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10 gennaio 2021

Nel caos di Capitol Hill rischia di scomparire l'America Profonda



di Paolo Maria Filipazzi

A distanza di alcuni giorni, è il momento di fare alcune considerazioni su quanto avvenuto a Washington lo scorso 6 gennaio.

E’ chiaro, per prima cosa, che ad esserne stato danneggiato in modo irreparabile è, innanzitutto, lo stesso Donald Trump, la cui presidenza, segnata da non poche realizzazioni e successi, è destinata ad essere definitivamente demonizzata dai padroni del discorso, galvanizzati, che faranno in modo che venga ricordato solo per questo.

Di fronte a questa constatazione, è purtroppo inutile cercare di spiegare che Trump non ha aizzato nessuno e sicuramente né voleva né si aspettava che i suoi sostenitori entrassero in Campidoglio, che di fronte a quello che stava succedendo ha subito chiesto, via Twitter, ai suoi sostenitori di  disperdersi (cosa che questi, tra l’altro, hanno prontamente fatto) e che, il giorno dopo, ha condannato l’accaduto garantendo un transizione ordinata. Insomma, spaventato anche lui dall’ accaduto, ha preferito cedere.

E’ purtroppo inutile anche precisare che, per quanto ciò che è accaduto sia stato illegale e per questo da condannare, non è stato un fatto violento. Per quanto i media stiano parlando di armi e bombe, basta visionare le immagini per constatare come non ci fosse un manifestante che fosse uno armato.

Al contrario, a prendersi un colpo di pistola è stata Ashli Babbit, manifestante pro-Trump uccisa dalla polizia. Poco chiare sono le circostanze della morte di un poliziotto, Brian D. Sicknick, che si sta cercando di attribuire alle “violenze”, ma che in realtà sarebbe stato colto da malore in commissariato…

Ora a preoccupare sono le conseguenze politiche: l’intero partito repubblicano sembra collassato, in una gara a prendere le distanze da Trump anche da parte di coloro che in questi 4 anni ne hanno ampiamente approfittato. Il che significa che il GOP è ormai è finito: la prospettiva è di passare i prossimi anni, forse decenni, a cercare di scusarsi e ripulirsi, il che significa il sostanziale abbandono di tutte le cause identitarie e conservatrici che hanno caratterizzato la presidenza Trump.

L’onda lunga dell’accaduto, purtroppo, è arrivata anche in Italia. Fra i politici, intellettuali e giornalisti di area “sovranista” o, più generalmente, di “centrodestra” è stata una gara a prendere le distanze da Trump, dichiararsi pentiti di averlo sostenuto o addirittura affermare che no, a loro non era mai piaciuto. E spiace francamente leggere sulla stampe dell’area articoli che sembrano usciti da fogli progressisti, in cui Trump viene dipinto come Lex Luthor e i suoi sostenitori sono diventati una feccia ignorante e violenta. L’impressione è quella di una crisi di nervi collettiva, dettata dalla paura di essere ostracizzati, ma che ha un effetto suicida: di fatto ci si è consegnati mani e piedi nelle mani delle sinistre, mettendosi in condizioni di subalternità culturale e morale. Per l’ennesima volta.

In questo quadro va sottolineato l’equilibrio invece dimostrato da Giorgia Meloni che, piaccia o meno, a nostro avviso si afferma sempre più come la leader maggiormente strutturata del panorama italiano.

Tornando dall’altra parte dell’Oceano, però, è il caso di fare una riflessione su come si sia arrivati a questo e cosa ci riservi il futuro.

Il trumpismo, come è stato detto fino allo sfinimento, è stato il tentativo di dare rappresentanza a livello politico alle istanze di quella parte, piuttosto ampia, della società americana che è stata sfavorita dal processo di globalizzazione.

Di fronte a questo, il modo in cui si sono posti i democratici è stato semplicemente scellerato, e sta tutto in una parola: deplorables, deplorevoli, l’epiteto rivolto nel 2016 da Hillary Clinton ai sostenitori del suo avversario. In questa parola c’era tutto il rifiuto ottuso, fanatico, da parte di un’intera forza politica, di comprendere le esigenze di una larga fetta di società americana, liquidandola sotto un giudizio di condanna morale che, in una democrazia, non dovrebbe mai esistere. Questo atteggiamento di rifiuto e delegittimazione, esasperato fino all’ossessione nei quattro anni passati, è stato ciò che ha rotto il patto non scritto alla base della democrazia, per il quale la parte sconfitta accetta la vittoria dell’avversario nella consapevolezza di una reciproca legittimazione.

A tal proposito, val forse la pena di ricordare i gravissimi disordini inscenati lungo tutto il 2020 da gruppi estremisti come Antifa e Black Lives Matter, la cui gravità e la cui violenza fanno apparire i fatti del 6 gennaio poco più che una ragazzata, ma che non hanno certo avuto la stessa condanna da parte degli avversari di Trump, anzi…

La non accettazione del risultato elettorale da parte non tanto di Trump quanto di una parte consistente dei suoi sostenitori va letta alla luce della consapevolezza che l’obiettivo di Biden e soci non fosse solo quello di prendere più voti ed andare al governo, come nelle normali elezioni, ma di cancellare il trumpismo ed espellere per sempre dal dibattito pubblico le istanze di decine di milioni di americani.

Ci sono riusciti.

Ora, però, se i liberal della costa orientale si illudessero di tornare alla normalità, si dimostrerebbero per l’ennesima volta un branco di imbecilli. Il rifiuto ad accettare Trump come un interlocutore ed un avversario normale ha creato una frattura che non si ricomporrà di certo con la sua fine politica. Coloro a cui ha dato voce hanno in questi giorni constatato il definitivo divorzio con le istituzioni. Non possiamo certo prevedere le conseguenze di questo, ma qualcosa ci dice che non saranno piacevoli per nessuno.

Quando la sinistra americana si accorgerà della propria scelleratezza, sarà troppo tardi.


 

12 novembre 2020

La vicenda Trump rivela che i media sono tutti schierati (a sinistra)


di Giuliano Guzzo

Se c’è una certezza, a seguito di queste elezioni Usa molto combattute e tutt’ora parecchio incerte, è il ruolo platealmente militante dei media che, guardandosi bene dal seguire e commentare le presidenziali, sono scesi manu militari nell’agone politico mettendosi prima a contrabbandare come attendibili i sondaggi che davano al candidato democratico, Joe Biden, un vantaggio astronomico poi rivelatosi fasullo e, poi, a presentare come farneticazioni le proteste del presidente uscente Trump contro presunti brogli ai suoi danni, con tanto di interruzioni di interventi in diretta dello stesso tycoon, liquidato alla stregua di un allucinato bisognoso di un bravo medico.

Ora, quale che sia l’idea che ciascuno può legittimamente avere di queste elezioni americane, un fatto appare pacifico: davvero i media tifano democratico. Non lo insinuano nello staff di Trump, lo ammettono apertis verbis gli stessi giornalisti progressisti. Basti pensare a quanto dichiarato ancora lo scorso anno da una brava giornalista come Lara Logan, a lungo inviata di guerra in Iraq e Afghanistan e corrispondente del programma della CBS 60 Minutes: «I media di tutto il mondo sono per lo più liberal. Non solo negli Usa, anche se qui l’85 per cento dei giornalisti è tesserato come democratico, quindi non si tratta di illazioni, ma di dati di fatto».

Che queste non siano congetture è provato dalla letteratura, che conferma come circa l’80% dei giornalisti sia progressista anche se viene detto che «nonostante la schiacciante composizione liberal dei media» non ci sono «prove di pregiudizi di questi media nella copertura delle notizie» (Science Advances, 2020). In realtà, il modo arrogante con cui, come si diceva poc’anzi, in questi giorni si è da una parte interrotto il collegamento ad una conferenza di Trump e, dall’altra, si son prese per oro colato le proiezioni della Cnn per dichiarare vincitore Joe Biden, che allo stato non ha ancora 270 grandi elettori, ha colmato ogni asserita carenza di «prove» sulla faziosità mediatica.

D’altra parte, ciò che si vede ora ha illustri precedenti. In un bel libro curato dal giornalista Massimo Pandolfi (Inchiostro rosso, Ares 2004), si dava per esempio conto di una ricerca realizzata in 6 mesi di monitoraggio di giornali, lanci di agenzia e programmi; l’esito di quel lavoro sottolineava che sì, la gran parte dei giornali italiani di allora era – dato che parliamo di un volume di oltre 15 anni fa – smaccatamente ostile a Silvio Berlusconi. Non c’è insomma nulla di che stupirsi del fatto che oggi il mondo giornalistico militi per il fronte liberal, tema su cui peraltro esistono ormai vari volumi, come Left Turn (Griffin, 2012) di Timothy Groseclose, docente alla George Mason University.

Certo, ci si potrebbe chiedere come mai, se in generale l’elettorato – non solo in America – tende a spaccarsi tra conservatori e progressisti, il mondo dei media sia quasi del tutto progressista. Le spiegazioni di tale sbilanciamento sono varie, e spaziano dal fatto che già le università sono spesso culturalmente progressiste alla maggiore militanza – con conseguente voglia d’indirizzare gli altri secondo le proprie visioni – che caratterizza l’elettorato progressista che, essendo tra l’altro in generale più laico, pone scarsa fiducia nella Provvidenza e moltissima nella facoltà umana di plasmare fatti, eventi e naturalmente opinioni. Il vero dilemma, ora, non è quindi se i media siano di parte – cosa acclarata -, ma che cosa si sta aspettando a ritenere tutto ciò un problema.



 

09 novembre 2020

Più forti voi... ma non ci arrenderemo


Da molti anni si registra da parte di molti buoni cattolici una fuga dalla discussione pubblica. Questa fuga esprime un sentimento di impotenza nei confronti di un sistema sempre intento a dispiegare le proprie forze, chiudendo tutti gli spazi del pensiero e imponendo un immaginario di massa unificato.
La sconfitta di Donald Trump negli Stati Uniti ci impone un doveroso risveglio, dopo quattro anni in cui sembrava che il Presidente stesse in qualche modo arginando l'ondata progressista che si propone di ribaltare definitivamente gli usi e i costumi dell'Occidente. Biden in pochi giorni smonterà pezzo per pezzo ciò che Trump ha provato a fare nei suoi, apparentemente, pazzi anni di mandato. 
Il nuovo presidente porterà avanti tutte le guerre di "esportazione della democrazia" che il predecessore ha abbandonato e, sotto il malefico influsso della sua vice, concluderà il processo di definizione delle leggi abortiste e omosessualiste più spinte.
A poco servirà un Senato a maggioranza repubblicana, il GOP è già per metà connivente con i liberal. La Corte Suprema anch'essa cosa potrà fare? Tenere duro, con la consapevolezza che ormai il sistema statunitense abbia gettato completamente la maschera. 
Non si tratta della democrazia più grande del mondo, ma della truffa più grande del mondo. Le elezioni sono state completamente stravolte e rubate, apertamente, sotto gli occhi di tutti. Ci metteranno poco a neutralizzare anche i giudici non condiscendenti.
Che dire? La battaglia va avanti più di prima, consapevoli che adesso c'è un riferimento in meno e che abbiamo di fronte un leviatano sempre più sfrontato e potente.

