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23 luglio 2017

Una Spada per la Vita


di Giuliano Guzzo

Se sono ancora in tempo, ma credo di sì, avrei una lettura estiva da suggerirvi. Si tratta di Una spada per la vita (IperUrania 2017, pp. 138), l’ultimo libro di Emiliano Fumaneri, firma del quotidiano La Croce, grande studioso di Gustave Thibon già autore de Le nuove lettere di Berlicche. Ebbene, Fumaneri è tornato, proprio in questi giorni, con un nuovo libro che vi consiglio per un motivo molto semplice: è un volume profondo, ricco di stimoli e pensieri splendidamente controcorrente. Molto di più, dunque, di una raccolta di «scritti “di battaglia”», come l’Autore sostiene nell’introduzione di un libro che ha il grande merito, fra l’altro, di condensare in un numero non infinito di pagine indovinate e vibranti critiche alla cultura dominante.

Dal romanticismo biopolitico di Michela Marzano alla gnosi spermofoba rappresentata da Nichi Vendola, dal catarismo di Guido Ceronetti alla ripresentazione delle idee di Michel Foucault, «intellettuale sradicato che andava predicando la “morte dell’uomo”», molta dell’impalcatura del pensiero unico – quando avrete ultimato la lettura di Una spada per la vita – vi apparirà per quello che è: grande erudizione povera di argomentazione, marmellata neppure tanto dolce, pensiero che sconfina nel non pensiero. Sarà uno smascheramento, però, non livoroso. Fumaneri non è infatti tipo da provocazioni né da attacchi personali – lo dico perché lo leggo e perché ho il piacere di conoscerlo –, no: ciò che lo anima non è odio, bensì la preoccupazione per un fatto.

Il fatto è che oggi, scrive, «assistiamo solo al tentativo di sovvertire la concezione di famiglia. Anche la nozione stessa di essere umano risulta sempre più indefinita e indefinibile» (p.106). Una minaccia antropologica per non dire apocalittica, dunque, alla quale urge reagire da uomini e da cristiani riscoprendo la «dimensione belligerante della vita apostolica» (Papa Francesco dixit). A tale chiamata alle armi – insiste l’Autore – non si può che rispondere con una riscoperta che non è tanto e solo quella della ragione, bensì quella della virilità cristiana e della spiritualità guerriera, tema caro a Fumaneri il quale lo recupera dall’amato Thibon e da Fabrice Hadjadj, riproponendolo come medicina senza la quale, sia nel dibattito culturale dominato dal laicismo sia nel confronto con la minaccia islamista, i cristiani sono destinati a soccombere.

Di qui la necessità – in particolare per il mondo cattolico, cui Una spada per la vita è indirizzato – da una parte di evitare una sindrome da assedio che prima che poco utile è anche poco cattolica, e, dall’altra, di smetterla con la tendenza, scrive coraggiosamente Fumaneri, di un «cattolicesimo troppo femminilizzato», esaltatore della «la mistica del lievito a discapito della parabola della lampada che Cristo esorta a non mettere sotto il moggio» (p.133). Una chiamata alle armi, insomma, non violenta ma neppure farlocca, seria, finalizzata al recupero di un rapporto armonioso dell’uomo con se stesso, con Dio e col prossimo. In tempi di “pensiero pensato” e conformismo delle menti, un libro così profuma quindi di “pensiero pensante”. Ed è per questo che, nella vostra biblioteca, non può proprio mancare.


 

