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03 ottobre 2018

Divorziati risposati. Un libro fa chiarezza sulla comunione spirituale

di Samuele Pinna
Quando il 16 settembre 2016 Alexandra Diriart mi aveva spedito il suo prezioso volumetto da poco pubblicato Divorziati risposati e comunione spirituale (Cantagalli), aveva precisato nella lettera accompagnatoria che il libretto di cui mi aveva parlato e che avevo in quel momento tra le mani era stato «scritto prima della Amoris Laetitia».

Aveva poi aggiunto: «Anche se non se ne parla più, penso che la comunione di desiderio possa essere una via che faccia del bene alle anime». Ma cosa pensare della pratica della comunione spirituale raccomandata ai divorziati risposati che non possono ricevere sacramentalmente l’Eucaristia? È semplicemente una proposta che evita di affrontare una questione in seguito apparsa come spinosa?

Il libro risponde a queste domande, spiegando innanzi tutto che occorre comprendere correttamente cosa si intenda per “comunione spirituale” nei diversi significati dell’espressione (cfr. in particolare il capitolo II). Ecco il motivo per cui la proposta della “comunione spirituale” per i divorziati risposati – scrive l’Autrice – richiede «una precisazione al fine di essere compresa correttamente e di non prestare a confusione. Questa è davvero comunione a Cristo, non al modo della fruizione della res sacramentale, ma al modo di una grazia di conversione che unisce nella tensione del desiderio, nutre attraverso il cibo dell’obbedienza filiale e guarisce ravvivando la grazia della vita battesimale: grazia dinamica che impegna i fedeli divorziati risposati in un vero cammino ecclesiale e sacramentale di conversione di salvezza» (p. 100).

In tal senso, «la proposta merita di essere incoraggiata poiché offre un autentico itinerario spirituale che non ha nulla dello spiritualismo disincarnato» (p. 100). Per fugare ogni dubbio la Diriart propone un termine diverso rispetto a quello classico e parla di “desiderio di comunione” o di “comunione nella speranza” così da evitare ogni ambiguità: «La “comunione nella speranza” – afferma – non intende sottovalutare la necessità dei sacramenti per la salvezza, né l’importanza della manducazione corporea dell’Eucarestia, poiché è profondamente ordinata alla sua piena ricezione. Essa si inserisce in una dinamica di crescita spirituale e di conversione che riscopre e fa fruttificare la potenzialità del Battesimo. La frequentazione della Parola di Dio, la preghiera, l’adorazione eucaristica, la partecipazione alla Santa Messa, le opere di carità, il dialogo confidente con un sacerdote, l’accoglienza della comunità parrocchiale, i gesti di comunione, sono elementi che intensificano la comunione nella speranza, ossia che uniscono realmente a Cristo nell’attesa di riceverLo un giorno sacramentalmente» (p. 101).

Si tratta di «un cammino di verità e di salvezza, e quindi di consolazione nel Signore: è bene promuoverlo» (p. 101). Tuttavia, tale comunione «non può essere incoraggiata indipendentemente da una pastorale che ricordi a tutti i fedeli cristiani la necessità di convertirsi al vero senso della comunione eucaristica e della comunione ecclesiale in tutta la ricchezza della sua partecipazione» (p. 101). Questo splendido studio può, allora, aiutare nella comprensione a riguardo del cammino dei divorziati risposati, soprattutto dopo l’Amoris Laetitia di papa Francesco e l’acceso dibattito che ne è scaturito.

 

04 novembre 2017

Basta balle. Ai cattolici non frega niente dei luterani. Ed è reciproco.



di Francesco Filipazzi

La domanda è semplice, la risposta ancora di più. La pongo a chi, come me, frequenta parrocchie e chiese e parroci, avete per caso rilevato grande entusiasmo e fermento per il riavvicinamento, ipotetico o meno, dei cattolici con i luterani?
La risposta è, udite udite, assolutamente no. Il popolo cattolico non è minimamente interessato a questa idiozia. Ogni tanto qualche vescovo cerca di inscenare una cerimonia ecumenica, qualche parroco forse, ma sono azioni isolate, che coinvolgono un pubblico estremamente risicato, di gente precettata per l'occasione o marginalmente incuriosita da qualche aspetto culturale. Nulla d'altro. Il cattolico medio sa cosa sono i sacramenti e sa che questi non sono contemplati nel luteranesimo. Purtroppo "il popolo" è considerato alla stregua di una massa di mentecatti da parte di vescovi e cardinali, che si credono sempre i più furbi e intelligenti della situazione.

Le gerarchie sono scollate dalla base

Purtroppo i primi a non capire che non c'è alcuno spazio per un riavvicinamento, sono gli alti prelati, modernisti. Abituati a stare chiusi nelle loro curie, gli italiani agiscono principalmente per assunti ideologici che non hanno alcuna attinenza con la realtà. Forse qualcuno è in buona fede, ma lo scollamento con "la base" è evidente. C'è poi chi agisce per soldi, come i tedeschi, che vivono solo ed esclusivamente per grattare preferenze nel sistema di contribuzione tedesco, che prevede un contributo ben più corposo rispetto all'8 per 1000 italiano. La strategia sembra però fallimentare, perché la conferenza episcopale tedesca ha perso centinaia di migliaia di preferenze fra i cattolici e quindi ha perso molti soldi. Ciò spiega il tentativo, sempre dei crucchi e poi trasmesso al resto, di sposare i gay e di risposare i divorziati. Un tentativo di racimolare grana. Che fallirà.
Ci sono poi le pagliacciate come quella di Bruxelles, capitale di un Belgio un tempo fiore all'occhiello della cattolicità e oggi deserto spirituale ed esistenziale, dove i cattolici buoni vengono cacciati in malo modo e quelli meno buoni sono pochi e non hanno alcuna influenza sulla società.

La freddezza dei luterani

A dimostrazione dello scarso contatto con la realtà dei vertici cattolici, c'è la freddezza dei luterani verso le invasioni di campo di Bergoglio e verso l'afflato amoroso di alcuni cattolici. A parte sorrisi e strette di mano di circostanza, i protestanti non hanno nessuna voglia di farsi cattolici. E lo dicono pure. Certo anche nel loro caso alcuni fra le loro pseudo gerarchie spacciano una vicinanza inesistente, ma fior di pastori delle varie confessioni hanno dichiarato apertamente che non c'è alcuna possibilità di unità. Anche l'ormai risibile popolo protestante non fa i salti di gioia e di noi papisti se ne frega altamente.
Soprattutto i luterani svedesi, aperti ad ogni porcata possibile in fatto di etica e bioetica, sono i primi a non trovare alcun punto di contatto con Roma. Non basta un'Amoris Laetitia qualsiasi per apparire più aperti agli occhi di chi è totalmente sbragato.
A spiegare che ci sono tre piccoli dettagli che non possono essere conciliabili ci ha pensato Margot Kassman, una voce piuttosto importante del mondo luterano, da qualcuno definita "papessa". Costei dice che i cattolici hanno una concezione del sacerdozio, del papato e dell'eucarestia che non può essere accettabile per i protestanti. Valle a spiegare che Bergoglio e soci stanno cercando di demolire proprio questi tre elementi, ma probabilmente la tizia lo sa, ma sa anche (forse più di certi cattolici) che i cambiamenti dogmatici non si fanno schioccando le dita, anzi non si fanno proprio.
Inoltre, e qui si svela un po' l'arroganza dell'ecumenismo d'accatto, la luterana dice apertamente che, nonostante ci siano fughe di fedeli da entrambi i lati, lei è comunque punto di riferimento di milioni di persone (che vede solo lei, ma vabbé) e che fare un frullato di tutte le confessioni cristiane non ha senso.
«Neanche i partiti si uniscono per mancanza di tesserati. In Germania ci sono comunque 45 milioni di persone che appartengono a una Chiesa, oltre la metà della popolazione. Mantenere un profilo autonomo ha quindi ancora senso». Qualcuno lo spieghi a Ravasi e soci.

L'unica unità è la loro conversione

Che dire, è chiaro che o si è protestanti o si è cattolici, tertium non datur. Lo aveva capito bene Benedetto XVI che con il motu proprio Anglicanorum Coetibus aveva dato facoltà ai pastori anglicani di ritornare a Roma, solo però dopo aver accettato a pacchetto completo l'insegnamento cattolico e, soprattutto, previa ordinazione sacerdotale cattolica
Inoltre per i pastori sposati è stata fatta una deroga, così come per i vescovi a cui è stato riconosciuto il rango di monsignori, ma è una deroga di fatto temporanea, utilizzabile solo da pastori che rientrano, non per chi vuole diventare prete cattolico ex novo. Sembra che questo metodo, che parte dal presupposto che sono loro che devono tornare a casa, perché noi ci siamo già, abbia dato buoni frutti. 
L'unica unità possibile fra i seguaci della cosiddetta Riforma e i cattolici può avere luogo solo se i primi abbandonano in toto Lutero e tutto ciò che ne discende. Oppure, ed è ciò che qualcuno fra i cattolici auspica, servirebbe un'apostasia di massa della Chiesa di Roma.
Sia chiaro, qui non stiamo dicendo che non si debba fare un tentativo per l'unità dei cristiani, ma questa unità è possibile solo nella vera fede e sotto Roma. Fingere che si possano trovare vie di mezzo insapori incolori e inodori è solo un vaneggiamento satanico, una presa in giro.



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02 ottobre 2017

Bux e Valli. Che cosa sta accadendo, oggi, nella Chiesa?


di Riccardo Zenobi

Venerdì 29 settembre sono riprese le conferenze promosse dall’Associazione Culturale Oriente Occidente, delle quali si è parlato qui, qui e qui. Gli incontri si tengono, come avvenuto precedentemente, nella sala conferenze della chiesa san Carlo Borromeo, in via Vincenzo Gentiloni 4 ad Ancona.