 

29 ottobre 2020

Speriamo che vinca Trump. Oremus



Speriamo che Donald Trump rivinca le elezioni in USA.
Al riguardo riproponiamo un articolo di Tempi, risalente a Gennaio.

Quel guastafeste di Trump, presidente più pro-life della storia americana

di Caterina Giojelli

Incendiario, squilibrato, opportunista, primo leader degli Stati Uniti a presenziare oggi alla Marcia per la Vita. Si può dire tutto il male possibile di The Donald, ma ha mantenuto tutte le promesse che mandano ai pazzi la galassia liberal pro-choice.

Donald Trump sarà il primo presidente degli Stati Uniti d’America a parlare alla Marcia per la Vita. Lo aveva annunciato su twitter mercoledì scorso, mentre iniziava ufficialmente il dibattimento sull’impeachment al Senato, «ultimo gesto di sostegno alla causa cara agli evangelici che sono parte fondamentale della sua base conservatrice», precisa il Nyt. Nessun presidente aveva mai partecipato in prima persona al tradizionale appuntamento dei movimenti e delle organizzazioni pro-life, promosso dal 1974 nell’anniversario della decisione della Corte Suprema sul caso “Roe v. Wade” che ha depenalizzato l’aborto negli Stati Uniti. Trump era stato il primo, nel 2018, a scegliere di intervenire in diretta durante la manifestazione, collegandosi in video alle centinaia di persone radunate sulla spianata del National Mall.

Nessun messaggio scritto o registrazione, nessuna telefonata alla Ronald Reagan o alla George W. Bush: al silenzio del suo predecessore Barack Obama, Trump aveva risposto mettendoci la faccia e il carico da novanta: «Sotto la mia amministrazione, difenderemo sempre il primissimo diritto nella Dichiarazione di indipendenza, e questo è il diritto alla vita». E così ha fatto, meritandosi l’appello di presidente più pro-life della storia americana.

«HA ESASPERATO LE PERSONE PERBENE»
Si può pensare tutto il male possibile di Trump, definire, come Ilyse Hogue, presidente di Naral Pro-Choice America, l’annuncio del presidente «un disperato tentativo di distogliere l’attenzione dalla sua presidenza criminale e accendere la sua base radicale», continuare a chiedersi come faccia un cristiano a votare Trump, il rozzo, volgare, pluridivorziato, una volta pro-choice, voltagabbana, anti-immigrazionista, ipocrita, impresentabile e inaffidabile Trump. Il presidente, sempre per usare un incipit “moderato” del Nyt, «bugiardo, bullo, donnaiolo amante degli autocrati, che sta trasformando profondamente l’America in modo concreto e duraturo nel tempo, un modo che ha lasciato le persone perbene a bocca aperta, arrabbiate ed esasperate».

LA CORTE DE-LIBERALIZZATA
L’incolto Trump, che schierandosi da quella che la Bibbia liberal ha considerato fin dall’inizio la parte sbagliata della storia, ha mantenuto la promessa di spostare a destra gli equilibri di una Corte protagonista degli stravolgimenti sociali più significativi degli ultimi 40 anni (dall’interruzione di gravidanza al matrimonio gay). Con le nomine trumpiane di Neil Gorsuch e Brett Kavanaugh a giudici della Corte Suprema, la presenza di una nuova maggioranza formata da cinque togati di orientamento conservatore su nove ha infatti dato benzina a partiti, stampa e circoli liberal per agitare il solito fantasma dell’abolizione della Roe v. Wade, evocato ogni volta che subentra un giudice conservatore.

LA GUERRA ALLA GALASSIA ABORTISTA
Trump, che ha smantellato una direttiva dell’amministrazione Obama a difesa dei finanziamenti a Planned Parenthood, che ha reintrodotto la Mexico City Policy, veto sull’erogazione di fondi federali alle Ong internazionali che praticano aborti o forniscono informazioni a riguardo, che ha ritirato i finanziamenti al fondo delle Nazioni Unite per la popolazione per non foraggiare programmi di pianificazione familiare e politiche per il controllo demografico coercitivo, che ha istituito la divisione Conscience and Religious Freedom Division, per assistere gli obiettori di coscienza.

IL PALADINO DEI BAMBINI NATI E NON NATI
Trump, cui i giornali non perdonano di aver destinato una parte dei fondi Usaid alle «alle minoranze etniche e religiose perseguitate» in Iraq, in particolare cristiani e yazidi, e non ai progetti curati dalle Nazioni Unite. Lo sbruffone, che fa di tutto per attirare il voto dei cristiani, ma quando dice loro che «altri presidenti non aiuteranno le minoranze religiose come faccio io, ma spenderanno soldi su progetti che non vi stanno a cuore», ha semplicemente ragione. Che si è circondato di consiglieri e nominato funzionari scelti nel mondo pro-life, che si è scagliato contro leggi come quelle volute e magnificate dal governatore di New York Andrew Cuomo, che consentono l’interruzione di gravidanza fino al nono mese, chiedendo al Congresso di approvare una legislazione che proibisse l’aborto tardivo e riaffermasse «una fondamentale verità: tutti i bambini, nati e non nati, sono fatti a sacra immagine di Dio».

«INCENDIARIO E SQUILIBRATO»
Trump, cui i giornali hanno dato dell’«incendiario» e i democratici dello «squilibrato» per aver attaccato i governatori di Wisconsin e Virginia, il primo per aver posto un veto a una legislazione che protegge i nati vivi da una tentata procedura di aborto, il secondo per essersi espresso a favore di una legge che faciliterebbe l’aborto fino al travaglio. Trump, che quando non è stata trovata la maggioranza dei due terzi necessaria per portare avanti un disegno di legge, il Born-Alive Abortion Survivors Protection Act, che garantiva assistenza medica ai neonati venuti al mondo dopo la procedura abortiva, ha commentato: «Questo sarà ricordato come uno dei voti più scioccanti nella storia del Congresso».

IL PALLINO DELLA SANTITÀ DELLA VITA UMANA
Trump, che ha dichiarato il 22 gennaio, anniversario della Roe v. Wade, “Giornata nazionale della santità della vita umana”: «La nostra Nazione ribadisce con orgoglio e forza il nostro impegno a proteggere il prezioso dono della vita in ogni fase, dal concepimento alla morte naturale», «la mia amministrazione sta inoltre costruendo una coalizione internazionale per dissipare il concetto di aborto come diritto umano fondamentale. Finora, 24 nazioni in rappresentanza di oltre un miliardo di persone hanno aderito a questa importante causa. Ci opponiamo a qualsiasi progetto che tenti di far valere un diritto globale all’aborto finanziato dai contribuenti su richiesta, fino al momento del parto. E non ci stancheremo mai di difendere la vita innocente – in patria o all’estero».

IL CLOWN PER CUI «MURDER IS MURDER»
Si può pensare tutto il male possibile di Trump, il clown che faceva scompisciare i giornalisti – «cos’è, carnevale?», «è un idiota», «non sarà mai presidente» -, ma che ha mantenuto rapidamente e fedelmente l’unica vera promessa elettorale che ha spinto milioni e milioni di cristiani, soprattutto evangelici, moltissimi cattolici, a votare per lui. Senza chiedersi perché sarebbe stato moralmente preferibile votare qualcuno che chiamava “conquista di civiltà” il diritto a disporre di una vita umana. «Murder is murder», pensava Trump dell’aborto, e a una Hillary Clinton che lo chiamava “diritto” non poteva che rispondere quello che hanno pensato milioni e milioni di quelli che sarebbero diventati suoi elettori: «E allora tu sei un’assassina».

 

28 ottobre 2020

Amy Coney Barrett alla Corte Suprema. Il futuro è conservatore



di Giuliano Guzzo

Quale che sia l’esito della storica tornata elettorale del prossimo 3 novembre, che cioè Donald Trump sia confermato o perda, il giuramento di Amy Coney Barrett alla Corte Suprema incarna un messaggio epocale, che da bravi i media stanno facendo il possibile per mimetizzare: il futuro è conservatore. Messo a margine dai poteri forti, minoritario nelle redazioni dei giornali, sbeffeggiato nelle università, il pensiero conservatore – con sei giudici su nove – è saldamente al comando della più importante Corte del mondo. E lo è una volta di più, oggi, con la nuova giudice Barrett, insistentemente bollata come «ultraconservatrice».

Ecco, tutto ciò ha implicazioni enormi. Significa che, mentre in Italia e più in generale in Europa stiamo ancora, poveri noi, al vecchio schemino donna-in-carriera-quindi-progressista, gli Stati Uniti – da sempre anticipatori di tendenze – stanno indicando un’altra strada. Che non è solo giuridica, attenzione, ma pure sociale dal momento che vari parametri indicano che le famiglie molto religiose (e conservatrici) sono sia quelle che fanno più figli sia quelle che, come messo in luce da un recente studio su Proceedings of the National Academy of Sciences, hanno più possibilità che i suoi componenti siano allergici a concezioni liberal in tema di aborto e nozze gay.

Significa che, mentre da un lato la cultura dominante, complici i mass media al suo servizio, cerca di inculcare – stavo per scrivere diffondere, mi è scappata la mano – un certo tipo di pensiero, dall’altro la famiglia religiosa e numerosa non solo resiste, ma controbilancia alla grande il verbo progressista; la stessa Barrett, ricordiamolo, siede alla Corte Suprema da moglie e madre sette figli. Esistono insomma davvero tutte le premesse sia giuridiche che sociologiche per intravedere un clamoroso rilancio di quel filone culturale a lungo irriso, considerato vecchio e superato. E che oggi, contro ogni previsione, mostra al mondo il suo innegabile riscatto. Quanto a lungo potranno, i megafoni del potere, celare questa realtà?


