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15 maggio 2017

«La gloria di Dio è l’uomo vivente»: considerazioni teologiche sulla cultura della vita/02


di Francesco Del Giudice

Col primo articolo di questa rubrica abbiamo iniziato un lungo cammino di approfondimento teologico sulla cultura della vita e la cultura della morte in vista del più grande evento pro-life italiano, la Marcia per la Vita 2017, cercando di capire meglio – pur essendo coscienti dei nostri limiti e difetti – il perché la Chiesa Cattolica fin dalla sua fondazione difenda e promuova la vita dal concepimento fino alla morte naturale. Abbiamo preso avvio dal I Libro della Bibbia, il Genesi, analizzando il giudizio che Dio dà alla creatura che, tra le innumerevoli da lui create, compresi gli Angeli, ha scelto per essere sua gloria; oggi cercheremo di capire meglio cosa ha significato per tutta l'umanità l'Incarnazione di Nostro Signore Gesù Cristo, vale a dire cosa ha comportato l'irrompere reale, storico, fattuale, carnale dell'infinito nel finito creaturale che era stato ferito dal peccato originale. Parliamo oggi dell'Incarnazione perché, nei nostri articoli, abbiamo privilegiato l'andamento cronologico della Storia della Salvezza così come Dio ce l'ha voluta rivelare: le prossime puntate, dedicate tutte al mistero di Cristo e della Chiesa, Suo Mistico Corpo, verteranno pertanto a) sul matrimonio, in quanto Cristo ha voluto istituire il sacramento del matrimonio agli albori della sua predicazione, cioè al momento della sua manifestazione in Cana di Galilea; b) sulla Passione – Morte – Risurrezione – Ascensione al Cielo di Cristo; seguiranno due approfondimenti dedicati alla cultura della morte.

«Nella pienezza del tempo» l'arcangelo Gabriele fu inviato da Dio alla Vergine Maria per chiederle se accettava di essere, per opera dello Spirito Santo, la Madre del Figlio Eterno del Padre: quel 25 marzo in Paradiso non si pensava che a questo in quanto il divino decreto eterno che avrebbe salvato dall'inferno tutta l'umanità, aprendole il cielo serrato a causa del peccato originale, aveva bisogno della libera risposta di una fanciulla di circa 15 anni, residente a Nazareth, uno sperduto villaggio della Galilea. Già l'incipit della narrazione, «nella pienezza del tempo», è foriera di innumerevoli riflessioni ed approfondimenti teologici ed antropologici: basterebbe solo pensare al fatto che l'Incarnazione non è avvenuta né un attimo prima né un attimo dopo, non in un momento casuale ma in un momento di pienezza benché mancasse all'epoca ogni conforto tecnologico che noi riteniamo indispensabile per poter dire di vivere pienamente la nostra vita. Riflettiamo mai sulla gravità e sull'importanza di queste quattro (dicesi 4) parole? Eppure dovremmo farlo perché a partire da quella pienezza del tempo noi abbiamo ricevuto grazia su grazia; per Dio infatti ogni singolo secondo del tempo da lui creato, anche quando non c'erano uomini sulla terra, ha un valore elevatissimo: con l'Incarnazione, rivolta essenzialmente agli uomini (benché abbia riguardato tutta la creazione, compresi gli angeli decaduti che – non dovremmo dimenticarlo mai!!! – sono sottomessi per la loro stessa natura al creatore di tutte le cose), hanno capito definitivamente che non esiste più né il tempo ciclico, tipico delle culture pagane ma anche delle concezioni moderne che osannano l'oroscopo, né il caso (Darwin non sarebbe d'accordo ma peggio per lui) in quanto ogni cosa è stata fatta in vista di Cristo, vero centro e signore della storia.

Nulla è fatto a caso in quanto Dio si prende cura di ciascuno di noi in ogni singolo secondo della nostra vita, compreso il nostro sonno, continuamente quanto misteriosamente. Ma, attenzione, Dio riesce anche a “gerarchizzare” il tempo in quanto vede ogni cosa ricapitolata in Cristo: come infatti ogni cosa è stata fatta/creata per mezzo di Cristo, così ogni cosa torna al Padre per mezzo di Cristo. Ma se Cristo non si fosse incarnato il piano della salvezza sarebbe stato, per così dire, monco: come ha giustamente affermato Sant'Agostino, infatti, non ci sarebbe nessun vantaggio per noi ad essere nati se Cristo non ci avesse redenti. Il semplice affermare che il tempo è, per la sua stessa natura, una dimensione quantitativa su cui prevale tuttavia la dimensione qualitativa ma indipendente dai nostri moderni pareri di valutazione della qualità della vita, ci porta a concludere che agli occhi di Dio, e dunque della Chiesa, un embrione appena creato e poi misteriosamente abortito naturalmente (anche nei casi in cui i genitori non se ne sono accorti) sia identico, tranne che per la mancata ricezione dei sacramenti, ad una persona morta centenaria.

