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18 febbraio 2019

Il concetto. La chiesa è un bar, il capannone è una chiesa

Passeggiando per le vie di una città italiana, mi accorgo di un bella chiesa romanica. Faccio per entrare e leggo un cartellino sulla porta. "Il locale [nome] apre alle 19". Eh? Chiedo a chi sta passeggiando con me e mi dicono che in effetti si tratta di una chiesa sconsacrata, scopro poi, guarda caso nei minchioni anni '70, trasformata in un posto molto chic circa 20 anni fa.
Cammino cento metri e mi trovo di fronte ad un capannone. Fuori c'è un poster di Santa Teresina di Lisieux, cui sono devoto, accanto ad uno di San Giovanni Bosco. Il capannone è in realtà una chiesa. Non mi trattengo ed esclamo, "ma a che pro dismettere una chiesa romanica e fare su questo capannone demenziale???". Povera Santa Teresina e povero Don Bosco, finiti in un garage mentre nella chiesa vera si sorseggiano cocktail sintetici. Per noi cattolici questi tempi ultimi sono sempre più amari.


 

16 ottobre 2018

La classe non è acqua di Chiara Ferragni

di Giuliano Guzzo
Nella discussione sulle bottiglie di acqua Evan firmate Chiara Ferragni, andate subito a ruba nonostante gli 8 euro l’una, due sono le posizioni prevalenti: quella di chi richiama l’attenzione sulla miseria offesa, e quella di chi fa lo stesso col mercato onnipotente. Ebbene, sbagliano entrambi. Sì, perché se il punto è lo spreco, 2,5 miliardi di esseri umani in costante scarsità d’acqua impongono di certo una riflessione ma, prima dell’ultima trovata della bionda cremonese, sarebbe giusto prendersela con la bottiglia di Hello Kitty, che di euro ne costa 240 e la vendono sconsigliandoti pure di berla; se viceversa il punto è il business, come esistono la domanda e l’offerta esiste pure il diritto di affermare che chi spende e spande eterodiretto via Instagram, ecco, proprio bene non deve stare.

D’altro canto, vale altresì la pena chiarire che madame Ferragnez, osannata come novella musa degli affari, su questo non ha inventato nulla dato che il potere promozionale dei cosiddetti vip è diavoleria arcinota. Già oltre sei decenni or sono, per dire, in Les Stars (Le Seuil, 1957) il sociologo Edgar Morin segnalava come le vendite dei pattini da ghiaccio fossero lievitate del 150% dopo i film di Sonja Hein. Nihil novi sub sole, dunque. Non si può tuttavia non interrogarsi sul paradosso di una società secolarizzata che, da alcuni anni, pare stia barattando le grandi tradizioni per le piccole tendenze, le convenzioni con le connessioni, l’eterno con l’effimero, i fedeli con i follower. E’ davvero una meditazione impegnativa, che penso affronterò sborsando 8 euro, se proprio devo, per una birra artigianale. La classe, infatti, non è acqua. Mai stata.

 

09 febbraio 2018

Addio alle ninfe vittoriane: il sonno della ragione rimuove i quadri

di Giorgio Enrico Cavallo
Il corto-circuito della società post-cristiana, post-europea e post-umana genera situazioni così paradossali e così divertenti, che si potrebbe pensare che viviamo tutti dentro un grande scherzo globale. Un immenso, delirante Truman Show. Deve essere così. Perché se così non fosse, bisognerebbe smettere subito di ridere e prenotare con urgenza una cura dallo psichiatra.
Il più divertente e paradossale dei casi recenti – un caso da ricovero immediato – è avvenuto a Manchester, dove i curatori della locale Art Gallery hanno deciso di rimuovere il quadro "Ila e le Ninfe" dell’artista preraffaelita William Waterhouse perché, udite udite, potrebbe essere ritenuto inadatto o offensivo per il pubblico. Offensivo, naturalmente, perché sono raffigurate una serie di provocanti ninfe tutte nude. Per una volta, non c’entra il “rispetto” della suscettibilissima (e presunta) sensibilità islamica, in quanto la rimozione del quadro è frutto dell’ondata di indignazione sulle molestie sessuali iniziata in America. Dove si trovi la molestia in un quadro, è mistero; ma, poiché il politicamente corretto impedisce di ragionare, qualcuno deve aver pensato che eliminare un quadro da una mostra sia davvero una mossa sagace. Al posto del quadro “incriminato”, cosa hanno messo, i brillanti soloni della Manchester Art Gallery? Uno spazio vuoto, con un cartello che invita al dibattito. Pare che anche le cartoline in vendita al book shop siano state ritirate: insomma, quel quadro “sporcaccione” non è mai esistito.