La prima conferenza di questo secondo ciclo di appuntamenti è stata una conversazione ‘a due voci’ con gli interventi di Aldo Maria Valli (giornalista, vaticanista del TG1, laureato in scienze politiche all’università cattolica di Milano) e di mons. Nicola Bux (sacerdote dell’arcidiocesi di Bari, esperto di liturgia orientale e di sacramentaria, consultore della congregazione della dottrina della Fede e della congregazione per le cause dei santi, collabora con la rivista Communio). Lo spunto di riflessione da cui ha preso avvio l’incontro è la parola “confusione”, termine che viene usato sempre più spesso dai fedeli, che vivono in un crescente disorientamento; la causa di tutto ciò in cosa è rintracciabile? Nella penetrazione di pensieri spuri nella Chiesa? Stiamo vivendo ciò che il beato Paolo VI dichiarò a Jean Guitton, ossia che siamo di fronte alla presenza dentro la Chiesa cattolica di un pensiero non cattolico il quale, seppur divenisse maggioritario, non sarà mai il pensiero ufficiale della Chiesa?

La conversazione si è aperta con l’intervento di Aldo Maria Valli, per il quale la confusione è l’elemento distintivo dell’epoca moderna, non solo nella Chiesa; ma lo stato interno di quest’ultima sconcerta molti, tanto che sempre più persone si chiedono: dove stiamo andando? Cosa ne sarà della Fede? Queste domande coinvolgono persone che prima non si ponevano problemi a riguardo, e nell’ultimo anno è aumentato enormemente il numero di tali persone. Nel giugno 2016, appena uscì, il libro “266” (nel quale si pongono tali interrogativi) era una sorta di avanguardia, ma nel giro di poco più di un anno lo sconcerto si è allargato moltissimo – e sono stati avanzati dei Dubia da parte di cardinali. I primi che si posero tale domanda erano essi stessi incerti del loro proprio sconcerto, cosa del resto comprensibile: chi si espone per primo è sempre titubante, poiché potrebbe essere una semplice impressione personale a muoverlo e non un reale problema. Ora però lo sconcerto c’è: Pietro parla in modo strano, anche i contenuti sono strani; c’è ambiguità, superficialità, e non si è in linea con la tradizione dottrinale. Si contano sempre più le dichiarazioni rilasciate in occasioni colloquiali, nelle quali non si approfondisce, e si cede al “gioco al massacro” di portare l’intervistato dove vuole il giornalista. Ci si può guardare da tali pericoli, serve prudenza e una adesione a quello che è il ruolo del Sommo Pontefice, confermare nella Fede. Oltre a tali questioni di modo, ci sono anche perplessità sui contenuti dei messaggi, che sono esplose con Amoris Laetitia, la quale ha interpellato Valli in quanto fedele, il quale in una digressione ha parlato di alcuni aspetti della sua vita di fede: nato e cresciuto a Milano, si è assunto l’avventura di costruire una famiglia numerosa grazie al ruolo fondamentale delle catechesi di Giovanni Paolo II sul matrimonio cristiano. Si era tra gli anni ’70 e gli ’80, quando molti (più o meno come oggi) consigliavano di andare a convivere; Valli prese invece il rischio di andare controcorrente, sfidando anche i medici i quali, di fronte alla patologia della moglie, dissero di non fare figli.
Tale digressione fa capire quale sia l’importanza di avere dei maestri e cui fare riferimento nella verità, e tante gioie nella vita di Valli non sarebbero arrivate se Giovanni Paolo II non avesse parlato chiaro: non si può giocare con le parole, quando si hanno dei problemi. Amoris Laetitia ad una prima lettura non crea molti problemi, ma approfondendo si trovano delle perplessità nel capitolo VIII, nel quale si rintraccia la modalità espressiva “sì, ma anche”: va bene così, ma in fondo è il soggetto che decide di fronte a Dio qualità morale dell’atto. Questo soggettivismo porta l’uomo ad essere come Dio, a decidere al Suo posto, di autogiustificarsi. Il buon Josef Seifert segnala che si arriverebbe addirittura, nel discorso sulla retta coscienza, ad affermare che Dio può chiedere di fare un comportamento non in linea con la legge divina, in determinate circostanze: sotto questa ambiguità passa l’eresia.
Se un semplice fedele si accorge di ciò, cosa fare? Uscire allo scoperto, con massima umiltà e senza pose, schierandosi dalla parte della Verità della Fede, la quale va testimoniata senza cadere in contrapposizioni, ma alzando il livello dello scontro, il quale troppo spesso liquida tale posizione con un’etichetta o uno slogan.

Mons. Bux ha rintracciato i contenuti della confusione, che affonda le sue radici su equivoci e deformazioni riguardo 3 aspetti della Fede:
1- Chi è Gesù Cristo? È il Figlio di Dio fatto uomo per salvarci dal peccato, sollevandoci da una situazione di male, incarnandosi ha portato la salvezza dentro l’umano. Cominciare a credere in Gesù converte la vita, è perciò fondamentale da parte dei vescovi e dei sacerdoti parlare di Gesù e della salvezza che ci viene offerta nella Verità, invece di trattare temi politici e di attualità, i quali non competono loro. Molti esponenti delle gerarchie non hanno negato apertamente ed esplicitamente tutto ciò (al limite hanno pubblicato libri per un pubblico ristretto di intellettuali), ma c’è una letteratura su Gesù Cristo che ridimensiona portata epocale dell’evento cristiano, equiparandolo ad altri “personaggi religiosi”. Negli ultimi decenni il catechismo è stato distrutto: non c’è più un prontuario di domande e risposte chiare su ciò che c’è da sapere su Dio e la redenzione, su chi è Gesù (per molti bimbi è solo “un amico”).
2- Cosa è e a cosa serve la Chiesa? Per qual motivo Gesù Cristo ha fondato la Chiesa? Per far conoscere sé stesso e il messaggio salvifico a tutta l’umanità, rendendo discepole tutte le nazioni, perché nessun altro salva. Il paganesimo dell’epoca negava l’esclusività salvifica di Cristo: a ben guardare, c’erano moltissime “vie” e “salvatori”, ma solo Gesù è la via e il salvatore. Vorremmo sentir dire che senza Gesù non c’è salvezza, e annunciare ai 4 venti che non c’è altro nome nel quale si possa essere salvati. Solo in Cristo c’è riscatto dal peccato e trovano significato la morte e la sofferenza, attraverso la quale l’uomo salva sé stesso e il mondo. La Chiesa non è un’agenzia ONG che fa da concorrente all’ONU, all’UNESCO o quant’altro. Possibile che Gesù volesse ciò per la sua Chiesa? Questo non fa altro che confermare i lontani nella loro lontananza, perché passa il messaggio che vivono bene, e quindi sono confermati nella loro vita.
3- Qual è la natura della liturgia e del culto divino? I sacramenti si sono ridotti a cerimonie più o meno attraenti, ma così si è snaturato il loro senso. I sacramenti sono essenziali, sono “farmaco salvavita”, mezzi di salvezza: non solo Gesù ha predicato la salvezza, ma ha dato anche i mezzi. Sono amministrati come un patrimonio, che non va sperperato e, come i farmaci, hanno delle controindicazioni (si può commettere sacrilegio fruendone male) e dei modi d’utilizzo. Non sono utilizzabili da chiunque, in qualunque momento e in ogni circostanza. Non si è padroni dei sacramenti: essi appartengono a Dio, e nella liturgia non si può improvvisare. Cambiare la formula del sacramento implica renderlo invalido.

Un ultimo intervento ha riguardato il punto di vista dei relatori sulla Correzione Filiale. Per Valli, essa mette il dito nella piaga, è una iniziativa importante che dà voce e struttura filosofica e teologica alla confusione che vediamo. Sulla stessa linea si muove Bux, affermando che se ci riteniamo cattolici dobbiamo sapere cosa vuol dire essere tali, e dunque è necessario, in questi tempi di confusione, mettersi al lavoro per conoscere i contenuti della propria Fede.

Il prossimo incontro si terrà sabato 7 ottobre alle 17:15, sempre nella chiesa san Carlo Borromeo, e avrà come ospite Massimo Viglione.


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26 agosto 2017

Il Fatto Quotidiano. Non uno scoop ma un sacrilegio


di Daniele Barale

Da cinquecent'anni quelli che si dicono spiriti liberi perché hanno disertato la Milizia per gli Ergastoli smaniano per assassinare una seconda volta Gesù. Per ucciderlo nei cuori degli uomini. Appena parve che la seconda agonia di Cristo fosse ai penultimi rantoli vennero innanzi i necrofori. Bufoli presuntuosi che avevan preso le biblioteche per stalle; cervelli aerostatici che credevano di toccare le sommità del cielo montando nel pallon volante della filosofia; professori insatiriti da fatali sbornie di filologia e di metafisica si armarono – l'Uomo vuole! - come tanti crociati contro la Croce”. Sono le parole che Giovanni Papini ha usato nell'introduzione alla sua Storia di Cristo e che sicuramente avrebbe dedicato oggi ai giornalisti di Millennium, mensile del Fatto Quotidiano, in particolare a Ersilio Mattioni, il quale si è infiltrato dentro i confessionali di Milano e provincia, fingendosi un cattolico perplesso nei confronti di papa Francesco, per poi scrivere un presunto scoop.

