09 ottobre 2018

Populismo: unica alternativa al pensiero unico?

di Riccardo Zenobi
Sabato 6 ottobre si è tenuto il primo incontro del ciclo autunnale di conferenze organizzate dall’Associazione Culturale Oriente Occidente presso il Centro Ancona Congressi (Largo Fiera della Pesca, 1) il cui svolgimento programmato è scaricabile qui; tema della serata è stata l’analisi del populismo, al di là dell’etichetta a cui è stato ridotto tale termine.

Relatore il professor Marco Tarchi, docente ordinario di scienze politiche e sociali all’università di Firenze, il quale in modo molto scientifico ha analizzato la problematica posta dal populismo, oggetto che rientra nei suoi studi accademici da circa 20 anni.

Dal punto di vista accademico appena nel 1999 tale termine era ancora ritenuto un “relitto del passato” ed in sede scientifica se ne parlava solo per via della situazione politica dell’Argentina, ma col tempo ha iniziato ad imporsi all’attenzione di molti, tanto che prossimamente l’università di Pechino dedicherà un convegno apposito a tale tema politologico; se ne parla però ovunque, non solo in Europa e in occidente, ma anche in Asia e in Africa, commentandolo sia in sede accademica che nei media, anche se spesso a sproposito.

Ciò complica molto le cose, poiché in breve tempo il termine ha assunto il valore di un’espressione ripulsiva riducendosi ad un epiteto squalificante per dire male di qualcosa, facendogli perdere ogni valore di strumento per capire la realtà. Esso è ben più di un’etichetta, è una categoria per definire fenomeni reali i quali pur conservando differenze tra loro sono allo stesso tempo distinti da altri.

Cos’è il populismo? Come si definisce? Il termine è stato introdotto nella scienza politica a partire dal convegno organizzato dalla London school of economics nel maggio 1967 intitolato To define populism, dedicato a darne una prima definizione, per quanto minimale. Si cercò di inquadrarlo in tre categorie, tre risposte differenti alla domanda “cos’è il populismo”:
1-È una ideologia? Il XX secolo è stato l’epoca delle ideologie, ma il populismo non si inquadra in tale categoria poiché non ha un “testo fondatore” che ne definisca l’ideologia e lo faccia essere una vera e propria visione del mondo o dell’organizzazione di vita sociale; inoltre i populisti mostrano disprezzo per le ideologie.
2-È forse al contrario uno stile politico, un registro retorico con spartito di base? Ciò però allontana da poter capire cos’è, perché etichetta dei modi di dire e non una realtà; è un semplicismo che alla fine porta a negare l’esistenza del populismo. C’è poi da tener conto che uno stile viene adottato in base alle proprie caratteristiche, è quindi dipendente e successivo rispetto alla propria identità.
3-È forse una mentalità? Con questo termine si intendono dei modi di pensare e sentire più emotivi che razionali al cui interno le reazioni a certi stimoli non sono codificati – non si risponde in un modo scritto e definito. Una mentalità è una predisposizione psichica ad agire, che quindi precede l’azione e le idee, è piuttosto informe e realista (in quanto non chiude la realtà in idee preconcette); al contrario una ideologia è una autointerpretazione di sé e della realtà, la quale segue (cioè è basata su) delle realtà pregresse, è formata (ossia definita) ed ha una dimensione utopica più o meno marcata.

Il populismo mostra un insieme di idee che conducono alle azioni, con una pragmatica interpretazione e incorporazione di certe realtà, e si può definire come la mentalità che ritiene il popolo una realtà organica, un portatore di qualità etiche e di pragmatismo, al quale si riconosce il primato e la fonte della legittimazione del potere, artificiosamente diviso da delle oligarchie. Queste ultime sono definite come un gruppo di pochi che sfruttano il popolo per proprio vantaggio; mentre detestano le oligarchie, i populisti non hanno avversione per le élite in quanto tali, a condizione che vogliano il bene collettivo e non operino per “elitismo”; per il populismo anche quando il popolo sarà ricostituito vi permarranno diversi livelli, distinti anche per ricchezza purché non ottenuta per sfruttamento, delocalizzazione di industrie (con conseguente perdita di posti di lavoro nel paese) o per speculazione finanziaria.