Ora, già per il fatto che viviamo immersi in una società satura di stimoli sessuali e di richiami alla sessualità, la censura ad un quadro del XIX secolo appare piuttosto bislacca; ma lo è ancora di più perché al posto dell’opera di William Waterhouse la MAG ha preferito lasciare il nulla. Il vuoto. Alcuni lettori diranno: «Meglio il vuoto che qualche agghiacciante “installazione” contemporanea!» ed, in fondo, non si può dar loro torto. Ma il vuoto è sintomatico di una società ormai annichilita, che non propone niente e, d’altronde, non può e non vuole proporre niente. Dopo aver cancellato le radici cristiane, dopo aver lottato contro la cultura europea imbevuta di cristianesimo, la società moderna ha eliminato le premesse culturali per proporre qualcosa di nuovo e per rispondere alle sfide della nostra epoca. Basta vedere quali sono le “soluzioni” adottate ogni volta che qualcosa incrina il delirante sistema della post-modernità: di fronte ai terroristi islamici, si usano i gessetti colorati. Per risolvere i problemi sociali, si storpiano le lingue coniando raccapriccianti nomi al femminile. Per combattere le molestie sessuali, si tolgono i quadri dalle mostre. Tra cento anni, sui libri di storia questa sarà chiamata l’Era della Follia; ammesso che qualche folle dell’Era della Follia non faccia finire il mondo prima; e ammesso, naturalmente, che tra cento anni i libri di scuola ci siano ancora, perché effettivamente sui manuali d’arte ci sono anche opere come la Venere di Botticelli o la Venere di Urbino di Tiziano.

Qualche altro lettore dirà che, in fondo, noi cattolici del XXI secolo possiamo anche ridere di queste palesi soppressioni dell’umano intelletto, ma che non dobbiamo dimenticare che la censura, in Europa, aveva il suo sponsor nella Chiesa romana. «Pensate ai “braghettoni” sul Giudizio Universale di Michelangelo…». Chi, giustamente, ricorda questi episodi non può però dimenticare che la censura era raramente compiuta assecondando isolate scelte di singoli, ma spesso chi decideva lo faceva consigliato da artisti e uomini di cultura; personalità ben diverse da coloro che, oggi, millantano la qualifica di artisti. Qualche fanatico c’era, eccome; ma i più sapevano preservare le opere d’arte ed escogitavano stratagemmi per renderle “inoffensive”. Fu con la consulenza del pittore Daniele da Volterra che si “salvò” il Giudizio Universale di Michelangelo da chi avrebbe voluto coprirlo con un nuovo affresco. Si badi: con un nuovo affresco, non con il nulla.

Ritorniamo dunque al consueto appuntamento con il “nulla” della società contemporanea. Non a caso, una società che, in tema d’arte, non sa esprimere alcunché. Le cosiddette opere d’arte odierne sono enigmatiche, inquietanti, spesso raccapriccianti. Non solo non esprimono niente, ma non si sforzano nemmeno di piacere; anzi: sembra che vogliano a tutti i costi gridare, disturbare, rovinare quanto di bello e di sublime abbiamo creato nel corso dei secoli: ecco perché sono disposte nelle piazze auliche e nei musei, costringendo il passante ad una punizione visiva e spirituale. Non diversamente – e lo abbiamo denunciato più volte – è l’arte sacra moderna, nella quale sono scomparsi i richiami al divino e sono stati sostituiti da insoliti rebus: come se la ricerca di Dio fosse un rebus anche per i cristiani. È questo l’humus culturale contemporaneo; un humus sterile. Un terreno dal quale non può nascere niente di buono. Pensiamoci, la prossima volta che andremo in un museo: potrebbe essere l’ultima volta che ci sarà permesso di vedere la Maja Desnuda di Goya o il Discobolo di Mirone; la Nascita di Venere di Bouguereau o l’Uomo Vitruviano di Leonardo. E, procedendo di pari passo, anche i musei potrebbero essere chiusi, un giorno o l’altro: al loro posto, una raffinata serie di pareti vuote. Pareti vuote e politicamente corrette.

 

27 gennaio 2018

Soli e male accompagnati

di Giuliano Guzzo
Il Ministero per la Solitudine, istituito in questi giorni da Theresa May, è la clamorosa autocertificazione di un declino non solo inglese ma occidentale senza precedenti. Più precisamente è disgregazione istituzionalizzata, individualismo che cerca di farsi compagnia, disperato tentativo di conservazione di civiltà morente, sottovuoto. In una prospettiva storica, il nuovo Ministro incarna invece l’amara sorpresa di una società che, messi da parte Dio e la tradizione, archiviati i valori e la famiglia, scopre di aver accantonato pure sé stessa.

Da questo punto di vista, la presentazione del nuovo Ministero inglese è stata accompagnata da una clamorosa ingenuità, con la solitudine spacciata come epidemia governabile, circoscritta ad anziani e giovani disabili. Senza quindi avvedersi del fatto che in verità essa è trasversalmente in espansione. Chiedere ai giovanissimi con difficoltà a distinguere tra contatti virtuali e amicizie reali, a chi guarda film sul pc anziché recarsi al cinema in compagnia, a chi compra on line spendendo meno ma facendo evaporare il lato umano della compravendita.

