23 gennaio 2020

Severino e il cristianesimo. Un confronto sul filo dell'eternità


di Francesco Mastromatteo
Con Emanuele Severino scompare uno dei più originali esponenti della cultura contemporanea, in particolare della filosofia. Allievo di Gustavo Bontadini, a sua volta cresciuto alla scuola neoidealistica di Giovanni Gentile, seppur riapprodato alla metafisica classica, negli anni ’50 Severino cominciò ad andare in rotta con le posizioni della Chiesa e quindi della Cattolica dove insegnava: la sua visione “neoparmenidea” dell’eternità di tutti gli essenti entrava inevitabilmente in contrasto con la dottrina tomista. Ma più che di uno scontro, si trattò di separazione consensuale: un addio non traumatico, di cui il filosofo bresciano attestò sempre con estrema onestà intellettuale le profonde ragioni filosofiche, senza far mai venire meno il rispetto per la fede e l’istituzione ecclesiastica.
Chi vorrebbe peraltro riscontrare nel pensiero o negli scritti di Severino, così come nei suoi discorsi, la virulenza faziosa e povera di contenuti di certo laicismo alla moda, resterebbe deluso: era anzi sempre fortemente sottolineata l’estrema considerazione per il cristianesimo, il “rimedio” al “terrore del divenire”, secondo Severino, fatto proprio dalle masse occidentali per millenni, mentre il rimedio filosofico (l’”episteme”, ovvero la verità certa e incontrovertibile) era ed è un rimedio d’élite. Un ritorno al Mito, a differenza di quello prefilosofico però dotato di una potenza concettuale senza pari, di cui Severino anzi lamentava la progressiva “de-ellenizzazione”, ovvero la riduzione a “pensiero debole” relativista e depotenziato della sua struttura metafisica. Una fede, per il pensatore scomparso a quasi 91 anni, destinata a tramontare assieme al marxismo e al capitalismo per essere soppiantata dal rimedio scientifico-tecnologico, il più radicalmente coerente con la logica greca del divenire, ovvero l’uscire dal nulla e il rientrarvi di tutte le cose.
Vivere per l’uomo al suo apparire nella storia, secondo Severino è flettere il proprio ambiente. Dunque c’è una prima forma di terrore per la barriera: si vive solo se si flettono le barriere. Questa opera di frazionamento non è una cosa pensabile solo in astratto; il pensiero mitico raccoglie un’ampia serie di racconti, nei quali il mondo esiste solo se un dio è smembrato: solo se c’è questo sacrificio del dio può cominciare ad esistere il mondo. Lo smembramento del dio corrisponde a ciò che egli chiamava “flessione dell’inflessibile”. Si trovano queste tracce nei miti del Medio ed Estremo Oriente, dell’Egitto (Osiride), della Grecia (Dioniso). Tutti dèi che con il loro smembramento rendono possibile la vita dell’uomo.
Ma nella nostra cultura c’è l’esempio più significativo: il sacrificio di Cristo. “Eritis sicut dii”, sarete come dei, se mangerete il frutto proibito, dice il Serpente nell’Eden. Cosa vuol dire essere come dio? Vuol dire occupare il suo posto, detronizzarlo, spartire con lui un regno in cui lui prima era il padrone. Allora il “mangiare il frutto” ha un significato profondo: se mangiando il frutto che è stato proibito si è come Dio, anche qui abbiamo l’esempio di un tentativo di smembramento che va a finir male, perché Dio lo punisce. La vicenda cristologica, che si riflette nel Mistero eucaristico, sana la ferita del momento originario veterotestamentario, quello in cui il Serpente tenta l’uomo. Sarà Cristo, stavolta per iniziativa divina, attraverso il suo sacrificio a salvare l’uomo e rinnovare il mondo. E’ vero che quando Cristo compare il mondo c’è già, ma il mondo con quel sacrificio rinasce e viene rifondato. Una lettura del significato profondo e originale del cristianesimo, che forse però avrebbe bisogno di confrontarsi più approfonditamente con l’aspetto che lo distingue dal Mito propriamente detto: la dimensione storica, non metaforica ma reale, dell’incarnazione e della resurrezione.
«Da quando la Chiesa ed io ci siamo trovati d'accordo nel riconoscere l'essenziale inconciliabilità delle nostre due posizioni, tale accordo non è venuto più meno. Rimane tuttavia la possibilità che, sottratto all'alienazione da cui è avvolta la storia dell'uomo, qualche tratto del cristianesimo si costituisca, nello sguardo del "destino", come un problema autentico», così concludeva Severino, amico e “rivale” di tante dispute di pensatori cattolici come Giovanni Reale, in una delle ultime interviste. Si può forse trovare una via “cristiana” al “severinianesimo”? O forse Severino, concedendo tanto al cristianesimo, rivalutava ulteriormente, più di quanto non ammettesse, le radici della sua esperienza filosofica? Qualsiasi sia la risposta, ora appartiene certamente all’Eternità.

 

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