A questo punto, credo si possano fare due riflessioni. Il giornalista e tutti i suoi colleghi, tra cui direttore del cartaceo Marco Travaglio e il direttore online Peter Gomez, hanno commesso un sacrilegio, occorre sottolinearlo. Essi hanno “smaniato per uccidere una seconda volta Gesù nel cuore degli uomini”, oltraggiando uno dei 7 sacramenti, il sigillo sacramentale o segreto confessionale. Tra l'altro, stupisce che Travaglio abbia permesso un atto di questo tipo, essendo cattolico, seppure “adulto”, come lui stesso ha dichiarato in varie occasioni, e un allievo dei salesiani al Val Salice di Torino.

Non a caso, si legge all'art. 4 delle norme sostanziali della Congregazione per la Dottrina della Fede: “§ 2. Fermo restando il disposto del § 1 n. 5, alla Congregazione per la Dottrina della Fede è riservato anche il delitto più grave consistente nella registrazione, fatta con qualunque mezzo tecnico, o nella divulgazione con i mezzi di comunicazione sociale svolta con malizia, delle cose che vengono dette dal confessore o dal penitente nella confessione sacramentale, vera o falsa. Colui che commette questo delitto, sia punito secondo la gravità del crimine, non esclusa la dimissione o la deposizione, se è un chierico”. La scomunica è dietro l'angolo.

Non solo, l'azione dei giornalisti del FQ si pone in contrapposizione perfino con la legislazione italiana, la quale protegge - come quella di molti Paesi - il segreto confessionale. Il concordato del 18 febbraio 1984, art. 4, n. 4, sancisce: «Gli ecclesiastici non sono tenuti a dare ai magistrati o ad altra autorità informazioni su persone o materie di cui siano venuti a conoscenza per ragione del loro ministero». Aggiungerei, men che meno ai giornalisti!

Ma cosa avrebbero fatto di così male i sacerdoti ambrosiani, per portare i giornalisti del FQ a rischiare contro tutto e tutti? Non appena si leggono le 5 pagine su Millennium, dedicate loro, si scopre che prima di tutto i sacerdoti presi di mira non sono disobbedienti o scandalosi. Per esempio, il Parroco di Vanzaghello afferma quello che la dottrina di sempre ricorda: “il Papa non è infallibile ogni volta che parla in pubblico, a meno che non lo faccia ex cathedra su questioni appunto di morale e di dottrina. E ancora, a Legnano il sacerdote ricorda semplicemente che accogliere gli immigrati senza mostrar loro la nostra identità non è vera accoglienza; d'altronde, solo chi ha un'identità, una storia precisa non ha paura dell'altro e sa accogliere per davvero. Altrimenti, si rischia che un'immigrazione pacifica si trasformi in un'invasione che distrugge e sostituisce la cultura ospitante. Ma cosa più importante, ricorda il dovere dei cattolici: “Difendere Cristo come l’unica cosa importante”. Sembra aver imparato bene la lezione del card. Biffi, di cui non si poteva dire che fosse un razzista. Ad un certo il don risponde con: “Eh, sì, ognuno è fatto a suo modo”, alla preoccupazine del giornalista fintosi 'pecorella smarrita': “Tanto i Papi, prima o poi, cambiano. Prima ce n’era uno, quello tedesco, che mi sembrava più rigido su certe cose e mi piaceva”. Dov'è che il sacerdote mostrerebbe disobbedienza verso Papa Francesco?

Sul sagrato della Chiesa non si ferma la riforma pastorale di Papa Francesco, ma il buon senso dei giornalisti del FQ.

Emerge così, sia dal punto di vista giornalistico sia della dottrina cattolica, che le 5 pagine più che contenere uno scoop, riportano un grande flòp, giacché nessuna infrazione è stata rivelata. Anzi, la serenità e fermezza dei parroci, che emergono nonostante le manipolazioni di redazione dimostrano che da anni sussiste lo stesso problema: la gente è sempre più disorientata e persino contrariata da certe dichiarazioni e da certi silenzi che vengono dall’alto e vanno in confessionale per chiedere luce e orientamento. Perfino il Mattioni lo fa emergere con la parte che ha recitato, seppure inconsapevolmente e arrivando a conclusioni opposte. Per lui chi si pone quel problema sbaglia; invece, per i 2000 anni della Chiesa e per i milioni, o miliardi di cattolici, vissuti prima di noi (la democrazia dei morti non sbaglia, direbbe Chesterton) chi si pone tale problema fa bene, poiché viol dire che vi sono ancora cristiani con una coscienza.

Perciò diceva il card. Newman: «Se fossi obbligato a introdurre la religione nei brindisi dopo un pranzo - il che in verità non mi sembra proprio la cosa migliore -, brinderò, se volete, al Papa; tuttavia prima alla coscienza, poi al Papa». Per non travisare questa frase, vedendovici un'idea di coscienza non cattolica, essa va inquadrata, come diceva l'allora cardinal Joseph Ratzinger, nel complessivo pensiero di Newman e nella sua fedeltà alla tradizione medioevale, la quale aveva individuato due livelli del concetto di coscienza: sinderesi e coscienza.

Ancora un'ultima osservazione. E' interessante notare che pure i giornalisti de Il Fatto Quotidiano si sono iscritti al club esclusivo del nuovo sport nazionale “la caccia al presunto integralista cattolico”. Aveva iniziato il Foglio, con un articolo di Crippa, a proposito dei cosiddetti cattolici ideologici e integristi; su questa strada si è costruito pure il dossier de la Nuova Europa sui fondamentalismi a cura di Massimo Introvigne nell'autunno 2016; seguito subito dopo da una “lista di proscrizione” su La Stampa a cura di Andrea Tornielli e sempre con la collaborazione di Massimo Introvigne, che fino a qualche mese prima si trovava dalla parte opposta di Tornielli and Co [e prima ancora assieme dalla parte di Benedetto XVI]; e di recente, l'articolo di padre Antonio Spadaro e del pastore presbiteriano Marcelo Figueroa (direttore dell'edizione argentina de L’Osservatore Romano: sì, lettori, è lecito essere perplessi). Questa alleanza tra cattolici e mondo laicista – il quale appoggia il Papa in modo del tutto strumentale – non può non destare qualche preoccupazione, dal momento che favorisce la scomparsa dei cattolici dalla vita pubblica della nostra patria; a discapito del bene comune, della libertà religiosa, degli articoli 19 e 21 della costituzione.

https://labaionetta.blogspot.it/2017/08/il-fatto-quotidiano-e-quel-suo-scoop.html

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10 agosto 2017

La Chiesa post-sessuale (II parte)


(qui la prima parte)

di Marco Sambruna

DAI FRUTTI RICONOSCERETE L’ALBERO

Per soppesare i fenomeni della storia, compresa la storia della Chiesa, vale sempre la Parola di Cristo il quale ci ha suggerito un metodo infallibile per valutare la bontà del decorso materiale e spirituale di una realtà: occorre osservare la qualità degli effetti per comprendere la qualità delle cause. Questo è il significato più trasparente della frase evangelica “dai loro frutti dunque li riconoscerete”.
Noi tentiamo qui di percorrere il medesimo itinerario proponendoci di osservare e valutare la qualità della causa a partire dagli effetti che ne sono scaturiti: ne risulta infine come l’iter di sterilizzazione indotta e spacciato da una parte della leadership cattolica come percorso di maturazione cristiana sia la causa scatenante dell’attuale impotenza e infecondità cattolica allo stesso modo in cui un albero infetto produce frutti atrofizzati.

L’analisi degli effetti prodotti dalla realtà cattolica attuale ci rivela dunque le seguenti evidenze tutte o quasi riconducibili a un cammino di depotenziamento in materia dottrinale, teologica, etica e devozionale:

- Sentimentalizzazione del Cristo, gradualmente disinnescato fino alla sua riduzione al rango di un buonista qualsiasi desideroso di andare d'accordo con tutti per non dispiacere a nessuno nell’oblio degli episodi evangelici che ne manifestano invece la virilità come le invettive contro i mercanti del tempio, contro gli scribi e farisei ossia i radical chic dell'epoca e perfino contro qualche apostolo. Riduzione del Cristo da Colui che non è venuto a portare la pace, ma la spada a colui che non è venuto a portare la spada, ma la pace anche a costo di compromessi secolarizzanti;

- Dissoluzione dell’aura solenne che circondava i sacramenti e loro progressiva banalizzazione e riduzione a prodotti di consumo che non necessitano più di alcuna evoluzione personale prima di essere accostati; desacralizzazione, dissacrazione e infine derisione del sacro e sua mercificazione a livello di un articolo commerciale low cost il cui conseguimento non è più frutto di un’impegnativa conquista, ma di un preteso diritto;

- Denigrazione e colpevolizzazione della civiltà europea e della storia occidentale contrabbandata come una sequela di soprusi priva di qualsiasi connotazione positiva da scontare tramite una resa incondizionata alla penetrazione di altre culture e visioni del mondo;

- Psichiatrizzazione della fede tradizionale cioè della fede tout court tramite sua squalifica al rango di residuo archeologico degno di una mente mineralizzata dai connotati nevrotici;

- Confortevole rinuncia all’evangelizzazione perché incompatibile con la narcosi laicista spacciata per pace che gode anche in seno alla chiesa di priorità assoluta. Divulgazione della errata credenza per cui il proselitismo ha connotati negativi laddove invece il proselita è colui che diventa cristiano in seguito all’evangelizzazione. Ne esce inficiata la dimensione missionaria tipica dell’appartenenza cristiana e rinforzata la fondazione di una fede privatizzata e intimistica dalle sfumature ereticali;

- Estinzione dello spirito di profezia, dell’escatologia e della soteriologia come capacità da parte della Chiesa di indicare scenari futuri terreni e ultraterreni e loro sostituzione con calcoli previsionali di corto respiro, ad esempio sullo stato di salute del pianeta, fondati talvolta su concezioni scientifiche tuttora dibattute e mai definitivamente chiarificate peraltro mutuate da agende laiciste affette da manipolazioni ideologiche.