Chi pensasse che c’è il rischio di avviarsi al peggio, va insomma informato che siamo già su un treno in corsa. Del resto, se con la maternità surrogata (guarda caso legale, proprio in Gran Bretagna, da trent’anni), viene sancita l’irrilevanza del legame madre e figlio, se viene cioè messa fra parantesi perfino la più ancestrale e biologica delle relazioni, come stupirsi se ora ne siamo sempre più privi? Essere fagocitati dal Nulla è l’inevitabile destino di Stati e nazioni che, da decenni, propongono poco o nulla di buono, e che si sono affidati ciecamente alla sola Economia e ai suoi scagnozzi, il Bilancio e il Profitto.

Tutto finito dunque? No. Esistono ancora, indivisibili e invisibili, comunità nella società, piccoli eserciti che pregano e fanno figli, che il futuro lo mandano a scuola e lo istruiscono con valori controcorrente. E’ una ribellione totale ma non urlata, domestica e silenziosa, al tempo stesso concreta e spirituale. Trattasi però di una rivolta numericamente assai minoritaria, purtroppo, rispetto a una maggioranza che ancora non capisce. E non si accorge che il Ministero per la Solitudine arriva fuori tempo massimo, come un ossimoro che non sa di cura ma di accanimento terapeutico.

GiulianoGuzzo.com
 

05 dicembre 2017

L’eco della solidità – Intervista a Giulia Bovassi


di Samuele Baracani

Abbiamo già fatto una rapida recensione del libro, più che altro per suggerirne la lettura, ed ora, finalmente, ci troviamo a poter intervistare l’autrice, Giulia Bovassi, classe 1991, vulcanica studentessa di Bioetica, già laureata in Filosofia.

Prima domanda, di rito: come è nato questo libro?
Allora: l’idea del testo è nata dall’incrocio dei due percorsi formativi che stavo portando avanti (percorsi che tanto scissi, ovviamente, non sono) ovvero Bioetica e Filosofia. Nello specifico la prima per quel che riguarda una morbosa curiosità e attrazione filosofica per le correnti che ho considerato nel testo stesso -Postumano e Transumano-, attrazione nata guardando Westworld e dovendo redigere un articolo sulla serie. Da lì ho iniziato ad esplorare scientificamente questo mondo che ha smesso di essere per la maggior “fantascientifico”, facendosi più tangibile. Filosofia perché tutto il Master (Master in Consulenza Filosofica da cui è nato il libro ndr) ha affrontato, sotto molteplici punti di vista, il problema di dover e poter capire l’identità, che per me è sempre stato oggetto di interrogativi e di indagine.

Identità, una parola molto usata di questi tempi, eppure senza mai definirla, mentre invece il tuo lavoro cerca di porne dei fondamenti concreti e sensati e soprattutto mette in guardia da una mentalità che la riduce ad una semplice questione di scelta o di capriccio. Che cos’è questa solidità di cui parli?
Il testo parte volutamente dalla percezione di una condizione largamente diffusa di irrequietezza profondamente paralizzante seppur dinamica.
Mi viene in mente una situazione in cui un numero indefinito, molto alto, di uomini camminano rapidi, schivandosi reciprocamente, impossibilitati al riposo, agitati nel rincorrere la frenesia di un binario che è una possibilità, una parentesi, predisposta all’attesa affinché loro possano per poco tempo giungere a quel momentaneo “punto di arrivo”. Lo stesso movimento è un preciso atteggiamento antropologico.
Voglio dire che il qui ed ora è una prelibata illusione di certezza e di sensatezza, ma solo a condizione che per darsi effettivamente, alle spalle si lasci tutto ciò che nella mente del viaggiatore può tradursi come ostacolo o rallentamento, anche una sosta per respirare potrebbe esserlo. La velocità è metafora della laboriosa non-definizione data. Solidità è fermarsi. Ripristinare la necessità di ammettere delle tappe ultime e di concedere a se stessi, prima di tutto alla propria natura, di avere delle determinazioni. Più concretamente faccio riferimento a concetti come natura, corporeità, libertà, responsibilità, bene, male, lecito o illecito, ecc.. Quelle datità che contribuiscono a definirci in un vissuto e una biografia, dei quali spesso non sappiamo cosa dire e lasciamo vuoti di contenuto. Il motivo per cui i vincoli (solidità) generano obblighi e non doveri è semplicemente la capacità corrosiva che hanno nei confronti di un’alienazione di sé come sostanza, per un sé sostituibile. La solidità è il nome, in estrema sintesi!

