di Francesco Mastromatteo
“Il momento lo aveva sentito. Ma lo aveva sentito a modo suo, cioè solo di pelle, perché sotto la pelle aveva ben poco. L'insperata elezione al soglio e gli osanna della folla avevano fatto il resto. Più sensibile di tutti gli altri uomini di curia, egli lo era anche alla popolarità, suggestionabile al massimo, e – diciamo il vero – di poca testa. Aveva ragione quando affermava che tante cose erano stato dette come se fossero uscite dalla sua bocca. Ma lui, lasciandole dire, le aveva fatte sue senza prevederne le conseguenze, e n’era rimasto prigioniero. Senza dubbio, da parte dei liberali, c’era stato tutto un gioco – mezzo consapevole, mezzo no – per attribuirgli intendimenti che non erano suoi. Ma questo gioco egli lo aveva secondato, o per lo meno non lo aveva impedito: o perché d’impedirlo non aveva la forza, o perché non lo aveva compreso, o forse per entrambi i motivi. Sia intellettualmente che moralmente, il suo livello era modesto. Raccogliendo applausi, impartendo benedizioni, giocando a biliardo e distribuendo battute scherzose aveva messo in moto, da malaccorto apprendista stregone, delle cose molto più grandi di lui. E quando se ne accorse, era troppo tardi”.
Così descrive il Pontefice Indro Montanelli nella sua “Storia
d’Italia”. Ovviamente non il regnante, che lo scomparso giornalista non ha
fatto in tempo a conoscere, ma il beato Pio IX. Al netto di alcuni poco
lusinghieri (e immeritati) epiteti, Montanelli descrive bene la parabola
storica di Papa Mastai Ferretti: eletto come candidato “moderato”, divenuto ben
presto l’idolo dei liberali italiani per le sue aperture in campo politico,
divenne la loro bestia nera allorché si rifiutò di benedire la guerra contro
l’Austria cattolica. E così il papa che sembrava dover passare alla storia come
quello più progressista e legato ai “segni dei tempi”, è divenuto quello del
Syllabo, del “non expedit”, del dogma dell’infallibilità pontificia.
I paragoni storici sono sempre indebiti, lo sappiamo. Ma quando
vengono fatti alla luce della teologia della storia, “sub specie aeternitatis”,
certi parallelismi non possono essere casuali. E’ impressionante vedere come –
mutatis mutandis – l’entusiasmo delle folle e dei media per Papa Francesco
ricordino molto le aspettative dei liberali ottocenteschi. Questa volta non
sono l’unità nazionale o le riforme politiche ad essere invocate con la
benedizione papale, ma la comunione ai divorziati risposati, e perché no, anche
lo sdoganamento morale delle unioni omosessuali, ovvero la negazione alla
radice della morale cristiana e del Catechismo. Dopo mezzo secolo di confusione
sulla dottrina ecclesiologica, liturgica e sociale, con la prassi che si fa
continuamente beffe dei pronunciamenti e dei documenti ufficiali (peraltro non
privi di ambiguità), manca solo questo e lo sfascio sarebbe completo. Se
dovesse passare l’assunto che i concubini possono accedere ai sacramenti anche
senza pentirsi e cambiare vita, anche solo nei fatti se non ufficialmente,
“dostojevskianamente”, diventerebbe tutto lecito.
E’ ormai inutile opporsi alla marea di zuccherosa quanto
insopportabile retorica buonista e progressista che ogni giorno cerca a tutti i
costi di fare di Papa Bergoglio un santino del peggior ciarpame laicista, omosessualista,
e anche, stando a certi recenti sproloqui televisivi, che vorrebbero la Chiesa “trasparente” solo a
partire dal pontificato di Bergoglio, giustizialista: l’unica parola di
chiarezza, a questo punto, potrebbe e dovrebbe venire dal soglio petrino.
L’unico a confermare o smentire potrebbe e dovrebbe essere l’interessato,
mettendo a tacere una volta per tutte i laudatores interessati o – Dio non
voglia – dando loro ragione.
Il sinodo sulla famiglia è iniziato sotto i peggiori auspici, come
sembrerebbe a voler considerare le quotidiane, deliranti esternazioni del
cardinale Kasper. Ma le dichiarazioni dell’inqualificabile porporato, assicurano i
soliti normalisti, non riflettono il pensiero di Papa Francesco. Vogliamo
sperarlo, anzi diciamo che ne siamo convinti, certo è che non solo Kasper è
stato messo al suo posto dallo stesso Francesco, ma nessuno, finora, si è
incaricato di smentirlo quando afferma di essere sulla linea del Pontefice,
contro quei cattivoni dei conservatori. Lo Spirito Santo vigila, ci assicurano
i fautori dell’irenistica teologia dell’ovvio: ma la barca di Pietro, ci
verrebbe da dire facendo il verso per una volta ai sostenitori del “Noi siamo
Chiesa”, cammina, anzi naviga grazie alle braccia degli uomini: laici, ma
soprattutto consacrati. I vescovi in particolare e massimamente il vescovo di
Roma, vicario di Cristo e successore di Pietro. E se i capitani non indicano
una rotta chiara, non mettono a tacere gli ammutinati, cosa potranno mai fare i
marinai semplici?
Il dado è tratto e per quanto ci riguarda, possiamo solo pregare.
Santità, - e speriamo che lei non prenda male questo nostro auspicio – la
nostra preghiera è solo una: le auguriamo di diventare il nuovo Pio IX.
Pubblicato il 07 ottobre 2014

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