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28 dicembre 2018

Socci e Ferrara. Lite fra innamorati


Dagospia cannibalizza la lite su twitter (con noi incolpevoli detonatori). La spiegazione però è un’altra: c’è un’amicizia (spirituale) a rischio. Niente di più serio. Tornare ai temi “alti” agevolerebbe la pace: più sangue, Logos (e uova), meno Renzi & Salvini. Gli auguri di Natale a due preziosissimi outsider.

di Valerio Pece
Antonio Socci e Giuliano Ferrara, per anni campioni di un cattolicesimo fiero e attraente, litigano su Twitter. Dagospia spiattella la lite online invitando a “gustarla” (neanche fossero cristiani e leoni al Colosseo) ma non può spiegarla. In realtà quella tra i due giornalisti è chiaramente un bisticcio tra chi si è molto stimato, ammirato, sedotto. Una scenata tra innamorati, ecco cosa è stato. Solo in quest’ottica va letto lo “scazzo” (così lo definisce il sito di D’Agostino). Proviamo a spiegarci. Era il 2007 quando Socci spendeva per l’elefantino parole oggi impensabili: «un cavaliere medievale», «un animo nobile, generoso e intimamente umile», «solo lui potrebbe tranquillamente – da domattina – fare il direttore del Corriere della Sera o tenere un popolare show televisivo o fare il ministro o scrivere un saggio filosofico». Ferrara, da parte sua, iniziava la sua sacrosanta battaglia contro la banalizzazione dell’aborto (ad oggi il suo momento migliore) sull’onda di un potente libro-inchiesta del giornalista toscano: “Il genocidio censurato” (Piemme, 2006). Se è vero che molta acqua è passata sotto i ponti, è vero anche che un passato fatto di ardenti battaglie comuni, di lacrime e sangue, di uova prese addosso, non può certo dimenticarsi così, all’improvviso.

Proprio il video linkato nel tweet che ha scatenato la lite (video da “gustare”, questo sì, e innocentemente postato da chi scrive) mostra plasticamente quanto andiamo dicendo, ovvero un sodalizio culturale raro e prezioso. Ospite di Ferrara a Otto e Mezzo, Socci parla di Padre Pio, del Grande Inquisitore, della Vergine Maria. E in studio scatta la magia. Sono minuti ancora assaporabili su youtube; e proprio il ricordo della loro bellezza e verità («non male il soccino» si lascia scappare Ferrara nel suo tweet) e – più ancora – il ricordo di un’amicizia spirituale che ha il sapore di un paridise lost, ha innescato le scomposte reazioni seguite (fino alla deflagrazione ferrariana #eorabastarotturedicoglioni). Tutto ciò molto ben al di là della coloritura politica utilizzata - come copertura - dai due. Per essere ancora più chiari, la nostra convinzione (rapsodica e bislacca quanto si vuole) è che, pur citandoli, Socci e Ferrara non stessero litigando né per Bergoglio, né per Salvini.

Eppure in molti rimasero affascinati dal modo con cui l’elefantino si prendeva gioco di certa finta laicità, tanto che il Foglio era diventato il giornale di riferimento per molti cattolici, mentre – molto incuriosita – la Chiesa meno clericale strizzava l’occhio all’intellettuale ‘tendenza Chesterton’: dal Cardinal Ruini a padre Raniero Cantalamessa al direttore di Radio Maria padre Livio Fanzaga.
In comune Socci e Ferrara – oltre a Ratzinger-Benedetto XVI – avevano però anche la dura intolleranza dei più. Se i libri di Socci vendevano come il pane e il coraggio brioso di Ferrara era goduto e spalleggiato da più d’un Movimento ecclesiale (Salvatore Martinez nel 2007 lo invitò alla Convocazione nazionale del Rinnovamento nello Spirito; la simpatia per l’elefantino da parte di CL – adiuvante l’operazione di Luigi Amicone “Fratello Embrione, sorella verità” – era cosa nota; perfino la leader dei Focolari, Maria Voce, in un’intervistaa Tempi confidò a chi scrive che tra i tanti omaggi per la scomparsa di Chiara Lubich, l’articolo di Ferrara era stato «uno dei più apprezzati» dal popolo focolarino) ci si chiedeva come mai la maggioranza del mondo ecclesiale avesse così paura di dialogare con loro. Ecco ancora – chiarissimo – un altro tratto condiviso che oggi spiega certe scintille: il sentirsi “tollerati”, quando non rifiutati tout-court, dal principale interlocutore. Socci, da cristiano, già a inizio carriera veniva sottoposto a “inquisizione” per aver osato criticare Giuseppe Lazzati (seguirono altri boicottaggi, a iniziare dalla chiusura di Excalibur, trasmissione Rai da lui condotta). Ferrara, da laico, non è stato ritenuto degno di entrare nel Cortile dei Gentili né di salire sulla “Cattedra dei non credenti” del duomo di Milano (che pure corteggiava i Cacciari e gli Eco). A
Bucarest il cardinal Ravasi, nell’atto di definire con una lectio magistralis chi sono gli atei “degni” del Cortile dei Gentili, affermò: «Il loro impegno (di Cioran e Ionesco, ndr) è sincero e, a differenza di certi atei devoti, non ha connotazioni di altro genere, insalivate con altri sapori di tono politico o sociale». Ovvero, come sparare sull’elefantino senza nominarlo.

