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14 marzo 2018

Un discorso da fare

di Roberto De Albentiis
Nell’anno 2009 (sembrano passati non quasi dieci anni, ma un secolo) Mgr Brunero Gherardini, insigne esponente della scuola teologica romana venuto a mancare un anno fa, dava alle stampe il suo lavoro monografico “Concilio Ecumenico Vaticano II: un discorso da fare”, con cui si chiedeva a gran voce una revisione dei lavori di quell’assise, che ancora oggi, anzi oggi più che mai, discute, fa discutere, divide; non è rimasto molto di quell’appello, considerando anche l’abdicazione di Benedetto XVI, il primo Papa che pur timidamente, come era nel suo stile, aveva provato a superare l’ermeneutica della rottura con la Tradizione. Oggi dobbiamo invece fare un discorso a proposito di Papa Francesco.

Esattamente cinque anni fa il cardinale arcivescovo di Buenos Aires, Jorge Mario Bergoglio, gesuita di origini italiane, veniva eletto al soglio pontificio, ed esordiva con un cordiale “Buonasera” e una richiesta di preghiera per lui, richiesta che i fedeli assiepati a Piazza San Pietro esaudivano volentieri con un’Ave Maria; dalla prima sera e dai primi mesi, di curiosità, attese e speranza, siamo ormai arrivati al primo lustro, e possiamo stilare un bilancio su questo pontificato, per certi versi anomalo e inedito, per altri versi coerente, per quanto radicale, esplicazione dei sopra richiamati principi del Vaticano II, ovvero l’orizzontalismo e l’antropocentrismo.

Possiamo innanzitutto dire che Papa Francesco sia cattivo? No, non lo possiamo dopotutto dire di nessuno, men che meno di lui: ci appare come una persona alla fine semplice, e devota alla Madonna "(la sua prima visita è stata nella Basilica di Santa Maria Maggiore davanti all’icona della Salus Populi Romani, dove torna a rendere grazie ogni volta che rientra a Roma da un viaggio, e ha diffuso la devozione alla Madonna che scioglie i nodi e ha fissato la data di Maria Madre della Chiesa nel calendario Novus Ordo); possiamo però dire che il suo pontificato, anche al di là delle intenzioni, sia problematico? Con tanta tristezza ma, anche, decisione, purtroppo, chi scrive, dice di sì: questo è un pontificato problematico. Non voglio certo esagerare come fanno alcune deliranti pagine facebook, né credo che il vero Papa sia ancora Benedetto XVI: ma è purtroppo oggettivo e innegabile che questo pontificato abbia elementi controversi; lo scrivo con la tristezza nel cuore, perché comunque parlo del Papa, mio padre nella fede, ma lo scrivo anche con la libertà e la forza che mi è data dal battesimo e dalla cresima, e del resto il buon cattolico è papista, ma non papolatra. San Giuseppe Calasanzio e Sant’Alfonso Maria de Liguori soffrirono enormemente quando i Papi dell’epoca sciolsero le loro congregazioni, ma diedero esempio di amore eroico e filiale per il Vicario di Cristo; ma ciò non toglie che i pontefici coevi sbagliarono enormemente, e del resto veneriamo San Giuseppe e Sant’Alfonso come santi e non loro. Ancora, San Celestino V fu forse uno degli uomini più santi che cinsero la tiara, ma il suo breve e debole pontificato fu disastroso, anche perché era del tutto inadatto all’arte di governo, seppur della Chiesa.

Il problema di Francesco non è che si fa fotografare, che plaude agli incontri sportivi o che gioca con i bambini: queste cose le faceva anche Pio XII (ci sono video in cui assiste e applaude ad una partita di pallacanestro organizzata sul sagrato di San Pietro e in cui sorride a delle bambine romane che gli fanno il girotondo intorno), e spero nessuno lo voglia accusare di eresia; non è nemmeno certo spontaneismo, perché anche Papa Giovanni, Papa Giovanni Paolo e Papa Benedetto furono spontanei e parlarono a braccio. No, il problema di Papa Francesco è l’antropocentrismo orizzontale, è il sociologismo, è il ridurre tutte le problematiche all’immanente e al naturale; con lui, la Chiesa pare divenuta una grande ONG, una sorta di ONU cattolica, ma niente di più, e non si sentono più parole in difesa della verità, ma di un generico dialogo. E però, tutto ciò, ha origine nel Vaticano II, se non prima; quindi, se è vero che Papa Francesco a dispetto dei suoi predecessori si pone in maniera più sguaiata, “ignorante” (chi frequenta il vasto mondo di internet e di facebook sa cosa vuol dire questo “termine”, a volte, in maniera goliardica, neanche negativo), è pur vero che tutto ciò che di negativo c’è nel suo pontificato, ovvero l’orizzontalismo e l’umanesimo laico, hanno origine nei principi di dialogo e apertura alla modernità dell’ultima assise ecumenica della Chiesa.

