di Marco Sambruna
In “Romàns”, un racconto di Pier Paolo Pasolini considerato tra le sue opere
minori, si narra di un piccolo paese del Friuli in cui arriva il nuovo
parroco, don Paolo, il quale tramite una serie di iniziative pratiche – il
doposcuola, le gite parrocchiali, i tornei sportivi, etc. – cerca di
evangelizzare i ragazzi del paese quasi tutti provenienti da famiglie i cui
genitori sono iscritti al P.C.I.
Nonostante la partecipazione dei ragazzi alle sue iniziative don
Paolo dovrà prendere atto di essersi ingannato: in realtà non ha
evangelizzato nessuno. Così il sacerdote commenta il suo fallimento:
“Io continuo a lottare per capire questa gente, per amarla. Ma in certi
momenti sentendola vivere attorno a me con le sue feste, i suoi lavori,
le sue osterie, i suoi canti, mi sembra così perdutamente lontana…”
Ora una parte della chiesa contemporanea assomiglia a don Paolo: nonostante
il gaio e ingenuo ottimismo con cui si dedica a una serie di coloratissime
e partecipate iniziative, non converte nessuno.
Atei e agnostici continuano a essere “perdutamente lontani” mentre i
credenti, dopo un primo smarrimento, hanno deciso di rimboccarsi le maniche
e rendersi autosufficienti rispetto a un clero che appare anch’esso
“perdutamente lontano”.
La chiesa attuale è scossa quindi da un movimento
centrifugo che tende a espellere chi vi appartiene senza avvicinare chi ne
è estraneo.
Lo stesso arcobalenismo che ha trasformato la liturgia in letargia tuttavia
non ha scalfito la percezione consueta che credenti e non credenti hanno
della chiesa: in altre parole costoro di un clero periferico,
liberalizzante e multicolore anziché autorevole, liberante e monocromatico
non sanno cosa farsene come dimostrano le crescenti defezioni dalla chiesa
attuale particolarmente evidenti nel flop giubilare e nella diaspora dei
seminari.
IN ATTESA DEL VELTRO
D’altro canto in un recente sondaggio su giovani e fede emerge un dato che
fa riflettere:
mentre fra i giovani cresce la popolarità di Francesco, cala
l’affezione verso la chiesa sempre più considerata con ostilità.
Il Papa multicolore e periferico sembra piacere perché è percepito come
avverso a quella chiesa monocromatica e autorevole che evidentemente non
piace: il papa dunque dalla parte dei lontani contro la chiesa -
istituzione.
Strana dinamica: il vertice ecclesiastico sembra voler indicare un modello
di società cristiana “altra” rispetto a quella percepita come deprimente
veicolata dalla Chiesa, come i vecchi sindacalisti di sinistra indicavano
un modello di comunismo “altro” rispetto a quello inguardabile dell’Unione
Sovietica.
Dunque la dinamica attuale è la seguente: una diaspora dei giovani dalla
chiesa consolidata dai secoli verso una meta alternativa al momento
irreperibile, stimolata dall’avversione verso la chiesa tradizionalmente
intesa che rappresenterebbe un ostacolo lungo questo itinerario. Insomma
il
carburante che alimenta la simpatia verso Francesco è costituito
dall’antipatia verso la chiesa.
La strategia dei vertici cattolici consiste dunque nel narrare una “Chiesa
ostacolo” che i giovani devono rifuggire galoppando negli spazi liberi e
coloratissimi diretti verso un’immaginaria e inquietante “chiesa altra”
reclamizzata come iper cristiana proprio perché post cristiana e che
magnifica una società contrabbandata come tanto più cristiana quanto più
sganciata dalla religione.
Strategia peraltro fallimentare perché
questa evanescente “chiesa altra”
non solo non attrae i lontani, ma centrifuga anche i vicini inducendoli ad
emanciparsi dalla gerarchia come dimostra l’evento dell’ultimo Family Day:
nessuno si è lamentato del mancato appoggio sia del Papa che della C.E.I.
la cui assenza è trascorsa inosservata per il semplice fatto che nessuno
riconosce a questa “chiesa altra” alcun primato morale.
Ciò che manca è un leader.
I credenti che non si rassegnano alla diaspora e
che non si sentono itineranti verso una chiesa ulteriore, non trovandolo
nella chiesa cattolica lo cercano allora in altre realtà: si spiega così
l’enorme popolarità di cui gode, presso i cristiani, Vladimir Putin. Il
leader russo nell’immaginario collettivo dei fedeli incarna quell’ideale di
leader religioso che non riconoscono a Francesco.
