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15 luglio 2026

Lefebvre in Africa



Proponiamo uno stralcio del nostro libro "Fino alla fine del mondo" (Giubilei Regnani - 2018), riguardante l'opera africana di mons. Marcel Lefebvre. Copie ancora disponibili su Ebay

Da San Comboni prese dunque forma un'opera enorme di evangelizzazione che ha coinvolto la Chiesa fino ai giorni nostri e che proseguirà. Nel secolo successivo si affacciò però una necessità nuova. Oltre ad avere un clero indigeno, serviva una gerarchia indigena. Pio XII si fece latore di questo intento. Fra le persone che ricevettero l'incarico di creare le condizioni di crescita per i nuovi sacerdoti ci fu un missionario di nome Marcel Lefebvre. 

Lefebvre, francese, divenne sacerdote nel 1929. Proveniva da una famiglia cattolica, che aveva dato i natali a molti sacerdoti, vescovi e anche ad un cardinale. Don Marcel entrò nel 1932 nella Congregazione dello Spirito Santo e intraprese la via della Missione, in Gabon. Iniziò un'avventura lunga 30 anni. 

Inizialmente insegnante, Lefebvre dimostra sin da subito grandi capacità, tanto che dal 1938 è responsabile di molte missioni in tutto il Gabon. Eccellente amministratore, si occupa, oltre che di evangelizzazione, di far evolvere anche tecnologicamente la vita dei missionari, facendo installare impianti per elettricità e per l'acqua corrente. Per capire il valore dell'opera di questo giovane sacerdote, basta osservare i numeri. I cattolici gabonesi triplicano e il Gabon diventa uno dei principali paesi cattolici dell'Africa. 

Nel 1947 Lefebvre, a 42 anni, per volontà esplicita di Pio XII, diventa Vescovo e vicario apostolico a Dakar, una diocesi vastissima. Nel 1948 viene nominato delegato apostolico dell'Africa francofona, un territorio sterminato comprendente 18 stati. L'incarico, come i precedenti, viene svolto con grandissimo impegno e anche in questo caso basta osservare i numeri. In un periodo che va dal 1947 al 1962 il numero dei cattolici cresce talmente tanto che vengono erette 21 nuove diocesi, portando il numero da 44 a 65 sul territorio che era stato affidato al missionario francese. 

Nella sola Dakar il numero dei cattolici raddoppia. Ancora prima del Concilio Vaticano II la Santa Sede iniziò a non vedere di buon occhio l'opera di monsignor Lefebvre, che era entrato in contrasto con il presidente del Senegal, Senghor. Quest'ultimo era infatti un socialista "credente", locuzione decisamente inaccettabile per un uomo di Chiesa saldamente ancorato alla Dottrina autentica. 

Molti all'epoca si erano fatti mettere nel sacco da questi personaggi un po' furbacchioni che proponevano sintesi fra socialismo e cattolicesimo, ma questo Arcivescovo francese, formato nel tomismo, non era certo il tipo. Il contrasto con il presidente non piacque evidentemente al nuovo Papa, Giovanni XXIII, che pur stimava Lefebvre e lo aveva inserito nelle commissioni preparatorie del Concilio, in modo da farlo partecipare a tutte le riunioni. 

Noto all'inane grande pubblico per le vicende successive al Concilio Vaticano II, monsignor Lefebvre è stato in realtà uno dei grandi evangelizzatori dell'Africa, di cui ha ridisegnato il volto, durante tre decenni di attività. La sua azione in quelle zone, di cui abbiamo parlato brevemente, lo pone tranquillamente fra i grandi della Chiesa del '900. Ancora oggi monsignor Lefebvre è un esempio di come la via della Tradizione sia quella più feconda per portare il Vangelo in giro per il mondo, l'unica che dà la forza di superare tutte le difficoltà, le malattie, le violenze e le carestie. Sarebbe il caso di approfondire la missione africana di Marcel Lefebvre, per porne la figura sotto una giusta luce e per trarre grandi insegnamenti.
 

30 luglio 2020

In Tanzania, 20 anni fa


di Marco Crevani
Chiudo in fretta il messaggio con la foto della barboncina tunisina e i panzuti che la scaricano sorridenti a Lampedusa. Chiudo in fretta perché la rabbia cresce dentro; allora provo a rilassarmi: il pensiero va indietro di vent'anni, l'ultima estate in Africa, l'ultima estate in Tanzania. Al declinare di quelle poche, rapide, frenetiche giornate passate a fare un rilievo per un acquedotto, le risate dei signori dai sandali fatti con i copertoni riciclati... risate sul far della sera, alla fine del rilievo topografico. Io raccontavo le mie più recenti vicende con gli africani in Italia... o meglio, all'epoca, quasi esclusivamente con le nigeriane che fuggivano dalla tratta, sulla strada. Quando raccontavano la loro storia, molte esordivano con una frase lapidaria: "In Nigeria, you know, we have nothing. So I am here." Questa frase, anche se l'inglese compreso dai tanzaniani della campagna non era così vasto, era sufficiente a far salire fino al cielo risate sonore: perfino per gli analfabeti in Tanzania, Nigeria non è sinonimo di paese povero, è sinonimo di paese di furbi. 
Quell’acquedotto non c'è ancora dopo vent'anni. I bambini con le vacche al pascolo continuano a salire per 2 km all'interno della valle, magari a far loro compagnia va pure qualche animale selvatico, ma ci sono abituati… all'alba vanno ad abbeverare le bestie alla povera sorgente perenne. Passano davanti alla scuola: quante volte ci saranno stati dentro? Chissà… Io so che con un’ infinitesima parte dei soldi che ci costa inseguire, raccogliere, mantenere questi panzuti che sbarcano con la barboncina, ci avremmo fatto quell’acquedotto. E pure uno sbarramento di pochi metri, per creare un laghetto e irrigare gli orti di quel villaggio che veramente viveva di niente e di diverso dagli altri non aveva niente se non quel gran cassone di sabbia lasciato dalle piene nella stagione della pioggia, prima di disperdersi più giù, nella savana arida.


 

12 settembre 2019

Sorpresa, anche in Africa c'è sviluppo

di Roberto de Albentiis
"A sorpresa, un Paese africano, il Kenya, raggiunge un record mondiale nello sfruttamento delle energie rinnovabili". Questo l'incipit di un servizio udito al telegiornale dell'ora di pranzo di oggi. Sorge una domanda: perché "a sorpresa"?

L'Africa, come continente e nei singoli Paesi, non può essere progredita e sviluppata, non può vantare indici e record positivi, non può non essere più solo un continente povero, sfruttato e in guerra?
Se è vero che queste situazioni ancora permangono, è anche vero che ci sono conflitti ormai conclusi, Paesi ormai sviluppati economicamente e culturalmente, organizzazioni sovranazionali e di cooperazione, una corte interafricana e due dichiarazioni africane dei diritti umani e dei popoli., perfino, ma chi lo sa?