- Sostituzione dell'autentica esperienza religiosa in quanto tale sempre personale e soggettiva con pratiche collettive di erogazione di servizi sociali grossolanamente confusi come autentici percorsi di fede e conseguente nefasta identificazione fra sviluppo umano e obblighi civili da adempiere per legge. La raccolta differenziata come nuova frontiera dello spirito;

- Omologazione del magistero cattolico all'agenda mondialista come dimostrano i notevoli cedimenti sulle questioni di bioetica e sugli ex “principi non negoziabili”;

- Scissione schizoide nella coscienza dei cattolici a causa del divergere fra le esigenze previste dal magistero tradizionale e le eterodossie personali di taluni vertici ecclesiastici tragicamente presentati come dogmi con conseguente caotizzazione e destabilizzazione delle certezze di fede che favoriscono il consolidarsi del relativismo etico di matrice protestante;

- Imborghesimento del credente medio la cui devozione è spesso ridotta alla ripetizione di gesti e formule di cui non conosce nemmeno il significato simbolico da cui deriva una narcosi esistenziale e una tranquillizzante anestesia morale che ottunde l’inquietudine necessaria a ogni ricerca;

- Retrocessione dell'estetica e solennità della liturgia cattolica a livelli di oggettivo squallore tanto da configurare tale sciatteria come un elemento distintivo della chiesa contemporanea da ostentare orgogliosamente;

- Avversione e atteggiamento di spocchiosa sufficienza verso la devozione popolare e in particolare verso il culto mariano percepito ormai come un ostacolo lungo il tragitto di protestantizzazione della chiesa. Disinnesco dei significati più urgenti e degli appelli più pressanti rivelati dalle apparizioni riconosciute e loro addomesticamento arcobalenizzante verso un generico appello alla pace e alla concordia universale

- Valorizzazione narcisistica dell'approssimazione teologica e filosofica in nome di un primato della prassi che segmenta e parcellizza l’impegno caritativo in una serie di operazioni caratterizzate da arido funzionalismo spesso non privo di elementi affaristici;

- Laida bruttezza e volgare anonimia degli edifici destinati al culto e sempre più frequente ricorso a rappresentazioni ai limiti dell'osceno nell'arte sacra;

- Induzione di papolatria idolatrica e forme devozionali verso i massimi rappresentanti del laicismo militante, del radicalismo libertario e del nichilismo materialista;

- Svenevole e infingarda arrendevolezza di fronte all'aggressività islamista di contro allo spietato cinismo adottato verso le realtà cattoliche più ortodosse;

Inoltre e infine la più tragica delle conseguenze: l'indebolimento o l'abolizione dall'orizzonte antropologico della speranza ultraterrena quale contributo decisivo alla formazione di un uomo più triste, disperato, solo.


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19 maggio 2017

La potenza dei sacramenti

di Marco Parnaso

È bello vedere l’efficacia che la Parola può suscitare in chi la legge e la ascolta.
Tuttavia può accadere che la parola anzichè generare intendimenti, è usata per generare fra-intendimenti, perché ogni Parola ha un -senso, un doppio-senso ed un contro-senso: questo avviene perché la Parola ci fa da specchio e ci legge dentro.

Con un parallelismo si può dire che l’osservanza dei comandamenti del giovane ricco costituiscono quello che per noi sono le nostre osservanze, ossia la santa messa, le devozioni, i rosari ed in genere i nostri atti di culto e devozioni:
Il giovane ricco è un pio uomo religioso ma per rivolgere quella parola a Cristo vuol dire che, nonostante l’osservanza dei precetti, aveva un vuoto da colmare: intuisce che c’è un "di più" e che solo la persona cui si sta rivolgendo gliela può dare.
Il Cristo di Dio legge nel suo cuore e penso gli dia la risposta che lui vuole sentirsi dire, il pieno compimento dell’amore.

Non è sbagliato fare gli atti di culto e devozione, ma c’è un modo sbagliato di fare gli atti di culto, tra cui andare alla santa messa, l’atto di adorazione per eccellenza, oltre il quale niente è più importante, ossia c’è il rischio di  fare un atto di amore verso Dio senza amore, così come verso gli uomini.
Ciò che i profeti dell’Antico Testamento hanno detto ai Giudei in merito all’inefficacia del culto solamente esteriore senza giustizia, valgono anche per i cristiani.

Senza dubbio, la frase “agli occhi di Dio non importa se vai a Messa tutte le domeniche, se poi non compi un gesto di carità” come a volte ripete spesso il vescovo di Roma - è quella che si è prestata di più a fraintendimenti, perché non è stata letta nel contesto del riferimento del giovane ricco in relazione al secondo comandamento.

Noi tutti sappiamo che durante la Messa, prima della professione "annunciamo la tua morte Signore, annunciamo la tua risurrezione, in attesa della tua venuta"  avviene in maniera incruenta lo stesso sacrificio di espiazione che avviene sul Golgota: la crocifissione di Gesù.
Ora che cosa avviene durante la crocifissione? Durante la crocifissione (ossia durante l’Eucaristia) si può stare in diversi atteggiamenti:
c’è chi come la Vergine Maria partecipa alla passione di Cristo
o chi come Giovanni contempla la scena (l’Ora della gloria, secondo il suo vangelo, l’Ora dell’innalzamento),
c’è chi piange come le donne al seguito,
c’è il malfattore che confessa le proprie colpe davanti a Dio,
ma ci sono anche quelli che lo tentano (i sacerdoti, gli scribi e tutti i notabili e falsi sapienti di ogni tempo)
i soldati che sono indifferenti a quanto sta accadendo,
l’altro malfattore che bestemmia,
chi sonnecchia o  chiude gli occhi davanti alla sofferenza del giusto, etc.

In pratica durante il sacrificio di espiazione dell’Eucaristia possiamo rivivere le stesse situazioni di chi era presente alla crocifissione, perché lo Spirito rende presente e attualizza tutto ciò e a seconda della nostra disposizione d’animo possiamo trovarci ora nella condizione ora in quella di un altro dei personaggi citati.
C’è un modo di vivere i comandamenti e di relazionarci con Dio (e quindi anche con la santa Messa) che poco hanno a che fare con la sostanza del Cristianesimo: l’amore senza misura che Dio ci dona GRATUITAMENTE nel banchetto messianico.
La Santa Messa è tutto tranne che un OBBLIGO e un DOVERE, perché nell’amore non c’è dovere.
Perché noi andiamo a messa? Per rispondere ad un precetto? E’ troppo poco.
Noi cristiani  partecipiamo alla Santa Messa e amiamo non perché siamo meglio degli altri, ma perché siamo stati per primi amati da Dio e rispondiamo al suo amore con Cristo , per Cristo  e in Cristo nell’Eucaristia (= che appunto significa ringraziamento).

Quindi si ama il prossimo e i fratelli secondo i doni della grazia ricevuta e necessariamente si va a messa a fare ringraziamento perché siamo stati amati di un amore immenso: noi valiamo il sangue del Figlio dell’Altissimo!
L’uomo può compiere la stessa azione, ma essa può essere fatta per amore o per dovere: Maria stava sotto la croce per amore, i soldati per dovere.
Andando al giudizio universale: io posso visitare gli ammalati per dovere (come affermava l’etica kantiana e parte dell’etica protestante), ma posso, secondo il comandamento di Cristo, andare a visitarli per amore e stare presso la loro croce, anche senza fare niente, ma solo con la presenza, con amore, come Giovanni sulla croce (gli uomini abbandonano colui che dicono di amare fino a 12 ore prima, invece le donne sfidano tutte le avversità e rimangono al seguito del Messia crocifisso: c’è secondo me un mistero, un significato di Dio in questa presenza piangente ed impotente ai piedi della croce).

In questo sta l’amore di Dio: non siamo noi ad amare Dio ma è Lui ad amare noi per primi.
Questo si può comprendere  nel sacramento della confessione.
Cosa succede nel mirabile sacramento della riconciliazione? Succede che dopo che confesso ennesime volte i medesimi peccati prendo coscienza che Dio mi ama, non perché sono bravo o migliore o prego di più rispetto agli altri, ma perché mi ama cosi’ come sono in quanto è impossibile acquistare meriti presso Dio.
Allora il limite dell’uomo non diventa il luogo di divisione (dia-ballo, da cui diavolo = dividere dagli altri), ma il luogo di comunione con gli altri, ciòè che ho in comunione con gli altri uomini.
Dice l’apostolo Giovanni nella sua missiva: “Anche se il nostro cuore ci rimprovera, Dio è più grande del nostro cuore”. (cioè anche se noi non ci pentiamo perché ci sentiamo sempre in colpa, Dio è più grande della nostra colpa”).

Pensate che Dio abbia bisogno della nostra adorazione? La prefatio della liturgia in questo periodo ordinario recita quanto segue: “I nostri inni di benedizione non accrescono la tua grandezza, ma ci ottengono la grazia che ci salva”.
Caricarci il nome di Dio, assumere il nome di cristiani, significa dare gloria a Dio ed adempiere la legge: ma  che si riassume nel comandamento dell’amore.
Pieno compimento della legge e l’amore recita l’Apostolo.
Che cosa significa dunque dare gloria a Dio nella nostra vita: significa riconoscere ‘il peso’ e la consistenza  che Dio ha nella nostra vita e conseguentemente assumere il nome di Dio.
La carità, cioè l’agape, copre una moltitudine di peccati.
Nel nostro mondo c’è così tanto giudizio, ma così poco amore …..

Tutte le Scritture parlano di Gesù, il Figlio che ci rende figli di Dio, compimento di ogni dono.
La sua vita intera è testimonianza della Gloria di Dio: l’amore del Padre e dei fratelli.
Chi è attaccato alla legge e non sa amare, non lo riconosce e rifiuta il dono di Dio, anzi vuole meritare l’amore di Dio in quanto vuole comprare ciò che è gratuito (l’Amore) trasformando Dio in un  idolo e trattandolo da prostituta.
 

