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08 settembre 2017

L’Onu ha lanciato l’opa sulla Chiesa cattolica

di Ettore Gotti Tedeschi*

Le Nazioni Unite ormai si esprimono su ogni tema con toni ed ambizioni da religione globale. E con un unico obiettivo: rifare la creazione e ricostruire l’uomo. Il paradosso è che i precetti dell’organizzazione di Ban Ki Moon sembrano accettati in Vaticano.
Soffro nel riconoscerlo, ma temo proprio che il ministro dell’Interno, Marco Minniti, stia illudendosi sul tema immigrazione. L’immigrazione che compensa il gap di popolazione sembra essere stata «suggerita» dalla «Santa Sede» della nuova religione universale: l’Onu. Una «Santa Sede» cui pare difficile disobbedire, tanto più che sembrerebbe avere come alleata anche l’altra Santa Sede, quella vera. Aveva ben visto Gian Antonio Stella quando, nel 2016, scriveva che ci erano stati «attribuiti» 6,5 milioni di immigrati in pochi anni.

Già vari segretari generali dell’Onu (da Kofi Annan a Ban Ki Moon), grazie a vari documenti, lo avevano già ben anticipato, lasciando immaginare si trattasse di decisioni prese, non subite, come ci hanno fatto credere con ragioni umanitarie. Ma saper leggere, interpretare e capire un documento dell’Onu non è così facile come si potrebbe pensare: ci vuole esperienza, preparazione, abilità ermeneutica, qualche amico nei servizi segreti e la consapevolezza di cosa sia la gnosi. Riuscire ad intendere un documento Onu equivale più o meno ad intendere un testo di magistero della Chiesa di oggi. Si deve infatti essere in grado di interpretarlo all’interno delle sacre scritture, del Vecchio e Nuovo Testamento, dei documenti del Concilio Vaticano II e delle sue interpretazioni rahneriane, bisogna conoscere il pensiero filosofico che va da Immanuel Kant a Martin Heidegger, per arrivare a Walter Kasper e Antonio Spadaro. Sul tema specifico, bisognerebbe poi sapere quali argomenti hanno usato i profeti neomalthusiano-ambientalisti (i vari Jeffer Sachs e Paul Ehrlich) con la Pontificia accademia delle scienze sociali.

Per capire i documenti dell’Onu, la grande «Santa Sede» della nuova religione mondiale, è necessario aver letto e capito la nuova Bibbia dell’Onu: il rapporto Kissinger del 1972-74 sul Nuovo ordine mondiale, e i vari «concili» ed «encicliche» che sono le grandi conferenze internazionali, da Rio de Janeiro a Johannesburg. Queste «encicliche» emanate sotto l’egida dell’Onu riguardano innumerevoli fatti che hanno cambiato e stanno cambiando la nostra vita, con la giustificazione di renderci più maturi, migliori, saggi, felici. Magari proteggendoci da superstiziose credenze religiose che ci influenzano da un paio di millenni… Le più significative sono tutte correlate, e sembrano avere un unico obiettivo: rifare la creazione e ricostruire l’uomo. Prendiamone qualcuna. Quella che riguarda i governi e che interessa il nostro ministro Minniti si riferisce alla «necessaria», ma incomprensibile e misteriosa immigrazione in Europa, con speciale attenzione all’Italia. Un’immigrazione pianificata e sostenuta naturalmente per il nostro bene materiale, culturale e spirituale. Ma ve ne sono altre, ben più importanti, che si riferiscono alle modifiche di concezione morale sul tema della vita, della morte, della bioetica, della salute e del benessere, della sessualità, della famiglia. Altre ancora sembrano riguardare l’ambientalismo, che deve essere considerato la nuova religione universale ove far convergere tutte le aspirazioni di fede. Ma guarda caso, il responsabile del degrado ambientale è proprio l’uomo, cancro della natura, da ridimensionare per proteggere la terra curiosamente riconosciuta «sacra».

