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16 agosto 2017

La lotta di Giacobbe per capire l'Amore

di Marco Parnaso
Mi è capitato di ascoltare qualche giorno fa l’episodio della lotta di Giacobbe con Dio e mi è stata ‘ispirata’ questa personale interpretazione del testo: a dire il vero non so se il testo originale autorizzi la mia interpretazione.

L’intuizione nasce dal fatto che se Giacobbe lotta con Dio, e noi sappiamo per quello che fa e succede dopo, che Dio è Amore (ma ancora Giacobbe non lo conosce per questa caratteristica), si può forse affermare che Giacobbe, quindi l’uomo, lotta con l’Amore? Quali sono dunque le conseguenze di questa lotta? Io ne ho individuate tre:

1) quando arriva l’alba vuol dire che è finito il tempo di lottare;
2) quando hai finito di lottare con l’amore e per l’amore, ti rimane una ferita indelebile (il nervo sciatico, a memoria perenne di questa);
3) le conseguenze di questa lotta sono la riconciliazione con Dio e gli uomini: infatti Giacobbe vede suo fratello Esaù a cui ha rubato la primogenitora e i due si riconciliano, anzi è colui che ha lottato con l’Amore che diventa capace di accogliere il perdono dell’altro.

L’amore è quindi una lotta: in qualunque punto della notte uno si trova, la buona notizia è che alla fine della lotta spunterà la luce dell’alba.
Una parola inizialmente incomprensibile a volte può schiarirsi: per questo chi legge la Parola, è a sua volta letto da essa: infatti la Parola dice ciò che accade, e fa accadere in chi la ascolta ciò che dice.
 

09 agosto 2017

Nessuna legge può dare la forza di amare: si ama perché si è amati

di Marco Parnaso
L’amore se è meritato, è meretricio.
Questa Parola sull’amore di Dio– amore meritato e amore meretricio – anzi questa esperienza sintetizzata in questa mirabile frase, rappresenta il passaggio – la mia personale pesach/pasqua - dal Vangelo vissuto come legge al Vangelo vissuto come grazia.
Ho sempre desiderato essere come Paolo, teologo, capace di farsi tutto a tutto e di adattarsi all’interlocutore, ma mi ritrovo sempre ad essere come Pietro, con tutti i suoi difetti e le cui mancanze mi fanno da specchio.

All’inizio di un cammino di conversione vi è la fase dell’innamoramento: avviene che uno diventa ‘praticante’ e si cade nella presunzione (il peccato per eccellenza dell’uomo religioso!) di essere diventato bravo perché si fanno o si pensa di fare tante attività e preghiere per Dio.
Si ama certamente Dio, ma si rischia di amarlo nel modo sbagliato, in quanto al centro della relazione non c’e’ il TU di Dio, ma l’IO di me.
Come Pietro si pensa di potere dire “ovunque andrai Signore, io ti seguirò” (la frase dell’ultima cena prima di consumare il tradimento, ogni volta che la ascolto nel film di Gibson è il primo momento di singhiozzo); quello che sto cercando di comunicare è che sono io che volevo amare il Signore, mentre è Lui invece che mi ama per primo e ha dato la sua vita per me. 

Da qui la frustazione dell’uomo religioso quando si prefigge degli impegni con Dio e non riesce a rispettarli; l’errore è quello di cercare di volere fare le cose senza la grazia di Dio, senza affidamento a Lui, confidando nelle proprie forze. Volevo essere amato solo perché ero bravo.
Pensavo in altre parole di meritare l’amore di Dio.
Amavo Dio come oggetto di possesso: anziché aprire e tendere la mia mano verso di lui, volevo prendere lui nel mio pugno e farlo oggetto di mio possesso anziché essere posseduto io da Lui.
In questa prima fase non attingevo alla sorgente della Parola, ma ero pieno di dottrina (documenti, encicliche, etc.): non sto dicendo che siano sbagliati, ma prima viene il Vangelo e dopo i documenti della Chiesa, che lo spiegano il Vangelo!).