C'è di più. La dignificazione dell'uomo fin dal suo concepimento, infatti, oltre che per le considerazioni fatte in precedenza, passa e dipende dall'Incarnazione di Cristo. Qui è opportuno ricordare un principio già espresso nel I articolo di questa rubrica: la grazia nulla toglie alla natura ma, anzi, la eleva: oltre alle verità rivelate (incomprensibili per sola ragione, sebbene se ne possa assaporare e considerare la loro ragionevolezza) ci sono infatti alcune verità naturali, valide per tutti gli uomini, che però assumono una connotazione diversa, elevata per l'appunto, se viste con gli occhi della fede. Le riflessioni sull'Incarnazione sono moltissime tra cui un aspetto che oggigiorno, in tempi in cui si esalta la determinazione del singolo, non mi sembra venga messo in giusta evidenza: il semplice fatto di aver accettato la libera scelta di una fanciulla, ci fa capire quanto Dio rispetti ed ami l'uomo in quanto ha messo nelle sue mani (anzi: per essere più precisi nelle mani di una donna) la condizione imprescindibile alla redenzione della medesima umanità. Ma c'è di più. Molto di più. E grandissimi Santi prima delle misere parole del sottoscritto si sono posti queste domande che ancora oggi affascinano ogni credente: una fra tutte, cosa ha significato l'Incarnazione? Come anche: cur Deus Homo? Perché Dio si è fatto uomo?

Cos'è l'Incarnazione? Cosa ha comportato il fatto che l'Essere perfettissimo e immenso (perché non dimentichiamolo: Gesù Cristo era-è-sarà sempre il Figlio di Dio, II Persona della Santissima Trinità e dunque Dio come il Padre e lo Spirito Santo: io e il Padre siamo una cosa sola) abbia deciso di entrare nel tempo, nello spazio, nel dolore, ed in ogni aspetto dell'umana vita? Ci fermiamo mai a pensare al fatto che Cristo, assumendo la natura umana, ha assunto ogni singolo aspetto di essa per poterla interamente redimere? Pensiamo mai al fatto che tutto ciò che è stato assunto è stato redento, e che dunque ciò che non sarebbe stato assunto non sarebbe stato redento? Non si tratta di giochi lessicali o di questioni teologiche di lana caprina (come si suol dire, ma erroneamente: disquisire sul sesso degli angeli) bensì di una realtà con cui ciascuno di noi ha a che fare ogni giorno in quanto appartenenti al genere umano: se Cristo infatti non avesse redento l'intera umanità (e quindi anche la natura umana nella sua interezza) avrebbe compiuto un atto imperfetto rendendo vana l'intera Redenzione e non permettendoci di entrare in Paradiso!

L'Incarnazione di Cristo è (stata) un fatto reale, un avvenimento come sottolineato da Mons. Giussani e ribadito Benedetto XVI in diverse occasioni del suo Magistero, talmente reale da aver preso carne e sangue. Sebbene sia un linguaggio a noi poco usuale, è lecito dire che: Iddio si sia fatto embrione; è vissuto nel segreto del seno della Vergine Maria per 9 mesi; è nato (sebbene con un parto miracoloso che ha preservato la Verginità di Maria); ha avuto fame e sete; ha avuto bisogno del cambio dei pannolini come tutti i bambini; ha giocato e riso; ha pianto e sofferto; ha camminato ed è caduto; ha lavorato e pregato; etc. Come accennato sopra, non c'è nulla di propriamente umano che Gesù Cristo non abbia fatto né vissuto giacché, come afferma genialmente San Gregorio Nazianzeno «ciò che non è stato assunto, non è stato guarito».

Il Figlio, Verbo Eterno del Padre, per mezzo dell'Incarnazione per opera dello Spirito Santo, ha assunto la natura umana alla sua persona divina nella sua interezza, fuorché nel peccato(1) per poter ricondurre l'umanità, come anche la creazione, redenta, al Padre per mezzo del sacrificio della croce che ha espiato sia il peccato originale che tutti i peccati degli uomini da Adamo fino alla fine dei tempi. Senza Incarnazione non ci sarebbe stata Resurrezione: senza Presepe non ci sarebbe stato il Golgota(2).

L'Incarnazione non va vista solamente dal punto di vista dell'assunzione della natura umana da parte di Cristo, ma anche dal punto di vista dell'uomo: se Dio nobilita l'umanità, vuol dire che l'umanità guadagna una nuova dignità. Ma in cosa consiste questo mirabile scambio di doni (come recita il Prefazio della Messa della Notte di Natale)? Nel fatto che Gesù Cristo da ricco che era, si fece povero per arricchire noi con la sua povertà (cfr. 2Cor 8,9). E per capire nel miglior modo possibile questo profondo mistero, conviene riportare per intero il Canone 460 del Catechismo della Chiesa Cattolica:

Il Verbo si è fatto carne perché diventassimo «partecipi della natura divina» (2 Pt 1,4): «Infatti, questo è il motivo per cui il Verbo si è fatto uomo, e il Figlio di Dio, Figlio dell'uomo: perché l'uomo, entrando in comunione con il Verbo e ricevendo così la filiazione divina, diventasse figlio di Dio»3. «Infatti il Figlio di Dio si è fatto uomo per farci Dio»4. «Unigenitus [...] Dei Filius, Suae divinitatis volens nos esse participes, naturam nostram assumpsit, ut homines deos faceret factus homo – L'unigenito [...] Figlio di Dio, volendo che noi fossimo partecipi della sua divinità, assunse la nostra natura, affinché, fatto uomo, facesse gli uomini dei»(5).

