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24 febbraio 2018

Cattolici chi votare/4. Una strategia

Darth Gender
da La Baionetta
Come tutti ben sapranno, il 4 marzo 2018 si voterà (finalmente, mi sento di aggiungere) per il rinnovo dei due rami del Parlamento Italiano. Non è mia intenzione mettermi a fare una analisi critica di tutti i partiti (per questo ci sono i media tradizionali e non, che però espongono solo i contenuti in maniera acritica) ma suggerire una modesta proposta di strategia per quanto riguarda il voto cosiddetto “cattolico”. Preciso in anticipo che si parla di politica e non di dogmi di Santa Romana Chiesa, quindi la discussione è aperta e si possono mantenere toni civili ricordandoci bene che un voto non è la soluzione alla malattia dell’anima che attanaglia questa epoca storica.

La strategia
Iniziamo dicendo che, seguendo un attimo il discorso politico in questo Paese, non è difficile da notare che per quel che riguarda i famosi “principi non negoziabili” il centrodestra offra sicuramente più garanzie rispetto al centrosinistra. Questa affermazione, che ovviamente non va intesa in senso assoluto, può essere sostenuta da almeno quattro fatti:

- i governi di centrodestra storici capitanati da Silvio Berlusconi non hanno mai approvato leggi completamente in contrasto con i principi non negoziabili;
- il centrosinistra (e le sue propaggini centriste e non) sono sempre stati pervicacemente anticattolici quando si parlava di vita, famiglia e libertà di educazione;
- l’ultimo governo di Matteo Renzi è stato quello che ha approvato le peggiori leggi della storia della Repubblica Italiana in questi specifici ambiti;
- Emma Bonino e compari sono elementi di spicco della coalizione di centrosinistra.

Quindi, la strategia è la seguente:

- se il collegio uninominale dove vi trovate a votare è contendibile, cioè non si sa con certezza se a vincere sarà uno fra M5S, centrodestra o centrosinistra, bisogna sostenere il candidato di centrodestra, votando per uno dei partiti che lo sostengono (preferibilmente Lega o Fratelli d’Italia, dato che sia Forza Italia che Noi con l’Italia sono partiti dove si annida il peggio del peggio);
- se il collegio uninominale dove vi trovate a votare è assicurato al centrosinistra o al centrodestra, occorre valutare quanto sia impresentabile il candidato del centrodestra. Per fare un esempio, se il candidato che esprime il centrodestra è un notorio sostenitore di idee come matrimoni gay et similia, votare il Popolo della Famiglia di Mario Adinolfi. Altrimenti sostenere il candidato del centrodestra, sempre scegliendo (possibilmente) tra Lega e Fratelli d’Italia.

Ovviamente, questo sistema è applicabile sia alla Camera dei Deputati sia al Senato della Repubblica.
L’obiettivo di questa strategia è quello di ostacolare il più possibile l’avanzata dei parlamentari laicisti (che sono presenti in tutto il centrosinistra, in maniera massiccia nella lista di Emma Bonino) di entrambi gli schieramenti (Forza Italia ne ha troppi, purtroppo).

Il risultato sperato è che il centrodestra elegga il maggior numero di parlamentari “sani” e che, in un modo o nell’altro, il Popolo della Famiglia superi la soglia del 3% nazionale per entrare in Parlamento. In tutto ciò, cercando di ridurre il più possibile il potere contrattuale di Silvio Berlusconi al momento della nascita del (praticamente sicuro) governo di coalizione che si profila all’orizzonte.

Passiamo alle obiezioni (che mi pare già di sentire in sottofondo).

Eh ma Salvini…
Adinolfi e una buona parte dei cattolici che credono ancora nei principi non negoziabili portano le due seguenti obiezioni a quello che chiamano “cattoleghismo”:

- Salvini non si può votare perché è a favore della riapertura delle case chiuse;
- Salvini non si può votare perché ha candidato Giulia Bongiorno in vari collegi sparsi per l’Italia.

Sulla prima obiezione, mi sento di classificare la cosa come non rilevante. In che senso? Nella peggiore delle ipotesi, una legge sulla riapertura delle case chiuse (da vedere poi in che modi) è inutile e non potrà peggiorare la situazione, che non è un problema relativo alla prostituzione ma un problema relativo all’immigrazione clandestina e alla non volontà dei pubblici ministeri di contrastare il fenomeno. Inoltre, si veda cosa dicono alcuni Dottori della Chiesa sul tema:

- per S. Agostino “
la meretrice assolve nel mondo alla stessa funzione della sentina nella nave e della cloaca nel palazzo. Se tu toglierai la sentina o la cloaca, riempirai di fetore la nave e il palazzo. Se tu toglierai le meretrici dal mondo, lo riempirai di sodomia”;

- per S. Tommaso “
la meretrice, anche ora, deve esser permessa, cioè deve essere tollerata nella città per evitare un peggior male come la sodomia, l’adulterio o altri simili misfatti. Perché è decisione appropriata del sapiente legislatore permettere le trasgressioni minori per evitare quelle più gravi, e, nei regimi umani, coloro che governano tollerano giustamente qualche male al fine che non ne capitino di peggiori”.

Peraltro, un simile provvedimento sarebbe osteggiato da gran parte delle forze politiche (principalmente dalla sinistra) e non riuscirebbe neanche ad uscire da una commissione parlamentare, considerando che non sarebbe neanche una priorità per qualsiasi Governo si formi dopo le elezioni. Sinceramente, per quanto pure io non sia a favore di questa particolare legge, mi sembra che si stia perdendo tempo a parlare del nulla.

Sulla seconda obiezione, sono d’accordo ma bisogna fare alcune considerazioni relative a come funziona la democrazia liberale (in cui, per forza o per amore, siamo chiamati ad agire). Pretendere che le posizioni di un partito (che è una associazione dei regimi di stampo liberal-democratico, e non di diritto canonico) coincidano perfettamente con le nostre convinzioni personali è quantomeno utopistico o ingenuo, così come pretendere che un partito adotti le nostri posizioni sotto minacce non meglio specificate. I partiti sono mondi dove deve uscire una sintesi di migliaia di posizioni diverse su una molteplicità di argomenti, quindi è inevitabile che al loro interno non tutti la pensino alla stessa esatta maniera, e che su singole questioni ci siano diversità di vedute enormi tra più esponenti dello stesso partito. Inevitabilmente, tutto ciò si ripercuote nelle candidature che i partiti esprimono, che spesso sono espressione dei rapporti di forza esistenti tra le varie correnti e delle quantità di voti che le singole candidature riescono ad intercettare. Nel caso specifico della Bongiorno, probabilmente Salvini avrà avuto la certezza che la sua candidatura porti in dote una certa quota di voti, altrimenti non avrebbe perso tempo a candidarla. Capisco che la Bongiorno non piaccia (non piace neanche a me) perché è femminista (con tutto quel che ne consegue), ma se guardiamo alle liste dei candidati della Lega troviamo pure Simone Pillon (Comitato Difendiamo I Nostri Figli), Lorenzo Gasperini (di Cecina, cattolico antimodernista), Lorenzo Fontana (di Verona, cattolico anche lui), Alessandro Pagano (anche lui cattolico e vicino a DNF, che si è opposto come poteva a tutte le leggi peggiori), Gian Marco Centinaio (in prima fila contro le unioni civili), Giancarlo Cerrelli (Segretario nazionale del comitato Sì alla Famiglia e facente parte dell’Unione giuristi cattolici italiani). Mi sembra che la nostra visione antropologica sia tutto sommato abbastanza rappresentata, considerando che la CEI e i singoli Vescovi non stanno facendo evidenti endorsement per nessun candidato o partito in particolare (a parte qualcosa per il Popolo della Famiglia).


Con Adinolfi si butta via il voto
Premessa necessaria: il PDF non è praticamente rilevato dai sondaggi, e quelli che lo rilevano lo danno a percentuali da prefisso telefonico. Adinolfi millanta di superare già ora il 2%, ma è ovviamente impensabile che sia così.
Realisticamente, si attesta intorno ad uno 0,3%, cioè molto lontano dalla soglia di sbarramento del 3%.

Il programma del PDF è molto limitato, e a mio giudizio mancano importanti riflessioni su economia e geopolitica, ad esempio. Ciò è testimoniato dal fatto che Adinolfi parla continuamente solo di gay, unioni civili, eutanasia e via dicendo senza mai accennare ad altro, evidentemente perché mancano gli argomenti. Tuttavia, sembrerebbe che almeno sui principi non negoziabili ci sia una presa di posizione chiara. La mia proposta di voto per loro (che in realtà è una extrema ratio, dato che si rischia seriamente di buttare via il voto) va intesa in questo senso, ovvero che ci fidiamo sulla parola di Adinolfi e non possiamo fare altrimenti.

In ogni caso, sconsiglio di votare Adinolfi a scatola chiusa pensando che risolverà i problemi di questo Paese, principalmente per i seguenti motivi:

- votando PDF non abbiamo idea di chi stiamo eleggendo, considerando che sono tutte candidature raccolte dal basso che non hanno quasi nessuna esperienza politica. L’idea che perfetti sconosciuti possano entrare in Parlamento e modificare le sorti del Paese ha già fatto abbastanza danni (M5S) senza il PDF, diciamo. Gli unici volti noti, ad oggi, sono Adinolfi e Gianfranco Amato, che saranno pure bravi ma mi sembrano un po’ troppo poco;

- supponendo che si superi questo famoso 3%, verranno eletti 12 deputati e 6 senatori, che non sono neanche sufficienti alla creazione di un gruppo parlamentare (né alla Camera né al Senato). Questo significa che i parlamentari confluiranno nel Gruppo Misto, che per tradizione fornisce parlamentari molto sensibili al richiamo della poltrona e che tendono a votare ogni nefandezza proposta dal Governo di turno. Considerando che i 18 elementi verranno telecomandati da Adinolfi in stile Casaleggio con i grillini, e che Adinolfi ha dichiarato di voler andare al Governo con chiunque purché lui sia determinante su certi temi, c’è da fidarsi?

- lo stesso Adinolfi si candida all’uninominale a Roma, nello stesso collegio dove Federico Iadicicco (cattolico della destra sociale di Fratelli d’Italia) fronteggia Emma Bonino. Questa candidatura rischia di sottrarre voti decisivi al centrodestra e di favorire la nota radicale. È necessario ribadire che in un caso come questo il voto deve andare al centrodestra.

Detto questo, non è bello come Adinolfi ha condotto la campagna elettorale, che è stata principalmente da lui condotta insultando sui social network tutti quei cattolici che non erano schierati con lui. Credo che nella rissa web con Simone Pillon e con il DNF si sia raggiunto uno dei punti più bassi della storia recente del cattolicesimo italiano.

Ripeto, Mario Adinolfi e il suo partito sono adottabili solo come extrema ratio. Personalmente poi, diffido a pelle degli ex-comunisti/socialdemocratici, quindi non mi piace particolarmente.

