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30 settembre 2020

Vogliamo chiarezza. L'Obolo ha finanziato la Clinton?


In questo giorni stanno scoperchiano il vaso di Pandora. 

Nell'ambito dell'inchiesta sulle finanze vaticane, si è finalmente scoperto che l'Obolo di San Pietro è stato utilizzato in modo ampiamente improprio. 

Qualche anno fa, su la Verità comparve un articolo riguardo il finanziamento della campagna della Clinton con i soldi dei fedeli.

Possiamo chiedere di fare chiarezza?

Ecco l'articolo.

 

10 gennaio 2017

Singer per i reati d’opinione. Ma il primo condannato dovrebbe essere lui


di Alessandro Rico

Molti dei nostri lettori avranno sentito parlare di Peter Singer, il teorico dei diritti degli animali, della disobbedienza civile, il filosofo di Princeton che sostiene si debbano destinare in beneficienza tutti i proventi del proprio lavoro che non siano strettamente necessari alla sussistenza. Insomma, un figlio del profondo disordine morale che alberga negli Stati Uniti, l’estremo approdo del bigottismo del protestantesimo, benché distorto. Un simbolo della putrescenza dell’accademia americana, che ha ormai diffuso le sue metastasi in tutto il mondo occidentale. Ebbene, Singer non poteva perdere l’occasione di esprimersi a proposito del dibattito sulla post-verità, aperto dalla sinistra di ogni Paese, scioccata da Breixt, Trump e dall’incombente spettro lepenista.
In un articolo online, Singer attribuisce surrettiziamente la vittoria di Donald Trump alle fake news circolate su internet, come quella secondo cui Hillary Clinton e il suo braccio destro John Podesta fossero implicati in un giro di pedofilia. La proposta dell’autore di Liberazione Animale è geniale nella sua semplicità: ripristinare i reati d’opinione, cui l’America ha fin qui preferito la tutela costituzionale della libertà d’espressione.
Ora, quel che colpisce della sinistra à la page è il suo rifiuto categorico di assumersi la responsabilità delle proprie sconfitte. Con il pensiero postmoderno, essa ha di fatto generato la post-verità. Ha demolito quella geografia di strutture di autorità, dalla famiglia alla Chiesa, che costituivano l’orizzonte di senso dell’uomo comune ai tempi dei corpi intermedi; con la difesa della disobbedienza (in)civile ha rigettato pure l’autorità dello Stato; ha promosso una visione oltranzista della democrazia, che per sua natura dovrebbe essere refrattaria al governo dei tecnici; e infine ha “decostruito” lo stesso concetto di verità sul quale si era da sempre fondato il pensiero occidentale. La identity politics, che ha definito le coordinate della sua agenda politica dagli anni Settanta in poi, ha prodotto solo assurdità che oggi la sinistra si vede costretta a imporre per decreto legge, o manipolando i bambini nelle scuole statali con l’educazione gender: la neolingua femminista, le strampalate teorie queer, gli uteri in affitto e il transessualismo infantile.  Ma ora che sono stati fagocitati dal mostro che essi stessi avevano creato, i progressisti si sono impaludati nella crociata contro la post-verità.
E pensare che alla fine degli anni Novanta, cioè in tempi non sospetti, James L. Nolan aveva pubblicato un libro dal titolo The Therapeutic State, nel quale aveva accusato i coniugi Clinton di sfruttare a scopi elettorali l’identificazione con le minoranze vittime di discriminazioni: noi comprendiamo il vostro dolore, quindi il potere che ci affidate è per il vostro bene. Peccato che, durante l’ultima campagna elettorale, Wikileaks abbia fatto emergere come Hillary si sia inverecondamente vantata, dinanzi a una platea di banchieri, di essere una milionaria, del tutto scollegata dai bisogni e dalle preoccupazioni delle persone comuni. Insomma, i primi mentitori seriali sono proprio i progressisti. Che essendo dei bugiardi, non lo vogliono ammettere.
Così i clinici catalogano le cinque fasi psicologiche attraversate dai malati terminali: diniego, rabbia, patteggiamento, depressione, accettazione. La sinistra sta passando rapidamente dal diniego alla rabbia. Bruciate le prime due tappe, sembrerebbe in procinto di estinguersi. Speriamo che non ci trascini tutti lungo il crinale della sua agonia.
Quanto alla proposta di Singer, vogliamo pure ammettere di essere d’accordo: si faccia ampio ricorso ai reati d’opinione. A patto, però, che anche Singer si sottoponga alla rigida scure censoria: un anno di lavori forzati per aver sostenuto, come tempo fa denunciai su questo blog, che i bambini affetti dalla Sindrome di Down vanno soppressi. È una misura coerente con l’utilitarismo di Singer: se la smette di dire sciocchezze, il genere umano ne trarrà beneficio. Avremo sacrificato la libertà d’espressione di uno per il bene del maggior numero.

 

12 novembre 2016

Il Presidente Pesche e Panna Montata

(dove si spiega la banalità taciuta)

"Buonanotte, andate a casa..." (John Podestà)

di Matteo Donadoni

Si conclude così, con un beffardo motto in stile bergogliano interpretabile a rovescio, l’elezione presidenziale americana più aspra e incompresa dai giornalisti di tutto il mondo. Buonanotte. Sì, buonanotte all’ideologo delle “primavere cattoliche”.

Il pomeriggio dell'8 novembre, ben prima del rosario, ho whatsappato senza paura al buon Filipazzi la vittoria certa di Trump. Il mio informatore in America, Andrea Esposito, mi aveva appena riferito di aver raccolto diverse dichiarazioni di voto repubblicano nel cuore delle grandi città yankee, roccaforti democratiche. Informatore affidabile, facilmente camuffabile da americano per via della stazza (si pesa in libbre già dalla terza media), ha la spigliatezza di uno scugnizzo e una maglia pro Donald, con la quale riuscirebbe a far sbottonare qualsiasi “trumpista” occulto. Prima speranza. Fattasi convinzione in breve tempo a seguito di tre indizi:

Primo - Indizio stocastico: statisticamente chi prende la Carolina del Sud diventa poi presidente.
Secondo - Indizio storico-culturale: mi sono reso finalmente conto che il nero medio non alzerà mai le chiappe per andare fino al seggio a dare il proprio supporto ad una vecchia riccona bianca.
Terzo - Indizio sociologico: i famigerati ispanici. Gli ispanici non sono un popolo omogeneo, ma provengono da più nazioni. Gli esuli cubani ad esempio sono arrabbiati con Obama per le concessioni ad una dittatura crudele che li ha affamati e scacciati. Fatto generale da unire al fatto particolare: un messicano preso a caso, intervistato dal nostro agente inviato per l’occasione a Boston (a spese sue), ha espressamente affermato con decisione il suo voto per Trump.

Tre indizi non fanno una prova e un messicano non fa primavera, ciò nonostante, appena ho visto che le proiezioni davano Trump vincente in Florida alla faccia di tutta la prosopopea dei giornalisti italiani tramutati improvvisamente in vedove inconsolabili, me ne sono andato a dormire, certo della sconfitta della senatrice più temuta dai nascituri.

Al risveglio stamane ho scoperto alcune novità, carissimi giornaloni nostrani:
A - evidentemente non ci sono ispanici in Florida.
B - evidentemente non ci sono donne in Ohio.
C - evidentemente non ci sono operai in Pennsylvania.
D - evidentemente non ci sono neri in Carolina del Nord.

