Visualizzazione post con etichetta educazione sessuale. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta educazione sessuale. Mostra tutti i post

09 giugno 2017

L'inutile porcata dell'educazione sessuale a scuola


di Giuliano Guzzo

«Contra factum non valet argumentum», sentenziavano i latini a rammentare il primato della realtà sulla narrazione. Un ammonimento antico, perfino banale forse, ma che varrebbe la pena tenere a mente, quando leggiamo di lezioni di sesso esplicito impartite alle elementari o ascoltiamo l’esperto di turno enfatizzare l’utilità per non dire la straordinaria importanza dell’educazione sessuale a scuola, iniziativa in verità di chiara connotazione ideologica – il primo a proporla per legge in Italia, nel 1975, fu non a caso il Partito Comunista – ma, soprattutto, di manifesta inutilità se non persino controproducente.

A suffragarne l’inutilità ci ha però pensato un vastissimo e direi definitivo studio con il quale, esaminando i dati provenienti da più di 55.000 giovani 14-16enni sottoposti a programmi di salute sessuale e riproduttiva provenienti dall’Africa sub-sahariana, dall’America Latina e dall’Europa, seguendoli da uno a 7 anni i ricercatori hanno concluso che detti corsi scolastici «non hanno alcun effetto sul numero di giovani persone infette da HIV ed altre malattie sessualmente trasmissibili» (Cochrane Database of Systematic Reviews, 2016).
Basterebbe già l’imponenza di una simile ricerca, a ben vedere, a chiudere la questione. Tuttavia un recentissimo studio, andando oltre, ha confermato quanto già gli esperti del campo, come il prof. Renzo Puccetti, evidenziano da tempo: l’educazione sessuale a scuola non è solo inutile – cosa che già dovrebbe allarmare, pensando ai quattrini spesso e volentieri pubblici con cui viene promossa – ma addirittura un boomerang. Trattasi di uno studio che, prendendo in esame il caso dell’Inghilterra, ha messo in rilievo un passaggio semplice ma assai eloquente.

Il fatto, in breve, è che a più educazione sessuale – strano ma vero – corrispondono più gravidanze tra le giovanissime; viceversa ad un calo d’intensità dell’osannata iniziativa, le cose migliorano. Esagerazione? Per nulla: nel 1999, in Inghilterra appunto, quando le iniziative di sensibilizzazione sulle pratiche sessuali toccavano economicamente il loro culmine, si contavano oltre 40.000 di under-18 incinte. Poi, probabilmente anche perché la cosa non dava i frutti sperati, dal 2010 i fondi per l’educazione sessuale hanno iniziato a calare e così pure le ore scolastiche dedicatevi. Ebbene, che è accaduto?

E’ successo che le gravidanze tra le giovanissime, anziché aumentare, hanno preso a ridursi drasticamente, tanto che nel 2015 si sono registrati solo 20.000 casi. Meno della metà di quelli registrati sedici anni prima. Questo perché, secondo i ricercatori occupatisi della questione, chi segue corsi di educazione sessuale, rispetto agli altri, tende ad anticipare l’età del primo rapporto, ad averne con maggiore frequenza e ad adottare comportamenti sessualmente maggiormente a rischio (cfr. Journal of Health Economics, 2017). Il perché poi questo accada, a sua volta, non risulta affatto difficile da comprendere.

La quasi totalità dei corsi di educazione sessuale, infatti, si risolve in apologia della contraccezione e lezioncine hot, riducendo il fare l’amore a robetta da manuale delle istruzioni, della serie più conosci i dettagli e più vai pure sul sicuro. In sostanza l’educazione sessuale a scuola non educa affatto, anzi fa opposto rispetto a giovani assetati come non mai di ideali grandi, delusi come sono dal vuoto tutto intorno. Morale della favola per bocciare certi corsi scolastici – penso ai genitori preoccupati che strani “insegnamenti” possano essere proposti ai loro figli – non occorre essere cattolici, ma un po’ informati. E vedrete che gli “esperti”, a scuola, non li si vedrà più manco col binocolo.