Considerazioni sull’esito e sul futuro

Comunque vada, non ci sarà niente da festeggiare. Il risultato atteso è l’ennesimo Governo di “responsabilità” dove, a discapito di tale attributo, nessuno si prenderà la responsabilità di niente. Di fatto, stiamo attendendo che l’Unione Europea dica al Presidente della Repubblica chi nominare come Presidente del Consiglio dei Ministri, il che fa ribollire il sangue dalla rabbia. In aggiunta a ciò, questa tornata elettorale sancirà la sparizione definitiva del cattolicesimo politico italiano come corpo organizzato che riesce a far valere le proprie posizioni in materia di vita, famiglia e libertà di educazione. Le responsabilità di questa situazione sono molteplici, e riguardano sia il clero che il laicato. Capite bene che se la Chiesa italiana per prima non si occupa di certe questioni, è impensabile che i laici da soli suppliscano alla mancanza di riferimenti ecclesiastici validi (come era il cardinale Ruini tanti anni fa).

Ad oggi, mi sembra utopistico pensare ad una rinata unità dei cattolici in politica nel futuro più vicino, complice anche il fatto che la maggioranza dei cattolici non ha la benché minima idea di come approcciare la questione elettorale. Per fare un esempio, un sondaggio di qualche anno fa sulle intenzioni di voto delle varie congregazioni religiose in Italia testimoniava il fatto che la stragrande maggioranza dei religiosi italiani votava partiti di stampo sinistroide-laicista.

Detto questo, moriremo tutti? No, probabilmente il contesto politico tenderà a trasformarsi e ad assomigliare sempre di più a quello che troviamo sulla scena internazionale, dove le tematiche relative ai principi non negoziabili vengono via via affrontate dai vari partiti di centrodestra in relazione a come sanno imporsi i politici cattolici (e non) all’interno del partito di turno. Facciamo alcuni esempi:

- il Partito Repubblicano Americano è un partito con una base fortemente antiabortista, ma la forza con cui questa tematica viene affrontata dipende (spesso) da quanto l’associazionismo pro-life e i vari politici pro-life hanno saputo imporsi ai vari congressi. Nonostante al momento a loro vada abbastanza bene, è comunque possibile trovare politici repubblicani a favore dell’aborto;
- il PVV (Partito delle Libertà) olandese è un partito con posizioni sull’Islam e sull’immigrazione molto simili a quelle della Lega di Salvini, tuttavia il partito è tragicamente pro aborto, pro eutanasia e pro matrimoni gay;
- il Front National di Marine Le Pen ha al suo interno omosessuali dichiarati che hanno posizioni completamente diverse dalla componente cattolica dello stesso partito.
Questi esempi testimoniano che la sfida è aperta, e che non sarà più possibile pensare di votare acriticamente un partito credendo che farà esattamente ciò che vogliamo. Può darsi addirittura che a qualcuno di noi venga richiesto di candidarsi e fare attività politica di persona, per vedere affrontati certi temi.

E ricordate sempre che…


 

19 dicembre 2017

Biotestamento. Un giorno triste per l'Italia

di Claudio Larocca

La norma sul fine vita appena votata in Parlamento, che di fatto legalizza l'eutanasia omissiva nel nostro paese, non è solo frutto dei voti espressi in aula, ma anche di ogni silenzio o messaggio ambiguo, susseguitisi in questi ultimi anni a ogni livello, sia politico che ecclesiastico. Non basta esprimere un timido "no" quando ormai i giochi sono fatti e dopo troppe occasioni perse e interventi ambigui, fraintendibili e sbagliati. Non basta neppure votare contro la norma se prima si è contribuito a tenere politicamente in piedi, dandole fiducia, la stessa maggioranza che ora ha partorito questa norma di morte. La responsabilità politica rimane.

Si è raggiunta una "soluzione normativa il più possibile condivisa"? È questo il nuovo metro di giudizio anche cristiano? Non conta più dare da bere e da mangiare a chi ne ha bisogno per sopravvivere? Non crediamo più nella sacralità della vita? Abbiamo rinunciato a chiamare male il male e bene il bene senza relativizzare "caso per caso"? Infondo era già tutto troppo chiaro nel disagio espresso (di nuovo a tutti i livelli), tra mezze parole tirate di bocca e silenzi troppo lunghi e assordanti, durante i giorni in cui veniva condannato a morte il piccolo Charlie.

Sì, è un giorno triste...per l'Italia, per i nostri figli, per i malati di oggi e di domani...e per una chiesa italiana incapace di testimoniare Cristo, vittima di una strategica quanto infruttuosa timidezza e corrotta dalla ricerca dell'unico principio rimasto non negoziabile (insieme allo ius soli) e per nulla evangelico: il dialogo. Abbiamo forse paura di perdere i "30 denari" dell'8x1000 e per non perderli lasciamo che con questi comprino i nostri silenzi e il nostro tradimento? A questo punto non sarebbe più utile "restituirli" come fece Giuda e rimettersi in ginocchio come fece Pietro? L'alternativa sarà inevitabilmente diventare sempre più incapaci di parlare di vita (suicidandosi come Giuda) e di speranza (che ha permesso a Pietro di chiedere perdono e di non cedere alla disperazione e al male come Giuda).

Il piano è sempre più inclinato. Capiremo il costo culturale e sociale di quanto accaduto oggi (e permesso da troppi) solo sul lungo termine. Ognuno risponderà non solo per quanto detto e fatto, ma anche per ciò che avrebbe potuto fare e non ha fatto e per ciò che avrebbe potuto dire e non ha detto.
A tutti noi ora il compito di tenere accesa la fiamma della dignità di ogni vita umana, come uomini, come cristiani, come Chiesa e, quando servirà, nonostante la chiesa. Sarà sempre più complicato, ma necessario.
Sì, oggi è un giorno triste... molto triste.

da La Baionetta
 

18 agosto 2017

La responsabilità etica dei cattolici nella comunicazione (terza parte)

di la Baionetta
È difficile parlare dopo tutte le considerazioni offerte dai colleghi e amici. Facciamo uno sforzo per costruire una dimensione comune del lavoro che stiamo facendo. Allora, tu, Giancarlo hai parlato della centralità della persona umana. Una caratteristica della persona umana è che emette messaggi; qualunque persona emette messaggi. Il primo assioma della scuola di Palo Alto – assioma è una verità evidente nella sua verità – dice che “non si può non comunicare”. E questo ha moltissime implicazioni, tra cui alcune delle cose che i comunicatori fanno quando utilizzano PNL e cose di questo tipo. Ma non è quello di cui parliamo oggi.

Quanto detto rende tutti noi comunicatori? No, ci rende tutti comunicanti. Il comunicatore è chi utilizza scientificamente, ha gli strumenti per utilizzare questa natura, di ogni essere umano, o entrare in rapporto con la natura di ogni essere umano; quindi i messaggi che emette, li emette con un maggiore livello di coscienza e consapevolezza. La consapevolezza tecnica non è necessariamente una consapevolezza morale. Però, non tutto ciò che è possibile è lecito, dal punto di vista morale. Noi siamo immersi in un clima di esplosione comunicativa.

Noi abbiamo una quantità di informazioni come mai nella storia. Mi ricordo di un incontro organizzato dall'associazione Il Laboratorio presso il comune di Buttigliera Alta, ove mi occupavo di comunicazione istituzionale. Qui parlava don Ermis Segati, il quale disse che la biblioteca di Boccaccio non era molto grande, eppure, nonostante ciò, ha prodotto dei capolavori. La questione è che tutte le informazioni, che noi oggi abbiamo, non producano più informazione. Non è che noi siamo più informati.

Voi avete un'idea di quanti comunicati stampa emetta mediamente un'istituzione? Ve lo dico io: ogni istituzione di media grandezza emette ogni giorno tra i 50 e i 100 comunicati. E tendenzialmente questo produce l'ingolfamento della casella postale di chi fa il giornalista. L'unico effetto è questo.
Così, rispetto alla Chiesa, mi viene da riportare le parole che Monsignor Maggiolini espresse in un incontro al Meeting di Rimini: “La Chiesa produce un sacco di documenti”. Questo perché il Papa fa le encicliche e poi ogni vescovo si sente nell'esigenza di realizzare dei propri documenti. Poi c'era anche un particolare vescovo che sentiva l'esigenza di scrivere lettere pastorali per contraddire le encicliche papali, il cardinal Martini per intenderci; che è diventato l'antipapa per tutta una serie di giornalisti. Nessun giudizio sulla persona ma sulla funzione che si assume. Quindi, ogni vescovo scrive numerosi documenti. Poi chiaramente ogni ufficio delle Diocesi scrivono documenti rispetto alla pastorale; ogni parroco scrive l'editoriale del giornale parrocchiale su questi documenti. Come se piovesse e i cattolici cosa fanno, aprono l'ombrello e tirano avanti. Così fanno di fronte a questo profluvio di documenti. Noi siamo in questa grande Babele di emissione di messaggi.

Gli uomini di Chiesa si “difendono bene”. Sono capaci, sono consapevoli, parlano a se stessi? Sì, parlano spesso a se stessi. Non pensano più che c'è invece un mondo a cui bisogna parlare. Non c'è un Ettore Bernabei che capisce che ci serve un nuovo media, come la televisione di cui parlava Mauro. Come hanno fatto la Rai in Italia? La fanno così: ad un certo punto la Democrazia Cristiana chiama i più grandi virgulti dell'Azione Cattolica e gli dice dovete fare la televisione. Sapete chi c'era tra questi grandi virgulti? Umberto Eco e Gianni Vattimo... in effetti qualcosa non funzionava già un sacco di tempo fa.

Gli uomini di Chiesa spesso parlano a se stessi. Mi sono interrogato sovente su ciò, partendo da quello che faccio. Io dirigo giornali che non sono giornali dichiaratamente cattolici. Come il Moinviso e Dai2006più di imprenditori ove ho portato spesso il Movimento Cristiano Lavoratori
Il giornalismo cattolico ha bisogno di un presupposto, se la persona è al centro, che è il giornalista cattolico. Perché vi sono tanti giornali dichiaratamente cattolici, che in realtà non lo sono più.
Problema che è causato da un certo eclettismo folle, il quale porta a parlare di qualunque cosa, anche di idee pensieri non cattolici, siccome gran parte del mondo cattolico si è autoinserito laddove fa comodo alla narrazione dominante. Noi non dobbiamo avere paura di essere cattolici, provocatori, di essere in ambienti ostili. Pensate che ho citato un autore-filosofo caro agli animatori de La Baionetta, Gustave Thibon, in un editoriale su un giornale di imprenditori, Dai2006più. Questo non ha generato scandalo a nessuno, giacché abbiamo dato una ragione, un messaggio chiaro per fare questa cosa. Della comunicazione noi cattolici non dobbiamo avere paura; anzi, dobbiamo tornare a raccontare storie, come abbiamo fatto con la Rai di allora. Pensiamo all'importanza dei suoi sceneggiati, ripresi dai capolavori della letteratura, quali i Promessi Sposi, che erano il parlare dello spirito di una nazione, erano la capacità di fare una televisione di qualità e originale, erano la capacità di parlare al popolo.

Oggi al popolo chi parla? Parlano comunicatori astutissimi, che ci fregano con un uso ideologico di strumenti narrativi come lo story telling, attraverso i quali raccontano un'altra storia. La capacità dei nostri avversari, di essere performativi, è altissima! Anche perché non avendo il principio di verità, che è un limite, che è la salvaguardia dell'umano: il principio di verità e di realismo, possono dire qualunque cosa. Ecco che la loro capacità di raccontare e indicare storie è altissima. Dobbiamo avere paura di questa cosa, dobbiamo essere innamorati di questo mondo della comunicazione? Secondo me, né l'uno né l'altro.

