituale e la dimensione politica nella partita della famiglia è cruciale e aiuterà a focalizzare meglio un paio di questioni.

Anzitutto ci dispone a reagire in modo conveniente alle invettive dei rivoluzionari: non dobbiamo stupircene e dobbiamo impegnarci a combatterle anzitutto tramite la preghiera.
Questo rende conto delle raccomandazioni dei vescovi, che stanno raccomandando di usare modi di manifestazione convenienti. Non si tratti però solo di bon ton o di diplomazia: l’amore ai nemici e la preghiera per i nemici nel momento del loro estremo attacco è esattamente quanto ci ha lasciato Nostro Signore come arma nel momento del suo supremo vilipendio.

Ne risulta rivalutata anche la presenza del clero e dei cristiani alla manifestazione.
Molti pastori politicizzati non riescono a uscire dallo schema da barricate, interpretato secondo il gusto ecclesiale contemporaneo che si mostra affine a prospettive progressiste e sinistrorse (il che non mi scandalizza e non mi seduce: 60 anni fa eravamo su posizioni opposte e fra altri 50 non so immaginare come ci schiereremo). Per loro Verona è scandalo e intolleranza di un cattolicesimo oltranzista.
La lettura spirituale mostra un’altra via per i pastori: siano presenti, non per definire ipso facto una adesione partitica, ma per ricordare ai politici stessi che il loro operato riposa su un sostegno più profondo e per contribuire a purificare con le loro preghiere il clima politico-culturale. Vescovi, preti, frati e popolo di Dio devono marciare in Verona come in una processione e dire con la loro presenza un no a Satana e al suo ultimo attacco, prima che un sì a qualche politica.

Del resto, Dio a Verona sta a destra o a sinistra? Il santo Paolo VI ci chiarisce la situazione, con il piglio profetico che lo contraddistinse: il fumo di Satana è entrato nel Tempio di Dio. Ma il fumo, che a Verona sembrerebbe avere un focolaio importante nelle file culturali progressiste, si sparpaglia e non è certo facile contenerlo entro confini precisi. Il fumo del decadimento familiare nasce a sinistra ma è chiaro che ormai intride tanta parte della destra. Entra anche nella Chiesa sebbene non sia dalla Chiesa. A Verona dunque bisogna aprire gli occhi, per capire se chi parla parla da pastore o da lupo travestito.
Certo, in tanto odio e tensione, avviene anche un qualcosa di ulteriore: i veri servi di Satana (che non dico esser tali per scelta esplicita, ma per posizione di schieramento effettivo) stanno venendo tutti a galla. E questa è per noi occasione utile per fare meglio le nostre scelte future.

Un ulteriore appunto. Si parla di dialogo e di ponti. Mi sembra un buon consiglio, soprattutto alla luce del clima di scontro che pare nuovamente crescere nella nostra società. Anche qui però urge un distinguo. Sul piano politico dialogo e ponti sono auspicabili e possibili: si tratta di portare a intendersi uomini, cercando di mediare in modo ragionevole le loro posizioni. Ma, nella misura in cui al discorso politico si sovrapponga il tema spirituale, allora il dialogo diviene impossibile. Se il mio avversario politico non parla a un livello meramente umano, ma si fa portatore di una visione spirituale, allora entra in una dimensione in cui dialogare è impossibile: non c’è dialogo tra Dio e Satana, c’è solo tentazione da parte del secondo ed esorcismo da parte del primo. Lascio ad altri o ad altro momento di approfondire tale argomento. Anche in questo caso, mi auguro che i pastori ci guidino a leggere con intelligenza il fenomeno: in tal caso li seguiremo senza tentennamenti. Viceversa, se si scorda il piano spirituale con le sue leggi e ci si limita al piano politico, le raccomandazioni si faranno scipitamente diplomatiche, inevitabilmente poco vincolanti per la fede e poco convincenti per la ragione. E sarà peggio per tutti.

E questo è quanto mi è dato di capire su Verona, ed è il motivo per cui da cristiano sarò in preghiera e in marcia domenica mattina. Lasciando agli studiosi di completare le proprie analisi e ai politici di tentare strade concrete di risposta al male sociale che ci circonda, ma soprattutto ai pastori di pregare per arginare l’azione di satana contro la famiglia e l’intera umanità.



 

21 maggio 2018

Marcia Per la Vita. L'aborto non è (più) un dogma

di Francesco Filipazzi
(foto da Messainlatino.it)
Cosa lascia la Marcia per la Vita di quest'anno? Ormai sappiamo che la presenza massiccia di marciatori, si parla di 15 mila, pone l'evento italiano accanto alle grosse marce che si svolgono annualmente in tutto il mondo, ma il discorso non è solamente numerico. Il fatto che dopo 40 anni dall'approvazione della legge 194 ci sia ancora chi organizza e partecipa a decine di eventi in tutta la Penisola per contestare la legalizzazione dell'aborto, non è liquidabile con una scrollata di spalle, tanto più che sui media ormai l'argomento è tornato in auge. Nei mesi precedenti la Marcia, grazie prima alla campagna di Provita e poi a quello di CitizenGo, la voce dei prolife è risuonata forte e chiara, andando ben al di là della visibilità di quella che potrebbe avere un singolo manifesto. Non si può negare che l'aborto sia un nervo scoperto della società occidentale e che basti toccarlo per suscitare reazioni rumorose.

Apparentemente gli abortisti sono sulla difensiva e si stanno affrettando a snocciolare i soliti dati e le solite statistiche per dire che il numero di aborti sta diminuendo, che i pro life esagerano, si è passati da 200 mila all'anno a 80 mila. Posto che 80 mila aborti all'anno sono un'enormità (tenendo presente che anche uno solo è inaccettabile), questa diminuzione deriva dal fatto che si utilizzano molti più anticoncezionali, non preventivi ma "di emergenza", quindi abortivi, che oltre ad interrompere la gravidanza introducono nel corpo delle donne sostanze dannose e velenose. Ma a quanto pare, in questa modernità impazzita, la libertà della donna presuppone anche la libertà di avvelenarsi. Gli effetti dannosi degli anticoncezionali di ogni tipo sono noti e ne parleremo prossimamente.

L'aborto è quindi un tema di attualità che dovrebbe tornare nell'agenda dei politici nostrani, fra i quali ce ne sono  molti consapevoli dell'illiceità di leggi come la 194. Alla Marcia, per la cronaca, erano presenti Giorgia Meloni con una delegazione di sindaci di Fratelli d'Italia, Giancarlo Giorgetti, Lorenzo Fontana e Simone Pillon della Lega. Serve però un maggiore coraggio politico nel porre la questione.

A tale riguardo, è bene prendere come esempio ciò che sta accadendo negli Stati Uniti. Nel nostro ultimo libro, Fino alla fine del mondo, vagheggiavamo, forse sparandola grossa, l'idea di un Grande Risveglio spirituale  oltre oceano. Stando alla realtà, non è certo in corso un'ondata di religiosità fervente, ma sulla questione aborto i segnali sono molto positivi e in netta controtendenza con la storia degli ultimi decenni e con l'attualità europea.
Mentre in Europa si magnifica un'Islanda che avrebbe debellato la sindrome di Down, abortendo tutti i bambini che ne sono affetti, nello stato dell'Ohio è stata vietata, nel dicembre 2017, l'interruzione di gravidanza proprio laddove venga diagnosticata con analisi prenatali questa sindrome. In pratica è vietato l'aborto selettivo, pratica eugenetica. Visto che piacciono tanto i numeri, ricordiamo che l'Ohio ha 11 milioni e mezzo di abitanti e ospita un'economia fiorente e grossi centri industriali.
A marzo del 2017 in Texas è stata invece legalizzata la possibilità da parte del medico di mentire ad una donna riguardo eventuali malformazioni del feto, laddove ci sia la possibilità che questa abortisca. La corte suprema ha bloccato questa legge, che in realtà di per sé non è deontologica, ma è pur sempre un indicatore di un orientamento ben preciso. Il Texas ha 27 milioni e mezzo di abitanti ed un pil pro capite di 50 mila dollari.
Pochi giorni fa è stata poi la volta dell'Iowa, che ha abolito la possibilità di praticare l'aborto laddove sia stato ascoltato il battito del cuore. Non si tratta di un'abolizione totale, ma di un'azione in senso restrittivo, anch'essa indicatrice di una mentalità che negli Stati Uniti si sta facendo strada. L'Iowa ha poco più di tre milioni di abitanti.
L'azione più rumorosa è stata però messa in campo da Donald Trump, anch'essa pochi giorni fa. Il Presidente ha deciso di bloccare i finanziamenti, diretti e indiretti, alle cliniche che praticano aborti. Il provvedimento va a detrimento principalmente di Planned Parenthood, già duramente colpita dalla politica trumpiana. Anche in questo caso, non si tratta di abolizione dell'aborto, ma per lo meno si sancisce che non lo si debba praticare a spese del contribuente.
Questi sono segnali del fatto che negli Stati Uniti l'aborto non è più un dogma e che anzi può essere ridiscusso e, udite udite, talvolta anche proibito.

In Europa invece il quadro è ben peggiore, tanto che fra pochi giorni in Irlanda si terrà un referendum per la legalizzazione dell'aborto, potenzialmente fino al sesto mese, in una nazione che fino ad oggi si era preservata da questa bruttura. A meno di colpi di scena, l'esito sarà favorevole.

In Italia invece su questo argomento tutto tace a livello legislativo, ma sarebbe ora di porre la questione in sede parlamentare per iniziare ad invertire la tendenza e archiviare una pratica con la quale solo in Italia sono già stati soppressi quasi sei milioni di bambini, con grossi danni esistenziali anche per le donne che si sono sottoposte ad essa.

 

15 maggio 2018

Marcia per la Vita ed eventi collegati

Dunque ci siamo, la Marcia per la Vita si snoderà per le vie di Roma il 19 maggio. Il ritrovo è fissato per le 14 e 30 a Piazza della Repubblica. Link



Per chi volesse iniziare degnamente la Marcia, ricordiamo che alle ore 12, presso la Basilica dei Santi Vitale e Compagni Martiri in Fovea, in via Nazionale 194 (sempre nei pressi di piazza della Republica), sarà celebrata una Messa tridentina, in suffragio di Mario Palmaro.