L’ideologia, come al solito, non collima con la realtà.
Chissà cosa direbbe oggi di questa elezione quella che potrebbe essere definita la scrittrice più amata dal dottor House, Flannery O’Connor. In qualche modo il mondo descritto nei racconti dell’autrice cattolica di Savannah ha avuto la meglio sui chiacchieroni di città.
Aveva ragione il professor Victor Davis Hanson, uno dei maggiori storici conservatori americani, docente alla California State University: «Di tutte le crescenti divisioni dell’America – rosso-blu, conservatore-liberal, repubblicano-democratico, bianchi-non bianchi – nessuna è più tagliente di quella tra città e campagna».

Quella del quarantacinquesimo presidente degli stati Uniti d’America è la storia della la vittoria degli onesti lavoratori della provincia sui maneggioni buoni a nulla di Wall Street, finanziatori sbracati di una senatrice navigata e senza scrupoli a Bengasi. Soprattutto la sconfitta di chi pretende di fare soldi con l’aria fritta, cioè senza lavorare. La vittoria del figlio di un “self made man” contro l’intero sistema mediatico e perfino una parte del proprio stesso partito. La vittoria dei padri di famiglia “middle class” contro i radical-chic omosessuali. La vittoria dei cristiani contro gli atei. La vittoria del paese reale contro l’ideologia. Donald Trump, la barzelletta dei benpensanti, l’8 novembre 2016 ha stravinto, aggiudicando ai Repubblicani anche il Congresso.
Da ragazzo di provincia che lavora in città (bè lavora… pigia bottoni più che altro), mi son sempre chiesto come sia stato possibile arrivare al punto perverso di impilare case letteralmente una sopra l’altra e non conoscere mai l’inquilino del piano di sotto. Questo è il grande inganno urbano: gli abitanti delle città possono lavorare per lunghe ore in ufficio in mezzo a centinaia di migliaia di persone, ma spesso rimangono al riparo dal mondo naturale, sono esseri umani sociologicamente individualizzati, avulsi dal proprio habitat naturale. In campagna sappiamo tutto di tutti, e, nonostante ciò, non ci spariamo addosso l’un l’altro. Anche se non abbiamo ancora realizzato l’antico sogno chestertoniano di tre acri ed una vacca, sappiamo sopportarci almeno quanto sappiamo che le città sono un male necessario. «La vita rurale storicamente ha incoraggiato l’indipendenza, e lo fa ancora, anche nel globalizzato e cablato XXI secolo. Il buon cittadino è definito come qualcuno che possa prendersi cura di se stesso». Questa è la ragione reazionaria che dalle praterie ha sospinto Trump alla Casa Bianca.
Non è cattolico Donald e certamente non sarà il miglior presidente possibile, ma, visto Barack Hussein Obama, nemmeno il peggiore. Inoltre ha una peculiarità: sarà il primo presidente USA ad essere amato dai Russi.
A me, tutto sommato, Donald non fa paura, mette appetito. Pesche con panna montata.

 

11 novembre 2016

Come Davide contro Golia


di Niccolò Mochi-Poltri

Ebbene ha vinto le elezioni presidenziali statunitensi dell’a. D. 2016 il tycoon newyorkese Donald J. Trump, sconfiggendo la favorita Hillary Clinton, dopo uno scontro che rievocava, parodiandolo, quello biblico tra David e Goliath, dove però quest’ultimo si è reincarnato nella persona di una donna resa apparentemente gigantesca dall’allure mediatico, mentre il primo in uno stravagante ed a tratti grottesco miliardario armato solo della fionda con la quale scagliare contro l’avversario le pietre durissime ed acuminate del proprio ego. Tanto nell’episodio biblico quanto in questa sua parodia contemporanea ancora noi ci scopriamo sorpresi di come si sia infine risolto lo scontro.
Ma in verità, se riusciamo ad emanciparci dai pregiudizi ideologici e dai moralismi spiccioli dei commentatori filistei, e proviamo ad osservare la realtà fattuale della politica statunitense per come è emersa da questa tornata elettorale, potremmo scoprire che l’esito del voto non è poi così inaspettato e sconvolgente, o quantomeno non lo è nelle ragioni che lo hanno prodotto - mentre per le conseguenze che produrrà sarebbe per il momento meglio non pronunciarsi ed avere, come sempre, fiducia nella Provvidenza.
Dunque, Donald J. Trump ha vinto procedendo in direzione ostinata e contraria: contraria al suo stesso partito, contraria alla grande finanza ed al suo apparentemente fondamentale assenso, contraria alla quasi totalità dei mass-media ed ai loro pronostici ed endorsments, ma soprattutto contraria alle variegate correnti progressiste, dall’intellighentia salottiera e benpensante alla patinata galassia delle stelle hollywoodiane, passando da quelle enclaves narcisiste degli immigrazionisti, degli internazionalisti, delle LGBTQ, etc.
Per confrontarsi con tutto questo, si diceva, Trump ha dovuto caricare la sua fionda con l’unica arma di cui poteva disporre liberamente, cioè sé stesso: ed è sé stesso che ha scagliato in tutta la sua realtà e concretezza, nella sua immagine di self-made-man miliardario e di successo; così come nei suoi tratti caricaturali e talvolta grotteschi, che però, se a noi italiani ed europei ci hanno fatto ridere o inorridire, hanno invece evidentemente risvegliato qualcosa nella maggioranza del popolo elettore statunitense. Qualcosa che noi ed i nostri ottusi commentatori politici non siamo riusciti a scorgere perché abituati, anzi direi assuefatti, ad osservare gli U.S.A. da una prospettiva distorta dalla lontananza, geografica e culturale ad un tempo; ma che non sono riusciti a scorgere nemmeno i loro progressisti, data l’atrofia delle loro menti verso un futuro che è solo ideologia, irrealtà artificiale: qualcosa che perciò avevano dimenticato esistesse, ma che difatto ha dimostrato di esistere e di essere forte.
Tale qualcosa consiste in una coscienza pragmatica delle necessità del quotidiano vivere, che si sviluppa in quel suggestivo ideale dell’opportunità così intrinseco al Volksgeist statunitense, ma che decenni di ideologia progressista avevano offuscato e distorto. Di questa coscienza Trump si è fatto interprete, e gli elettori della “migliore delle democrazie” lo hanno eletto, cosicché gli U.S.A. hanno riottenuto il presidente che spetta loro, e la civiltà occidentale una fondamentale lezione su quanto siano importanti le radici storiche dei popoli.
 