Tutte queste soluzioni sono «suggerite» agli Stati da parte di organismi satelliti all’Onu, con moral suasion o con velate ed eleganti sollecitazioni implicite che lasciano immaginare ritorsioni. E sono suggerite a governanti non eletti ma cooptati, essendosi create le condizioni perché chi deve governare e decidere sia gradito e sia d’accordo.
Non c’è un solo e determinante cambiamento che non appaia essere stato elaborato e proposto dall’Onu e dai suoi satelliti (Oms, Unher, Unep, Wpf, Fao, Unesco, Birs, Fmi, Unido, eccetera).
Decine di anni fa qualcuno paventava i rischi di un governo mondiale adveniens, ed era accusato di complottismo. Ora che tutto si è avverato è troppo tardi per parlar di rischi. E così, quando un sottosegretario alla presidenza del Consiglio (Sandro Gozi) dichiara che «l’Europa ha bisogno di 40 milioni di immigrati», e sempre quando il dossier Onu prevede più di 25 milioni di immigrati (entro il 2050) per rimpiazzare i lavoratori italiani, restiamo basiti. Ma quando la massima autorità morale del mondo spiega che va fatto di più, dobbiamo domandarci se il nostro problema non sia per caso proprio l’Onu, di per sé potenzialmente di grande valore, ma a seconda di chi lo gestisce e da quali obiettivi si pone…

La questione pare logica e pertinente anche per i tanti problemi europei (e dell’euro), che non nascono in Europa, ma si direbbe siano conseguenze delle «encicliche» emanate dalla nuova grande chiesa universale, tempio della verità e fonte della nuova morale che risiede a Washington e si chiama Onu. Questa nuova grande chiesa universale sembra ora cercare di controllare anche la Chiesa cattolica, che pare non sappia riconoscere che sono state queste «encicliche» nate in ambiente Onu le vere cause che hanno provocato gli effetti negativi che ora con nuove «encicliche» si pretende di risolvere. L’esempio più evidente è la crisi economica globale prodotta dal crollo della natalità in Occidente, generato indirettamente dagli ambienti neomalthusiani-ambientalisti, e che a sua volta ha posto le premesse per il problema della migrazione destinata a compensare il gap di popolazione.
Tutti questi problemi (crisi economica, ambientale, immigrazione) sono dovuti al controllo delle nascite preteso negli ambienti satelliti della «Santa Sede» dell’Onu. La cosa più curiosa è che chi ha provocato questi problemi è esattamente chi è chiamato ora a risolverli. Ancor più sorprendente è vedere che questi precetti paiono quasi accolti persino alla Santa Sede della Chiesa cattolica, con una inquietante coincidenza nella prassi.

* Pubblicato su La Verità

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29 ottobre 2016

Il diplomatico\2. Diritti umani o grimaldello degli USA: la Russia è fuori dall’UN Human Rights Council