Ma se queste potrebbero anche considerarsi medaglie al merito, impantanarsi ieri sul “Royal baby”-Matteo Renzi e oggi sul “truce” (così Ferrara bolla Matteo Salvini), cioè sulla politica nuda e cruda, su qualcosa di infinitamente più modesto rispetto ai temi che avevano innervato il “suo” Foglio, rimane un mistero grande. Specie se – perché lo Spirito soffia davvero dove vuole – si è stati un tramite per elevare tanti alla grandezza del Logos (come avvenuto, ad esempio, per Giovanni Lindo Ferretti, ex leader del gruppo punk CCCP, che ad un Ferrara lestissimo nel bloccarlo confessava il ruolo giocato da questi nella sua conversione a Cristo; ancora su Otto e mezzo, dal min. 6) «Strappare dal cuore delle persone Cristo significa gettare l’uomo nella disperazione», ricorda Antonio Socci. E la dolente citazione di Ernest Renan è la chiave per capire l’inconfessata (e ricambiata, l’abbiamo visto) infatuazione di Ferrara per lo scrittore senese, che come un Virgilio ha portato l’elefantino davanti alla bellezza del Mistero. Avrebbe poi dovuto intervenire la virtù personale, cooperando con la Grazia, ma qualcosa è andato storto (siamo chiaramente in campo teologico, che è lì che si gioca la partita).

Mettendosi sinceramente a nudo, lo stesso Ferrara si confessava così: «Noi laici [..] siamo fragorosi e impudichi, se facciamo una battaglia di idee è sui giornali che nasce, sui giornali che muore; [..] ci rispecchiamo in categorie obsolete come vittoria o sconfitta, consumiamo le nostre vite senza tempo per osservarle, senza tempo per scrutare nel profondo quelle degli altri, senza tempo per viaggiare nel mistero dei carismi personali, del carisma di una chiesa, nel carisma di un popolo». ..Il punto è che invece servirebbe proprio tutto questo. Niente di meno. Non l’ultimo arrivato, bensì Gregorio Magno – che evangelizzò gli Angli e i Sassoni, che scrisse la Regula Pastoralis (il più grande trattato di spiritualità medievale), a cui dobbiamo la “messa gregoriana” – parlava di sé come “servus servorum Dei”, servo dei servi di Dio. Indicando l’umiltà come “ars artium”, l’arte delle arti. Bisogna saper scegliere quella che in morale si chiama l’“opzione fondamentale”. Tutto qui.
Certo, non è necessario essere “cattivi” per cedere alla rabbia, basta essere particolarmente preoccupati o stanchi. Nulla, dunque, è mai perduto. Come scrive Paolo agli Efesini, basta non far tramontare il sole sopra la nostra ira. Il tempo dirà se i due animosi, genialoidi, esagerati (ma a noi cari) intellettuali saranno in grado di far pace e di ricordarsi che i nemici, se ci sono, sono altri. É Natale, glielo auguriamo di cuore.