Dal momento che Dio si è incarnato, ogni cosa propriamente umana è stata elevata ancor di più del già essere stata creata ad immagine e somiglianza di Dio: è stato nobilitato il suo corpo e la sua ragione ma non dobbiamo avere paura di dire che sono state nobilitate anche le sue feci come anche il suo seme in quanto, non smetteremo mai di ripeterlo, tutto ciò che non fosse stato assunto non sarebbe stato redento. Cristo dunque ha redento, nobilitandolo, il riso(6) e la tristezza, la gioia ed il dolore, il mangiare ed il bere, il dormire e il camminare, l'essere embrione come l'essere cadavere(7), l'avere una famiglia ed il lavoro, il giocare ed il predicare, e così via.

Benché feriti dal peccato, siamo dunque nobili. E lo siamo, per così dire, per diritto e per conquista: per diritto in quanto Dio non ha mai ritirato la sua benedizione dall'uomo; per conquista perché Cristo ci ha comprati a caro prezzo. L'Incarnazione, primo atto della Redenzione, mette insieme queste due caratteristiche che noi dovremmo sempre cercare di comprendere quanto più possibile ricordandoci inoltre che noi siamo dei anche perché, se viviamo in grazia, inabita in noi la Santissima Trinità: non rattristiamo dunque lo Spirito Santo che è in noi e ringraziamo continuamente Dio per la sua infinita misericordia giacché quando eravamo ancora peccatori ha chiesto alla Vergine di essere Madre del Verbo Incarnato.

Guardiamo a Maria, «umile ed alta più che creatura», per poter contemplare, come ha fatto Lei stessa durante tutta la vita di Cristo, la profondità e la grandezza del mistero della natura umana che il Figlio ha unito alla sua Persona per mezzo dell'Incarnazione.

https://labaionetta.blogspot.it/2017/05/lettera-dal-fronte-la-gloria-di-dio.html

1- È bene ricordare, in questi tempi in cui dilagano espressioni semi-ariane, che Cristo ha 2 Nature, l'umana e la divina, distinte ma non confuse tra loro, unite indissolubilmente per l'Incarnazione (unione ipostatica: stesso discorso vale per le volontà) nell'unica Persona Divina di Cristo: per questo egli è vero uomo e vero Dio. Anticipando il prossimo articolo, conviene notare che l'unione ipostatica non si è conclusa con la Redenzione ma perdura tutt'oggi: dopo la Resurrezione infatti Cristo non ha abbandonato il suo corpo, ma l'ha riavuto/ripreso già glorificato (cosa che per gli uomini di tutti i tempi avverrà nell'ultimo giorno, al momento della sua seconda venuta. Notiamo inoltre che il corpo risorto di Cristo è il suo vero corpo, come afferma la liturgia pasquale, ed è si glorioso (può non usare le porte per entrare in una stanza, scompare e riappare, etc) ma è altresì un vero e proprio corpo tant'è che Cristo dopo la Resurrezione ha avuto fame ( scegliendo anche cosa-dove-con chi mangiare mostrando anche gusto ed appetito: Gesù stesso ad esempio prepara da mangiare per se e per i discepoli, segno anche carnale di fame), ha camminato con i discepoli di Emmaus e gli Apostoli che lo hanno potuto toccare, etc.
2- In molte rappresentazioni presepiali, come anche in diversi dipinti sulla Natività o la Santa Famiglia, sono presenti elementi che rimandano alla Passione, a volte addirittura delle croci. La cosa, che a prima vista potrebbe essere erronea, è invece una verità di fede profonda: Cristo, in quanto Dio, sapeva benissimo fin dall'Incarnazione che avrebbe patito il supplizio della Croce. Sant'Alfonso Maria dÈ Liguori ha mirabilmente espresso questa verità nell'ultima, come anche sconosciuta oggigiorno, strofa del Tu scendi dalle Stelle: «Tu dormi o Ninno mio, ma intanto il Core / Non dorme no, ma veglia tutte l'ore: / Deh mio bello e puro Agnello, / A che pensi dimmi Tu? / O Ammore immenso, / “A morire per te”, rispondi, io penso».
La moderna cristologia, meglio conosciuta con il nome di cristologia dal basso, invero, propone una lettura antitetica a quanto da noi affermato poc'anzi in ossequio al Magistero bi millenario della Chiesa: in poche parole, per questa teoria ampiamente diffusa e propagandata persino nei seminari pontifici, Gesù non sapeva di essere Dio e ciò che noi leggiamo nei Vangeli sono una (ri)lettura post-pasquale della vita di Gesù, periodo in cui egli prende sempre più coscienza del suo essere Dio.
3- Sant'Ireneo di Lione, Adversus haereses, 3, 19, 1: SC 211, 374 (PG 7, 939).
4- Sant'Atanasio di Alessandria, De Incarnatione, 54, 3: SC 199, 458 (PG 25, 192).
5- San Tommaso d'Aquino, Officium de festo corporis Christi, Ad Matutinas, In primo Nocturno, Lectio 1: Opera omnia, v. 29 (Parigi 1876) p. 336.
6- È molto interessante notare come per i santi, l'allegria è sinonimo di beatitudine: San Giovanni Bosco spiegava ai suoi giovani che «noi facciamo consistere la santità nello stare sempre allegri»; San Tommaso d'Aquino ha scritto sull'eutrapelia, vale a dire la buona allegria, ed è noto il titolo di un'opera di Chesterton, la cui Causa di Canonizzazione è in corso, La serietà non è una virtù.
7- Ci sia permessa questa terminologia molto semplice.
 