di Alessandro Rico

Questo venerdì, con votazione a scrutinio segreto, la Russia ha perso i suoi seggi al Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU. Al suo posto, subentrano Croazia e Ungheria.
La vicenda comincia qualche giorno prima, quando un’ottantina di ONG per la difesa dei diritti umani (leggi centri operativi al servizio del Dipartimento di Stato americano) ha inoltrato all’ONU la richiesta formale di espellere la Russia dal Consiglio per i Diritti Umani, a causa delle presunte violazioni perpetrate da Mosca con i suoi raid aerei su Aleppo, a sostegno del regime di Assad. Tanto per non dare l’impressione che la loro petizione cadesse “a cecio”, nel bel mezzo delle schermaglie tra la Casa Bianca e il Cremlino, Human Rights Watch, Refugees International & company avevano chiesto anche l’esclusione dell’Arabia Saudita. Che ovviamente non è arrivata. Come poteva? Mentre la Russia è ai ferri corti con gli Stati Uniti e l’Europa (nonostante il tentativo dell’Italia di ammorbidire la posizione di Germania, Francia e Regno Unito a proposito delle sanzioni internazionali), i sauditi sono fedeli alleati di Washington, che solo poche settimane fa aveva destinato loro uno stanziamento miliardario di equipaggiamenti militari, impiegati poi dall’Arabia Saudita nel conflitto in Yemen. Curioso che all’ONU nessuno si sia preoccupato del fatto che proprio nello Yemen, missili firmati Stati Uniti e sganciati dalla coalizione a guida saudita, siano piombati su un funerale uccidendo 155 persone.
In realtà, la posizione degli americani sul Consiglio per i Diritti Umani non è stata sempre univoca. Nel 2001, durante l’amministrazione Bush, gli USA mancarono la rielezione nell’ambito della Commissione ONU per i Diritti Umani, organismo poi sostituito nel 2006 dall’attuale Consiglio. Tuttavia, tra il 2006 e il 2008 gli Stati Uniti scelsero di non concorrere per riguadagnare il seggio, lamentando come l’organismo delle Nazioni Unite avesse perso credibilità, focalizzandosi solo ed esclusivamente su un’agenda anti-Israele. Con l’avvento di Obama, l’orientamento di Washington è mutato e dal 2009 in poi è iniziata una nuova luna di miele, che testimonia banalmente un cambio di strategia: mentre Bush impiegava come grimaldello per le proprie campagne militari la storiella dell’esportazione della democrazia liberale, o lo spauracchio della sicurezza nazionale minacciata dagli armamenti di Saddam Hussein, più sottilmente l’amministrazione Obama si è concentrata sull’uso politico dei diritti umani per screditare le potenze concorrenti (tuttavia, mentre l’opinione pubblica internazionale ha avuto buon gioco nello screditare Bush, nessuno discute il profondo umanesimo dei Democratici).
Si tratta della logica evoluzione dell’imperialismo statunitense, già prevista da Carl Schmitt. Il giurista tedesco spiegò bene come, almeno da Woodrow Wilson in poi, gli Stati Uniti avessero iniziato ad applicare uno schema “moralistico” alle relazioni internazionali, per cui le nazioni antagoniste non erano più “nemici”, ma “criminali” internazionali, da punire con azioni militari e diplomatiche che acquisivano la solenne sanzione etica del giudizio tribunalizio.
Quella dei diritti umani è una dottrina affascinante, ma poco sensata. Prima di tutto, per renderla digeribile al più ampio numero di Paesi e culture, le istituzioni internazionali l’hanno privata di un preciso fondamento filosofico o metafisico, facendone una mera asserzione che si presumeva “auto-evidente”. In secondo luogo, è chiaro come essa comunque attinga a piene mani da quella rappresentazione dell’individuo astratto, monade definita da una generica “umanità”, priva di concretizzazioni storiche, etniche, sociali, che il pensiero contemporaneo ha ereditato dalla sciagurata modernità. Ma soprattutto, dovrebbe essere ormai a tutti evidente che la dottrina dei diritti umani viene impiegata a uso e consumo degli americani, alla ricerca di una legittimazione come potenza egemone – già da quando, con gli Accordi di Helsinki del 1975, i sovietici furono attirati nella trappola di impegnarsi al rispetto dei “diritti dell’uomo”, clausola che poi venne puntualmente ritorta contro quello che Reagan, tanto per confermare l’uso del linguaggio moralistico denunciato da Schmitt, definì (peraltro giustamente) l’Impero del Male. Fu proprio così che nacque Human Rights Watch.
Oggi è forse venuto il momento di mettere in discussione la dottrina dei diritti umani, sui quali si divertono a versare fiumi di inchiostro i filosofi “liberal” dell’accademia statunitense. L’egemonia americana, che sta mettendo in pericolo la pace mondiale, passa anche da lì. E per l’ipocrisia delle Nazioni Unite, alle quali l’Osservatore Permanente della Santa Sede, l’Arcivescovo Barnardito Auza, qualche giorno fa ha esplicitamente rinfacciato gli «abusi sessuali e altre forme di sfruttamento da parte dei peacekeeper» dell’ONU. Ma gli stupratori non erano i preti?