Spesso si rimane legati ad un'immagine vecchia del continente africano, rimasta ancorata a decenni fa e ormai non più corrispondente al vero, che si apprende ancora sui libri di scuola di ogni ordine e grado e che spesso non viene più aggiornata o rivista. Spesso sono più quelli che si definiscono colti, acculturati e aperti di mente a non sapere queste cose, a stupirsi, a non aggiornarsi e a trattare, volontariamente e involontariamente, l'Africa come un eterno bambino.

Purtroppo, non conoscendo queste cose e permanendo questa mentalità, non si avrà mai una giusta ottica e visione della realtà africana, dei rapporti con i Paesi e le persone africane e della situazione migratoria...

 

29 novembre 2018

Marcel Lefebvre, il missionario stimato dai Papi

Il 29 novembre del 1905 nasceva Marcel Lefebvre. Il vescovo francese è noto principalmente per le vicende successive al Concilio Vaticano II, ma sarebbe molto utile riproporre e studiarne invece la storia missionaria. Lefebvre ha infatti evangelizzato mezza Africa. Raccolse la stima di Pio XII, che gli chiese di partecipare alla scrittura dell'Enciclica Fidei Donum, mentre Giovanni XXIII (con il quale però c'erano stati molti dissensi quando Roncalli era nunzio in Francia) lo inserì nei lavori preparatori del Concilio. Purtroppo tutti oggi propongono di Marcel Lefebvre solo una caricatura, da una parte o dall'altra, ad uso e consumo dei propri obiettivi ideologici, ma c'è molto molto di più. Di seguito un testo tratto dal nostro libro "Fino alla fine del mondo" (acquistabile qui).

Da San Comboni prese forma un'opera enorme di evangelizzazione [dell'Africa] che ha coinvolto la Chiesa fino ai giorni nostri e che proseguirà. Nel secolo successivo si affacciò però una necessità nuova. Oltre ad avere un clero indigeno, serviva una gerarchia indigena. Pio XII si fece latore di questo intento. Fra le persone che ricevettero l'incarico di creare le condizioni di crescita per i nuovi sacerdoti ci fu un missionario di nome Marcel Lefebvre.
Lefebvre, francese, divenne sacerdote nel 1929. Proveniva da una famiglia cattolica, che aveva dato i natali a molti sacerdoti, vescovi e anche ad un cardinale. Don Marcel entrò nel 1932 nella Congregazione dello Spirito Santo e intraprese la via della Missione, in Gabon. Iniziò un'avventura lunga 30 anni.

Inizialmente insegnante, Lefebvre dimostra sin da subito grandi capacità, tanto che dal 1938 è responsabile di molte missioni in tutto il Gabon. Eccellente amministratore, si occupa, oltre che di evangelizzazione, di far evolvere anche tecnologicamente la vita dei missionari, facendo installare impianti per elettricità e per l'acqua corrente. Per capire il valore dell'opera di questo giovane sacerdote, basta osservare i numeri. I cattolici gabonesi triplicano e il Gabon diventa uno dei principali paesi cattolici dell'Africa.
Nel 1947 Lefebvre, a 42 anni, per volontà esplicita di Pio XII, diventa Vescovo e vicario apostolico a Dakar, una diocesi vastissima. Nel 1948 viene nominato delegato apostolico dell'Africa francofona, un territorio sterminato comprendente 18 stati. L'incarico, come i precedenti, viene svolto con grandissimo impegno e anche in questo caso basta osservare i numeri. In un periodo che va dal 1947 al 1962 il numero dei cattolici cresce talmente tanto che vengono erette 21 nuove diocesi, portando il numero da 44 a 65 sul territorio che era stato affidato al missionario francese. Nella sola Dakar il numero dei cattolici raddoppia.

Ancora prima del Concilio Vaticano II la Santa Sede iniziò a non vedere di buon occhio l'opera di monsignor Lefebvre, che era entrato in contrasto con il presidente del Senegal, Senghor. Quest'ultimo era infatti un socialista "credente", locuzione decisamente inaccettabile per un uomo di Chiesa saldamente ancorato alla Dottrina autentica. Molti all'epoca si erano fatti mettere nel sacco da questi personaggi un po' furbacchioni che proponevano sintesi fra socialismo e cattolicesimo, ma questo Arcivescovo francese, formato nel tomismo, non era certo il tipo.

Il contrasto con il presidente non piacque evidentemente al nuovo Papa, Giovanni XXIII, che pur stimava Lefebvre e lo aveva inserito nelle commissioni preparatorie del Concilio, in modo da farlo partecipare a tutte le riunioni.
Noto all'inane grande pubblico per le vicende successive al Concilio Vaticano II, monsignor Lefebvre è stato in realtà uno dei grandi evangelizzatori dell'Africa, di cui ha ridisegnato il volto, durante tre decenni di attività. La sua azione in quelle zone, di cui abbiamo parlato brevemente, lo pone tranquillamente fra i grandi della Chiesa del '900.
Ancora oggi monsignor Lefebvre è un esempio di come la via della Tradizione sia quella più feconda per portare il Vangelo in giro per il mondo, l'unica che dà la forza di superare tutte le difficoltà, le malattie, le violenze e le carestie.
Sarebbe il caso di approfondire la missione africana di Marcel Lefebvre, per porne la figura sotto una giusta luce e per trarre grandi insegnamenti.


 

06 aprile 2018

Salvare l'Africa

 di Franco Ressa
Fin dai tempi delle guerre puniche, l’ Africa ha rappresentato un problema per l’Europa. Persino nel tempo della colonizzazione, quando le potenze europee l’occuparono per intero a scopo di sfruttamento, vi furono guerre che riflettevano i conflitti mondiali. Nell’ultimo dopoguerra il sorgere dei movimenti nazionalisti ed indipendentisti come in Algeria e in Kenia, convinsero le maggiori potenze coloniali, Francia, Belgio e Gran Bretagna, a disfarsi dei loro domini che da fonte di guadagno diventavano passivi. Dal 1960 in pochi anni l’indipendenza dell’Africa si compì, ma in maniera affrettata e profondamente errata.

Semplicisticamente si fecero diventare nazioni le colonie. Ma una colonia è creata come organismo di dominazione estera su popolazioni diverse che debbono essere controllate e sfruttate in ugual maniera. Trasformata in nazione, l’ex colonia rimane un coacervo di disuguaglianze etniche, linguistiche, culturali, religiose, dunque un’entità discorde in sé stessa, che può essere mantenuta soltanto con la forza. Non è un caso che nella quasi totalità di questi nuovi stati, si siano instaurate delle dittature particolarmente repressive e sanguinarie, basti ricordare i nomi di Amin in Uganda, Mobutu nello Zaire, Gheddafi in Libia, Bokassa nel Centroafrica, Menghistu in Etiopia.

