Visualizzazione post con etichetta tradizione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta tradizione. Mostra tutti i post

08 luglio 2025

Traditionis Custodes era una truffa

La Messa in Latino non creava alcun problema alla maggior parte dei vescovi nel mondo e, anzi, il motu Proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI, volto a “liberalizzare” la celebrazione tridentina era apprezzato fra molti prelati.

Questo il vero risultato del sondaggio che Papa Francesco aveva proposto all’episcopato globale per supportare le sue decisioni riguardo la limitazione delle celebrazioni preconciliari. Eppure i risultati andavano in senso nettamente opposto, come spiegato da Diane Montagne,  offrendo uno scenario ben diverso da quello che evidentemente il passato pontefice si aspettava. E dunque, rispettando il principio in voga nella Chiesa dal 1962 in poi, se la realtà non dà ragione alle elucubrazioni del momento, tanto peggio per la realtà.

Effettivamente che ci fosse qualcosa di strano lo avevamo capito sin da subito, perché viviamo quotidianamente la realtà dei gruppi stabili e dei rapporti con le curie, con le quali da anni, a parte qualche caso, ogni belligeranza era sopita. L’episcopato italiano seppur progressista e votato al cupio dissolvi liturgico, sa perfettamente che da queste celebrazioni non deriva alcuna problematica reale. 

Bergoglio dunque ha agito di imperio, manipolando i dati, evidentemente in concerto con i mondi ostili al rito antico, in quanto ostili al messaggio cattolico. Ai tempi di Traditionis Custodes fu abbastanza chiaro che l’input del provvedimento arrivava dal Pontificio Ateneo Sant’Anselmo, l’ateneo che recentemente ha scaricato Andrea Grillo dopo il suo ultimo delirio contro Carlo Acutis. 

Andrea Grillo è uno degli pseudo liturgisti più attivi nella teorizzazione della repressione del Rito Tridentino, in quanto egli propugna una dottrina eucaristica profondamente rivisitata e pericolosamente distante da quella cattolica. La Messa in Latino chiaramente non si presta alla diffusione di queste teorie, purtroppo molto in voga tra i liturgisti moderni (alcuni sono arrivati ad accostare la consacrazione ad un rapporto sessuale, vedete voi…) a loro volta molto in voga durante il descamisado pontificato argentino.

Ora la palla è in mano a Leone XIV, apparentemente non ostile. Preghiamo affinché non solo la Messa di sempre (si la chiamiamo così), ma in generale la liturgia cattolica-romana trovi una nuova primavera. 


 

27 dicembre 2018

Il vero Natale cristiano

di Amicizia San Benedetto Brixia
Vado concludendo la lettura de “Il segreto di Benedetto XVI” (A. Socci, Rizzoli, Milano 2018, pp. 184-185) e mi soffermo su di una considerazione che, alla vigilia del Santo Natale, assume un aroma del tutto unico: “La Madonna, con le apparizioni di Fatima, scende sulla Terra prendendo come interlocutori tre bambini cristiani di un remoto villaggio del Portogallo. La Regina dei profeti entra nella storia del Novecento chiedendo l’aiuto di tre bambini - nientemeno - per salvare l’umanità”. Quindi Socci prosegue citando un brano della sua stessa indagine fatimita: “Così i piccoli e i semplici salvano il mondo, all’insaputa dei giornali, degli intellettuali e delle cancellerie” (Il quarto segreto di Fatima, Rizzoli, Milano 2006, p. 183).

Il mistero del Bambino di Natale non è un mistero di tenerezza, almeno non nel senso morbido dei dolciumi tradizionali, è un mistero di redenzione e di compartecipazione. L’innocenza primordiale del Bambinello ci salva; la purezza dei redenti compartecipa alla salvezza; il cristiano è dunque chiamato a testimoniare quotidianamente questo mistero e a viverlo nella propria carne.

Così si illumina di significato puntuale la successione delle memorie liturgiche dei giorni successivi: la solennità del Santo Natale sfocia nella festa del Protomartire Stefano per poi sostare sulla memoria dei Santi Innocenti martiri.

Non la sdolcinatezza ma la volontà di “ottenere la conversione per i peccatori” che poi significa voler “salvare il mondo” (Ibidem) fonda la realtà dell’Incarnazione e ne detta le condizioni di attualità per chi oggi voglia ancora commemorarla.

Gli altri, coloro che non accettano di essere associati a tale mistero, evidentemente non la commemorano: la consumano. E forse questo è il senso più deteriore del consumismo neo-pagano. Non tanto la frenesia della corsa ai doni - essi, se ben compresi, possono al contrario manifestare, per quanto in superficie, la letizia che scaturisce dalla grotta di Betlemme - quanto l’apostasia dall’imperativo soteriologico (il comandamento amoroso a farci salvatori sulle orme del Salvatore) è ciò che più deve allertare.

E per concludere, in questa luce si comprende la ragione che faceva del tempo di Avvento un periodo di penitenza, meno faticosa di quella quaresimale ma pur sempre esigente, al punto che nei secoli addietro l’Avvento era “designato espressamente e consacrato con la penitenza come una seconda Quaresima, sebbene con minor rigore” (P. Gueranger, L’anno liturgico, vol. 1, Fede e Cultura, Verona 2016, p. 26)

Mi pare che proprio l’Avvento come occasione di penitenza andrebbe recuperato per aiutarci a vivere il Natale come un autentico tempo di Carità, mettendoci in condizione di vivere spiritualmente la tensione amorosa salvifica del Dio Incarnato. In alternativa teniamoci il consumismo dei neo-pagani o la corsa al volontariato post-socialista dei religiosi secolarizzanti: l’uno e l’altro affatto lontani dalla sconvolgente novità di Betlemme!

 

25 ottobre 2018

Papa Francesco e "il cambio di Paradigma"

di Paolo Maria Filipazzi
Dopo cinque anni di pontificato bergogliano, è ormai legittimo iniziare a tracciare un bilancio dell’operato di Papa Francesco. Lo fa con notevole acume Josè Antonio Ureta con il suo “Il «cambio di paradigma» di Papa Francesco. Continuità o rottura nella missione della Chiesa? Bilancio quinquennale del suo pontificato” 
.
L’ Autore analizza del dettaglio tutti i punti di rottura del magistero di Bergoglio con la Tradizione della Chiesa, facendosi interprete delle preoccupazioni che tutto questo suscita, a partire da quelle sulla stessa tenuta unitaria della Sposa di Cristo.

Il primo punto dolente è, secondo Ureta, quello dei principi non negoziabili, che Papa Francesco ha di fatto liquidato nello spazio di un’intervista, per poi contraddistinguersi: per la vicinanza ai demolitori di questi ultimi, come Marco Pannella e Emma Bonino; per avere ospitato in Vaticano, con il pretesto di convegni a tematica ecologista già di per sé molto dubbi, noti promotori della contraccezione e dell’aborto; per la chiusura dell’ Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia e l’affidamento della Pontificia Accademia per la Vita nientemeno che a monsignor Vincenzo Paglia; per aperture perfino all’eutanasia e per il rifiuto di pronunciarsi in passaggi cruciali come l’approvazione della legge Cirinnà, di fatto passata anche grazie al suo silenzio. Il tutto ha avuto l’effetto di mettere in difficoltà i miltanti pro-vita in tutto il mondo, di fatto scaricati.

Si passa poi, al problema della paradossale rivalutazione del marxismo attraverso la riesumazione della Teologia della Liberazione, della cui variante argentina, la Teologia del Popolo, Bergoglio è stato allievo. Si è arrivati così all’organizzazione, da parte del Vaticano, degli Incontri Mondiali dei Movimenti popolari, nel corso dei quali è stato promosso un radicalismo politico spintosi ad aperte apologie della guerriglia e della lotta armata, il tutto sotto gli occhi del Papa, che ha fatto sua l’agenda di questi movimenti. In questo quadro si colloca il sostegno che la Santa Sede ha assicurato al regime di Maduro in Venezuela, sconfessando i vescovi di quel paese, schieratisi con i milioni manifestanti scesi in piazza a protestare contro quel governo e duramente repressi. A questo aspetto si collega anche la dolorosa vicenda dell’accordo con la Cina, con cui il Vaticano ha abbandonato al loro destino schiere di cristiani e sacerdoti perseguitati dal regime comunista di Pechino.

Si analizza successivamente l’adesione, manifestata con la discutibile enciclica Laudato sì, all’ideologia ecologista dell’ ONU, con la correlata adesione a teorie parascientifiche non provate, che hanno però legittimato la promozione, da parte del Papa, di stili di vita improntati ad un pauperismo radicale di utopie indigeniste in realtà dannose per gli stessi poveri; a inquietanti progetti di governo mondiale; e ad un’ambigua spiritualità neo-pagana e panteista, culminata nella proiezione, sulla facciata della basilica di San Pietro, dello spettacolo di dubbio gusto Fiat Lux.

Si passa, a questo punto, al martellamento in materia di immigrazione cui da anni il Papa ci sta ossessivamente sottoponendo, alla sua idealizzazione di un Islam pacifico e non violento che sta in realtà aprendo le porte ad una futura invasione, ed alla correlata reticenza a condannare la violenza fondamentalista, anche qui abbandonando a se stessi i cristiani perseguitati del Medio Oriente.

Vi è, al culmine di tutto, la svolta relativista in materia teologica e morale, con la rivalutazione di Lutero, la propaganda omosessuale svolta da alcuni fedelissimi quali James Martin, ed il caso emblematico di Amoris Laetitia e del percorso sinodale che lo ha preceduto, di cui l’Autore ricostruisce meticolosamente tutte le successive forzature.

Il risultato di tutto questo è, spiega l'autore,  con il ralliement alla modernità gnostica e anticristiana, un’esasperazione fino al parossismo del processo di autodemolizione della Chiesa già denunciato da Paolo VI, di cui il Papa viene ripagato con il plauso dei poteri mondani.

A questo punto si pone la domanda sul da farsi. Nella parte conclusiva del libro l’Autore è molto chiaro: come insegnato dalla Costituzione Pastor Aeternus, lo Spirito Santo non è stato promesso ai successori di Pietro per rivelare una nuova dottrina, ma per custodire con scrupolo il deposito della fede. In tale prospettiva, è sicuramente lecito sospendere prudenzialmente l’assenso e persino resistere pubblicamente agli insegnamenti errati, come del resto fece già San Paolo di Tarso, e come confermato da autorevoli autori fra cui San Tommaso d’Aquino e San Roberto Bellarmino. Tale resistenza diventa addirittura doverosa quando gli insegnamenti errati mettono a repentaglio il bene comune.