https://giulianoguzzo.com/2017/06/09/nuovo-studio-conferma-leducazione-sessuale-a-scuola-e-un-boomerang/

 

12 settembre 2016

Il (falso) mito dell’educazione sessuale



di Giuliano Guzzo

Che differenza c’è fra un’inchiesta giornalistica e uno spot propagandistico? Apparentemente sono cose diversissime come diversissime, si sa, sono l’informazione e l’ideologia. Vi sono tuttavia casi nei quali la propaganda, per apparire autorevole – ed essere quindi più efficace -, assume le mendaci sembianze dell’inchiesta giornalistica. Un esempio lampante è quello delle due intere pagine – la 24 e la 25 – con cui il Corriere della Sera, proponendo ai suoi lettori formalmente un’inchiesta, ha in realtà confezionato un formidabile spot a favore dell’educazione sessuale obbligatoria nelle scuole. La linea che su questo delicato argomento il primo quotidiano d’Italia sposa senza esitazioni è tutta già condensata nelle prime righe dell’articolo: «La scuola dovrebbe occuparsene di più. Parlare di amore, relazioni, sesso. Dei corpi che crescono e cambiano, delle emozioni che si agitano, come stagioni impazzite, dentro cuori impreparati. E invece, dopo 25 anni di proposte, non c’è una legge che istituisca corsi obbligatori» (p. 24). Ora, al di là della dubbia qualità poetica di certe espressioni – «emozioni che si agitano, come stagioni impazzite, dentro cuori impreparati» -, il senso del discorso è fin troppo chiaro: urge una legge che introduca «corsi obbligatori» nelle scuole nei quali si parli «amore, relazioni, sesso».
A suffrago della sua tesi, il Corriere presenta da un lato la solita carrellata di pareri più o meno autorevoli e più o meno generici e, dall’altro, mostra ai lettori un’immagine della situazione europea mettendo in luce il fatto che diversi Paesi hanno già provveduto ad introdurre quell’educazione sessuale obbligatoria rispetto alla quale «l’Italia resta, sola in Europa, senza un quadro normativo di riferimento» (p.25). Sopra l’articolo, la foto di due ragazzi che si fissano: quello a sinistra è un ragazzo, mentre il sesso del soggetto a destra, dai capelli corti e dall’aspetto androgino, non è chiaro: un piccolo capolavoro di propaganda, insomma, per scardinare pure visivamente l’idea che l’amore possa o debba essere fra maschio e femmina. Torniamo però a quanto afferma la discutibile inchiesta, e cioè l’assenza di una legge che in Italia istituisca a scuola «corsi obbligatori» nei quali si parli «amore, relazioni, sesso»: cosa vera. Benché se ne parli dal tempo (la prima proposta di legge risale al 1975 ed era del Partito Comunista), il nostro Paese non ha una norma in tal senso. C’è però da chiedersi – dilemma che il Corriere neppure si pone – se ciò sia un male o sia un bene. Il solo modo per chiarire questo dubbio evitando riferimenti confessionali o morali (che pure sono di massima importanza, considerando il primato educativo della famiglia), è guardare alla situazione europea per confrontarla con quella italiana.