Il 17 e il 18 maggio si terrà il Rome Life Forum (serve iscrizione), evento internazionale che quest'anno si occuperà di "Vera e falsa coscienza". Link



 

29 gennaio 2018

Francia. L'aborto divide ancora

di Fabrizio Cannone
Iniziamo dai fatti. Il 21 gennaio scorso si è tenuta a Parigi l’annuale Marcia per la vita. Alla Marcia aderiscono vescovi, prelati, sacerdoti, associazioni cattoliche, parrocchie, gruppi scout, etc. etc. Di solito viene richiesta e ottenuta la benedizione del Santo Padre.

Lo scopo della Marcia è quello di denunciare l’aborto, quell’atto che il Concilio Vaticano II, definisce assieme all’infanticidio, “crimine abominevole” (Gaudium et spes, 51). L’aborto è quell’azione che san Giovanni Paolo II ha detto doversi chiamare “omicidio”, volendo significare che non si tratta di qualcosa di essenzialmente diverso rispetto a ciò che compie un killer, un terrorista o un criminale comune (cfr. Evangelium vitae, 58).

Nei giorni immediatamente precedenti alla Marcia, un’associazione cattolica, il Movimento rurale della gioventù cristiana, ha emesso un comunicato in cui afferma di volersi “desolidarizzare” dalla Marcia per la vita, in quanto questa sarebbe portatrice di “messaggi di colpevolizzazione, di intolleranza e di odio”. L’associazione ecclesiale, nota e riconosciuta dalla Chiesa francese, afferma che bisogna difendere “il diritto fondamentale delle donne e delle coppie a ricorrere a un’interruzione volontaria della gravidanza”.

Viene in mente Giovanni Paolo II, il quale scriveva nell’enciclica sopra citata, che “Proprio nel caso dell’aborto si registra la diffusione di una terminologia ambigua, come quella di interruzione della gravidanza , che tende a nascondere la vera natura e ad attenuarne la gravità nell’opinione pubblica”.
Il Vescovo della diocesi ove sorge il Movimento cristiano filo-abortista, mons. Bernard Ginoux, è intervenuto con una certa veemenza, dichiarando che le posizioni espresse in quel comunicato sono “inaccettabili” e che il rispetto della vita è “incondizionato”. Ha pure aggiunto in una Lettera aperta che il Movimento rurale della gioventù cristiana, non può fregiarsi dell’appellativo di cristiano, viste le posizioni assunte.

Sembrerebbe che, malgrado tutto, la luce della verità abbia trionfato per una volta. E invece no.
Padre Arnaud Favard, che non è un parroco di periferia, ma il Vicario generale della Missione di Francia, ha espresso sul sito del celebre istituto religioso missionario, piena solidarietà non al Vescovo Ginoux, ma al Movimento rurale pro-aborto!

Queste le parole più significative di padre Favard: “La presa di posizione del MRJC ha qualcosa di fastidioso certo (…). Ma io la accolgo perché conosco l’ardore dei giovani del Movimento nel promuovere la vita nelle zone rurali abbandonate in nome delle metropoli e della competitività. Conosco il loro impegno per l’agro-ecologia e lo sviluppo sostenibile, per la pace e il disarmo, per l’educazione all’iniziativa e alla responsabilità. Io tendo loro la mano perché riconosco in essi qualcosa del sogno di Papa Francesco. Dei giovani cristiani che hanno l’odore delle pecore, che diventano ospedali di campagna per gli accidentati dalla vita (…). Se lo avessimo dimenticato, essi ci ricordano che l’ingiustizia e l’esclusione non evangelizzano nessuno”…

In nome quindi dell’odore delle pecore, dell’ospedale da campo, della pace, del disarmo e di Papa Francesco dovremmo ammettere ora l’aborto e l’eutanasia, i matrimoni gay e tutte le altre derive etiche della modernità? Ce lo dicano i teologi e i prelati più dotti di noi e al contempo più incarnati nella realtà sociale di oggi.

Pubblicato anche su Libertà e Persona


 

11 giugno 2017

Marcia per la Vita: non siamo soli contro tutti


di Anna Fagiolo

Il 20 maggio scorso si è svolta a Roma la VII Marcia nazionale per Vita, che ha sfilato da Piazza della Repubblica fino a Piazza Venezia: giunti davanti all'Altare della Patria tutti i partecipanti hanno ascoltato le testimonianze di uomini e donne che con la loro esperienza di vita si mettono in gioco personalmente e quotidianamente per difendere quella degli altri, altri che non hanno voce come i bambini non nati. In altre sedi si è scritto per filo e per segno come si è svolta la giornata, per cui anziché fare l’ennesimo resoconto, si vuole proporre una riflessione a riguardo.

Viviamo in tempi assurdi, in cui è diventato difficile poter parlare di cose semplici fino a pochi anni fa evidenti: quando un concetto elementare come quello di rispetto della vita umana deve essere difeso così strenuamente vuol dire che in un qualche momento della storia il mondo ha perso. Quando non è più un fatto istintivo, naturale e ovvio proteggere un bimbo nel grembo della madre, il mondo ha perso. Ha perso il significato che si deve dare alla Vita, il valore profondo dell’esistenza di ognuno che va al di là di quanto può essere calcolato esternamente. Oggigiorno sentiamo ripetere ovunque che se una donna rimane incinta in seguito a uno stupro deve avere il diritto di uccidere suo figlio; se una donna sa che suo bimbo nascerà menomato, o con qualche possibilità che sia malato, deve avere il diritto di non farlo nascere affatto; se una donna non è pronta a prendersi la responsabilità di una nuova vita deve avere il diritto di disfarsi di quel peso. I pro-choice fanno un gran parlare di libertà di scelta, ma dimenticano un piccolo sebbene cruciale dettaglio: la vita della quale si discute non è quella della donna, ma del bambino, e nessuno può sapere che cosa lui o lei vorrà farne finché non nascerà e non imparerà quantomeno a parlare. La libertà di scelta del bambino non viene minimamente calcolata.

Fortunatamente c’è chi si batte per ricordare alle coscienze tutto questo, per smuovere gli animi e riaccendere il sano desiderio della Vita, ed è quello che fanno coloro che marciano ogni anno sotto il sole e la pioggia sacrificando tempo, denaro e fatica. E non si tratta solo di uomini e donne adulti o anziani (come spesso si pensa o si sente dire), ma anche di giovani, che si spendono per organizzare, informare e partecipare con entusiasmo, l’entusiasmo proprio di chi ha speranza e voglia di costruirsi un futuro in una società che non voglia uccidere se stessa.

Far credere di essere soli contro tutti è una strategia infida per minare la determinazione di chi prende una posizione. Con eventi come questo della Marcia, però, possiamo benissimo renderci conto che non siamo soli, non siamo pochi, non siamo deboli, e possiamo cambiare le cose in modo positivo e, nonostante tutto, sempre con il sorriso sulle labbra. La particolarità di tutte le persone che hanno sfilato è la loro allegria, la stessa allegria che vediamo in ogni bambino che viene al mondo.

https://labaionetta.blogspot.it/2017/06/lettera-dal-fronte-marcia-per-la-vita.html

 

21 maggio 2017

Due Italie in marcia. Una sola per il futuro


di Giuliano Guzzo

In un primo momento ho pensato si trattasse di una coincidenza fortunata, ma mi sbagliavo: il fatto che ieri, nello stesso giorno, si siano tenute due manifestazioni – a Roma quella per la vita, a Milano quella per l’accoglienza dei migranti – è stato un bene, direi quasi una benedizione. Sì, perché chiunque non abbia i paraocchi è stato così messo nelle condizioni di osservare come oggi convivano, entro gli stessi confini, due Italie distinte e distanti. La prima è l’Italia di famiglie tra famiglie, la seconda quella dei politici tra persone straniere; da una parte mamme, papà e giovani tra mamme, papà e giovani col loro stesso amore per la vita; dall’altra Beppe Sala, Gad Lerner con abbronzatura da yacht club ed Emma Bonino tra gente con la loro stessa diffidenza per gli italiani.

I veri sostenitori dell’accoglienza degli immigrati più indifesi, sia chiaro, però non sfilavano a Milano, bensì a Roma. Per un bambino non italiano, oggi, il posto meno sicuro non sono infatti i barconi o le città governate dalla Lega dell’odiato Salvini, ma il ventre materno. Non lo dico io, ma i numeri: gli stranieri sulla nostra penisola sono l’8,3 per cento della popolazione, ma oltre il 30 per cento degli aborti, in Italia, risulta a carico di donne straniere (cfr. Relazione del Ministero della Salute sull’attuazione della Legge 194, 7.12.2016, p.2). Vuol dire che per un immigrato, da noi, è molto più facile manifestare per strada, che venire al mondo. Si ringrazino dunque le famiglie che, senza supporti istituzionali rilevanti – e, loro sì, nella quasi clandestinità mediatica -, ieri hanno sfilato contro il nostro vero muro culturale: l’abortismo.

C’è inoltre un secondo aspetto per cui vanno ringraziati i partecipanti della manifestazione di Roma, è cioè il fatto che sono i soli, ieri, scesi in piazza per il futuro dell’Italia. La mancanza di nuovi nati è infatti il vero problema emergenziale dell’Italia, non certo quella dei «nuovi italiani» che – checché ne dicano i soliti noti – non costituiscono affatto una manna per il nostro Paese. Ancora una volta, non sono pensieri in libertà da parte del sottoscritto, bensì considerazioni esposte in modo inattaccabile da demografi come Gian Carlo Blangiardo Docente all’Università di Milano Bicocca, i quali da anni, purtroppo inascoltati, denunciano la rapidissima occidentalizzazione degli stili di vita delle comunità straniere, trascinate anch’esse nel vortice della denatalità.