Ma poi avvenne una sorta di seconda conversione, una sorte di rivoluzione copernicana: la prima mi aprì la mente, la seconda mi aprì il cuore: prima giudicavo in base alla legge, ora mi sforzo di avere uno sguardo sulle cose secondo lo spirito di Dio.
Tutto è avvenuto grazie alle logo-terapia (Terapia del Logos)
E' stata una vera e propria terapia della Parola che mi ha svelato il mio essere figlio e non padrone delle cose; come Pietro ho capito (finalmente) che Dio mi ama semplicemente, a prescindere ed indipendentemente da come sono e quello che faccio; che Lui mi è fedele a prescindere dalle mie infedeltà, piccole e grandi.

Si vive da Figlio quando non si esce dalla grazia di Dio, cioè si ha lo sguardo in direzione di Dio, come il Davide dell’AT, e non si ricade nella schiavitù della propria giustizia. La differenza tra un cristiano e un non cristiano è che il primo (noi) sa di essere un peccatore, che vive di grazia e di perdono, mentre il secondo non ancora e deve quindi ritenersi giusto e sempre giustificarsi.
Una volta quando mia sorella non riusciva in una cosa, non riusciva a superare un ostacolo insormontabile, essendo entrata in un momento critico e vedendola come non la avevo mai vista, mi alzai dalla scrivania davanti al computer ove mi trovavo, andai ad abbracciarla e le dissi: “anche se non riesci in questa cosa, ti voglio bene lo stesso”…con queste parole il suo cuore si quetò. Mi venne così spontaneo e naturale allora! Da allora glielo ripeto ogni qual volta manca o non riesce in qualcosa!

La salvezza di Dio non può essere conquistata con una vita impossibile, tutta intesa a redimersi dal debito di essere nati – la colpa di vivere! La salvezza deriva dall’essere figli, per questo i figli ereditano il regno, che è la naturale conseguenza del nostro reazionarci. Il nostro essere figli è solamente un dono da ricevere.
Ciò che ho compreso infine è che impossibile acquistare meriti presso Dio: vive fuori dalla grazia di Dio il figlio che si persuade che solo se è buono, allora è amato: la triste conseguenza sarà che, più sarà bravo, più si sentirà infelice ed amato. Che bello invece scoprire di essere amato per il solo fatto di essere, ed anche per la nudità e la debolezza di quello che si è! che forza liberante e dirompente. 'Li hai amati (noi) così come hai amato me', dice Gesù nei discorsi dell'addio; cosa ho fatto io per 'meritare' di essere amato da Dio con lo stesso amore che Dio ha per il Figlio ? Niente.
E’ più facile amare o essere amato? Probabilmente è più bello amare perché implica una attività positiva e una forza dirompente in chi ama, ma è più difficile lasciarsi amare, in quanto ciò implica fare entrare (Dio o uomo che sia) qualcuno nella nostra vita, così come è più bello parlare ma è più difficile ascoltare (non sentire) una persona: si fanno più resistenze insomma quando si è in uno stato di 'passività' perché bisogna accogliere l’altro che si propone.
 

19 maggio 2017

La potenza dei sacramenti

di Marco Parnaso

È bello vedere l’efficacia che la Parola può suscitare in chi la legge e la ascolta.
Tuttavia può accadere che la parola anzichè generare intendimenti, è usata per generare fra-intendimenti, perché ogni Parola ha un -senso, un doppio-senso ed un contro-senso: questo avviene perché la Parola ci fa da specchio e ci legge dentro.

Con un parallelismo si può dire che l’osservanza dei comandamenti del giovane ricco costituiscono quello che per noi sono le nostre osservanze, ossia la santa messa, le devozioni, i rosari ed in genere i nostri atti di culto e devozioni:
Il giovane ricco è un pio uomo religioso ma per rivolgere quella parola a Cristo vuol dire che, nonostante l’osservanza dei precetti, aveva un vuoto da colmare: intuisce che c’è un "di più" e che solo la persona cui si sta rivolgendo gliela può dare.
Il Cristo di Dio legge nel suo cuore e penso gli dia la risposta che lui vuole sentirsi dire, il pieno compimento dell’amore.