 

07 agosto 2019

L'ultimo delirio. Il New York Times cambia un titolo per non destabilizzare i lettori

Il progressismo è sempre più una patologia mentale e i progressisti sono sempre più mentalmente fragili. Incapaci di sopportare anche solo il pensiero che la realtà sia diversa da quella che loro si costruiscono fra le pieghe delle loro menti obnubilate, si scontrano quotidianamente con la verità dei fatti e reagiscono con violenza, pianto e psicofarmaci.
L'ultimo episodio della cartella clinica del progressismo vede il New York Times protagonista di un fatto ridicolo.
Successivamente alle sparatorie di pochi giorni fa, Trump ha fatto un discorso per condannare il razzismo. Il New York Times ha fatto quindi un titolo di apertura.
Dai reparti psichiatrici di tutta l'America si sono però levate urla di dolore, perché un Trump non razzista rischia di non corrispondere alla retorica consolatoria dei democrats. Gli insulti di massa via facebook e twitter piovuti contro la testata hanno indotto la redazione a cambiare il titolo della prima pagina. Fate voi...


 

24 giugno 2019

Diamo il Nobel per la Pace a Trump!

di Giuliano Guzzo
In un mondo serio, o anche solo meno pazzo del nostro, ritirerebbero il Nobel per la Pace di cartone assegnato a Barack Obama e ne assegnerebbero uno vero al suo successore, Donald Trump. Per quale motivo? Ma per tutti i conflitti armati che, a sentire i giornaloni, avrebbe potuto scatenare senza poi farlo. In Siria, Venezuela, Corea del Nord e, da ultimo, in Iran, con un attacco evitato all’ultimo proprio per evitare vittime innocenti («Ho fermato l’attacco per evitare 150 vittime, troppe») e per avviare, da subito, un negoziato senza alcuna precondizione con l’omologo iraniano Hassan Rohani o con la Guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei. Una decisione sorprendente solo per chi ha dimenticato giorni memorabili, come quello dell’incontro tra l’inquilino della Casa Bianca e Kim Jong-un.

Che Trump un Nobel per la Pace lo meriti, mica come Greta – candidata sul serio, anche se dopo l’ultimo maggio sarebbe stato più giusto darle il Nobel per la Pioggia – , lo lascia intendere Federico Rampini, che su Repubblica oggi scrive: «L’istinto di Trump non è quello del grilletto facile. Può usare un linguaggio minaccioso e lo ha fatto più volte, contro l’Iran o la Corea del Nord o il Venezuela. Ma tutti quelli che hanno gridato all’aggressione Usa – vedi Maduro – hanno agitato allarmi al vuoto. Lo stesso vale per tanti media progressisti. Per un paio di mesi a leggere la stampa liberal negli Stati Uniti pareva che l’intervento militare in Venezuela fosse alle porte. Non c’è stato […] L’isolazionismo può non piacere a chi, come gli europei, si era abituato a vivere di rendita sotto una sicurezza garantita dalla spesa militare americana [….] Però isolazionista e guerrafondaio non sono la stessa cosa, di solito».

Ora, sarà biondiccio, buffo, un po’ così, tutto quel che volete: ma i fatti sono fatti. E i fatti dicono che The Donald avrebbe potuto scatenare la Terza Guerra Mondiale già diverse volte. Ma non lo ha fatto. Per dire, l’osannata Killary Clinton – che la guerra, vedi Libia, la bramava già da segretario di Stato – a quest’ora ci avrebbe trascinati in un’apocalisse nucleare. Gli esperti spiegano l’atteggiamento di Trump con due ipotesi: la prima è che il Presidente Usa sia in lotta non col resto del mondo, ma con il «Deep State», l’apparato ombra che da sempre, chiunque vinca le elezioni, pretende di governare il pianeta; la seconda ipotesi è che Trump non abbia dimenticato un dato elettorale: gli ultimi due presidenti, lui e Obama, gli americani li hanno scelti tra coloro che si erano opposti all’invasione di Bush in Iraq nel 2003. Possono essere anche vere entrambe le ipotesi, sia chiaro. Intanto, però, diamoglielo, questo Nobel.


 

12 ottobre 2018

Sulla Corte Suprema Usa si combatte una guerra culturale

di Giorgio Salzano
Si è conclusa, a mio giudizio felicemente anche se con un retrogusto amaro, una vicenda che ha agitato l’opinione pubblica americana, ma che da noi ha avuto poca risonanza, se non nella corrispondenza estera di qualche giornale che si faceva eco di giornali e televisioni d’oltre oceano, quasi tutti tesi alla denigrazione, per non dire la distruzione, di Trump e della sua amministrazione. Io invece, dal “patriota americano” che sono (come spiegato in un precedente articolo), l’ho seguita appassionatamente su You Tube: si tratta della conferma della nomina a giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti di Brett Kavanaugh.

Per chi non conoscesse i fatti, li riassumo brevemente.

Tra le prerogative del Presidente degli Stati Uniti rientra anche la nomina dei nove giudici della Corte Suprema: nomina che, una volta confermata del Senato, è a vita. A luglio uno dei giudici anziani si è ritirato, e Trump ha nominato un nuovo giudice, il secondo dall’inizio del suo mandato, che avrebbe dato una maggioranza, cinque a quattro, ai giudici “conservatori” (le virgolette sono d’obbligo, in mancanza di una più lunga spiegazione). L’avversione della minoranza democratica al Senato, e fuori, è stata immediata: la conferma alla nomina doveva essere bloccata a ogni costo. Tra fine agosto e inizi settembre ci sono state le audizioni del giudice nominato da parte dei senatori, con i democratici che invano hanno cercato di metterlo in serie difficoltà. Quando si era ormai prossimi alle votazioni, una senatrice democratica ha dichiarato di avere la lettera di una signora, professoressa di psicologia, la quale dichiarava che circa 36 anni prima, quando Kavanaugh aveva 17 anni e lei 15, durante una festicciola l’aveva aggredita insieme a un amico cercando di stuprarla (senza peraltro riuscirvi perché lei si era chiusa in bagno).

C’è stato un rinvio delle votazioni di circa 10 giorni, e finalmente la professoressa e il giudice vengono chiamati a rendere la loro testimonianza giurata davanti alla commissione giustizia del Senato. Lei è emotiva quanto basta per apparire convincente, salvo che poi, a guardar bene, non è capace di  fornire alcuna convalida del fattaccio: non solo non ricorda la data precisa, ma neanche dove si trovasse la casa in cui ciò sarebbe accaduto, e gli altri ragazzi di allora che lei nomina come presenti alla festicciola dichiarano di non averne ricordo o semplicemente che non c’era mai stata. 
Il giudice si difende con veemenza, suffragando le sue dichiarazioni con un calendario-diario che già dai tempi della sua adolescenza egli ha l’abitudine di tenere. Tutto invano, la partigianeria si scatena e ognuno, dentro e fuori del Senato americano, dà credito a lei o a lui. Dopo un ulteriore rinvio di una settimana affinché l’FBI potesse indagare sulla faccenda, non essendo emerso nulla di nuovo a suffragare l’accusa della professoressa, si è proceduto alla votazione, e sabato 6 finalmente il giudice è confermato alla Corte Suprema, ma con la sua immacolata reputazione precedente tinta (come tendenziosamente fa notare da noi Repubblica) da un’accusa alla quale chi pregiudizialmente vuol credere crede.

Bene, ciò detto mi si potrebbe chiedere perché questa vicenda tutta americana ci dovrebbe interessare. Semplice, perché se è tutta americana nelle sue modalità, non è solo americana. È infatti in gioco in essa l’essenza della democrazia. Questa si concretizza in alcune regole costituzionali, relative alla selezione elettorale della classe dirigente, organi legislativi e di governo, ed all’esercizio della giustizia. La questione che di conseguenza si pone è se la democrazia si risolva tutta nel rispetto di simili regole, di per sé esclusivamente procedurali, o se le procedure così previste presuppongano, ed esigano, un consenso sostanziale sulla natura delle relazioni umane che esse sono chiamate a disciplinare.
Nei primi decenni del dopoguerra gli Stati Uniti rappresentavano una risposta a questa domanda diametralmente opposta a quanto sperimentavamo da noi, con l’idea di America che nella nostra divisione contrapponevamo al quella sovietica rappresentata dalla Russia: da una parte la democrazia liberale, dall’altra la democrazia totalitaria. Beata ingenuità dell’epoca, o almeno mia ignoranza, destinata a essere dissolta dal collasso dell’Unione Sovietica. Qualunque cosa questo collasso abbia rappresentato in Russia e negli altri paesi che la costituivano, in Europa esso ha visto l’affermarsi egemonico di una visione puramente procedurale della democrazia. E abbiamo scoperto in questa affermazione che la pura neutra proceduralità non esiste, perché anche il mantenerla presuppone una visione sostanziale delle relazioni umane: quella che dai suoi oppositori viene designato come il “pensiero unico” (per me non è l’unicità il problema, ma il fatto che è sbagliato), e che Joseph Ratzinger, alla vigilia della sua elezione a Papa, stigmatizzò come “dittatura del relativismo”.

Si combatte negli USA in maniera più virulenta che da noi una guerra, per ora più che altro (se escludiamo la tendenza di una parte all’aggressività) culturale, che è anche la nostra, tra due visioni della democrazia: quella che, per la sua ascendenza nella tradizione europea con tutta la sua convergenza di elementi classici, germanici e biblici, non posso che chiamare cristiana, e quella che matura nelle astrattezze della filosofia con l’auto proclamato Illuminismo, e che dalla Rivoluzione Francese al rivoluzionarismo sessantottino porta alla balzana idea della restaurazione di relazioni puramente naturali tra gli esseri umani, in una innocenza che nessuno in effetti ha mai visto.

Negli Stati Uniti luogo privilegiato di questa guerra – oltre ovviamente l’accademia e i media, dove la seconda visione sembra trionfare – è la Suprema Corte. Teniamo presente infatti che è là che venne legalizzato l’aborto, ed è là che è stato sdoganato il matrimonio omosessuale. Come ho accennato, i due giudici nominati da Trump e confermati dal Senato fanno ribaltare la maggioranza nella Suprema Corte: dai giudici propensi a una interpretazione fantasiosa della costituzione, a quelli che ritengono che la costituzione vada letta e intesa per ciò che i padri costituenti vollero dire. Ciò dovrebbe spiegare l’isteria, tra i senatori di opposizione, le celebrità hollywoodiane, l’MSM (main stream media, giornali e reti televisive), di cui da noi poco è trapelato, ma che si è concretizzato in un gioco sporco negatore di ogni fair play, di quella decency, come dicono in America, che dovrebbe trascendere le divisioni partitiche.

Ora si attendono le elezioni di mezzo termine del 6 novembre, e c’è da sperare che una sconfitta alle urne convinca i democratici che l’infausta strategia di pura avversione, manifestatasi con virulenza in occasione della conferma del giudice Kavanaugh, non paga. E chissà che, distaccandosi dalle frange più radicali, non ritornino a quelle modalità bipartisan che per lo più hanno caratterizzato la storia politica americana.