Uno, secondo me, dei massimi pregi del tuo libro è l’ampiezza dello sguardo culturale. Citi di tutto, da libri del secolo scorso a serie TV uscite pochi anni fa’. La cosa che più mi ha colpito è come noi tocchiamo solo la superficie della liquidità con le sue conseguenze pratiche, ma che quelli che tu chiami transumanesimo e postumanesimo hanno della radici ormai di quasi un secolo e molto più complesse e articolate di quello che possiamo immaginare. Puoi definirceli in breve?
Come faccio presente nel testo, Postumano e Transumano sono prima di tutto delle visioni precise dell’uomo: le due correnti sono mosse da sconfinata fiducia nella tecnica e nel progresso scientifico (quindi nell’uomo in termini di mente intelligente), a tal punto da rivedere nella tecnica il punto di svolta per la costruzione di una nuova umanità segnata da uomini che hanno smesso di sentirsi finiti. La loro nascita parte esattamente dal presupposto che l’uomo non sia l’ultimo tassello evolutivo, ma uno step sul quale l’umanità si è soffermata e che può invece oltrepassare. Come? Prima di tutto eliminando la possibilità della sofferenza, sconfiggendo la vecchiaia, scartando l’errore e annientando gli aspetti più specificatamente umani – talvolta difficili da gestire – per togliere gli uomini dal peso dell’imperfezione. Coloro che vi operano parlano di potenziamento (human enhancement), uomini con capacità visive magari notturne, o con memorie infallibili, ad esempio; parlano di immortalità virtuale, mediante un trasferimento della mente in un database esterno; l’ectogenesi (gestazione senza madre, in uteri artificiali); nanotecnologie e manipolazione genetica; della robotica e dell’intelligenza artificiale nella speranza che in un futuro non troppo lontano la distinzione fra umani e non-umani possa essere solo questione di punti di vista opinabili e non certi. Una rivoluzionaria dimensione alienante la corporeità e l’identità, poiché uomo è anche non-più-uomo.
Postumano e Transumano sono un impegno intellettuale, filosofico e scientifico, al miglioramento. Non a caso più e più volte se ne parla insieme all’idea di eternità.

Domanda più facile. Citi un buon numero di autori e opere, ma Gilbert Keith Chesterton è ricorrente, anche se non ha dovuto affrontare le due correnti che descrivi. Perché hai scelto lui come portavoce, sempre a proposito è da notare, di alcune delle tue idee?
Amo di Chesterton lo stile comunicativo che trovo efficace per la schiettezza disarmante e allo stesso tempo sottile, perciò invadente quanto basta per scuotere gli assopiti dinamici di ogni tempo! Anche se non ha trattato il tema specifico, proprio per la natura stessa della problematica, calata in tutta la sua struttura nella concezione che l’uomo ha di se stesso poiché per superare la morte e la fragilità occorre prima che la si ammetta come costitutiva, Chesterton ripropone a suo modo il drastico venir meno del senso della giustizia, svenduto al relativismo sentimentalista e soggettivo. Aveva già colto quanto fosse ingestibile il dramma della questa frantumazione di una verità dissolta nella moltitudine di possibili, nuove, denominazioni. Consideriamo quanto sia ingannevole e schiavizzante la libertà che oggi abbiamo confuso per licenziosità, la quale per potersi giustificare ha bisogno che non si pensi al contrasto, ma si veda unicamente la sfumatura del voluto e del desiderabile, utile ma mai unico. La “regola d’oro” nella crisi dell’identità e nel miraggio del “Superuomo” è che non esiste l’ovvio, normale e anormale sono facili prede dell’incontentabilità tipicamente finita di chi alla finitezza ha smesso di credere pur incarnandola. «Nel tentativo di essere tutto, il primo passo è essere qualcosa» Chesterton aveva già capito quanto fossimo stati «chiamati per nome»: la Tana è un luogo sicuro a meno che non diventi una prigione, così siamo noi con noi stessi.

Volete saperne di più? Leggete l’Eco della Solidità, seguite Kairos il blog di Giulia.

https://kairosbg.wordpress.com/2017/11/05/the-sparklings-intervista-allautrice/



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15 settembre 2017

Attenti a Dr Darwin e a Mr Marx!


