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23 marzo 2018

In morte di Stephen Hawking

O di come non stanno le cose

«There is no heaven; it's a fairy story» 
Stephen Hawking
di Matteo Donadoni
Spero che Stephen W. Hawking abbia qualche nemico in questo mondo. Perché, ora che è nell’aldilà, tutti qui lo lodano. Ora, abbiamo per forza di cose tutti sentito quanto fosse geniale il povero Stephen W. Hawking. Indubbiamente è stato un grande fisico e molto probabilmente il maggiore esperto di quelli che la scienza ipotizza essere i “buchi neri”. Affari che io non ho ben capito se esistano o no, visto che, in fine, prove empiriche non ce ne sono. Indubbiamente è stato un uomo micidialmente malato. Mirabilmente dotato di estrema resilienza. In ogni caso, per me rimane il povero Stephen Hawking, uomo estremamente confuso sui principi ultimi dell’Universo. Quando si tratta, infatti, di avere uno sguardo di insieme sul reale, non è possibile pretendere di proporre una teoria olistica, come la sua “Teoria del tutto”, a partire unicamente dalla fisica, che è essenzialmente scienza della parte. Perché il reale non è solo fisico e il mondo fisico è parte del mondo reale. Le scienze particolari, per di più, non indagano sé stesse, non ne hanno i mezzi. La botanica, ad esempio, studia i vegetali, ma non può studiare sé stessa, perché non è una rapa. La scienza che si occupa dell’intero (compreso se stessa), di cui fa parte tutto, è solamente la metafisica, negata la quale è preclusa la conoscenza stessa del tutto.

Per questo motivo alcuni hanno definito la pretesa di questo astrofisico, scomparso pochi giorni fa a 76 anni, una colossale truffa, perché – cito Marco Respinti (Nbq)– «per lui Dio è solo un trucco: attribuire quel nome a ciò che altro non è se non l’Universo stesso. E’ la grande “truffa” che ha accompagnato il pensiero di Stephen W. Hawking».

D’altra parte fu proprio questo oracolo del miracoloso “Multiverso” (sosteneva fra l’altro che non esisterebbe un solo Universo – qualche scienziato a questo punto però dovrebbe verificare anche come fa lo scienziato Hawking a verificare che esistono altri universi fisici oltre a quello in cui verifica lui) a dire al modo varie affermazioni generalmente su questo tono: «I regard the brain as a computer which will stop working when its components fail. There is no heaven or afterlife for broken down computers; that is a fairy story for people afraid of the dark». Per farla breve: la sua “Teoria del Tutto” espone un Universo che si spiega da sé attraverso le proprie stesse leggi. E con ciò possiamo già esser sicuri di una cosa: questa Teoria non è una teoria ma un’ipotesi, perché le teorie sono provate e non mi pare che nessuno abbia ancora provato che l’Universo in cui viviamo (figuriamoci gli altri) si spieghi da sé. Ma sostenere che l’Universo si spiega da sé, presuppone che 1. si crei da solo, o si ingeneri e 2. che Dio è superfluo. Infatti, secondo Hawking sarebbe la gravità stessa a generare l’Universo, anzi, la sua mera esistenza produrrebbe l’Universo. Con ciò io non ho capito su cosa diamine gravi la gravità prima dell’essere dell’Universo fisico da essa generato, ma pazienza, non sono un astrofisico.

Ora, si badi bene, non l’ho definito confuso per giudizio temerario, ma perché l’ateo Hawking si è sempre professato oltretutto panteista, come dimostrato nella sua opera “Il grande disegno”. Per cui, non so se sia altrettanto per gli scienziati, ma a me la cosa pare contraddittoria: o Dio esiste come ente assoluto dal mondo fisico che Egli stesso ha creato, oppure non esiste, e soprattutto, se non esiste, non può nemmeno coincidere con la creatura (autocreatasi?), in quanto dovrebbe primariamente essere. Mi sembra evidente l’insostenibilità intrinseca del discorso.

Ora, a parte che, come sappiamo, la fede non è opposta alla ragione, perché entrambe sono forze epistemiche che lavorano per lo stesso obiettivo, che è la ricerca della verità, anche se secondo aspetti e procedimenti conoscitivi differenti, rimane il problema di fondo, che è sempre e sempre sarà il problema dell’essere e della sua esplorazione.