 

22 agosto 2017

Il trogloditismo progressista e l'odio verso il passato


di Roberto de Albentiis

Da alcuni giorni, negli Stati Uniti, partendo da Charlottesville VA, si sono riaccesi gli scontri tra la destra, c.d. suprematista, e i c.d. antifascisti; questi scontri, che si inseriscono tra gli ultimi nella lunga serie di scontri mai sopiti tra le diverse componenti (etniche, sociali, razziali, religiose) della profondamente contraddittoria società statunitense, non sono tuttavia riducibili solo ad una destra contro una sinistra, ma rivelano più di un aspetto problematico.

È ormai evidente lo scontro sui simboli sudisti, risalenti alla sanguinosa guerra civile 1861-1865 e però sempre lasciati al loro posto, fino al recente esplodere della mania politically correct: se è vero che la pratica della damnatio memoriae è antica quanto l’uomo e il potere, è pur vero che essa riguardava solo singoli governanti o singole dinastie (e magari i governanti e le dinastie successive restauravano quelli “dannati”); il vero salto di qualità venne fatto dalla malefica Rivoluzione Francese del 1789, che, oltre alle centinaia di migliaia di persone ghigliottinate e alle tante guerre e rivoluzioni portate in Europa, vide una spaventosa e indiscriminata distruzione del patrimonio artistico e culturale, tanto della Francia quanto degli altri Paesi europei invasi, dal momento che si voleva ripartire da zero. Che ridere, quindi, quando i governanti francesi, al 14 luglio, esaltano i “valori” del 1789 ma poi versano calde lacrime su Palmira. Ma l’ISIS, dopotutto, non fa lo stesso che fecero i rivoluzionari francesi?

La Spagna e l’Italia, e la stessa Francia, pur nella diversità delle loro storie, non hanno mai avuto una memoria condivisa né monumenti dedicati anche alle parti sconfitte delle rispettive guerre civili; gli Stati Uniti, invece, pur nella criticità della loro politica e cultura, hanno un indubbio aspetto positivo: ogni diversa parte ha propri monumenti e celebrazioni; una cosa che mi colpì quando visitai gli USA, fu vedere, a Richmond VA, la capitale confederata, un monumento a Thomas “Stonewall” Jackson, uno dei più grandi generali confederati e, accanto, un monumento dedicato ai neri che combattevano per i loro (veri) diritti civili negli anni ’60. Cose simili non si vedono, purtroppo, in Europa, dove il giacobinismo e le sue varie derivazioni hanno avvelenato gli animi europei per secoli. Per gli statunitensi, invece, si tratta di eventi e persone, pur diversi, ma sempre della stessa comune Patria, e quindi non è inusuale vedere mesi o monumenti dedicati tanto ai confederati quanto ai presidenti nordisti o alle diverse etnie costituenti il melting pot; fino ad oggi, però, quando il politically correct è uscito ormai dalle università e si è diffuso, grazie ai media e ai politici, nella società.

Monumenti equestri e targhe commemorative degli Stati Confederati d’America (che, per inciso, non combatterono la guerra per la schiavitù, dal momento che i capi e i generali sudisti erano personalmente antischiavisti, ma per ragioni culturali e politiche) sono sempre esistiti fino ad oggi, eppure proprio oggi gli antifascisti americani, nella loro idiozia indistinguibili da quelli europei, hanno cominciato a voler abbattere tali monumenti celebrati e riconciliatori; e questa è solo l’ultima tappa dopo la celebrazione dei mesi neri o asiatici (ma non bianchi, perché l’orgoglio bianco è razzismo) e la creazione di “safe spaces” (spazi sicuri nelle università, dove gli studenti possono essere esentati da argomenti da loro ritenuti troppo aggressivi e offensivi) e la censura di singoli filosofi, scienziati e pensatori, frutti malati del politicamente corretto che insterilisce le menti e gli spiriti.

Il Presidente Trump è stato accusato di parteggiare per i razzisti, quando egli ha invece criticato entrambe le parti per gli scontri di piazza; nessun media liberal, però, ha criticato la violenza della new left (sì, perché la violenza non è certo mero appannaggio della new o old right) né tantomeno la distruzione del patrimonio storico e culturale americano. Perché il vero nocciolo è qui: una Nazione che distrugge e censura il proprio passato, quale che sia, è una Nazione che non conosce se stessa, che odia se stessa, che non vede nell’altro concittadino, tanto del passato quanto del presente e del futuro, un proprio fratello, ma un nemico. E per citare Orwell, chi controlla il passato controlla il futuro, e chi il presente controlla il passato, e se il nostro mondo è diventato uguale a quello del 1984 orwelliano, c’è poco da stare allegri.

Per finire, un invito alla lettura: la Guerra Civile Americana, come anticipato, non fu combattuta dai Nordisti buoni contro i Sudisti cattivi, o per dare la libertà agli schiavi: entrambe le parti in gioco erano statunitensi che invocavano la Costituzione e la Dichiarazione di Indipendenza, ed entrambe le parti in gioco avevano schiavi nel loro territorio; eppure il Presidente confederato Davis, o i grandi generali confederati Jackson e Lee (lo stesso Lee di cui è stata senza alcun rispetto abbattuta la statua, rimasta su per due secoli proprio per riconoscimento al suo grande valore umano), erano personalmente antischiavisti, e nei battaglioni sudisti combattevano neri e nativi, mentre invece il Nord utilizzò gli schiavi liberati come operai sottopagati per le proprie industrie e soprattutto furono le nordiste camicie blu a sterminare i Pellerossa. Invito per questo a spegnere la televisione e invece ad aprire due libri in particolare per conoscere meglio, all’infuori dei luoghi comuni, le vicende della Guerra Civile Americana: uno è “Il bianco sole dei vinti” di Dominique Venner (storico francese tradizionalista e nazionalista), l’altro è “Storia della Guerra Civile Americana” di Raimondo Luraghi (storico italiano progressista, membro dell’ANPI, riconosciuto fino alla morte come uno dei massimi esperti mondiali del conflitto civile statunitense).

http://www.motoretrogrado.it/2017/08/20/lodio-verso-il-passato-e-il-vero-trogloditismo/

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20 luglio 2017

Adinolfi su Spadaro: la Chiesa non si schieri politicamente (dalla parte sbagliata)

Pubblichiamo questo lungo articolo, condiviso da Mario Adinolfi anche su Facebook, riguardo l'inverecondo articolo di padre Spadaro e Figureoa che demonizza, su la Civiltà Cattolica (solo di nome, verrebbe da dire), un'alleanza pro life fra cattolici ed evangelici. E' molto interessante e ricco di informazioni.
Ci permettiamo però di non essere d'accordo riguardo le conclusioni. Dipingere ancora una volta Papa Francesco come una persona mal consigliata da gente cattiva, rischia di essere una tesi consolatoria che però i fatti smentiscono. Altrimenti non si spiegherebbe l'imperversare di persone come lo stesso Spadaro o come il suo confratello Padre James Martin, il grande araldo della pastorale arcobaleno, che al momento nessuno ha ancora smentito.

di Mario Adinolfi
(Link originale)

Ho letto con molto interesse l'articolo de La Civiltà Cattolica firmato da Antonio Spadaro e Marcelo Figueroa intitolato "Fondamentalismo evangelico e integralismo cattolico", dedicato in sostanza a demolire il rapporto tra cattolici ed evangelici con la presidenza Trump. Dopo averlo anche riletto mi pare chiaro che il gesuita siciliano ispiratore della "comunicazione" di Papa Francesco e il direttore dell'edizione argentina de L'Osservatore Romano siano incappati in una serie di errori derivanti da uno fondamentale: non hanno messo piede negli Stati Uniti da anni, non conoscono questo Paese. Con la finalità di attaccare un presunto manicheismo e il sottostante "fondamentalismo dell'odio", Spadaro e Figueroa hanno scritto un articolo manicheo che indica il male nella presidenza Trump, nelle precedenti amministrazioni repubblicane (sono citati in abbondanza Nixon, Reagan e Bush) e nei sostenitori evangelici e cattolici del Partito repubblicano.

Con il tono, quello sì, "suprematista" tipico di un razzismo al contrario, il dito è puntato contro la "collettività religiosa, composta principalmente da bianchi di estrazione popolare del profondo Sud americano" che si contrappone tendenzialmente da sempre negli Stati Uniti a chi minaccia l'American Way of Life: "Gli spiriti modernisti, i diritti degli schiavi neri, i movimenti hippy, il comunismo, i movimenti femministi e via dicendo, fino a giungere, oggi, ai migranti e ai musulmani". Questa semplificazione da film western davvero è inaspettata, sorprende: due menti non banali come quelle di Spadaro e Figueroa non possono essere incappate in questo disegnino degli Stati Uniti da copia di mille riassunti. Consiglio ai due fini autori de La Civiltà Cattolica un viaggio negli Stati Uniti, prima di scrivere degli Stati Uniti. Non a New York, o a Washington o a Los Angeles a presenziare alla prima di qualche film di Hollywood o a qualche ricevimento in ambasciata per iniziative benefiche, sempre a sfondo ambientalista. Consiglio a Spadaro e Figueroa una passeggiata per gli slum veri, che possono trovare a New Orleans come a Chicago, una visita senza preavviso alle comunità ispaniche del New Jersey come del New Mexico, un bel viaggio coast to coast sulla Route 66, 4.200 chilometri per conoscere davvero gli Stati Uniti e non scrivere articoli caricaturali che oscillano tra il partito preso e il sentito dire.

I territori che hanno fatto e fanno la differenza in termini di consenso per la presidenza Trump e l'esecrato "ideologo fondamentalista" Steve Bannon non sono quelli del "profondo Sud americano", tradizionalmente repubblicani da secoli e da secoli intessuti di "fondamentalismo cristiano", anche ai tempi delle presidenze Clinton e Obama (mai citati da Figueroa e Spadaro). La novità della presidenza Trump è la sua vittoria, giudicata alla vigilia impossibile da tutti gli analisti politici, nel Mid West e nella Corn Belt. No, non sono gli stati del "profondo Sud". Sono gli Stati della classe media, della cintura operaia, del grande nord produttivo e del cuore dell'America: Pennsylvania, Ohio, North Carolina, Michigan, Wisconsin, Iowa. Sono gli Stati della middle class più colpita dalla disoccupazione, perché le aziende hanno "delocalizzato" o hanno assunto immigrati. L'amministrazione Obama ha favorito i flussi migratori, legalizzato i clandestini, offerto dunque al mercato manodopera a basso costo e milioni di americani hanno perso il lavoro. Si sono ribellati alle élite politiche di destra e di sinistra e hanno votato Trump portandolo dall'1% alle primarie repubblicane a vincerle trionfalmente, infine nel novembre scorso alla Casa Bianca. La causa primaria della vittoria di Donald Trump è l'impoverimento della classe media e non stiamo parlando di "bianchi". La Clinton rispetto a Obama ha perso il 6% del voto degli ispanici, l'8% degli asiatici, il 5% degli afroamericani: lì ha perso le elezioni.