di Alfredo Incollingo

La teoria evoluzionista di Charles Darwin e la dottrina rivoluzionaria di Karl Marx sono foriere di contraddizioni. I loro discepoli hanno provato a risolverle, alle volte riuscendovi, ma in altre occasioni ci si è arresi di fronte all'evidenza. Può accadere che le idee di un filosofo sortiscano effetti diversi, spesso opposti alle aspettative. E' quello che è successo per Marx e per Darwin, che hanno contribuito, volenti o nolenti, alla “liquidità” del postmoderno. Il nichilismo e il capitalismo sfrenato degli ultimi decenni sono un conglomerato di marxismo, delle conseguenze filosofiche e antropologiche del darwinismo e, naturalmente, del pensiero decostruttivo di Nietzsche. Il filosofo Giuseppe Zuppa ha affrontato in “Gli strani casi del Dr Darwin e di Mr Marx” (Circolo Proudhon, 2015) queste tematiche fondamentali per capire il nostro presente. E' diventato un tabù criticare Darwin, ma lo è di meno giudicare Marx, perché è ormai evidente il fallimento di ogni pretesa rivoluzionaria. Il darwinismo è l'ultimo appiglio di chi crede nella concezione laicista del mondo e della vita. La dissertazione di Zuppa ci illustra l'origine delle teorie evolutive di Darwin, ricordando come l'Origine delle Specie, il testo cardine del biologo, fosse la rielaborazione di tesi evoluzioniste di altri autori: la novità sta nell'aver considerato la “selezione naturale” il fattore determinante dell'evoluzione, senza peraltro dimostrare ampiamente questa asserzione. La conseguenza più evidente del pensiero di Darwin è l'associazione uomo e animale: non esiste una differenza sostanziale, ma solo di grado. Alla fine l'essere umano è come un cane, ma con un livello di sviluppo superiore! La diffusione dell'animalismo è proporzionale al livello di squalifica dell'uomo, come risulta dalle recenti normative sull'eutanasia. Messo di fronte alle contraddizioni della sua teoria, Darwin cercò per tutta la vita di provarne comunque la scientificità. Lo stesso fine tentò di raggiungere Marx per dimostrare la concretezza delle riflessioni sul materialismo storico. Il filosofo di Treveri salutò infatti positivamente la pubblicazione dell'Origine delle Specie, trovandovi la giustificazione delle sue idee. Se la selezione naturale favorisce il più forte, allo stesso modo nella società umana il proletariato, più energico, avrebbe posto fine al capitalismo. Il fallimento del marxismo non è si risolto nella sua progressiva scomparsa, ma nella perdita della sola componente rivoluzionaria: il  materialismo storico si è evoluto in un “materialismo assoluto”, che giustifica di fatto il nichilismo capitalista. Giuseppe Zuppa ci accompagna nella scoperta di questi due “giganti” della filosofia moderna, svelandoci i retroscena di due filosofie che hanno contribuito direttamente alla deriva esistenziale della postmodernità.


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08 settembre 2017

La Chiesa o divide o diventa apparato di potere (III parte)


(le parti precedenti sono qui e qui)