La reazione a tanti tirannelli non poteva essere che la guerriglia dei diversi gruppi etnici contro il governo centrale, magari appoggiata e foraggiata dalle grandi potenze: USA e URSS. In più, gli stessi dittatori cercando una gloria personale o dei diversivi all’instabilità interna hanno scatenato conflitti, i nomi sono tanti: Congo, Biafra, Angola, Ruanda, Somalia, Darfur, per citare i più rilevanti.

L’ultima manifestazione dell’instabilità africana è la migrazione di massa. Milioni di persone premono per trasferirsi in Europa. Coinvolta in pieno è l’Italia come ponte di passaggio tra le coste africane ed europee del mar Mediterraneo. Questa però è una migrazione incontrollata e nella quasi totalità clandestina, che crea molti problemi, sia nella fase di transito attraverso il mare che nella fase di stazionamento e distribuzione sul territorio nazionale, e le vittime nella prima fase sono davvero troppe.

Siamo ormai abituati all’inerzia ed inefficienza dell’Unione Europea, ma se nelle torpide aule di Strasburgo e Bruxelles nascesse un barlume di buon senso, si potrebbe pensare che la migrazione, generalmente motivata con la fuga da guerre e guerriglie in corso, o dalla cattiva situazione alimentare, non dipenda del tutto da tali cause. In Africa vi furono carestie e guerre ben più pesanti di quelle attuali, basti pensare alla secessione del Biafra dalla Nigeria, alle stragi in Ruanda o alla lunga siccità e fame in Etiopia. Nessuna fuga delle popolazioni avvenne allora, perché invece adesso ?

Il compito di scoprirlo dovrebbe toccare alle “intelligences” dei paesi europei, chiedendo informazioni anche ai missionari cristiani che da sempre sono a contatto con gli africani. Certamente si troverebbe che qualcuno o qualcosa sta facendo propaganda interessata presso le popolazioni africane per indurle a lasciare la loro terra. Questa entità malefica fornisce anche gli scarsi mezzi per attraversare il deserto del Sahara, e le precarie imbar-cazioni che dalla costa della Libia tentano il varco del Mediterraneo. Chi c’è sotto?

Stanno cominciando ad affiorare alcuni dubbi: i gommoni stracarichi di africani, a volte veicoli di morte, sono tutti marcati made in PRC, venduti e diretti a qualcuno che in Libia deve solo gonfiarli e caricarli di merce umana. Di recente nella cinesizzata Prato in Toscana sono stati arrestati individui coinvolti nella tratta degli africani. C’è dunque un coinvolgimento di organismi commerciali e finanziari cinesi nella questione?

Il fine ultimo di tali lobbies potrebbe essere allungare le mani sull’Africa, impadronirsi delle sue risorse e stabilire un egemonia sia commerciale che politica, a tutto discapito dell’ Europa. Il sintomo più chiaro è l’adozione al posto del dollaro della valuta cinese, lo Yuan, come moneta di scambio internazionale in diversi paesi africani: Ghana, isole Mauritius, Zambia, Nigeria, Sudafrica, Zimbabwe, Kenya. Se però si facesse finalmente chiarezza, un modo di risoluzione ci sarebbe. L’ Europa, svegliandosi dal suo letargo, unendosi veramente, dovrebbe intervenire d’autorità in Africa. Occupare con la forza le disastrate ex colonie, cacciare i dittatori, stabilire un’amministrazione congiunta europea-africana, e soprattutto ridisegnare da zero i confini delle etnie, delle lingue, delle circoscrizioni, in vista di una nuova nazione federale su due continenti, l’ Eurafrica. In tale iniziativa potrebbe essere utilmente coinvolta anche la Russia, in vista di una pacificazione e normalizzazione dei rapporti.

Questo potrebbe sembrare un revival del colonialismo, ma porterebbe alla vera soluzione del problema dell’ Africa, continente che ha più che mai bisogno di aiuti d’ogni genere. L’Africa produttrice di materie prime potrà avere le proprie grandi fattorie, cooperative, industrie, gestite insieme all’ Europa, e progredire materialmente senza dover esiliare la propria popolazione. L’Europa avrà a sua volta immensi vantaggi con i prodotti africani portati sui suoi mercati, e non avrà più bisogno di erigere “muri”.

La libertà vera dell’ Africa insomma, è anche la libertà nostra. Il controllo sulle etnie e le politiche africane farà finalmente finire l’epoca dei conflitti e dei totalitarismi. Non è un utopia, è il più grande intervento umanitario e cristiano della storia.
Ma intanto ?
I numerosi africani già arrivati in Italia e qui bloccati, non riuscendo a raggiungere gli altri paesi europei causa chiusure e divieti, vengono ospitati e mantenuti in strutture pubbliche ma anche private, a volte requisite dalle autorità. Ma come si vede ogni anno che passa, l’italia è soggetta a terremoti, alluvioni ed altre calamità. Gli africani potrebbero essere organizzati in modo da essere in grado di dare una mano agli alluvionati ed ai terremotati, che altrimenti non potrebbero rimediare ai guasti con le loro sole forze. Sarebbe il giusto contraccambio in lavoro per l’ospitalità, e sarebbe il modo migliore per far apprezzare dalla popolazione italiana questa gente straniera che spesso viene presa per intrusi e malviventi. Ecco il primo, molto più facile ed ovvio intervento cristiano-umanitario di scambio Europa-Africa. 


 

04 dicembre 2017

Intervista con la prof.ssa Anna Bono sul caso Zimbabwe


di Daniele Barale

Dopo 37 anni di dittatura, il dittatore dello Zimbabwe, Mugabe è stato destituito da un golpe militare, prima che potesse passare lo scettro alla moglie Grace. Il dittatore era al potere dal 1980.
Potere che ininterrottamente ha tenuto fino ad oggi, nel nome della lotta a un colonialismo che non c'era/non c’è; con il quale ha distrutto l'economia del suo paese, ha espropriato le terre dei proprietari terrieri bianchi.

Per approfondire meglio questi fatti di cronaca, si è contattato la professoressa Anna Bono, autorevole africanista e docente di Storia e Istituzioni dell'Africa presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Torino.

1) Cosa sta succedendo in Zimbabwe? Il colpo di stato da chi è stato ordito?