La vittoria di Trump è provocata dai poveri, o meglio, dagli "impoveriti" d'America. E certamente anche da un fattore di natura religiosa, che è quello su cui si appunta l'attenzione di Spadaro e Figueroa. Si tratta davvero di un "neofondamentalismo" o "teoconservatorismo" che dir si voglia? Sono entrambi fenomeni antichi, intrecciati alla società americana da decenni, i teocon sono stati protagonisti dell'ultima presidenza Bush così come con altri nomi delle presidenze Bush padre e Reagan.

No, la novità è un'altra e si è manifestata in una data precisa. Per la precisione il 20 ottobre 2016 nell'aula magna dell'università di Las Vegas, Nevada (stato con popolazione fitta di immigrati ispanici, che per inciso a sorpresa venne vinto da Trump). Quel giorno si tenne il terzo e ultimo dibattito televisivo tra i due sfidanti per la Casa Bianca: Hillary Clinton sembrava trionfalmente avviata alla vittoria secondo tutti i sondaggisti e anche dopo quel decisivo dibattito, seguito da cento milioni di telespettatori, una compiacente CNN la dava per vincente senza appello, 52 a 39. Il Washington Post scrisse sicuro: "Trump ha perso l'ultima occasione per recuperare terreno".
Ero davanti ai teleschermi quella notte, sono non solo un appassionato di politica statunitense, ma negli Usa vivo diversi mesi l'anno e dagli Usa sto scrivendo in questo momento questo articolo. Così feci le tre del mattino per vedermi la diretta dello scontro, come cento milioni di americani favoriti da un fuso orario umano. Ebbene il duello fu durissimo, Clinton e Trump neanche si strinsero la mano, volarono accuse pesanti al limite dell'insulto. Poi, tre minuti che determinarono a mio avviso le elezioni. Si parla di aborto e Trump va all'attacco sulla tecnica della "partial birth abortion", cioè l'aborto praticato anche al nono mese di gravidanza che, partendo dal principio giuridico fissato dalla sentenza Roe vs Wade della Corte Suprema del 1973 per cui il bambino non ha soggettività giuridica finché è nel ventre materno, provoca il parto mantenendo però la testa del neonato all'interno del corpo della donna per schiacciarla lì, sopprimendo così il bimbo prima che sia giuridicamente tutelabile.

Quando si tentò di mettere al bando a livello federale questa tecnica, Hillary Clinton da senatore votò contro e anche durante il dibattito televisivo la candidata democratica alla presidenza si appellò alla sentenza Roe vs Wade. Trump concluse la sua tirata annunciando, in caso di vittoria alle presidenziali, la nomina di un giudice della Corte Suprema prolife per modificare gli equilibri della Corte stessa (cosa poi effettivamente accaduta con la nomina di Neil Gorsuch).
In quel preciso momento, il 20 ottobre 2016, un segmento fondamentali di cristiani cattolici ed evangelici è certamente passato dalla scelta astensionista al voto a Trump. I cattolici americani si erano divisi nelle due elezioni precedenti, preferendo Obama sia a Romney che a McCain (rispettivamente per nove e due punti). Ma davanti a Hillary Clinton che aveva come principale finanziatore le cliniche abortiste di Planned Parenthood ed era addirittura contraria al ban della "partial birth abortion tecnique", le percentuali si sono ribaltate: 52 a 45 per Trump. E non a caso in questi giorni Planned Parenthood inonda le tv americane di spot intimidatori contro i senatori che voteranno a favore della cancellazione dei 500 milioni di dollari di fondi federali che queste cliniche ottengono per praticare oltre 300mila aborti l'anno.

Non sono i suprematisti bianchi del Sud ad avere fatto la differenza, cari Spadaro e Figueroa: sono i cattolici prolife, giustamente inorriditi e tranquillizzati anche dalla figura del conservatore Mike Pence alla vicepresidenza, tutto tranne che un esaltato, ma un convinto sostenitore delle battaglie per il diritto alla vita fino ad essere stato un protagonista dell'ultima March for life a Washington.
Dopo una stagione che nel giugno 2015 proponeva la sentenza della Corte Suprema nota come "love is love" che obbligava gli Stati a riconoscere come legittimo il "matrimonio" gay e arrivava fino all'iperabortismo della Clinton nel dibattito dell'ottobre 2016, un segmento di milioni di credenti profamily e prolife ha deciso di incidere politicamente e di ribaltare gli equilibri. La Civiltà Cattolica se ne duole? Mi dispiace, ma sbaglia. E se Figueroa e Spadaro scrivono giustamente che "il Papa non vuole dare né torti né ragioni, perché sa che alla radice dei conflitti c’è sempre una lotta di potere", allora devono essere conseguenti e non provare a schierare Francesco sulla barricata tutta politica di un fondamentalismo antitrumpiano nutrito di una narrativa tutta sballata che mette insieme i Fundamentals di Lyman Stewart e la dottrina Rushdoony, il pastore Peale e la Church Militant, tutte questioni totalmente marginali nell'America di oggi. Non c'è nessun "fondamentalismo dell'odio" in voga negli Stati Uniti. Ci sono classi subalterne impoverite e valori importanti che provano a rialzare la testa e a battersi per una libertà che è dignità (e anche, sì, libertà religiosa senza alcuna tentazione ridicolmente teocratica) che passa attraverso diritti fondamentali come quelli alla vita e alla naturalità della famiglia.

Costruire una dicotomia Francesco-Trump come finisce per voler fare l'articolo in questione è un grave danno alla Chiesa che passa per una scarsa comprensione dei fenomeni e una pigrizia intellettuale che sfocia nell'ideologia. Bisogna costruire ponti e non muri, no?
La Civiltà Cattolica già in passato provò a condurre un presidente verso l'impeachment e vi riuscì: era il cattolico Francesco Cossiga, messo nel mirino dai comunisti di Achille Occhetto che avevano appena cambiato nome ma non avevano cambiato né classe dirigente né metodi. Padre Bartolomeo Sorge schierò la rivista dei gesuiti contro il presidente della Repubblica italiana, di cui sono stato amico personale, dunque conosco il dolore che ne derivò. Anche allora aveva ragione il riformismo cristiano cossighiano e avevano torto i comunisti, che però riuscirono a costringere il Capo dello Stato alle dimissioni anche grazie alla sponda de La Civiltà Cattolica. Non so se Spadaro vuole ripercorrere le orme di quella vicenda, visto che anche per Trump ora i democratici americani puntano all'impeachment sul ridicolo "scandalo" definito Russiagate. Oggi come allora, schierare la Chiesa politicamente dalla parte sbagliata è un clamoroso errore, peraltro scrivendo ipocritamente che "il Papa non vuole dare né torti né ragioni".

Il Papa dovrebbe invece. Dovrebbe stare con i poveri, con gli afflitti, con la cultura della vita assalita dai necrofili negli Usa come in Europa. Francesco per la verità lo fa continuamente, la sua pastorale contro la "cultura dello scarto", sulla ideologia gender come "sbaglio della mente umana", la sua battaglia per la vita che lo ha visto schierarsi con la famiglia di Charlie Gard, testimoniano che il Papa affibbia i torti e sostiene le ragioni. Non vorrei che qualche suo consigliere lo faccia finire politicamente fuori strada per insipienza e scarsa conoscenza esperienziale di quel che accade davvero nella società, italiana come americana, che hanno sempre più bisogno di una proposta politica popolare e di ispirazione cristiana, non per questo collaterale alla Chiesa che deve essere sempre soggetto terzo, alieno dalle parti e dai partiti, perché agisce ad un livello superiore. La stagione dei vescovi-pilota è assolutamente chiusa, in questo Francesco è stato chiaro. Non serve allora neanche un collateralismo più subdolo, perché libresco e pseudo-intellettuale, quindi ideologico a cui il Papa e la Chiesa, mi verrebbe da dire anche La Civiltà Cattolica, devono assolutamente sfuggire.
 

07 aprile 2017

Le tante incongruenze sul bombardamento chimico in Siria

Pubblichiamo questo articolo apparso ieri su La Verità, nel quale si pongono alcuni dubbi riguardo "l'attacco chimico" attribuito in questi giorni al governo di Assad, contro donne e bambini. Purtroppo questa notte gli Stati Uniti a presidenza Trump hanno bombardato una postazione militare siriana, adducendo a pretesto proprio la necessità di "punire" l'attacco di cui sopra.


di Alessandro Rico

Crimine di guerra o tragico incidente? Nella vicenda del bombardamento chimico in Siria, che i ribelli attribuiscono ad Bashar al-Assad, molte cose non quadrano.
Innanzitutto, guardiamo alla tempistica degli eventi. Il 3 aprile si verifica un attacco terroristico a San Pietroburgo. Nemmeno ventiquattro ore dopo scatta la filiera delle Ong, dall’Osservatorio siriano per i diritti umani (che stranamente ha sede a Londra) all’Unicef, che diffonde un comunicato apocalittico: «L’umanità è morta», Assad ha bombardato il villaggio di Khan Shaykhun con ordigni chimici, sono state uccise più di 70 persone, tra cui 20 bambini. È indubbiamente strano che, proprio quando gli Stati Uniti di Donald Trump, “falchi” permettendo, sembrano voler rinunciare ai piani di regime change, proprio mentre l’Isis è alle strette, Assad commetta un grossolano errore strategico. Tanto più che, come frutto di un accordo del 2013 tra Mosca e Washington, il regime siriano aveva consegnato tutto l’arsenale chimico per farlo distruggere. L’intesa era stata salutata come una vittoria da Assad, che così aveva scongiurato un intervento dell’Onu. Possibile che adesso fornisca alla coalizione occidentale un ottimo pretesto per destituirlo? E non è curioso che ciò avvenga all’indomani di un attentato in Russia, dando ai media anti-Putin l’opportunità di insinuare che il bombardamento sia stato una rappresaglia o che, peggio, l’attacco a San Pietroburgo fosse pilotato?

Ci sono perplessità pure sulle fonti. A diffondere le immagini del massacro è la solita agenzia Idlib Media Center, vicina ai ribelli. Dallo stesso milieu era partita la foto, diventata poi un’icona della guerra civile siriana, del bimbo di Aleppo coperto di polvere e con il volto insanguinato. Secondo ambienti filorussi, quella foto sarebbe stata un falso. Attribuiti a un reporter sconosciuto (nessun altro servizio reperibile su internet), peraltro immortalato in un selfie con uomini che somigliavano molto ad alcuni terroristi di al-Nusra (l’al-Quaeda siriana), l’immagine e i video davano l’impressione di essere stati preparati a tavolino: il bimbo non è dolorante, appare stupito delle macchie rosse sul viso, non sanguina copiosamente pur essendo ferito alla testa e nei report successivi ai raid su Aleppo emergono troppe contraddizioni. 