 

02 novembre 2014

Il gender tra Africa e ONU


di  don Mauro

Sabato 4 ottobre, vigilia della concertata ed osteggiata veglia nazionale delle Sentinelle in Piedi, a Brescia si è tenuta una giornata di studio e formazione sul tema della famiglia, promossa e ospitata dalla curia diocesana, molto attiva e coraggiosa su simili tematiche. Nell'intensa giornata si sono succeduti una decina di interventi dei quali mi propongo dare una breve sintesi in questo e in successivi articoli. Partiamo con un po' di sommario. Argomenti affrontati: l'evoluzione storico-culturale-politica dell'ideologia del gender; la dittatura del gender in un contesto di scontro di civiltà, particolarmente nel contrasto tra esportazione culturale europea e resistenza tradizionale africana; aggiornamento della situazione giuridica quale luogo e mezzo di ulteriore diffusione e imposizione dell'ideologia; ultimi studi neuroscientifici sull'importanza del rapporto madre-figlio fin dal periodo della gestazione; recensione critica circa lo status questionis delle ricerche sul benessere o malessere dei bambini adottati da coppie omosessuali. Relatori, nell'ordine: Marguerite Peeters, card. Robert Sarah, Giancarlo Cerrelli, Massimo Gandolfini, Roberto Marchesini. Tralascio di dire dei video relativi ad altre micro-questioni, contributi complementari e via dicendo (su tutti la promozione del caso Bruce Brenda David, già recensito su Campari).

Non dirò pressoché nulla sul l'intervento di Cerrelli, perché non abbisogna di particolari commenti, trattandosi di un elenco eloquente dell'incalzante moltiplicarsi di leggi a favore delle cause omosessualiste (non le definisco "cause omosessuali" in quanto molti omosessuali non vi si riconoscono), spesso connotato da forzature procedurali puntualmente pubblicizzate da agenzie di comunicazione tendenziose. Rimando poi ad altra sede la recensione degli interventi di Gandolfini e Marchesini, in quanto il contenuto degli interventi è confluito in un bel testo della "biblioteca della Manif" che converrà riprendere per intero altrove.

Parliamo qui delle lezioni offerte da Peeters e Sarah.

L'intervento del card. Robert Sarah, fisicamente assente per impegni dell'ultima ora in Vaticano, è stato relazionato dal suo segretario, mons Tejado. A fronte delle recenti polemiche sul cosiddetto razzismo kasperiano, torna utile uno sguardo sul discorso di Sarah, che verte attorno a due questioni fondamentali. La prima riguarda il bagaglio culturale africano e il portato valoriale di quel continente, spesso filtrato dagli europei attraverso pregiudizi che ne snaturano il senso profondo. Attraverso una serie di esempi relativi alle molte e diversificate tribù africane, il relatore ha mostrato come si conservi nella coscienza nera il senso dell'unicità e dell'indissolubilità matrimoniale. Cominciando dal primo carattere, a dispetto di pratiche poligame sovente diffuse e ovviamente discutibili, va notato come il privilegio della prima moglie non è misconosciuto, a lei si devono infatti onori unici, particolarmente nell'ambito paradigmatico della dote matrimoniale o delle onoranze funebri, con cui si afferma lo status giuridico-culturale di amanti per tutte le successive compagne dell'uomo di casa. D'altra parte si danno riti sponsali altamente simbolici in cui si dichiara plasticamente l'indissolubilità, ad esempio tramite riti natural-religiosi imperniati sull'uso della noce di cola, frutto tipico dell'Africa occidentale il cui guscio, un tutt'uno dato da due parti 'cementate' tra loro, illustra il valore del coniugio. La seconda questione sollevata è più incisiva, perché consiste in un j'accuse lanciato a noi europei, esportatori della teoria del gender, descritta dal prelato come una lotta contro le determinazioni antropologiche e teologiche scritte nella nostra natura, processo con cui si istituzionalizzano convincimenti psicologici e orientamenti antinomici alla concezione sessuale tradizionale. Il che si configura come una imposizione dell'ONU a danni della cultura africana, che sente l'omosessualità come un non-sense rispetto alla matrimonialità, e ritiene dunque oltraggioso il volerla imporre. La problematica si riassume dunque in un quesito: l'omosessualità porterà qualcosa di buono al matrimonio? Evidentemente no. Inoltre l'Africa deve difendersi dall'influsso di simili gruppi anche perché essi autorizzano la morte di bambini, anziani e handicappati. Per concludere il card. Sarah ha illustrato la differenza tra le agenzie ideologiche che portano oggi la decadenza europea in Africa, e invece i missionari che hanno portato il Vangelo!