Il Presidente sta dunque vicariando – e di questo gli siamo grati - un
ruolo vacante ad interim in attesa del, diciamo così, avente diritto: è
facile dunque immaginare che la cristianità in Italia e forse in Europa in
un futuro imminente sarà guidata non dal clero, ormai troppo impegnato a
proiettare gli ologrammi di una chiesa virtuale per elemosinare
l’attenzione di masse entusiastiche di giovani che invece si entusiasmano
solo per Francesco, ma da un partito politico di orientamento cattolico –
una sorta di veltro dantesco – di cui già si avvertono i primi vagiti nei
partiti identitari che stanno rinascendo in tutta Europa.
CHIESA, SUPERCHIESA, ANTICHIESA.
La Chiesa attuale dunque è impegnata in un processo di cambiamento.
Tale cambiamento poteva avvenire verso due direzioni nettamente divergenti:
o verso la Rivoluzione o verso l’Innovazione. Entrambe queste direzioni
destinate a sfociare nel cambiamento sono di tipo, come direbbe Nietzsche,
“apollinee”, ossia razionali nel senso di atte a porre un sistema di valori
cui fare riferimento.
- Movimento rivoluzionario: in questo caso il termine “rivoluzione” e suoi
derivati deve intendersi solo in senso scientifico. Infatti in astronomia
la rivoluzione è un movimento ellittico o circolare per cui un corpo
celeste torna al punto d’origine dopo aver compiuto un tragitto più o meno
lungo.
La Rivoluzione della Chiesa quindi corrisponde al mito delle origini
incontaminate, qualificata spesso come “età dell’oro”. Tale mito riguarda
la convinzione secondo cui solo tornando alle proprie radici primitive la
Chiesa possa rifiorire e purificarsi scuotendosi di dosso la polvere dei
secoli che ne ha offuscato il volto.
-
Dinamica innovatrice: significa l’elaborazione di un modello alternativo a
quello attuale e sua proiezione rivolta verso il futuro. Questa dinamica
corrisponde all’idea che si è consolidata nel post concilio della “Chiesa
in cammino” verso un’ipotetica Terra Promessa come luogo da cui scaturirà
“l’uomo nuovo” prefigurato dal Vangelo. Il cammino nella storia è allora un
processo di progressiva purificazione tanto più fecondo quanto più si
evolve rispetto a un primitivo “big bang” iniziale.
Ora taluni vertici del clero non sembrano voler indicare ai fedeli né un
modello di Chiesa rivoluzionaria rivolta al passato come vorrebbero i
cosiddetti “tradizionalisti”, né un modello innovativo rivolto al futuro,
come pretenderebbero i cosiddetti “progressisti”.
Non si propone, nonostante le apparenze e almeno in termini espliciti, la
decostruzione della Chiesa in vista di una sua ricostruzione secondo un
modello rivoluzionario o innovativo.
La gerarchia cattolica infatti sembra aver deciso di richiamarsi a un terzo
modello metafisico anche se maturato in ambito extra cattolico.
Si tratta della metafisica laicista che in quanto tale non è apollinea, ma
dionisiaca ossia non regolata da norme, ma caratterizzata dal libero
esercizio dell’assecondamento delle voglie o perlomeno
dall’accondiscendenza verso gli appetiti sensuali.
L’ANTIMETAFISICA LAICISTA
Storicamente e tradizionalmente per la Chiesa cattolica il cammino di
santità che come tensione ideale riguarda, o dovrebbe riguardare,
ogni
credente prevede l’estinzione smodata degli appetiti pulsionali e
l’adozione di uno stile di vita sobrio, essenziale, moderato circa l’uso
dei beni di questo mondo.
E’ il processo di liberazione che conduce alla vera libertà che consiste
non nell’assecondamento delle voglie sensuali e della brama di possesso, ma
nel loro dominio perché non siano motivo di stanchezza, tormenti, affanni,
etc.
Ma taluni settori della Chiesa odierna specialmente dal Concilio in poi e
particolarmente negli ultimi anni paiono indicare, per così dire, una nuova
strategia di santificazione fondata su un atteggiamento ecumenista e
dialogante verso chi storicamente ha sempre avversato la visione del mondo
e dell’uomo cattolica; la nuova strategia trova la sua giustificazione
culturale e perfino “religiosa” in una nuova metafisica di recente
formazione: la metafisica laica cui la Chiesa in alcuni suoi ambiti ha
deciso di aderire.
