Il tema del secondo incontro del ciclo di conferenze tenute dall’Associazione Culturale Oriente Occidente ha affrontato il tema dell’avviluppante rete del pensiero unico, una ragnatela nella quale volenti o nolenti siamo tutti intrecciati; il relatore Massimo Viglione ha analizzato la tematica partendo da una panoramica storica, per finire con dei consigli concreti per allentare il potere mediatico esercitato su di noi.
A differenza di 15-20 anni fa si constata una maggiore consapevolezza da parte dell’uomo medio su ciò che succede nel resto del mondo, anche per via del maggior flusso di informazioni dovute alle tecnologie informatiche; risulta chiaro a molte persone che stanno avvenendo dei cambiamenti a vari livelli, solitamente con una concentrazione pesante di eventi negativi, ma solitamente ci si interessa di certi aspetti e non di altri, perdendo così di vista i collegamenti. Altre volte una maggior presa di coscienza rischia di essere un avvelenamento quotidiano che mina la persona conducendola alla disperazione perché non sa cosa fare e come reagire.
È necessario prendere consapevolezza delle armi che vengono usate in questa guerra, così da poter contrastare il diffondersi delle idee veicolate dal mondialismo – per inciso, non si tratta solo di Soros o della grande finanza internazionale; sono molti gli attori all’opera. La prima di queste armi è l’abitudine. In sé è un mezzo buono, appartiene all’uomo e serve per non disperdere energia su cose che si possono fare senza pensarci molto; ha inoltre un ruolo di adattamento per la sopravvivenza. Purtuttavia ha un risvolto negativo, in quanto ci si abitua al bene come al male, il quale alla fine diventa talmente banale da non suscitare nulla. Concretamente, in questo mondo mediatico siamo talmente abituati a certe dinamiche che non ci suscitano nulla.
Pensate solo all’esistenza degli “influencer”: sono persone il cui lavoro è quello di creare tendenze, ossia indurre più persone possibili a fare ciò che vogliono altre persone – non solo di comprare certe cose, ma anche di seguire delle mode e delle idee sottese (e non dichiarate). Gli esempi sono infiniti, si tratta di un mare magnum di influenza verso le masse, specialmente i giovani, la cui mentalità è formata da genitori, docenti e libri – e risulta chiaro da quale parte sono allineati quasi tutti: i genitori di oggi si sono formati con gli effetti del ’68, i docenti sono precettati dalla sinistra, mentre l’editoria deve vendere e andare incontro ai gusti del pubblico.
Non si tratta più di un lavaggio del cervello da parte della propaganda ideologica di una certa parte politica: il termine propaganda è improprio, perché non si argomenta per portare avanti un’idea, ma la si sbatte di fronte al pubblico pronta per l’uso, grazie ai mezzi mediatici e agli influencer. Il processo di tale declino è stato favorito dall’abitudine, la quale ha abbassato il livello intellettuale del pubblico grazie al gioco dei media e degli intellettuali (i politici c’entrano in minor misura, dato che in molti casi si sono trovati a gestire la situazione); un bombardamento mediatico continuo, che ha portato ad un cambiamento della mentalità nel corso dei decenni, partendo dai massimi sistemi fino a scendere al più che triviale poliamore – per ora l’ultimo nato del consumismo, esteso alle persone, ai sentimenti e alle relazioni, quindi anche a ciò che si è.
Dal punto di vista storico, tutto iniziò in maniera soft nel XVIII secolo, limitandosi alle sole élite intellettuali e borghesi, le quali seguivano la moda intellettuale del momento – anticristiana – con una postilla, implicita in tutte le mode ideologiche: chi non la pensa così è un cretino ed è escluso dal giro. Non che tutti i membri dell’alta borghesia e dei circoli di pensiero avessero le stesse idee convintamente, poiché la maggior parte le seguiva per moda o per proprio interesse: al caffè si incontravano non solo filosofi, ma anche quadri dell’esercito, delle accademie e in generale persone ricche, ed era nella logica delle cose incontrarsi per ottenere qualche favore per la propria carriera – ciò che si pensava o si capiva realmente delle idee del momento era l’ultima cosa per importanza: bastava far capire di andare d’accordo. Ed è questa la seconda arma: la moda. Meno si riflette, più si subisce e ci si omologa, sia nel vestire che nel parlare e nel comportarsi, finendo con il prendere per veri i giudizi sulla realtà che vengono diffusi dai media. Si tratta di un meccanismo che blocca la mente, perché non permette di capire e di riflettere su ciò che viene detto.
Per reagire al “congelamento della mente” occorre non dare per scontato nessuno dei giudizi sul reale che ci vengono indotti. Il tutto passa dalla presa di coscienza che c’è una guerra di idee in azione e quindi reagire alle idee del mondialismo, del multiculturalismo e del futuro governo unico mondiale (di stampo finanziario), idee che siamo abituati ad accettare come dei beni solo perché ci propinano continuamente un giudizio positivo su di esse (a costo dell’esclusione sociale in caso di dissenso). Si vogliono mischiare etnie (unica razza), le monete (con una banca unica), il governo (mondiale), le culture (multiculturalismo) e le religioni (sincretismo); il tutto per omologare, annacquare continuamente le identità e le differenze in nome di un pensiero unico totalitario, dove non conta più l’individuo – sostituibile con chiunque altro, come un ingranaggio – ma solo “l’intelletto unico”, ossia i padroni del mondo.
Occorre essere consapevoli di questo scenario distopico verso il quale ci stiamo avvicinando in modo da comprendere dove portano le idee dominanti, che vengono proposte in maniera spasmodica e continua per creare, volenti o nolenti, il consenso e l’abitudine di un futuro nel quale le persone, le identità, le culture e la Verità stessa saranno solo ricordi del passato. Guardare con criticità alle nostre abitudini di pensiero e di azione, perché è stata la loro modifica graduale e indotta a condurci allo stato attuale, e sarà da lì che passerà il processo inverso.

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