17 aprile 2017

«La gloria di Dio è l’uomo vivente»: considerazioni teologiche sulla cultura della vita/01

di Francesco Del Giudice

Iniziamo oggi una piccola rubrica di riflessione teologica che ci guiderà alla partecipazione della prossima Marcia per la Vita che si terrà a Roma il 20 Maggio 2017. Gli articoli cercheranno di rispondere sulle ragioni dell'impegno della Chiesa Cattolica in favore della vita analizzando la questione sia da un punto di vista scritturale, teologico, magisteriale e di “prassi” tradizionale. Speriamo di aiutarvi a comprendere almeno in parte questo grande mistero ed ad invogliarvi a partecipare alla Marcia, coscienti di gridare al mondo un sonoro SI alla Vita.
Attenzione: gli articoli contengono argomenti ed espressioni tipicamente cattolici.

Lunedì 27 Marzo sono stati diffusi i dati sul consumo in Italia delle cosiddette pillole del giorno dopo considerate e propagandate dai media come anche dall'AIFA non come farmaci abortivi bensì come contraccettivi di emergenza. La pubblicazione di questi dati è stata l'occasione per una riflessione, spontanea quanto profonda, sul significato ed il valore della vita e della cultura della vita cui si contrappone, ovviamente, la cultura della morte di cui parlava a tamburo battente San Giovanni Paolo II: queste riflessioni, di natura teologica, nascono anche dal fatto che, ahinoi, anche buona parte della élite della Chiesa (intesa sia come gerarchia ecclesiastica che come laicato impegnato socialmente) non approfondisce, e forse neanche conosce, la grandezza del mistero della vita accontentandosi di riproporre asetticamente gli enunciati della dottrina relativi al V Comandamento.

Non meravigliamoci di quanto ho appena detto in quanto pochi giorni prima della pubblicazione dei dati di cui sopra è venuta a galla una sordida vicenda che ha riguardato l'Università Cattolica di Lovanio (in Belgio, fino a pochi anni fa tra i massimi Istituti culturali di tutta la Chiesa Cattolica): un docente di filosofia avrebbe proposto agli studenti un suo testo sulla vita, riproponendo (ma in chiave strettamente filosofica) la definizione della Chiesa sull'aborto quale «uccisione di un innocente» e «gravissima colpa in quanto l'innocente è anche indifeso»: il professore è stato sospeso per incitamento all'odio ed altre amenità varie ed il dibattito si è animato sempre più in Belgio con marce spontanee in favore della vita ma anche con interventi a mezzo stampa da parte di tutti gli attori coinvolti. Se non fosse chiaro, il professore è stato sospeso dall'insegnamento da un'Università Cattolica per aver espresso in quella sede le medesime posizioni del Catechismo della Chiesa Cattolica; similmente dobbiamo segnalare i numerosi distinguo ed i comunicati ambigui e dai toni irenistici della Conferenza Episcopale belga che sembrano condannare il professore per il suo intervento pur ammettendo che le affermazioni formano parte del patrimonio di fede dei cattolici.

Come potete vedere, la confusione regna sovrana anche in campo cattolico: non ne godiamo, ovviamente, giacché «un nemico ha fatto questo», ma d'altro canto è nostro dovere «giudicare i segni dei tempi» che ci si pongono dinanzi. Fedeli alla Parola di Dio («vagliate tutto, trattenete ciò che è buono») dobbiamo denunciare ma anche riproporre in maniera decisa e sempre più chiara la sana dottrina in questi tempi in cui, sempre con le parole di San Paolo, si fa presto a dare retta a delle favole.