Essere cattolici vuol dire andare verso il popolo, bisogna essere popolari, bisogna anche saper essere intelligentemente nazional-popolari. Noi abbiamo un patrimonio di giornalismo che è raccontare ciò che se non raccontiamo noi non racconta nessuno. Nessuno. I nostri paesi scomparirebbero senza il giornalismo che i cattolici sanno fare con i loro giornali.

Su questa strada si colloca il lavoro che faccio nella redazione di ciascun giornale che dirigo. Porto lì dentro le grandi questioni, perché spesso i collaboratori e i lettori leggono solo quel giornale specifico. E allora, se gli parliamo di Charlie, come ho fatto io al Monviso, per esempio, si scopre che i redattori sono tutti contro l'eutanasia. Nessuno è cattolico, eppure di fronte a questo principio di evidenza naturale c'è un'alleanza. A pranzo, perché noi mangiamo in redazione, parliamo di Fabiano Antonioni, in arte dj Fabo, e la pensiamo tutti allo stesso modo. È una redazione di “uomini vivi”, che quindi capiscono la brutalità della questione. Io con loro discuto gli editoriali: quello su Charlie, sull'“aiutiamoli a casa loro”: in questo caso ho citato padre Piero Gheddo, che conosce davvero la situazione africana, dicendo che vi è un grande problema di educazione pure in Africa.

E in questo nostro mondo, in questa periferia che tutti noi viviamo della comunicazione, il pensiero corto, il fatto che tutto debba stare dentro in uno slogan, non ci aiuta a capire quanto riportato poc'anzi e ancora ciò: che cosa capita solitamente tra noi qui presenti? Una cosa che ricordò Giussani durante il discorso che tenne a Desio per la Democrazia Cristiana, ricordato in un dibattito recente, che ho seguito. Nel suo intervento qualifica il contributo che i cattolici danno alla democrazia. E come? Lo qualifica come difesa del pluralismo. Questa cosa qui la facciamo solo noi cattolici. Perché capiamo che dove c'è una posizione che liberamente si mette in gioco, ecco che c'è più coscienza. Il pensiero unico, la grande omologazione, di cui parlava Pasolini e di cui parlava don Giussani in quel discorso alla DC lombarda dicendo “la profonda comunanza di giudizio, rispetto a questa grande omologazione”. Perché ci sono delle cose che non si possono più dire. Voi che fate La Baionetta avete il coraggio di dire le cose che non si possono più dire. Purtroppo nemmeno in certi ambienti della Chiesa si possono dire. Voi fate un tentativo coraggioso, un blog coraggioso, perché dite delle cose che non è facile dire, senza il registro della provocazione. La Baionetta è il coraggio di dire cose scomode, senza la provocazione fine a se stessa; è il tentativo di ridestare dal torpore, non è carpire un consenso perché è semplice invocare degli slogan ideologici.

È ridestare l'attenzione anche attraverso la pro-vocazione, cioè richiamando la persona ad essere ciò che deve essere. Nel movimento di CL mi hanno insegnato – e spero che lo si insegni ancora – “o si è protagonisti, o si è nessuno; o si dice io o non si è nessuno”, e allora l'uomo è chiamato a dire io.
La capacità di provocare, di ridestare questo protagonismo è fondamentale, oggi, poiché l'omologazione non vuole persone che dicano io. Non credo che servano giornali cattolici. Se ci sono, va bene. Io credo che il punto consista nel fatto che ci siano giornalisti cattolici. Ma i cattolici cosa compiono? Compiono la battaglia che Annah Arendt diceva essere quella di questi tempi: “stare di fronte ai fatti”, e i cattolici stanno di guardia ai fatti. O per dirla con il caro Chesterton “brandiremo le spade per dire che le foglie sono verdi in estate”. Ed è così. Oggi questo è il livello, perché solo il potere può essere anarchico – e cito ancora Pasolini –, solo il potere in forza del suo potere può dire che è vera una cosa che non è vera; questa si chiama propaganda. E la propaganda si trova pure nella legge. Le leggi sono scritte male. I cattolici tra le altre cose avevano aiutato a scriverle bene, assieme alla costituzione, in un buon italiano; cosa che oggi non hanno più fatto, a causa del pesante clima ideologico.

Per chiudere. Servono questi giornalisti cattolici, che siano alleati di tutti coloro che non vogliono l'omologazione. E nel popolo c'è una curiosità, un desiderio di sapere contro ogni ideologia. Dobbiamo andare incontro alle persone che ne fanno parte, come succede al Monviso, qui alla sede del MCL. La comunicazione è un servizio alla Verità se corrisponde a una curiosità che l'omologazione vorrebbe distruggere. Oggi servono operatori della comunicazione che abbiano questo profilo. Nella biografia scritta da Savorana per don Luigi Giussani si trova una citazione molto significativa, collocata negli anni '70, in tempi molto simili a questi (anche se l'ideologia di oggi è diversa): “Ebbi chiaro che il mio compito era suscitare vocazioni al giornalismo”. Perché se noi cattolici dobbiamo difendere la realtà, dobbiamo difendere la comunicazione giornalistica. Una lotta efficace alla propaganda: comunicazione scientificamente fatta in servizio del potere, tra i nostri principali avversari, richiede giornalisti comunicatori cattolici. Poi magari faranno giornali cattolici, ma non è necessario; anzi, se non li fanno è meglio. Non serve che ci siano giornali cattolici, giacché il dissenso sotto uno dei più terribili regimi, che era quello sovietico, si chiama samizdat, che vuol dire editare.

Quindi il problema non è che quello che editiamo abbia un'etichetta. Perché come dice benissimo Marta Cartabia nella prefazione al Il Potere dei senza potere “Nasce sempre una grande amicizia tra chi è dissidente rispetto all'isola del potere” qualunque sia la posizione da cui si parte. Poiché l'amicizia nasce nella difesa della libertà. E il giornalismo è questo. Per essere liberi ci deve essere la Verità. Perché se no capita quel fatto che era la battuta dei dissidenti russi. C'erano due giornali in Russia: Pravda e Isvezia; Pravda sta per verità e Isvezia sta per notizia. E allora i dissidenti russi dicevano che in Isvezia non c'era alcuna Pravda, e in Pravda non c'era alcuna Isvezia.

https://labaionetta.blogspot.it/2017/07/ricognizione-responsabilita-cattolici-comunicazione-3.html
 

15 agosto 2017

Intervista con la professoressa Anna Bono: Ius soli e ius sanguinis

di La Baionetta
È un periodo di fuoco quello che la politica italiana sta affrontando in queste ultime settimane. A scaldare gli animi non è il sole estivo, bensì il disegno di legge sulla cittadinanza, ora in discussione al Senato. La proposta in questione è stata fatta per introdurre il 'diritto di nascita', e non il cosiddetto ius soli, il quale esiste già dal 1992 a fianco dello ius sanguinis; sulla scia di Francia Olanda e altri paesi europei. Da allora sono passati 25 anni, e nel frattempo la cittadinanza è stata estesa a oltre un milione di immigrati.

A differenza di quanto accade nel resto d'Europa, da noi si rischia di allargare inutilmente il diritto di cittadinanza, e di dare l'impressione di “regalarla senza obblighi”, con un diritto di nascita che, qualora fosse approvato, vanificherebbe gli effetti di un ragionevole ius soli già vigente. Si tenga presente che in Francia e in Olanda vige lo ius soli ma non il diritto di nascita, e come nella legge Martelli del 1992, i minori possono acquisirla solo al compimento del diciottesimo anno. In Germania, Spagna, Regno Unito il diritto di nascita è temperato da un periodo di residenza del genitore più lungo di quello previsto dalle norme italiane. Non si citano gli Stati Uniti giacché hanno un'altra situazione politico-sociale ma una cosa è certa: nemmeno lì regalano la cittadinanza.

E se nel resto del mondo ricordare quanto detto non è prova di discriminazione, tutt'altro accade in Italia. Chiunque compia tale gesto di buon senso, è gettato al bailamme mediatico e accusato di “essere un cattivo”. In tale contesto si sprecano gli slogan pietistici e gli slogan urlati in opposizione, che purtroppo prevalgono sulle riflessioni di merito.

Ora, a chi non vuole annegare in quel mare di “fake-news” non resta che una sola cosa da fare: affidarsi a qualcuno di autorevole con cui approfondire per davvero la questione e stare ai fatti, lontani da ogni mistificazione ideologica. Ed è quello che chi scrive ha fatto per VitaDiocesana Pinerolese, chiedendo un giudizio ad Anna Bono, autorevole africanista e docente di Storia e Istituzioni dell'Africa presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Torino.

Una nuova legge sulla cittadinanza è necessaria? Ci aiuti ad approfondire la questione...
Premesso che non sono un’esperta in questioni giuridiche, credo che sia importante capire la distinzione fondamentale tra ius soli e ius sanguinis. Il primo stabilisce che chi nasce nel territorio di uno stato ne è cittadino, anche se i suoi genitori non lo sono. Il secondo fa dipendere la cittadinanza dal sangue, quindi dalla nazionalità dei genitori. L’Italia garantisce a tutti i minori residenti, autoctoni e stranieri, gli stessi diritti fondamentali – primi fra tutti, quello all'assistenza sanitaria e quello all'istruzione. Probabilmente la formula più ragionevole e che meglio tutela i diritti dei bambini e dei loro genitori, è quindi quella già in vigore: uno ius soli per così dire temperato in base al quale, raggiunta la maggiore età, i figli di stranieri nati e residenti in Italia stabilmente possono scegliere di diventare cittadini italiani.

Per quale motivo “lo slogan” che porta a equiparare l'emigrazione italiana di allora con quella di chi giunge oggi sulle nostre coste va sfatato?
Per prima cosa gli italiani che emigravano in passato, e quelli che lo fanno tuttora, emigrano regolarmente, rispettando le leggi nazionali e internazionali, mentre gli emigranti che arrivano in Italia lo fanno illegalmente.
In secondo luogo gli emigranti italiani del passato sceglievano come destinazione paesi in crescita, che chiedevano forza lavoro, mentre gli emigranti illegali attuali scelgono come destinazione un paese in forte crisi economica, con elevati tassi di disoccupazione (quella giovanile supera il 40%) e di povertà assoluta: una scelta irrazionale, del tutto anomala.

Tito Boeri, presidente dell'INPS, è d'accordo con quanto sostenuto dal monsignore; in una conferenza stampa, ai primi di luglio, ha dichiarato: “l'Italia ha bisogno degli immigrati per sostenere il welfare. La giovane età degli immigrati compensa il calo delle nascite nel nostro paese, la minaccia più grave al nostro sistema pensionistico”. Come commenta queste parole?
Non abbiamo bisogni di giovani, ovviamente, visto che tanti se ne vanno e milioni restano disoccupati. Abbiamo bisogno di lavoro, occupazione, crescita economica.
La quasi totalità degli immigrati illegali non lavora e non troverà lavoro, quindi non paga e non pagherà contributi. Se anche fosse, il nostro sistema previdenziale è contributivo. Quindi, quelli che lavorano, con i contributi versati maturano la loro pensione e il loro trattamento fine rapporto, non quello altrui.