L’uomo per natura conosce e per conoscere bisogna necessariamente che conosca l’essere. Spero che siamo d’accordo su questo. Dunque, l’esplorazione dell’essere, che è immenso, può avvenire, si può dire, in due direzioni, una verticale ed una orizzontale. Entrambe certamente importanti.
La prima cammina in superficie e studia tutte le cose, fra cui anche l’essere umano, nei loro caratteri esterni e verificabili. Cerca ciò che differenzia le cose fra loro. Si occupa delle quantità. Studia e controlla i fenomeni.
Questa è l’esplorazione dello scienziato, o fisico, che studia le leggi naturali che regolano le cose, le piante, i gravi e il movimento, perfino quello delle stelle. Ma questa ricerca non riguarda – non dovrebbe mai riguardare! – l’essere in quanto tale.

Il secondo approccio all’essere, invece, scende in profondità (e nell’intimo), cerca ciò che unifica, ha di mira la qualità dell’essere, non controlla empiricamente, perché ricerca la sostanza e il perché, i principi primi e le cause ultime. A questa ricerca delle radici delle cose attende, appassionato quanto il fisico, il metafisico o filosofo. Il filosofo non si interroga su questo o quell’ente in particolare, non calcola l’esattezza o meno di determinati fenomeni, il suo obiettivo è conoscere in profondità le cose. Il suo quesito è di rilevanza universale, perché si occupa dell’intero, che è il tutto, non solo come somma delle parti, ma anche comprensivo dei legami che lo fanno essere come è tenendolo insieme.
Questa è la perenne attualità della metafisica, che non potrà mai essere sostituita dalla fisica. Né un fisico come Hawking, né uno migliore o peggiore di lui, potrà mai risolvere i grandi enigmi che assediano l’uomo da ogni parte.

Ora l’astrofisico ha la prova provata, in quanto testimone oculare, di come stanno le cose. A me sembra solo di sapere come non stanno, e cioè come ha detto lui, per quanto abbia veduto milioni di copie. Spero solo che in questo mondo abbia almeno qualche nemico, perché se ha convinto i milioni di amici che Dio è una favola per chi ha paura del buio, chi diamine pregherà per lui?


 

02 luglio 2017

Dal laicismo metafisico all'antichiesa il passo è breve


di Marco Sambruna

In “Romàns”, un racconto di Pier Paolo Pasolini considerato tra le sue opere minori, si narra di un piccolo paese del Friuli in cui arriva il nuovo parroco, don Paolo, il quale tramite una serie di iniziative pratiche – il doposcuola, le gite parrocchiali, i tornei sportivi, etc. – cerca di evangelizzare i ragazzi del paese quasi tutti provenienti da famiglie i cui genitori sono iscritti al P.C.I.
Nonostante la partecipazione dei ragazzi alle sue iniziative don Paolo dovrà prendere atto di essersi ingannato: in realtà non ha evangelizzato nessuno. Così il sacerdote commenta il suo fallimento:
“Io continuo a lottare per capire questa gente, per amarla. Ma in certi momenti sentendola vivere attorno a me con le sue feste, i suoi lavori, le sue osterie, i suoi canti, mi sembra così perdutamente lontana…”

Ora una parte della chiesa contemporanea assomiglia a don Paolo: nonostante il gaio e ingenuo ottimismo con cui si dedica a una serie di coloratissime e partecipate iniziative, non converte nessuno.
Atei e agnostici continuano a essere “perdutamente lontani” mentre i credenti, dopo un primo smarrimento, hanno deciso di rimboccarsi le maniche e rendersi autosufficienti rispetto a un clero che appare anch’esso “perdutamente lontano”. La chiesa attuale è scossa quindi da un movimento centrifugo che tende a espellere chi vi appartiene senza avvicinare chi ne è estraneo.
Lo stesso arcobalenismo che ha trasformato la liturgia in letargia tuttavia non ha scalfito la percezione consueta che credenti e non credenti hanno della chiesa: in altre parole costoro di un clero periferico, liberalizzante e multicolore anziché autorevole, liberante e monocromatico non sanno cosa farsene come dimostrano le crescenti defezioni dalla chiesa attuale particolarmente evidenti nel flop giubilare e nella diaspora dei seminari.