Credo che i punti meno condivisibili di questo pontificato siano stati rappresentati dalla commemorazione congiunta della Riforma Luterana, dal perdurante silenzio sulla vicenda del bambino inglese Charlie, dalle ventilate ipotesi di ulteriore riforma liturgica che stravolgerebbero perfino il Novus Ordo; in quanto cattolico, queste cose sono quelle che più mi hanno ferito e addolorato. Dispiace molto parlare così del Papa, e però, almeno a mia (giovane) memoria, mai avevo sentito altri fedeli, semplici persone di parrocchia senza studi o curricula, essere addolorati, critici o dubbiosi su un pontificato; non parlo dei progressisti e dei modernisti contestatari, di cui non mi importa niente, non ritenendoli cattolici e che peraltro con Bergoglio hanno trovato il loro “uomo a Roma” (a prescindere poi se lo sia davvero), parlo tanto di semplici fedeli mai schieratisi come anche dei più osservanti, che negli anni caldi della contestazione a Paolo VI, San Giovanni Paolo II e Benedetto XVI si sono dovuti subire ogni genere di insulti per la loro fede cattolica, e ora si ritrovano il Papa arruolato dalle Clinton, dalle Bonino, dal mainstream liberale e modernista!

A cinque anni da questo pontificato, guardiamo in faccia la realtà, impietosa e negativa: le chiese, le piazze e i seminari sono sempre più vuote, le società e le legislazioni sempre meno cristiane, i giovani in larga parte sempre meno osservanti e affezionati (e no, non torneranno o verranno certo presentandogli una poltiglia insipida o giochi da dementi), i fedeli sempre più scoraggiati; non è un bel record, non è un bell’anniversario da festeggiare. Quando venne eletto, nel 2013, da giovane innamorato del Papa, figlio dei due grandi pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, esultai, dicendo che Pietro avrebbe parlato per bocca di Francesco, parafrasando i Padri di Efeso; cinque anni dopo, mi dispiace di cuore, e Dio solo sa quanto sia addolorato di ciò, non riesco a gioire.

Non tutto è negativo, chiaramente (personalmente ho molto apprezzato le sue recenti catechesi del mercoledì sulla Messa, di cui ha ribadito il carattere sacrificale, come ho anche apprezzato la sua devozione mariana e i suoi esempi personali concreti di andare incontro al prossimo, come quando ha abbracciato quel malato affetto da una patologia deformante in Piazza San Pietro), ma purtroppo gli aspetti negativi sono assai predominanti.

Preghiamo volentieri per il Papa, seguiamolo, dobbiamo volergli bene, ma, allo stesso tempo, rimaniamo saldi nella verità ortodossa della fede cattolica, e gentilmente ma fermamente resistiamo a qualsiasi tentativo di modifica o rottura, foss’anche fatto in buona fede o con buone parole; credo di esprimere il pensiero di molti: io voglio bene al Papa, prego sempre per lui, e mai parteciperei a Messe non una cum; ma lui, a me come a tanti altri fedeli, ci vuole bene? Vorremmo davvero che il Papa ci rafforzasse nella fede, e non nel dubbio, nell’inquietudine, nella commemorazione o nell’adozione di ciò che non capiamo o non vogliamo. Che il buon Dio benedica il Papa, e salvi la Chiesa!


 

30 novembre 2017

Le parole del Buddha offrono a ciascuno di noi una guida. Parola di Francesco.