Ugualmente chiaro è l’Autore a proposito delle prospettive di scisma da più parti ventilate: “nella confusione attuale che rischia di aggravarsi in un futuro non lontano, una cosa è certa: che i cattolici fedeli al loro battesimo giammai prenderanno l’iniziativa di rompere il sacro legame di amore, venerazione ed obbedienza che li unisce al successore di Pietro e ai successori degli Apostoli, anche se questi ultimi potessero eventualmente opprimere le loro coscienze e auto demolire la Chiesa. Se, abusando del loro potere e cercando di forzarli ad accettare i loro traviamenti, tali prelati venissero a condannarli a causa della loro posizione di fedeltà al Vangelo e di resistenza all’autorità, saranno questi pastori e non i cattolici fedeli i responsabili della rottura e delle sue conseguenza davanti a Dio, alla Chiesa e alla Storia, così come accadde a San Atanasio, vittima di un abuso di potere, tuttavia stella nel firmamento della Chiesa”.

Acquistabile su Amazon

 

09 maggio 2018

Met Gala. Se il New York Times invoca la Chiesa tridentina

L'esibizione mondana di abiti e costumi ispirati ai paramenti sacri, andata in onda al Met Gala con la collaborazione di alcuni alti prelati, ha suscitato alcune critiche da parte del mondo cattolico. Questa cafonata in effetti è stata, nei fatti, una vera e propria banalizzazione del sacro e della simbologia liturgica cristiana, condita da venature di blasfemia, con una dimenticabile Rihanna vestita da papessa mezza nuda e alcuni utilizzi decisamente fuori luogo delle simbologie mariane. C'è però un però, come si suol dire.
Al Met Gala la simbologia cattolica "ispiratrice" che più ha fatto notizia non è quella attuale e post conciliare, ma quella tradizionale e tridentina. Sembra che il mondo moderno sia in qualche modo incuriosito da qualcosa che probabilmente percepisce come andato perduto, mentre ignora i paramenti liturgici formato accappatoio spacciati per casule, per giunta acrilici. Un fenomeno di costume, certo, ma indicatore del fatto che la retorica pauperista e fautrice del brutto, in ambito liturgico non ha grande fondamento.
L'abito di Rihanna ad esempio aveva un valore di decine di migliaia di dollari, molti per un vestito che non verrà mai più utilizzato, ciò però non crea scandalo. Perché dovrebbe invece sconcertare una pianeta, che magari costa anche 2 mila euro, ma poi viene utilizzata per 20 anni? 
Non sembriamo gli unici a fare simili ragionamenti. Di seguito traduciamo un pezzo del New York Times, scritto da Ross Douthat. (link)
Ricordiamo che weird è un termine inglese traducibile in vari modi, tutti richiamanti il mistero, il suggestivo e il soprannaturale. Dunque potremmo tradurre il titolo seguente con "Facciamo tornare soprannaturale il cattolicesimo". 
Nota: Per contestualizzare, ricordiamo che in Francia ai primi del  '900 era in corso una restaurazione gregoriana, avviata dal Servo di Dio Dom Prosper Gueranger a metà '800, dopo il progressivo abbandono delle liturgie gallicane. Inoltre era in corso un forte scontro fra Stato e Chiesa.
(A cura di Francesco Filipazzi)

Make Catholicism Weird Again

Nel 1904, durante un dibattito in Francia riguardo il sequestro dei beni della Chiesa da parte del governo anticlericale, un giovane Marcel Proust scrisse un saggio per "Le Figaro", invitando i lettori ad immaginare un futuro nel quale la Chiesa Cattolica fosse svanita completamente dalla memoria della sua nazione, lasciando solo le vestigia delle cattedrali francesi come suoi monumenti storici.
Poi immaginò che le élite colte di una qualche Francia futura riscoprissero i testi e i canti e le rubriche della liturgia cattolica, e in uno spasmo di estetismo estasiato, ripristinassero le cattedrali e addestrassero gli attori a ricreare la Messa di Rito Tridentino. Nella sua visione, come i devoti di Wagner facevano il pellegrinaggio, "carovane di snob  si dirigono verso [...] Amiens, Chartres, Bourges, Laon, Reims, Rouen, Parigi" e all'interno delle chiese gotiche francesi "sperimentano la sensazione che un tempo cercavano a Bayreuth [...] godendosi un'opera d'arte nell'ambientazione che era stata costruita per questo".
Ma ovviamente, la liturgia cattolica ricostruita e l'estetica cattolica rivitalizzata, non sarebbero mai quelle reali. Gli attori potrebbero conoscere i loro ruoli e il fumo dell'incenso sarebbe denso, ma i partecipanti potrebbero "essere solo dilettanti curiosi; per quanto provino, lo spirito dei tempi passati non dimora presso di loro".

Guardando il bellissimo e blasfemo spettacolo del Met Gala di lunedì notte, dove una parata di celebrità e modaioli si aggirava in costumi ispirati dall'estetica del Cattolicesimo, mentre una grande varietà di oggetti cattolici veri, dai paramenti alle tiare, venivano esposti in una mostra del Met intitolata " Heavenly Bodies: Fashion and the Catholic Imagination"  torna in mente il saggio di Proust, tradotto più tardi dai Cattolici tradizionalisti.
Come le carovane di snob di Proust assistevano a performance liturgiche, i convenuti al Met stavano tributando un omaggio culturale alle ricchezze estetiche della Chiesa di Roma - quando ovviamente non le stavano eccitando per impressionare. Ma lo spettacolo non era esattamente quello della profezia di Proust materializzata, perché diversamente dal suo esperimento mentale, il Cattolicesimo oggi rimane una fede viva - indebolita ma certo non scomparsa, con un rapporto complicato con le proprie tradizioni, come quello di ogni curatore di un museo cattolico decaduto o come una celebrità che si traveste da Vergine di Orleans.

Questa complicazione è evidente nella reazione cattolica al Met Gala stesso, che è consistita in una benedizione istituzionale dello spettacolo - non solo con il cardinale Timothy Dolan che apriva la mostra del museo, ma con il Coro della Cappella Sistina che si esibiva per gli snob e le celebrità la sera - seguita da una furibonda reazione cattolica sui social media, contro le varie empietà della serata. Quando una fede vivente viene trattata come un pezzo da museo, è difficile per i suoi aderenti sapere se interpreta il momento come un'opportunità di sensibilizzazione o  un oltraggio.

Ma la complessità è molto più profonda, perché  per quanto parte della profezia proustiana si sia avverata, nel momento in cui elementi della tradizione cattolica si sono trasformati in curiosità arcaiche da riscoprire da esteti e indossati oscenamente da Rihanna, le scelte fatte dai capi della Chiesa stessa hanno svolto un ruolo altrettanto importante quanto l'anticlericalismo dell'era di Proust.

Fu la leadership della Chiesa a decidere, negli anni che seguirono il Concilio Vaticano II, che l'attaccamento alla Chiesa come cultura era diventato un impedimento alla missione di predicare il Vangelo nel mondo moderno. È stata la leadership ad abbracciare un approccio diverso, in cui il cristianesimo cattolico avrebbe cercato di entrare più pienamente nella cultura moderna, adottando i suoi stili e le sue abitudini: l'architettura ecclesiastica modernista e persino "brutalista", l'abbigliamento casual, la musica per chitarra, l'influenza suburbana e protestante, ecc. - per trasformarlo efficacemente dall'interno. Fu la dirigenza a decidere che gran parte di ciò che Proust dipingeva come gloria culturale del Cattolicesimo - soprattutto la Messa antica, ma anche una moltitudine di usi, costumi e rituali - doveva essere ritirato per raggiungere le persone in un'età più disincantata.
Questa idea non era affatto assurda in teoria; dai tempi dell'Impero Romano attraverso gli sforzi missionari, il Cristianesimo aveva spesso avanzato tramite l'inculturazione, importando un messaggio religioso coerente nelle varie forme culturali.

Ma il tentativo del cattolicesimo di fare lo stesso con la cultura moderna dagli anni '60 sembra aver fallito. La cultura secolare accolse la protestantizzazione e la demistificazione [demystification, rimozione del mistero NDR] della Chiesa e persino la secolarizzazione, elogiò i vescovi e i teologi che la inseguirono, e quindi semplicemente intascò le concessioni e ignorò le idee religiose che tali concessioni avrebbero dovuto avanzare. Nel frattempo, quello stesso mondo secolare manteneva una fascinazione costante, da "L'esorcista" fino al Met Gala, per tutte le parti più strane del cattolicesimo che erano presumibilmente un ostacolo alla conversione della modernità.

Questo fallimento, e il modo in cui i cattolici dovrebbero interpretarlo, contribuisce a inquadrare i dibattiti sulla Chiesa nell'età di Papa Francesco. Una teoria è che le prove degli ultimi 50 anni suggeriscano che la cultura moderna è intrinsecamente anti-religiosa o anticattolica in modo permanente, il che significa che il tentativo di adottare le sue forme culturali e "accompagnare" i suoi abitanti finirà inevitabilmente per dissolvere la Chiesa stessa.

Quindi l'unico approccio plausibile per il cattolicesimo è quello di offrire sé stesso, non come una cappellania nel liberalismo moderno, ma come una cultura totalmente alternativa e a sé stante - che reclami l'eredità esposta al Met, si glorifichi nel suo essere misterioso e soprannaturale e respinga sia gli accomodamenti che le alleanze intralcianti (comprese quelle che i cattolici conservatori hanno stretto con movimenti politici di destra).

L'altro punto di vista è che in realtà l'inculturazione non è andata abbastanza lontano, che la Chiesa potrebbe aver cambiato la sua liturgia e i suoi costumi, ma è ancora frenata dai suoi dogmi astratti e dai suoi aridi legalismi, e un ultimo balzo nella modernità, un rinnovato impegno per l'accompagnamento, la comprensione e l'adattamento, è necessario perché la Chiesa ottenga ciò che cercava quando ha iniziato il suo grande progetto di demistificazione 50 anni fa.

Come pontefice, Francesco è stato su entrambi i lati di questi dibattiti. Il radicalismo della sua visione economica ed ecologica, spesso descritta come semplicemente "liberal", rappresenta in realtà una sorta di pessimismo di sinistra che indubbiamente rimanda alle faticose critiche della modernità emesse dai papi del 19 ° secolo. E a volte questo radicalismo è stato eguagliato dalla sua volontà di unirsi ai membri conservatori del suo gregge nella guerra culturale, come recentemente accaduto nel caso di Alfie Evans in Inghilterra, dove il papa è finito in un conflitto pubblico con i cattolici più culturalmente accomodanti, sulla scelta di fidarsi dei medici e privare un bambino con danni cerebrali dell'ossigenazione, perché la sua vita è stata giudicata non più sostenibile.

Ma solo a volte. Su molti altri fronti, l'era di Francesco è stata una primavera per l'accomodamento e l'inculturazione, e specialmente per il cattolicesimo tedesco secolarizzante e protestante che ha contribuito a forgiare la rivoluzione originale degli anni '60, e i cui leader credono che solo la modernizzazione potrà riempire le loro chiese vuote.
Sotto l'influenza tedesca, ma con l'implicita benedizione del papa, le regole cattoliche sul divorzio e ora forse l'intercomunione potrebbero unirsi alla Messa in latino e ai venerdì senza carne, sull'altare dei sacrifici alla cultura del mondo moderno.