I soli ad averlo capito, oltre agli studiosi, sono quanti ieri hanno manifestato per la vita; perché se da una parte l’abortismo è solo contro la vita, dall’altra l’essere per la vita è molto di più del pur doveroso antiabortismo. Significa aver capito che col bambino non ancora nato non è a rischio solo il futuro di una madre o di una famiglia, ma di un Paese. Tutto questo, ai cervelloni che ieri hanno sfilato a Milano, chiaramente non interessa. In particolare, a loro non interessa il futuro di un’Italia che, benché accolga molti più stranieri di quanti ne avrebbero diritto (nel 2016 lo stato di rifugiato è stato riconosciuto a 4.940 persone su 123.000 richiedenti), sarebbe ancora poco tollerante, cattiva, chiusa. Ma i sorrisi e i colori che ieri hanno invaso Roma fortunatamente testimoniano un’altra verità e, soprattutto, raccontano un’altra Italia.

https://giulianoguzzo.com/2017/05/21/due-italie-in-marcia-una-sola-per-il-futuro/
 

15 maggio 2017

«La gloria di Dio è l’uomo vivente»: considerazioni teologiche sulla cultura della vita/02


di Francesco Del Giudice

Col primo articolo di questa rubrica abbiamo iniziato un lungo cammino di approfondimento teologico sulla cultura della vita e la cultura della morte in vista del più grande evento pro-life italiano, la Marcia per la Vita 2017, cercando di capire meglio – pur essendo coscienti dei nostri limiti e difetti – il perché la Chiesa Cattolica fin dalla sua fondazione difenda e promuova la vita dal concepimento fino alla morte naturale. Abbiamo preso avvio dal I Libro della Bibbia, il Genesi, analizzando il giudizio che Dio dà alla creatura che, tra le innumerevoli da lui create, compresi gli Angeli, ha scelto per essere sua gloria; oggi cercheremo di capire meglio cosa ha significato per tutta l'umanità l'Incarnazione di Nostro Signore Gesù Cristo, vale a dire cosa ha comportato l'irrompere reale, storico, fattuale, carnale dell'infinito nel finito creaturale che era stato ferito dal peccato originale. Parliamo oggi dell'Incarnazione perché, nei nostri articoli, abbiamo privilegiato l'andamento cronologico della Storia della Salvezza così come Dio ce l'ha voluta rivelare: le prossime puntate, dedicate tutte al mistero di Cristo e della Chiesa, Suo Mistico Corpo, verteranno pertanto a) sul matrimonio, in quanto Cristo ha voluto istituire il sacramento del matrimonio agli albori della sua predicazione, cioè al momento della sua manifestazione in Cana di Galilea; b) sulla Passione – Morte – Risurrezione – Ascensione al Cielo di Cristo; seguiranno due approfondimenti dedicati alla cultura della morte.

«Nella pienezza del tempo» l'arcangelo Gabriele fu inviato da Dio alla Vergine Maria per chiederle se accettava di essere, per opera dello Spirito Santo, la Madre del Figlio Eterno del Padre: quel 25 marzo in Paradiso non si pensava che a questo in quanto il divino decreto eterno che avrebbe salvato dall'inferno tutta l'umanità, aprendole il cielo serrato a causa del peccato originale, aveva bisogno della libera risposta di una fanciulla di circa 15 anni, residente a Nazareth, uno sperduto villaggio della Galilea. Già l'incipit della narrazione, «nella pienezza del tempo», è foriera di innumerevoli riflessioni ed approfondimenti teologici ed antropologici: basterebbe solo pensare al fatto che l'Incarnazione non è avvenuta né un attimo prima né un attimo dopo, non in un momento casuale ma in un momento di pienezza benché mancasse all'epoca ogni conforto tecnologico che noi riteniamo indispensabile per poter dire di vivere pienamente la nostra vita. Riflettiamo mai sulla gravità e sull'importanza di queste quattro (dicesi 4) parole? Eppure dovremmo farlo perché a partire da quella pienezza del tempo noi abbiamo ricevuto grazia su grazia; per Dio infatti ogni singolo secondo del tempo da lui creato, anche quando non c'erano uomini sulla terra, ha un valore elevatissimo: con l'Incarnazione, rivolta essenzialmente agli uomini (benché abbia riguardato tutta la creazione, compresi gli angeli decaduti che – non dovremmo dimenticarlo mai!!! – sono sottomessi per la loro stessa natura al creatore di tutte le cose), hanno capito definitivamente che non esiste più né il tempo ciclico, tipico delle culture pagane ma anche delle concezioni moderne che osannano l'oroscopo, né il caso (Darwin non sarebbe d'accordo ma peggio per lui) in quanto ogni cosa è stata fatta in vista di Cristo, vero centro e signore della storia.

Nulla è fatto a caso in quanto Dio si prende cura di ciascuno di noi in ogni singolo secondo della nostra vita, compreso il nostro sonno, continuamente quanto misteriosamente. Ma, attenzione, Dio riesce anche a “gerarchizzare” il tempo in quanto vede ogni cosa ricapitolata in Cristo: come infatti ogni cosa è stata fatta/creata per mezzo di Cristo, così ogni cosa torna al Padre per mezzo di Cristo. Ma se Cristo non si fosse incarnato il piano della salvezza sarebbe stato, per così dire, monco: come ha giustamente affermato Sant'Agostino, infatti, non ci sarebbe nessun vantaggio per noi ad essere nati se Cristo non ci avesse redenti. Il semplice affermare che il tempo è, per la sua stessa natura, una dimensione quantitativa su cui prevale tuttavia la dimensione qualitativa ma indipendente dai nostri moderni pareri di valutazione della qualità della vita, ci porta a concludere che agli occhi di Dio, e dunque della Chiesa, un embrione appena creato e poi misteriosamente abortito naturalmente (anche nei casi in cui i genitori non se ne sono accorti) sia identico, tranne che per la mancata ricezione dei sacramenti, ad una persona morta centenaria.

C'è di più. La dignificazione dell'uomo fin dal suo concepimento, infatti, oltre che per le considerazioni fatte in precedenza, passa e dipende dall'Incarnazione di Cristo. Qui è opportuno ricordare un principio già espresso nel I articolo di questa rubrica: la grazia nulla toglie alla natura ma, anzi, la eleva: oltre alle verità rivelate (incomprensibili per sola ragione, sebbene se ne possa assaporare e considerare la loro ragionevolezza) ci sono infatti alcune verità naturali, valide per tutti gli uomini, che però assumono una connotazione diversa, elevata per l'appunto, se viste con gli occhi della fede. Le riflessioni sull'Incarnazione sono moltissime tra cui un aspetto che oggigiorno, in tempi in cui si esalta la determinazione del singolo, non mi sembra venga messo in giusta evidenza: il semplice fatto di aver accettato la libera scelta di una fanciulla, ci fa capire quanto Dio rispetti ed ami l'uomo in quanto ha messo nelle sue mani (anzi: per essere più precisi nelle mani di una donna) la condizione imprescindibile alla redenzione della medesima umanità. Ma c'è di più. Molto di più. E grandissimi Santi prima delle misere parole del sottoscritto si sono posti queste domande che ancora oggi affascinano ogni credente: una fra tutte, cosa ha significato l'Incarnazione? Come anche: cur Deus Homo? Perché Dio si è fatto uomo?

Cos'è l'Incarnazione? Cosa ha comportato il fatto che l'Essere perfettissimo e immenso (perché non dimentichiamolo: Gesù Cristo era-è-sarà sempre il Figlio di Dio, II Persona della Santissima Trinità e dunque Dio come il Padre e lo Spirito Santo: io e il Padre siamo una cosa sola) abbia deciso di entrare nel tempo, nello spazio, nel dolore, ed in ogni aspetto dell'umana vita? Ci fermiamo mai a pensare al fatto che Cristo, assumendo la natura umana, ha assunto ogni singolo aspetto di essa per poterla interamente redimere? Pensiamo mai al fatto che tutto ciò che è stato assunto è stato redento, e che dunque ciò che non sarebbe stato assunto non sarebbe stato redento? Non si tratta di giochi lessicali o di questioni teologiche di lana caprina (come si suol dire, ma erroneamente: disquisire sul sesso degli angeli) bensì di una realtà con cui ciascuno di noi ha a che fare ogni giorno in quanto appartenenti al genere umano: se Cristo infatti non avesse redento l'intera umanità (e quindi anche la natura umana nella sua interezza) avrebbe compiuto un atto imperfetto rendendo vana l'intera Redenzione e non permettendoci di entrare in Paradiso!

L'Incarnazione di Cristo è (stata) un fatto reale, un avvenimento come sottolineato da Mons. Giussani e ribadito Benedetto XVI in diverse occasioni del suo Magistero, talmente reale da aver preso carne e sangue. Sebbene sia un linguaggio a noi poco usuale, è lecito dire che: Iddio si sia fatto embrione; è vissuto nel segreto del seno della Vergine Maria per 9 mesi; è nato (sebbene con un parto miracoloso che ha preservato la Verginità di Maria); ha avuto fame e sete; ha avuto bisogno del cambio dei pannolini come tutti i bambini; ha giocato e riso; ha pianto e sofferto; ha camminato ed è caduto; ha lavorato e pregato; etc. Come accennato sopra, non c'è nulla di propriamente umano che Gesù Cristo non abbia fatto né vissuto giacché, come afferma genialmente San Gregorio Nazianzeno «ciò che non è stato assunto, non è stato guarito».

Il Figlio, Verbo Eterno del Padre, per mezzo dell'Incarnazione per opera dello Spirito Santo, ha assunto la natura umana alla sua persona divina nella sua interezza, fuorché nel peccato(1) per poter ricondurre l'umanità, come anche la creazione, redenta, al Padre per mezzo del sacrificio della croce che ha espiato sia il peccato originale che tutti i peccati degli uomini da Adamo fino alla fine dei tempi. Senza Incarnazione non ci sarebbe stata Resurrezione: senza Presepe non ci sarebbe stato il Golgota(2).

L'Incarnazione non va vista solamente dal punto di vista dell'assunzione della natura umana da parte di Cristo, ma anche dal punto di vista dell'uomo: se Dio nobilita l'umanità, vuol dire che l'umanità guadagna una nuova dignità. Ma in cosa consiste questo mirabile scambio di doni (come recita il Prefazio della Messa della Notte di Natale)? Nel fatto che Gesù Cristo da ricco che era, si fece povero per arricchire noi con la sua povertà (cfr. 2Cor 8,9). E per capire nel miglior modo possibile questo profondo mistero, conviene riportare per intero il Canone 460 del Catechismo della Chiesa Cattolica:

Il Verbo si è fatto carne perché diventassimo «partecipi della natura divina» (2 Pt 1,4): «Infatti, questo è il motivo per cui il Verbo si è fatto uomo, e il Figlio di Dio, Figlio dell'uomo: perché l'uomo, entrando in comunione con il Verbo e ricevendo così la filiazione divina, diventasse figlio di Dio»3. «Infatti il Figlio di Dio si è fatto uomo per farci Dio»4. «Unigenitus [...] Dei Filius, Suae divinitatis volens nos esse participes, naturam nostram assumpsit, ut homines deos faceret factus homo – L'unigenito [...] Figlio di Dio, volendo che noi fossimo partecipi della sua divinità, assunse la nostra natura, affinché, fatto uomo, facesse gli uomini dei»(5).