Tale metafisica è però, come detto, di tipo dionisiaco in quanto
configurata secondo un’etica relativista fondata sul soddisfacimento
immediato delle pulsioni. Ma poiché u
n’etica relativista in quanto tale non
pone, né può porre valori essa si configura come antimetafisica. Infatti la
visione del mondo laicista ha il suo carattere distintivo nella capacità di
destrutturare o decostruire tutte le strutture precedenti il suo avvento,
cioè le metafisiche pre esistenti, denunciando così la sua vocazione
palesemente antimetafisica.
DALLA CHIESA ALLA SUPERCHIESA
L’antimetafisica laicista - cui alcuni settori della Chiesa aderiscono con
un certo godereccio entusiasmo - poiché non pone valori di riferimento è
quindi priva della capacità di elevare nel senso che la religione ha sempre
normalmente attribuito a questo termine.
L’antimetafisica non pone più
nulla di vincolante, né di auspicabile rinunciando a qualsiasi apparato di
norme e dogmi che sono l’anima di qualsiasi metafisica; in definitiva il
sovra mondano o il sovrasensibile ha perso la sua capacità normativa. Con
la morte della metafisica tuttavia muore soprattutto la visione del mondo
configurata dalla religione; ciò avviene perché nessuno oggi pare disposto
a farsene guidare. La metafisica cattolica dunque giace inerte come una
cosa abbandonata, morta.
Inoltre
l’antimetafisica laicista che pare aver lusingato e sedotto taluni
vertici cattolici, ha una fisionomia che, richiamandoci ancora al pensiero
di Nietzsche, possiamo definire superomistica vale a dire al di sopra del
bene e del male avendo rinunciato a porre dei valori che del bene e del
male tracciano il discrimine.
Quindi, nell’ambito del nostro discorso, si pone sopra e oltre tutte le
metafisiche che storicamente si sono sviluppate, specialmente quelle
religiose.
L’antimetafisica laicista ha potuto travestirsi da metafisica e come tale
rendersi accettabile da parte della gerarchia cattolica grazie a due slogan
calati dall’alto che solo l’ingenuità e la sprovvedutezza clericale nella
migliore delle ipotesi o il desiderio di trattare prematuramente la resa
nella peggiore, ha potuto scambiare per prassi cristiana:
l’assistenza ai
poveri e i diritti per le minoranze.
Infatti l’antimetafisica, proprio perché tale, non ha nulla da insegnare a
nessuno e dunque non può far altro che limitarsi a un filantropismo
somministrato da una cattedra laddove le metafisiche tradizionali creavano
una visione del mondo e dell’uomo indicando una meta e con essa anche gli
strumenti necessari per conseguirla.
Questo significa che
la chiesa attuale che si ispira all’antimetafisica
secolare tratta poveri, emarginati, sfruttati come semplici fruitori di
servizi erogati e dunque dipendenti dalle elargizioni altrui; è evidente
infatti che i rapporti di dipendenza presuppongono sempre una relazione up
– down in cui uno dei soggetti detiene il potere e l’altro lo subisce. In
questo caso i fruitori non sono null’altro che utenti posti in uno stato di
soggezione nei confronti di un centro erogatore che decide per loro
modalità, tempi e intensità degli interventi che lungi dall’essere
umanitari sono solo assistenziali.
In altri termini
mentre l’antimetafisica laicista favorisce la
centralizzazione del potere nelle mani di chi si pone come erogatore di
interventi verso soggetti passivi peraltro quasi mai in funzione
preventiva, ma quasi sempre in funzione d’emergenza, la metafisica
religiosa ha sempre favorito la disseminazione del potere al fine dello
sviluppo personale da parte di soggetti attivi tendenzialmente orientati
verso l’autonomia e non la dipendenza.
La Chiesa che in taluni comparti si plasma secondo il modello
antimetafisico laicista dunque rinuncia ai dogmi e assume perciò,
anch’essa, una connotazione superomistica che non pone e non trasmette
valori, forse senza esserne pienamente consapevole.
Infatti
per la Chiesa attuale occuparsi di derelizione umana – i poveri,
gli immigrati, i disoccupati, etc – non significa più dotare questi ultimi
di strumenti, cioè di una visione del mondo e relativi valori, in grado di
renderli artefici del loro riscatto, ma semplicemente erogare servizi.