10 novembre 2016

La rivolta delle masse


di Roberto De Albentiis

La sconfitta della Clinton, e di tutto l’establishment liberal (e anche neo-con, del resto il Potere non conosce etichette o differenze) che la sosteneva, ad opera di Donald Trump, è un fatto clamoroso: dopo anni di prese in giro, i cittadini americani si sono voluti riprendere il proprio futuro, mandando al diavolo sondaggisti, giornalisti, opinionisti, professionisti di partito, star del mondo musicale e cinematografico. Questa vittoria di Trump giunge dopo tante altre, pur se di segno diverso: le vittorie elettorali, in Europa orientale, in Ungheria e Polonia, e in Francia, di formazioni identitarie e comunitarie, l’incredibile vicenda elettorale austriaca, il referendum inglese sulla Brexit, la vittoria, nelle Filippine, di un altro impresentabile, Rodrigo Duterte, peraltro di sinistra e non certo attento ai c.d. principi non negoziabili e comunque sfanculatore (letteralmente; non gli piacciono i toni moderati e conciliatori) delle elites e dei grandi del mondo.
Che significa tutto ciò? Dopo decenni di predominio di asfittico pensiero unico (non si creda solo di sinistra, sia chiaro, anche la destra liberale rappresenta al meglio il pensiero unico globalista e mondialista, e del resto la stessa maggioranza liberale e conservatrice del Partito Repubblicano non voleva sostenere Trump), di propaganda asfissiante e martellante, subdola, fatta non solo attraverso le dichiarazioni ufficiali, ma pure attraverso gli strumenti di comunicazione di massa e il cinema, le masse paiono essersi svegliate e abbiano iniziato a reagire a questo pensiero totalitario, che vuole imporre ovunque individualismo, atomismo, immoralità, che vuole distruggere le religioni, gli Stati, le famiglie, per imporre ovunque il dominio del Capitale e del Consumo, consumo tanto di beni materiali quanto di (pseudo)diritti.
In un mondo che si vuole senza barriere o differenze, perfino personali, biologiche e antropologiche, pare invece che si voglia rivendicare con forza tali barriere e differenze, che, se ci si pensa bene, sono connaturate all’essere umano stesso; in un mondo in cui si vuole imporre ancora la moribonda e mortifera globalizzazione, che ha comportato proprio l’impoverimento delle masse (anche americane, non si creda che gli States, e ve ne parlo io che li ho visitati due volte e ho potuto vedere di persona la grande povertà che vi regna, abbiano ricevuto solo benefici dalla globalizzazione) e l’arricchimento di pochi profittatori, guarda caso profeti della “società aperta” e del nuovo “mondo libero”, ecco che le masse, pur se non coordinate, magari poco informate e votando movimenti e partiti non certo assimilabili tra loro, reagiscono. Reagiscono forse di pancia, come si dice, ma del resto non si campa di belle parole e di “diritti civili”, un lavoro, un tetto, un pasto servono a campare, gli sciocchi slogan non riempiono gli stomaci.
Non possiamo certo sapere come sarà la presidenza di Trump, che deve ancora iniziare, per quanto fare peggio di Obama e della Clinton sia difficile; non possiamo neanche sapere cosa riserverà il futuro “populista” o la prevedibile reazione dell’establishment, ma due cose sono chiare: la partita non è affatto chiusa, tutt’altro, e, soprattutto, se ci si impegna bene, può essere vinta, le elites possono essere sconfitte, se solo si è consapevoli di ciò e lo si vuole!
E le masse cattoliche, in tutto questo? Ora, non sono qui per parlare del voto cattolico dato a Trump o alle altre scelte “populiste”, ma per parlare di un fenomeno diverso: da tre anni pare essere arrivata, per la Chiesa Cattolica, una nuova “primavera” (certo permessa da quell’altra, quella “conciliare”; non si creda che i problemi siano iniziati con l’attuale pontificato, ma affondano le loro radici in almeno un cinquantennio precedente), che non ha certo portato frutti di vocazioni, anzi, e in compenso ha aumentato le fratture tra fedeli e la perplessità di molti. Ebbene, sempre più fedeli cattolici, anche, come vedo, chi prima mai aveva sentito parlare o parlato di “crisi nella Chiesa”, ora si fanno delle domande, reagiscono, come possono, in relazione alla loro cultura e al loro stato, al nuovo corso progressista della Chiesa, con le armi a propria disposizione: l’insegnamento catechistico e la preghiera. Se anche nella Chiesa si deve parlare di pensiero unico (che nulla ha a che vedere con l’unità di insegnamento dottrinale, anzi, spesso, pur se non ufficialmente, lo soffoca), altrettanto, ora, si deve parlare di una sorta di resistenza, silenziosa ma crescente, dei fedeli alle perniciose novità che si vogliono loro imporre.
La resistenza al pensiero unico mondano e ai governi terreni ci riguarda; più ancora ci riguarda, quando necessario, la resistenza al pensiero unico ecclesiale, non certo in nome delle nostre personali opinioni o dei nostri gusti, ma proprio in nome di quella fede che ci è stata donata col Battesimo. Oggi si festeggia San Leone Magno, uno dei più grandi Papi che la Chiesa abbia mai avuto: di lui, intervenendo al Concilio di Efeso, i Padri conciliari dissero: “Pietro ha parlato per bocca di Leone!”. Noi crediamo che sul trono di Pietro sieda oggi Francesco, e vogliamo, vorremmo che parlasse da Papa e Pastore ai suoi figli, per confermarli nella fede e non lasciarli soli contro le battaglie, terrene e interiori, che li aspettano; per citare un grande ecclesiastico missionario del secolo scorso, Monsignor Marcel Lefebvre, di cui lo stesso Papa Francesco ha detto di aver due volte letto e apprezzato la sua biografia, noi siamo sempre “per il Papa come successore di San Pietro a Roma. Tutti noi chiediamo che il Papa sia, infatti, il successore di San Pietro, non il successore di Jean Jacques Rousseau, dei massoni, degli umanisti, dei modernisti e dei liberali.”
 

08 novembre 2016

Il potere cambia volto. E Trump non potrebbe vincere (anche se vincesse)


di Alessandro Rico

Il sabato prima delle elezioni americane, il Corriere della Sera ha presentato una “equilibrata” panoramica della situazione. Un articolo paventava che Trump potesse mandare in giro squadroni di sostenitori armati di cani e fucili per spaventare gli elettori. Un altro proponeva un confronto tra il programma del magnate newyorchese e quello della Clinton: se vincerà Trump, borse a picco, presidenza bloccata dal Congresso, guerra mondiale alle porte; se vincerà Hillary, economia col vento in poppa, giustizia sociale come in Paradiso, escalation militare in Medio Oriente spacciata per una provvidenziale rottura con le indecisioni di Obama. Non che qualcuno oltreoceano legga il Corriere. Ma dato che l’élite che regge le sorti dell’Occidente ha ormai un carattere transnazionale, la sostanza cambia davvero poco se da via Solferino ci si trasferisce al Washington Post, al New York Times o alla CNN. E questo spiega perché Trump non potrebbe vincere, anche se vincesse.
Il problema non è se Trump piaccia o meno all’America. Il problema è che lui non piace a una cordata composta da guru dell’alta finanza, banche d’affari e altre concentrazioni di capitale che stipendiano esponenti politici e la maggior parte dell’editoria. Quanto ci metterebbe George Soros, che a queste strategie è avvezzo (impossibile dimenticare l’attacco speculativo a lira e sterlina, all’inizio degli anni Novanta), a scatenare una tempesta finanziaria, se martedì notte il mondo scoprisse che il quarantacinquesimo Presidente degli Stati Uniti dovrebbe diventare Donald Trump? La Gran Bretagna, ad esempio, ha già serrato i ranghi. Il bello della cultura liberale di quel Paese è che una sola attivista pro-UE può averla vinta sulla maggioranza del corpo elettorale e costringere la Brexit ad attraversare un altro, rischioso passaggio (visto che la maggioranza dei parlamentari, sulla carta, era favorevole al remain). Nella culla del garantismo e delle libertà costituzionali, si può forse narrare la storia romantica di un sistema di potere che bilancia le manifestazioni della volontà popolare con il principio della sovranità del Parlamento. Ma gli Stati Uniti dovevano essere una nazione senza aristocrazia, nella quale i contrappesi alla tirannia della maggioranza, temuta già da Tocqueville, andavano ricercati nella Costituzione (l’interpretazione della quale fu presto avocata dalla Corte Suprema), nel Senato (eletto su base territoriale), nel meccanismo indiretto di nomina del Presidente e nella possibilità di veti incrociati tra costui e il Parlamento. 
La realtà, però, è che a governare sono i soldi. Un tempo i Fugger tenevano in pugno Carlo V, sovvenzionandone il dominio imperiale. Oggi c’è Wall Street – non tutta Wall Street, solo un ristretto circolo di personaggi che conoscono l’indirizzo e-mail di John Podesta, il responsabile della campagna elettorale della Clinton. Un circolo (vizioso) nel quale danzano i politici attraverso fondazioni private finanziate da capitani della Borsa, quando non da potenze straniere che con una mano danno a Hillary e con l’altra all’ISIS (almeno è questo che sostiene Julian Assange).
Machiavelli insegnava che una delle caratteristiche del potere sono gli arcana. E mai come oggi il potere è arcano, nascosto, ineffabile, eppure pervasivo, perché globalizzato. Mai come oggi la dimensione propria della politica, cioè il conflitto tra ideologie e visioni del mondo, appare “neutralizzata”, come denunciava già Carl Schmitt, dall’egemonia di una tecnocrazia planetaria che sente sempre meno il bisogno di occultarsi dietro i riti della democrazia parlamentare. Di quest’ultima, non resta che l’illusione di poter scegliere tra i candidati (preselezionati dalle élite stesse), mentre i paladini “anti-establishment” sono destinati o a diventare essi stessi “classe politica”, come sosteneva Gaetano Mosca, oppure a essere fagocitati dall’ordine costituito. E con l’aiuto dei grandi gruppi editoriali compiacenti, dei loro corsivi e delle loro macchine del fango, l’élite transnazionale trova sempre parvenze di giustificazione alle proprie scelte, dinanzi a un’opinione pubblica istupidita dai pettegolezzi e ridotta a un ectoplasma. Che ci piaccia o no, sotto la spinta di questa globalizzazione dei nuovi centri di potere, la vecchia tecnologia politica occidentale, la democrazia liberale, ha cambiato volto. Per questo Trump non potrebbe vincere, anche se vincesse.