17 novembre 2016

“Con i Sacramenti non si scherza”. Incontro con don Nicola Bux


di Daniele Barale

Lunedì 7 novembre l'associazione Introibo ad Altare Dei ha organizzato presso il Centro Studi San Carlo di Torino la presentazione dell'ultimo libro di don Nicola Bux. Ad accompagnare il don c'era l'economista e banchiere Ettore Gotti Tedeschi, che ha introdotto l'incontro di fronte a un pubblico numeroso.

Gotti Tedeschi: “Perché non si scherza con i sacramenti? Perché con i sacramenti ci si salva. Lo spiega bene la Lumen Fidei, che è la conclusione della Caritas in Veritate: questa enciclica si conclude in modo insoddisfacente; parla della crisi profonda in cui siamo immersi e dice che per superarla occorre cambiare l'uomo e non gli strumenti; però, qui Benedetto XVI non spiega come si cambiano gli uomini, lo fa in Lumen Fidei. Di chi è la responsabilità di cambiare l'uomo? La Chiesa. Come vi riesce? Con il Magistero, la Tradizione della Chiesa e i Sacramenti!
Ora, vorrei stanare don Nicola, provocarlo per far uscire la sua grinta, utile per comunicare alle persone la Verità. Prima provocazione. Nella Chiesa qualcosa di preoccupante sta accadendo. Una volta, i sacerdoti consigliavano la prudenza e invitavano a studiare la dottrina, per essere candidi come colombe e prudenti come serpi; non invitavano a fare, come certi sacerdoti oggi, analisi politiche, analisi sociologiche etc... I sacerdoti di una volta invitavano a meditare sulle virtù fondamentali, per stare al mondo con purezza. Come si fa a meditare su queste virtù e a vivere con purezza?
Arriviamo alla seconda provocazione. Qualcosa sta cambiando, e un auto-annuncio di un anno fa lo dimostra; un cardinale, Kasper, ha annunciato una rivoluzione teologica. Sta riscrivendo la summa teologica di San Tommaso?, mi sono chiesto, poi ho riflettuto meglio, ma saprà ancora chi è San Tommaso?, visto che la sua teologia non si studia più nei seminari dagli anni '60-'70, sostituita da altre teologie complesse e preoccupanti. È in gioco la relativizzazione di tutti Sacramenti? Perché se i Sacramenti perdono il loro significato, la Chiesa non serve più a niente... Mi viene questo dubbio di fronte a quanto detto prima.
Ancora due provocazioni, ultime. Il tentativo d'oggi di mettere in discussione l'importanza del Sacramento è portato avanti da una certa teologia progressista invadente, causa di quanto ho detto poco fa. Essa afferma che i sacramenti non sono importanti per salvarci, basta la Grazia di Cristo che ci ha già salvati. Qualcuno è più radicale e sostiene addirittura che è sacrilegio pensare che i sacramenti ci salvano. In questo modo si arriva alla libera coscienza individuale, libera da ogni autorità. Perché non si vuole riconoscere più il peccato originale, che spiega l'importanza di tutti i Sacramenti. Senza, cade tutto, la dottrina la Fede la Chiesa. Così si finisce per non credere a Cristo, e se non si crede a Cristo non si crede alla Chiesa: non a caso si sta cercando di attuare la disintermediazione di Essa. Don Nicola ci dai prova di questo?
Ho letto Karl Rahner, maestro di Kasper, il cardinale che si muove molto bene in questo pontificato, trovando queste idee preoccupanti; condivido con voi gli appunti presi: 1) l'uomo oggi deve seguire la coscienza e non la Chiesa 2) i dogmi sono un'opzione in evoluzione continua, che vuol dire 'la natura cambia, si adatta ai tempi, il peccato si adatta ai tempi e dunque anche i sacramenti devono fare lo stesso 3) non deve più esserci la teologia di base che spiega ai tempi cosa fare, ma la realtà di base che spiega a quali tempi adattarsi 4) ogni uomo è santo grazie a Cristo e non ha bisogno della salvezza, perché è già santo 5) il Papa non è infallibile 6) Dio è ovunque, così Rhaner si mostra panteista, aiuta chi cerca di piegare i cattolici all'ecologismo imperante 7) il cattolico può fare a meno della Chiesa. Don Bux, noi cattolici ci stiamo luteranizzando, o siamo oltre?”.
Don Nicola Bux: “In questa crisi così profonda il nodo della questione per noi cattolici - il termine cattolico ormai è un termine settario, meno si usa secondo la vulgata attuale meglio è - a mio giudizio, è lo stesso che ha caratterizzato la crisi cristologica del IV secolo, causata dall'eresia ariana, la quale metteva in discussione la divinità di Gesù Cristo, negando che fosse Dio fattosi uomo per venire nel mondo. Perciò negava l'Incarnazione.
Quando guardiamo i musulmani nelle chiese prima deduzione che abbiamo è quella che Gesù è venuto in questo mondo per farsi una passeggiata e basta... Naturalmente crediamo nella Sua Incarnazione, avvenuta nella nostra carne, che ha assunto per salvarci dal peccato, e fare tutto ciò che si sa dalla teologia cattolica... tutto ciò oggi sembra oscurato, come i Sacramenti che sono legati alla Fede nell'Incarnazione.
San Leone Magno ci ricorda che nei Sacramenti Cristo è tutto visibile; Sant'Ambrogio ci dice che nei sacramenti siamo faccia a faccia con Cristo. I Sacramenti sono la carne di Cristo, depositario di ogni grazia, mandato dal Padre. Se va in crisi questa verità fondamentale, di conseguenza i sacramenti vanno in crisi.
Nel 1980 Giovanni Paolo II disse ai leader evangelici 'noi più o meno affermiamo di credere in Gesù Cristo, ma cosa ci separa [noi cattolici da voi], chi è Cristo, cosa gli appartiene, per cui oggi possiamo dire siamo suoi discepoli'. In questo 'ciò che è di Cristo' cito i Sacramenti: la visibilità del Cristo che continua nella storia la Sua presenza. Non a caso, i protestanti hanno svuotato l'incarnazione di Cristo. Sono retrocessi a una sorta di cristianesimo senza Cristo, che è divenuto deismo e più recentemente ateismo. Allora, quando esponenti cattolici come certi cardinali credono di fare un servizio buono ai cattolici, inseguendo teorie non cattoliche, evidentemente o sono in malafede o sono ignoranti. Chi è in malafede è eretico, perché estrapola dalla Verità alcune parti, per assolutizzarle. Così nega la Verità consapevolmente.
Conseguenza visibile di tutto questo, il vedere oggi che i Sacramenti sono trattati come gioco. Voi sicuramente siete stati testimoni di Battesimi o funerali (anche se non è un Sacramento, partecipa per estensione alla grazia sacramentale) resi spettacoli. Ciò che conta non è Gesù presente, che Egli è capace di trasformare con acqua un pagano in cristiano: da orfano diviene figlio adottivo di Dio. Il Battesimo diventa inutile se si dice che tutti, pure chi non è cattolico, sono figli di Dio. Il Papa stesso sbaglia quando afferma questo.
Insisto nel dire che la negazione dell'Incarnazione, di questa verità fondamentale per il cattolico, è l'origine dello snaturamento/svuotamento del cristianesimo; della sua riduzione a simboli. La stessa celebrazione sacramentale diventa performance, occasione in cui bisogna fare la festa della comunità, creare fazione, consenso, fare applausi, perfino al funerale. Diventa questo anziché essere un aiuto ad entrare in rapporto con Cristo presente attraverso la sua virtus-forza nei sacramenti, o un aiuto attraverso il Sacramento più importante, la Santissima Eucaristia. Lo snaturamento dei Sacramenti a cui siamo arrivati è forte. La relativizzazione dei sacramenti, come ha detto bene Gotti Tedeschi, è dovuta anche al crollo della Liturgia, conseguenza della crisi della Chiesa, di cui parlava già Ratzinger quando era ancora cardinale. Oggi i sacerdoti di fronte alle profanazioni, alle calamità non fanno più le processioni per pregare il Signore. Si preferiscono le marce le fiaccolate, piene di cartelli e slogan, con i vescovi i preti in prima fila. E' roba da medioevo pensare di fermare le carestie la peste con la processione. Questo ci dice come la secolarizzazione sia penetrata nella Chiesa. La responsabilità della secolarizzazione ricade sui chierici, è loro opera, lo spiega bene Charles Péguy: non è opera del mondo, perché è già secolarizzato, semmai cerca di attrarre i credenti; i chierici si prostituiscono al mondo e fanno entrare la secolarizzazione nella Chiesa. La prima causa della débacle dell'economia sacramentale sono i preti. Che perdendo la certezza di Cristo fanno venir meno i Sacramenti.
La Chiesa di oggi sembra davvero una ONG: le parrocchie hanno il dovere di realizzare le mense per i poveri, perché sembra che gli unici poveri siano i senza tetto e che abbiano bisogno solo di mangiare. Se pensiamo a don Ciotti, vediamo che delle marce per la legalità ha fatto una priorità, non ha più fede nei sacramenti: è convinto che quello fa lui salvi l'uomo più degli stessi Sacramenti.
Diceva Giovanni Paolo II che la secolarizzazione sta finendo di far perdere alla Chiesa e ai credenti i connotati cattolici. Far entrare i musulmani in chiesa è un male, perché nessuno mai poteva partecipare se non era iniziato, battezzato. Per anni abbiamo assistito a catechisti sacerdoti che dicevano 'occorre prepararsi bene per il Battesimo, altrimenti non si può essere presenti a Messa' e ora arriva uno qualsiasi, per la prima volta, e può partecipare al Sacrificio della Santa Messa senza problemi.
Questa fenomenologia porta ad un esito, l'emotività, al poco di ragionato che fa dire non dobbiamo escludere. Di conseguenza, anche i Sacramenti devono diventare l'occasione per includere; tanto non ha più importanza chi dobbiamo includere.
Ormai siamo prigionieri delle trappole oltralpe: delle pastorali, delle strutture da organizzare; che si moltiplicano, mentre si riduce la base, il numero di fedeli. Più diminuiscono i cristiani e più aumentano le strutture. Una tendenza che è l'opposto di quello che capitava in origine: quando la comunità dei fedeli era grande e gli strumenti pochi.
Concludo con un'annotazione: è evidente che siamo in crisi di Fede da anni. Benedetto XVI proclamò l'anno della Fede per questo; da Papa Francesco mi sarei aspettato l'anno della conversione e non della misericordia. Che Dio sia misericordia, Gesù ce lo ha insegnato ma Egli ha pure detto convertitevi e credete al Vangelo. Possiamo all'infinito discutere sulla misericordia, però se uno non si converte, serve a niente. Abbiamo fatto il giubileo della misericordia e ho visto colleghi sacerdoti fare i salti mortali per tenere insieme giustizia e misericordia.
Come ho già detto la crisi della Fede è la difficoltà a credere che Dio si è fatto uomo. La Fede Cattolica crede in ciò. Dio è cattolico, mi spiace per Papa Francesco, che quando ha negato questa evidenza in un'intervista, ha fatto uno scivolone. Il teologo Von Balthasar disse con un libretto in auge begli anni '70-'80 Gesù è cattolico. Dire che Dio non è cattolico, vuol dire far retrocedere a deismo il cristianesimo. Una volta un rettore di un seminario disse a dei giovani sacerdoti di non parlare troppo di Gesù, perché divide... terribile. Conferma la crisi d'identità della Chiesa cattolica... Non possiamo fare finta che non sia così. Le liturgie strane che vediamo etc rappresentano quello che sta succedendo sotto la crisi. Sant'Anselmo si chiedeva 'perché Dio si è fatto uomo', per salvarci, e questo oggi non è più scontato.
Karl Rahner ha scritto che la Fede Cattolica è cosa troppo seria per parlare del diavolo e dell'inferno.
Santa Teresina del bambin Gesù si chiedeva 'come si fa a saltare il Purgatorio e andare in Paradiso? E si rispondeva: 'vivendo tutti e 7 i Sacramenti, capendo di ognuno il ruolo e il collegamento tra loro'.
È già un itinerario: sono sette, il numero biblico della pienezza della totalità; 7 giorni della Creazione, le 7 chiese di Roma. Inoltre, in lingua aramaica ed ebraica spiega il giuramento di Dio, che vuole salvare chi lo riceve; che salva l'uomo uomo qui e oltre questa vita. Una progressiva conduzione per mano da parte del Signore, dal momento che ci salva e ci dà la tessera per il Paradiso con il battesimo e nella cresima la tessera di riconoscimento.