IN ATTESA DEL VELTRO
D’altro canto in un recente sondaggio su giovani e fede emerge un dato che fa riflettere: mentre fra i giovani cresce la popolarità di Francesco, cala l’affezione verso la chiesa sempre più considerata con ostilità.
Il Papa multicolore e periferico sembra piacere perché è percepito come avverso a quella chiesa monocromatica e autorevole che evidentemente non piace: il papa dunque dalla parte dei lontani contro la chiesa - istituzione.
Strana dinamica: il vertice ecclesiastico sembra voler indicare un modello di società cristiana “altra” rispetto a quella percepita come deprimente veicolata dalla Chiesa, come i vecchi sindacalisti di sinistra indicavano un modello di comunismo “altro” rispetto a quello inguardabile dell’Unione Sovietica.
Dunque la dinamica attuale è la seguente: una diaspora dei giovani dalla chiesa consolidata dai secoli verso una meta alternativa al momento irreperibile, stimolata dall’avversione verso la chiesa tradizionalmente intesa che rappresenterebbe un ostacolo lungo questo itinerario. Insomma il carburante che alimenta la simpatia verso Francesco è costituito dall’antipatia verso la chiesa.
La strategia dei vertici cattolici consiste dunque nel narrare una “Chiesa ostacolo” che i giovani devono rifuggire galoppando negli spazi liberi e coloratissimi diretti verso un’immaginaria e inquietante “chiesa altra” reclamizzata come iper cristiana proprio perché post cristiana e che magnifica una società contrabbandata come tanto più cristiana quanto più sganciata dalla religione.
Strategia peraltro fallimentare perché questa evanescente “chiesa altra” non solo non attrae i lontani, ma centrifuga anche i vicini inducendoli ad emanciparsi dalla gerarchia come dimostra l’evento dell’ultimo Family Day: nessuno si è lamentato del mancato appoggio sia del Papa che della C.E.I. la cui assenza è trascorsa inosservata per il semplice fatto che nessuno riconosce a questa “chiesa altra” alcun primato morale.
Ciò che manca è un leader. I credenti che non si rassegnano alla diaspora e che non si sentono itineranti verso una chiesa ulteriore, non trovandolo nella chiesa cattolica lo cercano allora in altre realtà: si spiega così l’enorme popolarità di cui gode, presso i cristiani, Vladimir Putin. Il leader russo nell’immaginario collettivo dei fedeli incarna quell’ideale di leader religioso che non riconoscono a Francesco.
Il Presidente sta dunque vicariando – e di questo gli siamo grati - un ruolo vacante ad interim in attesa del, diciamo così, avente diritto: è facile dunque immaginare che la cristianità in Italia e forse in Europa in un futuro imminente sarà guidata non dal clero, ormai troppo impegnato a proiettare gli ologrammi di una chiesa virtuale per elemosinare l’attenzione di masse entusiastiche di giovani che invece si entusiasmano solo per Francesco, ma da un partito politico di orientamento cattolico – una sorta di veltro dantesco – di cui già si avvertono i primi vagiti nei partiti identitari che stanno rinascendo in tutta Europa.

CHIESA, SUPERCHIESA, ANTICHIESA.
La Chiesa attuale dunque è impegnata in un processo di cambiamento.
Tale cambiamento poteva avvenire verso due direzioni nettamente divergenti: o verso la Rivoluzione o verso l’Innovazione. Entrambe queste direzioni destinate a sfociare nel cambiamento sono di tipo, come direbbe Nietzsche, “apollinee”, ossia razionali nel senso di atte a porre un sistema di valori cui fare riferimento.
- Movimento rivoluzionario: in questo caso il termine “rivoluzione” e suoi derivati deve intendersi solo in senso scientifico. Infatti in astronomia la rivoluzione è un movimento ellittico o circolare per cui un corpo celeste torna al punto d’origine dopo aver compiuto un tragitto più o meno lungo.
La Rivoluzione della Chiesa quindi corrisponde al mito delle origini incontaminate, qualificata spesso come “età dell’oro”. Tale mito riguarda la convinzione secondo cui solo tornando alle proprie radici primitive la Chiesa possa rifiorire e purificarsi scuotendosi di dosso la polvere dei secoli che ne ha offuscato il volto.
- Dinamica innovatrice: significa l’elaborazione di un modello alternativo a quello attuale e sua proiezione rivolta verso il futuro. Questa dinamica corrisponde all’idea che si è consolidata nel post concilio della “Chiesa in cammino” verso un’ipotetica Terra Promessa come luogo da cui scaturirà “l’uomo nuovo” prefigurato dal Vangelo. Il cammino nella storia è allora un processo di progressiva purificazione tanto più fecondo quanto più si evolve rispetto a un primitivo “big bang” iniziale.
Ora taluni vertici del clero non sembrano voler indicare ai fedeli né un modello di Chiesa rivoluzionaria rivolta al passato come vorrebbero i cosiddetti “tradizionalisti”, né un modello innovativo rivolto al futuro, come pretenderebbero i cosiddetti “progressisti”.
Non si propone, nonostante le apparenze e almeno in termini espliciti, la decostruzione della Chiesa in vista di una sua ricostruzione secondo un modello rivoluzionario o innovativo.
La gerarchia cattolica infatti sembra aver deciso di richiamarsi a un terzo modello metafisico anche se maturato in ambito extra cattolico. Si tratta della metafisica laicista che in quanto tale non è apollinea, ma dionisiaca ossia non regolata da norme, ma caratterizzata dal libero esercizio dell’assecondamento delle voglie o perlomeno dall’accondiscendenza verso gli appetiti sensuali.