Chiedendovi perdono per questa lunga introduzione passiamo ora a vedere da dove sgorga l'impegno in favore della vita (dal concepimento alla morte naturale, utilizzando il linguaggio appropriato) profuso nel corso dei secoli dalla Chiesa Cattolica: sarà un'analisi teologica e scritturale che potrà anche non essere condivisa da quanti non si riconoscono figli della Chiesa, ma sarà altresì motivo di approfondimento della tematica per tutti i cattolici che – speriamo – saranno invogliati a compiere la loro missione di sale della terra e luce del mondo con la consapevolezza di possedere un carattere peculiare (anche) quando si parla di vita e di morte. La difesa della vita è secondo la Chiesa un tema comune a tutti gli uomini, che fa riferimento cioè al diritto naturale inscritto nel cuore di ogni uomo ma è altrettanto vero che i cattolici hanno il dovere di sostenere queste battaglie con un quid in più, vale a dire anche da un punto di vista della propria fede: non dimentichiamo infatti che, come afferma San Tommaso d'Aquino, «la grazia non toglie nulla ma [tutto] perfeziona». Ovviamente come è possibile fare una riflessione teologica sulla cultura della vita, è altrettanto vero che è possibile parlare teologicamente della cultura della morte: gli argomenti in ballo sono molteplici e su ognuno dovremmo e potremmo parlare per settimane: per facilitarvi la lettura e la comprensione, pertanto, spezzetteremo gli argomenti in diversi articoli.

Tutto parte dalle origini, e non potrebbe essere altrimenti: al culmine della creazione, da intendere sia cronologicamente che gerarchicamente, Dio crea la prima coppia di uomini, Adamo ed Eva, affermando che essi sono «cosa molta buona» aggiungendo un aggettivo qualificativo assente nel giudizio su tutto il mondo fisico creato precedentemente («e Dio vide che ciò che aveva fatto era buono»). Fin dalle origini dunque, la vita umana ha agli occhi di Dio un carattere peculiare che non verrà revocato neanche dopo il peccato originale benché il Signore preannunci sofferenze e guai di ogni tipo: è doveroso sottolineare questa cosa in quanto oggigiorno, anche tra i cattolici, non è così chiaro che la vita umana abbia un valore intrinseco ed originario, vale a dire per il semplice fatto di essere. Poiché l'uomo è molto buono, inoltre, è facilmente intuibile perché solo a lui (neanche agli angeli, tanto per fare un esempio) Dio abbia dato il compito di soggiogare la terra, di dare il nome agli animali e di disporre di ogni erba e frutto che è nel Giardino. Non dimentichiamo, poi, che l'uomo è creato «ad immagine e somiglianza di Dio» cosicché, ancora oggi, qualsiasi essere umano che viene alla luce ha un valore sacro agli occhi di Dio ed è per lui perfetto in se stesso, a prescindere da “come è fatto”: noi non lo sappiamo (lo possiamo solo intuire) ma Dio conosce perfettamente il perché ci sono uomini più o meno alti, più o meno magri, biondi o mori, con voce rauca o squillante, portatori di handicap o sani, etc. Anche molte differenze tra gli esseri umani derivano dalle conseguenze del peccato originale – e su questo non ci devono essere dubbi al riguardo – ma permanendo il carattere di molto buono e di immagine e somiglianza con Dio (il quale ama le sue creature dello stesso amore che ha una madre per frutto del suo grembo) dobbiamo sforzarci sempre di vedere il nostro prossimo con gli occhi di Dio, che considera ogni essere umano perfetto e preziosissimo ai suoi occhi per il semplice fatto che esista (cui si sommerà in seguito il valore redentivo del Mistero del Verbo Incarnato che fa si che, citando Sant'Ireneo di Lione, «gli uomini possano diventare dei»).

Il semplice richiamo alla creazione delle origini (sebbene il compimento della Rivelazione da parte di Cristo porta con se nuove verità ancor più profonde) ci aiuta a capire meglio il perché la Chiesa oltre a condannare l'aborto e l'omicidio combatta da sempre ogni commercializzazione e la monetizzazione del corpo umano, insistendo a porre come virtù cardine della vita di tutti gli uomini la pudicizia e la castità. Facciamo un esempio lampante: un uomo, anche se non legato da nessun vincolo o voto, che guardi con desiderio spasmodico ogni donna che gli capita a tiro (buttando gli occhi su altre parti del suo corpo, più o meno in bella vista, diverse dal suo viso) difficilmente potrà capire e vivere il mistero che dicevamo prima in quanto non riuscirà a guardare quella sua sorella con gli occhi di Dio ma solamente con quelli della carne. Similmente, una donna che farà di tutto per mostrare il proprio corpo (ed oggigiorno non è difficile né da immaginare né da vedere per strada) non solo potrà essere occasione di peccato da parte di un suo fratello ma percepirà se stessa come mera carne, senza cioè quel carattere di immagine e somiglianza con Dio proprio della sua essenza. Ovviamente questi sono frutti della concupiscenza, cosicché sarà possibile per chiunque vivere in castità principalmente per mezzo della vita di grazia (cosa valida anche per i viziosi, il cui problema potrebbe dipendere da eventi e convinzioni pregresse una vita di fede degnamente vissuta) ma di certo l'esercizio della temperanza e delle altre virtù in giovane età aiuterà a piegare la volontà di ciascuno creando così un abito di pudicizia e purezza.