 

24 agosto 2016

Dall'ignoranza liturgica all'ignoranza esistenziale


di Amicizia San Benedetto Brixia

L'ignoranza liturgica genera ignoranza sacramentale, l'ignoranza sacramentale genera ignoranza teologica, l'ignoranza teologica genera ignoranza religiosa, l'ignoranza religiosa genera ignoranza esistenziale.

Mi piacerebbe elevare tale aforisma a motto rappresentativo della linea di riflessione della nostra Amicizia. In parte ciò è scontato e dovuto all'interesse speculativo del nostro gruppo, ma vari indizi ci permettono di considerare valido tale percorso. Non è certo un caso se il Concilio Vaticano secondo aprì i propri lavori con una riflessione liturgica, né va dimenticato che la prima e fontale piaga ecclesiastica denunciata dal Rosmini è nuovamente quella liturgica; d'altro canto è di qualche interesse il fatto che nei secoli siano mutate prassi canoniche e tesi teologiche, mentre la liturgia conservava la perennità degli usi, o almeno la parvenza di una quasi-perennità (rimando in merito a Le Forme del Sacro, del nostro socio Luigi Martinelli, ed. Cavinato - già recensita su questo blog in due parti, I e II). Forse il fatto che dalla maldestra riforma del '69 ad oggi si siano individuate gravi crisi teologiche (confusione approdata ad un culmine notevole con l'avvento dell'era Amoris Laetitia) e religiose (l'accelerazione del secolarismo col virare da una fase ateistico-anticlericale ad una di relativismo immanentista con aperture antinomiche) non è senza collegamenti. La conclusione non può che essere tragica, di quella tragedia letta da Nietzsche in chiave dionisiaca, marchiata da sfumature di esaltazione intellettuale e capace di fini seduzioni individuali, però destinata a diffondere la desolazione sociale e a sancire la decadenza epocale. La frantumazione del senso cattolico tradizionale, il clima di rottura subitanea - altro che perennità! altro che parvenza di quasi-perennità! -, l'atmosfera di eresia che aleggia tra i pastori, il sapore di scisma ed inimicizia che abita nel clero (perseguitati e promossi, dispersi e carrieristi), tutto questo non può che ottenere la polverizzazione della Catholica nel sentire sincretismo del mondo - lontani solo dal rischio fondamentalista islamico, se questo può consolare e se con sicurezza possiamo dire di non averlo alimentato noi stessi occidentali. Mentre i teologi più aggressivi e più dotti si avvicinano ad accarezzare l'apice della loro bramata rivoluzione, la cima epifanica del loro edificio babelico, il cristianesimo perde ogni giorno di più la propria specificità e pregnanza, finalmente ammansito e ricondotto nel novero delle religioni-oggetto, disponibili alle esigenze dell'Ordine in capo, ovviamente massonico. Difficile capire se si tratti della autentica Kenosi, lo spogliamento che imita il dono di sé fatto da Cristo in croce, o se invece sia in atto un più miserrimo tradimento, inconsapevole come del resto fu maldestro l'accordo tra Giuda e il Sinedrio.
Torniamo a noi. Quale che sia o che sarà il verdetto della storia, più grande e più terribile di ogni pontificato, teologia ed opinionismo, ci è consentito di sentirci come la Chiesa medievale, inerme e polverizzata dalle calate barbariche, schiacciata tra venti di lingue e usanze incomprensibili, sentori di Apocalisse, rivoli di frenesie pauperiste, peraltro a lungo privata di una figura papale significativa e/o interpellabile. In tale clima fu prudente, umile, fecondo e robusto l'istinto benedettino, che ridusse la cristianità all'essenziale, al centro la liturgia, attorno la custodia del lavoro e di una minima fraternità, senza ambire a fare di più per il proprio tempo e per il proprio impero, eppure ottenendo così è così solo gli immensi benefici a tutti noti. A questo spirito ci sia caro tornare: questa la nostra risposta, la nostra proposta, a Dio piacendo la nostra salvezza.

 

04 agosto 2016

Islamici alla S. Messa, qualche appunto


di Amicizia San Benedetto Brixia

Bagnasco ha difeso la presenza dei musulmani nelle chiese, giudicandola una manifestazione positiva di dialogo da parte dell’Islam moderato. Come commentare? Io reputo, da opinionista più che da teologo, che certi segni siano sconvenienti in questo periodo storico. Il rischio di svilire i sacramenti cristiani, di banalizzare la simbolica liturgica, di profanare la sacralità cattolica, di confondere il pregiudizio islamico, di inebetire il Popolo di Dio, di stanziare su di una retorica sterile e insignificante è troppo alto.

Svilire i sacramenti cristiani: la Santa Messa diviene un siparietto cui chiunque può accedere, spinto da ragioni ideologico-politiche - tutte da verificare - anziché mistico-spirituali.

Banalizzare la simbolica liturgica: come avvenuto nelle chiese in cui ai musulmani è stato distribuito del pane comune, inevitabile debosciamento dell’adorazione eucaristica, già cronicamente in crisi nei post-moderni - e già era azzardato consentire l’accesso indifferente al cospetto del Mistero supremo.

Profanare la sacralità cattolica: come avvenuto nelle chiese in cui i musulmani hanno intonato versetti coranici, ad onta dell’annuncio sacro delle Scritture che in ambito liturgico realizzano la comunicazione stessa dello Spirito Santo e dell’unico Dio Trinità - e rimane sciocco far leva sulla Messa anche solo per dar voce ai proclama di pace, quasi che la Messa debba piegarsi a funzioni educative da libro Cuore, anziché concentrarsi sulla glorificazione divina e sulla santificazione dei battezzati.

Confondere il pregiudizio islamico: per la quasi totalità degli islamici il gesto domenicale è un segno di arrendevolezza cristiana, per molti di apostasia.

Inebetire il Popolo di Dio: il popolo cristiano è già confuso, lacerato e disorientato, non può che uscire ulteriormente confuso e debole dalle pantomime filo-coraniche; per molti parrocchiani la pace sociale stornata a suon di chiacchiericci precede e a tratti sostituisce l’adorazione cultuale nel suo assoluto valore a pro dell’eterno e della storia.

Stanziare su di una retorica sterile e insignificante: quale frutto avrà questo gesto fantoccio? In che modo muoverà i cuori dell’Islam conquistatore? Che frutti può portare la sottomissione dei codici liturgici ai codici retorici dello spettacolo?

Mi pare che tali episodi realizzino l’appiattimento della Divina Liturgia su quei piani sociologici vagheggiati teoreticamente da Paolo VI, riformati da Benedetto XVI alla luce degli abusi, rinnovati da Francesco sull’onda di opinabili entusiasmi, la cui intentio profundior non è cattiva, ma la cui realizzazione si rivela viepiù dannosa per il senso liturgico, l’educazione spirituale e sociale dei christifideles, l’autocomprensione della Catholica, l’evangelizzazione degli acattolici.