L’ANTIMETAFISICA LAICISTA
Storicamente e tradizionalmente per la Chiesa cattolica il cammino di santità che come tensione ideale riguarda, o dovrebbe riguardare, ogni credente prevede l’estinzione smodata degli appetiti pulsionali e l’adozione di uno stile di vita sobrio, essenziale, moderato circa l’uso dei beni di questo mondo.
E’ il processo di liberazione che conduce alla vera libertà che consiste non nell’assecondamento delle voglie sensuali e della brama di possesso, ma nel loro dominio perché non siano motivo di stanchezza, tormenti, affanni, etc.
Ma taluni settori della Chiesa odierna specialmente dal Concilio in poi e particolarmente negli ultimi anni paiono indicare, per così dire, una nuova strategia di santificazione fondata su un atteggiamento ecumenista e dialogante verso chi storicamente ha sempre avversato la visione del mondo e dell’uomo cattolica; la nuova strategia trova la sua giustificazione culturale e perfino “religiosa” in una nuova metafisica di recente formazione: la metafisica laica cui la Chiesa in alcuni suoi ambiti ha deciso di aderire.
Tale metafisica è però, come detto, di tipo dionisiaco in quanto configurata secondo un’etica relativista fondata sul soddisfacimento immediato delle pulsioni. Ma poiché un’etica relativista in quanto tale non pone, né può porre valori essa si configura come antimetafisica. Infatti la visione del mondo laicista ha il suo carattere distintivo nella capacità di destrutturare o decostruire tutte le strutture precedenti il suo avvento, cioè le metafisiche pre esistenti, denunciando così la sua vocazione palesemente antimetafisica.

DALLA CHIESA ALLA SUPERCHIESA
L’antimetafisica laicista - cui alcuni settori della Chiesa aderiscono con un certo godereccio entusiasmo - poiché non pone valori di riferimento è quindi priva della capacità di elevare nel senso che la religione ha sempre normalmente attribuito a questo termine. L’antimetafisica non pone più nulla di vincolante, né di auspicabile rinunciando a qualsiasi apparato di norme e dogmi che sono l’anima di qualsiasi metafisica; in definitiva il sovra mondano o il sovrasensibile ha perso la sua capacità normativa. Con la morte della metafisica tuttavia muore soprattutto la visione del mondo configurata dalla religione; ciò avviene perché nessuno oggi pare disposto a farsene guidare. La metafisica cattolica dunque giace inerte come una cosa abbandonata, morta.
Inoltre l’antimetafisica laicista che pare aver lusingato e sedotto taluni vertici cattolici, ha una fisionomia che, richiamandoci ancora al pensiero di Nietzsche, possiamo definire superomistica vale a dire al di sopra del bene e del male avendo rinunciato a porre dei valori che del bene e del male tracciano il discrimine.
Quindi, nell’ambito del nostro discorso, si pone sopra e oltre tutte le metafisiche che storicamente si sono sviluppate, specialmente quelle religiose.
L’antimetafisica laicista ha potuto travestirsi da metafisica e come tale rendersi accettabile da parte della gerarchia cattolica grazie a due slogan calati dall’alto che solo l’ingenuità e la sprovvedutezza clericale nella migliore delle ipotesi o il desiderio di trattare prematuramente la resa nella peggiore, ha potuto scambiare per prassi cristiana: l’assistenza ai poveri e i diritti per le minoranze.
Infatti l’antimetafisica, proprio perché tale, non ha nulla da insegnare a nessuno e dunque non può far altro che limitarsi a un filantropismo somministrato da una cattedra laddove le metafisiche tradizionali creavano una visione del mondo e dell’uomo indicando una meta e con essa anche gli strumenti necessari per conseguirla.
Questo significa che la chiesa attuale che si ispira all’antimetafisica secolare tratta poveri, emarginati, sfruttati come semplici fruitori di servizi erogati e dunque dipendenti dalle elargizioni altrui; è evidente infatti che i rapporti di dipendenza presuppongono sempre una relazione up – down in cui uno dei soggetti detiene il potere e l’altro lo subisce. In questo caso i fruitori non sono null’altro che utenti posti in uno stato di soggezione nei confronti di un centro erogatore che decide per loro modalità, tempi e intensità degli interventi che lungi dall’essere umanitari sono solo assistenziali.
In altri termini mentre l’antimetafisica laicista favorisce la centralizzazione del potere nelle mani di chi si pone come erogatore di interventi verso soggetti passivi peraltro quasi mai in funzione preventiva, ma quasi sempre in funzione d’emergenza, la metafisica religiosa ha sempre favorito la disseminazione del potere al fine dello sviluppo personale da parte di soggetti attivi tendenzialmente orientati verso l’autonomia e non la dipendenza.
La Chiesa che in taluni comparti si plasma secondo il modello antimetafisico laicista dunque rinuncia ai dogmi e assume perciò, anch’essa, una connotazione superomistica che non pone e non trasmette valori, forse senza esserne pienamente consapevole.
Infatti per la Chiesa attuale occuparsi di derelizione umana – i poveri, gli immigrati, i disoccupati, etc – non significa più dotare questi ultimi di strumenti, cioè di una visione del mondo e relativi valori, in grado di renderli artefici del loro riscatto, ma semplicemente erogare servizi.
L’adozione dell’antimetafisica secolare nasce dunque dalla rinuncia da parte della gerarchia alle due metafisiche storicamente elaborate dalla Chiesa: la metafisica tradizionale della pratica delle virtù di matrice rivoluzionaria nel senso scientifico sopra evocato e la metafisica progressista della teologia della liberazione di matrice innovativa volte, rispettivamente, ad attingere dalle ricchezze del passato o dalle promesse del futuro la possibilità di un riscatto umano e sociale.
La possibilità del riscatto migra così dai soggetti coinvolti come diretti interessati, cioè gli emarginati di tutti i continenti, alle organizzazioni mondiali e mondialiste le quali decidono autoritativamente cosa è strategicamente più opportuno per gli emarginati stessi.
Alla base di questa adozione della antimetafisica laicista né rivoluzionaria, né innovativa, ma superomista, quindi al di sopra di ciò che è bene o male per l’una e per l’altra, c’è da parte di alcuni settori del clero un grave fraintendimento di cosa significhi “aiutare” efficacemente.
Aiutare in modo efficace infatti non significa “assistere” come oggi si intende tale termine, ma “cooperare” o meglio “co-operare”. Aiutare in modo efficace significa sostenere il bisognoso non secondo la strategia che l’aiutante ritiene più adatta per l’aiutato se questi è una persona matura, ma valutando le modalità d’aiuto che l’aiutato stesso propone quale massimo esperto di se stesso e massimo conoscitore mondiale dei suoi problemi.