Limite dell'intervento di Sarah è stata l'assenza del conferenziere, sì da rendere impossibile approfondire temi di peso, per lo più solo accennati nella relazione, e peraltro calibrati su un registro testimoniale più che documentale. Testimonianza personale e incisività argomentativa sono state fuor di dubbio le note dell'intervento di Marguerite Peeters, esperta e critica internazionale delle problematiche della gender theory, cui è approdata ormai vent'anni fa, quando, ancora giovane giornalista, si è trovata coinvolta un po' casualmente tra le reporter al Congresso ONU di Il Cairo e di Pechino, e da allora si è specializzata quale studiosa delle politiche familiari globali, evidentemente volte a modificare lo stato reale della realtà al fine di imporre modelli che strumentalizzano e snaturano donna, bambino, famiglia e vita. Veniamo ai contenuti della conferenza.

Si parte da un appello, appello a reagire alla pressione culturale e politica che sta investendo tutto l'occidente, ma anche gli altri continenti affatto digiuni della nostra storia e dei nostri problemi. Per reagire serve però anzitutto conoscenza, conoscere la storia che sta dietro all'attuale moda omosessualista e antifamilista. Anzitutto bisogna riconoscere che il gender non è un progetto esclusivamente omosessuale, ha invece due interpretazioni: quella femminista radicale e quella omosessuale. Le donne per prime hanno negato l'identità filiale, materna e coniugale loro propria, di conseguenza si è venuti a dire che l'identità maschile e femminile nella loro complementarietà allo stesso modo sarebbero costruzioni sociali che si opporrebbero all'uguaglianza dei cittadini, da qui l'imperativo: le concezioni tradizionali vanno smontate con ogni mezzo, sia esso educativo, giuridico, culturale. Su questa duplice radice, femminista ed omosessualista, si snoda la seconda considerazione: riconoscere che la medesima governance familiare presiede alle iniziative di tutela del gender e pure a quelle che aboliscono la donna come persona e la sostituiscono con un essere individualista, nella promozione spinta di politiche anticoncezionali e abortiste. Proprio per il fatto che la donna ha perso il suo ruolo, per questo suo non essere più femminile né accogliente, ma volta alla ricerca di potere e conflitto con l'altro sesso, si assiste oggi a un aumento del numero di omosessuali nella società contemporanea. Un terzo punto si è soffermato sullo sviluppo storico-culturale dell'ideologia imperante: dal deismo alla Butler, da Rousseau che riteneva l'istituzione paterna nociva all'egualitarismo sociale alla tecnocrazia di ispirazione nicciana. In quarto ed ultimo luogo la Peeters ha portato l'attenzione su quelle che sono le odierne linee politiche e culturali della governance mondiale, evidentemente ritagliate sulle classiche strategie massoniche della ambiguità terminologica e delle dietrologie dell'ombra. Si vede nella nascita e diffusione del termine 'gender', che inizialmente poteva essere interpretato variamente: si trattava solo di una nuova promozione delle quote rosa? In realtà no, bensì l'ONU voleva fornire una nuova etica al mondo globale; e donde si sarebbe attinta tale etica? Dal contesto culturale del post-guerra fredda, nel contesto della caduta del muro e dello sdoganamento di aborto e divorzio già avviato. E più in generale si vede nella sistematica diffusione di un nuovo linguaggio che veicoli questa stessa etica, un linguaggio diffusivo che viene importato ormai in ogni continente: governance, consensus, partnership, democrazia partecipativa. E ancora, si assumono come campi di cooperazione internazionale i problemi di fame, ecologia e sessualità, pretendendo si siano superati i vecchi problemi relativi all'opposizione degli schieramenti politici, per tuffarsi nella nuova proposta dei temi etici, da trattare - si promette - in modo neutro, e in realtà pilotati attraverso neo-lingue ambigue, opache e insidiose. Infine si riconosce esserci una governance che guida tale procedere, dove per governance si intende un sistema in equilibrio tra società civile e settore privato, tra governo e altre istituzioni mediane, in un meticciamento che sposta l'asse dalla verticalità gerarchica all'influenza orizzontale delle ONG, per un gioco fittizio nel quale di fatto le ONG finiscono col dettare l'agenda politica degli Stati (praticamente come sta avvenendo con Re.a.d.y. in Italia). Fin qui la Peeters, che però non ci ha dato soluzioni, se non quella preliminare, urgente e per nulla scontata di formarsi una coscienza critica e un sapere adeguato alla materia e ai tempi. Prossimamente Marchesini e Gandolfini.