Dal momento che Dio si è incarnato, ogni cosa propriamente umana è stata elevata ancor di più del già essere stata creata ad immagine e somiglianza di Dio: è stato nobilitato il suo corpo e la sua ragione ma non dobbiamo avere paura di dire che sono state nobilitate anche le sue feci come anche il suo seme in quanto, non smetteremo mai di ripeterlo, tutto ciò che non fosse stato assunto non sarebbe stato redento. Cristo dunque ha redento, nobilitandolo, il riso(6) e la tristezza, la gioia ed il dolore, il mangiare ed il bere, il dormire e il camminare, l'essere embrione come l'essere cadavere(7), l'avere una famiglia ed il lavoro, il giocare ed il predicare, e così via.

Benché feriti dal peccato, siamo dunque nobili. E lo siamo, per così dire, per diritto e per conquista: per diritto in quanto Dio non ha mai ritirato la sua benedizione dall'uomo; per conquista perché Cristo ci ha comprati a caro prezzo. L'Incarnazione, primo atto della Redenzione, mette insieme queste due caratteristiche che noi dovremmo sempre cercare di comprendere quanto più possibile ricordandoci inoltre che noi siamo dei anche perché, se viviamo in grazia, inabita in noi la Santissima Trinità: non rattristiamo dunque lo Spirito Santo che è in noi e ringraziamo continuamente Dio per la sua infinita misericordia giacché quando eravamo ancora peccatori ha chiesto alla Vergine di essere Madre del Verbo Incarnato.

Guardiamo a Maria, «umile ed alta più che creatura», per poter contemplare, come ha fatto Lei stessa durante tutta la vita di Cristo, la profondità e la grandezza del mistero della natura umana che il Figlio ha unito alla sua Persona per mezzo dell'Incarnazione.

https://labaionetta.blogspot.it/2017/05/lettera-dal-fronte-la-gloria-di-dio.html

1- È bene ricordare, in questi tempi in cui dilagano espressioni semi-ariane, che Cristo ha 2 Nature, l'umana e la divina, distinte ma non confuse tra loro, unite indissolubilmente per l'Incarnazione (unione ipostatica: stesso discorso vale per le volontà) nell'unica Persona Divina di Cristo: per questo egli è vero uomo e vero Dio. Anticipando il prossimo articolo, conviene notare che l'unione ipostatica non si è conclusa con la Redenzione ma perdura tutt'oggi: dopo la Resurrezione infatti Cristo non ha abbandonato il suo corpo, ma l'ha riavuto/ripreso già glorificato (cosa che per gli uomini di tutti i tempi avverrà nell'ultimo giorno, al momento della sua seconda venuta. Notiamo inoltre che il corpo risorto di Cristo è il suo vero corpo, come afferma la liturgia pasquale, ed è si glorioso (può non usare le porte per entrare in una stanza, scompare e riappare, etc) ma è altresì un vero e proprio corpo tant'è che Cristo dopo la Resurrezione ha avuto fame ( scegliendo anche cosa-dove-con chi mangiare mostrando anche gusto ed appetito: Gesù stesso ad esempio prepara da mangiare per se e per i discepoli, segno anche carnale di fame), ha camminato con i discepoli di Emmaus e gli Apostoli che lo hanno potuto toccare, etc.
2- In molte rappresentazioni presepiali, come anche in diversi dipinti sulla Natività o la Santa Famiglia, sono presenti elementi che rimandano alla Passione, a volte addirittura delle croci. La cosa, che a prima vista potrebbe essere erronea, è invece una verità di fede profonda: Cristo, in quanto Dio, sapeva benissimo fin dall'Incarnazione che avrebbe patito il supplizio della Croce. Sant'Alfonso Maria dÈ Liguori ha mirabilmente espresso questa verità nell'ultima, come anche sconosciuta oggigiorno, strofa del Tu scendi dalle Stelle: «Tu dormi o Ninno mio, ma intanto il Core / Non dorme no, ma veglia tutte l'ore: / Deh mio bello e puro Agnello, / A che pensi dimmi Tu? / O Ammore immenso, / “A morire per te”, rispondi, io penso».
La moderna cristologia, meglio conosciuta con il nome di cristologia dal basso, invero, propone una lettura antitetica a quanto da noi affermato poc'anzi in ossequio al Magistero bi millenario della Chiesa: in poche parole, per questa teoria ampiamente diffusa e propagandata persino nei seminari pontifici, Gesù non sapeva di essere Dio e ciò che noi leggiamo nei Vangeli sono una (ri)lettura post-pasquale della vita di Gesù, periodo in cui egli prende sempre più coscienza del suo essere Dio.
3- Sant'Ireneo di Lione, Adversus haereses, 3, 19, 1: SC 211, 374 (PG 7, 939).
4- Sant'Atanasio di Alessandria, De Incarnatione, 54, 3: SC 199, 458 (PG 25, 192).
5- San Tommaso d'Aquino, Officium de festo corporis Christi, Ad Matutinas, In primo Nocturno, Lectio 1: Opera omnia, v. 29 (Parigi 1876) p. 336.
6- È molto interessante notare come per i santi, l'allegria è sinonimo di beatitudine: San Giovanni Bosco spiegava ai suoi giovani che «noi facciamo consistere la santità nello stare sempre allegri»; San Tommaso d'Aquino ha scritto sull'eutrapelia, vale a dire la buona allegria, ed è noto il titolo di un'opera di Chesterton, la cui Causa di Canonizzazione è in corso, La serietà non è una virtù.
7- Ci sia permessa questa terminologia molto semplice.
 

17 aprile 2017

«La gloria di Dio è l’uomo vivente»: considerazioni teologiche sulla cultura della vita/01

di Francesco Del Giudice

Iniziamo oggi una piccola rubrica di riflessione teologica che ci guiderà alla partecipazione della prossima Marcia per la Vita che si terrà a Roma il 20 Maggio 2017. Gli articoli cercheranno di rispondere sulle ragioni dell'impegno della Chiesa Cattolica in favore della vita analizzando la questione sia da un punto di vista scritturale, teologico, magisteriale e di “prassi” tradizionale. Speriamo di aiutarvi a comprendere almeno in parte questo grande mistero ed ad invogliarvi a partecipare alla Marcia, coscienti di gridare al mondo un sonoro SI alla Vita.
Attenzione: gli articoli contengono argomenti ed espressioni tipicamente cattolici.

Lunedì 27 Marzo sono stati diffusi i dati sul consumo in Italia delle cosiddette pillole del giorno dopo considerate e propagandate dai media come anche dall'AIFA non come farmaci abortivi bensì come contraccettivi di emergenza. La pubblicazione di questi dati è stata l'occasione per una riflessione, spontanea quanto profonda, sul significato ed il valore della vita e della cultura della vita cui si contrappone, ovviamente, la cultura della morte di cui parlava a tamburo battente San Giovanni Paolo II: queste riflessioni, di natura teologica, nascono anche dal fatto che, ahinoi, anche buona parte della élite della Chiesa (intesa sia come gerarchia ecclesiastica che come laicato impegnato socialmente) non approfondisce, e forse neanche conosce, la grandezza del mistero della vita accontentandosi di riproporre asetticamente gli enunciati della dottrina relativi al V Comandamento.

Non meravigliamoci di quanto ho appena detto in quanto pochi giorni prima della pubblicazione dei dati di cui sopra è venuta a galla una sordida vicenda che ha riguardato l'Università Cattolica di Lovanio (in Belgio, fino a pochi anni fa tra i massimi Istituti culturali di tutta la Chiesa Cattolica): un docente di filosofia avrebbe proposto agli studenti un suo testo sulla vita, riproponendo (ma in chiave strettamente filosofica) la definizione della Chiesa sull'aborto quale «uccisione di un innocente» e «gravissima colpa in quanto l'innocente è anche indifeso»: il professore è stato sospeso per incitamento all'odio ed altre amenità varie ed il dibattito si è animato sempre più in Belgio con marce spontanee in favore della vita ma anche con interventi a mezzo stampa da parte di tutti gli attori coinvolti. Se non fosse chiaro, il professore è stato sospeso dall'insegnamento da un'Università Cattolica per aver espresso in quella sede le medesime posizioni del Catechismo della Chiesa Cattolica; similmente dobbiamo segnalare i numerosi distinguo ed i comunicati ambigui e dai toni irenistici della Conferenza Episcopale belga che sembrano condannare il professore per il suo intervento pur ammettendo che le affermazioni formano parte del patrimonio di fede dei cattolici.

Come potete vedere, la confusione regna sovrana anche in campo cattolico: non ne godiamo, ovviamente, giacché «un nemico ha fatto questo», ma d'altro canto è nostro dovere «giudicare i segni dei tempi» che ci si pongono dinanzi. Fedeli alla Parola di Dio («vagliate tutto, trattenete ciò che è buono») dobbiamo denunciare ma anche riproporre in maniera decisa e sempre più chiara la sana dottrina in questi tempi in cui, sempre con le parole di San Paolo, si fa presto a dare retta a delle favole.

Chiedendovi perdono per questa lunga introduzione passiamo ora a vedere da dove sgorga l'impegno in favore della vita (dal concepimento alla morte naturale, utilizzando il linguaggio appropriato) profuso nel corso dei secoli dalla Chiesa Cattolica: sarà un'analisi teologica e scritturale che potrà anche non essere condivisa da quanti non si riconoscono figli della Chiesa, ma sarà altresì motivo di approfondimento della tematica per tutti i cattolici che – speriamo – saranno invogliati a compiere la loro missione di sale della terra e luce del mondo con la consapevolezza di possedere un carattere peculiare (anche) quando si parla di vita e di morte. La difesa della vita è secondo la Chiesa un tema comune a tutti gli uomini, che fa riferimento cioè al diritto naturale inscritto nel cuore di ogni uomo ma è altrettanto vero che i cattolici hanno il dovere di sostenere queste battaglie con un quid in più, vale a dire anche da un punto di vista della propria fede: non dimentichiamo infatti che, come afferma San Tommaso d'Aquino, «la grazia non toglie nulla ma [tutto] perfeziona». Ovviamente come è possibile fare una riflessione teologica sulla cultura della vita, è altrettanto vero che è possibile parlare teologicamente della cultura della morte: gli argomenti in ballo sono molteplici e su ognuno dovremmo e potremmo parlare per settimane: per facilitarvi la lettura e la comprensione, pertanto, spezzetteremo gli argomenti in diversi articoli.