Peraltro non mi scandalizzo per l’evento in sé, molte sono le occasioni in cui le chiese accolgono degli acattolici, ma si tratta sempre di occasioni diplomatiche, in cui essi partecipano da ospiti ossequiosi e ai quali non si piega in nulla la liturgia; piuttosto la denuncia fondamentale che svolgo è quella di aver frainteso il contesto comunicativo (siamo nell’eone sbagliato per certe cose) e di aver reso ambiguo, quando non pernicioso, il gesto in sé plausibile, piegando l’identità della liturgia ad una funzione civica. Direi che l’atto rischia di essere liturgicamente contro-natura, mentre il messaggio mediatico rimbalzerà in modo capovolto.

Cosa si poteva proporre? Io avrei proposto un momento di preghiera extra-liturgico, possibilmente in una piazza pubblica e alla presenza dei governanti (hanno il coraggio di esserci solo quando c’è da sposare gli omosessuali? Credo di no). D’altra parte avrei comandato al clero di celebrare Messe di riparazione e di conversione, giusta gli appositi rituali.

L’imbarbarimento liturgico ha già prodotto fin troppi danni, di qui i fondamentalisti e di lì i nichilisti, a che giova perpetuare tale massacro dei riti? Forse si pensa che quanto non seppero operare le sacre liturgie della Tradizione, col fare posto a Dio, lo realizzeranno i nostri improvvisati mezzo-culti da cinepresa, col fare spot agli uomini? Con tutto il rispetto per mons. Bagnasco, cui va la mia costante venerazione e stima, ne dubito fino a prova contraria.
 

27 maggio 2016

La Comunione in mano: storia di abuso e profanazione

 
di Federico Catani

Cento anni fa, nel 1916, un angelo, l’Angelo del Portogallo, apparve per tre volte ai tre pastorelli di Fatima Lucia, Francesco e Giacinta. Mostrandosi con il calice e l’Ostia santa, insegnò ai tre fanciulli queste due preghiere: «Mio Dio, io credo, adoro, spero e vi amo, vi chiedo perdono per coloro che non credono, non adorano, non sperano, e non vi amano» e «Santissima Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo: vi adoro profondamente e vi offro il preziosissimo Corpo, Sangue, Anima e Divinità di Gesù Cristo, presente in tutti i tabernacoli della terra, in riparazione degli oltraggi, dei sacrilegi e delle indifferenze da cui Egli stesso è offeso. E per i meriti infiniti del suo Sacratissimo Cuore e del Cuore Immacolato di Maria, vi domando la conversione dei poveri peccatori». In queste orazioni è racchiuso il cuore della devozione eucaristica che ogni cattolico dovrebbe avere. Soprattutto in un tempo, come il nostro, in cui il Santissimo Sacramento viene profanato in ogni modo: oltre ai sacrilegi commessi ad esempio dai satanisti, purtroppo oggi si vuole cambiare la stessa dottrina eucaristica e permettere ai pubblici peccatori di ricevere la Comunione senza alcun pentimento. C’è poi un’altra prassi che banalizza l’Eucaristia: si tratta della sua ricezione in mano.

Se a tale modo di comunicarsi si aggiunge il fatto che molte liturgie hanno perso totalmente il senso del sacro, non è difficile comprendere perché la gente ormai sembra ignorare che nell’Ostia santa c’è realmente e sostanzialmente Nostro Signore Gesù Cristo vivo e vero, nel suo Corpo, Sangue, Anima e Divinità. Mons. Juan Rodolfo Laise, vescovo emerito di San Luis, in Argentina, ha recentemente pubblicato per Cantagalli “Comunione sulla mano. Documenti e storia” (con prefazione di mons. Athanasius Schneider, vescovo ausiliare di Astana, in Kazakhstan, e un’appendice con alcune riflessioni sulla “Comunione spirituale”, sulla quale si fa chiarezza dopo tante sciocchezze dette negli ultimi anni da porporati come Kasper).

È un libro in cui raccoglie e commenta tutti i testi normativi relativi al permesso, dato ai fedeli dalla Santa Sede, di comunicarsi ricevendo la particola consacrata in mano e dimostra molto chiaramente e senza alcun dubbio che, per l’appunto, solo di concessione si tratta. Pertanto, rifiutarsi di fruire di tale atto di tolleranza, come fece lui durante il governo della sua diocesi, non solo è lecito, ma addirittura preferibile, perché maggiormente rispondente alla volontà del Papa. La Comunione sulla mano è nata come un abuso. Negli anni Sessanta, nei Paesi dell’Europa settentrionale, ovvero quelli con un episcopato ed un clero marcatamente progressista e disobbediente, si introdusse in maniera del tutto arbitraria tale modo di ricezione dell’Eucaristia.

Di fronte al fatto compiuto e alla volontà da parte degli artefici del cambiamento di proseguire su questa strada, la Sacra Congregazione per il culto divino rispose con l’istruzione Memoriale Domini (28 maggio 1969). Il documento, voluto ed approvato da Papa Paolo VI, ribadisce che il modo di distribuire la Santa Comunione in bocca «deve essere conservato, non soltanto perché si appoggia sopra un uso trasmesso da una tradizione di molti secoli, ma, principalmente, perché esprime la riverenza dei fedeli cristiani verso l’Eucaristia». Cambiare poteva rappresentare un pericolo. È vero che i profeti di sventura all’epoca (ma anche oggi) non andavano di moda e non erano graditi. Ma le paure di Paolo VI si sono rivelate fondate e adesso ne paghiamo le conseguenze.

L’istruzione vaticana paventava che si arrivasse «a una minore riverenza verso l’augusto Sacramento dell’altare», «alla profanazione dello stesso Sacramento» e «alla adulterazione della retta dottrina». Soltanto un ingenuo non vede che quelli che allora apparivano “solo” dei rischi sono divenuti terribili realtà: la situazione della Chiesa (in particolare di quei Paesi in cui il clero ha sempre seguito le “magnifiche sorti e progressive”) lo sta a dimostrare inappellabilmente. Nonostante ciò, i responsabili di tale scempio ed i loro allievi, anziché vergognarsi e ritirarsi in silenzio, continuano a dare lezioni.

Ebbene, la Memoriale Domini si conclude affermando che «la Sede Apostolica esorta veementemente i vescovi, sacerdoti e fedeli a sottomettersi diligentemente alla legge ancora in vigore [ovvero la Comunione in bocca n.d.r.]e un’altra volta confermata, attendendo tanto al giudizio apportato dalla maggior parte dell’Episcopato [contrario alla Comunione sulla mano n.d.r.], come alla forma che utilizza il rito attuale della sacra liturgia, come, infine, al bene comune della stessa Chiesa». Purtroppo, nonostante le buone intenzioni, il documento apre però una falla nella diga, rivelatasi ben presto fatale (e questo è accaduto e continua purtroppo ad accadere nella Chiesa per moltissime altre questioni). Infatti l’istruzione dice pure che, laddove non sia possibile frenare la pratica della Comunione sulla mano, con le dovute condizioni la Santa Sede concederà un indulto, a patto però che venga ribadita nella catechesi la verità dogmatica sull’Eucaristia.

Questa deleteria apertura ha fatto sì che a poco a poco, quasi tutte le conferenze episcopali del mondo chiedessero l’indulto, imponendo di fatto il nuovo modo di agire, per puro spirito di conformismo ai tempi. E la Santa Sede ha sempre avallato le richieste dei vescovi. In Italia, ad esempio, per un solo voto di scarto, la Comunione in mano venne introdotta nel luglio del 1989. In Kazakhstan, invece, grazie soprattutto all’opera di mons. Athanasius Schneider, si continua a ricevere l’Ostia consacrata solo in bocca e possibilmente in ginocchio (come faceva Benedetto XVI nelle sue Messe). Orbene, quando nel 1996 i vescovi argentini decisero di introdurre la Comunione sulla mano, mons. Laise si oppose fermamente, attirandosi così gli strali dei suoi confratelli, che lo accusarono di rompere la “comunione ecclesiale”. Ma il grande vescovo argentino, oggi residente a San Giovanni Rotondo, aveva ragione. E la Santa Sede lo riconobbe senza problemi, perché la facoltà di chiedere l’indulto spetta ai singoli vescovi, in base alla loro prudenza pastorale. Mons. Laise, dunque, si è appellato giustamente, doverosamente e santamente alla sua coscienza di pastore cattolico, davvero preoccupato del bene della Chiesa e di quello spirituale dei fedeli affidatigli.

Altri vescovi e preti (pochi in verità) hanno seguito il suo esempio. Possiamo citare il sacerdote veronese don Enzo Boninsegna, vero eroico “pioniere” in Italia; il cardinal Carlo Caffarra, che nel 2009, per evitare sacrilegi, ha proibito la Comunione in mano nella Chiesa Metropolitana di San Pietro, nella Cattedrale di San Petronio e nel Santuario della B.V. di San Luca; c’è poi mons. Cristóbal Bialasik, vescovo della diocesi di Oruro, in Bolivia, che l’anno scorso ha annunciato ai suoi fedeli di aver vietato la S. Comunione sulla mano, definendola una consuetudine “intollerabile”. D’altra parte, come spiega nel libro, la posizione di mons. Laise è canonicamente e pastoralmente incontestabile.