DALLA SUPERCHIESA ALL’ANTICHIESA
Alla luce delle conclusioni appena descritte la maschera dell’antimetafisica laicista ammantata di generosità occulta un volto insospettato: quello inquietante di una organizzazione che appare potentemente strutturata, autoritaria e superomistica che decide quali strategie siano più corrette per somministrare forme di assistenza a prescindere dal coinvolgimento dei beneficiati cui evidentemente non si riconosce razzisticamente la capacità di proporre soluzioni ai loro problemi.
Si tratta in definitiva di fornire mera assistenza materiale priva della trasmissione di qualsiasi metafisica valoriale la quale invece presupporrebbe la cooperazione secondo un progetto che conferisca una visione del mondo, o metafisica, con dei valori atti a fare del bisognoso un soggetto attivo.
Da qui scaturisce il rapporto padrone – servo o carnefice – vittima della metafisica laicista dal vago sapore sovietico, cui alcuni settori della Chiesa si sono adeguati. Un rapporto che crea una relazione di dipendenza umiliante nell’aiutato/assistito e una sorta di autogratificazione narcisistica nell’aiutante/assistente.
Del resto c’è un preciso indicatore che segnala la tendenza di taluni esponenti della gerarchia cattolica ad accostarsi alla metafisica superomistica che, lo ricordiamo, è niccianamente non solo anticristiana, ma anche anticristica.
Tale indicatore è il sostanziale accantonamento se non in forme spurie e grazie a iniziative individuali, dell’evangelizzazione. La rinuncia all’evangelizzazione organizzata in definitiva segnala la rinuncia all’iniziativa finalizzata all’aiuto efficace rivolto a chi ha bisogno tramite il conferimento di una visione del mondo, e quindi di una metafisica, coi suoi correlati valori cui tendere: significa rinuncia al coinvolgimento co-operante dell’emarginato nel processo volto alla sua emancipazione dall’infelicità giacché evangelizzare significa anche, sul piano esistenziale, rendere concepibile e quindi sperabile la formazione di un ordine sociale più equo oltre l’emergenza, secondo quanto insegna la stessa dottrina sociale della Chiesa.
In questa prospettiva perfino un’evangelizzazione compiuta secondo le erronee categorie tipiche della teologia della liberazione è certamente più cristiana della metafisica superomistica laicista fondamentalmente, anzi ontologicamente, razzista in quanto esclusivamente assistenziale e non co-operante, parafascista in quanto “concordataria” con la Chiesa che seduce disinnescandola col suo volgare languore buonista, e anticristica in quanto tendenzialmente nichilista.
D’altra parte è chiaro che se la Chiesa o una parte di essa mutua dal laicismo relativista la metafisica superomistica si configura a propria volta come Chiesa Superomistica ossia superchiesa, vale a dire un’entità che si erge sopra e oltre la Chiesa.
Trasformandosi infine e inevitabilmente in antichiesa.