Tutto parte dalle origini, e non potrebbe essere altrimenti: al culmine della creazione, da intendere sia cronologicamente che gerarchicamente, Dio crea la prima coppia di uomini, Adamo ed Eva, affermando che essi sono «cosa molta buona» aggiungendo un aggettivo qualificativo assente nel giudizio su tutto il mondo fisico creato precedentemente («e Dio vide che ciò che aveva fatto era buono»). Fin dalle origini dunque, la vita umana ha agli occhi di Dio un carattere peculiare che non verrà revocato neanche dopo il peccato originale benché il Signore preannunci sofferenze e guai di ogni tipo: è doveroso sottolineare questa cosa in quanto oggigiorno, anche tra i cattolici, non è così chiaro che la vita umana abbia un valore intrinseco ed originario, vale a dire per il semplice fatto di essere. Poiché l'uomo è molto buono, inoltre, è facilmente intuibile perché solo a lui (neanche agli angeli, tanto per fare un esempio) Dio abbia dato il compito di soggiogare la terra, di dare il nome agli animali e di disporre di ogni erba e frutto che è nel Giardino. Non dimentichiamo, poi, che l'uomo è creato «ad immagine e somiglianza di Dio» cosicché, ancora oggi, qualsiasi essere umano che viene alla luce ha un valore sacro agli occhi di Dio ed è per lui perfetto in se stesso, a prescindere da “come è fatto”: noi non lo sappiamo (lo possiamo solo intuire) ma Dio conosce perfettamente il perché ci sono uomini più o meno alti, più o meno magri, biondi o mori, con voce rauca o squillante, portatori di handicap o sani, etc. Anche molte differenze tra gli esseri umani derivano dalle conseguenze del peccato originale – e su questo non ci devono essere dubbi al riguardo – ma permanendo il carattere di molto buono e di immagine e somiglianza con Dio (il quale ama le sue creature dello stesso amore che ha una madre per frutto del suo grembo) dobbiamo sforzarci sempre di vedere il nostro prossimo con gli occhi di Dio, che considera ogni essere umano perfetto e preziosissimo ai suoi occhi per il semplice fatto che esista (cui si sommerà in seguito il valore redentivo del Mistero del Verbo Incarnato che fa si che, citando Sant'Ireneo di Lione, «gli uomini possano diventare dei»).

Il semplice richiamo alla creazione delle origini (sebbene il compimento della Rivelazione da parte di Cristo porta con se nuove verità ancor più profonde) ci aiuta a capire meglio il perché la Chiesa oltre a condannare l'aborto e l'omicidio combatta da sempre ogni commercializzazione e la monetizzazione del corpo umano, insistendo a porre come virtù cardine della vita di tutti gli uomini la pudicizia e la castità. Facciamo un esempio lampante: un uomo, anche se non legato da nessun vincolo o voto, che guardi con desiderio spasmodico ogni donna che gli capita a tiro (buttando gli occhi su altre parti del suo corpo, più o meno in bella vista, diverse dal suo viso) difficilmente potrà capire e vivere il mistero che dicevamo prima in quanto non riuscirà a guardare quella sua sorella con gli occhi di Dio ma solamente con quelli della carne. Similmente, una donna che farà di tutto per mostrare il proprio corpo (ed oggigiorno non è difficile né da immaginare né da vedere per strada) non solo potrà essere occasione di peccato da parte di un suo fratello ma percepirà se stessa come mera carne, senza cioè quel carattere di immagine e somiglianza con Dio proprio della sua essenza. Ovviamente questi sono frutti della concupiscenza, cosicché sarà possibile per chiunque vivere in castità principalmente per mezzo della vita di grazia (cosa valida anche per i viziosi, il cui problema potrebbe dipendere da eventi e convinzioni pregresse una vita di fede degnamente vissuta) ma di certo l'esercizio della temperanza e delle altre virtù in giovane età aiuterà a piegare la volontà di ciascuno creando così un abito di pudicizia e purezza.

Ma proviamo a spingerci oltre, e concentriamoci nuovamente sul problema che ci siamo posti dinanzi. Abbiamo detto che Dio, anche dopo il peccato originale, non rinnega la sua parola benché condanni l'uomo (o, meglio: dia all'uomo la pena consona al suo errore) ad una esistenza da vivere in una valle di lacrime: egli infatti non solo promette che la stirpe della donna schiaccerà la testa al serpente ma si fa prossimo delle sue creature mostrandosi o come giudice giusto (come nel caso del diluvio in cui la stirpe umana non è distrutta ed il mondo ripopolato per mezzo dell'Arca) ma anche come un tenero padre per mezzo dei patti di alleanza, prima con Noè e poi con Abramo, che – attenzione! – è sempre Dio a proporre per primo, rivelando così il suo amore sconfinato per le sue immeritevoli creature ed accettando anche la libera scelta dell'uomo di non corrispondervi. L'Antico Testamento rimanda spesso a questa dicotomia dell'uomo: egli è «concepito nel peccato» ma è anche «gloria di Dio». Non per nulla Davide, nel Salmo 8, chiede a Dio «che cosa è l'uomo perché te ne ricordi, e il figlio dell'uomo perché te en curi?» dopo aver osservato le meraviglie della natura cui l'uomo non sembra si possa paragonare e la risposta di Dio, per mezzo delle parole di Davide, è sconvolgente in quanto afferma che «eppure l'hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato [...] tutto hai posto sotto i suoi piedi».

Quando sentiamo proclamare questi passi della Parola di Dio sentiamo anche noi vibrare le corde più profonde della nostra anima come accadde a Davide mentre scriveva questa suo dialogo con il Signore? Contempliamo anche noi la grandezza di ogni essere umano andando oltre il dato puramente materiale? Riflettiamo che Dio ci ha coronato di gloria e di onore, attributi che sono Suoi e che da noi stessi non possiamo neanche minimamente immaginare?

Ci poniamo queste domande? O siamo dell'idea che l'uomo è un essere autosufficiente, adulto, autoreferenziale e dominatore del mondo? Similmente, ci ricordiamo della nostra relazione e dipendenza assoluta con Dio, come anche della partecipazione di ogni uomo al Suo essere, durante un malattia o una desolazione spirituale? E dinanzi ad una rara bellezza (utilizzando il linguaggio biblico) riusciamo a trascendere il dato puramente carnale ed effimero di tale innegabile splendore? Siamo pronti, noi uomini, ad esempio, a guardare una donna in lingerie con lo stesso sguardo con cui ne osserveremo un'altra avvolta da uno scialle coprente? Saremmo certi di poter trascendere il dato materiale per poter affermare, ed a cuor contento, di non essere i padroni e i consumatori di quella persona? E dinanzi ad un portatore di handicap, oppure ad un mutilato, riusciamo ad avere quello sguardo di pienezza proprio di Dio? Siamo certi che ogni volta che ci mettiamo dinanzi ad uno specchio siamo pronti ad accettarci per quel che siamo e cercare di migliorarci – ovviamente! – per dare gloria a Dio e non solo per cercare quella degli uomini?

Come si può vedere, un discorso teologico sulla cultura della vita e sulla cultura della morte implica una mole di considerazioni troppo ampia: sarebbe banale citare semplicemente il V Comandamento, come anche il solo riportare le enunciazioni del Magistero e del Catechismo su aborto, eutanasia e fecondazione artificiale.

C'è bisogno invero di capire ciò che magari già si sa. E di amare ciò che si conosce per poi vivere ciò che si ama. Vi diamo appuntamento alle prossime puntate di questa rubrica, in cui cercheremo di sviscerare nei limiti delle nostre possibilità questo grandissimo mistero che ci riguarda da vicino in maniera somma in quanto Dio, cioè l'Essere perfettissimo e immenso, ha voluto che la sua gloria coincidesse «con l'uomo vivente».

https://labaionetta.blogspot.it/2017/04/lettera-dal-fronte-la-gloria-di-dio-e.html

 

06 aprile 2017

Marciare per salvare la Civiltà. Il perché di una scelta


di Francesco Del Giudice

Per il sesto anno di seguito, l’Italia è in recessione. Lo ha certificato anche l’ISTAT ma pochi giornali ne hanno parlato: TelevideoRai ha riportato la notizia nelle rubriche secondarie e non nella celebre pagina ‘103’ dove vanno a finire le notizie più importanti e clamorose. Solamente Avvenire se n’è accorto e, ad onor del vero, è dal novembre/dicembre che cerca di sensibilizzare la società e gli altri media su questa tematica fornendo studi, cifre, dati, riflessioni di esperti. Perché è stata scelta questa linea editoriale da parte dell’intero mondo dell’informazione italiano? Perché, attenzione, l’Italia non è in recessione economica per il sesto anno di seguito: l’Italia è in recessione demografica! Non solo gli italiani non procreano più, ma neanche adottano più bambini (in particolare nel sistema delle adozioni internazionali). Se Atene piange, inoltre, Sparta non ride: anche gli stranieri infatti procreano sempre di meno. E l’ISTAT per far ingollare meglio la pillola non parla più di abitanti ma di residenti, falsando cioè il dato reale in quanto (non neghiamolo) il concetto di residenza e di domicilio in Italia sono agli antipodi una dall'altra. Allo stesso modo, probabilmente per la prima volta, per non mostrare il vero e proprio vuoto che si sta creando tra la popolazione italiana l’ISTAT si esprime in termini percentuali millesimali, abbandonando la tipica percentuale a due zeri che ci hanno insegnato alle elementari. Oltre a questo, aumenta di anno in anno il numero dei morti che, ormai, ha superato anche le cifre spaventose degli anni 1916/1917: poiché in quel biennio ci furono le più dure battaglie della Grande Guerra cosicché lo scenario è ancora più preoccupante e logicamente assurdo. Ormai l’indice di sostituzione (il fatto cioè che ogni anno ad ogni morto corrisponda almeno un nuovo vivo) è semplice teoria dei manuali statistici: la realtà ci dice altro.