Non è sbagliato fare gli atti di culto e devozione, ma c’è un modo sbagliato di fare gli atti di culto, tra cui andare alla santa messa, l’atto di adorazione per eccellenza, oltre il quale niente è più importante, ossia c’è il rischio di  fare un atto di amore verso Dio senza amore, così come verso gli uomini.
Ciò che i profeti dell’Antico Testamento hanno detto ai Giudei in merito all’inefficacia del culto solamente esteriore senza giustizia, valgono anche per i cristiani.

Senza dubbio, la frase “agli occhi di Dio non importa se vai a Messa tutte le domeniche, se poi non compi un gesto di carità” come a volte ripete spesso il vescovo di Roma - è quella che si è prestata di più a fraintendimenti, perché non è stata letta nel contesto del riferimento del giovane ricco in relazione al secondo comandamento.

Noi tutti sappiamo che durante la Messa, prima della professione "annunciamo la tua morte Signore, annunciamo la tua risurrezione, in attesa della tua venuta"  avviene in maniera incruenta lo stesso sacrificio di espiazione che avviene sul Golgota: la crocifissione di Gesù.
Ora che cosa avviene durante la crocifissione? Durante la crocifissione (ossia durante l’Eucaristia) si può stare in diversi atteggiamenti:
c’è chi come la Vergine Maria partecipa alla passione di Cristo
o chi come Giovanni contempla la scena (l’Ora della gloria, secondo il suo vangelo, l’Ora dell’innalzamento),
c’è chi piange come le donne al seguito,
c’è il malfattore che confessa le proprie colpe davanti a Dio,
ma ci sono anche quelli che lo tentano (i sacerdoti, gli scribi e tutti i notabili e falsi sapienti di ogni tempo)
i soldati che sono indifferenti a quanto sta accadendo,
l’altro malfattore che bestemmia,
chi sonnecchia o  chiude gli occhi davanti alla sofferenza del giusto, etc.

In pratica durante il sacrificio di espiazione dell’Eucaristia possiamo rivivere le stesse situazioni di chi era presente alla crocifissione, perché lo Spirito rende presente e attualizza tutto ciò e a seconda della nostra disposizione d’animo possiamo trovarci ora nella condizione ora in quella di un altro dei personaggi citati.
C’è un modo di vivere i comandamenti e di relazionarci con Dio (e quindi anche con la santa Messa) che poco hanno a che fare con la sostanza del Cristianesimo: l’amore senza misura che Dio ci dona GRATUITAMENTE nel banchetto messianico.
La Santa Messa è tutto tranne che un OBBLIGO e un DOVERE, perché nell’amore non c’è dovere.
Perché noi andiamo a messa? Per rispondere ad un precetto? E’ troppo poco.
Noi cristiani  partecipiamo alla Santa Messa e amiamo non perché siamo meglio degli altri, ma perché siamo stati per primi amati da Dio e rispondiamo al suo amore con Cristo , per Cristo  e in Cristo nell’Eucaristia (= che appunto significa ringraziamento).

Quindi si ama il prossimo e i fratelli secondo i doni della grazia ricevuta e necessariamente si va a messa a fare ringraziamento perché siamo stati amati di un amore immenso: noi valiamo il sangue del Figlio dell’Altissimo!
L’uomo può compiere la stessa azione, ma essa può essere fatta per amore o per dovere: Maria stava sotto la croce per amore, i soldati per dovere.
Andando al giudizio universale: io posso visitare gli ammalati per dovere (come affermava l’etica kantiana e parte dell’etica protestante), ma posso, secondo il comandamento di Cristo, andare a visitarli per amore e stare presso la loro croce, anche senza fare niente, ma solo con la presenza, con amore, come Giovanni sulla croce (gli uomini abbandonano colui che dicono di amare fino a 12 ore prima, invece le donne sfidano tutte le avversità e rimangono al seguito del Messia crocifisso: c’è secondo me un mistero, un significato di Dio in questa presenza piangente ed impotente ai piedi della croce).