Nel frattempo, nel caso dello stile opulento della moda cattolica in mostra al Met Gala, è molto chiaro dove si trova Francesco. Come sottolinea Tara Isabella Burton in un intelligente pezzo per Vox, sono gli avversari tradizionalisti del papa che sono più propensi a indossare il tipo di abito "celeste" che viene celebrato e imitato al Met - mentre dalla sua semplice scelta di vestiti alle sue costanti frecciate verso i chierici vestiti troppo riccamente e di inclinazione tradizionalista, il papa crede che il cattolicesimo barocco appartenga ad un museo o ad un gala di costume, e che il futuro della Chiesa sta nel semplice, nel casual, nell'austero e spoglio.

Per questo, per quanto riguarda le sue innovazioni che scuotono la dottrina, Francesco ha conquistato l'ammirazione della stampa. Ma come con l'ultima ondata della rivoluzione cattolica, ci sono poche prove che il progetto di modernizzazione renda moderno il cattolicesimo. (I dati più recenti di Gallup, ad esempio, mostrano che la frequenza delle messe americane è diminuita più rapidamente nell'era di Francis).

Invece, la ricerca di un accomodamento sembra incoraggiare i moderni a dividere la percezione di ciò che il cattolicesimo rappresenta in due parti: da una parte una Chiesa antica che è spaventosa e affascinante in egual misura, dall'altra una nuova Chiesa che è un po' più gradita ma molto più facilmente ignorata.
Francesco e altri aspiranti modernizzatori hanno ragione, e hanno sempre avuto ragione, che il cristianesimo cattolico non dovrebbe reggersi  sulla paura. Ma una religione che afferma di essere divinamente fondata non può persuadere senza molto fascino, e più tutto ciò è stato abbandonato, consegnato al museo, più  il cattolicesimo occidentale ha tracciato il suo lento declino.
Qui il Met Gala dovrebbe offrire alla fede da cui ha tratto il tema, un po' di ispirazione. La via da seguire per la Chiesa cattolica nel mondo moderno è straordinariamente incerta. Ma non c'è un percorso plausibile che non coinvolga buona parte di ciò che è stato mostrato, rubato e bestemmiato nella città di New York lunedì sera, ciò che un tempo rendeva il cattolicesimo sia grande che strano. Potrebbe ancora essere entrambe le cose.


 

17 gennaio 2018

Dove vola l'aquila rossa

Ovvero: il paradosso del Tirolo del sud


«La birra senza schiuma è come una signora senza ornamenti» 
Proverbio tirolese

Fuochi del sacro cuore in Tirolo
di Matteo Donadoni
Per la correttezza storica dovrei forse parlare di Mitteltirol, perché il Tirolo del sud tecnicamente è la regione geografica oggi chiamata Trentino (in teoria la regione, abitata da più gruppi linguistici, è sempre Tirolo: da Kufstein a Borghetto). Ma dato che l’alto corso dell’Adige viene oggi denominato Südtirol (da Deutsch-Südtirol), ho scelto così, con buona pace degli irredentisti, sui quali non mi dilungo, limitandomi a riportare una riflessione di un giornalista, nemmeno dei miei preferiti: «è certo che a Trento irredentisti non ce ne sono, o se ci sono non si addimostrano apertamente tali, né del resto potrebbero costituire, data l’esiguità del loro numero, un’associazione qualsiasi. Irredentismo e irredentisti non esistono nel Trentino a meno che non si voglia far passare per irredentismo le sassaiole contro il grifo della birreria Forst (grifo del resto permesso e autorizzato dal Comune) … Ma uno studio sul luogo, ma un sufficiente lungo contatto coi trentini, basta per sfatare le leggende irredentiste. … L’alta borghesia accetta l’Austria … La popolazione rurale è austriacante» (Benito Mussolini, 1911). Non voglio nemmeno affrontare le polemiche pretestuose sulla doppia cittadinanza. Voglio, però, solamente portare questa mia testimonianza di fede, amicizia e sentimento, a tutti quegli Italiani (Welsch o meno) che in Tirolo non hanno mai messo piede, o che ce l’hanno messo, ma magari hanno lasciato a casa la testa.

Il Tirolo è un paradosso e, come tutti i paradossi, ha sempre un certo sapore cattolico, perciò o lo ami o lo odi. Io lo amo.

Lo amo non solo per i ricordi delle prime vacanze senza genitori, non solo per il pane nero che prese forma fisica per la prima volta fra le mie mani materializzando i discorsi della nonna, non solo per i crauti, il profumo di cirmolo e di finferli o il gusto erboso della grappa, ma per la bellezza stupefacente dei dolci altopiani e delle rosee vette dolomitiche, e di gran lunga per l’integrità di un popolo. In pochi posti come in Tirolo un uomo si sente veramente a casa. E quando se ne va gli può capitare di commuoversi al commiato, come è successo a noi quando abbiamo salutato Monica, Walter e i loro quattro figli, l’ultima volta. Non perché ci sia chissà quale rapporto di amicizia, ma perché quando si parte, si saluta un mondo. Monica e Walter ci hanno aperto la loro casa, ci hanno invitati al loro desco e perfino serviti, con i gesti di un tempo che non passa, con semplicità e umiltà, con sincerità. Quanto manca la sincerità nelle nostre città supertecnolgiche in cui tutti noi siamo indaffarati nella sclerotica attività di liberare la gente dal peso della nostra cultura. Certo, per molti di noi è difficile capire i Tirolesi, non dobbiamo stupirci, le nostre scuole ci sfornano come pagnottine tutte uguali e superstiziose. Siamo superstiziosi convinti su temi fondamentali come evoluzionismo e divorzio, ma la superstizione principale è quella espressa da un certo cannibalismo culturale stigmatizzato dal pensatore inglese Roger Scruton: «È una delle superstizioni più profondamente radicate della nostra epoca che lo scopo dell’istruzione consista nell’apportare benefici a chi la riceve». Invece l’istruzione serve a conservare il sapere, la cultura. La prima preoccupazione del vero insegnante è quella di conservare il sapere trasmettendolo ad una mente che vivrà più a lungo di lui. Ciò vale per tutte le forme di sapere, dal sapere cosa sentire, al sapere fare. Compito dell’istruzione è conservare il saper comune anche assicurando la trasmissione delle abilità acquisite (perciò l’industria è una pratica incivile disumanizzante). In tutto ciò il Tirolo è un paradosso, è un mondo che tenta di resistere cristallizzato nel tempo, è un tempio che conserva. Storicamente lo ha dimostrato l’insorgenza guidata dall’eroe locale Andreas Hofer contro Napoleone, ma soprattutto contro le balorde idee rivoluzionarie veicolate dall’esercito francese.

Un paradosso conservatore. La sua gente cerca le moderne comodità, certo, come la mungitrice automatica, le stalle tecnologiche, e il robot da cucina, ma allo stesso tempo conserva ciò che conta: il maso (ted. Bauernhof). Come il sistema economico da esso generato, un circuito in grado di oltrepassare il peso dei secoli, delle guerre e della peste, questo termine in sé racchiude tutto, fede, tradizione, sentimento e sangue. Le tradizioni lassù le vedi. Le puoi vedere nei bambini che vanno di porta in porta in abito tradizionale a cantare e suonare gli auguri per le feste in cambio di qualche moneta. Così, quando tuo figlio vedendoli ti chiede come mai noi non abbiamo abiti tradizionali, assapori l’esperienza frigida di restare come un vitello di marmo coperto di rugiada fredda.

Dal punto di vista alimentare il maso è un sistema economico autarchico e autosufficiente. La buona minestra di farro, il maiale, il manzo, i crauti fermentati, il vino: sulla tavola di Monica ogni cosa era autoprodotta. Saper fare. Suo marito Walter nel tempo libero ripara recinzioni, costruisce mobili e porte, lavora il legno. Saper fare. La stessa famiglia occupa il maso per molte generazioni ed esso viene ogni volta ristrutturato secondo secolari canoni estetici e se vi si trova, ad esempio, una stube della fine del’700, nessuno si sognerà mai di demolirla per comprarne una moderna. Saper conservare. Se non è tradizione questa… Ovviamente tutto ciò ha un prezzo, questo ménage significa sacrificio in vista di un fine maggiore: conservare e tramandare. Zero ferie. Ripeto: mai stati in ferie.

Con i contadini a me piace parlar di vacche. Quando ho raccontato a Walter, allevatore di grigio- alpine e bruno-alpine, della provenienza contadina della mia famiglia e della sua fine, subito la sua apprensiva domanda è stata: «e adesso chi cura il maso?». Non ho avuto cuore di dirgli che non abbiamo masi da noi. La domanda, ingenua quanto profonda, conteneva la risposta. Con mio non lieve dolore. Questo particolare rivela tutta la mentalità conservativa tirolese.
Con gli uomini a me piace anche parlar di fede. A cena, nel salotto buono, abbiamo capito cosa significa per loro il crocifisso sulla parete. Niente a che vedere con i nostri affarini fatti per non disturbare l’arredamento, un crocifisso di novanta centimetri, scolpito a mano, per loro può andar bene. Così, informandomi per trovare una Messa decorosa, magari in tedesco - apposta tanto per esser sicuri di non capire l’omelia -, salta fuori che il mio ospite non sa se in zona vi siano liturgie tradizionali, perché va alla Messa “welsch”. E Ride. Poi mi spiega che da quelle parti quando uno non frequenta la Messa dice, scherzando, così. La Messa “welsch” è la messa in italiano.

Cosa significa Welsch? Dopo una ricerca veloce salta fuori che il termine deriva dal nome dei Volcae celtici - i Volci per chi non ha letto Cesare. Questo popolo gallico viveva dalla Turingia fino al Reno e fu il primo popolo, insieme ai Boi, a subire la pressione Germanica all’inizio del III sec. a. C e ad emigrare. Più tardi i Volcae (come tutti i Celti, tranne gli Scoti) sono stati romanizzati, però per i popoli germanici sono sempre rimasti i “Welschen” che parlavano una lingua diversa dalla loro. Da notare che i Fiamminghi chiamano i Valloni “Wals”, gli Inglesi i Gallesi “Walsh” e gli Svizzeri chiamano la Svizzera francese “Welschschweiz”. Per i Tirolesi tedeschi la parte italiana del Tirolo è “Welschtirol”, che infatti è più antico di “Trentino” – per inciso, Dante lo chiama “Tiralli” (Inf. XX 61-63) –. Welsch non ha un senso dispregiativo o negativo, indica semplicemente che per loro, inconsciamente, siamo ancora Celti. 