La domanda di sopra, tuttavia, rimane: perché non si dà importanza ad una notizia (ormai una vera e propria “serie storica”) che riguarda sia il presente che il futuro, prossimo come anteriore, di tutta la Nazione? La verità, come accade spesso, è tanto semplice quanto amara: è meglio tacere questi argomenti, o parlarne velocemente, perché altrimenti bisognerebbe richiudere il Vaso di Pandora da cui sono usciti fuori tutti i problemi che ci stanno portando sempre più ad una vera e propria era glaciale demografica che sembra non avere fine e che sarà sempre più drammatica. Ogni anno spariscono dal nostro Paese intere comunità, e quelle che resistono invecchiano sempre di più. I legami si spezzano e tra poco non sarà strano trovare persone che vivranno senza avere accanto né familiari diretti né parenti più o meno prossimi.

Noi stiamo assistendo ai frutti di una cultura individualistica, nonché radicalmente pessimista e/o nichilista, ed il più lontana possibile da una concezione di identità e comunità aristotelicamente intesa: l’uomo non è più un animale politico, cioè sociale, ma bensì la concretizzazione del celebre assioma di Lucrezio ed Hobbes homo homini lupus. Ci troviamo dinanzi ad una vera e propria cultura della morte che, volenti o nolenti, ci condiziona in ogni nostro agire e di pensare. Non dobbiamo meravigliarci infatti se in Italia non si procrea più e se non ci si cura dell’aumento vertiginoso degli anziani se, infatti, fin da piccoli siamo portati a considerare come modelli da seguire delle persone che a 40 o 50 anni (se non ancora di più) ancora non hanno legami stabili e rifiutano categoricamente di sostenere una gravidanza preferendo invece ricorrere a scappatelle di ogni genere, purché ovviamente di breve durata, per poter soddisfare i propri bisogni affettivi e sessuali. Non ci si deve meravigliare se in Italia c’è l’inverno demografico quando consideriamo che i prodotti anticoncezionali (rivolti sia ad un pubblico femminile che maschile) siano a disposizione anche nei bagni pubblici delle stazioni e degli autogrill (cosa anche molto discutibile: se entro in un bagno pubblico, magari a pagamento, non penso che avrò da espletare funzioni sessuali). Non dobbiamo meravigliarci di quanto detto sopra perché esiste una legge, la celeberrima 194, che permette di uccidere il frutto del rapporto tra un uomo ed una donna: come si può parlare di tutela della vita se una Legge dello Stato ha depenalizzato ed esteso l’aborto anche a soggetti che preferiscono andare a fare la bella vita piuttosto che prendersi cura di una creatura appena nata? Come è possibile non capire la stretta connessione che esiste tra il tracollo del numero dei matrimoni cioè della formazione di una coppia stabile, nucleo fondamentale della comunità più ampia che è la Nazione? Come è possibile non vedere la correlazione tra l’aumento vertiginoso dei rapporti sessuali consumati occasionalmente e l’assenza di gravidanze tra i giovani? Come è possibile non considerare che le cosiddette precauzioni durante questo tipo di rapporti sono essenzialmente precauzioni di natura anti-concezionale? E come si possono spacciare per farmaci quelli che sono dei veri e propri veleni? Se ci trovassimo in ambito fitosanitario o veterinario, ad esempio, i prodotti di sterilizzazione sarebbero vietati all’uso comune: nel caso umano, invece, vengono venduti liberamente, spesso anche senza ricetta di prescrizione. Di cosa dobbiamo meravigliarci se ormai la figura sociale, culturale e professionale delle escort e dei gigolò è ormai entrata nel linguaggio comune delle persone e viene riproposta a piè sospinto, e sempre senza alcun tipo di giudizio bensì in maniera sempre positiva e propositiva, nella gran parte delle produzioni televisive e cinematografiche italiane, in particolare prodotte o trasmesse dalla RAI? Come si può minimamente immaginare di crescere, e per tutta la vita, un frugoletto fin dal concepimento se (in particolare dall'approvazione della Legge sul Divorzio) si sostiene in tutti i modi che i legami più sono liquidi più saremo felici? Come è possibile invogliare i giovani a procreare se esiste una legge (la famosa 40) che permette di ricorrere a qualsiasi tecnica pur di avere figli anche in un’età considerata generalmente e scientificamente non fertile? In che modo si può concepire un figlio, che sarà della coppia per tutta la loro vita, e non a tempo o solo quando se ne ricorderanno, se l’età media dei rapporti di matrimonio diminuisce di anno in anno per la gioia degli avvocati, dei sociologi, dei politici e degli psicologi che ci spiegano che il fatto di rompere la routine di coppia porta grandi benefici sia al corpo che allo spirito dei divorziandi? E come è possibile parlare di vita, e dunque di natalità, se lo Stato si sta impegnando in prima persona per la diffusione, autorizzata!, delle cosiddette droghe leggere? Ma se sono droghe, come possono essere leggere? Esiste per caso un omicidio leggero ed un omicidio pesante? O esiste semplicemente una gradualità nell'efferatezza o nella gravità del reato commesso?

Nei giorni scorsi, come ormai non accadeva da diverso tempo, si è tornato a parlare della condizione della vita umana, della sua fragilità e del rapporto tra la vita e la morte sia all'origine della vita sia alla sua fine: eutanasia, aborto, fecondazione in vitro, creazione di ibridi e concepimenti completamente artificiali. Tutto insieme, letteralmente. Non è stato un confronto facile né tanto meno pacifico. Si è parlato spesso più con la pancia che con la ragione. Sono stati fatti paragoni a momenti tristi della storia umana, e si è cercato anche di immaginare un futuro diverso da quello che si pensava di poter vivere fino a pochi(ssimi) anni fa. Sono state messe in contrapposizione società e legge, fede e ragione, cultura elitaria e cultura popolare, partiti di destra e partiti di sinistra, medicina ed etica. Ci si è accapigliati, scontrati, anche presi a male parole per (siamo sinceri) non risolvere granché del grande mistero che abbiamo dinanzi. Perché di questo si tratta, ci piaccia o non ci piaccia: la vita (ed in particolare la vita umana) è un mistero. E come tale fino a pochi anni fa era vista, osservata, ammirata, studiata, venerata. Ma ora non è così: si sono ribaltati completamente sia i giudizi che il metro di paragone per parlare e valutare questo mistero. Si ama e si desidera, per sé ma soprattutto per gli altri, ciò che era considerato impensabile mettendo insieme, anche lessicalmente, nozioni agli antipodi ed concettualmente stridenti come diritto e morte. E lo si fa nei bar, nelle piazze, nei circoli culturali, con gli amici, sulle riviste di moda, nei giornali, nei video di YouTube, finanche in Parlamento. E tutto come se fosse una cosa normale e senza conseguenze più o meno pesanti, più o meno evidenti. Ma su una cosa concordano tutti gli attori in scena: si tratta di un cambiamento epocale della società (e quindi della cultura e dei giudizi, senza contare il modo di intendere la propria identità, la propria storia, il modo di immaginare il proprio futuro) paragonabile ad una vera e propria rivoluzione. E questa rivoluzione coincide con il Vaso di Pandora cui accennavamo sopra.

Combattere la cultura della morte significa combattere in favore della cultura della vita, alzando lo stendardo dell’amore per propria Patria, per i propri concittadini, per le future generazioni come anche per le categorie più svantaggiate e deboli. Dobbiamo ammettere infatti che se la cultura della morte dilaga è anche perché non si è saputo proporre, ed anche difendere, efficacemente la cultura della vita.

Fare questo significa affermare verità scomode che nessuno vuole ascoltare: e per farsi sentire allora bisogna gridare. E la storia e l’esperienza ci insegnano che non c’è grido più efficace che quello elevato durante una marcia: la storia dei sindacati, dei partiti politici, dei gruppi religiosi, dei gruppi per i diritti civili etc è piena di manifestazioni di questo tipo che hanno spesso portato a grandi conquiste per tutta l’umanità.

C’è la possibilità di marciare per dire NO alla cultura della morte e SI alla cultura della vita: è la Marcia per la Vita che si svolgerà a Roma il 20 Maggio prossimo. La risposta alla negatività sarà la nostra personale risposta affermativa alla vita per mezzo del nostro grido a squarciagola.

Che aspetti? Vieni anche tu a marciare e gridare con noi il tuo personale SI ALLA VITA.

https://labaionetta.blogspot.it/2017/04/lettera-dal-fronte-marcia-per-la-vita.html

 

21 gennaio 2017

Francia. In Marcia per la Vita

Enrico Maria Romano
Anche quest’anno Parigi vedrà migliaia e migliaia di cittadini che sfileranno, malgrado il freddo e il rischio di attentati, per gridare ai quattro venti che uccidere un essere umano innocente e indifeso non è mai ammissibile. Le democrazie contemporanee, sorte grazie alla ‘liberazione’ dell’Europa ad opera dei sovietici e degli americani, si sono trasformate rapidamente in luoghi poco sicuri per vivere (vista la criminalità, il terrorismo, la libertà di drogarsi e la disoccupazione galoppante) e altresì poco sicuri per nascere (a causa della legalizzazione universale dell’aborto e la stessa pratica, occultata, dell’infanticidio).

Il fatto che i medesimi paesi ‘liberati’ nel 1945 siano in pochi lustri divenuti i primi Stati al mondo ad attuare una politica di genocidio legale verso i non-nati, ed i paladini dei diritti a geometria variabile (eutanasia, suicidio assistito, divorzio express, nozze gay, contraccezione, bestemmia in pubblico, etc.) fa ben capire il senso e la portata di una ‘liberazione’ piuttosto regressiva che redentiva… Ma lasciamoci alle spalle il triste passato e guardiamo, con realismo, al futuro che viene. La Chiesa cattolica è rimasta forse l’unica religione del mondo a condannare per principio ogni aborto volontario, per qualunque ragione venga praticato. Incluso stupro, malformazione del nascituro o problemi psicologici della partoriente. In questo la Chiesa sta col grande Ippocrate e ne considera imperituro il Giuramento, che vieta(va) ad ogni medico di dare farmaci abortivi alle donne. Le varie chiese e sette della Riforma hanno cambiato dottrina, le une dopo le altre, smentendo così regolarmente i loro stessi profeti (Lutero, Calvino, Zwingli, Melantone, etc.). Poco chiari sono gli insegnamenti in proposito di Ebrei e mussulmani, insegnamenti che vanno da una condanna netta ad una netta apertura, in base alle scuole teologiche e alle tendenze del momento.

L’aspetto significativo della Marcia parigina di quest’anno è che essi si colloca in concomitanza con una nuova legge targata Partito Socialista, ed in corso di definitiva approvazione, che vieterà ogni tentativo di persuasione e di convincimento verso chi vorrebbe abortire. Perfino i siti internet pro life saranno censurati se consiglieranno alle donne di non abortire o se metteranno in risalto il rischio per la donna di traumi post-abortivi.