11 dicembre 2016

Da Trump a Hofer

di Enrico Maria Romano
Certe volte la propaganda del Sistema riesce e certe volte no. Questa è la prima differenza che salta all’occhio nel confronto tra l’elezione di Donald Trump in America e la sconfitta di Norbert Hofer in Austria.
La piccola repubblica austriaca, spesso vantata per i motivi più diversi da chi mal ne conosce la storia, non è certamente un paese invivibile, insicuro o particolarmente soggetto al terrorismo e la disoccupazione come per esempio lo è la Francia o in misura minore la stessa Italia.
Eppure, a partire dal 2000 almeno, le cose sono cambiate in modo piuttosto rapido e sempre per la solita infausta ragione: la politica migratoria assurda e assassina, specie verso l’islam, da parte delle sinistre e dei verdi, dei poteri forti e dei gruppi bancari.
L’economista mondialista Alexander van der Bellen (Vienna, 1944), che da domenica 4 dicembre 2016 è il nuovo presidente austriaco, aveva probabilmente perso nell’elezione precedente, tenutasi il 22 maggio scorso: l’elezione fu annullata dalla Corte costituzionale austriaca per irregolarità e per i voti inventati attribuiti proprio al nuovo presidente. E ciò in seguito alla denuncia di Hofer e dei suoi: anche per questo l’attuale elezione è emblematica. Ha vinto chi aveva fruito dei brogli alla precedente tornata elettorale, ha perso chi li aveva denunciati!
Nel piccolo microcosmo mitteleuropeo e germanico, questa piccola elezione è davvero rappresentativa. Con Hofer erano in genere i contadini, i montanari, gli abitanti dei piccoli centri e i ceti impiegatizi e operai. Con il neo-presidente invece tutti i giornali, la casta in tutte le sue declinazioni, i poteri forti, la cultura, i sindacati…
Van der Bellen non è un austriaco da sette generazioni, ma è figlio di un padre russo e di una madre estone, entrambi fuggiti dal comunismo, partito in cui poi militerà il giovane Alexander… La carriera di Van der Bellen si è fatta prima con i social-democratici poi soprattutto con i Verdi. Il nuovo presidente austriaco ha dichiarato, almeno una volta, di appartenere alla massoneria, essendo stato iniziato ad Innsbruck negli anni ’70.
In tutte le questioni importanti è all’opposto di Norbert Hofer e della tradizione austriaca. Europeista convinto, vuole riempire l’Austria di profughi e poveracci, mantenendo e aggravando la linea lassista fin qui adottata da democristiani e social-democratici. Poca severità e poco rigore verso lo spaccio di droghe e la violenza urbana, tolleranza verso qualunque deriva etica (gender, nozze gay, utero in affitto), ma intransigenza assoluta verso ciò che i media hanno chiamato “l’ultra-nazionalismo” di Hofer.
Domanda: ma cos’è l’ultra-nazionalismo rispetto al puro e semplice nazionalismo? Un nazionalismo sostenuto dagli ultrà del calcio austriaco? I servizi televisivi italiani che hanno parlato dei due candidati, sono stati egualmente falsi e bugiardi come lo furono con Trump. Addirittura si è detto che con la vittoria del candidato dei verdi, l’Austria fuga le paure e i fantasmi del passato. Quale passato, di grazia? Quello nazional-socialista di 70 anni fa, in cui Norbert Hofer neppure esisteva? Quel passato in camicie brune in cui l’Austria fu occupata manu militari dai tedeschi, a prescindere dal fatto che molti austriaci auspicavano tale occupazione? Fu proprio l’Austria “nazificata” dell’Anschluss (1938) che accolse i genitori di Van der Bellen in quanto esuli anti-comunisti…
Norbert Hofer, il grande sconfitto, era un candidato politico e assieme simbolico. Politico nel senso più alto della parola, per la sua volontà di dare tutto per la sua amata patria e difenderla contro l’invasione degli stranieri e ancor di più dalle pastoie dell’Unione europea e delle sue arcigne e indebite commissioni. Ma anche un candidato simbolico: rappresentava al meglio la storia e l’identità austriaca.
Noi italiani, a volte assai campanilisti, non dobbiamo limitarci ora a gioire per la sconfitta di Renzi nel suo referendum. Dobbiamo anche guardare con più attenzione a ciò che succede intorno a noi e così saper captare i segni dei tempi e delle svolte storiche che si impongono. La vittoria di Trump, benché oltre Oceano, ha certamente il senso di una cesura storica senza precedenti. Ma anche le vicine e confinanti Austria e Francia debbono interessarci. Chi ama visceralmente la propria patria (senza nasconderne i difetti storici però) ama anche coloro che, nelle altre nazioni, hanno gli stessi sentimenti. Così Norbert Hofer, Marine Le Pen, Vladimir Putin, Donald Trump, e molti altri sono certamente uniti da più di ciò che li divide e li separa. Parafrasando Marx non ci resta che dire: patrioti del mondo intero unitevi, e fatelo presto! Il rullo compressore della modernità e del mondialismo, della globalizzazione e del secolarismo, vuole rendere indistinguibili i popoli, le culture, le etnie, le religioni, le società e intercambiabili gli individui, resi meri numeri di un ingranaggio mortale al servizio degli interessi dei soliti padroni del vapore.
Qualunque sussulto patriottico, qualunque volontà di recupero dei valori della tradizione (Dio, patria, famiglia, moralità, sussidiarietà, buon senso, difesa degli anziani e dei poveri, eroismo disinteressato per il bene comune…) è la benvenuta. Uniamo le forze per creare una alternativa almeno europea, se non mondiale, al pensiero unico laico, al dio mercato, alla distruzione delle identità e delle storie di ognuno.
Così facendo, dall’Austria all’America, dall’Italia alla Francia, avremo lottato per la civiltà umana come tale e contro i suoi potentissimi affossatori.
 