«Welsch < althochdeutsch „walisch“ < altogermanico „walhoz“».

Se mantenere un concetto linguistico tanto a lungo (e in luoghi tanto lontani) non è conservatorismo, non so cosa lo sia. E questo è solo un motivo ulteriore per argomentare il paradosso del Tirolo del sud, ovvero un naturale bacino di voti di destra, anzi, un pieno totale di voti conservatori, che solo per decennale insipienza della destra italiana finisce nel catino della sinistra. E i voti a sinistra sono come la birra senza schiuma.

Basterebbe levarsi le lenti dell’ideologia e, nel tempo di uno “yodel”, guadagnare un mondo non solo politico, ma culturalmente alleato nella lotta mortale contro la palestinizzazione dell’Europa.


Iscrivetevi alla nostra newsletter settimanale, che conterrà una rassegna dei nostri articoli.  

 

07 dicembre 2017

Cinque tramonti


di Aurelio Porfiri

Nella situazione complessa e difficile in cui ci troviamo ad agire oggi, intra ed extra ecclesiam, non può sorprenderci che ci si trovi a convergere più che spesso con pensatori che non si professano cattolici ma il cui pensiero ci offre più di un elemento utile anche per meglio articolare la nostra battaglia all'interno del cattolicesimo. In questi giorni di politically correct sfrenato, quante volte ci è utile ascoltare un Vittorio Sgarbi, un Diego Fusaro, un Vittorio Feltri e molti altri, che con coraggio cercano di scardinare i catenacci del pensiero unico per liberare il nostro pensiero dalle catene della paura. Uno dei pensatori più importanti in questo senso è senza dubbio il filosofo Marcello Veneziani, attivo anche nel campo giornalistico, ma soprattutto autore di alcuni saggi fondamentali nella elaborazione di una via italiana ad un pensiero che ancora dà importanza alla Tradizione, all'identità, ad un senso della storia che sia al di fuori dalla narrativa che una certa cultura cerca di imporci. Quindi, ogni suo nuovo libro è certamente un avvenimento e lo è certamente anche "Tramonti. Un mondo finisce e un altro non inizia" (2017, Giubilei Regnani), presentato a Roma il 7 Novembre presso il Pio Sodalizio dei Piceni con interventi dell'autore stesso, di Fausto Bertinotti e di Dino Cofrancesco, con la moderazione di Daniele Scalea.
Un libro importante dicevamo, in cui l'autore rileva che "siamo dinnanzi al collasso della modernità e al tramonto di cinque mondi": comunismo, occidente, cristianità, destra e democrazia. Ma, nota l'autore, a fronte di questo sfaldamento non sorge un mondo nuovo. Quindi, diremmo, ci troviamo in questa sorta di "terra di mezzo", gravida di qualcosa a cui non sappiamo dare un nome.
Molto bello il primo capitolo, quello sul comunismo e sulla sua caduta - o per meglio dire trasformazione -, un capitolo assolutamente da leggere non solo per leggere gli scenari politici e sociologici che oggi viviamo, ma anche per capire i cambi paradigmatici in seno alla religione cattolica stessa. Come non pensare anche a un certo cattolicesimo quando Veneziani ci spiega la genesi e lo sviluppo del politically correct? "L'eredità ideologica del comunismo è nel passaggio dal Pc al Pc, ossia dal Partito Comunista al Politically Correct, che è il nuovo PC del nostro tempo, il nuovo canone ideologico e il nuovo codice lessicale a cui attenersi per dividere il mondo tra chi rappresenta la parte giusta e progressiva dell'umanità e chi invece ne rappresenta la parte infame e regressiva". Molto interessante e pregna anche la parte dedicata al cristianesimo, una parte che si estende per ben 62 pagine e in cui l'autore si confronta, con cognizione di causa pur se da osservatore - in un certo qual modo - esterno, con l'eredità di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI (molto intense e sentite, anche originali, le pagine dedicate a quest'ultimo) e certamente affronta anche le problematiche e le sfide che vengono portate dal recente pontificato.
Insomma, un altro libro che offre un contributo di idee interessante da parte del pensatore di Bisceglie; e senz'altro un testo da leggere, anche per cattolici consapevoli (ma poco adulti), con grande attenzione.



Iscrivetevi alla nostra newsletter settimanale, che conterrà una rassegna dei nostri articoli.

 

27 agosto 2017

Pellegrinaggio ad Aquileia

Riceviamo  e rilanciamo.

La Compagnia di Sant’Antonio, un gruppo di fedeli veneti e friulani, con la collaborazione della Società Internazionale Tommaso d’Aquino sez. FVG e del Circolo Culturale Cornelio Fabro, e con l’aiuto di alcuni sacerdoti, ha organizzato un pellegrinaggio dedicato alla Madonna nell’ambito delle celebrazioni in occasione del centenario delle apparizioni di Fatima.
Il pellegrinaggio intende onorare la Beatissima Vergine Maria e supplicarLa particolarmente affinché la Fede autentica sia conservata, rinvigorita e diffusa nelle terre venete e friulane, di antichissima tradizione cattolica. Dove la fede ha animato la cultura, il costume e le istituzioni della civiltà cristiana. Retaggio prezioso per la stessa sostanza dell’ordine civile, dei legami sociali e della stessa libertà comune. Senza cui questi neppure sarebbero sottratti alla disgregazione proveniente dalla secolarizzazione e dalle diverse forme del laicismo contemporaneo.

Questo cammino di devozione mariana si terrà il 23 settembre prossimo, festa di San Pio da Petralcina, partendo da Cervignano del Friuli fino alla basilica di Santa Maria Assunta in Aquileia. Aquileia è un luogo simbolo della fede friulana e veneta. Qui trova origine la sua tradizione marciana. Da qui si vuole far partire un pellegrinaggio spirituale, che, anche attraverso altre iniziative future, religiose e culturali, possa permettere di rinnovare la nostra fede, rafforzarla, testimoniarla e irradiarla.

Il pellegrinaggio è aperto a tutti. Si auspica la partecipazione di fedeli accompagnati dai loro sacerdoti. Sono ben accolti i simboli della fede cristiana. In quest'ora quando sono minacciati gli stessi principi fondamentali dell’ordine morale e civile, nonché la stessa possibilità di espressione pubblica della fede, il pellegrinaggio intende, altresì, indicare i segni che ne testimoniano la realtà viva e vitale. Si partirà dalla stazione ferroviaria di Cervignano del Friuli alle ore 08, 30. Chi non riuscirà ad arrivare a Cervignano per tale orario potrà ricongiungersi al gruppo in località Terzo d’Aquileia, alle ore 09, 30 (l’autolinea SAF parte dalla stazione di Cervignano e in pochi minuti arriva a Terzo d’Aquileia).

L’arrivo alla basilica di Aquileia è previsto per le ore 10, 30. Seguiranno la venerazione delle reliquie dei Santi Martiri aquileiesi nella cripta della basilica e la Santa Messa in rito romano antico. Saranno anche disponibili dei sacerdoti per le confessioni. Sarà possibile pranzare insieme presso l’hotel “i Patriarchi”, vicino alla basilica, previa prenotazione (compagniasantantonio@libero.it - oppure 3473961396 Antonio. Menù friulano al costo di €16.). C’è anche la possibilità di consumare un pranzo al sacco in luogo coperto. Nel pomeriggio si terranno due conferenze di formazione cattolica presso la sede parrocchiale (sala Romana).
 

02 agosto 2017

Caro Giuliano Ferrara, ecco perché l’incontro cattolici-protestanti resta impossibile


di Alfredo Incollingo

Giuliano Ferrara elogia, sul “Foglio” del 25 luglio scorso, una possibile intesa tra cattolici e protestanti, recensendo l’ultimo volume del vescovo di Chieti – Vasto, Bruno Forte. Al di là dei propositi e delle buone intenzioni, al lettore più attento non possono non sfuggire le incolmabili differenze tra il cristianesimo cattolico e quello protestante. Ci sono punti dottrinali e interpretazioni contrapposte, che difficilmente posso trovare un punto di conciliazione. E’ bene quindi ricapitolare brevemente le differenze maggiori per capire la totale contrapposizione tra il cattolicesimo e Martin Lutero.

Il papa è l’Anticristo?

La Chiesa Cattolica fonda se stessa sul “Primato Romano” e sulla “Successione apostolica”, oltreché prima di tutto su Cristo. Da Gesù discende non solo la “Parola”, ma anche il “papa”, che è il Suo vicario terreno, che regge e guida la comunità dei fedeli. San Pietro fu il primo “romano pontefice”, come volle Cristo, e per due millenni gli uomini hanno tramandato questo ufficio sacerdotale. Il papa è la guida spirituale dei cattolici, colui che “ex cathedra” proclama dogmi, o insegna e difende il Magistero e la Tradizione: vuol dire che dà l’esatta lettura del Vangelo, seguendo pedissequamente le parole di Gesù. Martin Lutero al contrario, riscontrando l’oggettiva corruzione nella Roma del Cinquecento, definisce il papato un’impostura, nonostante il mandato di Cristo. Il papa è l’Anticristo o, quanto meno, un prodotto umano che turba l’esatta lettura delle Scritture. Il fedele deve leggere da sé i testi e incontrare così, da solo, Dio. Di conseguenza la Chiesa e la dottrina cattolica (Sacramenti, teologia…) sono meri prodotti umani, da riformare completamente. La Riforma protestante ebbe una ricaduta gravosa per le sorti europee: si perse l’unità spirituale, quella culturale e politica (tra alti e bassi). Fu una tragedia per il Continente e per il cattolicesimo. Oggi, nonostante la volontà di vincere il secolarismo, la conciliazione è ancora difficile, se non impossibile, per via di questa sostanziale divergenza tra la Chiesa cattolica e quelle protestanti.

Sola fede, e le opere?

L’uomo si salva per la sola fede o anche grazie alle opere? Martin Lutero era un monaco agostiniano e un attento studioso del vescovo di Ippona. Naturalmente rimase fortemente influenzato dalla prospettiva "fideista" di questo Dottore della Chiesa Cattolica. Si sa però che la lettura di un solo Dottore o Padre della Chiesa Cattolica potrebbe sviare la piena comprensione del cattolicesimo: ogni grande teologo ha affrontato singoli problemi dottrinali (soprattutto in occasione di sconti teologici con eretici a lui coevi); pochi, come San Tommaso d’Aquino, hanno tentato una visione sistemica nella loro indagine. Martin Lutero rintracciò nelle Sacre Scritture alcuni passi evangelici che dimostravano come le opere fossero insignificanti ai fini della salvezza. San Paolo e Sant’Agostino parlano della salvezza per fede, ma lo stesso Gesù, nel Vangelo secondo Matteo (25, 31-46), ricorda che solo chi ha ben agito potrà entrare nel Regno di Dio. Se l’uomo non può salvarsi con le opere, è naturalmente in mano al volere divino e solo Lui può decidere chi salvare. La bellezza del cattolicesimo sta nell’aver saputo conciliare l’umano e il divino, nell’essere paradossale, come affermava G.K. Chesterton, nell’unire gli opposti (apparenti): fede e ragione, anima e corpo… E’ stato fatto senza “finzioni”, ma dando chiarezza agli stessi insegnamenti di Gesù.