La Comunione in mano, tanto amata dai protestanti, è stata pensata proprio per ridurre il Santissimo Sacramento a mero simbolo, attaccando così il dogma cattolico sull’Eucaristia. Gesù durante l’Ultima Cena, diede il pane e il vino in mano agli Apostoli, è vero. Ma si trattava appunto dei primi vescovi. Il sacerdote ha le mani consacrate con l’unzione, ed è per questo che è l’unico ad avere il “privilegio” e il grave compito di toccare le specie eucaristiche. Oltretutto, al contrario di quanto falsamente sostenuto dai novatori, nei primi secoli della Chiesa si riceveva la Comunione in mano con ogni riguardo e riverenza, spesso senza toccarla direttamente, non come accade adesso.

Peraltro, col passare del tempo e nel susseguirsi di tante vicende storiche, la sensibilità ed il rispetto verso l’Eucaristia sono aumentati ed è per questo che intorno al IX secolo si passò definitivamente a ricevere il Corpo di Cristo in bocca. In ogni frammento del pane consacrato, infatti, c’è tutto Nostro Signore ed è una profanazione lasciare che anche uno solo cada a terra e vanga calpestato. Nella cosiddetta Messa tridentina, tanto per intenderci, dopo la consacrazione il sacerdote non separa più il pollice e l’indice delle mani finché non arriva il momento della purificazione, terminata la distribuzione della Comunione.

Oggi invece questa fede eucaristica si è tragicamente persa, anche tra i sacerdoti. I fedeli, poi, sembra vadano a ricevere una caramella, e infatti tutti si comunicano ma pochi si confessano! In pratica, quello che fino agli anni Sessanta era un abuso, una disubbidienza, un attacco alla verità cattolica, oggi è divenuto la normalità. E, lo ripetiamo, assolutamente contro la volontà di Paolo VI. Anche perché l’istruzione della Congregazione del culto divino faceva un tutt’uno con una lettera pastorale in cui viene nitidamente evidenziato che, ad ogni modo, «la nuova maniera di comunicarsi non dovrà essere imposta in modo che escluda l’uso tradizionale».

Eppure, solo da un ritorno generale al modo tradizionale di ricevere Gesù Sacramentato, in bocca ed in ginocchio, potranno sgorgare grazie abbondanti e si tornerà ad avere una primavera della Chiesa. Pertanto, i laici non debbono stancarsi di chiedere questo ai pastori e di comunicarsi solo in bocca, perché questa è, ancora oggi e nonostante tutto, la norma della Chiesa. E i vescovi dovrebbero avere un po’ di fede e di coraggio nel cambiare. Il che, visti i tempi, sarebbe miracoloso. Ma nulla è impossibile a Dio.
 

15 gennaio 2016

Crisi della confessione. Si torni all'antica formula


di Satiricus

La situazione è grave, non c’è che dire. Vi è un limite oggettivo e storico - quello che suggerì già a Pio XII e definitivamente a Giovanni XXIII la necessità di una grande Assise della Catholica in cui svolgere critica ed autocritica dello status quo -, si riscontra cioè da anni una crisi di incidenza della Chiesa nel mondo moderno e contemporaneo. Specificamente poi è innegabile una crisi del sacramento della Confessione e del senso di peccato e conseguente bisogno di salvezza. Da parte sua il dialogo interreligioso, nella misura in cui si attardi ad affermare che tutti sarebbero figli di Dio dalla nascita e che per ciò stesso la loro salvezza sarebbe fuori discussione (salvo scelte morali particolarmente eclatanti), non aiuta certo a sanare la dimensione oggettiva della crisi. A ciò si aggiungano i frutti del presente pontificato, ormai più facili da vagliare, sebbene sia prudente attendere altre annate per una giudizio che si voglia fermo e certo: sembrano definitivamente tramontati i mesi dell’entusiasmo iniziale, quelli in cui un fedelissimo come Massimo Introvigne si peritava di informarci a riguardo dell’incremento di confessioni suscitato dallo stile pastorale di Sua Santità Francesco. “Che l'"effetto Francesco" abbia indotto molte persone a tornare in chiesa e a confessarsi, specie nel periodo di Pasqua, non è più solo un'impressione ma un dato di fatto. Anche in Italia. Lo ha confermato una ricerca del CESNUR, l’istituto di ricerca sulle religioni diretto dal sociologo torinese Massimo Introvigne, presentata il 15 aprile a Torino”.

Si trattasse di effetto Francesco o di effetto Benedetto XVI (leggasi a riguardo il finale dell’articolo appena citato), allo scoccare del 2016, ad Anno giubilare pienamente e saldamente avviato, altre sembrano le risposte del popolo cristiano.

I fatti sono questi. Dall’apertura dell’Anno Santo voluto da papa Francesco e in occasione delle festività natalizie del 2015 – così come da quando Jorge Mario Bergoglio siede sulla cattedra di Pietro – il numero dei fedeli che si è accostato al confessionale non è aumentato, né nei tempi ordinari, né in quelli festivi. Il trend di una progressiva, rapida diminuzione della frequenza della riconciliazione sacramentale che ha caratterizzato gli ultimi decenni non si è arrestato. Anzi: mai come in prossimità di questo Natale i confessionali della mia chiesa sono stati ampiamente disertati”. Viene scritto in una lettera pubblicata da Magister.

Ciò che turba è che i fedeli si appoggino al Magistero, o almeno alle dichiarazioni quotidiane del Pontefice, per giustificare l’uso magico della fede e l’arresto di un serio cammino interiore di conversione (che è quanto di meno antropocentrico si potesse immaginare). Sono persuaso che non siano questi gli esiti auspicati dal Papa, ma di essi il Santo Padre porta ahilui la prima responsabilità.

“Due esempi valgano per tutti. Un signore di mezza età, al quale ho chiesto, con discrezione e delicatezza, se era pentito di una ripetuta serie di peccati gravi contro il settimo comandamento "non rubare", dei quali si era accusato con una certa leggerezza e quasi scherzando sulle circostanze non certo attenuanti che li avevano accompagnati, mi ha risposto riprendendo una frase di papa Francesco: “La misericordia non conosce limiti” e mostrandosi sorpreso che ricordassi a lui la necessità del pentimento e del proposito di evitare in futuro di ricadere nello stesso peccato: “Quel che ho fatto ho fatto. Quel che farò lo deciderò quando uscirò da qui. Come la penso su ciò che ho compiuto è questione tra me e Dio. Sono qui solo per avere quello che spetta a tutti almeno a Natale: poter fare la comunione a mezzanotte!” E ha concluso parafrasando l’ormai celeberrima espressione di papa Francesco: “Chi è lei per giudicarmi?”.

Una giovane signora, alla quale avevo proposto come gesto penitenziale, legato all’assoluzione sacramentale di un grave peccato contro il quinto comandamento "non uccidere", la preghiera in ginocchio davanti al Santissimo Sacramento esposto sull’altare della chiesa e un atto di carità materiale verso un povero nella misura delle sue possibilità, mi ha risposto seccata che il papa aveva detto pochi giorni prima che “nessuno deve chiederci nulla in cambio della misericordia di Dio, perché è gratis”, e che non aveva né tempo per fermarsi in chiesa a pregare (doveva “correre a fare gli acquisti natalizi in centro città”), né soldi da dare ai poveri (“che tanto non ne hanno bisogno perché ne hanno più di noi”)”. (Ibidem)

Ecco il mio consiglio, tra il serio e il faceto. Nell’attesa che Roma parli per risolvere almeno il chaos ingeneratosi tra i fedeli, i sacerdoti più zelanti sono invitati a tornare all’antica formula assolutoria, pienamente valida e altamente istruttiva. Leggiamola come si presenta nel Rituale Romanum:

“Quando il Sacerdote vuole assolvere un penitente, dopo avergli imposto una salutare penitenza e dopo che il penitente l’ha accettata, dice dapprima: Misereatur tui omnipotens Deus, et dimissis peccatis tuis, perducat te ad vitam æternam. Amen.
Quindi con la mano destra elevata verso il penitente, dice: Indulgentiam, absolutionem, et remissionem peccatorum tuorum tribuat tibi omnipotens et misericors Dominus. Amen.
Dominus noster Jesus Christus te absolvat: et ego auctoritate ipsìus te absolvo ab omni vinculo excommunicationis, (suspensionis), et interdicti, in quantum possum, et tu ìndiges. Deinde ego te absolvo a peccatis tuis, in nomine Patris, et Filii, + et Spiritus Sancti. Amen.
Se il penitente è un laico, omette la parola suspensionis. Il Vescovo nell’assolvere i fedeli fa tre segni di croce.
Passio Domini nostri Jesu Christi, merita beatæ Mariæ Virginis, et omnium Sanctorum, quidquid boni feceris, et mali sustinueris, sint tibi in remissionem peccatorum, augmentum gratiæ, et præmium vitæ æternæ. Amen”.

E così ci ricordiamo al contempo: che se il fedele rifiuta la giusta penitenza è lecito negargli l’assoluzione (non per ripicca, ma per trasparenza: nessuna assoluzione in assenza di contrizione); che il sacerdote pur sempre assolve nei limiti del proprio potere (in quantum possum), che sono fissati anzitutto dalla Legge Divina, con buona pace delle Conferenze Episcopali e dei Sinodi e tanto più delle riletture arbitrarie che il laicato realizza a partire da interviste del Pontefice; che peraltro, laddove ci sia reale pentimento, la Misericordia divina agisce con frutto, superando addirittura i limiti umani di confessore e penitente, la loro ignoranza, la loro pusillanimità (in quantum… tu indiges).

 

02 maggio 2014

Esperienze di catechismo di periferia

di Agata Calò
C'è una strana tendenza nelle nostre parrocchie, presente da molti anni, ma che sembra si sia molto consolidata ultimamente. Si scrive "strana" e si legge "pessima", per questo spero di essere smentita dall'esperienza di parrocchie diverse dalla mia o dal parere autorevole di qualche esperto in educazione infantile.