24 maggio 2016

L'Unione Europea: ciarlatani che temono le elezioni

di Giuliano Guzzo
A far rimanere l’Europa «col fiato sospeso» non sono l’economia stagnante, il collasso demografico di un Continente senza futuro, l’arrivo continuo di migranti fra i quali si mescolano aspiranti terroristi, no: a togliere il sonno ai vertici della tecnocrazia europea e agli innumerevoli suoi maggiordomi – da tempo – sono le elezioni, che puntualmente diventano un pericolo da esorcizzare.

Fateci caso: ieri Le Pen, oggi Hofer domani chissà; non c’è più appuntamento alle urne senza un Uomo Nero, un partito estremista, una sigla xenofoba il cui successo è bene scongiurare. Scusate, ma da che pulpito viene la predica? Sulla base di quale celeste legittimazione alcuni leader europei ed altri più o meno oscuri commissari e funzionari hanno il diritto di “preoccuparsi” delle elezioni o dei referendum che si svolgono in un determinato Paese?

L’idea, per esempio, che l’elezione Norbert Hofer avrebbe causato – come leggevo ieri su Repubblica – un «terremoto politico di imprevedibili conseguenze», fa semplicemente sorridere: l’UE ha un suo stregone? Per caso il Mago Otelma è divenuto commissario europeo, quindi le previsioni sono certificate, oppure il «terremoto conseguenze» è il solito spauracchio che puntualmente si impiega (ve lo ricordate lo spread impazzito in nome del quale fu spazzato via, in Italia, l’ultimo governo eletto dal popolo?) per terrorizzare un Paese affinché viri in una determinata direzione? Non credo occorra molto a comprendere come vi sia un’Europa – da anni – allergica al popolo derubricato alla voce populismo e ai candidati che osano proporsi come alternativi all’attuale architettura europea, sistematicamente liquidati come xenofobi, estremisti, Hitler in miniatura.

Beninteso: non sono qui a dispiacermi per la mancata elezione di un Presidente in Austria, bensì ad indignarmi per tutto un Sistema di Potere che, forte delle proprie falangi editoriali e mediatiche, entra in allarme ogniqualvolta gli elettori si recano alle urne indicando con chiarezza, alla faccia dell’autodeterminazione dei popoli, quale sia l’Uomo Nero, il candidato impresentabile, colui il cui successo innescherebbe un «terremoto politico di imprevedibili conseguenze». La prossima volta – commentava ieri il Corriere, altra testata espressione del Potere, con riferimento alle vicende austriache – il voto postale potrebbe non bastare: testuale. Non bastare? A fare cosa? A “correggere” la volontà popolare? A scongiurare il pericolo che sia il popolo a scegliersi da solo, senza che gli si venga paternalisticamente ingiunto chi non votare, i propri rappresentanti? La democrazia ora fa così schifo? Così, tanto per sapere.