Sola Scriptura?

Un altro punto di profonda divergenza tra protestanti e cattolici è il ruolo della Sacra Scrittura. Nessuna confessione cristiana osa dimenticarla, ma ci sono i luterani, che la considerano come l’unico punto di riferimento della fede, e i cattolici, che l’affiancano alla Tradizione, che proviene dagli Apostoli e trasmette ciò che costoro hanno ricevuto dall'insegnamento e dall'esempio di Gesù e ciò che hanno appreso dallo Spirito Santo. Non si può prescindere dal valore incommensurabile del patrimonio spirituale di quegli uomini e di quelle donne che si sono dati a Dio. Di conseguenza, anche il Magistero, ovvero, banalmente, l'insegnamento della Chiesa, è un altro pilastro del cattolicesimo, che trae comunque origine dalla Bibbia e non la rinnega. Entrambe dimostrano al contrario la sua veridicità.

Questi tre punti sostanziali delle enormi differenze tra cattolici e protestanti ci permettono di capire che un’intesa è impossibile. E’ vero che lo scopo è quello di combattere il secolarismo occidentale, ma ci dimentichiamo che sono gli stessi protestanti ad aver aperto alle “innovazioni” bioetiche moderne. Una riconciliazione è lontana a venire.

 

01 agosto 2017

Ordine vs Caos. L’“Hulkamania”, ovvero la Tradizione vincente


di Samuele Pinna

Quando ero poco più che un ragazzino guardavo di nascosto, insieme a mio fratello Cristian, il wrestling. I miei genitori non volevano perché secondo loro troppo violento, ma si sa nell’uomo decaduto il fascino del proibito suscita ancor di più il desiderio di trasgressione.

E così, quasi fossimo carbonari, accendevamo di soppiatto la Tv e ci gustavamo i vari incontri di lotta libera. Alla fine, quando ero ormai ragazzetto, i miei genitori cedettero e mi concessero persino di collezionare i vari giocattoli dei miei wrestler preferiti. Non soltanto, mio padre – uomo tuttofare – mi costruì lui il primo ring su cui giocai per tante ore coi miei pupazzi in anni spensierati.

Il mio personaggio preferito era Hulk Hogan. In questi giorni sono andato a rivedermi i suoi primi incontri e anche gli ultimi, dopo all’incirca un ventennio di digiuno da quel fantasioso e spettacolare sport (se di sport si tratta). Ho notato che tra i primi incontri degli anni ’80 e gli ultimi di questi anni c’è sempre una costante: si inizia con il mio paladino scatenato e che mostra tutta la sua forza, ma poi improvvisamente è mandato più volte al tappeto e bistrattato. Quando pare la fine per Hulk, ecco che improvvisamente si ridesta, gli occhi sbarrati e quel “no” fatto col capo, che lo rendono immune dai pugni e calci. Poi si alza e sostenuto dal pubblico, che tifa tutto per lui, fa una sorta di danza scatenata incurante dei colpi del rivale, che a un certo punto viene preso di mira.
Si osserva, qui, un passaggio classico: dopo averlo chiuso in un angolo del ring, Hulk percuote con micidiali colpi il suo avversario alla testa, scandendoli con gli urli dei tifosi che li contano: “one, two, three…”. Subito dopo, lo lancia sulle corde e blocca la sua corsa con il piedone che lo colpisce in faccia. L’incitamento del pubblico si fa enorme dopo il plateale gesto del mio campione di portarsi la mano all’orecchio e in quella baraonda sferra il colpo finale saltando sul petto dell’inerme contendente con la gamba tesa. L’arbitro, infine, batte a terra sul ring con la sua mano: “Uno, due e tre”. Hulk Hogan ha vinto! Tripudio di urli e di festeggiamenti, che puoi goderti anche tu comodamente seduto sul divano, tra una birra e dei popcorn. Così avveniva a fine anni ’70 inizio ’80, così capita ai nostri giorni in ogni incontro più o meno in modo simile (mi si perdoni la sintesi grezza).

E, manco a dirlo, questa “Hulkamania” mi ha fatto proprio riflettere in questi giorni sulla nostra fede cattolica.
Cosa mi ha colpito degli incontri di Hulk trasmessi con questo immutabile copione oramai più che decennale? La risposta è semplice: l’“ordine”. C’è un ordine, un copione appunto (perché poi nei fatti questi omoni in mutande recitano con fedeltà una sceneggiatura, dove anche la “violenza” è fiction). E perché seguono la parte scritta appositamente per loro? Pure qui il motivo è facile da intuire: lì sta la verità della storia, del personaggio, di chi segue incantato il tutto. Passano i tempi, le mode, le idee, i gusti, ma Hulk Hogan rimane immutato nel suo modo di combattere, nei suoi capelli biondo platino e nei suoi baffoni lunghi fino al mento.

Se il wrestling ha bisogno di ordine, per mantenere vivo un “mito”, quanto più dovremmo capirlo noi cristiani, che non veneriamo un mito, ma la Verità. L’ordine è custodito dalla tradizione, cioè dalla ripetizione di gesti carichi di senso e che hanno uno scopo. L’uomo è, infatti, di per sé “liturgico”, la vita è fatta così: il ripetere ogni giorno alcune cose fondamentali per la vita stessa. L’umano si plasma dell’abitudine, in un senso alto e non banale, di quell’habitus dal sapore medievale, di quel vestimento che non coincide con te ma di cui non puoi farne a meno (esattamente come un “abito”). Ogni figlio di Adamo ha, poi, bisogno di punti fermi: quando e dove mangiare, dormire, vivere, saper riconoscere gli amici del branco e così via.

L’uomo ha necessità della tradizione e il cristiano anche della Tradizione, con la “T” maiuscola. È ciò che permette l’ordine di una vita vissuta in modo sensato, avendone chiaro l’obiettivo finale. Si è creduto nei tempi moderni che l’ordine potesse limitare la libertà e si è arrivati, per molti nostri contemporanei, a vivere esistenze dissipate e infelici. Si è pensato che lo spirito dovesse essere anarchico, scevro cioè da ogni regola, e si vedono vite allo sbaraglio o chiuse in vicoli ciechi dove tutto appare buio o, nei casi migliori, in penombra.

Abbiamo, invece, l’esigenza di riscoprire la bellezza della Tradizione, che ci racconta chi siamo, dove andare, quali passi compiere e con chi. Abbiamo, insomma, bisogno di Qualcuno che si possa prendere cura di noi. Abbiamo assoluto bisogno di un Padre e di una Madre. L’errore tragico del mondo contemporaneo è quello di aver ucciso il (Dio) Padre e quello dei cristiani adulti (o adulteri, come dir si voglia) di aver rinnegato la propria Madre (Chiesa). La pazzia attuale è quella dei pastori che non seguono più l’unico Pastore sulla via della salvezza, ma ricercano altri sentieri che, a star attenti, appaiono più confortevoli ma che conducono, quasi inevitabilmente, se non alla perdizione, a vite non vissute e fatte di sopravvivenza (anche qualora non manchino soldi e beni terreni, che comunque non si portano nell’aldilà). Dall’ordine al caos.

Abbiamo, dunque, urgenza di ascoltare ancora, per esempio, un Tolkien che fa comprendere ai suoi hobbit dov’è il bene e dove invece si annida il male; abbiamo bisogno di un Guareschi con i suoi don Camillo e Peppone sempre in lotta e sempre, mediante strade diverse e all’apparenza incompatibili, capaci di scovare il bene e perseguirlo; abbiamo vera necessità di un Chesterton che con il suo uomo comune ci salva dalle poco convincenti emancipazioni moderne; abbiamo bisogno, tra i tanti, di un Pinocchio che ci riporti alla scoperta del Padre. Abbiamo soprattutto bisogno del Vangelo, non quello riletto con le lenti dell’ideologia, ma quello che si dà a noi nella mediazione ecclesiale, frutto non di propaganda e compromessi, ma come cammino di purificazione e di amore. Ma sì, a pensarci bene, forse abbiamo bisogno anche di un Hulk Hogan che ci ricorda l’importanza, contro il caos esistenziale, di un ordine e di una tradizione inveterata. Vero successo per il successo (anche cattolico!).

 

13 gennaio 2017

Su un eventuale Pio XIII prossimo venturo


di Enrico Roccagiachini

Una delle regole più applicate dai migliori giornalisti è quella di parlare preferibilmente di ciò che non si conosce. Pur non essendo un giornalista, e se lo fossi non mi piazzerei certo tra i migliori, desidero adeguarmi, ed eccomi a scrivere anch'io qualche riga su The Young Pope, forte del fatto che ne ho visto, di malavoglia, solo le prime due puntate, più qualche spezzone - tipo l'ormai celeberrimo discorso ai cardinali - in cui mi sono imbattuto in rete o facendo zapping. A scanso di equivoci, dirò che la mia non-visione non è dipesa da qualche particolare ragione morale o da qualche pregiudizio antitelevisivo. Molto più banalmente, a me Sorrentino non piace. Per intero (o quasi...) devo aver visto solo Il divo, e mi è bastato. La grande bellezza l'ho saltata a piè pari.

Con tutto ciò, eccomi a scrivere dell'inatteso e inattendibile giovane Papa che riesuma flabelli, triregno e sedia gestatoria, e che costringe i cardinali al bacio della pantofola.
Mi ci spinge una notizia pubblicata qualche giorno fa da Tosatti: tra il 2014 e il 2016 la Chiesa cattolica in Brasile ha perso - per abbandono - nove milioni di fedeli.

Dunque ci siamo, mi sono detto: lo sbracamento liturgico, dottrinale e disciplinare che affligge da decenni la Chiesa, che nemmeno S. Giovanni Paolo II e Benedetto XVI sembrano aver efficacemente arginato, che in America Latina ha conosciuto i suoi massimi trionfi, è finalmente giunto - come non poteva non giungere - allo sbracamento quantitativo.

E mi sono chiesto: se il progressismo cattomarxisteggiante degli anni '70 del XX secolo, che ha segnato così profondamente il Sudamerica, e che è inaspettatamente rifiorito addirittura a livello planetario nei correnti anni '10 del secolo successivo, ha prodotto questo po' po' di disastro, che potrà mai succedere nei prossimi anni? Verso quali ulteriori catastrofi, questa volta su scala mondiale, ci condurrà?