A proposito delle foto del massacro di Idlib, qualcuno ha osservato che in caso di attacco con gas nervino i soccorritori dovrebbero indossare tute speciali; la risposta dei Caschi Bianchi, la presunta “protezione civile” siriana, è che i volontari non dispongono di questi equipaggiamenti e che, infatti, alcuni di loro sarebbero rimasti intossicati.

Ma chi sono i Caschi Bianchi? Si tratta di un’organizzazione non governativa fondata da James Le Mesurier, ex militare britannico. In teoria, i White Helmets sono neutrali. In pratica, sono schierati contro Assad: nel 2015 cercarono di negoziare con la NATO una no-fly zone e i loro fondi provengono per lo più da Gran Bretagna, Stati Uniti e Paesi Bassi. Un giornalista russo li ha accusati di soccorrere i civili solo quando sono presenti le telecamere. Nonostante le candidature al Nobel per la pace (per intenderci, quello conferito a Obama, il principale responsabile della destabilizzazione del Medio Oriente), i Caschi Bianchi sono stati “beccati” a rilasciare false testimonianze sui bombardamenti e a girare un Mannequin Challenge, cioè un video in cui gli attori restano immobili e la telecamera si sposta, inscenando il salvataggio di un ferito. A ciò si aggiunga che alcuni membri dell’organizzazione, che ufficialmente dovrebbero girare disarmati, sono stati fotografati mentre imbracciavano dei fucili; porto d’armi per autodifesa o sostegno ai ribelli anti-Assad?

Insomma, vista la provenienza delle notizie, un po’ di scetticismo non è irragionevole: durante la Seconda Guerra Mondiale avreste chiesto informazioni sui bombardamenti alleati ai tedeschi?
Incongruenze aleggiano poi sulla reazione della comunità internazionale. A premere per la destituzione di Assad sono soprattutto António Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite in ottimi rapporti con l’amministrazione Obama, la Francia e la Gran Bretagna, cioè due Paesi che promossero attivamente la destabilizzazione del Medio Oriente. Attaccare Assad, d’altronde, potrebbe essere un modo di colpire Putin, che in questo momento affronta una recrudescenza delle opposizioni di piazza. Senza dimenticare il ruolo di Erdogan, da sempre doppiogiochista, per il timore che la sconfitta dell’Isis lo costringa a fare concessioni ai curdi. All’improvviso la Turchia delle epurazioni di massa è diventata paladina del diritto internazionale? 
In ogni caso, mentre fioccavano le condanne di tutti i leader politici, l’agenzia di stampa russa Tuss riportava una dichiarazione dai toni meno accesi del portavoce di Guterres, Stephane Dujarric, per il quale le Nazioni Unite non sarebbero ancora in grado di verificare la veridicità dei report sul bombardamento.

La versione fornita da Mosca e Damasco è che siano stati colpiti dei depositi di armi chimiche dei ribelli. Dunque, neppure i diretti interessanti negano che ci sia stata un’azione di guerra, ma ritorcendo contro l’Occidente la topica delle fake news, ribaltano le accuse, spalleggiati persino dal vescovo di Aleppo Antonine Audo, che evidentemente sa bene chi, tra Assad e i ribelli, garantisca davvero la sicurezza dei cristiani perseguitati.
Difficile stabilire chi abbia ragione. In una guerra che si combatte sul filo della propaganda, tra false flag e video virali, e in cui i media occidentali si limitano a fare da megafono a una delle fazioni, è comunque opportuno coltivare il sano seme del dubbio. Senza complottismi, solo con un po’ di coscienza critica.

(tratto da La Verità del 6 aprile)

 

13 marzo 2017

L'Italia, fra eutanasia, Inps e stadio della Roma

di Claudio Tedeschi* 

Il suicidio assistito di un dj, ingigantito dalla grancassa radicale, ha gettato le basi per una accelerazione in Parlamento per approvare la legge per l’eutanasia anche in Italia. Sicuramente sarà una legge vista di buon occhio dall’Inps, che spingerà alla “dolce morte” tutti quei vecchietti portatori di pensioni d’annata, per tirare un respiro economico e gestire al peggio le pensioni di oggi. Stesso discorso non vale per Equitalia, perché i suicidi assistiti per coloro che non ce la fanno più a pagare le tasse porteranno al calo delle entrate. Anche le banche soffriranno perché i mutui non verranno pagati e gli eredi rinunciando non faranno altro che far aumentare il parco immobili pignorati e invendibili. Di fronte al “suicidio assistito” dell’Italia, cosa fanno i politici, da destra a sinistra? Nulla. Ormai, la legislatura è finita: il Parlamento è aperto, gli stipendi corrono, ma nessuno dei rappresentanti del popolo ha la volontà di affrontare i grandi temi del Paese.

Anche perché i voti non ci sono e ormai è iniziata la campagna elettorale che si concluderà nel 2018. Anche la legge elettorale è sparita, sepolta dalla polvere e dai calcinacci della scissione del PD. La stessa destra (!) non esiste più se non come stampella per la politica berlusconiana o il livore leghista. Occorrerebbe studiare la riforma fiscale, per riaprire il ciclo degli investimenti e quindi il mercato del lavoro, farsi venire un’idea che è una per ridurre il debito pubblico. Niente. L’unico a lavorare è Padoan che entro aprile deve varare la manovra correttiva (ordini da Francoforte) da 3.4 miliardi. Altre tasse, altri costi da limare e la vita scende ancora di più. Aumenta la deflazione, riprende fiato la stessa inflazione. Intanto a livello globale sale la guerriglia “politicamente corretta” contro Trump. La stessa notte degli Oscar ha visto personaggi del mondo fittizio dello spettacolo, sicuramente non legati ai piccoli spiccioli di uno stipendio da operaio o impiegato, battere le mani alla vittoria di pellicole dirette e interpretate da attori e attrici di colore. In più molti indossavano la spilla blu contro Trump. Intanto il presidente varava un piano di investimenti militari tale che Wall Streets realizzava il 12° risultato positivo consecutivo.

E’ chiaro che l’appoggio a Trump esiste da parte di chi da questa presidenza si aspetta vantaggi economici, ma occorrerà aspettare i prossimi mesi per capire se il programma e la politica di Trump siano quelli che lo hanno fatto vincere o sia stato uno specchietto per le allodole per togliersi di mezzo la Clinton e proseguire con gli stessi “attori” ma con un vestito diverso. Ad aprile in Francia si corre per l’Eliseo. Marine Le Pen è in testa ai sondaggi al primo turno. Per bloccarla al ballottaggio è stato messo in campo Macron, dirigente della banca Rothschild, a conferma che per bloccare il Front National non basta più l’intervento della magistratura e le inchieste di Bruxelles. Da noi il Paese si spacca sulla secessione del Veneto, sullo stadio della Roma nella Capitale e sulla vendita della squadra del Palermo ad una cordata straniera. Siamo sempre di più terra di conquista e torna di moda il motto “Franza o Spagna purché se magna”. Allora, visto che lo Stato e la classe politica della Nazione e dei cittadini se ne fregano, e considerato che la stessa Chiesa oggi difende più i clandestini che gli italiani, perché continuare a pagare gabelle e altro? Se non si hanno gli attributi per scendere in piazza, almeno evitiamo di fare la fila in banca come tante pecore al macello.

*(editoriale del numero di marzo de Il Borghese)
 

09 febbraio 2017

Trump e la Dottrina sociale della Chiesa


di Enrico Maria Romano

Molto spesso viene citata o almeno chiamata in causa, negli ambienti più disparati, la Dottrina sociale della Chiesa, per attribuire ad essa tutto e (quasi) il contrario di tutto. Pochi giorni fa il giornalista Francesco Agnoli, dalle colonne della Verità, ha mostrato il distacco tra le posizione cattoliche in materia di società e quelle espresse dal quotidiano di ispirazione cattolica Avvenire. La questione in ballo era il trattamento di Trump, dalla stampa cattolica ufficiale bollato più o meno come eretico, demoniaco e anti-cristiano. Ma il problema in realtà è più generale.

Capita infatti che persone a digiuno di conoscenze elementari di catechismo (come spesso lo sono giornalisti e opinionisti vari) si confondano e prendano lucciole per lanterne, assicurando, magari in buona fede, essere tale dottrina sociale cattolica contro la pena di morte, e a favore dell’immigrazione no limits, contro il principio di autorità, e favorevole alla democrazia quale unico sistema legittimo di governo. Ed altre fandonie del genere. Risulta opportuno proporre i chiarimenti che si impongono, per notare che non pochi membri della Chiesa (cardinali, vescovi, teologi, preti, suore e catechisti) spesso e volentieri hanno una concezione incompleta, parziale o addirittura contraddittoria della dottrina sociale cattolica.

Per cercare di tirar fuori i lettori dagli equivoci, vediamo rapidamente cosa si intende per Dottrina sociale della Chiesa e quali ne sono gli elementi caratterizzanti.