 

23 ottobre 2014

“Fuga dal Campo 14”


di Stefano Sala
“La persona che più ho odiato, anche più dei miei carcerieri, anche più del dittatore, è stata mia madre, perché mi aveva messo al mondo.” Così inizia la testimonianza di Shin Dong Hyuk, tenutasi sabato 27 presso la libreria Lirus in via Vitruvio a Milano. Shin, classe 1982, è l’unico uomo nato e vissuto in un campo di concentramento nord coreano riuscito a scappare; la sua vicenda è raccontata nel libro “Fuga dal Campo 14” scritto dal giornalista americano Harden Blaine, il quale ha messo per iscritto il racconto di Hyuk.

La storia di Shin, aiutato da un interprete, non ha potuto che coinvolgere i purtroppo pochi ascoltatori (qualche decina, ma dove è stato pubblicizzato l’evento?), i quali hanno partecipato attivamente ponendo al relatore diverse domande, nel corso dell’intervento strutturato più come un’intervista “collettiva” che non come una conferenza frontale. Il nostro, Testimone numero uno della commissione d’inchiesta dell’ONU sulla violazione dei diritti umani in nord Korea, ha risposto con compostezza tutta orientale alle domande che andavano a indagare sulla sua vicenda, e sulla situazione del suo paese. Un paese che vive sotto la dittatura comunista da sessant’anni, e che ha sul proprio territorio oltre al Campo 14, esteso quanto la superficie di Los Angeles, altri quattro campi conosciuti, per una popolazione concentrazionaria complessiva di 200 mila persone. Il sistema dei campi è basilare per la sopravvivenza del regime, permette attraverso il terrore di mantenere sotto controllo e di piegare al volere del dittatore e del partito l’intero popolo nord coreano. Gli abitanti infatti sanno che qualsiasi forma di dissenso, foss’anche una lamentela per la scarsità cronica di cibo, sarebbe punita con il trasferimento all’interno di uno di questi campi; e non solo per il diretto colpevole del “crimine”, ma per tutta la sua famiglia e per le seguenti due generazioni.

Questo è quello che è successo a Shin, il quale non ha saputo rispondere alla domanda sul perché i suoi genitori fossero stati imprigionati da giovani, probabilmente da quel che è riuscito a scoprire sono stati rinchiusi perché dei parenti ai tempi della guerra con il Sud Corea erano scappati in questo paese, e dunque considerati traditori. Del campo racconta soprattutto la fame persistente, una fame ancora più insopportabile delle torture arbitrarie, delle violenze quotidiane delle guardie e delle esecuzioni pubbliche all’ordine del giorno. Una fame che è stata la sua spinta nella ricerca della libertà, concetto sconosciuto a chi è nato dietro al filo spinato, senza un termine di paragone per valutare cosa sia una vita normale, cosa sia una vita in libertà.