 

23 giugno 2017

Pensieri controrivoluzionari - cronaca semiseria in quel di Brescia


di un astante

Sabato 10 giugno si è svolta una bella conferenza (qui il video) in quel di Brescia: sei redattori di Campari hanno tenuto banco per un’ora e mezza nell’aula Venerabile Luzzago, presentando i contenuti del libro “Pensieri Controrivoluzionari”. Con buona pace di Langone e dei suoi cammei esteticisti (termine e brutto e scorretto e quindi adatto all’affronto), il primo elemento che il pubblico ha apprezzato è stata la verve ironica e giovanile del team. Il presidente della Amicizia San Benedetto Brixia, la piccola associazione liturgico-culturale che ha promosso l’evento, ha fatto da moderatore favorendo l’intervento dei relatori in accordo al susseguirsi delle varie parti del libro - fondativa, tematica, risolutiva. Il primo a parlare è stato Righini, il lato “zero-campari” del gruppo, simbolo vivente dell’auto-ironia in Redazione, reincarnazione di De Maistre o almeno del suo guardaroba. Con lui Alessandro Elia, ventenne, romano e onnipresente ad ogni presentazione del libro, giunto in ritardo non a causa delle distanze chilometriche ma per aver presenziato alle Sentinelle in Piedi,  ha illustrato il capitolo relativo alla Metafisica. Una sola la domanda: com’è possibile per un giovane d’oggi ignorare la metafisica? E’ possibile pensare all'adolescenza senza Tommaso? Sembra di sì, e invece… Vedano e prendano appunti i padri sinodali! Poi, sempre per la serie “non prendiamoci troppo sul serio”, la parola è passata al sene del gruppo, l’avvocato Sgroi, referente nazionale del CNSP, che da amatore ha riportato la sua valutazione circa la quaestio liturgica, denunciando la resa rituale davanti al dilagare di mode espressive, con tanto di scarsità di frutti al seguito. Su questa analisi è intervenuto il presidente Susa: l’ASBB è nata in effetti dalla denuncia della spettacolarizzazione del liturgico, mossa sulla base di studi su teatro e spettacolo (cfr. il libro “Le forme del sacro” di L. Martinelli, ed. Cavinato). L’ultimo momento “fondativo” è toccato al prete, il quale a seguito dell’appassionato finale bombarolo dello Sgroi, ha ricordato e sottolineato che la propria collaborazione su Campari non tocca temi di religione e quindi ha parlato di sesso. Scelta bizzarra, ma coerente col blog. Ecco la tesi: il transessualismo dilaga come simbolo di ogni trasgressione, impugnato a mo’ di testa di ariete da tutti i fautori della Rivoluzione - la quasi totalità dei quali non è gay o LGBT - e intervenuto a colmare le sacche di vuoto lasciate dai cedimenti in ambito teo-filosofico e liturgico. Paolo Maria Filipazzi ha avuto invece l’onore di svolgere il suo proclama anti-europeista, mostrando in particolare l’evoluzione contraddittoria dei partiti filo-europeisti e dei loro rappresentanti di ieri e di oggi, l’assurda pretesa di scavalcare il potere patrio e l’autonomia nazionale, il rinnegamento delle radici di fede e di cultura senza le quali non ci può essere Europa. Morale della favola: onorate il padre e la madre evitate Melloni e votate Meloni. Dopo un’ora abbondante di ottimi interventi è stato il turno di Francesco Maria Filipazzi e lì, ahinoi, è finita la pace. L’editorialista princeps, reginetto delle cronache del lunedì, ha tirato le fila, non solo del senso del libro e della risposta di devozione e di regola che la Redazione ha ritenuto di proporre nelle conclusioni del testo, ma anche dei debiti proclama non proprio politically correct con cui ha ravvivato e divertito il pubblico. In breve e forzando un po’ l’intervento finale, il concetto è stato: sessantottini, mettetevi il cuore in pace; Sinodo dei giovani, fai pure a meno di perdere tempo in sondaggi vari; c’è una generazione nuova con proposte sane e capaci di durare nel tempo e noi ne siamo i portavoce. Il resto non si può scrivere. Chiaramente questa parte finale nel filmato è stata criptata. Nel frattempo è possibile che i discendenti di De Maistre ci querelino definitivamente, mentre molti giovani desidereranno invecchiare presto per non sentirsi da noi rappresentati. Saremo comprensivi con entrambi. Voialtri comprate il libro e seguiteci nelle prossime trasferte!