L’adozione dell’antimetafisica secolare nasce dunque dalla rinuncia da
parte della gerarchia alle due metafisiche storicamente elaborate dalla
Chiesa: la metafisica tradizionale della pratica delle virtù di matrice
rivoluzionaria nel senso scientifico sopra evocato e la metafisica
progressista della teologia della liberazione di matrice innovativa volte,
rispettivamente, ad attingere dalle ricchezze del passato o dalle promesse
del futuro la possibilità di un riscatto umano e sociale.
La possibilità del riscatto migra così dai soggetti coinvolti come diretti
interessati, cioè gli emarginati di tutti i continenti, alle organizzazioni
mondiali e mondialiste le quali decidono autoritativamente cosa è
strategicamente più opportuno per gli emarginati stessi.
Alla base di questa adozione della antimetafisica laicista né
rivoluzionaria, né innovativa, ma superomista, quindi al di sopra di ciò
che è bene o male per l’una e per l’altra, c’è da parte di alcuni settori
del clero un grave fraintendimento di cosa significhi “aiutare”
efficacemente.
Aiutare in modo efficace infatti non significa “assistere” come oggi si
intende tale termine, ma “cooperare” o meglio “co-operare”. Aiutare in modo
efficace significa sostenere il bisognoso non secondo la strategia che
l’aiutante ritiene più adatta per l’aiutato se questi è una persona matura,
ma valutando le modalità d’aiuto che l’aiutato stesso propone quale massimo
esperto di se stesso e massimo conoscitore mondiale dei suoi problemi.
DALLA SUPERCHIESA ALL’ANTICHIESA
Alla luce delle conclusioni appena descritte la maschera
dell’antimetafisica laicista ammantata di generosità occulta un volto
insospettato: quello inquietante di
una organizzazione che appare
potentemente strutturata, autoritaria e superomistica che decide quali
strategie siano più corrette per somministrare forme di assistenza a
prescindere dal coinvolgimento dei beneficiati cui evidentemente non si
riconosce razzisticamente la capacità di proporre soluzioni ai loro
problemi.
Si tratta in definitiva di fornire mera assistenza materiale priva della
trasmissione di qualsiasi metafisica valoriale la quale invece
presupporrebbe la cooperazione secondo un progetto che conferisca una
visione del mondo, o metafisica, con dei valori atti a fare del bisognoso
un soggetto attivo.
Da qui scaturisce il rapporto padrone – servo o carnefice – vittima della
metafisica laicista dal vago sapore sovietico, cui alcuni settori della
Chiesa si sono adeguati. Un rapporto che crea una relazione di dipendenza
umiliante nell’aiutato/assistito e una sorta di autogratificazione
narcisistica nell’aiutante/assistente.
Del resto c’è un preciso indicatore che segnala la tendenza di taluni
esponenti della gerarchia cattolica ad accostarsi alla metafisica
superomistica che, lo ricordiamo, è niccianamente non solo anticristiana,
ma anche anticristica.
Tale indicatore è il sostanziale accantonamento se non in forme spurie e
grazie a iniziative individuali, dell’evangelizzazione. La rinuncia
all’evangelizzazione organizzata in definitiva segnala la rinuncia
all’iniziativa finalizzata all’aiuto efficace rivolto a chi ha bisogno
tramite il conferimento di una visione del mondo, e quindi di una
metafisica, coi suoi correlati valori cui tendere: significa
rinuncia al
coinvolgimento co-operante dell’emarginato nel processo volto alla sua
emancipazione dall’infelicità giacché evangelizzare significa anche, sul
piano esistenziale, rendere concepibile e quindi sperabile la formazione di
un ordine sociale più equo oltre l’emergenza, secondo quanto insegna la
stessa dottrina sociale della Chiesa.
In questa prospettiva perfino un’evangelizzazione compiuta secondo le
erronee categorie tipiche della teologia della liberazione è certamente più
cristiana della metafisica superomistica laicista fondamentalmente, anzi
ontologicamente, razzista in quanto esclusivamente assistenziale e non
co-operante, parafascista in quanto “concordataria” con la Chiesa che
seduce disinnescandola col suo volgare languore buonista, e anticristica in
quanto tendenzialmente nichilista.
D’altra parte è chiaro che se la Chiesa o una parte di essa mutua dal
laicismo relativista la metafisica superomistica si configura a propria
volta come
Chiesa Superomistica ossia superchiesa, vale a dire un’entità
che si erge sopra e oltre la Chiesa.
Trasformandosi infine e inevitabilmente in antichiesa.