Ora, in teoria i Paesi nei quali l’educazione sessuale nelle scuole è prevista da tempo dovrebbero mostrare un quadro ben più confortante di quello dell’arretrata Italia: meno malattie sessualmente trasmissibili, meno gravidanze fra le giovanissime, meno episodi di bullismo, meno casi di “omofobia”. E’ così? Prima di vederlo, occorre prima intendersi su quale educazione sessuale vada oggi per la maggiore in Europa. La illustra bene Il bambino denudato (Fede&Cultura, 2016), il nuovo libro dello psicologo-psicoterapeuta Gilberto Gobbi – testo di cui consiglio a genitori ed educatori l’acquisto – nel quale viene esaminata l’educazione sessuale secondo le schede dello Standard/OMS. Trattasi di schede diffuse dall’Ufficio Regionale per l’Europa dell’OMS nel 2010, dopo averle commissionate al BZga di Colonia, Centro già noto per le posizioni abortiste, e che – come ben spiega Gobbi nel suo libro – apparentemente promuovono l’educazione sessuale olistica, cioè onnicomprensiva di tutti gli aspetti e le implicazioni della sessualità umana, ma in realtà considerano «solo alcuni aspetti della persona, quelli fisici e psicologico» mentre la dimensione spirituale e religiosa non viene considerata «neppure come possibilità» (pp.15-38). Morale: più che educazione sessuale, è apologia della contraccezione e del piacere fine a se stesso.
Chiarito quindi quale tipo di (dis)educazione sessuale verosimilmente si vorrebbe introdurre anche in Italia, passiamo ora a considerare i “successi” conseguiti dai Paesi ritenuti più evoluti dell’Italia. Successi che, francamente, diventano difficili da apprezzare. Infatti l’Europa da cui dovrebbe prendere esempio il nostro Paese è quella nella quale le malattie sessualmente trasmissibili sono in aumento; in particolare – segnala un rapporto dell’European center for diseases control – è allarme clamidia: peccato che oltre l’80% di queste infezioni si concentri in appena quattro Paesi: Svezia, Norvegia, Gran Bretagna e Danimarca. Trattasi non solo di Paesi dove l’educazione sessuale scolastica è diffusa, ma fra i quali c’è la Svezia: il primo Paese europeo a rendere obbligatorio il suo insegnamento nel lontano 1956, sin dalle elementari. Come mai allora questa situazione? Sarebbe bello che il Corriere, abbandonando l’attuale parzialità, realizzasse un’inchiesta su questo. Allo stesso tempo, sarebbe bello che i giornalisti del primo quotidiano d’Italia – e con loro quanti credono opportuna l’educazione sessuale nelle scuole, fra i quali vi sono intellettuali notevoli, come Rocco Siffredi – cercassero di capire come mai i Paesi nei quali questa è diffusa da molti anni sono pure quelli nei quali le gravidanze fra le giovanissime sono più diffuse.
Avete letto bene: considerando la situazione di Paesi nei quali l’educazione sessuale è insegnata nelle scuole – in Francia, per esempio, è inserita nei programmi scolastici fin dal 1973 – si vede come in questi le ragazze abortiscano fino a quattro volte di più rispetto alle altre, fra cui le Italiane. L’educazione sessuale non c’entra, dirà qualcuno? Strano, perché vi sono studi che suggeriscono come programmi scolastici volti a diffondere nei giovani la contraccezione abbiano ottenuto un aumento del numero delle gravidanze. «Quali sono – si chiede dunque il medico e bioeticista Renzo Puccetti – le prove a sostegno del fatto che il più vasto ricorso alla contraccezione ridurrebbe il numero di aborti? La risposta della scienza è: nessuna» (Vita e morte a duello, Fede&Cultura 2014, p.80). Se l’educazione sessuale nelle scuole è così inefficace – si penserà – almeno sarà utile come forma d’incentivo al rispetto dell’altro, contro il bullismo. Bella ipotesi: peccato non sia – neppure questa – suffragata da dati: infatti in Italia, che dovrebbe essere messa malissimo da questo punto di vista, appena il 5% dei giovani fra gli 11 ed i 15 anni risulta vittima di accertati episodi di bullismo: in pratica siamo a livelli svedesi e messi molto meglio di Spagna, Germania e Austria (AA.VV. (2015) Skills for Social Progress. The Power of Social and Emotional Skills. «Organisation for Economic Co-operation and Development»: p.20).