 

22 novembre 2018

Il segreto di Benedetto è già un caso editoriale

Non c'è che dire, Antonio Socci ha colto ancora una volta nel segno. È bastato che pubblicasse un link sulla sua pagina riguardo il suo nuovo libro, "Il segreto di Benedetto XVI - Perché è ancora Papa", per finire in testa alle classifiche di Amazon, dove al momento in cui si scrive è attorno al ventesimo posto dei libri più venduti e ovviamente primo nelle sotto categorie relative alla religione. Ciò vuol dire che in poco più di ventiquattro ore sono stato comprate decine di migliaia di copie.
Il problema è che il libro di per sé non è nemmeno uscito, perché sarà disponibile solo dal 27 novembre, quindi è stato comprato sulla fiducia.
Ancora una volta il grande pubblico è oltremodo interessato dall'ipotesi che Benedetto sia ancora Papa e i fedeli continuano a chiedersi i perché delle dimissioni e quali siano i risvolti teologici di quella scelta. Difficilmente, lo diciamo per chi suggestionato sta già gonfiando le narici gridando alle Vedove ratzingeriane, nessuno vuole stare qui a rimettere sul trono un dimissionario, ma almeno capirci qualcosa in ciò che è successo cinque anni fa, quello si.

Vedremo se il libro è solo un blockbuster ben riuscito o spiegherà qualcosa di nuovo.
Riportiamo nel frattempo la sinossi e il link:
Il segreto di Benedetto XVI - Perché è ancora Papa
La Chiesa attraversa la più grave crisi della sua storia, secondo tanti osservatori. Si ripropongono sempre più le domande su ciò che è davvero accaduto nel 2013 con la sorprendente “rinuncia” di Benedetto xvi, la sua decisione di restare “papa emerito” e la convivenza di due papi.perché Benedetto xvi era diventato un segno di contraddizione? cosa stava accadendo a livello geopolitico? chi caldeggiava una “rivoluzione” dentro la chiesa cattolica? e il papa si è veramente dimesso?sono le domande a cui cerca di rispondere Antonio Socci attraverso i fatti, i gesti e le parole di Benedetto xvi in questi sei anni, scoprendo, come in un appassionante thriller, che egli in realtà è rimasto papa, con conseguenze ancora inesplorate. In questa avvincente e documentata inchiesta si cerca di capire cosa sta succedendo in Vaticano, ma soprattutto si indaga sulla misteriosa missione a cui Benedetto xvi si è sentito chiamato, per la Chiesa e per il mondo. L'autore ipotizza che possano esserci anche eventi soprannaturali all'origine della sua scelta. C'è poi da decifrare un'antica profezia che riguarda Benedetto xvi e c'è infine una nuova rivelazione che arriva da Fatima. Che non riguarda solo la Chiesa, ma il mondo intero.
 