François Hollande, che in quest’anno 2017 tornerà a vita privata, rimarrà certamente negli annali della politica francese ed europea come uno dei peggiori presidenti della storia: totalmente incapace di dare risposte ai veri problemi sociali (come l’immigrazione di massa e la disoccupazione), ideologicamente orientato e inetto come un clown.

In tal quadro però, la logica massimalista dei socialisti e delle sinistre sta producendo sempre più una diffusione forzosa della cultura di morte, come la bollò, a più riprese, Giovanni Paolo II. Dopo il divorzio, il divorzio express (con il quale ogni anni ci si può sposare e divorziare, un numero indefinito di volte!) e quindi il rifiuto del matrimonio come tale, in nome della convivenza e della liquidità degli affetti. Dopo il Pacs, approvato nel 1999 (sorta di unioni civili senza adozioni, per tastare il terreno), il matrimonio tra omosessuali nel 2016 con la legge Taubira, con la parificazione assoluta dei genitori gay con i genitori adottivi eterosessuali. Si poteva pensare che sull’aborto, non si andasse avanti, ma si tornasse almeno parzialmente indietro. Visto per esempio il progresso medico dell’ultimo trentennio e la dimostrazione del dolore del feto, con lo spegnimento, in moltissimi aborti dopo il terzo mese, di un cuoricino che batte…

E invece no! Dopo l’aborto legalizzato nel 1974 come extrema ratio (fino alla decima settimana dal concepimento), si è passati all’aborto fino alla dodicesima settimana, poi all’inasprimento delle misure contro chi fisicamente cerca di impedire un aborto. Ed ora alla penalizzazione di chi parla, predica o semplicemente scrive contro l’aborto.
Tout se tient, direbbero a Parigi oppure, con Shakespeare, “c’è una logica in questa follia”.
La logica sta nell’essere arrivati a sopprimere la libertà (di pensiero, di parola e… di nascita), in nome della Liberté del 1789. Segno che questa fallace divinità laica della Rivoluzione francese, non era fondata sul terreno buono della ragione, ma su quello magmatico dell’ideologia e dell’arbitrio.
Uniamoci idealmente ai francesi per questa Marcia e facciamo nostro il motto: per la vita, sempre e comunuque!
 

14 settembre 2016

Marcia per la famiglia? Per il Corriere sei un carro armato di Piazza Tienanmen


di Giuliano Guzzo

Che al Corriere della Sera siano esemplarmente allineati alle istanze LGBT non è un mistero. Da anni infatti costoro operano, da un lato enfatizzando o storpiando gli esiti di ricerche che sdoganerebbero le adozioni gay, e dall’altro presentando la cosiddetta famiglia tradizionale comunque un’infernale camera della tortura («La famiglia uccide più dei criminali», sono arrivati a scrivere il 23 agosto 2012), all’insegna di un giornalismo arcobaleno distante anni luce da un barlume di imparzialità. Ciò nonostante, ammetto di essere rimasto abbastanza sorpreso dall’accostamento ardito, per usare un eufemismo, che gli ex domiciliati in Via Solferino hanno scelto di fare presentando la protesta di un ragazzino messicano contro La marcia del Frente nacional por la familia, organizzata dopo le dichiarazioni del presidente Nieto il quale vorrebbe aprire alle nozze gay, nientemeno – tenetevi forte – che come una riedizione 2.0 di quella del Rivoltoso Sconosciuto, che a Piazza Tienanmen, il 5 giugno 1989, sfidò una colonna di carri armati, bloccando ad essi la strada.

Il paragone, anzi il messaggio è chiarissimo: sei contro le nozze omosessuali? Fiancheggiatore di regimi sanguinari. Osi, per qualche oscura ragione, ritenere ancora che la famiglia sia quella composta da uomo e donna? Vergognati, servo del regime. Manifesti per il matrimonio così com’è stato sempre conosciuto in ogni civiltà? Carro armato assassino. Ora, credo che anche tra i favorevoli al matrimonio gay un simile accostamento suonerà leggermente esagerato; anche perché non si conoscono violenze o pestaggi perpetrarti da manifestanti pro-family contro persone dalle tendenze omosessuali, mentre invece le aggressioni ai manifestanti per la famiglia, si pensi alle Sentinelle in Piedi, non solo vi sono state ma sono ampiamente documentate da testimonianze, filmati, financo ricoveri ospedalieri. Di più: anche se può sembrare strano se non inverosimile, non esiste neppure un legame diretto tra la diffusione della cosiddetta omofobia e la regolamentazione delle unioni omosessuali; non è cioè che la seconda scoraggi la prima.
Lo prova la Global Attitudes Survey on LGBTI, maxi indagine planetaria effettuata prima dell’approvazione delle unioni civili dall’ILGA – acronimo che sta per International Lesbian and Gay Association, non esattamente un’associazione tacciabile di omofobia – dalla quale è emerso come l’Italia – dei dodici Paesi europei considerati – figura costantemente fra quelli i cui cittadini manifestano più apertura mentale; maggiore, per capirci di quella manifestata dagli spagnoli, dagli inglesi e dai francesi, che pur ci hanno notoriamente preceduti nell’agenda arcobaleno. Tutto ciò, evitando di incensarne le gesta attribuendovi un eroismo alla Pietro Micca (1677-1706), il militare che saltò in aria pur di fermare le truppe nemiche, andrebbe spiegato al dodicenne messicano, il quale ha liberamente (?) manifestato contro il corteo pro-family credendo, nella sua ingenuità, esista un legame appunto tra omofobia e mancato riconoscimento delle nozze gay («Ho uno zio gay e non voglio che venga odiato») che però, statistiche ILGA alla mano, come si è detto, non poggia su riscontro alcuno.

Ma torniamo ai redattori del Corriere della Sera, i quali – oltre ad aver dato prova di un giornalismo di faziosità difficilmente eguagliabile – sono, loro malgrado, caduti in un penoso cortocircuito. Infatti nel momento in cui hanno più o meno esplicitamente messo in chiaro che, per loro, condividere posizioni a favore del matrimonio tra uomo e donna sarebbe “omofobo”, se non persino totalitario, hanno lasciato intendere che considerano Beppe Severgnini, una delle loro firme di punta, un individuo pericolosissimo. E’ stato infatti proprio lo stimato editorialista lombardo, affrontando il tema, a spiegare: «Che ci posso fare? Non sono favorevole all’adozione e, prima ancora, al matrimonio, che è per definizione l’unione di un uomo e di una donna» (9 febbraio 2011). Dunque? Pure Severgnini era contro il Rivoltoso Sconosciuto di Piazza Tienanmen? Oppure al Corriere dovranno onestamente riconoscere che certi accostamenti, che avrebbero piena dignità in una testata diretta da Vladimir Luxuria, non sono da primo quotidiano d’Italia? Staremo a vedere. Intanto, se permettete, scenderei un secondo dal carro armato per prendere i pop-corn.

https://giulianoguzzo.com/2016/09/14/marci-per-la-famiglia-per-il-corriere-sei-un-carro-armato-di-piazza-tienanmen/

 

10 maggio 2016

2016. Ancora in Marcia per la Vita


di Alessandro Elia

Bambini, anziani, famiglie, associazioni cattoliche da tutta Italia (e non solo), suore, sacerdoti e persino Cardinali erano presenti tra gli stimati trentamila partecipanti alla sesta edizione della Marcia per la Vita a Roma, domenica 8 maggio. Tutti riuniti in un’atmosfera festosa e determinata per ricordare la gravissima ingiustizia dell’aborto procurato, che purtroppo dal 1978 è stato legittimato in Italia con la legge 194.

La sera precedente, S.E.R. il Cardinale Raymond Burke aveva aperto l’adorazione Eucaristica in riparazione per il crimine dell’aborto nella Basilica di Santa Maria sopra Minerva, nel pieno centro di Roma. È iniziata alle ore 20 per poi terminare alle 6 del mattino e durante tutta la notte ci sono stati diversi fedeli che hanno fatto a turno per vegliare.

Domenica 8 maggio alle ore 9:00, dopo che la maggioranza dei partecipanti si era riunita a Piazza Bocca della Verità, sul palco ci sono state alcune testimonianze di spessore. Carlo, marito di Cristina Mocellin, ha raccontato la storia di sua moglie che ha avuto il coraggio di sacrificare con fiducia in Dio la propria vita per salvare il figlio nel grembo. Poi sul palco è salito anche il piccolo Salvatore in braccio a sua madre Titti, che con l’aiuto di don Francesco Cirino decise di non abortire nonostante fosse stata diagnosticata a Salvatore una grave malformazione ai reni mentre si trovava nel grembo. Infine, è stata toccante la testimonianza di Francesca e Paola, due donne che hanno descritto il loro pentimento per aver abortito; il dolore infinito che provano tuttora per aver soppresso il proprio figlio nel grembo è indelebile, però con il dono della conversione la Misericordia di Dio può trasformare le sofferenze in Speranza.

È stata preziosissima la partecipazione di mons. Luigi Negri, Arcivescovo di Ferrara, il cardinale Raymond Leo Burke, Patrono del Sovrano Militare Ordine di Malta, e mons. Athanasius Schneider, vescovo ausiliare di Astana (Kazakhistan), i quali hanno percorso l’intero tragitto insieme a tutti i partecipanti della Marcia. Erano presenti anche diverse congregazioni religiose, come l’Istituto del Verbo Incarnato, che ha portato come ogni anno uno splendido crocifisso di dimensioni abbastanza grandi da essere visibile a tutti. Tra i marcianti vi erano pure gli Orionini, la Fraternità San Pietro, i Canonici dell’Istituto di Cristo Re, Familia Christi, la Fraternità San Pio X e l’Istituto del Buon Pastore.

Si sono fatti sentire con splendidi cori e bandiere i polacchi dell’associazione The Ordo Iuris Institute for Legal Culture, che sta ottenendo centinaia di migliaia di firme in favore dell’approvazione di una legge che elimini definitivamente l’aborto dalla Costituzione polacca. Vi erano inoltre rappresentanti di associazioni pro-life derivanti dalla Spagna, dalla Germania, dalla Francia, dall’Austria, dagli Stati Uniti, dal Belgio, dalla Svizzera, dalla Croazia, da Malta, dal Venezuela, dalla Gran Bretagna, dalla Nuova Zelanda e altri paesi. Particolarmente significativa è stata la presenza di John-Henry Westen, cofondatore del sito pro-life più letto nel nord dell’America LifeSiteNews (Canada).