Proprio i racconti “culinari” di un nuovo prigioniero del campo, che parlava di cibi neanche mai sognati in prigionia, spinge Shin a decidere di scappare perché “anche se fossi stato preso e giustiziato, almeno per una volta sarei riuscito a mangiare”. Con la fuga inizia il viaggio attraverso il paese, dove Shin può confondersi con gli abitanti dei villaggi che attraversa date le loro condizioni dovute alla denutrizione. Una fuga che lo porterà in sud Corea e infine negli Stati Uniti, da dove potrà raccontare al mondo gli orrori di una dittatura basata sulla fame e la violenza, che porta i figli a denunciare i genitori consegnandoli al boia (cosa per altro successa a Shin) e tratta i propri abitanti, usando le parole di altri rifugiati, “come delle bestie”. Shin non ha parole di odio per i suoi carcerieri; anche a chi domanda cosa pensi di quegli occidentali che niente han fatto per il suo paese, e che anzi dicono non ci sia niente di terribile nella dittatura di Kim Jong Un (da Dennis Rodman a Razzi), risponde semplicemente “un giorno il popolo coreano dirà che erano amici del dittatore”, come a dire che questo basterà come “punizione”.

Grazie al coraggio di Shin Dong Hyuk “ora la comunità internazionale sa, non ci sono più scuse”, come ha detto nel marzo 2014 Michael Kirby, presidente della commissione d’inchiesta dell’ONU sulla situazione in Corea del Nord, davanti al Consiglio dei diritti dell’uomo dell’ONU. Ma viene naturale chiedersi: davvero solo adesso, dopo sessant’anni, la comunità internazionale sa? Perché il silenzio sui crimini di Kim Jong Il e figli? Hanno forse un “colore” più accettabile per l’intellighenzia occidentale e le varie organizzazioni umanitarie? 
Lecita la domanda, scontata la risposta.

 

09 aprile 2014

La bufala estremista in Francia e Ungheria

di Andrea Virga
Nelle scorse settimane, ci sono stati due importanti eventi elettorali in Europa: le municipali francesi e le parlamentari ungheresi. Entrambe hanno visto, a detta dei media generalisti, “un’avanzata delle destre populiste”. È il caso tuttavia di vederci meglio, senza lasciarsi fuorviare dal chiasso di giornalai e politicanti. 
 

12 febbraio 2014

L'Onu attacca la Chiesa, ovvero il corvo si avventa contro la colomba

di Alfredo De Matteo
Il recente durissimo, e per certi versi tragicomico, attacco dell’Onu alla Chiesa Cattolica mette bene in luce la deriva morale e intellettuale dell’odierna società civile: un gruppo di esperti del Comitato Onu sui diritti dei bambini ha stilato un rapporto in cui si accusa la Chiesa di aver coperto, e addirittura causato con il Suo insegnamento, gli abusi sessuali commessi in questi ultimi decenni da alcuni ecclesiastici nei confronti di un certo numero di fanciulli.
 

07 febbraio 2014

L’Onu contro il Vaticano ovvero la Nuova Mafia contro la Chiesa di Dio

di Ludovico Russomando
A volte non si sa se ridere o piangere e al di là dell’apparente boutade si tratta di un dilemma non da poco. Certe cose, in sé stesse gravi o addirittura gravissime, possono, per altre ragioni, generare ilarità o sano e legittimo humour. Vedere una persona goffa e robusta scivolare su una buccia di banana può creare sia una sincera pena che una certa divertita risata, senza che si voglia ignorare il danno subito al malcapitato.
 

23 marzo 2013

Malthus e i poveri

di Riccardo Zenobi

Uno dei leitmotiv di certo ambientalismo è l’idea che siamo in troppi sulla terra, e che quindi le risorse non bastano a sfamare tutti gli abitanti del pianeta. Idea che, come è noto, risale a Thomas Robert Malthus, il cui pensiero si può grossomodo esprimere nel concetto che, mentre le risorse crescono in maniera aritmetica (1,2,3,4,…) la popolazione cresce in maniera geometrica (1,2,4,8,…): in tal modo le risorse del pianeta non basterebbero a sfamare la crescente popolazione.