04 settembre 2017

Fattoria vaticana: di conclavi, uova, galline e asini


di Mattia Spanò

Stabilito che è nato prima l’uovo, cerchiamo di risalire all’identità della gallina. Che poi, vale ricordare, è quella che canta.
L’uovo. Il dibattito sulla legittimità dell’elezione di papa Francesco lo si deve soprattutto ad Antonio Socci con la pubblicazione del libro “Non è Francesco”. Ha risposto Don Francesco Cupello su Unavox. In questi giorni anche Guido Ferro Canale scrive sulla vicenda. Naturalmente i contributi e i riferimenti sono assai più numerosi, quello di Ferro Canale è appena l’ultimo. In nuce: l’elezione di Jorge Mario Bergoglio sarebbe illegittima perché compromessa da numerosi vizi di forma (la vicenda della scheda in più alla penultima votazione) e di sostanza, come le infelici battute del Cardinale Daneels sulla cosiddetta “mafia di Sangallo” che avrebbe brigato a sostegno del cardinale argentino. Tiriamo dritto sulla terrificante scelta lessicale del porporato e diciamo che alcuni concordano con l’ipotesi, altri dissentono.
La gallina. Com’è noto anche senza frequentare le pagine del diritto canonico, i cardinali partecipanti al Conclave sono vincolati al segreto più assoluto circa qualunque aspetto dell’elezione di un Romano Pontefice. Il canone sancito dalla Universi Dominici Gregis è adamantino. Se i signori cardinali chiusi nella Sistina osservano il canone o giocano a briscola nessuno, e dico: nessuno, al di fuori degli interessati dovrebbe mai, e dico: mai, venirlo a sapere. Ripeto: nessuno, mai. Stante ciò i signori cardinali dovrebbero tapparsi la bocca, “essere come i morti”, cosa che a quanto pare non è. Si costituisce così un grave smarrimento apicale del sensus ecclesiae.
Il canto. Se l’elezione del 266° Pontefice è valida, un certo novero di intellettuali cattolici sta strologando a vanvera. L’ottimo Socci non dovrebbe avere alcun elemento per scrivere quello che scrive sul Conclave. Chi lo attacca non potrebbe avere alcun elemento per contestarlo nel merito (casomai sul metodo). Poiché nessuno dei duellanti è stato parte in causa all’ultimo conclave, nessuno deve poter riportare fatti o congetture. Se però Socci ed altri possiedono questi elementi segue naturalmente che il cardinal Suocera, duramente provato da una settimana scarsa di clausura all’interno delle mura leonine per l’elezione del successore di Pietro, esce e raglia come un asino. E questo è male.
Se l’elezione è invalida, abbiamo un papa eletto con criteri da bocciofila Arci, cioè ricattabile, debole, spurio. Un papa che, duole dirlo, non è un papa. Il che ha conseguenze spaventose sia per il Pontefice regnante che per i successivi che per l’intero corpo ecclesiale. Tra le righe, com’è possibile che centoventi principi della Chiesa non siano in grado di rispettare un regolamento così semplice e cristallino? Che fretta c’era ad eleggere il papa la sera del 13 invece della mattina del 14? Avevano giocato le quote su BWin come un Buffon qualsiasi? Ma stiamo scherzando?
Fa male prendere atto che un certo novero di cardinali – tra i quali in potenza il prossimo papa e certamente l’attuale – sia come le donnette che sferruzzavano sotto la ghigliottina: pettegole, spietate, allusive, maligne, insulse.
Se l’elezione di Bergoglio è valida, cui prodest alimentare questi dibattiti comareschi? Perché Socci, o chi per lui, immagina e scrive queste balle sesquipedali? Se invece Socci non sta fantasticando ma riporta cose che conosce, perché gli sono state dette (vere o meno che siano)? Se al contrario l’elezione è invalida e lorsignori lo sanno, il non far nulla per rimediare è doppiamente asinesco. Se è invalida e non fanno nulla per rimediare in vista di ripetere simile abominio ai conclavi prossimi venturi, tre volte asinesco.
A margine non sfuggirà che un papa è chiamato, fra le altre incombenze, a nominare cardinali e vescovi. Un papa illegittimo, cioè malamente eletto con criteri che molto poco hanno da spartire con il soffio dello Spirito, nominerà giocoforza principi e vescovi altrettanto illegittimi, il che rompe la continuità apostolica. E poi: se un cardinale si lascia andare a chiacchiere da bar sull’elezione del papa, perché un prete di campagna dovrebbe mantenere il riserbo sui peccati che gli espongo in confessionale?
Non voglio farla più tragica di quanto sia ridicola. In fondo, crediamo che il Padreterno sia leggermente Onnipotente. Tuttavia, cari cardinali comari, delle due l’una: o serrate le vostre lingue marce fra le vostre labbra livide – almeno qualche giorno nella vita, non fa male – oppure si abolisca l’elezione del papa. Si tiri a sorte, come per il santo di cui usurpo indegnamente il nome quando prese posto fra gli apostoli. Almeno noi cristiani della comune specie sapremmo con certezza che nella sorte c’è la mano di Dio: buono o cattivo che sia il Pontefice è dunque voluto da Dio e da Lui solo, non dai vostri traballanti umanissimi spergiuri.



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05 febbraio 2016

"La profezia finale" di Antonio Socci


di Giovanni Donini

Questo ultimo libro di Antonio Socci è un accorato appello al Pontefice affinché, in questa ora funesta per la Chiesa cattolica e per il mondo intero, dissipi l’incertezza e prenda una posizione chiara, ferma e decisa non sui “temi caldi” – i quali cambiano temperatura ogni volta che apre bocca un giornalista – ma proprio sulla dottrina cattolica. Può sembrare assurdo che al Papa venga rivolta una richiesta del genere, poiché lo scopo preciso del papato è di essere la roccia ferma e ultimo appello non solo per la purezza dottrinale, ma anche per la coscienza stessa del credente; ma è sotto gli occhi di tutti che questo pontificato non brilla per chiarezza espositiva o per rigore dottrinale.