 

10 giugno 2016

Dottrina Sociale della Chiesa: un'intervista a Stefano Fontana


a cura della Redazione

Papa Francesco ha contribuito a destare un rinnovato interesse per la Dottrina Sociale della Chiesa, con i suoi richiami alla cura degli emarginati e alla custodia del creato.
Abbiamo intervistato a tal proposito Stefano Fontana, direttore dell’Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuân e del settimanale diocesano di Trieste «Vita Nuova».

Può spiegare, in breve, come nasce e di cosa si occupa l’Osservatorio Cardinale Van Thuân?
Si tratta di un Osservatorio sulla Dottrina Sociale della Chiesa. E’ stato fondato nel 2004 ed è presieduto dall’Arcivescovo Giampaolo Crepaldi, vescovo di Trieste. E’ dedicato alla memoria del Cardinale Van Thuân, martire della fede cristiana nelle carceri comuniste del Vietnam. L’Osservatorio pubblica il “Bollettino di Dottrina sociale della Chiesa”, ogni anno dà alle stampe il “Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa nel mondo” giunto all’ottava edizione, alimenta un portale web in tre lingue, pubblica testi di Dottrina sociale della Chiesa presso l’editore Cantagalli e organizza scuole di formazione alla Dottrina sociale della Chiesa.
Siccome molti pensano che la Dottrina Sociale della Chiesa sia una serie di buoni e generici consigli, quando non una via di mezzo tra socialismo e liberalcapitalismo, può dirci esattamente di cosa si tratta?
La Dottrina sociale della Chiesa è l’annuncio di Cristo nelle realtà temporali, è strumento di evangelizzazione, è l’incontro tra il Vangelo e i problemi umani della costruzione della società. Il suo scopo è costruire l’ordine sociale secondo il progetto di Dio, organizzare la vita comunitaria degli uomini secondo i suoi fini prossimi che però trovano senso pieno solo nei suoi fini ultimi e il fine ultimo dell’uomo è Dio. La Dottrina sociale della Chiesa è il corpus dottrinale e di azione dei cattolici affinché a Dio sia dato il suo posto nella società politica e alla Chiesa cattolica sia riconosciuto il suo ruolo pubblico quale custode della legge naturale e del vero bene comune.
Può spiegare ai nostri lettori cosa s'intende per "bene comune" e per "regalità sociale di Cristo", principi dottrinali sconosciuti ai più?
Il bene comune ha non solo un senso orizzontale ma soprattutto verticale. Esso comprende il bene naturale, frutto del progetto di Dio nella creazione, e il bene soprannaturale, senza del quale anche il bene naturale si deforma. Il bene comune è la vita buona di una comunità ove i germi di salvezza del Verbo sono fatti crescere e dove le anime trovano il contesto più favorevole per la loro salvezza eterna. Il bene comune non è il benessere, né il bene pubblico, ma è la vita comunitaria corrispondente al vero e al bene, animata dalla legge morale naturale e orientata al Sommo Bene. Non c’è bene comune senza Dio e senza la religione cattolica.
Per regalità sociale di Cristo si intende che la signoria del Verbo Incarnato si estende sulle anime ma anche sulle relazioni sociali, sulle leggi, sull’autorità politica, ha quindi anche una rilevanza storica e pubblica che ogni società ha il dovere di riconoscerGli.
Quali sono le principali incomprensioni riguardo la Dottrina sociale della Chiesa? Perché fa così fatica a diffondersi nonostante l'importanza che molti Pontefici le hanno attribuito?
La Dottrina sociale della Chiesa è nel punto di incontro tra la Chiesa e il mondo. Essa rientra nella missione che la Chiesa ha per la salvezza del mondo. Il soggetto ultimo della Dottrina sociale è la Chiesa stessa, nelle sue articolazioni organiche. La sua valorizzazione o meno dipende quindi da come si intende il rapporto tra la Chiesa e il mondo. Il progetto di Leone XIII, nel licenziare la Rerum novarum nel 1891, presupponeva un quadro filosofico e teologico che in seguito nel corpo ecclesiale si è molto indebolito e quasi dissolto. Se si pensa che Dio si riveli nel mondo e non nella Chiesa allora la Dottrina sociale della Chiesa è inutile, anzi è un appesantimento ideologico della fede cristiana. Se invece si pensa che la fede sia una conoscenza di verità trascendenti entrate nella storia per la salvezza del mondo, allora essa ha un ruolo importantissimo facente parte della missione stessa della Chiesa. Questo è l’equivoco principale, da cui se ne dipartono poi molti altri. Le difficoltà postconciliari della Dottrina sociale della Chiesa sono dovute a due modi diversi e competitivi di vedere il rapporto tra la Chiesa e il mondo.