di Marco Sambruna

RICAPITOLANDO
  
Il primo a cedere alle lusinghe della post modernità è stato il popolo dei cristiani ancor prima della chiesa gerarchica. L’adeguamento alle promesse delle magnifiche sorti e progressive secolari hanno cominciato a praticarlo i credenti abbandonando i sacramenti, la custodia dei sensi, la sobrietà.
La pigrizia e l’ottimismo hanno corrotto la cristianità inducendola a credere che il cristianesimo sia da sempre predestinato a divenire una religione secolare che promuova la tolleranza, l’ecologia, il vivere fraterno. Il che non è esattamente una menzogna, ma un idiotismo; infatti mentre la menzogna conosce la verità, ma decide di allontanarsene (apostasia), l’idiotismo non conosce nemmeno la verità, la ignora totalmente, nasce dall’entusiasmo emotivo privo di un minimo di esame sulle pulsioni da cui la mente è agita che è lo stigma della nostra debolezza umana. Per questo chi dice e promuove idiotismi ha molte più probabilità di salvarsi rispetto a chi dice e promuove menzogne.
Gran parte dei credenti credeva a una sua idea di cristianesimo a misura delle proprie debolezze, a un  Cristo frazionato da cui prelevare ciò che fa più comodo, a un’escatologia in cui il lieto fine è garantito mentre è solo previsto, preferisce un cristianesimo che tranquillizza anziché inquietare.
Ora invece proprio in quest’epoca metafisicamente desolata c’è una novità: i cattolici, gran parte dei quali hanno creduto di credere e quindi hanno dimorato in uno stato di fondamentale menzogna, pervengono alla verità su se stessi ossia hanno coscienza di essere stati cristiani solo superficialmente secondo il modello dei cristiani del primo tipo sopra menzionati. Situazione paradossale: perché se è vero che i cristiani si sono creduti tali senza esserlo per molto tempo ne consegue che quando si credevano  nella verità  (la creduta appartenenza cristiana) dimoravano nella menzogna vivendo secondo un ethos neopagano, mentre ora che sono nella menzogna in quanto lontani da un ethos cristiano dimorano nell’autenticità perché in effetti hanno una corretta percezione di sé stessi. 
Finalmente cioè si è ricomposta quella scissione che separava la percezione di sé come cristiani e lo stile di vita improntato a fondamentale neopaganesimo: ora il credente, forse per la prima volta nella storia, si percepisce per quello che è ossia fondamentalmente intriso di ethos neopagano.
In questa prospettiva si colloca la Chiesa come realtà che ha sempre denunciato e testimoniato la fondamentale debolezza e lontananza dell’uomo, anche se credente, dalla verità cioè da Dio; essa si conferma come unica depositaria della verità sull’uomo. La Chiesa infatti ha sempre denunciato come peccato supremo la superbia, ossia la convinzione di dimorare nelle virtù  laddove invece la comoda scissione fra auto percezione e stile di vita (ethos) generava ipocrite sopravvalutazioni, sebbene spesso inconsapevoli.
La Chiesa ha sempre segnalato il pericolo di credersi cristiani mentre non lo si è, ha sempre segnalato la necessità di continue correzioni virtuose per istituire la necessaria coerenza fra ciò che si pensa, ciò che si verbalizza e ciò che si agisce: gli stessi sacramenti del resto servono a favorire questa coerenza, una più chiara percezione delle proprie debolezze e contraddizioni al fine del cammino di correzione. Si può dunque affermare che la Chiesa non solo conosce, ma ha sempre conosciuto e divulgato la verità sull’uomo.
In questo senso la Chiesa non solo non esce sconfitta dal confronto col processo di secolarizzazione che finalmente chiarifica i cristiani a sé stessi, ma da questo confronto esce vittoriosa perché trova conferma della correttezza del suo pensiero sull’uomo nel momento in cui il credente, chiamato allo scoperto dalle scelte ineluttabili che la secolarizzazione impone, perviene alla verità su se stesso, scoprendosi animato da quell’ethos neopagano che la Chiesa ha sempre indicato come supremo pericolo.
Sembra siamo così arrivati a un punto decisivo, anzi conclusivo: l’uomo, anche il credente, sa per la prima volta chi è. La Chiesa potrebbe così avere assolto in pieno la sua missione, cioè rivelare l’uomo a se stesso proprio in quest’epoca metafisicamente desolata, ponendolo davanti a uno specchio in modo possa osservare la sua vera natura, quella natura violentata dal peccato originale che da sempre ostacola la relazione con Dio.
In un’ottica di economia salvifica Chiesa e secolo sono per una volta alleate: entrambe guidano  l’uomo alla conoscenza di sé stesso l’una indicandogli le sue contraddizioni, l’altro costringendolo a scelte divisive. Entrambe rendono l’uomo lucido a sé stesso, lo liberano da false auto rappresentazioni e gli chiedono infine di scegliere fra Dio o se stesso, fra un ethos coerentemente cristiano o uno secolare.
La Chiesa come discrimine nella scelta fra l’autenticità come fedeltà alla propria natura umana decaduta e  la verità come fedeltà a Dio ha quindi sempre conosciuto lo scarto fra le due realtà: essa è dunque garante della libertà di scelta e come tale non può scomparire perché altrimenti cessa la possibilità dell’esercizio della libertà che sempre presuppone la conoscenza di se stessi.
E’ dunque di suprema importanza che la Chiesa conservi il suo carattere distintivo: quello di essere divisiva e segno di contraddizione, cioè di discrimine, così come lo è stato Cristo. Qualora cessasse di esserlo perché cessa di distinguere fra ethos cristiano ed ethos laicista  stabilendo un’equivalenza fra ciò che tende al divino e ciò che tende all’ umano, se tutto questo avviene, ecco che la Chiesa diventa un apparato collaterale al Potere. 
Se si vuole qualcosa di simile a un falso profeta.

(fine)

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30 luglio 2017

L'eco della solidità. La nostalgia del richiamo tra antropologia liquida e postumanesimo


di Giulia Bovassi

Quanto è “troppo”? Incalza il bisogno di trovare un equilibrio fra il quesito, la possibile risposta e il reale. Un mancato posizionamento è l’angosciante condizione liquida degli abitanti del possibile, in costante adattamento ad una identità dinamica come dinamico è il contesto tecnico-scientifico ormai pienamente omologato alla quotidianità. Ripudiata ogni radice, compresa la natura umana e la sua contingenza, restano corpi docili “biologicizzati” senza identità. Corpi manipolabili, non pensanti, devoti al possibile. Annichilendo l’origine e il senso legato al fine, da chi potrà alienarsi quest’uomo estraneo a se stesso che non torna in se stesso? La creazione di un nuovo mondo, totalmente padroneggiabile e disponibile quantitativamente, appare come inevitabile soluzione affinché l’uomo possa superare il senso di sé in seguito alla perdita di sé. Transumanesimo e Postumanesimo curano la schizofrenia identitaria endemica con la non-necessità dell’uomo, quindi la sua immortalità e perfettibilità. Quando la vulnerabilità cessa di essere occasione feconda, subentra l’Oltreuomo. Occorre chiedersi: calati nell’inevitabile scontro-incontro con la miseria umana, se frantumati, come ricomporci per annientarci? Ecco la spiritualità perduta, ecco la persona che ha bisogno di tornare al pensiero di sé.