Ma proviamo a spingerci oltre, e concentriamoci nuovamente sul problema che ci siamo posti dinanzi. Abbiamo detto che Dio, anche dopo il peccato originale, non rinnega la sua parola benché condanni l'uomo (o, meglio: dia all'uomo la pena consona al suo errore) ad una esistenza da vivere in una valle di lacrime: egli infatti non solo promette che la stirpe della donna schiaccerà la testa al serpente ma si fa prossimo delle sue creature mostrandosi o come giudice giusto (come nel caso del diluvio in cui la stirpe umana non è distrutta ed il mondo ripopolato per mezzo dell'Arca) ma anche come un tenero padre per mezzo dei patti di alleanza, prima con Noè e poi con Abramo, che – attenzione! – è sempre Dio a proporre per primo, rivelando così il suo amore sconfinato per le sue immeritevoli creature ed accettando anche la libera scelta dell'uomo di non corrispondervi. L'Antico Testamento rimanda spesso a questa dicotomia dell'uomo: egli è «concepito nel peccato» ma è anche «gloria di Dio». Non per nulla Davide, nel Salmo 8, chiede a Dio «che cosa è l'uomo perché te ne ricordi, e il figlio dell'uomo perché te en curi?» dopo aver osservato le meraviglie della natura cui l'uomo non sembra si possa paragonare e la risposta di Dio, per mezzo delle parole di Davide, è sconvolgente in quanto afferma che «eppure l'hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato [...] tutto hai posto sotto i suoi piedi».

Quando sentiamo proclamare questi passi della Parola di Dio sentiamo anche noi vibrare le corde più profonde della nostra anima come accadde a Davide mentre scriveva questa suo dialogo con il Signore? Contempliamo anche noi la grandezza di ogni essere umano andando oltre il dato puramente materiale? Riflettiamo che Dio ci ha coronato di gloria e di onore, attributi che sono Suoi e che da noi stessi non possiamo neanche minimamente immaginare?

Ci poniamo queste domande? O siamo dell'idea che l'uomo è un essere autosufficiente, adulto, autoreferenziale e dominatore del mondo? Similmente, ci ricordiamo della nostra relazione e dipendenza assoluta con Dio, come anche della partecipazione di ogni uomo al Suo essere, durante un malattia o una desolazione spirituale? E dinanzi ad una rara bellezza (utilizzando il linguaggio biblico) riusciamo a trascendere il dato puramente carnale ed effimero di tale innegabile splendore? Siamo pronti, noi uomini, ad esempio, a guardare una donna in lingerie con lo stesso sguardo con cui ne osserveremo un'altra avvolta da uno scialle coprente? Saremmo certi di poter trascendere il dato materiale per poter affermare, ed a cuor contento, di non essere i padroni e i consumatori di quella persona? E dinanzi ad un portatore di handicap, oppure ad un mutilato, riusciamo ad avere quello sguardo di pienezza proprio di Dio? Siamo certi che ogni volta che ci mettiamo dinanzi ad uno specchio siamo pronti ad accettarci per quel che siamo e cercare di migliorarci – ovviamente! – per dare gloria a Dio e non solo per cercare quella degli uomini?

Come si può vedere, un discorso teologico sulla cultura della vita e sulla cultura della morte implica una mole di considerazioni troppo ampia: sarebbe banale citare semplicemente il V Comandamento, come anche il solo riportare le enunciazioni del Magistero e del Catechismo su aborto, eutanasia e fecondazione artificiale.

C'è bisogno invero di capire ciò che magari già si sa. E di amare ciò che si conosce per poi vivere ciò che si ama. Vi diamo appuntamento alle prossime puntate di questa rubrica, in cui cercheremo di sviscerare nei limiti delle nostre possibilità questo grandissimo mistero che ci riguarda da vicino in maniera somma in quanto Dio, cioè l'Essere perfettissimo e immenso, ha voluto che la sua gloria coincidesse «con l'uomo vivente».

https://labaionetta.blogspot.it/2017/04/lettera-dal-fronte-la-gloria-di-dio-e.html

 