Il libro è diviso in due parti; nella prima si passano in rassegna alcune delle diverse apparizioni mariane avvenute dal 1830 ad oggi, non solo in Europa ma anche in Brasile e in Ruanda, le quali rappresentano una concentrazione di messaggi senza precedenti nella storia della cattolicità, cosa questa che l’autore – e anche chi scrive – interpreta come il segno che siamo in tempi davvero molto importanti (per usare un eufemismo) per il destino del mondo e dell’umanità intera. Infatti Socci fa riferimento ad una “terza guerra mondiale”, condotta “ad episodi”, per usare le stesse parole del pontefice (il quale nel libro è sempre riconosciuto come tale, ndA), parole a cui però non seguono dei fatti degni di nota da parte del Papa.
La seconda parte dello scritto è infatti una lettera aperta a Sua Santità, nella quale parla il cuore di un uomo profondamente credente, che vorrebbe essere filialmente confortato nella sua fede dalle azioni e parole di chi dovrebbe “confermare i suoi fratelli” (Lc, 22, 32), ma che a livello pratico sta facendo delle scelte del tutto sbagliate. Ed è appunto questo il fine dell’intero libro di Socci: segnalare a Pontefice che molte delle sue azioni sono incomprensibili in un’ottica di fede, e che i suoi discorsi sono più che mai fumosi e poco chiari. La richiesta di chiarezza, del parlare “Sì sì, no no” evangelico tocca moltissimi punti del pontificato, che non intendo elencare, poiché sono presenti nella lettera, all’interno della quale sono spiegate tutte le perplessità di fronte a certi atti pontifici, senza mai scadere nella retorica o nella polemica sterile e fine a sé stessa.
Ed è una richiesta che personalmente faccio anche mia, come si è potuto notare dai post che ho pubblicato in passato, perché – per usare una frase non mia – in tempi di rivoluzione il problema peggiore è capire quale sia il proprio dovere. Ed è appunto a partire da questo smarrimento che faccio mia la supplica rivolta da Antonio Socci al Pontefice.
 

07 gennaio 2015

Un brindisi a Messori e uno al Papa


di  don Mauro

Carnieletto sulle colonne de Il Giornale annota: “Così, si invertono le parti: gli apologeti come Messori e Socci che sempre hanno difeso la Chiesa si trovano ora nella posizione di "antagonisti", attaccati da coloro che, smessi i panni di preti di strada, indossano ora le divise pontificie”.

Effettivamente la scena è curiosa. Vada per Socci, le cui modalità di esternazione molto decise possono lasciare infastiditi (purtroppo mi allego a tal gruppo), ma che dire di Messori? Che dire di vari altri studiosi, cattolici di vecchia data, di provata fedeltà e di qualificata scienza, che si trovano perplessi di fronte a svariate dichiarazioni e posizioni di Francesco? A difenderlo senza il minimo vacillare sembrerebbero rimasti giornalisti atei, gruppi LGBT, preti spretati, clero e movimenti dissidenti ed iper-progressisti, più  - e qui stipendio val ben la lode - le liste di impiegati nel sistema CEI (TV2000, Avvenire & co, Curie etc.).

Giustamente si faceva notare che questo novello corpo di guardie pontificie non s’erge a tutela del Papa, ma solo del loro amico Francesco, col che considero inutile ogni commento aggiuntivo.

Ma come interpretare tale bizzarra situazione nel suo complesso? Anzitutto con un poco d’ansia mi lascia pensieroso quello che sotto alcune prospettive sembrerebbe annunciarsi come scisma culturale di non poco rilievo. L’ansia raddoppia se penso che l’occasione - non la causa! - della spaccatura ha in qualche modo a che vedere con il Papa, cioè col simbolo di unità della Chiesa.