 

La speranza per The Donald si chiama Jesusland

di Michele Pisano
È Jesusland l’unica speranza di Donald Trump per ottenere la presidenza degli Stati Uniti d’America. Tutto ruota attorno a quella mappa disegnata nel 2004 e che riassume le tendenze di voto degli americani Stato per Stato. Ciò che appare è una suddivisione territoriale con gli Stati Uniti del Canada e Jesusland. I primi sono colorati di blu, i secondi di rosso, e indicano gli uni gli Stati con una maggioranza progressista e liberal, gli altri quelli invece conservatori e con un voto religioso che incide sul processo elettorale.

Prima di commentare la mappa, è necessario ricordare che non vince il candidato che prende più voti popolari, bensì quello che conquisterà 270 delegati. Ogni Stato, infatti, assegna un determinato numero di delegati al candidato che prende un voto in più dell’altro in quel determinato territorio. In quasi tutti i casi, esclusi due Stati, il metodo è “winner-takes-all”, il vincitore prende tutti i delegati.
Per questo motivo Donald Trump sta compiendo un incredibile tour negli Stati in bilico, che tra l’altro sono proprio quelli in cui il voto religioso ha inciso particolarmente. Sta di fatto che i repubblicani questa volta non hanno scaldato il cuore di cattolici ed evangelici, e che probabilmente opteranno per il GOP all’ultimo momento e non compattamente. Per Trump l’unica speranza di vittoria passa proprio da qui: dal voto operaio e da quello religioso, sperando inoltre in una forte astensione da parte di comunità afroamericana e latinos, piuttosto tiepidi nei confronti della Clinton.

Dando un’occhiata alla mappa Jesusland, depurata dal Canada, e all’elaborazione di RealClearPolitics, possiamo notare che i tre Stati che si affacciano sul Pacifico sono saldamente in mano a Hillary, così come Minnesota, Wisconsis e Illinois. Stesso discorso per lo Stato di New York, Vermont e Stati confinanti. Per Hillary ci sono pochi altri sicuri. Donald invece potrebbe vincere solo ed esclusivamente se riuscisse a recuperare gli Stati in bilico, che altro non sono quelli disegnati nella mappa Jesusland e molti dei quali non è stato in grado di conquistare. È riuscito a mettere in cassaforte lo Utah, dove un candidato conservatore indipendente, Evan McCullin, era riuscito, a inizio campagna elettorale, a risultare primo nei sondaggi grazie al voto dei mormoni, delusi da Donald Trump. Poi il repubblicano ha risalito la china, assicurandosi ipoteticamente anche Texas, Tennessee e South Carolina.
Insomma, il voto passa dai pro-life, dalla Chiesa cattolica e dalla destra evangelica, a cui The Donald ha parlato poco direttamente e in pubblico, ma che sicuramente avranno difficoltà a optare per la candidata democratica. Insieme al voto operaio, ormai in cassaforte, le sue ultime ore dovrebbero essere impegnate per riordinare un voto religioso in libera uscita. La sua ultima speranza è convincere gli Stati di Gesù.

 

07 novembre 2016

Trump o l'abisso


di Lorenzo Roselli

Scrivo queste poche righe di getto, quasi ispirato. Si, decisamente ispirato da una musa... Della polemica politica.
Questa musa è un'attrice per adulti (come si usa definire oggi chi si prostituisce di fronte una telecamera) spagnola, che in terra iberica è recentemente divenuta un'opinionista tout court e di cui, per non darle ulteriore e immediata fama, celerò il nome.
Ebbene la signorina ha dichiarato che il voto di domani potrebbe far retrocedere gli Stati Uniti e con essi il mondo occidentale "indietro di 50 anni". Occorre quindi andare "tutti a votare per impedire che un personaggio del genere ottenga un ruolo di così tanto potere".
Non so perché, ma leggere questa insulsa notizia rilanciata da media ispanici di quart'ordine ha come acceso nel sottoscritto un desiderio, combattuto e represso duramente negli ultimi mesi.
Questo desiderio è quello di esprimere un concetto in se abbastanza conciso: Donald Trump non è semplicemente il male minore, il repubblicanello con la pettinatura vagamente riecheggiante lo stile reaganiano da contrapporre al democratico laicista. No, amici miei, Donald Trump non è Mitt Romney, Bush Senior o Bob Dole. Non parliamo di un inutile e sgradevole conservatore perfettamente speculare ad uno spocchioso e petulante liberal, al primo lievemente peggiore.
Il vituperato Trump, il “deplorabile” Trump come viene definito dalla stampa avversa. Ovvero tutta, per lo meno in Europa.

Disprezzato dal suo partito, ufficialmente in quanto becero e incompetente, ufficiosamente perché antinterventista, simpatizzante di politiche protezionistiche, lontano dai circoli che formano l'elité repubblicana almeno quanto lo è da certo conservatorismo fiscale ultraliberista che si è in parte riversato sul candidato libertario Gary Johnson.
Maltrattato dai principali sistemi d'informazione statunitense che certamente ne hanno garantito, per eterogenesi dei fini, la scalata di consensi durante le primarie, ma come rileva l'ultimissima soffiata di Wikileaks, ha tentato di affossarlo in maniera abbastanza palese nei dibattiti. Addirittura la CNN avrebbe concordato con l'entourage della Clinton le domande da fare all'imprenditore newyorkese.

Ah si, il deplorabile e malevolo Trump. Un candidato repubblicano che per primo si è espresso in maniera favorevole ad un sistema pubblico di assistenza sociale nella sanità. 
Un candidato alla Casa Bianca che ha condannato senza se e senza ma la sciagurata avventura iraqena, anteprima dello scenario disastrato a cui assistiamo in Medio Oriente.
Un candidato alla presidenza degli Stati Uniti che ha ammesso il ruolo ambiguo giocato dalla NATO nella “rivoluzione libica” e le responsabilità innegabili di Washington nell'avanzata del salafismo tafkirita in Siria, Libia ed Iraq.