Dulcis in fundo, neppure considerando l'”omofobia” la “medievale” Italia sfigura: i dati dell’European Union Agency for Fundamental Rights (2012) basati sulla percentuale di cittadini LGBT dichiaratisi vittime di violenza o minacce negli ultimi cinque anni, infatti, vedono la Gran Bretagna (31%), il Belgio (27%), la Francia (26%), la Danimarca (23%) e la Germania (22%) – Paesi osannati come fari del progresso – messi peggio di noi (19%). Un dato, questo, che  – sommato a gli altri –  non può non far scaturire una domanda: perché? Come mai Paesi che da decenni investono fiumi di danaro sull’educazione sessuale scolastica sono nella situazione dell’Italia (raramente) o in una molto più drammatica (assai spesso)? I motivi son almeno tre. Il primo riguarda il fatto che un’educazione sessuale disgiunta dai valori della responsabilità e della fedeltà di coppia, semplicemente, educazione non è e non modifica i comportamenti; la seconda ragione sta nella cosiddetta “compensazione del rischio”, meccanismo in base al quale, credendosi al riparo da pericoli perché informati su rischi e rimedi (contraccezione, pillola del giorno dopo, ecc.), gli individui tendono a condotte più rischiose di quelle altrimenti adottate, peggiorando la situazione. Il terzo – il più importante – riguarda il primato educativo della famiglia: irrisa e dileggiata, la “cellula fondamentale della società” è ancora, per quanto in crisi, la migliore agenzia educativa. In Italia, in particolare, la famiglia conta ancora: e si vede.
La verità, detto ciò, è che educare è un mestiere difficile in primo luogo perché non frazionabile: un giovane non ha bisogno di uno che lo educhi al senso civico, uno che lo introduca al rispetto del prossimo, un altro ancora che gli sveli i segreti di «amore, relazioni, sesso». No: ha bisogno di qualcuno che lo educhi con la pazienza che in fondo solo un genitore – o un educatore che comprenda appieno il senso della sua missione – può avere. Inoltre, con la pazienza (e la conoscenza!) è fondamentale un altro aspetto: la credibilità. Il processo educativo, infatti, non si basa solo su dei contenuti ma anche – se non soprattutto – su una testimonianza: io non ascolto te solo perché hai qualcosa da dirmi, ma anche perché ci credi e lo dimostri; perché sei un esempio, un maestro. Ecco perché – con tutto il rispetto per il mondo scolastico – pretendere di scorporare un tema cruciale quale quello della sessualità  sia da un disegno educativo più ampio sia dalla credibilità di un educatore che sia pure testimone, lasciando così tutto e solo nelle mani di “esperti”, è la premessa ad un fallimento: perché in questo modo non si insegna nulla, si veicolano solo contenuti fintamente neutrali e si considerano i ragazzi come imbuti nei quali versare nozioni precotte, che tutto trasmettono fuorché la bellezza di vivere il regalo della sessualità nei confini della responsabilità e del vero Amore.
https://giulianoguzzo.com/2016/05/09/il-falso-mito-delleducazione-sessuale/
 