Il 15 novembre l’esercito ha preso il controllo del paese sostenendo di voler perseguire i “criminali autori di crimini”, responsabili delle difficoltà economiche e sociali che affliggono la popolazione. L’azione militare – ha spiegato il capo dei veterani della guerra d’indipendenza Chris Mutsvangwa nel dare appoggio all’iniziativa – “era necessaria a salvare uno stato che si trova sull’orlo di un abisso; questa è la fine di un capitolo molto doloroso e triste della storia di una nazione giovane in cui un presidente, invecchiato, si è arreso alla banda di ladri che circondano sua moglie”. Il presidente in questione è Robert Mugabe, 93 anni, al potere da 37, le cui deliranti politiche economiche hanno ridotto il paese alla bancarotta, accusato a ragione e ripetutamente di gravi violazioni dei diritti umani.
Di fatto l’intervento militare – non un colpo di stato, insistono i portavoce dell’esercito – è l’ultimo atto di una crisi politica nata all’interno del partito di governo, lo Zanu-PF, dallo scontro tra chi vuole come successore del presidente Mugabe la moglie Grace e chi invece sostiene l’ex vice presidente Emmerson Mnangagwa. Proprio l’improvvisa destituzione di quest’ultimo, chiaro segno che Mugabe asseconda le mire della moglie, ha fatto precipitare la situazione dall’esito tuttora incerto dal momento che l’anziano dittatore sta tentando con ogni mezzo di restare in carica.

2) C'entra la Cina, che ormai da anni sta "comprandosi letteralmente” l'Africa?

La Cina come altri stati, tra cui la Gran Bretagna di cui lo Zimbabwe è stato una colonia, si inserisce nella crisi schierata con l’ex vicepresidente Emmerson Mnangagwa e quindi con i militari e i leader politici che stanno tentando di mettere fine all’era di Mugabe. Pochi giorni prima dell’intervento militare Mnangagwa si era recato in Cina per colloqui, evidentemente per assicurarsi il sostegno del suo più importante partner commerciale. Come è noto Pechino, uno dei maggiori partner economici del continente africano, secondo soltanto all’Unione Europea, ha sempre sostenuto Mugabe economicamente e militarmente. Ma più che la perdita dell’alleanza cinese, il presidente sconta quella dei veterani dell’indipendenza, i militari finora fedeli che per decenni per lui hanno razziato, ucciso, torturato, minacciato i suoi avversari e chiunque ardisse contrastarlo. Sono loro che nel 2000 hanno occupato le grandi proprietà terriere confiscate con il pretesto di una riforma agraria, uccidendo i farmer bianchi che resistevano all’esproprio.

3) Per quale motivo le istituzioni internazionali, come il Parlamento Europeo, l’ONU, le grandi agenzie stampa, non denunciano tale espansione?

L’espansione cinese in Africa è frutto di accordi tra Pechino e vari governi africani. Ovviamente gli organismi internazionali non hanno facoltà di interferire in rapporti di partnership economica e politica tra stati sovrani. Si può denunciare il cattivo uso che gli africani fanno delle loro immense risorse naturali, e si fa in effetti, si può auspicare che adottino politiche economiche più responsabili. Per indurli a farlo uno strumento potrebbe essere la sospensione degli aiuti di cooperazione allo sviluppo e i contributi finanziari in genere. Ci sono stati africani, ad esempio il Burundi e il Malawi, i cui bilanci dipendono addirittura per circa il 40% da contributi finanziari forniti dalla cooperazione internazionale, in gran parte messi a disposizione dai paesi occidentali. Ma la tendenza è invece a incrementare gli aiuti come dimostrano ad esempio le recenti decisioni dell’Unione Europea.

4) Quali soluzioni per arginare tali problemi?

Se e dove gli accordi tra la Cina e uno stato africano risultano in un danno per l’economia di quel paese spetta al suo governo e ai suoi cittadini rimediare rinegoziando o sospendendo la partnership. Ma le leadership africane sono in gran parte, notoriamente, poco attente agli interessi nazionali, piuttosto orientate a servirsi del controllo sulle istituzioni politiche per fini e interessi privati, con il favore di un clima di corruzione dilagante. Tanti sono gli esempi: dalla Nigeria, dove miliardi di dollari guadagnati vendendo il petrolio, di cui il paese è primo produttore continentale, non vengono depositati nelle casse dello stato, al Sudan del sud, indipendente dal 2011 e devastato dal 2013 da una guerra civile che ne ha vanificato le prospettive di sviluppo, anche in questo caso fondate sullo sfruttamento di ricchi giacimenti di petrolio. È improbabile almeno nel breve periodo un “ravvedimento” dei governi africani

https://labaionetta.blogspot.it/2017/11/conversazione-al-fronte-intervista-con.html



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30 luglio 2017

Immigrazione. Ecco perchè svuotano l'Africa


di Piero Laporta

Non restare qui a fare fare lo schiavo! I miei poveri mezzi, [si sono rivelati] utili a rimpatriare migranti in Africa, più della costosa macchina da guerra del ministro Marco Minniti.
Grazie a me, infatti, è rimpatriato un nigeriano; il cento per cento in più di quanto abbia realizzato il Viminale.

Da tempo, ogni volta che un africano mi chiede l’elemosina offro una moneta, utile a rompere il ghiaccio, per poi indagarne le motivazioni che lo condussero qui.
Richard, chiamiamolo così, lo incontrai agli inizi di quest’anno, davanti a un Carrefour; portava all’auto il carrello pieno, per scaricarlo e ricavarne la moneta che vi avevo inserito. Rimase alquanto sorpreso quando gli detti un altro euro e fu dunque facile attaccare bottone.

Il nome tradiva l’origine cristiana. Non mi sorprese. Al contrario di quanto si va dicendo, moltissimi immigrati sono cristiani. Richard fu scolaro in una missione protestante; parla un ottimo inglese; avrebbe voluto studiare medicina ma la Nigeria non dà un futuro ai giovani nigeriani da molti anni, come l’Italia d’altronde.

La Cina occupa la Nigeria, con le armi e con le sue imprese. Costruiscono strade, palazzi, stadi, centri commerciali; tutto di pessima qualità. Nel calcestruzzo e nelle massicciate stradali mettono sabbia di mare; dopo poco tempo le strade si spaccano, le costruzioni pericolano. Non se ne danno pensiero: riprendono negli stessi punti e allo stesso modo; a costoro si direbbe importi più che altro occupare permanentemente. I costi di manodopera? Zero o quasi: essi impiegano schiavi importati dalle carceri cinesi. Quando costretti a impiegare manodopera locale, i nigeriani più fortunati guadagnano un dollaro per una giornata di lavoro di dodici, quattordici persino diciotto ore. Gli accordi col governo nigeriano prevedono anche massicce importazioni di manufatti cinesi. In questo modo il costo del lavoro è crollato e le produzioni locali pure. Mentre la Cina si irradiava, di pari passo i terroristi di Boko Aram si sono frazionati e annacquati. Coincidenze?