Contro di lui una donna che di questi crimini è stata indiscussa protagonista, facendo di tali abiezioni quasi un vanto.
Una donna che ha rivoltato contro Donald Trump le sue proposte di pacificazione con Mosca come “propaganda russa”, arrivando persino a definire il proprio avversario “marionetta di Putin”.
Una donna che durante un dibattito presidenziale, di fronte a milioni di spettatori in tutto il mondo, si è espressa favorevolmente ad un aborto tardivo fino all'ottavo mese di gravidanza.

Insomma, ogni persona di buon senso può fare le dovute considerazioni rispetto al quadro finora espresso. Tuttavia, io avevo taciuto. Quasi a voler anche questa volta glissare l'endorsement, forse per l'orgoglio di non dover “tapparmi il naso” come solitamente faccio al momento della chiamata alle urne.

Ma la premura di taluni intellettuali nostrani ed esteri, di artisti pop di valore dubbio fino ad arrivare a Robert De Niro, tutti sommamente preoccupati del “sessismo”, della demagogia, delle offese vere o presunte che un cittadino occidentale proietta sulla narcistica percezione di se stesso... Il loro comodo sdegno piccolo borghese fare sempre più la voce grossa mentre i bambini di Aleppo vengono torturati dai “ribelli moderati” e i cristiani di Libia patiscono l'inferno in terra... Questo mi ha costretto a parlare.

E mi obbliga a rammentarvi che a dispetto dell'ironia che ciascuno di noi può aver fatto su questa bizzarra campagna elettorale, il voto di domani rappresenta una scelta drammaticamente ineluttabile: “Trump o l'abisso”.
Perché se questo clown paffuto non la scampa, il futuro sarà molto tetro e non solo per i cittadini d'Oltreoceano ma per tutti noi. Ricordatevene perché, di quanto detto o omesso in queste ultime ore sarete chiamati a testimoni. Lo saremo tutti.

 

29 ottobre 2016

Tifare Trump contro la dittatura del politicamente corretto


di Nicola Tomasso

Il voto americano non è soltanto un’epocale scelta tra una rappresentante delle potenze occulte mondialiste e un esponente della ricchezza imprenditoriale americana in salsa trivial-liberista. C’è qualcosa di più dietro questa sfida e riguarda la vergognosa e latente dittatura del politicamente corretto che si sta affermando in Occidente. Se pensiamo che Trump ha cominciato a perdere consensi a partire dalle pubbliche accuse di sessismo mosse dalla sua rivale, comprendiamo quale sia la vera portata delle presidenziali americane: spegnere gli ultimi gemiti della resistenza a questa patetica inondazione di moralismi, indignazioni ad orologeria e sciatti perbenismi. Trump rappresenta la virilità nell’accezione più naturale, radicale, radicata. Quella virilità ormai non più pervenuta nelle giovani generazioni occidentali, tutte intrise di ideologie della omologazione e dell’indifferenziazione dei sessi. Tra un tablet e uno smartphone, le nuove leve occidentali vanno fantasticando di diritti, d’uguaglianza, di libertà di genere, di rispetto delle diversità ed altre chiacchiere devirilizzanti. L’offesa perpetua del maschio moderno alla natura grida vendetta, e così il creato (o il Creatore?) punisce gli occidentali con il più alto tasso mai raggiunto di sterilità ed impotenza. In questo marasma gay friendly fanno capolino prepotenti come non mai animalisti e vegani, tutti intenti a sedersi nella poltrona della nuova dittatura antiumana occidentale, una sottocultura devastante e sterminatrice, in grado di rovesciare e mettere in discussione la realtà fin entro le sue forme strutturanti, come la sessualità e gli appetiti. Il risultato è un uomo privo della sua mascolinità, del suo istinto a procacciare, improduttivo e infecondo, incapace di essere padre. Ma pronto ad indignarsi, a partecipare a qualche marcia pacifista o ambientalista,  scagionante e catartica nello stesso istante, per sbandierare il suo rigore morale.  Alla legge naturale e al senso di colpa derivante dal peccato si sovrappone il nuovo codice etico: ambientalismo (rinuncia del dominio del creato), omosessualismo ( rinuncia del dominio di sé), multiculturalismo (rinuncia della propria identità culturale), politically correct (rinuncia della realtà e della onestà intellettuale). Il bisogno di redenzione dell’uomo viene sprigionato nelle ‘pubbliche virtù’ in questa gara imbecille a conformarsi agli standard che la nuova dittatura va imponendo. Intanto l’uomo è lì a svuotare se stesso, assaporando la mela dei nuovi serpenti e delle nuove Eve, vittima di un’ontologica macchia d’accusa che s’annida nel proprio animo: il suo potenziale omicida. La retorica del femminicidio inchioda, infatti, il maschio ad una condizione di assassino perpetuo, un criminale per natura. Ed eccolo obbligato a marciare, essere impotente, vittima della rieducazione a suon di campagne mediatiche dietro cui si nascondono i luciferini autori di questa devastazione umana. E così tutti indignati, tutti ipersensibili, tutti moralmente scossi dai comportamenti scurrili del magnate americano: bisogna essere d’animo integro ed integerrimo nella nuova religione del politicamente corretto. E guai poi a dire che le lobbies che finanziano la Clinton sono le stesse che promuovono la soppressione dei feti in tutto il mondo, la marcescenza della razza umana con i contraccettivi e il perdurare dei conflitti in medio-oriente. Sicuramente un programma fatto di confini e muri, orientato ad una politica isolazionista, come quello di Trump, spingerebbe a ritirare gli inutili contingenti americani in Siria, dove si fa finta di combattere l’Isis giocando a scherzetti diplomatici con la Russia. Ma guai a dire ad un pacifista che il Premio Nobel per la pace ha alimentato più che mai l’instabilità in medio-oriente, che la Clinton è sua degna erede e che con Trump il mondo potrà avere l’opportunità di respirare e di assaporare la quiete della pace: non sia mai che si indigni! La bandiera arcobaleno sventola dove tira il vento, nella corrente voluta dai massoni mondialisti: la più grande guerra che l’uomo abbia mai combattuto nei confronti di se stesso.
Donald Trump si sottrae, con una retorica anche a tratti spiacevole, a questo sistema offrendo agli elettori un modello di maschio capace di arricchirsi, procacciatore di donne, volgare, virile. Non il massimo per noi cattolici, ma provvidenziale per i tempi in cui viviamo. Il mondo occidentale ha l’occasione per porre un argine alla deculturazione diabolica messa in atto dalla sinarchia planetaria. La colga!

 

