di Andrea Virga
Nelle
scorse settimane, ci sono stati due importanti eventi elettorali in
Europa: le municipali francesi e le parlamentari ungheresi. Entrambe
hanno visto, a detta dei media generalisti, “un’avanzata delle
destre populiste”. È il caso tuttavia di vederci meglio, senza
lasciarsi fuorviare dal chiasso di giornalai e politicanti.
In
Ungheria, la coalizione di centrodestra tra Fidesz e KDNP, guidata
dal Primo Ministro in carica Viktor Orbán, ha vinto, grazie anche
alla nuova Costituzione, entrata in vigore nel 2012. Pur avendo
ottenuto appena il 44,54%, col premio di maggioranza, il partito al
governo ha conquistato 133 seggi su 199, ossia i due terzi esatti.
Sono le gioie del maggioritario, così caldeggiato dai politicanti
nostrani. La coalizione di centrosinistra, pur comprendente cinque
partiti, si è fermata al 25,99% (38 seggi), poco sopra ai
nazional-rivoluzionari di Jobbik (20,54%, 23 seggi), e a buona
distanza dal 5,26% (5 seggi) dei verdi-liberali del LMP.
In
Francia, le municipali sono state dominate, come sempre, dai due
partiti principali di centrodestra (UMP) e di centrosinistra (PS), ma
quest’ultimo ha avuto una grave défaillance, a tutto vantaggio del
primo. Tra le città (comuni oltre i 10.000 abitanti), il
centrodestra (compresi i candidati e le liste indipendenti) ha
guadagnato 139 giunte in più rispetto alle scorse elezioni per un
totale di 10.201.821 voti al 1° turno, mentre il centrosinistra si è
fermato a 8.400.706 voti (anche tenendo conto del Front de Gauche,
dei verdi dell’EELV, dei comunisti e di altre liste e partiti). Il
terzo incomodo è stato il Front National della Le Pen, il quale, pur
presentandosi solo in 597 comuni, ha ottenuto 1.046.603 voti
(affermandosi come il terzo partito), 1498 consiglieri comunali e ben
8 città (di cui una al primo turno), mentre altre 3 sono andate a
liste affini.
Ora,
è bene evidenziare i limiti di queste “vittorie”, insieme alle
potenzialità. In Ungheria, Orban ha preso 600.000 voti in meno
rispetto alle scorse elezioni, ed egli stesso è un
nazional-conservatore, liberale in economia, che non ha certo messo
in discussione l’appartenenza del Paese alla UE e alla NATO.
Tuttavia, il progresso di Jobbik è di ottimo auspicio, dato che
continuerà a svolgere un ruolo molto utile di capitalizzazione del
dissenso e di critica da destra al governo. Vale la pena di notare
che, a febbraio, il segretario del Partito Gábor Vona ha giustamente
ammonito gli altri partiti nazionalisti europei come i veri nemici
dell’Europa non siano tanto l’islam e l’immigrazione, quanto il
liberalismo e il sionismo.
In
Francia, il centrosinistra, fautore di leggi anticristiane come la
Taubira, si è oggettivamente indebolito. Quanto al Front National,
esso ha ottenuto appena il 7% dei voti totali, e un numero di seggi e
di comuni piuttosto limitato, anche rispetto a formazioni politiche
di dimensioni analoghe come il Front de Gauche e l’EELV, ma questo
dipende dal fatto che resta isolato dagli altri partiti, secondo la
strategia del cordon
sanitaire,
impedendogli di beneficiare da alleanze con altri partiti.
Quest’emarginazione politica, antidemocratica nei fatti, ha sempre
penalizzato molto il Front, ma al tempo stesso, ha confermato la sua
credibilità come forza antisistema, in grado di attirare ormai anche
i voti della classe operaia e di molti intellettuali e immigrati.
I
media liberaldemocratici hanno subito gridato allo spauracchio
populista, euroscettico, fascista, ecc., ingigantendo la portata
degli eventi – come abbiamo visto, niente di rivoluzionario. In
effetti, nonostante certi difetti ideologici – venature
antigiudaiche e scioviniste in Jobbik, come tipico dei nazionalisti
dell’Europa orientale; tendenze neo-giacobine e islamofobe nel FN,
debole sui valori tradizionali – si tratta di due tra i migliori
partiti in lizza per le prossime elezioni europee di maggio 2014. Lo
stesso Orbán, per altro, può vantare molti aspetti positivi, anche
grazie alla sua necessità di non farsi strappare consensi a destra
da Jobbik. Questo spiega il livore di chi, tra i progressisti e i
radicali (ormai non solo di sinistra), è ben informato.
Infatti,
sul lato geopolitico, sia il FN che Jobbik si oppongono
all’occupazione politico-militare statunitense e all’egemonia
economica tedesca sull’Europa, guardando invece positivamente alla
Russia di Putin, con cui anche Orban ha intensificato i rapporti
economici e politici. Con la crisi ucraina ancora in corso, e le
presidenziali di Kiev in programma contemporaneamente alle elezioni
europee, si comprende come i due scacchieri siano intrinsecamente
legati. L’esitazione della NATO, infatti, è legata alla reticenza
dei Paesi europei, tra cui Germania, Italia e Paesi Bassi, principali
partner occidentali della Federazione Russa. Non a caso, in questi
tre Paesi, il centrodestra (in particolare, rispettivamente, la CDU,
la Lega Nord e il PVV di Wilders) è tendenzialmente favorevole alla
Russia.
L’affermazione
di un fronte “euroscettico” e “populista”, ma anche
“conservatore”, alle prossime elezioni, giungerebbe quindi in
tempo per indebolire e frammentare l’alleanza atlantica di fronte
alla possibilità di reagire violentemente ad un’eventuale
controffensiva russa in Ucraina. Questo per tacere dell’ostruzione
che questi partiti possono compiere nei confronti dei peggiori
arbitrii delle commissioni europee, ovvero gli attacchi alle
sovranità e alle economie nazionali e ai valori tradizionali.
Di
fronte a queste prospettive politiche ad ampio respiro, non possono
avere alcuna credibilità né cittadinanza i distinguo ipocriti di
alcuni cattolici conservatori, così zelanti a sottolineare i difetti
dei populisti e degli estremisti, ma pronti poi a sguazzare
acriticamente in progetti neo-democristiani e centristi, per un pugno
di poltrone o per qualche seggiola in più.

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