Il libro parla di noi, di ciascuno. L’idea centrale è un nodo fra una condizione antropologica precedente, apparentemente attuale e quella in divenire, oggettivo dato di partenza per discutere sull’identità, sul pensiero di sé (la domanda filosofica e la ricerca di senso), sulla nostra natura umana, quindi grande e docile allo stesso tempo. Non sono pagine che vi consiglio di sfogliare al mattino (men che meno se vi svegliate di sabato o domenica, nella leggerezza di un weekend in famiglia!), vi consiglio però di tentarne la lettura perché lo scopo del lavoro non è di iniziarlo per finirlo, ma di iniziarlo per continuare. Prendetelo come una provocazione, una sfida contro voi stessi, così come lo è stato per me nel momento stesso in cui ho scoperto che per avere la vittoria occorre focalizzare dove e contro chi combattere la battaglia: in questo caso il nemico ero io, eravate voi, siamo noi, sono loro, l’essere umano diverso e l’essere umano che vuole essere uguale. Il nemico si è presentato chiedendomi “allora, dimmi un po’ chi sei” e, ovviamente, per aver qualcosa da dire di sé occorre conoscersi. Proprio qui il vuoto: socialmente siamo sospinti, senza dubbio trascinati, verso modelli adattabili ai quali tendiamo, modelli che incalzano desideri e allontano dall’intimità dei tratti specifici, grazie ai quali siamo mistero e bellezza per i nostri simili, sicché guardando lontano a qualche possibile che pizzica il mutamento, arrestiamo l’originale e con esso la definizione dei suoi contorni. Frustrati rifuggiamo ciò che tocchiamo, per sfiorare l’idea della perfezione, così arranchiamo, tra una delusione e l’altra, verso una vita senza debolezze, non-necessariamente-umana. L’identità frammentata e fluida lascia liberi di parlare di sé con termini rinnovabili secondo preferenze. Questo è l’unico terreno fertile per decostruire, poi fabbricare, sciolti da vincoli e, su questo spazio, questo deserto, affiora la giustificazione a molte delle problematiche, dall’origine alla morte, sulle quali inciampiamo. C’è tutto di noi nella posizione che prendiamo tra il tutto della Vita e il nulla della morte, due fatti che non sono eventi, non capitano senza un trascorso. Sono il nostro tempo qui, fatto a dimensione d’uomo, amico di chi torna a vederlo, nemico per chi si inganna rifiutandolo razionalmente. La mia speranza per questo contributo editoriale è che sia uno sforzo per il lettore, lo sforzo di alzarsi dall’apatia per, un domani, non solo saper rispondere alla domanda di partenza, “chi sei”, ma addirittura padroneggiarla con l’autorevolezza di colui che, facendosi beffe dell’indefinito, ha trovato i suoi ingredienti e può così rivolgerla al suo vicino, solleticandolo fino a smuovere il piacere di meravigliarsi del suo passaggio qui, tra i vivi.

«L’eco della solidità» ha inoltre il piacere di essere il volume di apertura ad una nuova collana filosofica “Laboratori di Filosofia. Collana di studi e ricerche filosofiche”, nata dalla medesima esigenza di cui vi ho sinteticamente reso partecipi. Detto ciò, non posso che augurarvi una piacevole lettura!

https://kairosbg.wordpress.com/2017/07/27/vi-presento-il-mio-libro/

 

15 novembre 2014

Lunga vita alla porno-kompagna Nappi!

di Marco Mancini

Fino a qualche tempo fa era conosciuta esclusivamente come attrice porno e molti di noi (me compreso) non ne avevano mai sentito parlare. Poi è assurta al ruolo di profetessa della liberazione sessuale, nemica di ogni “dogma morale” e di ogni tabù (“tutte le donne dovrebbero essere troie”). Ma Valentina Nappi, classe 1990, ha pian piano allargato il suo giro d’orizzonte, estendendolo dal tema sessuale all’intero scibile umano, forte di una discreta infarinatura filosofica. In breve è divenuta una vera e propria maîtresse à penser della sinistra radicaloide, fino ad ottenere una collaborazione con Micromega. E pare – speriamo di non essere smentiti – che le elucubrazioni siano proprio farina del suo sacco, con buona pace dei maligni che, soprattutto all’inizio, tendevano a considerarla un personaggio eterodiretto, trascurando come i germi del ceto medio semicolto possano annidarsi anche in una fanciulla avvenente, per quanto di facili costumi.
 