Perché occorre riconoscere, oltre al diritto di emigrare, il diritto di vivere a casa propria? Come lo si può garantire, attraverso quali tipi di aiuto? Premesso che il diritto a emigrare non comporta il diritto di andare dove si vuole, entrando in un paese a forza, con espedienti e senza rispettarne le leggi, il diritto primario è effettivamente vivere in dignità e sicurezza nel proprio paese. Ogni governo, ogni popolo dovrebbe impegnarsi a far valere questo diritto. Come? Occorrono prima di tutto governanti responsabili, preparati, disposti a contrastare corruzione e malgoverno. Aiuti dall'esterno sono possibili, ma non essenziali e men che meno risolutivi, se mancano le condizioni interne per garantire crescita economica e sviluppo.

https://labaionetta.blogspot.it/2017/07/intervista-Bono-Iussoli-iussanguinis.html
 

11 agosto 2017

La responsabilità etica dei cattolici nella comunicazione (seconda parte)

di La Baionetta
Giancarlo: “Ringrazio per l'invito gli amici del blog La Baionetta. È sempre interessante dibattere e discutere. A Pinerolo ho avuto l'avventura di avere la responsabilità dell'ufficio pastorale lavoro. Non è la comunicazione l'aspetto di cui mi occupo principalmente, per questo vi è il direttore del settimanale diocesano Patrizio Righero, che è stato vostro ospite nel II incontro di studio. Però, obiettivamente la incrocio con costanza. Il pluralismo e il ruolo dei cattolici. Io partirei da un dato. Oggi mancano i cattolici anche in quel famoso Tg3 o meglio, mancano notizie viste in modo più plurale perché i cattolici si sono suicidati più che fatti sparire.

Ho sempre visto che il problema più grosso non è tanto la forza degli altri ma la debolezza nostra; sostanzialmente e progressivamente ci siamo liquefatti. Quindi era naturale che liquefacendoci a livello culturale a livello politico, ci liquefacessimo anche a livello della comunicazione. Ecco, valiamo poco contiamo poco perché siamo scarsamente formati in generale. Normalmente, siamo tornati a rinchiuderci nelle sacrestie, quando va bene; altrimenti, in altri luoghi più divertenti più ludici.

Il compendio della Dottrina Sociale della Chiesa ci indica la strada, per uscire da tale empasse. Sì, indica essa al punto 562, che è verso la parte finale, dal titolo che mi piace molto e che potrebbe essere il titolo di un libro “Da Babele alla Pentecoste”, il quale può aiutarci a capire qual è la strada della comunicazione, o meglio quello che si diceva nell'introduzione di questo incontro, “l'etica della comunicazione, come la ritrovo sulla strada che da Babele porta alla Pentecoste. Dice il compendio: “Alla luce della Fede la comunicazione umana si deve considerare un percorso da Babele alla Pentecoste, ovvero l'impegno, personale e sociale, di superare il collasso della comunicazione (cfr. Gen 11, 4-8) aprendosi al dono delle lingue (cfr. At 2,5-11), alla comunicazione ripristinata dalla forza dello Spirito Santo, inviato dal Figlio”.

Bene, ora potrei dirvi grazie dell'attenzione e speriamo di rivederci a Pentecoste. Così potrebbe essere la chiusura dell'intervento, perché è tutto scritto qui, nella Dottrina Sociale della Chiesa, che prende le mosse in maniera organizzata, alla luce del magistero della Chiesa, da Leone XIII e arriva alla messa in ordine nel compendio. Quindi, il percorso della parte dedicata alla comunicazione è questo: oggi viviamo una situazione da Babele. Analizziamo bene questa situazione. Mauro parlava dello slogan “aiutiamoli a casa loro”. È uno di quelli che vanno per la maggiore in politica, in questa politica “da felpa”; tutto ciò che vi sta sopra va bene: rottamiamo, la ruspa etc. Tutto funziona e possiamo fare felpe. Ma tutto questo è in realtà principio di semplificazione, utile all'individuazione del nemico pubblico. Non a caso oggi attraverso la comunicazione si designa “il nemico unico”.

Si diceva prima nell'introduzione la comunicazione post Family Day inventa la storia degli integralisti cattolici ma non c'e bisogno di tornare così indietro nei mesi. Guardiamo cosa è successo negli ultimi due giorni, a quei due articoli tristi usciti su La Stampa e La Civiltà Cattolica ma fermiamoci qui, per non aprire una feroce polemica, e andiamo a vedere la notizia su Taiwan: è passata la legge sull'equiparazione del (finto) matrimonio tra persone dello stesso sesso al matrimonio tra uomo e donna. Ovviamente, nella notizia i cattolici e la chiesa locale sono trattati come un settore oscurantista, i quali vogliono fermare lo sviluppo sociale culturale del Paese. Su buona parte dei giornali cattolici, che pochi non sono, ne hanno parlato? No! Siamo rimasti oscurantisti. Non è tanto la comunicazione stampa generale che mi rode ma la nostra, che non risponde alle false accuse. Certo, non occorre sbranarsi, però la parresia è d'obbligo, e cioè dire la verità, le cose come stanno. L'unico modo per combattere il principio di semplificazione è il comunicare, dire la verità. Perché la comunicazione di per sé non è buona o cattiva, è uno strumento. Benedetto XVI lo dice in Caritas in Veritate, lo affida, parlando della tecnologia nella comunicazione, al messaggio per la XLVI giornata mondiale delle comunicazioni sociali: “Sono da considerare con interesse le varie forme di siti, applicazioni e reti sociali che possono aiutare l’uomo di oggi a vivere momenti di riflessione e di autentica domanda, ma anche a trovare spazi di silenzio, occasioni di preghiera, meditazione o condivisione della Parola di Dio”.

E purtroppo, anche noi cattolici abbiamo ceduto all'eccesso di parole. Noi non siamo sul pezzo perché seguiamo gli altri nell'eccesso di parole, dentro il quale si annegano anche i nostri valori. Passa l'idea che la chiesa di Taiwan è oscurantista perché, nell'eccesso di parole, non diciamo niente di preciso puntuale, non mostriamo la Verità con coraggio. Di fatti la Dottrina Sociale della Chiesa ci sollecita a dire la Verità perché tute le parti del compendio dedicate alla comunicazione hanno l'assoluta preoccupazione di ricordare che il tema centrale deve essere la persona umana. La DSC è molto concreta giacché specchio di una fede incarnata. Non è insieme di elementi filosofici ma elemento di un Dio che si è fatto carne, che tocca le problematiche nella loro concretezza. Così essa si rivolge ai comunicatori e a chi usufruisce del lavoro di questi.

Continuiamo a percorrere la strada dei principi perniciosi che oggi contagiano la comunicazione. Poi alla fine vi dirò a chi appartengono. Dal principio della semplificazione al principio di contagio. Lo tratto partendo da una mia esperienza. Ho vissuto un'avventura positiva. Una suora cortesemente mi ha “incastrato” nella formazione dei giovani rom. Nel senso che all'inizio era “ogni tanto vieni a fare formazione” ma poi, e non so quando come e perché, è diventato “tutte le settimane sei lì a fare formazione”. Il potere meraviglioso delle suore.

Normalmente si dice “i rom sono tutti ladri”. Ormai è patrimonio comune, che conferma l'esistenza del principio di contagio, di tutta l'erba si fa un fascio. Così si crea il nemico comune e si contagia ideologicamente il giudizio delle persone. Comunicazione che va per la maggiore qui a Torino e altrove, sulle varie testate è un continuo susseguirsi di titoli urlati e carichi di slogan semplicistici; e le nostre testate che fanno? Se rispondono, lo fanno con articolo barbosi, che arrivi a metà e dici va beh, aderisco all'idea che va per la maggiore, eppure la DSC afferma al punto 561: “I fedeli laici guarderanno ai media come a possibili e potenti mezzi di solidarietà”. Già solo con questo smontiamo lo slogan 'i rom sono tutti ladri'. Non è così, perché sono persone piazzate in una periferia umana e reale.

Dunque, la DSC continua ricordandoci: “Le strutture e le politiche di comunicazione e la distribuzione tecnologica sono fattori che contribuiscono a far sì che alcune persone siano ricche di informazione e altre povere di informazione, in un'epoca in cui la prosperità e perfino la sopravvivenza dipendono dall'informazione”. Vado a chiedere ad ognuno di voi, quanti giovani volontari delle parrocchie attorno ai campi nomadi si occupano della formazione dei bambini rom? Zero. Se ne occupano i francescani. Perciò, come vedete, il problema è nostro. Torna la nostra debolezza. Qui c'è il ragionamento che è bello potersi scegliere i poveri che ci piacciono. Magari se vivono a 2000 km di distanza è ancora meglio.

III principio, di trasposizione: è sempre colpa di qualcun altro, o la responsabilità è di qualcun altro. Noi cattolici ci comportiamo come nobili decaduti. Mi viene in mente il titolo del libro di Bebbe del Colle I cattolici dal potere al silenzio (con due cerotti sulla bocca), come hanno fatto l'italia e come non vorrebbero distruggerla. Cioè non è mai responsabilità nostra. Rimaniamo sul pezzo, legati all'attualità. Il libro dell'ex presidente del consiglio dei ministri – non premier poiché non esiste premierato in Italia – che potrebbe essere socialista con quell'Avanti, non so, avrebbe potuto chiamarlo Unità. Se andate a vedere tutte le analisi uscite sul libro, le mettete insieme, potrete scoprire che è stato presidente ma senza responsabilità: dall'ufficio di presidenza è passato qualcun altro, che gli ha fatto sbagliare scelta o ha preso una scelta al posto suo. Reni poi dice che non ha avuto responsabilità. In estrema sintesi, è il principio di trasposizione, è colpa degli altri.

I cattolici contano meno, certo, ci sono state colpe arrivate dall'esterno ma chi si è fatto ingabbiare in uno schema di gioco che non ci è mai appartenuto, come quello centro-sinistra/centro-destra? Ci siamo fatti intrappolare in quella gabbia.

Possiamo vedere che la comunicazione di oggi è una comunicazione molto lontana da tutto quello che la chiesa maternamente ci dice, con la DSC e il magistero.

E arriviamo al principio di esagerazione, il IV. Qualsiasi aneddoto, piccolo banale che sia, deve essere trasfromato in qualcosa di grande pazzesco, allo scopo di far percepire con sospetto colui che è rappresentato come avversario. “Hanno rubato nel condominio, chi è stato, ah sicuro, i rom”. E poi quando chiedi all'interlocutore così frettoloso “scusa ma l'hai visto, l'hai fotografato?” la risposta è no. Oppure, lo stesso vedi un segno sul muro e inizia a dire “ah, ecco, hanno fatto un segno per venire a derubarci”... Esagerazioni che interpellato chi fruisce della comunicazione, e non solo i professionisti dei mezzi di comunicazione. La responsabilità etica riguarda entrambi.

È vero che possono propinarmi un titolo urlando con le peggiori esagerazioni ma io fruitore devo saper discernere, avere la formazione per saperlo fare. Dove si fa formazione alla buona comunicazione, in quale parrocchia si legge la buona stampa, quali parroci hanno animatori culturali? Questi animatori culturali dovevano nascere anni addietro, frutto di un'idea, di una vicenda tutta cattolica. Nacque, migliaia furono quelli che si formarono e poi si fermò tutto. Ci si chiede 'ma dove sono finiti, in quale luogo sono incastrati?'.