A questo punto, vi chiederete - anzi, ve lo sarete già chiesto - che c'entri tutto ciò con Sorrentino e la sua serie TV. Ecco qua: dicono che i veri artisti fiutino l'aria con un certo anticipo rispetto agli altri. A me, come ho confessato, Sorrentino non piace, e in un mondo perfetto ciò dovrebbe bastare per negargli la qualifica di artista; ma non posso escludere che in questa valle di lacrime e di imperfezione, nonostante il mio sgradimento, il nostro un vero artista possa comunque esserlo.

Dunque, proprio nel momento in cui il progressismo di ritorno sembra aver conseguito la vittoria finale e pare convinto di essersi definitivamente installato sul ponte di comando, il regista premio Oscar potrebbe aver fiutato l'aria, e aver capito che il futuro della Chiesa, la condizione indispensabile per la sua sopravvivenza nella post-post-modernità, sia, tutt'al contrario dell'indirizzo che le viene attualmente imposto, un radicale, rigoroso e completo recupero della Tradizione, ad ogni livello, ed anche negli aspetti formali, nelle sue vesti antiche. E siccome la Chiesa è indefettibile, ed è dunque certo che sopravvivrà anche nella post-post-modernità, potremmo a breve accorgerci che Sorrentino, magari senza volerlo o senza rendersene conto (io non ho idee in proposito: la fiction non l'ho vista), ci abbia davvero indovinato. Forse voleva proporre una specie di caricatura di un Papa assurdamente rétro, e il pubblico, invece, ci ha visto l'archetipo del Papa della rinascita cattolica: sarebbe un interessante caso di eterogenesi dei fini! Non resta, dunque, che metterci in fiduciosa attesa del vero Pio XIII prossimo venturo.

PS: se mai ci sarà un qualche Pio XIII, lo si dovrà solo alla strada apertagli da Benedetto XVI, checché ne dicano i suoi miopi detrattori ipertradizionalisti. Perché, piaccia o no, è stato Benedetto a infrangere l'inganno ideologico della modernità vincente per definizione, a spiegarci che nella Chiesa può esistere solo cioè che è continuità e tradizione, e che il rotturismo non è cattolico. Insomma, a giustiziare il neoterismo, nonostante le violente convulsioni con cui se ne sta consumando la cupa agonia.
 

11 dicembre 2016

Da Trump a Hofer

di Enrico Maria Romano
Certe volte la propaganda del Sistema riesce e certe volte no. Questa è la prima differenza che salta all’occhio nel confronto tra l’elezione di Donald Trump in America e la sconfitta di Norbert Hofer in Austria.
La piccola repubblica austriaca, spesso vantata per i motivi più diversi da chi mal ne conosce la storia, non è certamente un paese invivibile, insicuro o particolarmente soggetto al terrorismo e la disoccupazione come per esempio lo è la Francia o in misura minore la stessa Italia.
Eppure, a partire dal 2000 almeno, le cose sono cambiate in modo piuttosto rapido e sempre per la solita infausta ragione: la politica migratoria assurda e assassina, specie verso l’islam, da parte delle sinistre e dei verdi, dei poteri forti e dei gruppi bancari.
L’economista mondialista Alexander van der Bellen (Vienna, 1944), che da domenica 4 dicembre 2016 è il nuovo presidente austriaco, aveva probabilmente perso nell’elezione precedente, tenutasi il 22 maggio scorso: l’elezione fu annullata dalla Corte costituzionale austriaca per irregolarità e per i voti inventati attribuiti proprio al nuovo presidente. E ciò in seguito alla denuncia di Hofer e dei suoi: anche per questo l’attuale elezione è emblematica. Ha vinto chi aveva fruito dei brogli alla precedente tornata elettorale, ha perso chi li aveva denunciati!
Nel piccolo microcosmo mitteleuropeo e germanico, questa piccola elezione è davvero rappresentativa. Con Hofer erano in genere i contadini, i montanari, gli abitanti dei piccoli centri e i ceti impiegatizi e operai. Con il neo-presidente invece tutti i giornali, la casta in tutte le sue declinazioni, i poteri forti, la cultura, i sindacati…
Van der Bellen non è un austriaco da sette generazioni, ma è figlio di un padre russo e di una madre estone, entrambi fuggiti dal comunismo, partito in cui poi militerà il giovane Alexander… La carriera di Van der Bellen si è fatta prima con i social-democratici poi soprattutto con i Verdi. Il nuovo presidente austriaco ha dichiarato, almeno una volta, di appartenere alla massoneria, essendo stato iniziato ad Innsbruck negli anni ’70.
In tutte le questioni importanti è all’opposto di Norbert Hofer e della tradizione austriaca. Europeista convinto, vuole riempire l’Austria di profughi e poveracci, mantenendo e aggravando la linea lassista fin qui adottata da democristiani e social-democratici. Poca severità e poco rigore verso lo spaccio di droghe e la violenza urbana, tolleranza verso qualunque deriva etica (gender, nozze gay, utero in affitto), ma intransigenza assoluta verso ciò che i media hanno chiamato “l’ultra-nazionalismo” di Hofer.
Domanda: ma cos’è l’ultra-nazionalismo rispetto al puro e semplice nazionalismo? Un nazionalismo sostenuto dagli ultrà del calcio austriaco? I servizi televisivi italiani che hanno parlato dei due candidati, sono stati egualmente falsi e bugiardi come lo furono con Trump. Addirittura si è detto che con la vittoria del candidato dei verdi, l’Austria fuga le paure e i fantasmi del passato. Quale passato, di grazia? Quello nazional-socialista di 70 anni fa, in cui Norbert Hofer neppure esisteva? Quel passato in camicie brune in cui l’Austria fu occupata manu militari dai tedeschi, a prescindere dal fatto che molti austriaci auspicavano tale occupazione? Fu proprio l’Austria “nazificata” dell’Anschluss (1938) che accolse i genitori di Van der Bellen in quanto esuli anti-comunisti…
Norbert Hofer, il grande sconfitto, era un candidato politico e assieme simbolico. Politico nel senso più alto della parola, per la sua volontà di dare tutto per la sua amata patria e difenderla contro l’invasione degli stranieri e ancor di più dalle pastoie dell’Unione europea e delle sue arcigne e indebite commissioni. Ma anche un candidato simbolico: rappresentava al meglio la storia e l’identità austriaca.
Noi italiani, a volte assai campanilisti, non dobbiamo limitarci ora a gioire per la sconfitta di Renzi nel suo referendum. Dobbiamo anche guardare con più attenzione a ciò che succede intorno a noi e così saper captare i segni dei tempi e delle svolte storiche che si impongono. La vittoria di Trump, benché oltre Oceano, ha certamente il senso di una cesura storica senza precedenti. Ma anche le vicine e confinanti Austria e Francia debbono interessarci. Chi ama visceralmente la propria patria (senza nasconderne i difetti storici però) ama anche coloro che, nelle altre nazioni, hanno gli stessi sentimenti. Così Norbert Hofer, Marine Le Pen, Vladimir Putin, Donald Trump, e molti altri sono certamente uniti da più di ciò che li divide e li separa. Parafrasando Marx non ci resta che dire: patrioti del mondo intero unitevi, e fatelo presto! Il rullo compressore della modernità e del mondialismo, della globalizzazione e del secolarismo, vuole rendere indistinguibili i popoli, le culture, le etnie, le religioni, le società e intercambiabili gli individui, resi meri numeri di un ingranaggio mortale al servizio degli interessi dei soliti padroni del vapore.
Qualunque sussulto patriottico, qualunque volontà di recupero dei valori della tradizione (Dio, patria, famiglia, moralità, sussidiarietà, buon senso, difesa degli anziani e dei poveri, eroismo disinteressato per il bene comune…) è la benvenuta. Uniamo le forze per creare una alternativa almeno europea, se non mondiale, al pensiero unico laico, al dio mercato, alla distruzione delle identità e delle storie di ognuno.
Così facendo, dall’Austria all’America, dall’Italia alla Francia, avremo lottato per la civiltà umana come tale e contro i suoi potentissimi affossatori.
 

21 giugno 2016

Solstizio d'Estate, ovvero San Giovanni porta degli uomini

Un falò di San Giovanni 
Il solstizio d'estate coincide grossomodo con la festa di San Giovanni Battista, il santo che aprì la strada all'avvento di Gesù e quindi colui che apre la porta di Dio per farvi entrare l'uomo. La simbologia cristiana è una simbologia strettamente tradizionale e quindi, come spesso abbiamo ricordato in occasione del solstizio d'inverno, una di quelle simbologie che hanno permesso all'uomo di cercare di avvicinarsi a Dio prima dell'avvento di Cristo. Successivamente alla Resurrezione, queste hanno riacquistato il loro senso, attraverso il significato che ha dato loro il cristianesimo, la religione tradizionale per eccellenza. Proponiamo un brano di Alfredo Cattabiani riguardo la festa di San Giovanni e il solstizio.

Al solstizio d’estate, quando il sole raggiunge la sua massima declinazione positiva (+23° 27′) rispetto all’equatore celeste, per poi riprendere il cammino inverso, comincia l’estate. L’evento era simboleggiato tradizionalmente dal matrimonio del Sole e della Luna: mezzogiorno del cosmo dove i due astri, uniti nelle nozze, spargono le loro energie nell’opulenza dei frutti tra il frinire delle solari cicale e il canto lunare dei grilli.

Questo giorno, la cui data è variata secondo i calendari fra il 19 e il 25 di giugno, era considerato nelle tradizioni precristiane un tempo sacro, ancora oggi celebrato dalla religiosità popolare con una festa che cade qualche giorno dopo il solstizio, il 24 giugno, quando nel calendario liturgico della Chiesa latina si ricorda la Natività di san Giovanni Battista. E’ una festa molto antica se già Agostino la ricorda nella Chiesa africana latina. Ma in Oriente veniva celebrata in altre date: il 7 gennaio tra i bizantini, la domenica prima di Natale in Siria e a Ravenna.

La data del 24 giugno è collegata strettamente al Natale romano: quando si fissò per la Natività del Cristo l’ottavo giorno dalle calende di gennaio, ovvero il 25 dicembre, e conseguentemente l’Annunciazione nove mesi prima, fu facile ricavare, basandosi sui Vangeli, la data della nascita del Battista, che in realtà non si sarebbe dovuta festeggiare perché, come è noto, il dies natalis dei santi è quello della morte. Si è giustificata questa eccezione ispirandosi al Vangelo di Matteo, dove si narra che il Cristo si mise a parlare di Giovanni alle folle dicendo: “egli è colui del quale sta scritto: Ecco, io mando davanti a te il mio messaggero che preparerà la tua via davanti a te. In verità vi dico: tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista”.

Luca narra che Maria andò a visitare Elisabetta quando costei era al sesto mese di gravidanza, nei giorni successivi all’Annunziazione. Fu dunque facile fissare la solennità del Battista all’ottavo giorno dalle calende di luglio, sei mesi prima della nascita del Cristo.