23 aprile 2015

Davvero la teoria del gender non esiste?


di Giuliano Guzzo

L’obiezione più frequente verso quanti giustamente si ribellano all’indottrinamento in salsa gender è, in vero già da qualche tempo, negare il problema. Si dice che in realtà la teoria del gender – come sottolinea anche un lungo articolo su Wired.it – «non esiste. Nessuno, in ambito accademico, parla di teoria del gender. È infatti un’espressione usata dai cattolici (più conservatori) e dalla destra più reazionaria per gridare “a lupo a lupo” e creare consenso intorno a posizioni sessiste e omofobe» (13.3.2015). Le cose stanno davvero così? Prima di verificare, urge fare un passo indietro specificando che cosa, in estrema sintesi, afferma la teoria del gender, e cioè la derivazione culturale dei caratteri maschile e femminile, sovrapposti alla base biologica di ciascuno nella forma di stereotipi comportamentali che nulla avrebbero di spontaneo e che, per questa ragione, sarebbero da eliminare. La più cristallina formulazione di questa teoria – ancorché non espressamente, a quel tempo, presentata con siffatta denominazione – la dobbiamo, com’è noto, alla filosofa e saggista Simone de Beauvoir (1908-1986), la quale scrisse che «donne non si nasce, lo si diventa», definendo la donna quale «prodotto intermedio tra il maschio e il castrato».
Chiarite queste premesse chiediamoci: la teoria del gender, formulata in questi termini, è davvero un’invenzione polemica, un pretesto, una creatura fantastica «usata dai cattolici (più conservatori) e dalla destra più reazionaria per gridare “a lupo a lupo” e creare consenso intorno a posizioni sessiste e omofobe»? Non sembrerebbe. Se difatti la teoria del gender non esistesse, se davvero nessuno volesse estirpare le differenze fra maschile e femminile, non si spiegherebbe, per esempio, l’idea d’istituire, in Svezia, Egalia, una scuola materna dove, pensate un po’, si è pianificata l’abolizione dei sessi al punto da arrivare a coniare un apposito pronome neutro “hen”, in luogo dei vetusti – e verosimilmente ritenuti sessisti – “hon” e “han”, e da stabilire che i bambini non debbano più essere chiamati “bambini” né le bambine “bambine” bensì, tutti, indistintamente ed appassionatamente, “amici” (Repubblica, 15.11.2012). Se la teoria del gender non esistesse, non si spiegherebbero neppure iniziative come il “Gioco del rispetto”, che si vorrebbe introdurre nelle scuole di Trieste, e che prevede attività come il “Se fossi”, con la quale i bambini sono invitati a vestire abiti anche non del proprio sesso, con la possibilità di rimanere vestiti così anche dopo.
Ancora, se la teoria del gender non esistesse non si spiegherebbe quanto accaduto in Francia dove in alcune scuole vengono proposti i testi del poeta travestito David Dumortier. Qualche assaggio potrà rendere l’idea dello strabiliante livello letterario e pedagogico di cui si sta parlando: «Clarissa mette il suo dito dappertutto. Si è bruciata appoggiando il suo indice sulla piastra elettrica, ieri se n’è messo uno nel sederino e ha sentito il suo odore». E ancora: «Mehdi va a scuola col rossetto. In più ha dei comportamenti da bambina. Sono automatici. Gli sfuggono dalle mani. E’ troppo tardi quando pensa di fermarli» (Il Foglio, 28.2.2014). Il dato interessante – e che dovrebbe far riflettere sulla natura ideologica della teoria del gender – è che non solo non esiste neppure uno studio scientifico che dimostri come queste sperimentazioni scolastiche riducano le discriminazioni, ma ve ne sono innumerevoli che attestano l’origine prenatale della formazione di caratteri differenti nei sessi, come l’intuito femminile (Psychoneuroendocrinology, 2014), ed altri riconducibili al ruolo-chiave che il testosterone riveste prima del parto per quanto riguarda, appunto, la predeterminazione di taluni atteggiamenti differenti dei bambini rispetto alle bambine (Psychological Science, 2009).
Questo legittima forse un “determinismo biologico”, per cui le differenze fra maschile e femminile sarebbero tutte innate senz’alcun influsso esterno? No, ovvio. D’altra parte, l’unico determinismo è quello dei fautori del gender, i quali – loro sì – riducono la differenza fra uomini e donne a meri stereotipi che nulla avrebbero di naturale. Quanto al rilievo secondo cui «nessuno, in ambito accademico, parla di teoria del gender», ci permettiamo ribattere con l’esempio, fra i tanti possibili, di Michel Maffesoli, già sociologo alla Sorbona – non proprio un’università sconosciuta, dato che fu frequentata, fra gli altri, da Tommaso d’Aquino, Erasmo da Rotterdam nonché dalla stessa Simone de Beauvoir – il quale non teme di parlare di questa teoria “inesistente” arrivando a dirsi contento per il fatto che la Norvegia, dopo averla promossa per decenni, si sia «allontanata dalla teoria del gender dopo che molti studi hanno mostrato l’incapacità delle relative politiche messe in atto di venire a capo di certi comportamenti». Che infine la teoria del gender sia una fissazione dei «cattolici (più conservatori)» appare smentito da papa Francesco in persona, lo stesso del “chi sono io per giudicare un gay?” – frase tanto citata quanto decontestualizzata -, il quale, di ritorno dal suo viaggio nelle Filippine, non solo ha parlato di quest’ideologia, ma ne ha denunciato la diffusione in ambito scolastico evocando lo spettro nientemeno che di una nuova «gioventù hitleriana». Oscurantista, omofobo e allucinato pure lui? 