L’analisi di Richard è spietata. Manca tuttavia un importante dettaglio.
Perché sei venuto qui? Gli chiedo. Egli in effetti parla molto della Nigeria ma poco o nulla di sé, di che cosa lo convinse a venire qui. Forse ha difficoltà a fronteggiare un bilancio personale fallimentare. Poco dopo ammette che in Nigeria stava meglio e non era mai stato costretto a chiedere l’elemosina.

Insisto. Perché sei venuto qui? «Mi hanno promesso che in Italia sarei stato bene. Avrei avuto una casa, per poter studiare e lavorare. Sono venuti a dircelo casa per casa, specialmente nei quartieri cristiani. Ti fanno vedere le immagini della televisione e tutto sembra bello.»
Perché siete quasi tutti maschi? Non sa rispondermi e tuttavia mi sorprende col costo del trasporto dalla Nigeria in Italia, per quanto è basso: in totale 1500 euro. Prezzi stracciati, neppure un terzo di quanto richiesto fino a cinque anni fa. I trafficanti sono diventati caritatevoli? Chi paga la differenza? Come viene ammortizzata?

Richard comincia a capire ed è visibilmente scosso. È solo il nostro primo incontro e non voglio calcare la mano. Investirò altre monete nelle settimane successive, anche se non mi piace Carrefour.
All’incontro successivo sono andato giù di piatto. Richard sai perché sei venuto qui? Per fare lo schiavo e la marionetta. Siamo abbastanza in confidenza, non di meno temo un cazzotto. Mi ascolta invece con attenzione.

Un tempo noi andavamo a prendere gli schiavi. Ora essi vengono da soli, anzi pagano per venire.
Qui non troverai mai un lavoro decente, lo hai già capito. L’Italia da tempo non può assicurare neppure agli italiani quanto fu promesso da chi ti spinse qui.
Devi tuttavia domandarti perché le organizzazioni premono per distaccare i giovani maschi nigeriani dalla loro patria. Quanto è successo a te non accade solo in Nigeria.
Mali, Costa d’Avorio, Camerun, Congo, Repubblica Centro Africana, Tanzania, Etipia, Sudan, Libia… ovunque vi siano intereressi francesi e tedeschi, vi è la Cina con le sue industrie, le sue imprese e i suoi armati, che fa di voi le sue marionette. Da quei paesi martoriati partono, incoraggiati, imbrogliati come lo sei stato tu, giovani maschi alla volta dell’Italia.

Gli interessi franco germanici convivono con l’occupazione cinese. Che cosa significa? C’è indubbiamente un accordo strategico tra Parigi, Berlino e Pechino. I cinesi assicurano il saccheggio delle materie prime a prezzi convenienti per tedeschi e francesi. Quest’ultimi garantiscono l’appoggio internazinale all’operazione.
Hanno però un problema: devono controllare la pressione sociale, il dissenso. L’unica strada è allontanare i giovani maschi, specialmente i giovani cristiani e istruiti, evitare che lo sfruttamento si scontri con un’opposizione autoctona.
Vedi, i nostri nemici, i nemici dell’Italia sono Francia e Germania. Il tuo nemico è la Cina, gli schiavisti cinesi.
Richard annuì, visibilmente scosso.
Dopo quelle prime discussioni, ho avuto altri interessanti scambi con Richard e altri suoi sfortunati compagni di sventura, impegnati a elemosinare perché le caritatevoli organizzazioni dell’accoglienza cattosinistra li derubano.
Circa un mese fa, a conclusione della conversazione, Richard mi ha sorpreso:«I came back to fight Cina». Torno per combattere la Cina.
Ci siamo abbracciati. Gli ho lasciato un contributo più consistente, un investimento su un alleato, dopo tutto un alleato contro nemici mortali: Cina, Germania e Francia.
Buona fortuna, Richard!

http://www.pierolaporta.it/ho-convinto-un-nigeriano-a-non-restare-qui-a-fare-lo-schiavo/

 

02 giugno 2017

I Vescovi della Costa d’Avorio condannano la Massoneria

di Enrico Maria Romano
 
Da quando il cardinal Ratzinger dichiarò che il giudizio della Chiesa sulla Massoneria non era punto variato, e rimaneva di contrarietà, sono passati molti anni, anzi decenni. Era infatti il 1983, e il giudizio di colui che sarebbe diventato Pontefice, era occasionato dalla promulgazione del nuovo Codice di diritto canonico, da parte di Giovanni Paolo II. Nel nuovo Codice infatti, per ragioni redazionali, non era esplicita la disapprovazione della massoneria, come lo era nel Codice più antico, promulgato da Benedetto XV nel 1917.

Dal 1983 ad oggi, fatta salva qualche dichiarazione di singoli prelati, non c’è mai stata una nuova e motivata riaffermazione della incompatibilità tra Chiesa e Loggia. E ciò non stupisce. Poiché nella Chiesa, a partire almeno dal Concilio Vaticano II (1962-1965), si è fatto strada un clima di ecumenismo, dialogo interreligioso, apertura al mondo contemporaneo, approvazione della laicità dello Stato e attenzione ai segni tempi, tutti valori sinteticamente e alquanto riduttivamente letti nel senso della non-condanna di nulla e di nessuno per principio.

Proprio per ciò va salutata come rara e coraggiosa la chiara disapprovazione espressa alcuni giorni fa, esattamente il 21 maggio, dalla Conferenza episcopale della Costa d’Avorio a riguardo della massoneria e delle sette affini. I presuli africani costatano che “molti cristiani per ignoranza, curiosità o desiderio di ascesa sociale si lasciano sedurre dalle teorie sviluppate da queste società segrete (…). Tra questi movimenti esoterici, la Massoneria merita che venga fatta chiarezza sull’amalgama che viene fatto circa la sua compatibilità con la fede cattolica”.

I vescovi precisano che il prossimo gennaio del 2018 in occasione della Assemblea episcopale sarà pubblicata una lettera pastorale più ampia e precisa sulla questione della Massoneria. Intanto, i presuli ricordano, a scanso di equivoci e con un linguaggio fattosi rarissimo, che “la posizione della Chiesa sulla Massoneria è stata chiara nell’intero corso della storia. La Chiesa ha condannato in modo pressoché immediato ogni forma di massoneria”.