di Giorgio Enrico Cavallo

«Le parole del Buddha offrono a ciascuno di noi una guida». C’è qualcosa di stranamente inquietante in questa breve affermazione; ed è che ad averla pronunciata sia stata non un intellettuale o un qualunque uomo della strada, bensì il pontefice regnante, durante il viaggio “apostolico” nell’ex Birmania. L’occasione era quella dell’incontro, il 29 novembre, con i monaci buddhisti riuniti nel supremo “Shanga”: ebbene, il lungo discorso è doppiamente inquietante perché, pur citando Buddha e i suoi insegnamenti, Bergoglio omette totalmente di pronunciare il nome di Cristo. In tutto il discorso il nome di Gesù non compare nemmeno una volta.
«Esprimo la mia stima per tutti coloro che in Myanmar vivono secondo le tradizioni religiose del Buddismo. Attraverso gli insegnamenti del Buddha, e la zelante testimonianza di così tanti monaci e monache, la gente di questa terra è stata formata ai valori della pazienza, della tolleranza e del rispetto della vita, come pure a una spiritualità attenta e profondamente rispettosa del nostro ambiente naturale. Come sappiamo, questi valori sono essenziali per uno sviluppo integrale della società, a partire dalla più piccola ma più essenziale unità, la famiglia, per estendersi poi alla rete di relazioni che ci pongono in stretta connessione, relazioni radicate nella cultura, nell’appartenenza etnica e nazionale, ma in ultima analisi radicate nell’appartenenza alla comune umanità. In una vera cultura dell’incontro, questi valori possono rafforzare le nostre comunità e aiutare a portare la luce tanto necessaria all’intera società».
Chi legge, immaginerà che dopo questo elogio del Buddhismo, Bergoglio abbia almeno illustrato i fondamenti della fede in Cristo. Invece, niente. Unici accenni all’universo cattolico li abbiamo con una citazione di San Francesco e un passo di San Paolo. Tutto lì. Si dirà che non era il luogo o il tempo opportuno per parlare di Cristo; sarà, ma quest’assenza del “datore di lavoro” di Francesco sorprende e delude; soprattutto, perché non è la prima volta che assistiamo a dimenticanze simili nei discorsi del pontefice regnante.
Si dirà che, in fondo, il pensiero cristiano e quello buddhista sono simili; lo si dice spesso, è vero, ma senza riflettere sulle infinite differenze tra quella che è essenzialmente una dottrina filosofica e quella che è una fede. Per i cattolici, l’unica fede. Sarà bene sfogliare le pagine del buon, vecchio Chesterton per schiarirsi le idee: «Il fatto che il buddhismo predichi la pietà e la moderazione non vuol dire che assomigli particolarmente al cristianesimo; significa soltanto che non è completamente diverso da tutta l’esistenza umana. In teoria, il buddhismo disapprova la crudeltà o l’eccesso perché tutti gli esseri umani sani di mente in teoria disapprovano la crudeltà o l’eccesso. Ma affermare che buddhismo e cristianesimo propongono la stessa filosofia in proposito è semplicemente falso. Tutta l’umanità concorda sul fatto che ciascuno di noi è impigliato in una rete da pesca tessuta di peccati. La maggior parte dell’umanità concorda che ci sia una via d’uscita. Ma, sulla natura della via d’uscita, non credo che ci siano due istituzioni nell’universo che si contraddicono a vicenda tanto apertamente quanto il buddhismo e il cristianesimo. [G.K. Chesterton, Ortodossia, Lindau, Torino, 2016, p. 202].
In questo pontificato assistiamo – con profondo rammarico – ad un continuo appiattimento dei livelli teologici, ad un continuo abbassamento di livello; il tutto, insieme a frasi certamente sfortunate, spesso fuori luogo, facilmente decontestualizzabili. Infatti, Repubblica ha solertemente “riassunto” il pensiero del papa come segue: «Il Myanmar è scosso dalle violenze perpetrate contro le minoranze etniche e religiose e l'argomento resta indirettamente presente in questo incontro. Buddisti e cristiani possono trovare questa strada comune nei propri padri o figure spirituali di riferimento, Buddha per i primi, san Francesco per i secondi. Due figure le cui parole esprimono "sentimenti simili"» (vedi qui). Il tutto, sotto il perfetto titolo: «Myanmar, il Papa con i buddisti: "San Francesco e Buddha sono le nostre guide, basta pregiudizi"». (Ovvio, di Cristo non c’era nemmeno un accenno…).
Insomma, in soldoni: il succo del discorso che è passato dai media è che Buddha è una guida anche per i cattolici e che, per inciso, l’altra guida è san Francesco. Gesù Cristo? Non pervenuto.



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20 luglio 2017

Adinolfi su Spadaro: la Chiesa non si schieri politicamente (dalla parte sbagliata)

Pubblichiamo questo lungo articolo, condiviso da Mario Adinolfi anche su Facebook, riguardo l'inverecondo articolo di padre Spadaro e Figureoa che demonizza, su la Civiltà Cattolica (solo di nome, verrebbe da dire), un'alleanza pro life fra cattolici ed evangelici. E' molto interessante e ricco di informazioni.
Ci permettiamo però di non essere d'accordo riguardo le conclusioni. Dipingere ancora una volta Papa Francesco come una persona mal consigliata da gente cattiva, rischia di essere una tesi consolatoria che però i fatti smentiscono. Altrimenti non si spiegherebbe l'imperversare di persone come lo stesso Spadaro o come il suo confratello Padre James Martin, il grande araldo della pastorale arcobaleno, che al momento nessuno ha ancora smentito.

di Mario Adinolfi
(Link originale)

Ho letto con molto interesse l'articolo de La Civiltà Cattolica firmato da Antonio Spadaro e Marcelo Figueroa intitolato "Fondamentalismo evangelico e integralismo cattolico", dedicato in sostanza a demolire il rapporto tra cattolici ed evangelici con la presidenza Trump. Dopo averlo anche riletto mi pare chiaro che il gesuita siciliano ispiratore della "comunicazione" di Papa Francesco e il direttore dell'edizione argentina de L'Osservatore Romano siano incappati in una serie di errori derivanti da uno fondamentale: non hanno messo piede negli Stati Uniti da anni, non conoscono questo Paese. Con la finalità di attaccare un presunto manicheismo e il sottostante "fondamentalismo dell'odio", Spadaro e Figueroa hanno scritto un articolo manicheo che indica il male nella presidenza Trump, nelle precedenti amministrazioni repubblicane (sono citati in abbondanza Nixon, Reagan e Bush) e nei sostenitori evangelici e cattolici del Partito repubblicano.