Fra gli argomenti più discussi all'interno dell'Osservatorio vi sono lo sviluppo del secolarismo (la cosiddetta secolarizzazione) e l'approccio ermeneutico alla teologia (opposto a quello metafisico). Ce li può descrivere brevemente? Quali sono i pericoli di una comprensione errata di queste due realtà?
Stiamo riflettendo su questi due grandi temi.
La secolarizzazione ha espresso un volto demoniaco e insaziabile che non si ferma mai. La speranza, anche di molti pensatori cattolici – pensiamo a Maritain su cui stiamo pubblicando una serie di interventi – che fosse possibile una secolarizzazione cattolica o una cristianità secolare si sono ormai infranti. La secolarizzazione è corrosione di senso. Parte corrodendo il senso religioso ma poi invade quello etico ed antropologico. Se non trattenuta, la secolarizzazione porta al nichilismo. Su questo la riflessione cattolica è in ritardo.
Sul piano filosofico uno strumento principale della secolarizzazione del senso è l’ermeneutica, ormai completamente sostituita alla metafisica anche dentro le istituzioni accademiche cattoliche.  Tutto è interpretazione di interpretazione, perché l’uomo che conosce è sempre situato in un contesto, ha sempre degli occhiali che condizionano la sua vista, è dentro il problema che vuole esaminare e quindi non vede nessuna verità davanti a sé. Ciò è sbagliato ma una miriade di pensatori lo ha in vario modo sostenuto ed ora anche il cattolico medio la pensa così. E’ evidente allora che la rivelazione passa attraverso questo processo storico di conoscenza, come dice per esempio Karl Rahner, e non è un’irruzione nella storia da parte della metastoria. Tutto diventa relativo: il peccato, il bene e il male, la dottrina. Non rimane che la pastorale cieca, intesa come un porsi domande accanto agli altri uomini e accompagnarci vicendevolmente in una ricerca di senso che tuttavia avrà sempre il dubbio al proprio fianco.
Come possono comportarsi i cattolici in un contesto secolarizzato, in cui anche molti cattolici aderiscono a quel "paradigma ermeneutico" che non riconosce un ordine naturale (e soprannaturale) al creato? Devono essere lievito per la società, collaborando con il mondo, oppure distaccarsi da esso, costituendo delle comunità separate? C'è una terza via?
E’ il grande dilemma di oggi. Il mondo è talmente organizzato nel male che oggi è quasi impossibile collaborare con il mondo senza fare il male. Del resto la secolarizzazione del senso è così vorace e istituzionalizzata da meritare una obiezione di coscienza sempre più radicale. Obiezione di coscienza che del resto essa impedisce sempre di più, perché la sua assolutezza di anti-religione ha tutta la forza di una religione. La perversione viene imposta. Non ci si può ritirare dall’impegno nel mondo alla luce della Dottrina sociale della Chiesa, però bisogna anche vedere con chiarezza quanto si sta preparando davanti a noi e che richiederà sempre di più una obiezione di coscienza non su questo o quel punto ma sull’insieme.

 

29 settembre 2012

Ma che musica, Magistero!


di Franciscus Pentagrammuli

Sabato 6 Ottobre avrà luogo a Verona il secondo Colloquio nazionale sulla musica sacra, che avrà fra i relatori anche il Cardinal Burke (che nel pomeriggio canterà la Messa pontificale nella locale chiesa dei Padri Filippini), e monsignor Nicola Bux, noto per la sua attività di divulgazione liturgica a sostegno della linea del Papa Benedetto XVI. 
 

25 luglio 2012

La particella maledetta (da scientisti e creazionisti)




Ormai qualche settimana fa è stata annunciata la conferma sperimentale dell’esistenza del bosone di Higgs (la cosiddetta "particella di Dio"), che avrebbe il fondamentale ruolo di conferire la massa a tutte le particelle subatomiche. Non seguo direttamente la questione a livello scientifico (se siete interessati alle technicalities leggete l'articolo dell'amico Eleon), ma vorrei comunque proporre una riflessione, in quanto questa recente scoperta ha riportato alla ribalta la secolare questione del dialogo tra scienza e fede.