I populisti hanno dei comportamenti non predefiniti in un codice ma presentano elementi di continuità; ad esempio si fondano su una originaria unità del popolo con una tradizione da conservare e tramandare, il cui tessuto originario è stato eroso da qualcuno (e qui il relatore ha sottolineato che la distinzione amico/nemico è presente in ogni fenomeno politico, non importa come si chiami e quanto sia manicheo); la stella polare a cui fanno riferimento è il buonsenso, il senso dell’uomo comune forgiato dal contesto della tradizione, tanto da ricorrere frequentemente a espressioni idiomatiche e proverbi caratteristici.
Tutti i movimenti populisti sono radicati nella sostanza carnale del proprio popolo, rendendo di fatto impossibile un accordo internazionale tra i vari movimenti. Hanno avversioni comuni: al politicamente corretto, alle oligarchie della finanza internazionale (apolide e capace di spostare capitali in modo da affamare un popolo senza alcuno scrupolo) alle quali preferiscono economie produttive. Possono essere definiti xenofobi? Non hanno odio per lo straniero, ma in alcuni casi mostrano paura, la quale per un politologo come Giovanni Sartori non è sempre illegittima; si possono definire xenofobi entro certi limiti, ma non sono quasi mai razzisti, ossia non ritengono l’appartenenza razziale una discriminante del valore della persona (ad esempio, il leader dei populisti neozelandesi è un maori); sono contrari all’arrivo di flussi massicci di stranieri, ma non per motivi di etnia o razza.

I populisti mostrano inimicizia verso il multiculturalismo visto come elemento lacerante del tessuto civile; verso l’autoreferenzialità delle classi politiche che non rendono conto del loro agire; in generale i partiti sono visti sotto una cattiva luce, in quanto “parti”, divisori del popolo e dei suoi interessi, mentre i movimenti populisti intendono riconquistare il popolo ai suoi veri bisogni, con una visione che tende a identificare stato e società. Altro gruppo verso cui provano avversione sono gli intellettuali, i quali più o meno a ragione tendono a parlare difficile per nascondere la realtà dei fatti, complicare le cose semplici e sostenere ogni deviazione dalla vita quotidiana, adorando la trasgressione del comune sentire; non vogliono la lotta di classe, nemmeno i populisti di sinistra: si scagliano contro le oligarchie finanziarie, ma non contro una classe o l’altra del popolo.

Il populismo mobilita delle masse perlomeno a livello elettorale, senza cercare avanguardia o combattenti dell’idea – poiché non hanno una ideologia di riferimento – ma solo un trascinamento elettorale; non ci sono iniziative di dissenso, il populista detesta tali realtà politiche, viste come elemento divisorio. Il populista non rifiuta la politica solo perché cerca il consenso del popolo, il quale è chiamato a votare ma non di più; per dirla con Guglielmo Giannini “il populista vuole che non gli si rompano le scatole”. Il fine è quello di creare un ordine e un insieme di riferimenti condivisi che permettano una vita semplice, tranquilla e ordinata.

Concludendo, il problema sostanziale del populismo è di non concettualizzare certi elementi, mancando quindi di consapevolezza metapolitica né non può avere tale cognizione, poiché intende essere solo immanente e rivolto all’uomo della strada; oltre non va né vuole andare. In quanto mentalità, la sua capacità di influenzare il comportamento collettivo è forte ma con dei limiti, in quanto si basa sulla pulsione, sulla spinta emotiva e su delle valutazioni concrete, ma manca un inquadramento concettuale saldo; tornando alla domanda di partenza, il populismo non può fare una reale opposizione al pensiero unico, non si può sperare di vederlo incidere nelle realtà profonde per via del suo anti intellettualismo; in tal modo non mettono piede dove si formano mentalità né formano una classe dirigente futura. Le azioni politiche dei populisti mostrano sì le debolezze degli antipopulisti, ma restano in superficie, poiché detenere le leve del governo non basta a cambiare la mentalità collettiva – come la storia degli ultimi secoli ha ampiamente mostrato.


 

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