In questo sta l’amore di Dio: non siamo noi ad amare Dio ma è Lui ad amare noi per primi.
Questo si può comprendere  nel sacramento della confessione.
Cosa succede nel mirabile sacramento della riconciliazione? Succede che dopo che confesso ennesime volte i medesimi peccati prendo coscienza che Dio mi ama, non perché sono bravo o migliore o prego di più rispetto agli altri, ma perché mi ama cosi’ come sono in quanto è impossibile acquistare meriti presso Dio.
Allora il limite dell’uomo non diventa il luogo di divisione (dia-ballo, da cui diavolo = dividere dagli altri), ma il luogo di comunione con gli altri, ciòè che ho in comunione con gli altri uomini.
Dice l’apostolo Giovanni nella sua missiva: “Anche se il nostro cuore ci rimprovera, Dio è più grande del nostro cuore”. (cioè anche se noi non ci pentiamo perché ci sentiamo sempre in colpa, Dio è più grande della nostra colpa”).

Pensate che Dio abbia bisogno della nostra adorazione? La prefatio della liturgia in questo periodo ordinario recita quanto segue: “I nostri inni di benedizione non accrescono la tua grandezza, ma ci ottengono la grazia che ci salva”.
Caricarci il nome di Dio, assumere il nome di cristiani, significa dare gloria a Dio ed adempiere la legge: ma  che si riassume nel comandamento dell’amore.
Pieno compimento della legge e l’amore recita l’Apostolo.
Che cosa significa dunque dare gloria a Dio nella nostra vita: significa riconoscere ‘il peso’ e la consistenza  che Dio ha nella nostra vita e conseguentemente assumere il nome di Dio.
La carità, cioè l’agape, copre una moltitudine di peccati.
Nel nostro mondo c’è così tanto giudizio, ma così poco amore …..

Tutte le Scritture parlano di Gesù, il Figlio che ci rende figli di Dio, compimento di ogni dono.
La sua vita intera è testimonianza della Gloria di Dio: l’amore del Padre e dei fratelli.
Chi è attaccato alla legge e non sa amare, non lo riconosce e rifiuta il dono di Dio, anzi vuole meritare l’amore di Dio in quanto vuole comprare ciò che è gratuito (l’Amore) trasformando Dio in un  idolo e trattandolo da prostituta.
 

05 maggio 2017

E il teologo disse "non diffondete l'audio"

di Marco Parnaso

Ho avuto modo di partecipare, quando i cinque dubia dei quattro ancora non erano stati né inviati privatamente né portati alla pubblica conoscenza per un dibattito vivo e vivace ancora oggi, ad un incontro presso una realtà ecclesiale non parrocchiale, in quanto la parrocchia è amministrati dai frati francescani.

In poche parole mi sono trovato di fronte a un lupo vestito da agnello, un prete protestante travestito da sacerdote cattolico, un apostata della fede cattolica apostolica romana di sempre, uno dei tanti Giuda traditori del Figlio di Dio Gesù Cristo venuto a corrompere la sacra dottrina in quanto è andato oltre la fumosità di Amoris Laetitia.

Non solo alle mie domande sui rischi della casuistica e del dare l’Eucaristia ai divorziati risposati con la percezione della fine del matrimonio indissolubile ha risposto con un si senza condizioni, ma con molta sicumera, adducendo una risposta di fede in funzione della misura del dono ricevuto (a una scelta tra bene e peccato in una situazione irregolare da me prospettata ha risposto con una scelta da compiere nella gradualità del bene, eliminando di fatto il male, ossia la condizione oggettiva di peccato), nonostante il concilio di Trento abbia solennemente affermato l'indissolubilità del matrimonio ma alla domanda di un anziano seduto davanti a me circa la ‘benedizione della coppie omosessuali’, anziché rispondere con il punto 251 della stessa esortazione che afferma “Nel corso del dibattito sulla dignità e la missione della famiglia, i Padri sinodali hanno osservato che “circa i progetti di equiparazione al matrimonio delle unioni tra persone omosessuali, non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia”, ha risposto invece affermando che ‘il prossimo passo della Chiesa sarà quello di cercare una sorte di inclusione di queste coppie’.