1. La Dottrina sociale della Chiesa non è altro che l’applicazione della dottrina cattolica (in sé e per sé religiosa e morale) nella sfera pubblica, sociale e politica. E’ quindi assurdo dire, come a volte fanno perfino certi teologi e prelati, che tale dottrina sia sorta ex nihilo nel XIX secolo, con la magnifica enciclica Rerum novarum di Leone XIII (1891). Sarebbe come dire che per 1800 anni i cattolici vivessero appartati e non in società, oppure che non avessero tratto nulla dall’insegnamento di Cristo circa l’autorità dello Stato, il dovere della fraternità e della condivisione, il valore anche sociale della famiglia, la liceità della guerra (giusta) e del servizio militare, e tantissime altre cose che si trovano chiaramente e nettamente nei 4 Vangeli. Sia la Bibbia, sia l’insegnamento dei Padri e dottori della Chiesa nei primi secoli ha sempre avuto per oggetto non solo l’uomo singolo davanti a Dio, ma anche, per forza di cose, l’uomo inserito nella società e nella comunità politica. Come dimostra in modo inequivocabile, l’eccellente saggio storico di mons. Umberto Benigni, di rara puntualità teologica e appena ristampato (Storia sociale della Chiesa, 2 volumi, CLS, 2016)
2. La dottrina sociale cattolica non è di per sé una dottrina politica, ed esiste una distinzione pur nella correlazione, tra legge morale e legge civile. La legge morale non è in quanto tale legge dello Stato, ma la legge di un qualunque Stato, per sua natura, dovrebbe seguire al meglio la legge naturale (vietando aborto e divorzio, per esempio). La legge morale, sintetizzata nei 10 comandamenti, è una legge ragionevole, razionale e umanizzante: la Chiesa, ricordandola, aiuta i popoli e i governanti a fondare la società sulla giustizia, il diritto e il bene comune.
3. A volte si sostiene, sia da parte laica sia da parte di cattolici aggiornati e confusi, che la dottrina di fede sarebbe oggettiva, perenne e invariabile, mentre la dottrina morale al contrario sarebbe variabile, ed anzi più o meno opinabile. Certi credono che per essere cristiani si debba necessariamente ammettere il dogma della creazione del mondo da parte di Dio, o della resurrezione di Cristo: dogmi esplicitamente richiamati nel Credo cattolico che si recita alla Messa domenicale. Il che è senz’altro vero. Ma pensano poi, e questo è falso, che in ambito morale non esistano ‘dogmi’ e verità assolute, ma solo consigli e indirizzi pastorali. Così un cattolico potrebbe essere favorevole all’aborto, un altro al matrimonio gay, un terzo all’eutanasia o al principio anarchico secondo cui “la proprietà è un furto” (Prudhon). Ma questo significherebbe ridurre la religione ad un mero elenco di verità astratte, facendo della vita concreta un ambito assolutamente a-morale e soggettivo. Questa posizione evidentemente, benché molto diffusa nel cristianesimo nord-europeo di matrice luterana e nel cattolicesimo post-conciliare, non è accettabile.
4. La Chiesa nella sua dottrina etico-sociale ha condannato come grave omicidio l’aborto, e ovviamente ha sempre dichiarato che l’unico matrimonio valido sia quello tra un uomo e una donna, pur non battezzati (il cosiddetto matrimonio di natura). Nessun teologo o sacerdote, vescovo, pontefice o politico cattolico può e potrà mai variare di uno iota tali dottrine, fondate come sono nella Sacra Scrittura, nella Tradizione e nel Magistero ecclesiastico. Alcuni punti della dottrina morale cattolica sono altresì dei punti fermi della dottrina sociale cattolica e questi, evidentemente, non sono negoziabili.
5. Ci sono poi molti problemi politici e sociali che non toccano direttamente l’ambito morale, e che quindi, logicamente, possono avere risposte diverse e differenziate, e mutevoli in base al contesto culturale. Così le norme che debbono regolare la tassazione dei cittadini, la possibilità e la misura dell’accoglienza dei migranti e degli stranieri, la punizione e la reclusione dei criminali, e molte altre cose non secondarie nella retta gestione della società, possono dar luogo a dibattiti leciti e proficui, senza mai scadere in un relativismo etico né fondativo, né assiomatico.
6. Esattamente 15 anni fa, nel 2002, il cardinal Joseph Ratzinger firmava una preziosa Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica. In essa si condannavano il “pluralismo etico” e il “relativismo culturale”, “come se tutte le possibili concezioni della vita avessero uguale valore” (n. 2). Secondo Ratzinger “la legittima pluralità di opzioni temporali” da parte dei cattolici (n. 3), si arresta dinnanzi alle “esigenze etiche fondamentali e irrinunciabili” (n. 4).
7. Così per esempio se è una verità certa e assoluta che il matrimonio secondo il Vangelo sarà sempre il matrimonio monogamico e indissolubile, l’accoglienza o meno di migranti e profughi di religione mussulmana, dipende da molte circostanze, e non sarà mai oggetto di una affermazione dogmatica assoluta, data una volta per sempre. Potrebbe darsi benissimo, e senza alcuna contraddizione, che l’emigrazione italiana di fine Ottocento sia stato qualcosa di moralmente accettabile, mentre non lo sia più, per le sue caratteristiche e il mutato contesto, l’immigrazione-invasione odierna degli afro-magrebini in Europa. E si capisce bene il perché. Certi comportamenti, come la soppressione del feto o la bestemmia o il suicidio configurano un comportamento negativo e immorale in ogni caso (ex toto genere suo). Non così la guerra, che può essere difensiva (e giusta) o offensiva (e violenta), o la pena di morte del colpevole, pena non illegittima se data al criminale recidivo, ma discutibile se eseguita barbaramente o con leggerezza.
8. La Dottrina sociale della Chiesa, che è assurta da decenni a disciplina universitaria nelle Facoltà di teologia, fa parte integrante della visione cristiana della vita. Nessuno può prendere da essa quello che vuole e rigettare il resto. E nessuno, neppure costituito in autorità, può rendere incerto ciò che è assolutamente certo e definito, o obbligatorio ciò che è contingente e relativo.
9. «Il diritto alla libertà di coscienza e in special modo alla libertà religiosa […] si fonda sulla dignità ontologica della persona umana, e in nessun modo su di una inesistente uguaglianza tra le religioni e tra i sistemi culturali umani» (n. 8). Basta a volte una sola frase, come quella appena citata, per mostrare l’abissale distanza tra due concezione del cattolicesimo che da mezzo secolo si fanno la guerra e di cui solo una però è legittima. E non è certo quella politicamente corretta e promossa dai mass media del Sistema.
 

08 febbraio 2017

Trump e Pence contro l’aborto. Ma Avvenire preferiva Obamacare


di Alessandro Rico

Donald Trump si è insediato solo il 20 gennaio, ma il vento è già cambiato.
Come noto, tra i primi ordini esecutivi del nuovo Presidente c’è stato il blocco dei finanziamenti alle ONG che promuovono l’aborto, incluse Planned Parenthood International e le agenzie ONU, quell’altro carrozzone massonico da sempre in prima linea per caldeggiare il controllo delle nascite. Sebbene le leggi federali proibiscano l’uso del denaro dei contribuenti per finanziare pratiche abortive, l’amministrazione Obama aveva approfittato fin qui di un classico trucco di contabilità, la “fungibilità” dei fondi. In sostanza, bastava destinare generici stanziamenti alle attività mediche di Planned Parenthood, che poi però li impiegava per i suoi delitti. Anche in America, fatta la legge, trovato l’inganno. La Camera dei Rappresentanti, però, ha approvato a larga maggioranza una mozione che prescrive il divieto di finanziamenti per il controllo delle nascite sul territorio nazionale.
Se questo non fosse abbastanza, basti sapere che alla marcia per la vita che si è svolta a Washington il 27 gennaio (in ricordo del 22 gennaio 1973, il giorno in cui la Corte Suprema legalizzò l’aborto), ha partecipato il vice presidente Mike Pence. Cattolico, ma non cattolico come John Podesta, il faccendiere della Clinton demolito dalle rivelazioni di Wikileaks. Un cattolico serio.
Dinanzi a questi successi, forse insperati dopo gli anni di Obama, non si può che manifestare grande soddisfazione e fiducia. La battaglia è ancora lunga, ma le premesse sono ottime. Eppure, da questo cambio di rotta paradossalmente proprio la Chiesa Cattolica rischia di uscire spiazzata.
Tutti ricorderanno il viaggio di papa Francesco negli Stati Uniti. In quell’occasione, il pontefice si lasciò sfuggire dichiarazioni poco lusinghiere nei confronti di Trump, allora candidato alle primarie del Partito Repubblicano, definito senza mezzi termini «non cristiano» per le sue posizioni sull’immigrazione (Francesco non lo nominò esplicitamente, ma era chiaro che il suo monito si riferiva a lui). Si sorvoli pure sul discutibile martellamento sull’accoglienza, uno dei leitmotiv di questo pontificato, ma è indubbio che sul piano dell’etichetta quella sortita fu inopportuna. Forse pure il papa aveva letto i sondaggi, che con un anno di anticipo già avevano incoronato vincitrice la Clinton. Ma oggi, quello scivolone può essere un boomerang, specialmente se gli ambienti ecclesiali non si convincessero a dare credito al nuovo Presidente.
La prima pagina di Avvenire di domenica 22 gennaio (proprio quel giorno in cui ricorreva il nefasto anniversario della sentenza americana sull’aborto) non faceva ben sperare. Il titolo, scritto a caratteri cubitali, recitava: «Trump è di parola. Subito meno salute», in riferimento ai primi provvedimenti per abrogare e rimpiazzare Obamacare, come promesso in campagna elettorale. Insomma, agli ambienti vicini al Vaticano sembra non interessare la svolta pro-life della nuova amministrazione. I principi non negoziabili si sono ridotti al mantra dell’assistenza sanitaria gratuita, che per Obama significava costringere i datori di lavoro a pagare contraccettivi e farmaci abortivi ai dipendenti. Trump e Pence sono in guerra con l’industria della morte, ma ad Avvenire piaceva Obamacare. Così, venerdì 27 il quotidiano della CEI non ha dedicato una riga alla marcia per la vita di Washington, preferendole le «preoccupazioni» della Santa Sede per il muro con il Messico (che esiste dal 1994, quando il Presidente era Bill Clinton e il cui ampliamento fu approvato nel 2006 anche grazie ai voti dei senatori Hillary Clinton e Barack Obama).
Speriamo che anche i cattolici nostrani si facciano provocare dalla realtà. Trump non è il meglio che potessimo desiderare, ma forse è il meglio che possiamo avere. Senza diventarne apologeti, basta seguire il saggio consiglio di San Paolo: «Esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono».
 

07 febbraio 2017

Trump e il muro: potrebbe giovare anche al Messico


di Alessandro Rico
Sulla questione Donald Trump e muro con il Messico c’è innanzitutto un mito da sfatare. Nonostante i giornalisti progressisti che ci catechizzano sulle fake news descrivano la barriera come l’invenzione di un pericoloso xenofobo di estrema destra, quella del muro fu un’idea di Bill Clinton.

La sua costruzione cominciò infatti nel 1994, durante la sua presidenza, su ben tre diversi fronti: in California, sotto l’egida del progetto Gatekeeper, in Texas con la dicitura Hold-the-Line e in Arizona come Safeguard. Ma c’è di più. Nel 2005, un deputato repubblicano della California promosse una mozione per rafforzare ed estendere il muro fino alla lunghezza di 1.123 chilometri. Quando la proposta approdò al Senato per l’approvazione definitiva, tra gli 80 che votarono a favore ci furono persino i senatori Hillary Clinton e Barack Obama. Per scoprire quello che non è certo un segreto di Stato basta una breve ricerca su Google, che forse costa troppa fatica ai grandi nomi del giornalismo, troppo impegnati nella campagna di terrorismo su Trump il razzista.

