Il primo articolo della nostra carta costituzionale contiene un grave
errore, in quanto in forma esplicita attribuisce la sovranità al popolo, e
stupisce che esso sia stato votato anche dal fronte democristiano,
all’epoca guidato dal Servo di Dio Alcide De Gasperi; infatti, il Magistero
della Chiesa è estremamente chiaro in merito al tema dell’identità del
detentore della sovranità, tanto che Leone XIII ha dedicato un’intera
enciclica alla questione: la Diuturnum illud, datata 29 giugno 1881.
Il pontefice oppone la concezione per cui «ogni potere viene dal popolo»,
la quale inevitabilmente causa che «coloro che esercitano questo potere non
lo esercitano come proprio, ma come dato a loro dal popolo, e altresì alla
condizione che dalla volontà dello stesso popolo, da cui il potere fu dato,
possa venire revocato», alla visione cattolica della sovranità, la quale fa
«derivare da Dio il diritto di comandare come da naturale e necessario
principio».
Questo significa che le istituzioni democratiche siano contrarie al
cattolicesimo? Assolutamente no, infatti l’enciclica afferma che «coloro i
quali saranno preposti alla pubblica cosa, in talune circostanze possono
venire eletti per volontà e deliberazione della moltitudine, senza che a
ciò sia contraria o ripugni la dottrina cattolica», ma specifica che «con
tale scelta tuttavia si designa il principe, ma non si conferiscono i
diritti del principato: non si dà l’imperio, ma si stabilisce da chi deve
essere amministrato» e non esita a rimembrare che «per quel che riguarda la
potestà di comandare, la Chiesa rettamente insegna che essa proviene da
Dio»; pertanto, la democrazia è compatibile con la dottrina cattolica nella
dimensione in cui essa costituisca la modalità con cui vengono determinati
gli amministratori della res publica, ma non è cattolica la concezione per
cui le elezioni costituiscano l’espressione di un potere appartenente al
popolo, in quanto il potere appartiene ultimamente a Dio, il quale semmai
si serve del popolo affinché esso sia esercitato da quanti costoro scelgono
mediante le consultazioni elettorali.
Una moltitudine di passi biblici e di sentenze patristiche sono citate per
suffragare la concezione cattolica della sovranità e, con San Paolo, Leone
XIII ribadisce che l’obbedienza che si deve all’autorità civile è la
medesima che si deve a Dio, in quanto corrisponde all’obbedienza all’ordine
stabilito da Dio, ma non esclude che vi possa essere una doverosa eccezione
a questo principio: «una sola ragione possono avere gli uomini per non
obbedire: qualora cioè si pretenda da essi qualche cosa che ripugni
apertamente al diritto naturale e divino, in quanto ogni volta in cui si
vìola la legge di natura e la volontà di Dio è ugualmente iniquo tanto
comandare ciò, quanto eseguirlo», in quanto «se il volere dei principi
ripugna al volere e alle leggi di Dio, essi stessi eccedono la misura della
loro potestà e pervertono la giustizia: né in tal caso può valere la loro
autorità, la quale è nulla quando non vi è giustizia»; pertanto la legge
naturale e divina sovrasta sempre la potestà civile e quando esse
confliggono il fedele è chiamato il fedele a disobbedire all’autorità,
affinché l’ordine naturale e divino venga ristabilito e l’autorità ritorni
ad essere esercitata rettamente.
Con sapiente paternità, il pontefice evidenziò come «le dottrine inventate
dai moderni circa la potestà politica recano già grandi calamità agli
uomini, ed è da temere che apportino per l’avvenire mali estremi» e rilevò
che «il non volere che il diritto di comandare derivi da Dio, altro non è
che volere strappare dal potere politico il migliore splendore e privarlo
delle sue forze maggiori»; Leone XII rintraccia nella Riforma la genesi di
questa perversa concezione di sovranità, mostrando come «da quella eresia
ebbero origine nel secolo passato la falsa filosofia, quel diritto che
chiamano nuovo, la sovranità popolare e quella trasmodante licenza che
moltissimi ritengono la sola libertà» e concludendo che «da ciò si è
arrivati alle finitime pesti che sono il Comunismo, il Socialismo, il
Nichilismo, orrendi mali e quasi sterminio della società civile».
Un’ulteriore riflessione messa in campo nella medesima enciclica è
l’instabilità intrinseca di un governo che fondi il proprio potere nel
popolo e non riconosca la potestà divina: giustamente viene fatto notare
che «nessuna pena sarà mai sufficiente per potere, essa sola, conservare
gli Stati», per cui «è necessario trovare una più alta ed efficace ragione
di obbedire e stabilire assolutamente che non può essere fruttuosa la
stessa severità delle leggi, se gli uomini non sono spinti dal dovere e
mossi dal timore salutare di Dio»; saviamente viene sottolineato il
«presidio della religione», la quale «piega le stesse volontà degli uomini
affinché obbediscano ai reggitori non soltanto con l’ossequio, ma altresì
con la benevolenza e con la carità, che sono in ogni società umana la
migliore custode della incolumità», e viene rinnovato il proposito di
armonia tra il potere civile e il potere ecclesiastico, confermando che
«nelle cose il cui giudizio, sebbene per diversa ragione, appartiene alla
sacra ed alla civile potestà, la Chiesa vuole che esista fra ambedue la
concordia, mercé la quale si evitino all’una ed all’altra funesti
dissidii».

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