06 aprile 2017

Marciare per salvare la Civiltà. Il perché di una scelta


di Francesco Del Giudice

Per il sesto anno di seguito, l’Italia è in recessione. Lo ha certificato anche l’ISTAT ma pochi giornali ne hanno parlato: TelevideoRai ha riportato la notizia nelle rubriche secondarie e non nella celebre pagina ‘103’ dove vanno a finire le notizie più importanti e clamorose. Solamente Avvenire se n’è accorto e, ad onor del vero, è dal novembre/dicembre che cerca di sensibilizzare la società e gli altri media su questa tematica fornendo studi, cifre, dati, riflessioni di esperti. Perché è stata scelta questa linea editoriale da parte dell’intero mondo dell’informazione italiano? Perché, attenzione, l’Italia non è in recessione economica per il sesto anno di seguito: l’Italia è in recessione demografica! Non solo gli italiani non procreano più, ma neanche adottano più bambini (in particolare nel sistema delle adozioni internazionali). Se Atene piange, inoltre, Sparta non ride: anche gli stranieri infatti procreano sempre di meno. E l’ISTAT per far ingollare meglio la pillola non parla più di abitanti ma di residenti, falsando cioè il dato reale in quanto (non neghiamolo) il concetto di residenza e di domicilio in Italia sono agli antipodi una dall'altra. Allo stesso modo, probabilmente per la prima volta, per non mostrare il vero e proprio vuoto che si sta creando tra la popolazione italiana l’ISTAT si esprime in termini percentuali millesimali, abbandonando la tipica percentuale a due zeri che ci hanno insegnato alle elementari. Oltre a questo, aumenta di anno in anno il numero dei morti che, ormai, ha superato anche le cifre spaventose degli anni 1916/1917: poiché in quel biennio ci furono le più dure battaglie della Grande Guerra cosicché lo scenario è ancora più preoccupante e logicamente assurdo. Ormai l’indice di sostituzione (il fatto cioè che ogni anno ad ogni morto corrisponda almeno un nuovo vivo) è semplice teoria dei manuali statistici: la realtà ci dice altro.

La domanda di sopra, tuttavia, rimane: perché non si dà importanza ad una notizia (ormai una vera e propria “serie storica”) che riguarda sia il presente che il futuro, prossimo come anteriore, di tutta la Nazione? La verità, come accade spesso, è tanto semplice quanto amara: è meglio tacere questi argomenti, o parlarne velocemente, perché altrimenti bisognerebbe richiudere il Vaso di Pandora da cui sono usciti fuori tutti i problemi che ci stanno portando sempre più ad una vera e propria era glaciale demografica che sembra non avere fine e che sarà sempre più drammatica. Ogni anno spariscono dal nostro Paese intere comunità, e quelle che resistono invecchiano sempre di più. I legami si spezzano e tra poco non sarà strano trovare persone che vivranno senza avere accanto né familiari diretti né parenti più o meno prossimi.

Noi stiamo assistendo ai frutti di una cultura individualistica, nonché radicalmente pessimista e/o nichilista, ed il più lontana possibile da una concezione di identità e comunità aristotelicamente intesa: l’uomo non è più un animale politico, cioè sociale, ma bensì la concretizzazione del celebre assioma di Lucrezio ed Hobbes homo homini lupus. Ci troviamo dinanzi ad una vera e propria cultura della morte che, volenti o nolenti, ci condiziona in ogni nostro agire e di pensare. Non dobbiamo meravigliarci infatti se in Italia non si procrea più e se non ci si cura dell’aumento vertiginoso degli anziani se, infatti, fin da piccoli siamo portati a considerare come modelli da seguire delle persone che a 40 o 50 anni (se non ancora di più) ancora non hanno legami stabili e rifiutano categoricamente di sostenere una gravidanza preferendo invece ricorrere a scappatelle di ogni genere, purché ovviamente di breve durata, per poter soddisfare i propri bisogni affettivi e sessuali. Non ci si deve meravigliare se in Italia c’è l’inverno demografico quando consideriamo che i prodotti anticoncezionali (rivolti sia ad un pubblico femminile che maschile) siano a disposizione anche nei bagni pubblici delle stazioni e degli autogrill (cosa anche molto discutibile: se entro in un bagno pubblico, magari a pagamento, non penso che avrò da espletare funzioni sessuali). Non dobbiamo meravigliarci di quanto detto sopra perché esiste una legge, la celeberrima 194, che permette di uccidere il frutto del rapporto tra un uomo ed una donna: come si può parlare di tutela della vita se una Legge dello Stato ha depenalizzato ed esteso l’aborto anche a soggetti che preferiscono andare a fare la bella vita piuttosto che prendersi cura di una creatura appena nata? Come è possibile non capire la stretta connessione che esiste tra il tracollo del numero dei matrimoni cioè della formazione di una coppia stabile, nucleo fondamentale della comunità più ampia che è la Nazione? Come è possibile non vedere la correlazione tra l’aumento vertiginoso dei rapporti sessuali consumati occasionalmente e l’assenza di gravidanze tra i giovani? Come è possibile non considerare che le cosiddette precauzioni durante questo tipo di rapporti sono essenzialmente precauzioni di natura anti-concezionale? E come si possono spacciare per farmaci quelli che sono dei veri e propri veleni? Se ci trovassimo in ambito fitosanitario o veterinario, ad esempio, i prodotti di sterilizzazione sarebbero vietati all’uso comune: nel caso umano, invece, vengono venduti liberamente, spesso anche senza ricetta di prescrizione. Di cosa dobbiamo meravigliarci se ormai la figura sociale, culturale e professionale delle escort e dei gigolò è ormai entrata nel linguaggio comune delle persone e viene riproposta a piè sospinto, e sempre senza alcun tipo di giudizio bensì in maniera sempre positiva e propositiva, nella gran parte delle produzioni televisive e cinematografiche italiane, in particolare prodotte o trasmesse dalla RAI? Come si può minimamente immaginare di crescere, e per tutta la vita, un frugoletto fin dal concepimento se (in particolare dall'approvazione della Legge sul Divorzio) si sostiene in tutti i modi che i legami più sono liquidi più saremo felici? Come è possibile invogliare i giovani a procreare se esiste una legge (la famosa 40) che permette di ricorrere a qualsiasi tecnica pur di avere figli anche in un’età considerata generalmente e scientificamente non fertile? In che modo si può concepire un figlio, che sarà della coppia per tutta la loro vita, e non a tempo o solo quando se ne ricorderanno, se l’età media dei rapporti di matrimonio diminuisce di anno in anno per la gioia degli avvocati, dei sociologi, dei politici e degli psicologi che ci spiegano che il fatto di rompere la routine di coppia porta grandi benefici sia al corpo che allo spirito dei divorziandi? E come è possibile parlare di vita, e dunque di natalità, se lo Stato si sta impegnando in prima persona per la diffusione, autorizzata!, delle cosiddette droghe leggere? Ma se sono droghe, come possono essere leggere? Esiste per caso un omicidio leggero ed un omicidio pesante? O esiste semplicemente una gradualità nell'efferatezza o nella gravità del reato commesso?