http://giulianoguzzo.com/2015/03/20/davvero-la-teoria-del-gender-non-esiste/

 

29 marzo 2014

L’omocrazia e la dittatura degli “uguali”

di Giorgio Mariano

La macchina dell’indottrinamento culturale marcia ormai a pieno regime calpestando ogni autentica libertà, anche quelle sancite dalla Costituzione la quale, se soltanto fino a pochi mesi fa veniva celebrata dal simpatico sponsor Benigni come “la più Bella del Mondo” ora è diventata semplicemente “la più Omofoba del mondo”.

Si chiama “educare alla diversità” l’opuscolo prodotto dall’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazione Razziale) e messo in circolazione (senza permesso del relativo dipartimento per le Pari Opportunità!) negli asili e nelle scuole elementari italiane. Nonostante il sottosegretario all’Istruzione Toccafondi abbia preso le distanze dall’iniziativa chiaramente ideologica e, nonostante la nota di demerito pervenuta al direttore dell’UNAR, M. De Giorgi, dal Dipartimento delle Pari Opportunità, gli opuscoli continuano a circolare indisturbati. Non solo. La Regione Umbria, per esempio, in accordo con l’associazione “Omphalos Arcigay Arcilesbica", ha lanciato una feroce campagna, a spese dei contribuenti, per diffondere l’educazione di genere sotto la sempre di moda veste della “lotta alla discriminazione”. L. Pesaresi, assessore al Comune di Perugia con delega alle Pari Opportunità, afferma che la “cultura di genere” va “promossa e inserita nei percorsi educativi”. Il programma prevede incontri su sessualità, omosessualità, educazione alle differenze, ecc. All’articolo 30 della Costituzione Italiana, tuttavia, si legge espressamente che: “È dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio. Nei  casi di incapacità dei genitori, la legge provvede a che siano assolti i loro compiti”. Ricordiamo, dunque, che istruire ed educare i figli è compito proprio dei genitori e delle famiglie e non delle scuole o di associazioni paragovernative allineate ai dettami omosessualisti, i quali, lo vediamo chiaramente, se ne infischiano della patria potestà e del diritto dei genitori a fornire l’educazione e la formazione che ritengono più giusta per il corretto sviluppo umano dei propri figli. No, ora sono gli “specialisti”, i “tecnici” della sessualità che, entrando a forza nelle scuole, spiegano ai nostri figli come far emergere il loro “lato gay”.  

L’opuscolo si chiama “educare alla diversità” ma va letto “indottrinare all’uniformità” giacché ben lungi dalla conservazione e dalla stima della diversità, che sarebbe la mera constatazione della distinzione fra maschi e femmine, al contrario mira ad appiattire ogni tipo di diversità anche quelle biologiche, esteriori, evidenti. Si parte cioè da una apparente lotta alla discriminazione in favore di una presunta “tutela della diversità” per giungere in definitiva verso l’uniformità di vedute e di pensiero che non prevede una distinzione netta fra la sessualità maschile e femminile (questa sì è diversità!) bensì verso una confusione sessuale che priva l’individuo della sua propria identità. Inoltre appare decisamente incoerente questa veste filantropica della tutela della diversità quando la “teoria del gender” altro non è che l’avanguardia e l’apripista della “teoria queer” la quale, in soldoni, concepisce l’essere umano come indeterminato, privo di una sua sessualità originaria, ma del tutto neutro e asessuato. Ciò significa che il punto di partenza non è la diversità, legittima, naturale, autentica, reale, bensì una uguaglianza di fondo che anzi elimina ogni differenza sostanziale.  Ci muoviamo sui binari marxisti della lotta di classe confluita in una vera e propria lotta alla diversità e alla disuguaglianza e non, come si vuol far credere, di una tollerante educazione alla diversità. Perché se veramente si volesse educare alla diversità si terrebbe conto della naturale e ontologica diversità maschio-femmina, due mondi così vasti quanto maltrattati.

