26 giugno 2019

Preti sposati? Anche no

di Riccardo Zenobi
Il sinodo amazzonico di ottobre ha, tra le altre amenità, in programma l’abolizione del celibato dei sacerdoti di rito latino. Certamente sentiremo da parte atea e laicista – sempre in prima linea per la distruzione della Chiesa e l’esaltazione di questo pontificato – sperticati elogi a questa inaudita idiozia (appunto perché sanno che è una idiozia inaudita); con questo post voglio fare da contraltare mettendo dei “perché no” da parte cattolica.

Tutti sappiamo i motivi ufficiali: carenza di sacerdoti in zone di missione e carenza generale di vocazioni, a cui qualcuno aggiunge anche gli scandali sessuali da parte del clero. Vagliando attentamente la realtà risulta però che nelle zone di missione i sacerdoti mancano sempre, trattandosi per definizione di zone senza clero stabile o strutture adeguate alla diffusione del Vangelo. Anche i primi missionari che andarono in Giappone nel XVI secolo avevano lo stesso problema, idem per i missionari in africa nell’800, ma nessuno pensò ad aumentare la quantità di sacerdoti abbassando la qualità spirituale richiesta per il sacerdozio.

Anche la carenza di vocazioni risulta una cortina fumogena: 60 anni di “teologia pastorale”, di Novus Ordo e Messe buffonesche per “aprire la Chiesa al mondo” hanno ottenuto l’effetto contrario, e adesso si vuole continuare ad insistere su questa china suicida per risolvere problemi generati dal pastoralismo.
Quanto agli abusi sessuali, faccio notare che il mostro di Marcinelle era sposato, eppure ciò non gli impediva di fare quello che faceva: è assolutamente antiscientifico e oltraggioso per la dignità umana pensare che la castità sia la causa della perversione (omo)sessuale dilagante nel clero, o perfino della pedofilia – se prendessimo sul serio questo ragionamento, allora i pedofili “laici” sono persone comuni in crisi di astinenza? E allora perché una cosa del genere non dovrebbe capitare a qualunque uomo (o donna, dato che anche esse hanno impulsi sessuali) solo perché non ha rapporti sessuali da un po’ di tempo?

Capirete che le motivazioni ufficiali sono delle balle a cui non crede nemmeno chi le espone: del resto i più grandi sponsor dell’abolizione del celibato sono gli arroganti vescovi tedeschi, che si sentono padroni della Chiesa perché ricchi e “colti”, i quali trovandosi a corto di personale credono che ordinando al sacerdozio dei disoccupati in cerca di posto stabile guadagneranno un altro po’ di soldi. E, a proposito della faccenda che più sta a cuore all’episcopato (i soldi), qualcuno ha provato a fare i conti su come saranno gli stipendi dei nuovi preti sposati? Pensate che possano mantenere la famiglia con salari pensati per uomini celibi?

Altra questione: chiunque abbia un minimo di conoscenza della vita di un sacerdote cattolico sa perfettamente che sono continuamente oberati di lavoro – messe da dire, pastorale da organizzare, eventi per i parrocchiani etc. – e di certo una famiglia a carico non aiuterà dal punto di vista pastorale: dove trovano tempo ed energie per moglie e figli?
Il clero orientale non ha di questi problemi per il semplice fatto che si occupa molto meno di pastorale rispetto ai cattolici, continuamente accusati di “eccessivo attivismo”; da parte protestante, i pastori hanno in carico piccole comunità di fedeli, e sono assistiti da un consiglio di fedeli parrocchiali – figura che in ambito cattolico non esiste e sarebbe esiziale introdurre – i quali si occupano della parte più squisitamente temporale e pastorale della vita parrocchiale.

Per quanto riguarda le donne dei sacerdoti, ogni organizzazione ecclesiale protestante ha un’apposita pastorale per le mogli dei sacerdoti, cosa alla quale i vescovi cattolici non sono per nulla formati: come potranno risolvere problemi relativi alla coppia e alla famiglia dei sacerdoti di punto in bianco? Come si farà da parte dei vescovi a gestire la situazione personale dei sacerdoti se hanno a carico moglie e figli? È chiaro che dovranno occuparsi in primo luogo della famiglia, e solo in secondo luogo della parrocchia e della vita diocesana; e già immagino le scuse per non andare alle infinite riunioni organizzate dalle varie diocesi, per cui i vescovi dovranno prendere appuntamento per farsi ricevere dai loro stessi sacerdoti, per mancanza di tempo disponibile.

Senza parlare poi del calo della qualità spirituale dei sacerdoti sposati: se al candidato non è richiesto nemmeno il minimo sforzo spirituale della promessa di castità, la qualità dei sacerdoti raggiungerà nuovi minimi, dato che chiunque potrà entrare in seminario per “sopperire alla carenza di vocazioni” e intascare i soldi dello stipendio senza fare una vita spirituale o ascetica. Un ulteriore gioco al ribasso nella vita ecclesiale sarà solo esiziale per la vita diocesana e per la vita dei parrocchiani, che si troveranno a distinguere difficilmente un sacerdote da una persona non ordinata. Una svalutazione del sacramento del sacerdozio, che renderà il prete un semplice burocrate del “sacro”, un funzionario diocesano, magari che vuole fare carriera in qualche modo.
Per ultimo faccio notare che l’abolizione del celibato darebbe il colpo di grazia alla credibilità della Chiesa come custode della verità e della tradizione, invero già quasi distrutta dalle riforme conciliari e dal recente appoggio sperticato alla sinistra radicale e anticristiana, che in passato era scomunicata (mio padre ricorda molto bene i cartelli nei confessionali degli anni ’50: “se siete comunisti confessatelo, se non lo confessate commettete sacrilegio”) mentre oggi viene portata in palmo di mano.
Il sacerdote è nella tradizione latina una figura maschile e celibe, e nell’immaginario collettivo poco importa se ciò non è di diritto divino ma solo ecclesiastico; ciò che conta è la figura. E di punto in bianco, con un tratto di penna abbandonare la tradizione per motivi dichiaratamente “pastorali” vuol dire solo che la Chiesa non custodisce nulla, ma si adegua ai tempi e non ha nulla da insegnare a nessuno. Invero una bella figura.


 

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