Giuliano Guzzo
 

23 maggio 2016

Chi ha paura di Norbert Hofer?

di Alfredo Incollingo

Le ultime notizie che ci giungono sulle elezioni politiche in Austria ci parlano di un vantaggio del candidato nazionalista Norbert Hofer, leader del “Partito della Libertà”, sullo sfidante, l'ecologista Alexander Van der Bellen. La stampa europea titola le prime pagine dei principali quotidiani con toni allarmanti per il ritorno di un “nazista” al potere, per giunta in Austria, paese che vide i natali di Adolf Hitler. Per alcuni queste coincidenze non sono casuali, ma segno dei tempi: nelle crisi peggiori i partiti populisti e nazionalisti traggono la linfa necessaria per crescere e, nei casi peggiori, andare al potere. Vedremo di nuovo l'avvento del nazismo in Europa? Hofer è il nuovo Hitler? I media ne sono convinti, anche se analizzando bene le caratteristiche del personaggio possiamo ben diffidare da queste voci fuorvianti e non poco “partigiane”: demonizzare l'avversario è una strategia vecchia ed efficace.

Norbert Hofer è da molti definito l'erede spirituale di Jorg Haider, che è stato il fondatore del “Partito della Libertà” prima di uscirne nel 1998. Ha incentrato la sua campagna elettorale su un forte euroscetticismo: ha criticato le riforme economiche di Bruxelles e soprattutto il trattato di Schengen sulla libera circolazione nei confini europei. Hofer ha denunciato la cattiva gestione dell'emergenza profughi e la necessità di chiudere le frontiere europee per evitare una repentina islamizzazione. A tal proposito è uno dei principali oppositori dell'ingresso della Turchia nell'Unione Europea, contro il quale ha invocato un referendum per vagliare il parere dei cittadini comunitari. I recenti fatti del Brennero hanno non poco dato visibilità al Partito della Libertà, che si è posto in contrasto con il precedente governo che non ha saputo affrontare adeguatamente e preventivamente la recente emergenza. Hofer ha quindi dato adito al malumore degli austriaci riuscendo ad ottenere il 36,40 % delle preferenze al primo turno delle elezioni politica il 26 aprile.

Si è spesso ricordata la sua giovanile militanza nei movimenti pangermanisti, un passato che per i media pesa su Hofer ma che, come afferma il diretto interessato, è un'esperienza ormai superata. Di quel periodo rimane il suo orientamento nazionalista.
Hofer si è dichiarato espressamente liberista, ammiratore di Margaret Thatcher, non certo uno statalista come lo era Hitler. E' euroscettico, ma non nasconde di voler “rivedere” l'Europa, soprattutto dal punto di vista economico. E' quindi fra quelli che intendono l'Europa come entità culturale, più che burocratica e per questo rinnega l'Unione Europea.

Non ha nascosto la sua profonda fede cattolica nella vita pubblica, pregando e mostrando il crocifisso di legno che ha sempre con sé in tasca. Si è quindi opposto alla legge sui matrimoni gay e sulle adozioni: il programma prevede l'istituzione di fondi pubblici per la natalità e le famiglie disagiate e per tutte le fasce deboli della società. Sugli altri temi etici (in particolare aborto ed eutanasia) ha espresso lo stesso giudizio di opposizione, non mancando di biasimare la tecnocrazia di Bruxelles.
Norbert Hofer è quindi un misto di conservatorismo, nazionalismo e populismo, caratteri poco adatti ad un presunto leader nazista. Sono esagerazioni? Naturalmente sì, e fatte di proposito per gettare discredito sulla sua personalità.
Sicuramente non vedremo risorgere Hitler, ma l'ondata conservatrice che si sta abbattendo sull'Europa può mettere certamente a rischio la stabilità europea. Probabilmente è questa l'unico discorso valido su una possibile vittoria di Hofer.
E' indispensabile in ultimo non interrogarsi sulle conseguenze, ma sulle cause del riscatto del conservatorismo e capire per quale motivo in piena Europa si è giunti a questi risultati.