Siccome è andato oltre il limite, e penso ne fosse consapevole, alla fine della presentazione della Sua ‘Amoris Laetitia’ – (sua in quanto spero e presumo che siano le sue opinioni personali di un teologo e non il pensiero della Chiesa) ha detto di non fare girare troppo l’audio in quanto verbalmente si dicono cose che non si scrivono: in questo almeno ha mostrato un segno di consapevolezza.

Quando mi sono convertito all’età di 24 anni alla fede della Chiesa, che è la fede degli Apostoli e non la fede mia e del teologo, mi era stato insegnato che i papi non possono contraddire i loro predecessori e che il potere del papa trova un limite invalicabile nei concili e nel magistero precedente; e che la dottrina della Chiesa era immutabile, ed era un parola di eternità in un mondo di parole che passano: in altre parole in questi 3 lustri ci ho messo la faccia a difendere la dottrina della Chiesa, nei suoi punti anche più risibili per il mondo, in ogni luogo e dove e adesso mi trovo nella condizione di trovarmi in torto, quando so di non affermare opinioni di uomini?

A me non interessa una Chiesa che mi dia ragione quando ho ragione ma mi interessa una chiesa che mi dica che sbaglio quando penso di avere ragione, come insegna il Che Guevara cattolico, ossia il rivoluzionario Chesterton.

Mi ricordo che la diocesi di Milano quando sul giornale laicista “la Repubblica" o "Il Fatto Quotidiano” venne fuori che stava chiedendo ai professori di religione con un questionario se nelle loro scuole facessero lezioni di ideologia gender, la stessa diocesi ha chiuso la vicenda pronandosi di fronte alla denuncia , con formali scuse, quando invece qua le uniche persone che devono chiudere scusa a Dio per i loro peccati sono gli ideologi gender e tutti gli omosessualisti dei tempi nostri.

Forse mancano oggi quelli che erano i profeti di un tempo che, al contrario della Chiesa dialogante di oggi, hanno il coraggio di denunciare il male affermando: “non ti è lecito”! come fa il Battista. Una denuncia dell’adulterio del Re, che essendo il capo e rappresentante del popolo, rappresenta una denuncia dell’adulterio di Israele. Non si tratta di legalismo, né di semplice condanna. La profezia è sempre denuncia del peccato e appello alla conversione.

Il Profeta vuol salvare il peccatore per amore del quale espone la propria vita. Solo che oggi la profezia andrebbe indirizzata non ai rappresentanti di Cesare, ma ai rappresentanti di Dio. Una Chiesa non è un grado di far crescere i suoi figli se, nella presunzione di essere più misericordiosa, accogliente e inclusiva del Padre, non è più capace di dire le parole dure che fanno male ma che fanno crescere: NON POSSUMUS!

Per il bene dell’anima naturalmente, di cui non si parla più e che sembra sparita dalla memoria e dall’orizzonte dei fedeli. Se la cosa più importante del Cristianesimo è Cristo stesso senza la quale non c’ cristianesimo (per questo si dice che il cristianesimo è un Persona), la cosa più importante per un cattolico è senza dubbio l’Eucaristia, ove Cristo è presente in corpo, sangue anima e divinità, secondo una dicitura ormai caduta in disuso, un cibo imprescindibile per l’anima per chi vuole vivere (e morire) da Cattolico.
 

04 maggio 2017

Resurrezione, di Fabrice Hadjaji


di Marco Parnaso

Dopo averci deliziato con la fede dei demoni il famoso autore Fabrice Hadjadj, che condensa in sé molte caratteristiche che ne fanno un unicum (è allo stesso tempo, ebreo di origine, arabo per cultura, ateo per formazione), passa ad analizzare la fede dei credenti nella sua ultima fatica, "Resurrezione ‘istruzioni per l’uso’" (il sottotitolo fa da contraltare ai manuali di morte che vengono seminati dalle legislazioni moderne, nascoste sotto un freddo linguaggio burocratico, in quanto istruzioni di vita) con il suo solito particolare stile letterario che si rivela fruttuoso per i tempi moderni. Infatti il filo conduttore dei suoi scritti riguarda come parlare di Dio nel mondo moderno in quanto le formule catechetiche classiche, oltre a non essere più comprese, non esauriscono il mistero che si vuole disvelare e di cui un parte rimane sempre velata.