Taluni, in ambito cattolico, tendono a distinguere una massoneria cattiva, in quanto atea e anticristiana, identificata soprattutto con le logge anticlericali francesi, e in una certa misura anche spagnole e italiane. E una massoneria buona, o almeno compatibile con la fede, che coinciderebbe con la massoneria deista e filo-cristiana, di tradizione americana e anglosassone. I vescovi della Costa d’Avorio, rigorosamente, si oppongono a questi distinguo, validi semmai nella vita pratica, ma in nessun modo in teoria. Infatti, aggiungono i presuli, “i loro principi, ovvero i principi delle variegate massonerie mondiali, sono sempre stati considerati come inconciliabili con la dottrina della Chiesa”.
In nome della prassi, in nome della pastorale, in nome di tutto e del suo contrario, una buona parte di teologi e pastori d’Occidente, vorrebbe cambiare i principi del matrimonio cristiano per venire incontro alla mentalità di oggi, ignorando bellamente la dottrina, ossia l’insegnamento del Vangelo. Il papa nero, cioè il superiore generale dei gesuiti, in una intervista di poche settimane fa, ha bellamente dichiarato che la parola “dottrina” non gli piace, anche perché nessuno aveva un registratore per registrare esattamente cosa Gesù ha detto, circa il matrimonio e più in generale sui temi che dividono…

Se siamo arrivati a tanto, e nessuno ha ripreso il preposito generale della Compagnia di Gesù, che guida decine di migliaia di sacerdoti nel mondo, si capisce meglio il valore oggettivo e universale della presente dichiarazione anti-massonica.

I vescovi non hanno paura di ledere i presunti diritti di alcuni battezzati del loro paese e dichiarano così che i massoni, se non pentiti ovviamente, non possono né ricevere la comunione né avere il funerale ecclesiastico. Di più, per i vescovi l’anima della filosofia massonica è il relativismo, e il concetto di Grande Architetto dell’universo è in realtà “un contenitore vuoto”. Secondo tanti teologi invece esso era né più né meno che il Dio cristiano, rivelato da Gesù. Stessa distanza tra fede e cattolica e massoneria si registra sulla figura di Cristo, venerato dai cristiani come redentore e dai massoni al massimo stimato come figura etica d’eccezione, e sull’idea stessa di salvezza, svuotata nelle logge.

I prelati concludono con alcuni appelli sentiti e toccanti rivolti partitamente ai giovani, agli uomini di cultura, ai responsabili parrocchiali, al clero e ai seminaristi. La richiesta è per tutti chiara e netta: bisogna rompere con la massoneria e denunciarne l’intrinseca opposizione al cristianesimo. Anche perché, come scrivono i successori degli apostoli, “a che serve all’uomo guadagnare il mondo intero se poi perde la propria anima? (Mc 8,36)”.


Per approfondire: "No ai funerali in chiesa per il capo della massoneria della Costa d'Avorio", paese dove molti ministri sono apertamente massoni.

Per approfondire: "L'Africa spartita fra logge francesi e americane"
 

03 giugno 2016

Il principe dei martiri africani: San Carlo Lwanga


di Alfredo Incollingo

L'Africa è un continente cattolico. Potrebbe sembrare la classica affermazione eurocentrica o l'esplicita esaltazione del passato coloniale. Non si tratta di rivangare un trascorso non molto lontano, ma è edificante ricordare l'impegno della Chiesa Cattolica nel ridare speranza a quelle Nazioni e nel lenire le loro sofferenze.
Spesso si accusa la Chiesa di non far nulla per aiutare politicamente ed economicamente il continente africano; la si biasima di far troppo poco o di essere addirittura connivente con  i regimi dittatoriali del continente. Gli accusatori sono gli stessi che fanno affari d'oro con i tiranni locali o che giustificano lo sfruttamento assassino in virtù di un umanitarismo spicciolo.
Chi sono i veri responsabili di questo scempio? Deve la Chiesa addossarsi le responsabilità altrui? La Chiesa da decenni è attiva nel continente che più di tutti è fedele alla tradizione cattolica. Le centinaia di migliaia di missionari hanno fondato scuole, ospedali e i tanti servizi che oggi alleviano il disagio africano. Come non ricordare l'impegno di San Daniele Comboni e dei suoi missionari nel proteggere le popolazioni indigene dagli schiavisti?
E' probabile che l'occidente scarichi su altri le proprie mancanze, sulla Chiesa, l'unica che seriamente ha “fatto” qualcosa per il continente africano.
I martiri che hanno perso la vita in odio della propria fede sono migliaia, ancora oggi,  e nel loro sangue sono cresciuti i milioni di cattolici che in questi tempi di confusione ci ammoniscono nel rimanere fedeli al Vangelo di Cristo. San Carlo Lwanga pagò con la vita il suo impegno evangelico. I “martiri dell'Uganda” furono alcuni fra i tanti cristiani vittime della repressione del potere, quel potere tirannico che ancora oggi attanaglia le nazioni africane.
San Carlo si convertì al cattolicesimo dopo aver conosciuto i Padri Bianchi del cardinale Charles Lavigerie, missionari impegnati nel territorio ugandese da diversi anni e ben accetti inizialmente dalla corte reale. Dopo la scomparsa di Joseph Mukasa, un altro martire del continente nero, divenne “prefetto della sala reale”, scalando la gerarchia burocratica vicina al sovrano. Nel palazzo reale continuò l'intensa attività evangelica dei suoi predecessori che gli costarono l'inimicizia dei capi tribù e di alcuni consiglieri del re Mwanga II, il quale obbligava i suoi paggi a soddisfare i suoi desideri (omo)sessuali. In questa situazione San Carlo, oltre a rifiutare le continue avances reali, difese coloro che fuggivano dalle incessanti richieste di Mwanga.
L'ostinazione di Lwanga accentuò il malcontento della corte verso i cristiani, cattolici e anglicani, che fu causa di una terribile e breve persecuzione. Il santo fu arrestato con altri trenta compagni e arso vivo il 3 giugno 1886.
Fu beatificato il 6 giugno da Papa Benedetto XV e canonizzato da Paolo VI durante il suo viaggio nel continente africano nel 1969 insieme ai suoi fratelli di martirio.

 

02 novembre 2014

Il gender tra Africa e ONU


di  don Mauro

Sabato 4 ottobre, vigilia della concertata ed osteggiata veglia nazionale delle Sentinelle in Piedi, a Brescia si è tenuta una giornata di studio e formazione sul tema della famiglia, promossa e ospitata dalla curia diocesana, molto attiva e coraggiosa su simili tematiche. Nell'intensa giornata si sono succeduti una decina di interventi dei quali mi propongo dare una breve sintesi in questo e in successivi articoli. Partiamo con un po' di sommario. Argomenti affrontati: l'evoluzione storico-culturale-politica dell'ideologia del gender; la dittatura del gender in un contesto di scontro di civiltà, particolarmente nel contrasto tra esportazione culturale europea e resistenza tradizionale africana; aggiornamento della situazione giuridica quale luogo e mezzo di ulteriore diffusione e imposizione dell'ideologia; ultimi studi neuroscientifici sull'importanza del rapporto madre-figlio fin dal periodo della gestazione; recensione critica circa lo status questionis delle ricerche sul benessere o malessere dei bambini adottati da coppie omosessuali. Relatori, nell'ordine: Marguerite Peeters, card. Robert Sarah, Giancarlo Cerrelli, Massimo Gandolfini, Roberto Marchesini. Tralascio di dire dei video relativi ad altre micro-questioni, contributi complementari e via dicendo (su tutti la promozione del caso Bruce Brenda David, già recensito su Campari).