San Giovanni “porta degli uomini”

Nella religione greca antica i due solstizi erano chiamati “porte”: “porta degli dei” l’invernale, “porta degli uomini” l’estivo. Nell’Odissea Omero descriveva il misterioso antro dell’isola di Itaca nel quale si aprivano due porte: “l’una rivolta a Borea, è la discesa degli uomini, l’altra, invece, che si rivolte a Noto è per gli dei e non la varcano gli uomini, ma è il cammino degli immortali”. Il poeta spiega che la porta degli uomini è rivolta a Borea, cioè a nord perché al solstizio estivo il sole si trova a nord dell’equatore celeste; mentre quella degli dei e degli immortali è rivolta a Noto, ovvero a sud, perché l’astro al solstizio invernale si trova a sud dell’equatore.
I solstizi erano dunque simboli del passaggio o del confine tra il mondo dello spazio-tempo e lo stato dell’aspazialità e dell’atemporalità. Per la prima porta solstiziale, quella estiva, si entrava nel mondo della genesi della manifestazione individuale, per l’altra invece, si accedeva agli stati sopraindividuali.

In realtà questo simbolismo non era solo greco: “Si tratta di una conoscenza tradizionale” commenta Guénon “che concerne una realtà di ordine iniziatico, e proprio in virtù del suo carattere tradizionale non ha né può avere alcuna origine cronologicamente assegnabile. Essa si trova dappertutto, al di fuori di ogni influenza greca, e in particolare nei testi vedici, che sono sicuramente di molto anteriori al pitagorismo; si tratta di un insegnamento tradizionale che si è trasmesso in modo continuo attraverso i secoli (…)”.

Nella tradizione romana il Custode delle porte, comprese le solstiziali, era il misterioso Ianus (Giano), signore dell’eternità. (…) Giano tiene un bastone, ovvero uno scettro, nella mano destra e una chiave nella sinistra. Il primo è un emblema del potere regale, la seconda di quello sacerdotale: insieme simboleggiano la funzione regale-sacerdotale del dio al quale Ovidio fa dire nei Fasti: “Io solo custodisco il vostro universo e il diritto di volgerlo sui cardini è tutto in mio potere”. Egli è dunque colui che ruota sulla sua terza faccia nascosta e invisibile, l’asse del mondo, che rinvia al simbolismo solstiziale.

L’etimologia del suo nome rivela questa funzione: Ianus deriva dalla radice indoeuropea *y-a, da cui il sanscrito yana(via) e il latino ianua (porta). Egli è Colui che conduce da uno stato all’altro, e dunque anche l’Iniziatore. Per questo motivo gli iani avevano la funzione catartica di eliminare ogni impurità in chi vi passava. Nel cristianesimo Giano venne interpretato come l’immagine profetica del Cristo, Via e Signore dell’Eternità.

(Brani dal libro Calendario di A. Cattabiani)
 

19 febbraio 2016

Il realismo dell'Incarnazione. Introduzione a Gustave Thibon

di Federico Catani
Gustave Thibon (1903-2001) non è un nome molto noto. Negli ultimi anni, tuttavia, aumenta il numero di coloro che si imbattono nella sua figura, la esaminano, ne restano avvinti e cercano in ogni modo di farla conoscere agli altri. Uno di questi è il giovane studioso molisano Nicola Tomasso, che ha recentemente dato alle stampe “Il realismo dell’incarnazione. Introduzione a Gustave Thibon” (Edizioni Tabula Fati), con una presentazione del prof. Corrado Gnerre. Si tratta di un’opera davvero pregevole, che si legge tutta d’un fiato e assai utile per chiunque voglia sapere qualcosa in più sul grande filosofo e pensatore francese, le cui riflessioni sono quanto mai attuali. Forse ancor di più di quando le ha pubblicate. Se ne raccomanda quindi caldamente lo studio.

Ma chi era Thibon? La sua vita non è stata contraddistinta da fatti straordinari e avventurosi, ma piuttosto dalla normale routine di ogni giorno, che comunque, come insegnano i santi e i maestri dello spirito, se vissuta bene, richiede un eroismo non inferiore a quello dei martiri. Insomma, è possibile ed auspicabile fare della propria esistenza un’opera d’arte anche senza compiere grandi gesta esteriori. Di certo, per tutto il lavoro di Thibon è stata fondamentale la sua conversione al Cattolicesimo all’età di venticinque anni, dopo una giovinezza imbevuta di laicismo e progressismo.

Il filosofo non divenne mai un accademico. Fu anzi autodidatta, imparando molto di più che se avesse seguito un normale percorso scolastico ed universitario. Pur tra le conferenze a livello internazionale che era invitato a tenere, non lasciò mai la sua attività agricola, tanto che è ancora comunemente indicato come il “filosofo contadino”, nel senso più positivo dei due termini. Fu proprio dal suo legame alla terra, alla concretezza, alla vita reale, che trasse ispirazione per i suoi scritti. La sua è una filosofia profondamente realista e quindi tomista, contraria alle astrattezze delle ideologie, tipiche della modernità. Tutto ciò lo ha fatto schierare su posizioni conservatrici e reazionarie (collaborò con l’Action française di Charles Maurras e durante la Seconda Guerra Mondiale simpatizzò per il Governo di Vichy, ma non dimentichiamo che fu molto amico della filosofa ebrea Simone Weil, che nel 1941 ospitò nella propria fattoria).

Non a caso Thibon considerava la Rivoluzione Francese del 1789 come la madre di tutti i conflitti sorti nei secoli successivi. Il suo attacco al mondo moderno, imbevuto di individualismo alienante, di consumismo becero e di edonismo inappagante, è stato senza sconti. E infatti il “filosofo contadino”, come scrive Tomasso «da un lato crede fermamente nel valore delle antiche aristocrazie e di una distinzione tra le classi – funzionale ad uno scambio organico - dall’altro critica fermamente il capitalismo così come si è insediato in Europa e, al tempo stesso, vede nel ritorno alla terra un importante antidoto contro i mali delle moderne società».

Thibon quindi amava la società organica della Cristianità medievale, antitetica a quella contemporanea sorta dalla civiltà industriale e illuminista, di cui oggi constatiamo la decadenza ed il degrado. In effetti, Tomasso rileva che «se le moderne democrazie continueranno ad essere fondate soltanto sulla legge del numero e del denaro, i popoli perderanno quei legami organici che donano loro linfa e cederanno ad una ipertrofia statalista».Ad ogni modo, Thibon non è stato un tradizionalista sterile e fissista. Anzi, amava affermare «la vera fedeltà non consiste […] nell’impedire ogni cambiamento, ma più precisamente nell’impregnare ogni cambiamento di eterno».

In “Ritorno al reale”, la sua opera più celebre, il filosofo contadino ha condannato la perdita del senso di autorità e dei veri rapporti tra le classi. Le cause, a suo parere, vanno individuate nell’allontanamento da Dio - peccato da cui promana ogni male -, nell’egualitarismo e nell’abbassamento delle élite al livello della plebe: se il liberalismo ha avuto successo, in effetti, lo si deve ad «una nobiltà fiacca e molle che si crogiola nei suoi privilegi non pensando ormai più di essere l’élite che ha come vocazione il sacrificio per la salvezza del popolo». Da ciò deriva l’egualitarismo, che è puro orgoglio: per Thibon, infatti, «dal momento in cui tutti sono in basso, nessuno deve più abbassarsi! Psicologicamente vi è, fra l’umiltà cristiana e l’egualitarismo, tutta la distanza che separa l’abbassamento volontario dalla bassezza congenita».

Il filosofo francese denunciava anche l’obnubilamento del senso del peccato in cui vive l’uomo contemporaneo, un’incoscienza che oggi pare favorita da molti prelati, dimentichi che Cristo è morto in Croce per espiare le colpe dell’umanità. Per questo, come commenta Tomasso, «mai come ora urge recuperare la dottrina del peccato e della Somma Giustizia Divina: se l’uomo non riconosce più il bene e il male, non ha senso avvicinarlo con i mezzi della Misericordia, perché non saprebbe cosa farsene (visto che, non essendoci peccato, non vi è peccatore di cui avere misericordia)».

Proprio perché ancorato al reale, Thibon può essere definito il filosofo del buon senso. Quel buon senso che attualmente sembra scomparso. Di fronte a uteri in affitto, farneticazioni su matrimoni e adozioni gay, a tentativi di indottrinamento gender, ma anche di fronte alla fabbricazione e compravendita di figli in provetta, alla mercificazione dei gameti, alla legittimazione dell’omicidio dell’innocente con l’aborto o con l’eutanasia, la ragione, il contatto con la natura e l’oggettività delle cose non esiste più. Prevale l’astratta ideologia delle lobby Lgbt e dei gruppi finanziari che le sostengono. Con grave danno per tutta l’umanità. La realtà è qualcosa di dato. Volerla manipolare a proprio piacimento, tentando Dio come nuovi Prometeo è solo fonte di frustrazione e dissoluzione, perché l’uomo non può prescindere dalla sua dimensione creaturale.

Parole chiare e nette Thibon le ha scritte pure riguardo il matrimonio, sacramento sul quale purtroppo sta regnando la confusione più totale in una buona parte di cattolici e persino in diversi uomini di Chiesa, che con le loro dichiarazioni sembrano essere più attenti alle lusinghe del mondo secolarizzato piuttosto che alla verità del Vangelo. Riprendendo le riflessioni del filosofo contadino, Tomasso nota come «la crisi della coppia va a braccetto con l’adorazione dell’amore fine a sé stesso, un amore sempre più relegato ad una dimensione di mera passionalità corporea prima, di assurdità dopo».

Thibon era un convinto sostenitore dell’indissolubilità e dell’unità del matrimonio, elementi che per la tradizione cristiana hanno la precedenza sull’amore tra i coniugi. Elementi, inoltre, che derivano direttamente dal diritto naturale, in base al quale la procreazione e l’educazione della prole vanno di pari passo e necessitano della presenza costante e continua, sino alla fine dei giorni, di due genitori, di un padre e di una madre. L’autore ricorda che «nell’opera di Thibon si evince come anche la devirilizzazione dell’uomo e l’affermazione della “donna in carriera” minino le fondamenta dell’istituzione familiare».

Tomasso, in sostanza, condivide con Thibon l’idea che «perdendo il contatto con le realtà profonde che nutrono e sostengono l’individuo (la terra, la famiglia, la patria, la religione) l’uomo vaga all’estrema superficie di sé, ubriacandosi di piaceri futili ed immediati, impoverendo la propria vocazione all’impegno e al sacrificio». Il filosofo contadino aveva visto giusto e ha fornito un ritratto perfetto, tristemente realistico, della società contemporanea.