10 ottobre 2016

Meglio i sessisti che Killary Crooked Clinton


di Alessandro Rico

La prossima volta che vorrete lamentarvi del basso livello della campagna elettorale italiana, pensate al livello infimo di quella americana. Archiviati i problemi concreti, i media statunitensi si concentrano in modo maniacale sul gossip, specialmente se possono cavalcare l’onda del femminismo, del gender, o dell’immigrazionismo. L’estremo approdo del puritanesimo USA non poteva che essere il politicamente corretto, in tutto il suo bigottismo e la sua ipocrisia.
Per aver detto, nel privato di un bagno per uomini, quello che tutti sanno, cioè che un vip può permettersi di trattare le donne come dei giocattoli (evidentemente ci sono donne che per fama e soldi rinunciano alla dignità), Donald Trump si è buscato la morale dai giornalisti-sacerdoti di questo cretinismo contemporaneo, dalla personificazione dell’immoralità (la sua rivale Hillary Clinton), ma soprattutto rischia il colpo di mano del Partito Repubblicano, che trama per sostituirlo in corsa con il candidato alla vicepresidenza Mike Pence.
Naturalmente, dietro la bufera che ha investito Trump si celano ben altri interessi, che il ridicolo pretesto delle sortite “sessiste”. Il tycoon è un personaggio che dà fastidio innanzitutto al suo partito, come ha dimostrato la lacerante competizione delle primarie, perché ha scoperchiato la sconfortante incapacità, da parte dei repubblicani, di esprimere un leader carismatico. Dopo l’estinzione della genia Bush (che già impallidiva al confronto con il predecessore Ronald Reagan), i repubblicani non hanno trovato un politico che potesse competere mediaticamente con Obama. Marco Rubio viene percepito dagli elettori come un grigio membro dell’establishment; Ted Cruz ha una base valoriale solida, ben più conservatrice di quella da cui partiva Trump (che solo di recente si è deciso a sostenere i pro life), ma per parafrasare Nigel Farage, ha il carisma di uno straccio e non è spendibile in una competizione nazionale. Trump, invece, ha impersonato tutto ciò che la classe media dei bianchi di destra voleva vedere: un self-made man, un miliardario che ha investito nell’economia reale, che ha successo con le donne, ha modi da burbero, il cappellino da baseball e che rigetta con sfrontatezza le ideologie alla moda e la censura linguistica applicata dalla “generazione di fichette”, come l’ha definita Clint Eastwood.
Ma Trump dà fastidio anche al grande capitale finanziario e a quelle élites, di cui George Soros, finanziatore della Clinton, è un emblema, che come ha scritto Maurizio Blondet sul suo blog, vogliono eliminare tutte le differenze per ottenere una massa informe, istupidita e docile. Abolire i confini per sopprimere le differenze tra i popoli; abolire le naturali distinzioni sessuali; abolire la famiglia; tutto questo per lasciare soltanto individui atomizzati, da imbonire con il consumo compulsivo di prodotti di massa.
Che ci sia una congiura internazionale contro Trump appare evidente anche accendendo, banalmente, la televisione italiana, in particolar modo il TG1, megafono del governo Renzi, che nel tentativo di smarcarsi dalla Merkel sta svergognatamente corteggiando i Clinton.
Solo un paio di giorni fa, aerei sauditi, alleati degli americani, hanno bombardato un funerale nello Yemen, uccidendo 155 persone (a metà agosto era toccato a un ospedale, 11 morti e 20 feriti); i titoloni di apertura del telegiornale, però, erano dedicati al maschilismo di Trump. Addirittura, Repubblica si è ben guardata dallo svelare chi mai faccia parte della “coalizione” responsabile del raid, tanto che in tutto l’articolo pubblicato sul sito, si trova al massimo la definizione  di “coalizione sunnita a guida saudita”, una sottile allitterazione che occulta al lettore la verità sui rapporti tra Arabia e Stati Uniti – non scordiamoci che Obama aveva provato a porre il veto sulla legge che consentiva, ai parenti delle vittime dell’11 settembre, di intentare causa ai sauditi, per il coinvolgimento di settori dello Stato nell’organizzazione degli attacchi alle Torri Gemelle. Naturalmente, quando i raid sono condotti dalla Russia, i media si prodigano nel descrivere i particolari della tragedia umanitaria, rilanciando senza alcun filtro la propaganda dei ribelli anti-Assad (come nel caso della bufala del bimbo ferito alla testa, seduto su un sedile arancione, dopo il bombardamento di Aleppo).
Insomma, dopo Libia, Egitto, Tunisia e Siria, l’opinione pubblica internazionale non sembra aver imparato la lezione. Nessuno ha compreso quanto sarebbe pericoloso avere alla Casa Bianca la signora Killary, la destabilizzatrice del Medio Oriente, la miccia del terrorismo islamico, la spalla dei tagliagole, la bugiarda che organizza la politica estera dalla casella di posta elettronica personale (e che cerca di nascondere a Obama delle informazioni sensibili, allo scopo di manipolarlo), l’abortista, la femminista dell’ultima ora che si candida con il cognome del marito, il quale l’ha cornificata per decenni e si è servito di una stagista per fare ricreazione dentro lo Studio Ovale. Ci sono stati presidenti americani che hanno sganciato bombe atomiche, altri che hanno avviato disastrose campagne militare in Corea, Vietnam e Iraq, ma quello che terrorizza il mondo e che lo rende un impresentabile, a quanto pare, è il “sessismo” di Trump.
Resta da vedere come la pensino davvero gli americani, alla conta dei voti: se il maschio bianco della classe media, religioso, patriota, nemico dell’internazionalismo liberale e del laido libertinismo dei nuovi bacchettoni progressisti, conti davvero molto di meno dei fomentatori di guerre civili di Black Lives Matter, della lobby LGBT, di Planned Parenthood, di Wall Street e della cerchia di Soros. Preghiamo, perché tempi bui ci attendono al varco.

 

29 settembre 2016

Il MPV continua il declino



di Enrico Maria Romano


Da molti anni si registra un continuo e imperterrito declino etico del Movimento per la Vita, segnalato da varie pubblicazioni come quella del dottor Luca Poli, un ex del Movimento e quella più argomentata e di fondo curata da Francesco Agnoli (cf. Storia del Movimento per la Vita. Tra eroismi e cedimenti, Fede e Cultura, 2010). Il testo di Agnoli faceva stato, in modo schietto e documentato, dei vari incresciosi cedimenti dottrinali dei leader del movimento anti-abortista, oltre ai numerosissimi eroismi praticati dai volontari dei Centri di Aiuto alla Vita (CAV), in modo silenzioso e incoraggiante.

In un articolo del 2012, l’attuale direttore del Timone e della Bussola Riccardo Cascioli, rifletteva sulle evoluzioni possibili e auspicabili del MPV scrivendo che al di là del cambiamento del leader Carlo Casini, il problema era di fondo: “Ma il nodo fondamentale a questo punto non sono i nomi, quanto la strategia per il futuro. Il MPV deve decidere se provare a interpretare i cambiamenti avvenuti nella società italiana ponendosi a servizio e punto di riferimento di un mondo pro life variegato e in crescita costante (non ripetendo l’esperienza di un presidente-politico), oppure continuare a difendere l’esistente accettando di diventare una fra le tante sigle del mondo pro life (seppure la più importante e radicata sul territorio)”.

Purtroppo la nuova gestione di Gian Luigi Gigli non pare aver corretto la deriva silente e incresciosa del principale movimento pro life italiano. E proprio nel senso stigmatizzato sopra di “difendere l’esistente”, cioè la legge 194 in Italia, e più in generale l’attuale assetto politico-societario che di fatto ha integrato l’aborto come uno dei diritti fondamentali ed indiscutibili della donna incinta.

Se ne è avuta una riprova nell’articolo dello stesso presidente Gigli pubblicato sul mensile NOI famiglia & vita (settembre 2016) uscito assieme al quotidiano dei vescovi italiani Avvenire (25.9.2016, p. 25) e intitolato “Usa, né Trump né Hillary credibili su vita e aborto”.

Questi né né enfatici - che ovviamente possono essere giusti in certe condizioni, come quando nelle aspre lotte degli anni ’70 del secolo scorso taluni scrivevano sui muri né Usa né Urss – a volte nascondono una equidistanza vile e pericolosa. Questo è il caso, e non è il primo né sarà l’ultimo della storia politica europea e occidentale.

Ebbene nel rifiutare sia Donald Trump, forse il politico più detestato dai mass media del Sistema degli ultimi anni, sia Hillary Clinton, forse la donna più incensata dalle lobby di potere degli ultimi decenni, è chiaro che si evita una scelta di campo che invece, proprio in nome dei valori non negoziabili (e statutari) dovrebbe essere ovvia.