Nei giorni scorsi, come ormai non accadeva da diverso tempo, si è tornato a parlare della condizione della vita umana, della sua fragilità e del rapporto tra la vita e la morte sia all'origine della vita sia alla sua fine: eutanasia, aborto, fecondazione in vitro, creazione di ibridi e concepimenti completamente artificiali. Tutto insieme, letteralmente. Non è stato un confronto facile né tanto meno pacifico. Si è parlato spesso più con la pancia che con la ragione. Sono stati fatti paragoni a momenti tristi della storia umana, e si è cercato anche di immaginare un futuro diverso da quello che si pensava di poter vivere fino a pochi(ssimi) anni fa. Sono state messe in contrapposizione società e legge, fede e ragione, cultura elitaria e cultura popolare, partiti di destra e partiti di sinistra, medicina ed etica. Ci si è accapigliati, scontrati, anche presi a male parole per (siamo sinceri) non risolvere granché del grande mistero che abbiamo dinanzi. Perché di questo si tratta, ci piaccia o non ci piaccia: la vita (ed in particolare la vita umana) è un mistero. E come tale fino a pochi anni fa era vista, osservata, ammirata, studiata, venerata. Ma ora non è così: si sono ribaltati completamente sia i giudizi che il metro di paragone per parlare e valutare questo mistero. Si ama e si desidera, per sé ma soprattutto per gli altri, ciò che era considerato impensabile mettendo insieme, anche lessicalmente, nozioni agli antipodi ed concettualmente stridenti come diritto e morte. E lo si fa nei bar, nelle piazze, nei circoli culturali, con gli amici, sulle riviste di moda, nei giornali, nei video di YouTube, finanche in Parlamento. E tutto come se fosse una cosa normale e senza conseguenze più o meno pesanti, più o meno evidenti. Ma su una cosa concordano tutti gli attori in scena: si tratta di un cambiamento epocale della società (e quindi della cultura e dei giudizi, senza contare il modo di intendere la propria identità, la propria storia, il modo di immaginare il proprio futuro) paragonabile ad una vera e propria rivoluzione. E questa rivoluzione coincide con il Vaso di Pandora cui accennavamo sopra.

Combattere la cultura della morte significa combattere in favore della cultura della vita, alzando lo stendardo dell’amore per propria Patria, per i propri concittadini, per le future generazioni come anche per le categorie più svantaggiate e deboli. Dobbiamo ammettere infatti che se la cultura della morte dilaga è anche perché non si è saputo proporre, ed anche difendere, efficacemente la cultura della vita.

Fare questo significa affermare verità scomode che nessuno vuole ascoltare: e per farsi sentire allora bisogna gridare. E la storia e l’esperienza ci insegnano che non c’è grido più efficace che quello elevato durante una marcia: la storia dei sindacati, dei partiti politici, dei gruppi religiosi, dei gruppi per i diritti civili etc è piena di manifestazioni di questo tipo che hanno spesso portato a grandi conquiste per tutta l’umanità.

C’è la possibilità di marciare per dire NO alla cultura della morte e SI alla cultura della vita: è la Marcia per la Vita che si svolgerà a Roma il 20 Maggio prossimo. La risposta alla negatività sarà la nostra personale risposta affermativa alla vita per mezzo del nostro grido a squarciagola.

Che aspetti? Vieni anche tu a marciare e gridare con noi il tuo personale SI ALLA VITA.

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