V principio, quello di volgarizzazione. Qualsiasi propaganda deve essere popolare. Più grande è la massa da convincere e più piccolo deve essere lo sforzo mentale richiesto. La capacità ricettiva delle masse è limitata. Più allargo la platea, meno ho bisogno di convincere. L'informazione social funziona così, ed ecco perché facilmente si presenta il problema delle fake news. Ho allargato la platea e tutto può diventare verosimile. Quindi, con attraverso l'informazione sociale si propaga velocemente il pregiudizio che noi cattolici siamo oscurantisti, medievali, crociati etc

VI principio, l'orchestrazione. La propaganda deve limitarsi a un numero piccolo di idee, ripeterle instancabilmente, disse qualcuno: “Se una menzogna viene ripetuta a sufficienza, alla fine diventa una verità”. Al fondo, come già accennavo prima, vi dirò chi è.

Ma attenzione la DSC da questo punto di vista cosa ci dice? Ci dice che “occorre assicurare un reale pluralismo in questo delicato ambito della vita sociale, garantendo una molteplicità di forme e strumenti nel campo dell'informazione e della comunicazione, e agevolando condizioni di uguaglianza nel possesso e nell'uso di tali strumenti mediante leggi appropriate”. E su leggi appropriate potremmo aprire un altro convegno. Prossimamente. Ma attenzione, il compendio della DSC ci ricorda che sulla comunicazione c'è da porre una questione educativa. Per riprendere Benedetto XVI: “L'emergenza educativa investe completamente, e ancora di più oggi che ieri, il modo della comunicazione”. Ne parla pure Papa Francesco ne La laudato si, quando chiama ad una rivoluzione culturale. Noi dobbiamo tornare a essere rivoluzionari, non pavidi rinchiusi in sacrestia. Su questa aveva ragione don Primo Mazzolari, che parlava della “rivoluzione cristiana”.

VII. Principio di rinnovamento, che consiste nel pubblicare notizie idee che denigrano l'avversario, in grande quantità e in grande velocità. Se apro un social, vedo molti che sparano a raffica notizie denigranti contro l'avversario, perché questo permette di indebolirne le difese. Abbiamo intere piattaforme, controllate da società varie, che fanno questo. Ma questo non è parresia, e va contro i principi riportati nel compendio. Il nostro tempo richiede un'intensa attività educativa. Anche il silenzio, come diceva Benedetto. Il silenzio è un'ottima risposta educativa all'eccesso di parole, che è anche un eccesso di notizie false, che è il principio di rinnovamento. Dobbiamo insegnare ai nostri giovani questo, senza ovviamente demonizzare la tecnologia, che non sempre è un male.

Il Compendio ci ricorda ancora che “per quanto riguarda la tecnologia in generale ci si preoccupa della sua retta applicazione. Noi sappiamo che questo potenziale non è neutro; esso può essere usato sia per il progresso dell'uomo sia per la sua degradazione”. Perciò, noi non possiamo stare dalla parte della degradazione umana. Perché il tema centrale, come già detto più sopra, è la persona umana. Se facciamo cattiva comunicazione, degradiamo la persona.

VIII principio, la verosimiglianza: presentare informazioni confermate almeno in apparenza, in apparenza solide, mostrate in modo parziale, creare confusione. E come la risolvono i cittadini? Cercando la spiegazione più semplice, in mezzo al mare delle notizie e alla complessità delle vicende. Siamo sul pezzo noi cattolici? No, siamo noiosi, barbosi. Spesso non siamo in grado di offrire un'informazione semplice, che può aiutare a capire: attenzione, non semplificata ma semplice nella forma, densa nella sostanza.

IX, principio del silenzio. Non organizzare dibattiti su argomenti in cui non si hanno motivazioni importanti. Come faccio? C'è una brutta notizia, e allora cosa faccio? Niente, ne invento un'altra che vada a controbilanciare. Se come cattolico faccio una cosa del genere, dimentico il principio fondamentale del compendio, la Verità. Noi siamo portatori di Verità. Certo, siamo anche portatori di misericordia ma questa senza Verità è buonismo di bassa lega.

Principio della trasfusione, numero X. Si usano pregiudizi e miti, “i rom sono tutti ladri”. Ma come possiamo fare così! Noi siamo figli di un Dio che si incarna, si fa uomo. E se quella centralità della persona umana, la riconosciamo, non possiamo giocare con i pregiudizi sulle persone; anzi, dovremmo essere i primi avversari di chi usa quei pregiudizi contro qualunque persona.

Diversa è l'ideologia. Prendiamo l'ideologia, Mauro parlava del gay pride a Torino e ad Alba. Esce il comunicato della Diocesi di Alba, molto puntuale e sereno. Quanti giornali, tolto La Gazzetta d'Alba e Vita Diocesana Pinerolese, lo hanno ripreso? Nessuno. Tra l'altro, e mi rivolgo ai comunicatori qui presenti, è interessante notare che attraverso la comunicazione si definiscono #pride, Piemonte-pride (per avere fondi regionali).

Chiudiamo con il principio dell'unanimità, XI. Convincere i cittadini del fatto - e qui si capisce perché è necessario battersi per una sana pluralità - che è necessario pensarla tutti allo stesso modo, creare una falsa unanimità: i “matrimoni” tra persone dello stesso sesso sono lo sviluppo della nostra cultura, dappertutto. Tutti la devono pensare allo stesso modo, perché si deve anche mantenere il desiderio istintivo di appartenenza in ciascuno. Chi ha il coraggio di opporsi, di affrontare il pubblico ludìbrio, come quel deputato maltese, l'unico, che ha votato contro il matrimonio omosessuale? Attenzione, la DSC ci invita all'impegno personale ma anche comunitario: non ci dice “ognuno per sé, Dio per tutti”; ci dice di formarci insieme, trovarci attorno ai valori e ai principi fondamentali per l'uomo, di farci compagnia e affrontare insieme le sfide.

Ora, chi si nasconde dietro i pericolosi principi che ho citato? Il maestro e ministro della propaganda del partito nazista, Gobbels. I suoi principi si trovano ancora oggi nella comunicazione dei giornali, qualsiasi, e nella comunicazione dei grandi leader. E nella comunicazione attuale sono riproposti in una veste nuova. Qui è Babele. Dunque, occorre incamminarsi verso la Pentecoste.

https://labaionetta.blogspot.it/2017/07/ricognizione-responsabilita-cattolici-comunicazione-2.html




 

04 agosto 2017

La responsabilità etica dei cattolici nella comunicazione (prima parte)


di La Baionetta

Sotto l'impulso di Giovanni Paolo II, evidente soprattutto nel Convegno ecclesiale di Loreto del 1985, i cattolici italiani sono sollecitati ad agire in modo che "la fede cristiana abbia, o recuperi, un ruolo-guida e un efficacia trainante".

In questa prospettiva missionaria i media - giornali tv radio internet - assumono una rilevanza senza precedenti per la testimonianza del messaggio cristiano nella società moderna, reagendo alle “teologie” della scelta religiosa, la quale condanna il cattolico all'irrilevanza e all'intimismo; con il rischio di un cristianesimo dis-incarnato e incapace di dare ragione della sua unicità e del suo essere risorsa preziosa per il bene comune.

Non a caso, la specifica dei comunicatori cattolici consiste nell'offrire, all'interno della Babele informativa attuale, una sana etica della comunicazione fatta di coscienza critica e di risposte concrete ai bisogni spirituali e materiali delle persone: in termini di ragione, significato della vita, Speranza, Giustizia, Carità. Ma non solo, essi assicurano la libertà della Chiesa dinanzi al nuovo “consumistico impero globale della sfera” - per usare un'espressione cara a Papa Francesco -, costruito dalle multinazionali dell'informazione, che non agiscono nella più totale trasparenza, e nemmeno nell'interesse dei singoli; anzi, l'intento loro è di indebolire la capacità di giudizio di questi, performandoli ad un “pensiero unico” mainstream; a discapito della libertà di parola e di coscienza; beni sia per i credenti che per i non credenti.

I cattolici, per la propria unicità, devono vigilare sulle possibili manipolazioni dell'informazione, e ciò si inserisce nella tradizione culturale della dottrina sociale della Chiesa e riafferma il principio etico, valido anche per la comunicazione sociale: “Non tutto ciò che è tecnicamente possibile è moralmente lecito”.

I tre relatori, di cui sotto forniamo un breve curriculum, hanno saputo dimostrarci che raccontare la realtà, contro ogni tentativo ideologico di falsarla, è il dovere etico più importante. Oggi, in cui il senso del limite, la certezza del vero e del bene sono smarriti.

Mauro Carmagnola e’ nato a Torino il 16 settembre 1960, si e’ laureato in Scienze Politiche ed ha conseguito un master in Finanza presso la Scuola di Amministrazione Aziendale di Torino. Giornalista pubblicista dal 1993, e’ direttore responsabile de Il Laboratorio di MCL Notiziario provinciale lavoratori. Presidente del’Unione Regionale MCL del Piemonte e Consigliere Nazionale del movimento e Consigliere Nazionale del movimento ed entra nell’Esecutivo Nazionale MCL. Autore di saggi e libri, tra cui Appello Bianco, redatto assieme a Luca Reteuna, e Perche’ Berlusconi non ci ha liberati dal comunismo.

Giancarlo Chiapello è nato a Torino il 30 agosto 1974, residente a Moncalieri (To). Fin da giovane impegnato nel volontariato parrocchiale nel servizio dell’animazione dei giovani e nell’organizzazione di attività oratoriane si occupa anche della formazione degli animatori. La passione per la politica, intesa come “un’alta forma di esercizio della carità”, l’ha portato negli anni ad essere impegnato nella dirigenza locale e provinciale del Partito Popolare Italiano ed eletto nel 2002 consigliere comunale di Moncalieri dove ha ricoperto le cariche di capogruppo e presidente della Commissione consigliare permanente cultura, giovani, infanzia, pari opportunità. È stato negli anni responsabile dei giovani popolari dopo lo scioglimento del PPI e responsabile nazionale sia propaganda e studi sia organizzativo del movimento laico di ispirazione cristiana «Italia Popolare». Fondatore del Centro Studi Sociali «Mario Becchis». Oltre ai libri curati per Effatà, ha pubblicato Mario Becchis, il Sindaco intellettuale, ed. Iniziative Editoriali (Moncalieri, To), Sulla strada di Gerico. Animatori parrocchiali oggi, ed. Vita. Da marzo 2017 è direttore dell'Ufficio diocesano della Pastorale Sociale e del Lavoro, presso la Diocesi di Pinerolo.

Marco Margrita, vive tra Giaveno, Pinerolo, Torino e Roma. È esperto di comunicazione, consulente editoriale per Echos Group, membro del cda della fondazione romana politico-culturale Europa Popolare, legata al Partito Popolare Europeo e al MCL, dirige la comunicazione di Dai-impresa, gruppo di Aziende, Imprenditori, Professionisti, Artigiani e Commercianti radicati a Torino e nella sua Prima Cintura, Val Susa Val Sangone e Pinerolese; cura la comunicazione per alcune importanti realtà del Terzo Settore; conduce con Luca Calcagno, l'approfondimento giornalistico a Radio Italia Uno, dopo aver condotto con Maurizio Berta la trasmissione "Il Sasso nello Stagno", prima su Radio Dora poi su Susa Onda Radio; ha collaborato e collabora con importanti testate locali e nazionali come Vita Diocesana Pinerolese, La Valsusa, il settimanale Tempi, ed è direttore de La Pietra Nello Stagno, giornale online canavesano, di 2006piùMagazine e de Il Monviso, mensile e settimanale storici del Piemonte.