Gigli stesso, pur mischiando le carte in tavola e imitando Casini nella preferenza di sbagliare con la sinistra invece che far bene con la destra, se ne avvede all’inizio del suo pezzo: “La scelta degli elettori sarà tra Donald Trump e Hillary Clinton. Quale risultato può augurarsi il popolo della vita? A prima vista sembrerebbe facile: Trump si è dichiarato contro l’aborto, mentre la Clinton è una decisa sostenitrice del pro-choice”. Quindi? Beh, “Non è, tuttavia, così semplice”…

E come mai?

Già il fatto di dichiararsi pro life è oggi fonte di immani contrasti da parte delle lobby malthusiane e dei mass media di grido, e così Trump è stato certamente coraggioso. Il coraggio poi è una dote importante per fare bene il presidente. La Clinton d’altra parte non solo è una pro choice convinta (per il diritto delle mamme di sopprimere il figlio che hanno in grembo fino al nono mese di gravidanza), ma ha sistematicamente attaccato i valori sacri della vita, della famiglia, della pace nel mondo, del matrimonio e della religione, in nome del più becero e squallido relativismo (guerrafondaio) made in Usa.

Non sarà anche per questo opposto posizionamento etico che i sostenitori della “cultura della morte” come Obama e Hollande appoggiano fanaticamente la Clinton e al contrario Trump è presentato come un futuro dittatore dalla stampa più politicamente corretta e progressista? Lo capirebbe anche un liceale.

Secondo Gigli però “Occorre chiedersi (…) quale sia la credibilità di Trump come paladino della vita, non solo per la sua esistenza personale, burrascosa e controversa, e per la sua indubbia volgarità [nulla a che vedere con vita e famiglia, però]. Si tratta della credibilità politica di chi, pur dichiarandosi contro l’aborto, resta un convinto assertore della pena di morte, della libera vendita delle armi da fuoco, dei muri per arrestare i flussi migratori dal Messico”…

Siamo al delirio!

Anzitutto tirare fuori la vita privata dei politici non è un argomento e questo sì è volgare e del tutto fuori luogo (anche perché non si dice nulla di particolare scrivendo “esistenza controversa e burrascosa”). Pure la Maddalena aveva avuto comportamenti burrascosi e controversi prima di arrivare alla luce, ma Gesù la ascoltò e non la umiliò. Gesù però non era un manicheo…

Il passato di un politico, specie per ciò che attiene alla vita privata, dice ben poco sulla sua eventuale validità come Presidente di una nazione. La Clinton poi sarà meno volgare di Trump, ma anche i “medici” che cancellano i bambini negli ospedali di Stato non paiono volgari, ma questo che vuol dire?

Totalmente non cattolico poi l’argomento del cattolico Gigli sul paragone tra pena di morte (moralmente lecita) e aborto (illecito e causa di scomunica per chi lo pratica ottenendone l’effetto, secondo il Codice di diritto canonico, promulgato da Giovanni Paolo II nel 1983). Lasciamo perdere la vendita di armi e i (legittimi) muri anti migranti: con la difesa della vita e della legge naturale non c’entrano un bel nulla. Inoltre anche con la presidenza dei democratici alla Obama si è rispettata la tradizione tutta statunitense dell’arma facile, e lo stesso sarebbe se vincesse la Clinton.

In un passato recente alcuni democratici americani usarono l’argomento pena di morte contro i repubblicani asserendo più o meno così: noi siamo per l’aborto, ma voi repubblicani siete in favore della pena di morte, quindi dal punto di vista della Chiesa siamo entrambi non in regola.

Il cardinal Ratzinger però in vari commenti spiegò la totale asimmetria fra i due temi. Proprio per questo è importante ribadire sempre la legittimità morale (che non implica la necessità politica) della pena di morte dal punto di vista etico (come insegna il Catechismo della Chiesa cattolica, al n. 2267).

Caro Gigli, te lo dico con tutto l’affetto possibile, a che giova passare per politicamente corretti, come nel caso del né né di cui sopra, se la vita umana e la famiglia tradizionale non sono più difese, a spada tratta, neppure dal Movimento per la Vita?


 

08 giugno 2016

Hillary, la candidata della vergogna


di Giuliano Guzzo

Sorrido, senza offesa per nessuno, dinnanzi all’entusiasmo diffuso per la candidatura di Hillary Clinton alla Casa Bianca, «un evento storico» a quanto pare. Anzitutto, sorrido perché vorrei ricordare agli entusiasti clintoniani, forse a digiuno di letture storiche, che le donne alla guida di Paesi non sono poi questa grandiosa novità, essendo roba medievale – si pensi, per fare due esempi, a Matilde di Canossa, che governò da sola mezza Italia o a Bianca di Castiglia, la quale resse l’intera Francia per quasi dieci anni – e se i mitici Stati Uniti ci arrivano solo ora, beh, è problema statunitense non certo dell’Europa, che simili traguardi li ha tagliati da secoli.

Sorrido pure quando leggo che, con una donna al potere, la condizione femminile di un Paese migliorerebbe; basta guardare alla disparità salariale – oltre 65.000 dollaroni in più, non proprio un’inezia – a favore dei maschi presso la Fondazione Clinton, dove naturalmente Hillary è di casa, per sentire odor di fregatura. Sorrido, ancora, quando sento incensata la signora Clinton come perla democratica, proprio lei il cui primo impegno politico è stato per il senatore Goldwater, bandiera dell’estrema destra repubblicana. Per non parlare dell’inclinazione di Hillary – oltre ad una politica estera bella guerrafondaia – alla menzogna, arte che deve appreso dal marito.

Come infatti evidenzia Diana Johnstone – biografa ed autrice di un libro di cui consiglio la lettura (Hillary Clinton regina del Caos, Zambon Editore 2016) -, la Clinton è una bugiarda seriale. A partire dalla sua prima campagna per la nomination del Partito Democratico nel 2008, allorquando più volte raccontò – per commuovere le platee – di come, poverina, fosse dovuta «fuggire dal fuoco dei cecchini», non appena atterrata per una visita ufficiale in Bosnia, mesi dopo la fine della guerra: sbugiardata da testimoni, giornalisti e perfino filmati non seppe dire altro che è naturale, pronunciando tante parole, inciampare in errori. E ci sarebbe da festeggiare per la candidatura democratica di costei? Contenti voi.

https://giulianoguzzo.com/2016/06/08/hillary-candidata-evento-storico-contenti-voi/
 