27 maggio 2014

Una controrivoluzione per l'Europa

di Franciscus Pentagrammuli
I risultati delle elezioni europee sono strani. Disordine e paura fuori d'Italia (con i giornalisti che gridano al nazista e all'involuzione reazionaria in Europa, salvo poi inneggiare all'Ucraina europeista con la sua bassa manovalanza nazistoide), diccì in Italia. Destra trionfante in Europa, con la coda fra le gambe in Italia. Probabilmente cambierà poco: speriamo che qualcosa cambi, non fosse che per paura degli euroscettici. Ma cos'è diventata l'Unione Europea?


L'Unione Europea è diventata la centrale dell'imposizione forzata (attraverso soprattutto la finanza e la propaganda psicologica) di una ideologia utopistica totalmente disancorata dalla realtà umana e storica. Si è voluto imporre uno stato sovranazionale che eliminasse le differenze storiche fra i popoli e i Paesi, si è voluto imporre una uguaglianza sociale verso il basso, fatta eccezione per i centri del potere politico-finanziario; domina uno pseudoliberismo sovranazionale, mentre la microeconomia viene soffocata da lacciuoli burocratici e da un fisco degno del socialismo reale; si è voluta imporre la convivenza con gruppi di estranei totali, africani e asiatici, che ci disprezzano e non hanno alcuna intenzione di integrarsi (a cosa, poi? a quella cultura artefatta cui veniamo adeguati a forza? In tutti i paesi europei si è sempre fatta una gran fatica ad integrare i piccoli gruppi di ebrei che c'erano: come si può anche solo pensare, sensatamente, di integrarvi milioni di africani, di musulmani?); si è voluto imporre lo sradicamento dalle nostre culture e religioni e tradizioni etniche e nazionali e familiari, in favore di una dottrina sociale e antropologica liquida ma sempre antiumana. Ingegneria sociale, negazione della realtà, imposizione forzata di tutto quanto ripugna all'umana natura e alla storia d'Europa. Imposizione rapidissima di un'ideologia, e se i fatti non sono d'accordo con l'ideologia, tanto peggio per i fatti!

Ora i fatti iniziano a ribellarsi: Front National, neonazisti o pseudotali, antieuropeisti vari, omofobi, populisti, nazionalisti, "integralisti religiosi". Iniziano a ribellarsi tutti coloro le cui idee e i cui ideali, anche e soprattutto nel loro senso migliore, sono stati infranti ed insultati negli ultimi cinquant'anni. Tanto più in là è andata la realizzazione della follia utopistica postmoderna e postumana, tanto più dura e dolorosa e, verosimilmente, violenta sarà la reazione ad essa. Chi, spaventato dal montare della reazione in Europa, applicherà un'accelerazione al processo di imposizione totalitaria della postmodernità, questi sarà responsabile della radicalizzazione della reazione ad essa. Se la rivoluzione postmoderna fosse stata fermata cinquanta, quaranta, trenta, venti, dieci anni fa, non si sarebbe giunti alla situazione attuale, a vedere i "fassisti" dappertutto; se la rivoluzione non verrà fermata oggi, avremo Alba Dorata in tutti i paesi d'Europa. 

Questa visione del futuro prossimo potrà piacere a qualcuno dei nostri lettori, la prospettiva di una grande Vandea europea potrà allettare le nostre immaginazioni, ma sono illusioni: i nonni dei vandeani del '93 erano cresciuti alle missioni di san Luigi de Monfort. Noi no, e tantomeno lo sono i militanti delle destre europee, variamente pagane o terminali, che certo non hanno nulla della santità di uno Chatelineau. Fino ad oggi le forze di destra hanno avuto paura di apparire troppo conservatrici, e si sono fatte infinocchiare, o, peggio, sono state anch'esse preda del folle ottimismo futurista e progressivo. Non hanno fermato la rivoluzione, e hanno lasciato che la situazione si evolvesse fino alla situazione attuale. Ora, in difesa della vera libertà dei popoli europei, e per il bene delle nazioni e degli uomini, è il tempo di agire, finalmente, come si deve, in modo umano, razionale, cristiano. 

Memori degli avvertimenti, e delle promesse, della Beata Vergine a Fatima, preghiamo e agiamo, per restaurare l'Europa cristiana. 

Dio abbia pietà di noi, e ci benedica!
 

02 novembre 2012

Tradizione e ortodossie: qualche spunto


di Andrea Virga
Si è svolto venerdì scorso, a Torino, il convegno “Tradizione e ortodossie”, organizzato dall'associazione culturale e politica Millennium, nei locali del Centro Culturale Italo-Arabo Dar al-Hikma di Via Fiocchetto 15. La conferenza vera e propria, preceduta e seguita da momenti conviviali di confronto e discussione tra gli intervenuti, ha visto la presenza di relatori di fama internazionale, ed è stata moderata da Alberto Lodi, dell’Università di Pavia. C’è stata una discreta partecipazione di pubblico, specie da parte dei membri della Comunità Religiosa Islamica.