La Croce quotidiano, 16 febbraio 2016
 

05 ottobre 2015

Cattolici tradizionalisti: reazionari o conservatori?


di Alessandro Rico
Gòmez Dàvila diceva che non possiamo più essere conservatori perché non c’è più nulla da conservare. Discendeva da ciò l’unica formula politica che riscattasse l’uomo dai mali della modernità: diventare reazionari. Ma che cos’è il conservatorismo? Michael Oakeshott, capofila di una versione “gnoseologica” di questa filosofia, basata su una coerente teoria dei limiti della ragione umana, dava del conservatorismo una definizione disposizionale: «[…] preferire il familiare all’ignoto, il già testato al non ancora sperimentato, i fatti al mistero, il reale al possibile, il limitato all’illimitato, il vicino al distante, il sufficiente al sovrabbondante, l’accettabile al perfetto, il riso di oggi a un’utopica beatitudine». Ancor prima che un sistema di valori, insomma, il conservatorismo è un atteggiamento, che informa il carattere e poi le convinzioni politiche: è, se vogliamo, una forma di sano realismo cristiano. Russell Kirk, nel famoso saggio The Conservative Mind (1953), individuò sei principi conservatori, da intendersi in modo flessibile perché il conservatorismo non è, non può essere un’ideologia: fede in un ordine trascendente, rispetto per la varietà e il mistero delle tradizioni, persuasione che una società sana debba ammettere gerarchie, riconoscimento del legame tra libertà e proprietà, affidamento alle prescrizioni dell’autorità piuttosto che alle astrazioni speculative, distinzione tra cambiamento organico e riforma. Ma cosa accade se l’ossequio nei confronti del passato, delle tradizioni, persino del pregiudizio, il pregiudizio cui Burke dedicò una memorabile apologia nelle sue Reflections On the Revolution in France (1790), si è irrimediabilmente incrinato? Se quella che Chesterton definiva la «democrazia dei morti» è stata soppiantata da un pragmatismo materialistico, presentista o progressista, che fa strage di una civiltà nel nome di «ideologie alla moda», per dirla con Lucio Battisti?

La «reazione» rappresenta il movimento uguale e contrario alle spinte laceranti che hanno sgretolato quell’antico patrimonio che il conservatorismo poteva proporsi di preservare. L’apparentemente irrimediabile sconfitta cui quest’ultimo è fatalmente esposto, ne testimonia forse una costitutiva debolezza, che Friedrich von Hayek, figura di confine tra liberali e conservatori, denunciava nell’emblematica postilla a The Constitution of Liberty (1961), il saggetto con il quale giurava di non essere un conservative: prodigarsi nel disperato tentativo di arrestare la fiumana del progresso, accumulando gli smacchi dei riformatori che si mettono dalla parte della corrente, dove soffia il vento della storia. Il reazionario incarna in tal senso il polo opposto allo storicismo: non resistere invano al motore degli eventi, ma opporvi una potenza contraria. De Maistre, quel geniale pensatore savoiardo dalla penna ardente e caustica, cui è intitolato anche il nostro sito, soleva ripetere che la controrivoluzione sarebbe stata «non una rivoluzione al contrario, ma il contrario della rivoluzione». E questo è un sagace ammonimento a quelli che confondono il pensiero reazionario con un radicalismo invertito di segno, però dotato degli stessi metodi. La reazione è Bonald, è Donoso Cortès, non qualche grottesca forma di “fascio-comunismo”.

Certo, c’è da distinguere, come sopra accennato, tra cambiamento e riforma. È in questo che soprattutto differiscono conservatori e reazionari. I primi, nonostante una visione sostanzialmente pessimistica della natura umana, segnata dal peccato originale ma anche capace, come voleva il dogma tridentino, di compiere naturalmente del bene, ritengono di dover accompagnare la società e le istituzioni nella loro evoluzione spontanea – e qui sta pure il legame con il liberalismo spontaneistico – che è cosa ben diversa dalla sovversione dell’ordine perpetrata dai rivoluzionari. I secondi, invece, individuano in un certo ordine tradizionale la condizione definitiva della società e sono pertanto pronti anche a «restaurare», ignorando qualsiasi accusa di anacronismo.

Dove si dovrebbero collocare i cattolici tradizionalisti, in questa difficile epoca di feroci attacchi al cristianesimo, ma in generale alla religione in se stessa, nella sua ragion d’essere e nei suoi presupposti? Innanzitutto, non si può dribblare la questione dell’atteggiamento da mantenere nei confronti della modernità. Non si può banalmente tornare al pre-moderno, riportare la storia a un’altra era, quasi che i secoli non fossero mai trascorsi. In Little Gidding, il poeta angloamericano Thomas Stearns Eliot declama: «Non possiamo ravvivare vecchie fazioni / non possiamo restaurare vecchie politiche / o seguire un tamburo arcaico. Questi uomini / e quanti a essi si opposero e quelli / a cui loro si opposero accettano / la legge del silenzio / e sono rinchiusi in un solo partito». La sola reazione che ripristina quel patrimonio che vale la pena conservare si nutre di nostalgia, ma è protratta al futuro, attenta a scorgere i segni della Provvidenza negli eventi che sembrano precipitare. Nella famosa «profezia» giovanile, Ratzinger si figurava un’epoca in cui la Chiesa sarebbe stata ridotta a poche comunità di fedeli politicamente ininfluenti; ma quell’apparente disastro la riportava alla sua situazione originaria, la ferma e coerente testimonianza di quei pochi ne rinvigoriva le energie, trasmettendole nuova linfa per una più duratura rifioritura. Sempre Maistre ammoniva che la rivoluzione davvero «cammina sulle sue gambe», poiché persino quando credono di compiere il più decisivo atto di ribellione, gli uomini non si rendono conto che la Provvidenza sta già traendo il bene dalla loro malvagità. Non si tratta di negare la libertà umana, ma di spiegare il sincero ottimismo (la virtù teologale della speranza) che riposa al fondo della filosofia cristiana della storia. Quella visione che spingeva Agostino a redigere il De Civitate Dei, al tempo in cui confutare il pessimismo irredimibile legato al crollo dell’Impero Romano d’Occidente, significava sollevare lo sguardo alla enigmatica trama di Dio nella storia, confusa dal miscuglio permanente tra Babilonia e Gerusalemme. La mistica Giuliana di Norwich, citata dal solito Eliot, acutamente ribadiva: «Tutto sarà bene e ogni genere di cosa sarà bene». Peccato e caduta possono prostrarci o convincerci a rimetterci in cammino – e Dio sa usare persino i nostri limiti per schiuderci inattesi orizzonti. Sono i segni del ritorno a Dio che cerchiamo, lenendo nei sacramenti somministrati dalla Chiesa i dolori temporali e ricordando che è Cristo ad averci salvato una volta per tutte; noi dobbiamo solo temporeggiare.

«Maneggia l’acciaio il chirurgo ferito / che indaga la parte malata; / sotto la mano insanguinata sentiamo / l’arte pietosa e tagliente di chi guarisce / e scioglie l’enigma del diagramma della febbre. / La malattia è la nostra sola salute / se obbediamo all’infermiera morente / la cui cura costante non è di piacere / ma di ricordarci la nostra maledizione e quella di Adamo, / e che la nostra malattia, per guarire, deve peggiorare» (T. S. Eliot, East Cocker, 1940). 
 

02 giugno 2015

Summorum Pontificum. Quando la Tradizione è novità (e piace ad un agnostico)


di Paolo Maria Filipazzi

Succede di scoprire che in una parrocchia poco lontano da casa nostra da ormai sei anni, l’ultimo sabato del mese, si celebra la Santa Messa in Vetus Ordo. E così ci vado assieme a mio fratello ed un nostro amico. Quest’ultimo è un cattolico normalissimo che va a Messa alla domenica, cerca di vivere cristianamente, ma è assai ben poco addentro ad ambienti “tradizionalisti” così come a tutte le questioni che animano ed agitano la nostra nicchia di biechi oscurantisti reazionari. E’ assai curioso, però, di assistere ad una “Messa in latino”, quindi si aggrega.
Si arriva e si prende Messa, in una parrocchia normalissima, con le vecchiette e con i fedeli che cantano come ad una Messa normale (anche se cantano “Noi vogliam Dio” e di chitarre non c’è l’ombra. Sia lodato Gesù Cristo!). A viverla così, in un’atmosfera di normalità e familiarità parrocchiana, davvero sembra assurda tutta la guerra che dilania la Cattolicità intorno alla liturgia. A fine Messa ci si intrattiene con altri fedeli, e capita di rammaricarsi del fatto che, nella nostra diocesi, limitrofa a quella della parrocchia in cui ci troviamo, ancora non sia stato applicato il “Summorum Pontificum”, causa l’aperta ostilità della Curia. E qui il nostro amico esclama: “Questi preti che hanno paura della novità!”. C’è un momento di disorientamento, cerchiamo di spiegargli che la “Messa in latino” non è proprio “nuova”. Lui, ovviamente, lo sa, ma intendeva dire un’altra cosa: “PER LA NOSTRA GENERAZIONE è stata la grande novità, no?”. In effetti è vero.

Qualche giorno dopo, stiamo chiacchierando con un altro, che si dice agnostico, ma di recente è stato alla Messa per la Cresima di una cugina e ci mette a parte delle sue perplessità: “Mah, c’erano queste chitarre, dei bonghi, l’attacco di ogni pezzo sembrava quello di “Io vagabondo” dei “Nomadi”. Sarebbe anche stato un piacevole concerto “neofolk”, ma cosa c’entra con la Messa?”. In effetti… Ma l’amico non ha ancora finito: “Ecco, se sento un canto gregoriano, invece, mi sento in soggezione, mi sento piccolo di fronte a qualcosa di enorme e di potente. Perché Dio è grandezza, è potenza, no? Anche il prete, ma cosa mi guarda a fare? Io devo vedere il prete girato di spalle, che non guarda ME, ma guarda da un’altra parte, guarda dove c’è DIO”. Alla faccia dell’agnostico! A noi sembra più cattolico di molti prelati!


Curiosa eterogenesi dei fini: partiti nel segno della “novità” a qualunque costo, della rottamazione acritica di qualunque cosa fosse giudicata “vecchia”, della colpevolizzazione nei confronti di coloro che, invece, cercavano di salvaguardare ciò che di buono c’era in quello che, arbitrariamente, veniva liquidato come “appartenente al passato”, il nostro clero (salva qualche lodevole eccezione), è finito a battersi per impedire ai tanto decantati “giovani” (di cui, in realtà, non ha mai capito niente), di conoscere quanto, per causa loro, le nuove generazioni hanno perso. Finendo per allontanali, i “giovani”, a dispetto di tutte le “strategie”, le “pastorali giovanili” e le svariate frescacce di cui intere generazioni di fallimentari manager in clergyman farneticano da decenni. Emblematico caso di cattiva coscienza da parte di chi, essendo stato capace di distruggere moltissimo e costruire ben poco, non vuole che siano rese note ai posteri le proprie colpe.