Non dirò pressoché nulla sul l'intervento di Cerrelli, perché non abbisogna di particolari commenti, trattandosi di un elenco eloquente dell'incalzante moltiplicarsi di leggi a favore delle cause omosessualiste (non le definisco "cause omosessuali" in quanto molti omosessuali non vi si riconoscono), spesso connotato da forzature procedurali puntualmente pubblicizzate da agenzie di comunicazione tendenziose. Rimando poi ad altra sede la recensione degli interventi di Gandolfini e Marchesini, in quanto il contenuto degli interventi è confluito in un bel testo della "biblioteca della Manif" che converrà riprendere per intero altrove.

Parliamo qui delle lezioni offerte da Peeters e Sarah.

L'intervento del card. Robert Sarah, fisicamente assente per impegni dell'ultima ora in Vaticano, è stato relazionato dal suo segretario, mons Tejado. A fronte delle recenti polemiche sul cosiddetto razzismo kasperiano, torna utile uno sguardo sul discorso di Sarah, che verte attorno a due questioni fondamentali. La prima riguarda il bagaglio culturale africano e il portato valoriale di quel continente, spesso filtrato dagli europei attraverso pregiudizi che ne snaturano il senso profondo. Attraverso una serie di esempi relativi alle molte e diversificate tribù africane, il relatore ha mostrato come si conservi nella coscienza nera il senso dell'unicità e dell'indissolubilità matrimoniale. Cominciando dal primo carattere, a dispetto di pratiche poligame sovente diffuse e ovviamente discutibili, va notato come il privilegio della prima moglie non è misconosciuto, a lei si devono infatti onori unici, particolarmente nell'ambito paradigmatico della dote matrimoniale o delle onoranze funebri, con cui si afferma lo status giuridico-culturale di amanti per tutte le successive compagne dell'uomo di casa. D'altra parte si danno riti sponsali altamente simbolici in cui si dichiara plasticamente l'indissolubilità, ad esempio tramite riti natural-religiosi imperniati sull'uso della noce di cola, frutto tipico dell'Africa occidentale il cui guscio, un tutt'uno dato da due parti 'cementate' tra loro, illustra il valore del coniugio. La seconda questione sollevata è più incisiva, perché consiste in un j'accuse lanciato a noi europei, esportatori della teoria del gender, descritta dal prelato come una lotta contro le determinazioni antropologiche e teologiche scritte nella nostra natura, processo con cui si istituzionalizzano convincimenti psicologici e orientamenti antinomici alla concezione sessuale tradizionale. Il che si configura come una imposizione dell'ONU a danni della cultura africana, che sente l'omosessualità come un non-sense rispetto alla matrimonialità, e ritiene dunque oltraggioso il volerla imporre. La problematica si riassume dunque in un quesito: l'omosessualità porterà qualcosa di buono al matrimonio? Evidentemente no. Inoltre l'Africa deve difendersi dall'influsso di simili gruppi anche perché essi autorizzano la morte di bambini, anziani e handicappati. Per concludere il card. Sarah ha illustrato la differenza tra le agenzie ideologiche che portano oggi la decadenza europea in Africa, e invece i missionari che hanno portato il Vangelo!

Limite dell'intervento di Sarah è stata l'assenza del conferenziere, sì da rendere impossibile approfondire temi di peso, per lo più solo accennati nella relazione, e peraltro calibrati su un registro testimoniale più che documentale. Testimonianza personale e incisività argomentativa sono state fuor di dubbio le note dell'intervento di Marguerite Peeters, esperta e critica internazionale delle problematiche della gender theory, cui è approdata ormai vent'anni fa, quando, ancora giovane giornalista, si è trovata coinvolta un po' casualmente tra le reporter al Congresso ONU di Il Cairo e di Pechino, e da allora si è specializzata quale studiosa delle politiche familiari globali, evidentemente volte a modificare lo stato reale della realtà al fine di imporre modelli che strumentalizzano e snaturano donna, bambino, famiglia e vita. Veniamo ai contenuti della conferenza.

Si parte da un appello, appello a reagire alla pressione culturale e politica che sta investendo tutto l'occidente, ma anche gli altri continenti affatto digiuni della nostra storia e dei nostri problemi. Per reagire serve però anzitutto conoscenza, conoscere la storia che sta dietro all'attuale moda omosessualista e antifamilista. Anzitutto bisogna riconoscere che il gender non è un progetto esclusivamente omosessuale, ha invece due interpretazioni: quella femminista radicale e quella omosessuale. Le donne per prime hanno negato l'identità filiale, materna e coniugale loro propria, di conseguenza si è venuti a dire che l'identità maschile e femminile nella loro complementarietà allo stesso modo sarebbero costruzioni sociali che si opporrebbero all'uguaglianza dei cittadini, da qui l'imperativo: le concezioni tradizionali vanno smontate con ogni mezzo, sia esso educativo, giuridico, culturale. Su questa duplice radice, femminista ed omosessualista, si snoda la seconda considerazione: riconoscere che la medesima governance familiare presiede alle iniziative di tutela del gender e pure a quelle che aboliscono la donna come persona e la sostituiscono con un essere individualista, nella promozione spinta di politiche anticoncezionali e abortiste. Proprio per il fatto che la donna ha perso il suo ruolo, per questo suo non essere più femminile né accogliente, ma volta alla ricerca di potere e conflitto con l'altro sesso, si assiste oggi a un aumento del numero di omosessuali nella società contemporanea. Un terzo punto si è soffermato sullo sviluppo storico-culturale dell'ideologia imperante: dal deismo alla Butler, da Rousseau che riteneva l'istituzione paterna nociva all'egualitarismo sociale alla tecnocrazia di ispirazione nicciana. In quarto ed ultimo luogo la Peeters ha portato l'attenzione su quelle che sono le odierne linee politiche e culturali della governance mondiale, evidentemente ritagliate sulle classiche strategie massoniche della ambiguità terminologica e delle dietrologie dell'ombra. Si vede nella nascita e diffusione del termine 'gender', che inizialmente poteva essere interpretato variamente: si trattava solo di una nuova promozione delle quote rosa? In realtà no, bensì l'ONU voleva fornire una nuova etica al mondo globale; e donde si sarebbe attinta tale etica? Dal contesto culturale del post-guerra fredda, nel contesto della caduta del muro e dello sdoganamento di aborto e divorzio già avviato. E più in generale si vede nella sistematica diffusione di un nuovo linguaggio che veicoli questa stessa etica, un linguaggio diffusivo che viene importato ormai in ogni continente: governance, consensus, partnership, democrazia partecipativa. E ancora, si assumono come campi di cooperazione internazionale i problemi di fame, ecologia e sessualità, pretendendo si siano superati i vecchi problemi relativi all'opposizione degli schieramenti politici, per tuffarsi nella nuova proposta dei temi etici, da trattare - si promette - in modo neutro, e in realtà pilotati attraverso neo-lingue ambigue, opache e insidiose. Infine si riconosce esserci una governance che guida tale procedere, dove per governance si intende un sistema in equilibrio tra società civile e settore privato, tra governo e altre istituzioni mediane, in un meticciamento che sposta l'asse dalla verticalità gerarchica all'influenza orizzontale delle ONG, per un gioco fittizio nel quale di fatto le ONG finiscono col dettare l'agenda politica degli Stati (praticamente come sta avvenendo con Re.a.d.y. in Italia). Fin qui la Peeters, che però non ci ha dato soluzioni, se non quella preliminare, urgente e per nulla scontata di formarsi una coscienza critica e un sapere adeguato alla materia e ai tempi. Prossimamente Marchesini e Gandolfini.