Poi con ironia penso a tanti apologeti che ieri ci rimisero la faccia per difendere Papa “Simplicio” dagli eccessivi attacchi galileiani, mentre oggi sono fustigati con poca misericordia dai filo-galileiani d’antan (quelli che “bisognava proprio chiedere perdono per gli errori dei Papi d’un dì”). Davvero non si lotta per le glorie terrene, ché altrimenti un pizzico di eresia tornerebbe a maggior carriera per tutti.

Io, comunque vada, sto col Papa, unica garanzia, non dico di ascesa, ma di ripresa anche dopo eventuali tracolli. Ci sto con tanta umana perplessità quanto con religioso affetto. Ci sto ricordando la commovente telefonata di Francesco al primo che ebbe coraggio di contestarlo, Mario Palmaro. Ci sto, ripetendo con Benedetto XVI parole che questi fece sue, rubandole al beato Newman: “"Certamente se io dovessi portare la religione in un brindisi dopo un pranzo (…) allora io brinderei per il Papa. Ma prima per la coscienza e poi per il Papa", beninteso che "in questa affermazione, ‘coscienza’ non significa l’ultima obbligatorietà dell’intuizione soggettiva. È espressione dell’accessibilità e della forza vincolante della verità: in ciò si fonda il suo primato. Al Papa può essere dedicato il secondo brindisi, perché è compito suo esigere l’obbedienza nei confronti della verità".


 

09 ottobre 2014

Non è (solo) Antonio



di  don Mauro


Premessa: esto vir! 
Tento una lettura del nuovo fenomeno del momento, il presunto neo-sedevacantismo (che però somiglia di più a un sede-privazionismo con sostituto pronto per l’uso) di Antonio Socci. Quel che dirò è che il problema “non è Antonio”, e che anzi Antonio può stimolare la riflessione e il dibattito, purché lo si assuma a mo’ di ipotesi tutta da verificare/falsificare (un po’ come la teoria galileiana, che come ipotesi matematica conveniva d’essere ben accolta).Poi ci sarà qualcuno che mi conosce e che si arrabbia: ecco, don Marco è divenuto sedevacantista! Eh già, ci manca solo questo. Facciamo così, io non sono diventato nulla e non ho neppure ancora letto il libro, se però tra i lettori c’è qualcuno che ha paura di riflettere su ipotesi spinose e fin scandalose – tali quelle che seguono – chiuda la pagina. Punto.
Con gli altri si prosegue, cercando di maneggiare un po’ di ragione e un po’ di coraggio: esto vir!

La curiosità di Gamaliele 
A differenza di molti che si sono scandalizzati per questo libro, io non mi scandalizzo. Sarà perché mi diede più vivo scandalo la demolizione di secoli di Chiesa, Papato e tradizioni da parte di certi docenti in Seminario. Non solo: sono uno scriteriato che ama le provocazioni. E soprattutto: è anni che seguo la parabola di Socci.
Questa parabola è segnata da una escalation di titoli dall’interesse profetico. Le sue indagini su Medjugorie, Padre Pio, Fatima, intessute di profezie vecchie e nuove – da Guadalupe, a don Bosco, a san Giovanni Rotondo, passando per Portogallo e Bosnia – sulla crisi ecclesiale e l’imminente scadere dei misteri annunciati dalla Gospa.
Poi è capitato il fattaccio di Caterina e, se posso azzardare un’imprudente valutazione, chissà esso non fosse un tentativo di sottrarre Antonio dalle sue pruriginose ricerche – da parte di chi, non so -. 
Ora, a fronte di una pastorale pontificia che ha creato “perplessità” e “imbarazzo” in vastissimi spazi del mondo culturale cattolico, Antonio ha scelto – questa la mia lettura – di avallare le più imbarazzanti interpretazioni, imbarazzanti ma non implausibili alla luce di un profetismo sempre più marcante ed esasperato.
Ha fatto bene? Ha fatto male? 