Il libro affronta i racconti di Resurrezione i cui fatti o protagonisti vengono ri-attualizzati per rispondere alle domande che ci pone la post modernità.
Hadjadj ha la capacità di soffermarsi su particolari che passano davanti a chi legge il testo e di imbastire analisi e collegamenti di non facile immediatezza, ma che alla fine del discorso svelano un aspetto del mistero che la Parola vuole comunicare.
Il suo stile è vivace e tiene il lettore incollato come se si seguisse una indagine da detective e bisogna trovare gli indizi che i testimoni hanno disseminato.

A chi verrebbe in mente di associare le tre funzioni della moneta con le tre virtù teologali? A chi di considerare come più esecrabile la somma di denaro che il Sinedrio dà ai soldati romani, di cui non si parla mai? Nel caso di Giuda infatti si tradisce un mortale, mentre nel caso dei soldati “il denaro manifesta un maggior potere di fascinazione quando offre di tradire un resuscitato”: alla fine si tratta sempre di credere ironizza Hadjadj: non si tratta tanto di non credere nella Resurrezione, quanto di far credere al furto del cadavere!

D’altronde oggi non esistono donne mirofore, in quanto le comodità moderne ci hanno privato di questa preparazione e i nostri cari defunti vengono affidati agli specialisti del ‘thanatos’ che in cambio di denaro li manipolano senza amore. D’altronde una faccenda come la Resurrezione diventa seccante non solo per le imprese di pompe funebri, ma anche per vedove rimaritate o per gli eredi che attendono la spartizione dei beni.
E a proposito di eredità, si parla di nuovo testamento il cui testatore però è vivo!
Con un testamento il messaggio è pieno nella misura il cui l’autore è morto. Tutta la letteratura ha natura testamentaria perché si origina a partire dall’assenza dell’autore: solo quando l’autore non c’è più infatti entra a fare parte della letteratura!
Per questo il testamento di Gesù insiste sul suo messaggio perché in esso si trova Messaggero, in quanto la Risurrezione da sola non basta.

Il criterio di lettura per evitare brutte sorprese e di costruirsi idoli non è quello di leggere, ma di farsi leggere dal testo.
Parlando del sepolcro ‘quasi vuoto’ (infatti è stato lasciato il sudario) l’autore riprende un tema caro al mondo moderno e lo capolvolge: oggi è in voga la tesi che Dio si sia ritirato dal mondo per fare spazio all’uomo, con la conseguenza che affinchè l’uomo si sviluppi, il creatore deve finire per essere annientato; ma il limite di questa tesi è quella di metter il creatore sullo stesso piano della creatura.
Invece quando Dio fa posto, lo crea il posto. Il tutto diventa più chiaro con l’analogia delle viscere materne: nella gravidanza la madre fa posto nel suo corpo nutrendo il figlio, ma non si ritira: se il feto non vede la madre, e se può credere che non ci sia una madre, è perché tutto parla di lei, tutto è segno della sua presenza.

Il proseguo diventa una indagine da moderna serie TV in cui Maria Maddalena viene assunta come detective (ma non alla maniera di Edipo che conduce l’indagine per arrivare a scoprire che il criminale è lo stesso detective, ossia lui!), che ha il pregio di trascurare tutti gli indizi più flagranti: non solo non interroga, ma è lei a farsi interrogare ("Donna, perché piangi?") ma scambia il giardiniere (in realtà il custode del giardino, ossia del paradiso) per il sospettato numero 1: tuttavia accade nella vita una ‘vocazione’ per nome in cui la somma di tutti i propri errori le fa trovare la soluzione giusta e riconoscere … il colpevole … che invero è innocente!

Poi come un novello Tertulliano Hadjadj ama lanciarsi in nuovi paradossi: infatti mentre il frutto proibito poteva essere toccato, ma non mangiato, Gesù che è il pane vivo non deve essere toccato, ma invece mangiato per significare il capovolgimento dell’economia neo-testamentaria. Anzi il suo ‘noli me tangere’ diventa proprio la raccomandazione di essere preso in bocca come un bacio appassionato in cui i due amanti non si sfiorano e non di farsi consegnare nelle mani.