 

18 luglio 2014

“O si esporta decoro o si importa degrado”

di Marco Crevani
Questa regola, che forse appare un po’ drastica, è quella che mi riecheggia l’osservare l'invasione senza limiti. Ripeto, e sottolineo: OSSERVARE; non sto infatti  trascorrendo le ferie in qualche campo profughi, come i nostri tiranni vorrebbero che facessero (questo, non altro!) tutti i "bravi cattolici": le castagne dal fuoco io non gliele levo! Se devo essere "solidale" lo faccio lontano dai riflettori  e dal mainstream. Chi ha passato un po’ della sua vita con un pugno di giovani africani armati…di giratubi e filiere a vincere con la gente della savana la sfida dell’acqua potabile, non ha bisogno dei falsi moralisti guerci per capire la vastità del problema e delle soluzioni…CHE SONO TUTTE IN AFRICA. Nel 1993 rientravo da due anni di volontariato in Africa e come un pugno nello stomaco ritrovavo per strada file di donne africane: non coi secchi vuoti in attesa dell'acqua, ma con gli occhi vuoti, sotto chili di trucco, ad aspettare "clienti"…

Non mi veniva e non mi viene in mente altro se non lo stile del volontario: conoscere i problemi delle persone, cercare insieme soluzioni, ridare dignità e speranza. Il problema non è "la mancata integrazione nella nostra società": i problemi nascono tutti, logicamente, dove è partita la tratta. Penose formule stracotte: "Ormai sono qui !" "Vengono da situazioni allucinanti", "I viaggi della speranza". Rosari irresponsabili che si traducono in tragedie crescenti. Quasi  che il mondo sia "vivibile"… solo a casa nostra. E questo come lo chiamamo se non razzismo? Il mondo è l'intero pianeta, tutti devono poter vivere dignitosamente dove sono nati, e se gli va di viaggiare, farlo per scelta e non perché costretti o illusi di andare a "star meglio". Io in Africa, accanto a miserie indicibili ho respirato SPERANZA: con investimenti pari a un mese di operazione “Mare Nostrum” si tira avanti vent’anni  garantendo a centomila persone acqua pulita, agricoltura migliorata, vaccinazioni e sanità di base, con tutto il lavoro indotto e la formazione al contorno. Speranza… perfino quella della donna che, non avendo altro, per far crescere meglio il bimbo che ha in grembo inghiotte terra ricca di sali minerali: povertà estrema? Certo, ma infinitamente più ricca di chi potrebbe dare il meglio a suo figlio e lo elimina inghiottendo un sofisticato prodotto di sintesi dell’industria farmaceutica, o del mondo che rivendica l’opportunità di farlo a pezzettini, quel bimbo, per coltivarci pezzi di ricambio in favore di corpi destinati a perire.

La drastica regola enunciata all’inizio appare evidente se, guardandoci intorno, ci riconosciamo per quello che siamo, una civiltà al tramonto. Le civiltà in crescita, infatti, creano ed esportano architetture, stili di vita, lingue, culture. Le civiltà al tramonto non esportano che beni di lusso, sempre più “di nicchia”, importano stili di vita estranei e raccogliticci insieme a masse umane necessarie a mantenere popolazioni vecchie, fragili, amareggiate del presente e impaurite del futuro, un processo involutivo che nella paura e nei piccoli egoismi personali, più o meno giustificati, non scommette più su famiglia e figli e dalla crescente solitudine trova nuovi motivi di paura e di amarezza. Anche la lingua, la cultura non è più quella di un popolo, diventa una giustapposizione di convenzioni in ambiti sempre meno comunicabili (“i saperi”?). E’ sintomatico incontrare luoghi di raduno ben definiti e distinti. In alcuni ambiti di svago si sente parlare solo ispano-americano, in certe aree, nelle ore “morte” delle badanti, ti senti come a Lvov o a Bucarest e non parliamo delle stazioni nelle ore di imbarco/sbarco di ambulanti senegalesi o, peggio, prostitute nigeriane. Queste persone stanno integrando la loro cultura con la nostra? Sta nascendo qualcosa di fecondo ? O non stanno chiudendosi in un  ghetto senza mura,  magari i loro figli in una baby gang “etnica”? Non parliamo delle banlieues dove pochi anni fa grazie a predicatori rappers i cui nonni pascolavano greggi algerine,  piccoli proletari mezzo islamici e mezzo nichilisti si divertivano a bruciare le Renault dei superstiti sessantenni discendenti di Carlo Martello che ancora non si servono alla macelleria “halal”.

O si esporta decoro, o si importa degrado. Mi spiace, ma non vedo vie di mezzo. O si genera lavoro, serio, e si fanno crescere anche altri mercati, altre società, con le loro culture, i loro stili, la dignità comune a ogni essere umano, o si importano per ogni lavoratore (al posto dei nostri ragazzi viziati, sottraendo cervelli e braccia allo sviluppo delle loro terre) almeno dieci disperati che sognano di stare comunque meglio. Non avremo mai una buona legge sull’immigrazione né una buona legge sulla cooperazione allo sviluppo, finché queste leggi non saranno una sola.

Non voglio però unirmi al coro impotente degli sfiduciati e degli impauriti. Io credo ancora nell’ "esportare decoro", valori, dignità, benessere, ma solo chi ha riferimenti certi lo può fare. Chi vede già al di là della fine dell’Impero, e non ci piange su, ma immagina cosa verrà dopo, e comincia a costruirlo. Al di là della fine dell'Impero…come S. Agostino. Morì durante l’assedio dei Vandali alla sua Ippona, ma costruì un mondo nuovo, per la sua Ippona, per i Vandali, per la Chiesa. Sì: l'import-export di decoro e valori lo facciamo solo sulle orme dei santi, Vangelo alla mano.