20 maggio 2016

Trump incontra Kissinger: se il tycoon rompe il tabù neocon


di Alessandro Rico

Mentre i media naufragati nel politicamente corretto discutono animatamente del «sessismo» di Donald Trump, la vera notizia è che il candidato alle primarie repubblicane, che ha ormai scalzato tutti i suoi rivali per la nomination alle presidenziali 2016, questo mercoledì ha incontrato Henry Kissinger. Lo scopo è definire una piattaforma di politica estera più dettagliata e coerente rispetto alle scompigliate dichiarazioni a effetto che Trump ha lanciato negli ultimi mesi: le tirate contro la Cina, il muro con il Messico, le restrizioni sull’immigrazione, l’ammirazione per Putin e, last but non least, l’intenzione di incontrare il leader della Corea del Nord Kim Yong-un. Insomma, il tycoon newyorkese sembra voler infrangere anche l’ultimo tabù dell’establishment repubblicano, che negli ultimi anni (peraltro senza troppa soluzione di continuità con le amministrazioni democratiche), in politica estera aveva sposato l’agenda neocon.
Non è un caso che, nel febbraio di quest’anno, uno dei maggiori esponenti della frangia neoconservatrice nella teoria delle relazioni internazionali, Robert Kagan, abbia pubblicamente espresso il proprio sostegno a Hillary Clinton. L’apparentemente strana alleanza tra un neocon e la candidata democratica alla Casa Bianca ha una ragion d’essere storica e una politica.
Quanto alla ragione storica, ci si ricordi che i neoconservatori erano stati, in origine, membri del Partito Democratico. Cominciarono a distaccarsene in polemica con la New Left, che appoggiava il New Deal del Presidente Franklin D. Roosevelt ed era quindi accusata di filocomunismo. La spaccatura si consumò definitivamente negli anni Sessanta-Settanta, quando prima il leader socialista Michael Harrington e poi il «padrino» del movimento, Irving Kristol, coniarono l’etichetta di «neoconservatorismo». Per di più, nel 1972 Robert L. Bartley scrisse chiaramente che i neoconservatori avrebbero rappresentato «qualcosa come un gruppo oscillante tra i due maggiori partiti». Nel giro di pochi anni, quindi, essi entrarono a far parte di amministrazioni repubblicane, come quella di Nixon e quella di Reagan: Jean Kirkpatrick, ad esempio, fu negli anni Ottanta ambasciatrice statunitense presso le Nazioni Unite e la sua dottrina di politica estera ispirò l’atteggiamento asimmetrico di Reagan nei confronti delle dittature nere (considerate non ostili e recuperabili) e di quelle rosse (considerate invece una minaccia alla sicurezza americana). 
I neoconservatori erano mossi soprattutto da una profonda convinzione nella superiorità etica del sistema di valori liberaldemocratici, sul quale gli Stati Uniti si fondavano. Per questo non potevano accettare l’approccio realista di Kissinger: l’America doveva nutrire l’ambizione di diventare l’unica superpotenza del mondo ed era destinata, in virtù della sua intrinseca moralità, a sbaragliare l’avversario sovietico.
Come consigliere delle amministrazioni di Richard Nixon e Gerald Ford, Kissinger si trovò a gestire una situazione di grave difficoltà per gli USA nel quadro della Guerra Fredda. Il suo operato mirava a cristallizzare un equilibrio di potenze, allora dotate di forza sostanzialmente equipollente, anche con il ricorso alla tecnica del divide et impera (ad esempio, avviando relazioni diplomatiche con la Cina, che era entrata in rotta di collisione con l’Unione Sovietica). La tesi di Kissinger, che concluse con la necessaria spregiudicatezza la tragica avventura del Vietnam, era che alla deterrenza nucleare reciproca dovesse subentrare un infaticabile lavorio diplomatico, che limitasse i conflitti locali e congelasse lo status quo. Agli occhi dei neoconservatori ciò equivaleva a scendere a patti con un nemico non contingente, ma escatologico. Con il senno di poi, la strategia aggressiva che gli USA adottarono nel decennio successivo si rivelò vincente, ma negli anni Settanta sarebbe stato difficile prevedere l’implosione del sistema sovietico, anche a causa della crisi petrolifera e della stagflazione, che misero in ginocchio le economie occidentali.
D’altra parte, se è vero che i neoconservatori vengono da sinistra, è vero pure che la Clinton viene da destra: cresciuta in una famiglia conservatrice, fece campagna elettorale per Barry Goldwater (quello che introdusse l’aggettivo conservative per qualificare i repubblicani). A metà degli anni Sessanta, specialmente sulla scia del movimento per i diritti civili dei neri, iniziò a spostarsi sul fronte liberal. Veniamo così alle ragioni politiche per cui un neocon come Kagan e una democratica come la Clinton possono plausibilmente convergere.
È ovvio che la partita oggi si gioca sul Medio Oriente. E la Clinton è la capofila dei falchi che hanno convinto un riluttante Obama a impegnarsi sul fronte delle primavere arabe, in Siria e soprattutto in Libia. Inoltre, la Clinton è sicuramente la candidata più affidabile per chi abbia a cuore il sostegno incondizionato a Israele (non dimentichiamo che molti neoconsevatori si formarono alla scuola del filosofo e teorico politico ebreo Leo Strauss, quello che aveva accusato il liberalismo di non aver saputo opporre resistenza al nazismo e all’orrore dell’Olocausto, a causa del suo relativismo arrendevole).
Certo, come spiega il Washington Post, l’incontro con Kissinger è già stato una passerella pre-elettorale di diversi candidati repubblicani. C’è da scommettere, però, che Trump, dopo aver demolito tutti i luoghi comuni sulla destra americana, voglia tagliare corto anche con l’imperialismo dissennato che ha alimentato la Guerra in Iraq di Bush e che in fondo caratterizza pure i progetti della Clinton. Nell’attuale fase storica, sarebbe più che auspicabile un Presidente il quale, con un sano approccio realista, riallacci i rapporti con la Russia, ridimensioni l’interventismo americano, rompa con la retorica speciosa dei diritti umani e con le guerre di destabilizzazione, che hanno inferto parecchi danni anche ai Paesi affacciati sul Mediterraneo.
Continueremo ad aggiornarvi. Per chi preferisce discettare di sessismo, tanto, ci sono sempre Repubblica e Corriere.
 

03 febbraio 2016

Primarie Usa. Le sorprese dell’Iowa.


di Francesco Filipazzi

Durante la notte italiana si sono svolte le primarie per le presidenziali Usa in Iowa, il primo stato che storicamente le organizza, sotto forma di “caucus” cioè assemblee vere e proprie. Una realtà piccola rispetto ad altre, ma che dà la prima prova di ciò che ci si potrà aspettare nei prossimi mesi, nel lungo percorso che porterà all’elezione del presidente USA.

In ambito repubblicano, c’è stata una sorpresa. Il primo classificato è Ted Cruz con il 27,7% dei consensi, sorprendendo Donald Trump, fermo al 24,3%. Terzo Marco Rubio, incalzato al 23%. La corsa potrebbe quindi essere a tre, mentre pare fuori dai giochi Jeb Bush. Corsa a due invece in campo democratico, dove Hillary Clinton, apparentemente destinata a un trionfo, vince per pochissimo contro Bernie Sanders. 49,89 contro 49,54.

I repubblicani
La destra statunitense sembra orientata quindi su una rosa di tre nomi, fra loro molto diversi, che rappresentano le anime del Gop che si sono definite negli ultimi anni. Ted Cruz è figlio di un pastore protestante, conservatore sulle questioni etiche, quindi contrario ad aborto e matrimonio gay, è ultra liberista in economia e propone una flat tax al 16%.
Donald Trump, famoso per il suo modo di essere, è rigorista sull’immigrazione e propone il protezionismo nei confronti delle merci cinesi. Marco Rubio è invece un candidato più vicino all’establishment, liberista in economia e leggermente aperturista su tematiche come l’aborto. In questo scenario, appare chiaro come l’effetto Tea Party abbia ormai invaso tutto il partito repubblicano. Al momento il candidato preferito dal partito del Tea è Cruz, ma la pasionaria Sarah Palin si è recentemente spostata su Trump.

I democratici
Hillary Clinton è una democratica pura, sostenuta da media ed establishment. Tipicamente liberal e favorevole ad ogni apertura in campo etico, in economia parla di tassazione dei più ricchi, di redistribuzione della ricchezza per aiutare i più poveri, ma è sostanzialmente liberista.
La vera sorpresa è Bernie Sanders, che è sovrapponibile a un socialista europeo. Anti capitalista, vuole nazionalizzare intere fette dell’economia e ha posizioni diametralmente opposte a quelle conservatrici in ambito etico. Inoltre è spiccatamente ambientalista. Possiamo ben dire quindi che lo scenario che esce dall’Iowa è ben definito fra un iper conservatore e un iper progressista. Vedremo se avverrà una polarizzazione dello scenario.

http://www.barbadillo.it/52813-primarieusa-le-sorprese-delliowa-ted-cruz-primo-della-destra-vittoria-di-misura-per-la-clinton/