Non possiamo non notare tutto il lavorio minuzioso e radicale che si sta pazientemente sviluppando da anni nell’appiattimento di qualsiasi distinzione la natura ci presenti. A partire da quella fra l’uomo e l’animale (l’antispecismo), fra l’uomo e la donna (la teoria gender e la teoria queer), fra ricchi e poveri, capitalisti e operai (le istanze del marxismo), fra gli intelligenti e i meno dotati, fra l’ignorante e il sapiente (l’egualitarismo delle qualità), fra i giovani e gli anziani (il mito dell’eterna adolescenza). In definitiva tutto volge verso l’eliminazione di ogni differenza e distinzione, ossia verso un’autentica distruzione della diversità. L’attuale propaganda della “tolleranza” è solo uno specchietto per le allodole finalizzato all’annichilimento della persona umana privata di ogni riferimento morale, psicologico, biologico ed esistenziale per ridurlo schiavo delle proprie passioni e della propria volontà impazzita, criterio ultimo del moderno concetto di giustizia: io lo desidero, quindi è giusto, di conseguenza, ne ho diritto! Siamo dinanzi ad una vera e propria “omocrazia” ossia una “dittatura dell’uguale” secondo la quale tutto è diverso e uguale a se stesso secondo il principio gnostico e massonico del solve et coagula (sciogli e riunisci). Vediamo chiaro come il sole che gli alfieri dell’ideologia di genere non sono abituati a chiedere: i programmi vengono semplicemente imposti. Il nuovo subdolo mezzo sono le favole. Solo che non è la mamma a leggerle, ma un esponente della comunità gay, e la favola non è innocente, ma ideologica. Non si vuole insegnare una piccola morale, ma il pensiero unico dell’ideologia gender. Il mezzo per chiudere la bocca agli obbiettori e a tutti coloro che come dei bruti e retrogradi hanno sempre creduto che la vita scaturisse solo da un maschio e una femmina è l’accusa di omofobia e di intolleranza.


Ai genitori e a tutti gli uomini di buona volontà: ribellatevi al pensiero unico, alla dittatura omocratica e all’omolatria imperante! Non lasciatevi strappare l’innocenza dei vostri figli sotto il naso! Attenti ai programmi scolastici, occhio alle “nuove” iniziative e domandate conto di ciò che viene trasmesso nell’orario scolastico. Il diritto all’istruzione e all’educazione della prole è nostro, non lasciamo che “altri” corrompano i costumi e le menti delle nuove generazioni. Difendiamo la vita, difendiamo la famiglia naturale, l’unica vera famiglia, quella tra un uomo e una donna, e avremo difeso l’integrità della persona umana.
 

25 ottobre 2012

O il condom o la vita

di Giuliano Guzzo

Si chiama “Safe Book” ed è un progetto sostenuto da Durex col patrocinio di Anlaids Onlus, la maggiore associazione italiana contro la diffusione dell’infezione da Hiv, che per il secondo anno consecutivo promuoverà la contraccezione nelle scuole per un totale di «7 mila istituti italiani: 4 mila scuole medie superiori e, per il primo anno, 3 mila scuole medie inferiori (con la partecipazione degli studenti del terzo anno)» per un totale di «600 mila ragazzi coinvolti» [1]. Era ora, penseranno in molti: finalmente tanti giovani potranno ricevere un’educazione sessuale come si deve ed efficace. E ne seguiranno meno gravidanze indesiderate, meno malattie, più tranquillità. Benefici per tutti, insomma.