Abbiamo chiesto ai nostri autorevoli ospiti di riflettere su quanto scritto e di condividere come affrontano le sfide quotidiane. In un'epoca in cui il ruolo della presenza cattolica nella stampa e nel mondo editoriale resta minoritario, nonostante l 'imponenza dello schieramento e il suo radicamento capillare nel territorio e nell'istituzione ecclesiastica.

Ha moderato la penna nera Federico Montagnani, che ha detto: "Benché il tema della responsabilità dei cattolici nella comunicazione sia sempre importante assistiamo da qualche tempo a un fenomeno singolare, cioè l'attività di sabotaggio da parte di una vera e propria “quinta colonna” all'interno del mondo cattolico, che una volta avremmo definito militante e conservatore nei confronti di chi, proveniente da questo stesso mondo, ancora difende i principi non negoziabili e una presenza militante dei cattolici nella sfera pubblica. Per fare una breve cronistoria gli eventi salienti sono stati l'opposizione al family day di piazza San Giovanni: penso all'articolo di Crippa su Il Foglio a proposito dei cattolici ideologici e integristi, la polemica su Papa Francesco al convegno ecclesiale di Firenze contro i cattolici pelagiani, che confidano nella norma e gnostici che confidando nel ragionamento perfetto dimenticano la carne del fratello; infine, il dossier de la Nuova Europa sui fondamentalismi a cura di Massimo Introvigne. Per non dimenticare padre Spadaro e il suo 'ecumenismo' tra destra evangelica americana e integralisti cattolici. A quanto pare i fondamentalisti siamo noi che ci poniamo tutta una serie di questioni - quali appunto la difesa dei principi non negoziabili, tra cui la vita, la lotta senza compressi alla deriva antropologica. E novità, l'attacco viene non solo da Repubblica o da Vito Mancuso, Enzo Bianchi, ma da parte dell'ex mondo cattoconservatore militante. Ora tutti questi soggetti sono accomunati da un uso smodato della retorica per creare fondamentalisti là dove ci sono cattolici, e integristi dove ci sono integralisti. Forse anche nel sapere affrontare temi così importanti fuori dalla retorica dei muri e dei ponti sta il contributo di noi cattolici senza “etichette” e la nostra responsabilità nella comunicazione, cioè nel riallenare uno spirito critico e cercare innanzitutto la Verità. Questo sarebbe utile a noi stessi e a tutti. Ma soprattutto, mi sembra che il contributo dei cattolici nella comunicazione debba essere lo spirito critico. Contributo fondamentale in un'epoca in cui retorica la fa da padrona, che è quindi necessario per saper andare oltre questa retorica; e poi non deve mancare la difesa di una certa idea di libertas ecclesiae nel pensiero unico dominante e mainstream, che Papa Francesco ha definito in più di un'occasione con la figura della sfera. Dunque, chiederò ai nostri relatori come declinano questo tema nel loro lavoro. La parola a Mauro".

Mauro: “Direi prima di tutto che i cattolici hanno informato la società civile, la legislazione italiana in materia di libertà di stampa, di pluralismo dell'informazione. Noi abbiamo attraversato un periodo in cui si è legiferato in merito a questi temi con una forte presenza pubblica dei cattolici. Questo obiettivamente, storicamente ha dato luogo a delle sensibilità che forse non ci sarebbero state se ci fosse stato aria di regime. Ne cito alcuni di questi personaggi, Guido Gonella è stato un presidente di tutto l'ordine dei giornalisti, ma non è mai venuto meno alla sua identità: non la usava in termini strumentali ma l'usava al fine di un giornalismo il più libero possibile. Sensibilità che nonostante l'incapacità, la malizia di certi giornalisti ed editori, ha saputo influenzare positivamente l'intera Europa, non solo il nostro Paese.

A questo punto non posso non pensare alle varie carte che abbiamo noi giornalisti. Carte come quella di Treviso, le quali studiamo, ripetiamo a memoria; ne abbiamo così tante a cui appellarci che tra poco non avremo più la carta su cui scrivere. In questo vi è sicuramente un'impostazione umanitaristica in senso lato, che magari con il cattolicesimo ha poco a che vedere, nonostante presenti alcuni punti che si ispirano ad esso.

I cattolici hanno il ruolo che quando la società glielo permette è propositivo e positivo, e di crescita di tutta la comunità nel suo complesso. Se non ci fossero stati dei cattolici, probabilmente la legislazione italiana, e anche poi la giurisprudenza relativa, sarebbe stata diversa; ci sarebbe stata una sensibilità diversa anche nei confronti di tante situazioni che noi viviamo, che deontologicamente, in quanto giornalisti, siamo tenuti a rispettare. In qualche maniera stringente, pesante nei confronti della categoria. Ma direi che è dovuto per i bambini, per il rispetto di ogni persona. Devono essere protetti da certe strumentalizzazioni dei mezzi di comunicazione di massa, che avvengono quando vi è un clima fortemente ideologico.

Ecco che considerando attentamente la storia della presenza cattolica nel nostro Paese, possiamo ben vedere quanto sia stato fondamentale il ruolo dei cattolici nella comunicazione negli anni in cui c'è stata la loro egemonia politica e anche in parte culturale. Non posso non ricordare cosa è stato il servizio pubblico televisivo. Chi è nato con la televisione tra gli anni 50 e 60, dovrebbe ricordarsi che si era reduci da un'esperienza illiberale e dittatoriale. La televisione italiana per passaggi successivi ha saputo essere tre cose; innanzi tutto, una televisione sostanzialmente libera, in cui con una sola rete si riusciva a fare più servizio pubblico, perché c'era un'attenzione alla qualità. Era una buona televisione, lo riconoscono tutti, in cui i cattolici erano fortemente presenti con la produzione e con la comunicazione giornalistica. Questo fa pensare. Oggi abbiamo una televisione decaduta, e sempre tutti lo riconoscono, e abbiamo meno presenza dei cattolici, sia dal punto di vista culturale che della comunicazione giornalistica. Direi che le due cose sono collegate. Con la venuta meno dei cattolici, è venuta meno la qualità.

Secondo aspetto. La funzione educativa della televisione era alta. Pensiamo al programma per l'alfabetizzazione “Non è mai troppo tardi”. Se oggi si fosse così attenti, si potrebbero fare programmi per l'integrazione culturale, da rivolgere agli extracomunitari. Ma con il servizio pubblico cosa diamo, con le reti commerciali cosa favoriamo? Niente! Al massimo diamo loro le telenovelas o prodotti inutili.

Terzo aspetto. Una sana idea di pluralità vigeva nella televisione e nella comunicazione di matrice cattolica, all'epoca della pienezza della possibilità. Ecco perché non erano i soli. Il padre di Veltroni era un esponente importane della Rai, nessuno gli ha mai detto niente; non è che ci fosse la caccia alle streghe verso coloro che non condividevano la Fede cattolica. I cattolici non hanno mai avuto un'idea opprimente, unilaterale della divulgazione giornalistica e di contenuti. Questa tv faceva da contraltare alla stampa laicista e anche alla stampa di sinistra, come l'Unità, forte soltanto per meriti di partito. Di fatto anche nel momento in cui ci si impegnava per un discorso di parte, si teneva conto dell'equilibrio pluralistico nella comunicazione. Oggi questo è saltato perché la comunicazione è così frammentata che non ci si pone più il problema del pluralismo vero; al contrario, se ne propone uno falso. Non c'è paragone con quello che possono mettere in campo sul web determinate testate, quali Il Corsera e Repubblica e quello che può mettere in campo la sommatoria di piccole testate. Questo per dire che la possibilità di dare spazio, permettere di esprimere giudizi idee a tutti è un'illusione. In realtà sono privilegiati soltanto gli organi laicisti a discapito di quelli cattolici e di quegl'altri che non si piegano ad una visione laicista.

Il pluralismo di quegli anni sapeva contagiare. Anche i giornali più faziosi, come La Stampa di Torino, era più attenta alla nostra cultura, per esempio lasciava uno spazio, mi ricordo, a Carlo Bo e ad altri in campi o pagine particolari. Se poi vediamo la svolta che c'è dopo l'avvento di Giovanni Agnelli al timone dell'azienda Fiat e della testata con suoi direttori, da Levi a seguire, scompare la presenza cattolica, che rimane ancora sul Corriere della Sera e sul Secolo XIX. C'è stato un impoverimento, della qualità giornalistica, parallelo all'indebolimento della presenza dei cattolici. Ripeto, laddove sono forti, si rispetta di più il pluralismo; c'è più effervescenza, vivacità. Il lavoro censorio è infinitamente meno aggressivo di quello a cui assistiamo oggi, non solo nei nostri confronti ma anche uno verso altro.

Altro aspetto importante da sottolineare è questo, la ricchezza rappresentata dalle testate locali cattoliche, che sono la fortuna di questo Paese; alcune delle quali hanno storicamente una forte connotazione cattolica.

Ai cattolici si apre la prospettiva di saperle valorizzare, attraverso il prendere coscienza che il modo di fare cronaca e l'approccio linguistico sono cambiati rispetto a 50 anni fa. Questi aspetti della comunicazione devono essere cambiati aggiornati; ovviamente, non devono cambiare i nostri valori di fondo; occorre essere ancorati ad una visione positiva e costruttiva del mondo, ancorati alle comunità locali, essere buoni giornalisti; fare giornali letti e diffusi. Possono ancora stare sul mercato, perché vendono al contrario dei giornali dei signori della modernità, i quali vedono sempre più diminuire il numero di lettori, nonostante le abbiano provate tutte, anche con internet. Vuol dire che può esserci ancora mercato per la carta stampata. Soprattutto quando i nostri prodotti sono di qualità, originali. Non come La Stampa e Il Secolo XIX, che ormai hanno perso la propria originalità storia: se li prendete in mano, li aprite, vedrete che oramai molte pagine della prima si ripetono su quelle della seconda. Così l'identità di questa si perde in un'omologazione. E meno male che i loro signori dovevano portare maggiore pluralità (falsa, come dicevo sopra), rispetto a noi e a chi altro non si piega ai dettami del laicismo.

Noi oggi possiamo dire serenamente, sebbene le difficoltà non manchino, che la carta stampata cattolica ancora vive.

Mi avvio verso la conclusione. Vi parlo brevemente della vicenda de Il Laboratorio, per raccontarvi come provo a fare buona comunicazione, seguendo pure quanto ho riportato sopra. Tale esperienza dà il nome ad un'associazione e a una testata. Come dissi al rilancio qui a Torino dell'Unione Cattolica Stampa Italiana, è nata non in chiave confessionale ma come periodico mensile, senza etichetta con l'intenzione di far discutere, di stimolare qualche cosa, prima di tutto la materia grigia dell'emisfero destro nella nostra testa, che è a disposizione di tutti... far discutere, provocare dibattiti.

Esperienza in cui l'attenzione per il pensiero cattolico è alta perché se lo merita; non è un scelta di parte, anche perché sulla testata ci può scrivere anche chi arriva da altre scuole culturali, basta che sia intelligente, ragionevole e rispettoso. Si può fare all'inverso, non fare i cattolici, che poi ad un certo punto per timore della cultura dominante sbiadiscono. Si può partire da un'esperienza aperta e poi arrivare ai contenuti che più ci interessano come cattolici. Così io e diversi amici, tra i quali molti dei presenti, per esempio alcuni degli amici de La Baionetta. I temi che solleviamo sono davvero importanti e sempre presentati con ragionevolezza. Sono esterrefatto dallo slogan renziano “aiutiamoli a casa loro”. Perché? Perché noi cattolici non diremmo mai ciò, e nel caso lo dicessimo, coniugheremmo ciò con delle proposte di aiuti concreti, come faceva Giovanni Bersani, senatore e storica guida del Movimento Cristiano Lavoratori.