Certo, a noi europei l’idea di una barriera di separazione evoca ricordi drammatici, come l’immagine di quel muro fatto erigere dalla Ddr per impedire la libera circolazione degli individui tra la zona occidentale di Berlino, sotto protettorato americano, e quella orientale, controllata dal governo filosovietico. Il Muro di Berlino fu simbolo di sofferenze, crudeltà, oppressione e morte. E fu l’emblema di quel lungo periodo di tensioni internazionali coinciso con gli anni della guerra fredda.
Ammesso però che, negli Stati Uniti, il pensiero di un muro lungo il confine non richiami alla mente gli stessi tragici trascorsi, bisogna riconoscere che la trovata di Trump di far finanziare la costruzione dei nuovi tratti allo stesso Messico, attraverso una tassa sulle importazioni, è strategicamente inattaccabile. 

Trump si è presentato da subito come un candidato controcorrente, contrario alla globalizzazione e vicino alle rimostranze della classe media e dei lavoratori, impoveriti dalla concorrenza al ribasso di frontalieri e immigrati più o meno legali. Su questo, la destra sovranista ha un bel vantaggio rispetto alla sinistra à la page degli Occupy Wall Street e dei movimenti no global. In effetti, non si può contestare la globalizzazione dell’economia senza combattere la globalizzazione del mercato del lavoro. Lo strapotere delle multinazionali annienta la piccola e media impresa e favorisce la concentrazione monopolistica; l’immigrazione esercita sui salari una continua pressione verso il basso e genera disoccupazione per i nativi.

Ma se l’obiettivo è quello di combattere l’immigrazione, già solo la minaccia di una misura punitiva nei confronti del Messico può indurre quest’ultimo a contrastare i flussi, affrontando i suoi problemi interni. I dazi danneggerebbero seriamente l’export del Paese centramericano, perché renderebbero necessario un innalzamento dei prezzi dei prodotti distribuiti negli USA e, probabilmente, determinerebbero un conseguente calo delle vendite.

Ciò potrebbe spingere gli attori economici a mettere alle strette il governo, costringendolo a combattere l’emigrazione per convincere gli Stati Uniti ad abbandonare i loro propositi, o almeno a negoziare condizioni più favorevoli.


Comunque andasse, per Trump sarebbe una vittoria. Se il muro si farà e verrà finanziato dai dazi, lui avrà mantenuto una promessa elettorale che, per quanto la cosa possa stupirci, in America riscuote successo da diversi anni a questa parte. Apparirebbe come un Presidente muscolare, capace di ristabilire il predominio americano dopo anni di cedimenti. Se invece ottenesse collaborazione dal Messico, potrebbe vantare di aver imbastito una lotta efficace all’immigrazione e di aver costretto il Messico a preoccuparsi finalmente della sua gente, di quei problemi strutturali che la inducono a cercare fortuna negli Stati Uniti. Perché, non ce lo scordiamo, il primo dei diritti umani dei “migranti” dovrebbe essere proprio quello di non migrare.

Di vivere in un Paese che si occupa dei suoi cittadini e che non cade preda di narcotrafficanti e corruzione, per poi confidare nell’esodo di massa della popolazione. Una prospettiva che, in fondo, non è tanto più utopica del mondo sognato dai progressisti: un mondo senza confini nazionali, di popoli intercambiabili, di società multietniche, multirazziali, multiculturali, che anziché essere più felici e pacifiche, rovinano nell’emarginazione e nella violenza.
 

03 febbraio 2017

Donald Trump e Papa Francesco. Un confronto


di Giovanni Carlini

Donald Trump e il Papa Francesco. In termini sociologici il confronto è particolarmente interessante perchè si studia il cambio di un’era. L’attuale Papa ha rinunciato alle sue posizioni e idee per abbracciare quelle di tutti. Papa Francesco è un perfetto comunicatore. L’ideale come direttore di marketing. Tutto questo la Chiesa lo ha fatto scendendo a patti con i bisogni di quest’era. Concettualmente bellissimo ma disastroso sul piano della continuità nel futuro. Oggi non sappiamo più cosa sia il messaggio religioso. Certo la fede oggi è “ascolto” ma con quali valori? Il Vangelo, in questo papato, è stato ridotto a un’ospedale da campo sotto il fuoco della battaglia. Sicuramente è una strategia vincente sul momento! Ne emerge però una Chiesa confusa che sbanda di cui non si ha certezza.

Esaminando sotto questo punto di vista il confronto tra i 2 statisti è massimo. Papa Francesco ha scelto di perdere la sua identità di valori. Donald Trump ha scelto di lanciare nel Paese dei valori sui quali è stato eletto. 2 mondi completamente opposti. Uno sensibile (troppo) al mondo della comunicazione e al web. L’altro che punta diretto senza esitazione nonostante le critiche. Stabilire chi abbia ragione o torto è veramente sciocco. Qui non esiste chi vince e perde. In realtà o vinciamo tutti o proseguiamo a trovarci nella crisi più acuta.
Assodato che finalmente nella storia abbiamo la scelta tra opposti, cos’è bene per l’Europa 2017? Qui la parola passa agli elettori. La mia personale indicazione è semplice. Immaginandomi naufrago sulla Costa Concordia, avrei preferito un Comandante professionale o un amico simpatico e teso solo a rincuorami? Nei momenti d’incertezza è meglio un interlocutore che ti da ragione o un appiglio certo e sicuro? Quando la nave affonda o sbanda servono ordini certi e sicuri o una benedizione?

http://lnx.giovannicarlini.com/donald-trump-e-papa-francesco-confronti/

 

La rivoluzione conservatrice di Trump passa per il ritorno alle origini della Costituzione


Il Presidente nomina Neil Gorsuch alla Corte Suprema: non conservatore, ma “originalista”

di Alessandro Rico
Per sostituire il giudice Antonin Scalia, morto improvvisamente lo scorso anno, Donald Trump ha scelto Neil Gorsuch, quarantanovenne del Colorado che i giornali italiani si sono affrettati a definire “conservatore”, per le sue posizioni sui temi eticamente sensibili.

In realtà, il conservatorismo di Gorsuch è qualcosa che va ben oltre le sue idee su certe questioni specifiche e, come un filo rosso, lo lega intimamente al predecessore Scalia; il che mostra come la nomina di Trump, che dovrà essere ratificata dal Senato, non sia meramente strategica (scegliere un giudice amico dei repubblicani), ma un atto di indirizzo politico in piena sintonia con quella parte della destra americana distante dai neocon stile Bush, liberaldemocratici, fanatici del capitalismo e imperialisti. Il conservatorismo di Gorsuch è quello dei giuristi cosiddetti “originalisti”.

L’originalismo è una vera e propria dottrina di filosofia del diritto con risvolti sensibili sulla realtà concreta. La sua essenza coincide con il tentativo, da parte del giudice costituzionale, di non frapporre, tra sé e il testo, le categorie di giudizio del proprio tempo, interpretando dunque la Costituzione nella maniera più fedele possibile al dettato originale. Non si tratta di risalire alle intenzioni dei padri costituenti (uno dei due approcci originalisti che oggi è meno in voga), bensì di comprendere che cosa la Costituzione significasse, o come potesse essere intesa da un uomo di lingua inglese nelle circostanze storiche in cui essa fu scritta. È questa la versione dell’originalismo abbracciata e popolarizzata da Scalia, che amava ripetere come il miglior modo per uccidere la Costituzione fosse considerarla “vivente”: essa, al contrario, è un testo “morto”, che va interpretato come se il suo significato si fosse esaurito nel momento in cui è stato scritto e non come se andasse di volta in volta attualizzato.

Si vede bene che l’originalismo è conservatore solo in un senso molto specifico, cioè nella misura in cui ambisce a “conservare” il significato originario del documento costituzionale. Se gli originalisti sono conservatori anche nell’accezione politica, è perché il dettato originario della Costituzione caldeggia chiaramente dei principi oggi associati con la destra: i diritti dell’individuo contro le prevaricazioni del governo, la libertà d’iniziativa economica, certi valori religiosi cristiani con profonde radici culturali nel passato americano. Se gli originalisti dovessero applicare lo stesso ragionamento alla Costituzione italiana, ad esempio, è molto probabile che gli effetti sarebbero diversi, vista l’insistenza della nostra carta costituzionale sui cosiddetti diritti sociali.

Il conservatorismo che Trump vorrebbe inoculare all’interno della Corte Suprema è una sorta di ritorno alle origini, contro le derive che il supremo organo giudiziario statunitense è andato assumendo dall’epoca del New Deal in poi: con la scusa di “attualizzare” la Costituzione, essa è stata stravolta. Nel nome della giustizia sociale è stata intaccata la libertà economica, poi nel nome dei presunti diritti civili sono stati soppressi dei principi morali che trovano largo consenso nella società americana, dalla sacralità della vita all’unicità del matrimonio tra uomo e donna. L’impressione è che, per quanto i progressisti possano protestare, il nuovo Presidente non abbia intenzione di cedere di un passo. E con l’appoggio della Corte Suprema, Trump può andare molto lontano.
 

14 gennaio 2017

L'antitrumpismo come nuova malattia mentale


di Giuliano Guzzo

Gli stilisti che non intendono vestire la nuova first lady e i cantanti, come Il Volo, che cestinano inviti presidenziali per non essere accostati agli «atteggiamenti razzisti e xenofobi» – secondo loro – di Trump, parlano un’unica lingua, che non è quella dei paladini della tolleranza, figuriamoci, bensì del risentimento ideologico. Una lingua non statunitense e neppure da democratici americani – il 57% dei quali, secondo Rasmussen Reports, ora si augura che il nuovo Presidente abbia successo -, ma da rompiballe.

Voglio dire, anime belle, avete appena finito di applaudire uno dei Presidenti Usa più sopravvalutati della storia, un Nobel sulla fiducia che ha: fatto espellere 2,5 milioni di clandestini – una cosa che Salvini si può solo sognare -, bombardato la Libia, supportato in giro per il mondo“ribelli buoni” poi rivelatisi tagliagole, autorizzato 541 attacchi di droni contro presunti obiettivi terroristici (10 volte di più di quanto fece il cattivissimo Bush, che detestavate) e, dulcis in fundo, concluso il mandato alzando la tensione con la potenza russa.

E voi? Eravate silenti oppure ancora in adorazione del vostro idolo. Legittimo, per carità. Il gioco democratico prevede infatti che ciascuno possa sostenere e simpatizzare per chi crede. Osservo solo che se per anni avete pazientemente tollerato tutto questo pandemonio senza fiatare, direi che dovreste quanto meno concedere a Trump, per quanto vi stia lì, il tempo di insediarsi prima di scatenare l’infermo del puritanesimo radical chic. O no? Anche se mi vendo conto che sia l’antitvumpismo, cavo.

https://giulianoguzzo.com/2017/01/07/quanto-e-chic-lantitvumpismo-cavo/