Un altro filo conduttore del libro è cercare di fare comprendere il problema dell’incarnazione ponendo tra le altre la domanda “Dove è il corpo del Risorto”? il cui cristiano dovrebbe intuire la risposta; in secondo luogo invece si cerca di comprendere i gesti compiuti dal Risorto.
Gesù risorto chiede da mangiare imbastendo una vera e propria teologia della tavola: “Il Risorto non si volatilizza, ma diventa qualcosa di solido, il pane quotidiano. Dopo essersi fatto carne, si fa cibo per rifare la nostra carne”.

Poi il protagonista soggetto e oggetto dell’indagine saluta con un semplice pace a voi, una espressione di uso quotidiano che equivale al nostro ‘Buongiorno!’ (che il saluto domenicale del vescovo di Roma non sia un ritorno alle origini mediante la ri-attualizzazione in chiave moderna delle parole del vangelo?)
Infine si torna a pescare dove tutto era cominciato, ma la realtà non è più come prima: lo straordinario irrompe nel quotidiano ed è questo uno dei cavalli di battaglia del filosofo Hadjadj: quella straordinarietà di una vita ordinaria che solo quando ci è privata se ne scopre il tesoro: un risvegliato da coma gioisce perché può mangiare, camminare e fare cose normali, perché ne è stato privato temporaneamente: il paradiso può attendere perché si può cominciare a viverlo nel tempo concesso.
Dalla mistica della carne alla mistica dell’ordinario ove sono ricomprese anche le faccende domestiche.

Entusiasmanti sono poi i ritratti degli apostoli: il loghia di Tommaso viene ritradotto dallo scrittore in “non credo se non ciò in cui metto il dito o meglio credo solo ciò che nella cui ferita posso frugare”. L’apostolo, assente all’inizio, sente che la gloria per essere vera non può consistere in un semplice miracolo ove le piaghe scompaiono. Nella gloria occorre che le piaghe restino aperte in modo che quei fori ci ricordino sempre le nostre colpe. 

Quindi non più un semplice rimanere nella gioia - tipica di chi ha incontrato il Risorto - ma che le piaghe rimangano e io ne muoia di vergogna!

Commovente invece il capitolo dedicato a Pietro e non solo a motivo del triplice rinnegamento. Dopo un leggero excursus del curriculum di Pietro, che fa sempre il contrario di quanto detto da Gesù pensando di fare la sua Parola, il principe degli Apostoli scopre finalmente il motivo della sua elezione: la gioia di sentirsi indegno. La scoperta di questa umiltà (non sono io a dare la vita per Dio, ma è Dio a donare la sua vita per lui) avviene con un capovolgimento. Non è che Pietro poi ubbidisce: egli continua a disubbidire ma avendo a cura i fratelli. Infatti quando Gesù dopo la triplice confessione gli ordina ‘seguimi’ lui si volta indietro perché chiede dell’altro discepolo. Finalmente capisce di non essere stato scelto perché è il più bravo, ma si preoccupa ormai dei suoi fratelli e ciò lo rende degno di essere il suo vicario in terra.

L’arco delle apparizioni si chiude con le tre degli atti degli apostoli, che non solo mancano di quella quotidianità e familiarità tipica di prima della Pentecoste, ma mettono in correlazione i tre soggetti beneficiari delle apparizioni: il cui fine è l’incontro, impossibile sul piano orizzontale, tra il persecutore Saulo e il perseguitato Stefano, mediato da Anania.

Molti altri spunti si trovano per l’uomo moderno nel manualetto ed ognuno può riconoscersi in tante situazioni rappresentate; ma il fine con cui si è cimentato con i testi di Risurrezione non è stato per parlare delle cose del cielo, ma delle cose della terra, in quanto il cristiano è un uomo che deve avere i propri piedi, ossia le proprie radici piantate in cielo.
La frase della quarta di copertina racchiude la cifra di questo sforzo: “L’ultima lezione del Verbo Incarnato è stata di rifare gesti semplici e con ciò insegnare ai discepoli a non vedere più lui, ma a vedere ogni cosa in Lui”.