Quando si va “avanti” in quel modo, con quegli slogan, l'immiserimento è dietro l'angolo. Che aumenta quando i cattolici autentici scarseggiano nella vita pubblica e politica. Lo vediamo bene nei tg regionali, ove la mancanza dei cattolici si fa sentire, fortemente. L'ho capito qualche settimana fa, guardando il Tg3; il giorno in cui a Torino e ad Alba hanno organizzato il gay pride. Su 5-6 servizi, 3 erano dedicati a tali manifestazioni. Uso ideologico dell'informazione, scorretto, perché hanno dato un peso eccessivo rispetto alla realtà che i due pride rappresentano.

Mentre la tv locale l'ho sempre vista con piacere. Al di là della faziosità che si poteva vedere, alla fine è la tv più vicina ai fatti. Invece al Tg3 si parla di fatti ideologici, quando ci sarebbe un spazio enorme per i fatti vicini alle persone, quelli banali come gli scippi, l'ingorgo automobilistico. Questa sarebbe buona cronaca, invece lì solo vi è ideologia, che porta i telegiornali e i giornalisti sempre più lontani da noi, persone del popolo.

Se non c'è l'impegno ad occupare spazi, si arriverà a esiti pericolosi. I cattolici hanno fatto bene per anni e possono dare molto. Devono, dobbiamo prendere l'iniziativa, riacquisire capacità vivacità presenza; altrimenti, e mi ripeto volentieri, la qualità della comunicazione della cultura della politica si deteriorerà. A questo dobbiamo tenere come persone, cittadini e credenti".

 

31 luglio 2017

La battaglia per Charlie deve continuare


di Daniele Barale

In queste ore è giunta la notizia che mai avremmo voluto avere. Le condizioni di Charlie Gard si sono aggravate e il piccolo è “stato affidato agli Angeli”, come hanno detto i suoi genitori, Connie Yates e Chris Gard. La responsabilità della morte non è solo della malattia, bensì anche del clima ideologico creatosi attorno loro, a causa di medici e giudici ‘demiurghi’, i quali hanno impedito ai Gard di partire per gli Stati Uniti, dove avrebbero potuto somministrare al figlio una nuova cura. Certo, la situazione era delicata, però i margini di miglioramento c’erano. Purtroppo, i 10 mesi in cui sono stati tenuti in ostaggio, dal Great Ormond Street Hospital e dall'Alta Corte britannica, sono stati fatali, e forse più della malattia.

Però, al di là degli aspetti inquietanti di tutta la vicenda, delle varie ombre su di essa – di cui si è ampiamente discusso su Vita Diocesana Pinerolese, il blog La Baionetta e su altre autorevoli testate – è doveroso soffermarsi su quanto significativa per ciascuno di noi sia stata la vita di Charlie Gard; breve ma straordinaria. «Ebbene, non dirò: non piangete, perché non tutte le lacrime sono un male», dice Gandalf alla fine del Signore degli anelli; parole che faccio mie e rivolgo a voi lettori, con il cuore commosso per il nostro piccolo compagno. L’importante è che il nostro pianto non sia carico di disperazione.

Vedete, Charlie Gard non si congeda da questo mondo da vinto, ma da vincitore. Per capirlo occorre considerare i tanti cuori che ha saputo conquistare. Di migliaia di persone, di specialisti, del presidente degli Stati Uniti, di Papa Francesco. Ma prima ancora, e affinché si possa capire bene quanto detto, è necessario fare affidamento sulla Speranza in noi e nella positività del reale. Sì, di fronte al mistero della vita, Charlie ci testimonia che questo mistero è buono, nonostante tutto.

Ha combattuto una grande battaglia, donando attraverso i suoi dolci occhietti amore e serenità alla mamma e al papà, e a noi, che siamo stati svegliati dal torpore di una cultura mortifera e violenta.

Ci hai fatto capire quanto sia perniciosa la tecnoscienza postumana, la quale in modo sempre più dispotico pervade il nostro mondo.

Hai fatto rimettere in moto la macchina della solidarietà nel cuore dei popoli. Abbiamo ritrovato la gioia per l’essere parte di un movimento di popolo, mosso da sani ideali. Gli Stati Uniti, l’Europa, in particolare l’Italia e lo Stato del Vaticano, hanno collaborato come non succedeva da anni. Così abbiamo capito che un movimento nazionale e internazionale per costruire la civiltà dell’amore e della vita è davvero possibile, perché è l’umanità della persona umana a chiederlo.

Abbiamo capito che due degli aspetti più importanti della battaglia per vita, sia per cattolici sia per i non credenti non affetti da laicismo invalidante, riguardano gli ospedali:

1) luoghi esteticamente belli, a misura d’uomo. E non “obitori” per vivi;

2) luoghi sicuri: il rapporto medico-paziente, non può essere sostituito dal rapporto costi-benefici. Il medico non può dimenticarsi del giuramento di Ippocrate, per questo farà tutto il possibile per salvare, curare la vita del paziente che gli è affidato .

Caro Charlie, hai fatto gettare la maschera a quei medici e a quei giudici che appaiono come sempre attenti al cosiddetto “bene dei singoli” e che invece giocano a fare le divinità con la dignità irriducibile di ogni vita umana.

Con la tua presenza hai permesso ai tuoi genitori di essere un faro di Speranza di un bene oggettivo e più grande, in questo tempo in cui le madri e i padri possono uccidere senza remore i figli, visti come errori, pesi, difettosi; di essere uniti, quando attorno a loro è un continuo smarrire le fondamentali evidenze antropologiche: l’uomo e la donna sono fatti per completarsi, non sono un semplice oggetto della natura, di cui si possa abusare e disporre arbitrariamente. Uomini e donne non si programmano attraverso la genetica o l’eugenetica. I bambini non si comprano e gli uteri non si affittano.

Tu hai permesso a tua mamma e a tuo papà di far vedere il contrario di tutto questo.

Ora riposa, mio amato fratello maggiore. Mio e di tanti. Maggiore perché in te abbiamo visto quanto la vita umana diventi nobile nel momento più supremo, quello della morte; e attraverso di te abbiamo visto quella vetta a cui l’uomo può arrivare quando compie il bene. D'altronde, l’uomo così raggiunge la vera allegrezza, la vera pienezza.

Questa è l’eredità che ci lasci, la quale ci invita a continuare a sperare che tu sia già in Paradiso, ove ammiri e sei abbracciato dall'amor «che move il sole e l’altre stelle». Perciò, mandaci conforto e aiutaci a continuare la buona battaglia per te, per i tuoi genitori e per tutti coloro che sono nel bisogno e che non hanno voce per difendersi.

Concludo pensando agli Annali dei Re e Governatori, La storia di Aragorn e Arwen, riportati nelle appendici de Il Signore degli anelli di Tolkien: «In tristezza dobbiamo lasciarci, ma non nella disperazione. Guarda! Non siamo vincolati per sempre a ciò che si trova entro i confini del mondo, e al di là di essi vi è più dei ricordi». Arrivederci Charlie Gard, ci ritroveremo.

https://labaionetta.blogspot.it/2017/07/obice-la-battaglia-per-charlie-deve.html

 

22 luglio 2017

Intervista al presidente di Scienza & Vita: Il “miglior interesse” di Charlie

di Daniele Barale
Da settimane stiamo assistendo ad un vero miracolo. La grande mobilitazione per il bene di Charlie Gard, che da due settimane sta bloccando il delirio di onnipotenza dei giudici della Corte Suprema Britannica, CEDU e dei medici del Great Ormond Hospital, i quali giocano a fare i “demiurghi” contro il piccolo e i suoi genitori. Nel mentre si è potuto anche leggere sul giornale Avvenire un commento al vetriolo del presidente dell'istituto Luca Coscioni, rivolto loro.

Per approfondire meglio tutto ciò, abbiamo contattato Alberto Gambino, presidente dell'Associazione Scienza & Vita - che trae la sua origine da quella dell’omonimo Comitato che è stato protagonista, dal febbraio al giugno del 2005, dei referendum sulla legge 40 -. Inoltre, Gambino è professore ordinario di Diritto privato, docente di Filosofia del diritto nella Facoltà di Giurisprudenza e Direttore del Dipartimento di Scienze Umane dell’Università Europea di Roma; Avvocato civilista (dal 1996).


Come giudica le dichiarazioni su Avvenire di Maria Antonietta Farina Coscioni, presidente dell'istituto Luca Coscioni?

Sono dichiarazioni che mescolano tre situazioni molto diverse: il caso Charlie, il caso Englaro e l'obbligo di vaccinazione. Mettere queste tre vicende sullo stesso piano è fallace. Nel caso Charlie siamo davanti ad una richiesta da parte dei medici di interruzione del presidio vitale, ratificata dai giudici. Nel caso Englaro, la richiesta proveniva dal tutore che era anche il padre. Per i vaccini si tratta di un rifiuto di trattamento sanitario obbligatorio. Sono tre situazioni che corrispondono a principi diversi, rispettivamente: una presunta sproporzione della cura; un testamento biologico presunto; un illegittimo rifiuto a trattamento obbligatorio. Metterle insieme significa fare confusione, forse con intenti strumentali.

I genitori di Charlie Gard sono davvero egoisti, perché vogliono tutelare il proprio figlio contro le sentenze dei tribunali e le scelte dei medici?

Affermare che i genitori di Charlie sono "inconsapevolmente" (la sig.ra Coscioni mitiga così il suo giudizio) egoisti ritengo non sia né corretto, né rispettoso. Comunque, risponderei con le parole di Papa Francesco: "Chi sono io per giudicare?".

Che giudizio dà alla scelta del direttore Tarquinio di ospitare sul quotidiano Cei quel commento? Chiedo visto che ha provocato diverse polemiche.

Aldilà dei motivi per cui è stato dato spazio alla signora Coscioni, constato che la risposta del direttore di Avvenire è stata ferma e completa.

Qual è il giudizio di Scienza & Vita su quanto sta accadendo al piccolo Charlie: la sua situazione configura realmente un caso di accanimento terapeutico?

Il giudizio di Scienza & Vita è stato ufficialmente espresso in un Comunicato dove si esprime dissenso con la decisione dei medici, avallata dai giudici inglesi e dalla Corte Europea per i Diritti Umani. Charlie non è un malato terminale, né – a quanto è dato capire – ventilazione, nutrizione e idratazione artificiali sono per lui tanto gravose da consigliarne la sospensione.

Perché, allora, un bimbo gravemente malato, pur avviato ad un esito infausto, dovrebbe essere fatto morire in anticipo sottraendo presidi vitali indispensabili? La giustificazione della irrevocabile sentenza di morte che ha colpito Charlie è che questo sarebbe il suo “miglior interesse”.

Si intravede, dietro questa decisione, un atteggiamento mentale che sta inquinando alle radici la pratica medica, le legislazioni e il sentire diffuso: l'idea che gli esseri umani con bassa qualità di vita abbiano una dignità e un valore inferiore agli altri e che sia irragionevole sprecare per essi preziose risorse che potrebbero essere destinate altrove. È la cultura dello scarto di cui il caso Charlie è diventato tragico simbolo.