Il meraviglioso percorso nelle strade del centro della Capitale è partito da Piazza Bocca della Verità, passando vicino a Piazza Venezia, largo di Torre Argentina, proseguendo per Corso Vittorio Emanuele e arrivando infine a Piazza San Pietro per l’Angelus di papa Francesco, che ha rivolto un saluto, fra gli altri, ai partecipanti della Marcia.

Resta una triste constatazione da fare che inquadra la Chiesa dei nostri tempi: le parrocchie romane non si sono viste. Può darsi che tale assenza sia dovuta anche al fatto che per molti è stata una giornata di prime comunioni e cresime; per questa ragione l’anno prossimo la Marcia si svolgerà non di domenica ma nel giorno di sabato 13 maggio.

 

23 aprile 2016

Marcia per la Vita 2016. Ribadiamo il nostro NO all'aborto

di Alessandro Elia

Domenica 8 maggio 2016 si terrà a Roma la sesta edizione della Marcia per la Vita, in difesa del diritto alla vita per tutti sin dal concepimento. Il ritrovo sarà a Piazza Bocca della Verità alle 8.30 e la partenza sarà alle 9.30 dal medesimo luogo. Inoltre, per chi fosse interessato, sabato 7 maggio alle ore 20:00 ci sarà l’adorazione Eucaristica in riparazione per il crimine dell’aborto presso la Basilica Santa Maria sopra Minerva (Piazza della Minerva).

La coscienza degli abortisti è morta e sepolta ormai da un pezzo. Ma non basta, nemmeno la libertà di coscienza può essere tollerata: adesso la furia omicida dev’essere estesa a tutti, volenti o nolenti. L’ha sancito una pronuncia del Consiglio d’Europa sotto richiesta della CGIL, l’ex sindacato comunista, che ha insistito perché i medici obiettori fossero obbligati a procurare aborti. I cultori della morte vogliono imporre la pratica abortista e terminare definitivamente il dibattito, già fin troppo spento, circa la legittimità dell’aborto.

In effetti, sulla questione dell’aborto procurato non ci dovrebbe essere alcuna discussione. È come intraprendere un dibattito sulla liceità di ammazzare bambini e neonati: la risposta è scontata. Sarebbe assurdo solo domandarsi se si possa privare una persona innocente del diritto a non essere ammazzata. Eppure con la maledetta legge 194, per i primi tre mesi di gravidanza il feto può essere tranquillamente mandato al macello. La coscienza di politicanti e pseudointellettuali odierni è talmente anestetizzata che nemmeno ci si prende più la briga di chiedersi se sia normale che ogni anno centomila innocenti vengano spazzati via silenziosamente. Ormai è divenuto un dogma culturale accettato con tanta naturalità che, agli occhi della stampa di regime, sembra inutile anche solo parlarne; va più di moda stracciarsi le vesti per i mancati diritti alle “coppie gay”, che oggi in Italia sono talmente discriminate da non poter nemmeno affittare l’utero di una donna per comprarsi un bambino fatto in provetta e reso orfano a tavolino. Mentre i veri indifesi, ossia i feti e gli embrioni, non vengono per nulla considerati né dalla stampa né dalla politica, che nel 1978 ha emesso una legge omicida che li ritiene senza alcun diritto e dunque senza neppure alcuna dignità.

Non è una “superstizione religiosa” a dire che l’embrione è effettivamente un essere umano, bensì la scienza. Più precisamente quella branca della biologia chiamata “embriologia”, che si occupa di studiare la formazione e lo sviluppo dell’embrione. L’evidenza scientifica dimostra che, nel momento del concepimento, quando l'unione di ventitré cromosomi del gamete maschile con ventitré cromosomi del gamete femminile forma una nuova cellula di quarantasei cromosomi, si produce un nuovo essere umano fornito di un proprio patrimonio genetico.

Nessuno ha il diritto di dire che quella vita umana è soltanto la vita di un essere umano ma non di una persona. Si tratta, in effetti, di una distinzione del tutto infondata. Secondo questa logica, il bambino non nato è una persona, salvo che non sia ripudiato dalla madre, e allora improvvisamente diviene giuridicamente solo un grumo di cellule. La falla di questo modo di ragionare è che si basa sull'opinione soggettiva di una fazione prevenuta, ossia la madre o l'abortista. Ma il rapporto tra madre e figlio, come ogni rapporto giuridico, deve fondarsi su un’oggettiva legge comune di coesistenza, e non su sull’intenzionalità affettiva di un soggetto nei confronti dell’altro, in special modo se un tale soggetto sia contrario allo spirito del diritto, che tende per vocazione ad armonizzare l’esperienza co-esistenziale intersoggettiva.

Benché il feto non abbia ancora sviluppato per intero la propria personalità, ciò non indica che non sia una persona reale, perché già possiede pienamente la propria individualità umana. L’individualità riguarda l’essenza ed è una categoria ontologica, mentre la personalità è soltanto una categoria psicologica, che non è sufficiente a definire la persona. Il feto è veramente un essere umano individuale perché, sebbene dipenda dalla madre, in nessun modo si confonde con essa; non c’è nulla che faccia supporre che egli non sia una vita umana in sé. Il dottor A. W. Liley, conosciuto come il “padre della fetologia”, nonché professore di ricerca in fisiologia fetale ad Auckland, ha affermato: «Biologicamente, in nessuno stadio possiamo sottoscrivere l'opinione secondo cui il feto è una semplice appendice della madre. Geneticamente, madre e figlio sono due individui separati fin dal concepimento. Fisiologicamente, dobbiamo accettare il fatto che il concepito è, in larga misura, il responsabile della gravidanza».

Dal punto di vista giuridico, il fatto che la donna abbia il diritto sul proprio corpo non è pertinente con il diritto ad abortire, perché l’aborto procurato interviene precisamente sull’embrione per ucciderlo, e l’embrione non fa parte del corpo della donna, ma è un individuo distinto da essa che risiede nel corpo della donna; in quanto individuo è soggetto e non oggetto dei diritti fondamentali, tra i quali la tutela della propria vita. Quando due diritti si scontrano, il diritto più vitale ha la prevalenza. Nel caso della donna, il suo diritto ad agire sul proprio corpo non ha la precedenza sul diritto dell’embrione alla vita, poiché la difesa della vita è sempre la priorità.

Di questo passo in Italia giungeremo presto a sei milioni di innocenti uccisi tramite l’aborto volontario dal 1978. Questo dato non sembra interessare le testate giornalistiche, ma certo non tutti restano indifferenti: la Marcia dell’anno scorso ha radunato moltissimi militanti per la vita, tanto da riempire le strade del centro della Capitale. Siccome in Italia, al contrario degli Stati Uniti in cui i media non omettono il dibattito sull’aborto, vi è una completa anestesia mediatica, l’unico modo per esprimere la nostra voce è partecipare alla Marcia per la Vita. Domenica 8 maggio di quest’anno saremo ancora di più, ancora più carichi e decisi nella nostra testimonianza di indubitabile bontà. Per la vita, contro la morte.
 

12 maggio 2015

Marcia Per la Vita, la battaglia continua


di Francesco Filipazzi
Anche quest’anno il popolo della Marcia per la Vita si è riunito per percorrere le vie di Roma e ribadire il proprio no alla cultura della morte, all’aborto e all’eutanasia, alla teoria del gender, all’utero in affitto e a tutte quelle storture che alcuni vorrebbero imporre alla maggioranza della popolazione, nonostante siano condivise da un esiguo numero di persone. 
Secondo gli ultimi dati, in 40 mila hanno preso parte all’iniziativa, creando un corteo variopinto di famiglie, associazioni, ordini religiosi, sacerdoti e soprattutto ragazzi, provenienti da tutta Italia che, nonostante non facciano parte di gruppi organizzati arrivano con mezzi propri sul posto, per sentirsi parte del Popolo della Vita. La forza e lo spirito della Marcia stanno proprio in questo particolare. Stiamo infatti parlando di un evento che coinvolge persone di tutte le età e di tutti i ceti sociali, superando ogni tipo di steccato, in un clima di fratellanza e amicizia che altrove non si riesce a trovare. Un laboratorio sociale che andrebbe probabilmente studiato, soprattutto di fronte all’avversione che questo evento festante e gioioso genera nelle persone che stanno “dall’altra parte”, persone che non riescono a concepire che qualcuno nel 2015 sia “ancora” contro l’aborto e l’eutanasia.
Ebbene, nel 2015 possiamo dire che esistono ancora milioni di uomini e donne che non sono stati indottrinati e che, nonostante l’ammorbamento mediatico, continuano a non essere minimamente permeabili alle argomentazioni di chi ha fatto, soprattutto dell’aborto, una conquista sociale e culturale da rivendicare addirittura come simbolo di civiltà. Oggi purtroppo, in questa dittatura del Pensiero Unico, dichiararsi a favore della Vita è sintomo di arretratezza ed oscurantismo e quindi chi osa non allinearsi alla “cultura dello scarto” rischia di essere messo da parte in molti ambienti. I 40 mila di domenica sono quindi da considerarsi persone coraggiose, che sfidano un regime strisciante fatto di dogmi ribaltati e di false verità. 
Proprio in questi giorni sul suo blog, Magister rimarca che Papa Francesco negli ultimi mesi si è espresso più volte contro l’aborto e l’eutanasia, ma i media l’hanno oscurato, perché ormai la sovversione è arrivata addirittura ad inventarsi un Pontefice su misura. Francesco ha però salutato dall’Angelus la Marcia, come nei due anni precedenti, puntualmente ignorato dai media che propagandano morte ventiquattro ore su ventiquattro. Gli stessi media che oscurano sistematicamente i massacri dei cristiani nel mondo.
Nonostante l’avversione, apparente e rumorosa, dell’ambiente esterno, dunque, il Popolo della Vita prosegue nella sua battaglia contro le forze del male, sospinto dalla forza del Vangelo. Gesù ha infatti prescritto di vivere nel mondo, ma di non farsi contaminare da esso. I marciatori, nel loro piccolo, ci provano, combattendo una battaglia epocale da cui dipendono i destini dell’umanità.
Come ricordano gli organizzatori, a noi è richiesto di combattere, Dio ci darà la vittoria.