Circa i toni, se mi è concesso, avrei chiesto più mitezza e silenzio, specie dalle colonne di Libero e dagli stati di Facebook. Circa il libro, non me ne dispiaccio. Non lo propongo al popolino, ma non me ne dispiaccio. Non lo consiglio nemmeno ai tradizionalisti emotivi e un po’ incazzati. Ma non me ne dispiaccio. 
Lo stesso Antonio poi, mentre cavalca – in attesa di smentita provata – la tesi dell’elezione fasulla (ché se poi ci si imbarca, ne sono convinto, è perché qualcuno ve lo ha nutritamente e confortatamente sospinto), si fa più mite circa la visione dei due papi.
E’ Socci per primo ad invitare alla prudenza in questo campo, prudenza che ripete alle pagine 238-239: “Credo che un minimo di distanza critica da tutto questo dovremmo conservarla […] Personalmente ritengo che le visioni della Emmerich sui “due Papi” siano troppo frammentarie e generiche per essere proiettate sul presente con assoluta sicurezza.[…] Ma soprattutto queste profezie sono tutte condizionate come quella biblica a Ninive, quindi la loro piena realizzazione non è scontata. (QUI) 

Che dire dunque di tanta impresa? Ne propongo una assimilazione individualistica ed utilitaristica: impara l’arte e mettila da parte. Leggere e sapere, ma non parlarne. Se sarà un flop, se si svelerà un mero assurdo, non lo ricorderà nessuno e non avremo fatto figuracce di sorta. Se c’avrà azzeccato anche solo un poco, se ci avrà dato strumenti per affrontare senza disperazione qualche possibile grosso grave evento ecclesiale – quale che sia -, perlomeno sapremo già come valutare i fatti e come porci rispetto ad essi. 
E’ in fondo il vecchio principio di Gamaliele: in mancanza di falsificazione data, e in presenza di profezie inquietanti ma non del tutto impossibili, laddove in fondo stanno volando solo parole e non si causano sommosse, restiamo a guardare in orante silenzio e meditiamo. Ci penserà il tempo a dirci se Antonio è stato Cassandra, Galileo, Gioele, Girolamo o Giordano.
 

06 ottobre 2014

"Non è Francesco", il nuovo libro di Antonio Socci


di Giovanni Donini

Scrivo questa recensione ad un libro che appena uscito risulta già controverso per molti, e non voglio assolutamente gettare benzina sul fuoco. Io, per svariati motivi personali, sono debitore all’autore, Antonio Socci, di molte cose, in primis del mio inizio di comprensione della fede. Rispetto la sua persona, e stavolta posso dire di rispettare le sue idee, ma di condividerle solo in parte. E chi mi conosce sa che questa è la prima volta che rispetto delle tesi che non condivido; anche questo mi rende in qualche modo nuovamente debitore nei suoi confronti.
 

29 agosto 2014

Socci vs Introvigne? Nessuno dei due convince

di Francesco Mastromatteo

Anche se il clima ferragostano avrà un po’ fatto passare in sordina la cosa, nel mondo cattolico italiano si è consumata una rottura che rischia seriamente di spaccare in modo netto e definitivo la cultura cattolica cosiddetta “conservatrice”; una rottura che peraltro è solo l’epilogo e la conseguenza di ben più profonde divisioni all’interno del cattolicesimo in generale.
 

28 aprile 2012

Ridateci la morte cattolica!

di Federico Catani
Non è bello fare critiche quando c'è di mezzo un morto. Eppure a volte diventa necessario. In questi pazzi tempi vanno di moda i funerali-show, forse perché in questo modo si crede di ricordare meglio il defunto e di mostrare maggior dolore e maggior amore verso il caro scomparso. Peccato che il tutto avvenga in contrasto con ogni norma della Chiesa e della sua liturgia. Se è vero, come è vero che la lex orandi esprime la lex credendi, allora è chiaro che di fronte alla spettacolarizzazione, alla banalizzazione e alla paganizzazione delle esequie cristiane, siamo di fronte a un'altra religione e alla distruzione della "morte cattolica". 

 

24 gennaio 2012

Su Castellucci Socci si sbaglia

di Federico Catani
Da sempre sono un estimatore di Antonio Socci. Custodisco con gelosia alcuni dei suoi libri, che ritengo essere dei piccoli gioielli. E benché il giornalista senese non sia un tradizionalista, gli vanno riconosciuti grande onestà intellettuale e grande coraggio per aver preso posizioni spesso scomode e che gli hanno attirato dure critiche. In fondo, questo è il prezzo da pagare se si vuole essere davvero liberi. Nonostante ciò, non sempre ovviamente sono d'accordo con lui.