Il caso creatosi attorno Charlie Gard suggerisce a noi italiani di non abbassare la guardia di fronte alle DAT? Se sì, per quale motivo?

In effetti dobbiamo fare molta attenzione a quanto sta accadendo in Parlamento: quanto deciso dai giudici della Cedu è esattamente ciò che avverrà anche in Italia con l’applicazione della legge sul biotestamento.

Nell'attuale versione che sta per essere approvata definitivamente dal Senato si è scritto infatti che nel caso di paziente con ‘prognosi infausta a breve termine’ il medico ‘deve astenersi da ogni ostinazione irragionevole nella somministrazione delle cure’, ma ostinazione e irragionevolezza sono parametri, ambigui e soggettivi che, in realtà, si possono giudicare solo dopo un tentativo di cura, non prima.

Ritenere, invece, che il medico, in queste situazioni, debba sempre astenersi dalla cura significa che lo deve fare anche contro la volontà del paziente e dei familiari. Tutto questo implicherà, inoltre, che se non si precisano questi termini in modo più rigoroso, ci sarà una evidente deresponsabilizzazione dei sanitari e una spinta verso l’abbandono terapeutico, per di più in un quadro strutturale di una sanità attanagliata dall'esigenza del risparmio dei costi e, dunque, talvolta incline a fare ciniche scelte efficentiste.

Tratto da La Baionetta
 

18 luglio 2017

La paura come strumento per nascondere gli errori


di Daniele Barale

Dal punto di vista psicologico la paura è legata alla percezione di un pericolo reale, concreto e puntuale; anche se appartiene alla sfera emotiva, essa rimane sempre frutto di una valutazione a proposito di quanto sta accadendo, compiendo una previsione sul possibile andamento delle cose.

Questo sentimento si trova alla base delle più svariate motivazioni del comportamento umano, e può manifestarsi in ogni possibile scelta, ma soprattutto nelle non scelte. Essa può anche essere considerata come il motore essenziale degli affetti, delle relazioni, della storia, come del diritto, dell'economia e degli ultimi ritrovati dell'elettronica: gli antifurti, i metal detectors, i satelliti artificiali, le porte blindate, le videocamere, sempre più presenti nelle nostre città, trovano nella paura la loro ragion d'essere. Per non parlare poi dell'ultimo decennio, così segnato dall'aumento di attacchi terroristici.

Tali parole possono fornire una spiegazione dei tristi fatti avvenuti in piazza San Carlo sabato 3 giugno. Ora, alle migliaia di feriti usciti dalla piazza, bisogna purtroppo aggiungere la morte di una donna, avvenuta di recente.

A provocare dispiaceri non vi sono solo queste notizie, vi è anche l'irrispettoso comportamento dei media. I servizi giornalistici non sono riusciti a offrire nessun tipo di confort; anzi, sulla scia di una inefficace reazione politica, tutta polemica e niente più, hanno alimentato ancora di più le paure, sfruttando addirittura quanto poi è accaduto oltre Manica, più o meno nelle stesse ore, dove la furia islamista ha provocato nuove vittime. Slogan come “la paura di essere uccisi in ogni luogo”, “la paura dell'isis”, usati come mantra dai giornalisti, sono stati usati per trovare rapidamente un responsabile, la paura appunto.

D'altronde la paura e la morte spesso non sono occasione per mostrare rispetto umano e fornire rassicurazioni e speranza, ma al contrario, l'opportunità per vendere di più, sfruttando la spettacolarizzazione dei fatti. Per i media “sciacalli”, cartacei e digitali, è un'occasione ghiotta nella quale vendere di più.

Siamo nell'aerea della consapevolezza diffusa del rischio, definita così dallo studioso Anthony Giddens, la quale ci permette di capire che i mass media hanno un ruolo fondamentale nel modulare e determinare le percezioni dei pericoli e delle minacce: spesso essi stessi enfatizzano le notizie di disastri o di attacchi terroristici, cedendo alla spettacolarizzazione e al sensazionalismo; in tal modo, contribuiscono a creare un clima di terrore e di attesa del pericolo. Non a caso, molti sociologi politologi definiscono quanto appena detto come la variabile innovativa, per alcuni addirittura una vittoria, del terrorismo attuale.


Però, nel caso di Torino, pare proprio che la scusa “paura per attentati” abbia fatto comodo al sindaco Chiara Appendino e a tutti i membri dell'establishment torinese che l'appoggiano (sì, e conta più della “rete di Grillo”; amici 5S prima lo capite e meglio è). E questo potrebbe spiegare perché La Stampa e La Repubblica non abbiano mosso una vera guerra contro di lei.

Per fare un buon servizio, i media avrebbero dovuto spostare l'attenzione dalla psicosi per il fondamentalismo islamico all'incapacità, alla dabbenàggine dell'amministrazione 5Stelle. Può anche starci che degli scemi abbiano profittato del clima di paura per scatenare il fini mondo, tuttavia, rimarrebbe un fatto ineludibile: “qualcuno” gli ha fornito il pretesto, costipando in una piccola piazza troppe persone, oltre la sua capacità di accoglienza massima. Perciò, si può dire che anche dal capoluogo piemontese, dopo Roma Parma Livorno, giungono prove dell'incapacità loro di amministrare le città.

E non solo incapacità, anche irresponsabilità, perché in una piccola piazza come San Carlo non si fanno entrare migliaia di persone e non si risponde con una nota di questo tipo, in pieno stile 'scarica barile': “Il soggetto organizzatore, Turismo Torino (ente pubblico che si occupa della promozione della città, ndr) ha operato con le medesime modalità messe in atto nel 2015 in occasione della finale proiettata il 6 giugno”. Come dire, 'beh, prima di noi, l'han fatto quelli del PD'. Verrebbe da dire che bella coppia di somari, PD-M5S.

Di conseguenza, non possono non nascere alcune domande. Perché il sindaco non ha permesso la visione della partita allo stadio della Juventus? Forse Allianz Italia, che darà il nome allo stesso, non ha voluto?

Perché non ha permesso che più piazze ospitassero dei maxi-schermo per la partita? Piazza Castello, Piazza Vittorio Veneto sarebbero stati luoghi perfetti e anche ben difendibili. Si spera che non sia trionfata la logica tutta grillina e molto ideologica del "pareggio di bilancio": per non avere ulteriori debiti, si fanno tagli, anche alle manifestazioni pubbliche, oltre che ai trasporti e alle scuole.

Perché non ha firmato un'ordinanza in grado di vietare qualsiasi tipo di vendita abusiva di bibite?

Se qualcuno avesse dubbi sulla colpevolezza del sindaco, risponderei citando Agatha Christie: «Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova».

Certo, i fatti di piazza San Carlo non sono stati eventi funesti cercati e voluti. Questo no. Vale la pena ripeterlo, è stata una disgrazia provocata dall'incapacità e dall'irresponsabilità. E la situazione per Appendino si aggrava, se si ricorda che lei fino al 12 giugno ha tenuto la delega alla polizia municipale alla sicurezza e alle attività e manifestazioni culturali (delega che esercitava attraverso il suo capo di gabinetto Paolo Giordana, le cui competenze sono ora ridimensionate).

Ora, si spera che i membri dell'opposizione sia al Palazzo Rosso che nella società civica, cattolici e non, animato dal buon senso comune, sappiano costruire una sana resistenza, siccome il PD è inaffidabile nella stessa misura dei 5S, per i principi e i (dis)valori che diffonde e giacché nel 2015 ha rischiato una situazione altrettanto difficile, e lanciare un progetto politico/un'alternativa valida affidabile e chiara (senza Appendino) ora e per le prossime elezioni. Magari puntando a far cadere il sindaco prima, chissà.

Uniche note positive di tutta la faccenda: grazie a Dio, il servizio di soccorso è stato impeccabile, nonostante un luogo poco strategico e una folla disordinata, prestando subito soccorso. Altrimenti, ci sarebbero state problematiche ben peggiori.

Per finire, non si può non leggere la lettera che Laura Cefalo ha scritto per onorare Erika, la ragazza che è mancata a causa della "stampede" del 3 giugno:
«Le persone muoiono nei modi più disparati. Malattie, incidenti.
Eppure sono sempre realtà aliene, sfighe altrui, un brivido lungo la schiena e un lampo che ti attraversa la mente "sono fortunata".
Stavolta è diverso.
Anche stavolta è toccato a qualcun altro, ma in un modo così randomico che il brivido non basta.
In quella piazza eravamo decine di migliaia, e, come Erika, eravamo in tante ad aver fatto un gesto d'amore e sopportato caldo, ressa e sudore solo per far vivere ai nostri fidanzati una serata magica, nel bene o nel male.
Era una festa.
Era l'unico modo, pensavamo, per affrontare serenamente anche una sconfitta.
Almeno si potrà consolare con altri come lui, che lo capiscono, invece di rompere a me con fuorigioco, azioni sospette, scelte tecniche sbagliate. "Ma cosa vuoi da me, io non so cosa dirti, è solo una partita, parlane con i tuoi amici tifosi."
Forse, Erika, eri la bionda dietro di me che ha messo la maglietta di Amauri perché "il mio ragazzo dice che porta fortuna".
O forse eri la ragazza che ha cucinato i maccheroni col pomodoro, ha portato parmigiano e piatti di carta per mangiare in piazza, con fidanzato e amici, seduti in cerchio per terra. "È tradizione!". Mi hai detto di fronte al mio sguardo stupito e divertito.
Mi hai strappato un sorriso, quel maledetto giorno.

Non so chi fossi, Erika.
Ma so che eri come me.
Una giovane donna. Magari avevi appena comprato casa anche tu. Magari pensavi a un bimbo col tuo fidanzato juventino, tra una lettura di gazzetta e uno sproloquio contro l'Inter.
Chissà che lavoro facevi, dove ti piaceva andare il sabato sera.

Tu eri me. E io sono te, potevo essere te.
Quella maledetta sera una mano invisibile ha fatto una conta beffarda.
Per la prima volta, la morte ha preso una persona a caso in una situazione in cui sarei potuta essere, benissimo, anche io.
E piango, piango per te perché non è giusto, è assurdo, nessuno pagherà.
Piango per i tuoi genitori, chissà quanto sono stati in pensiero quando hai detto loro che avresti visto la partita in piazza.
"Di questi tempi.. Non puoi evitare?". Quante volte me l'ha detto mia mamma.
Piango per il tuo ragazzo. Il mio ha i sensi di colpa da quel giorno, solo per lo shock che ho vissuto "a causa sua".
Ma non è causa sua, non è colpa vostra, le colpe sono tante ma non di chi voleva solo passare una serata diversa, potenzialmente bellissima.
E piango per me. Perché una storia così assurda non si può metabolizzare.
Io che ero patita di concerti, una da front row, ora sono terrorizzata dalla folla.
Perché in quei 20 minuti di follia in cui correvo senza scarpe, sui vetri, sporca di sangue non mio, la gente intorno a me che urlava "sparano, sparano", ero sicura che sarei morta. Ero lucida, ma atterrita. Pensavo solo a mia mamma, che dolore le avrei dato.

È così che succede, ho pensato.
No, non è così che succede, non tu, Laura. Ma è così che è successo per te, Erika.»
Fatti che onorano la patria italiana, hanno donato e donano Speranza in un momento storico così ricco di angosce.

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