Con il tono, quello sì, "suprematista" tipico di un razzismo al contrario, il dito è puntato contro la "collettività religiosa, composta principalmente da bianchi di estrazione popolare del profondo Sud americano" che si contrappone tendenzialmente da sempre negli Stati Uniti a chi minaccia l'American Way of Life: "Gli spiriti modernisti, i diritti degli schiavi neri, i movimenti hippy, il comunismo, i movimenti femministi e via dicendo, fino a giungere, oggi, ai migranti e ai musulmani". Questa semplificazione da film western davvero è inaspettata, sorprende: due menti non banali come quelle di Spadaro e Figueroa non possono essere incappate in questo disegnino degli Stati Uniti da copia di mille riassunti. Consiglio ai due fini autori de La Civiltà Cattolica un viaggio negli Stati Uniti, prima di scrivere degli Stati Uniti. Non a New York, o a Washington o a Los Angeles a presenziare alla prima di qualche film di Hollywood o a qualche ricevimento in ambasciata per iniziative benefiche, sempre a sfondo ambientalista. Consiglio a Spadaro e Figueroa una passeggiata per gli slum veri, che possono trovare a New Orleans come a Chicago, una visita senza preavviso alle comunità ispaniche del New Jersey come del New Mexico, un bel viaggio coast to coast sulla Route 66, 4.200 chilometri per conoscere davvero gli Stati Uniti e non scrivere articoli caricaturali che oscillano tra il partito preso e il sentito dire.

I territori che hanno fatto e fanno la differenza in termini di consenso per la presidenza Trump e l'esecrato "ideologo fondamentalista" Steve Bannon non sono quelli del "profondo Sud americano", tradizionalmente repubblicani da secoli e da secoli intessuti di "fondamentalismo cristiano", anche ai tempi delle presidenze Clinton e Obama (mai citati da Figueroa e Spadaro). La novità della presidenza Trump è la sua vittoria, giudicata alla vigilia impossibile da tutti gli analisti politici, nel Mid West e nella Corn Belt. No, non sono gli stati del "profondo Sud". Sono gli Stati della classe media, della cintura operaia, del grande nord produttivo e del cuore dell'America: Pennsylvania, Ohio, North Carolina, Michigan, Wisconsin, Iowa. Sono gli Stati della middle class più colpita dalla disoccupazione, perché le aziende hanno "delocalizzato" o hanno assunto immigrati. L'amministrazione Obama ha favorito i flussi migratori, legalizzato i clandestini, offerto dunque al mercato manodopera a basso costo e milioni di americani hanno perso il lavoro. Si sono ribellati alle élite politiche di destra e di sinistra e hanno votato Trump portandolo dall'1% alle primarie repubblicane a vincerle trionfalmente, infine nel novembre scorso alla Casa Bianca. La causa primaria della vittoria di Donald Trump è l'impoverimento della classe media e non stiamo parlando di "bianchi". La Clinton rispetto a Obama ha perso il 6% del voto degli ispanici, l'8% degli asiatici, il 5% degli afroamericani: lì ha perso le elezioni.

La vittoria di Trump è provocata dai poveri, o meglio, dagli "impoveriti" d'America. E certamente anche da un fattore di natura religiosa, che è quello su cui si appunta l'attenzione di Spadaro e Figueroa. Si tratta davvero di un "neofondamentalismo" o "teoconservatorismo" che dir si voglia? Sono entrambi fenomeni antichi, intrecciati alla società americana da decenni, i teocon sono stati protagonisti dell'ultima presidenza Bush così come con altri nomi delle presidenze Bush padre e Reagan.

No, la novità è un'altra e si è manifestata in una data precisa. Per la precisione il 20 ottobre 2016 nell'aula magna dell'università di Las Vegas, Nevada (stato con popolazione fitta di immigrati ispanici, che per inciso a sorpresa venne vinto da Trump). Quel giorno si tenne il terzo e ultimo dibattito televisivo tra i due sfidanti per la Casa Bianca: Hillary Clinton sembrava trionfalmente avviata alla vittoria secondo tutti i sondaggisti e anche dopo quel decisivo dibattito, seguito da cento milioni di telespettatori, una compiacente CNN la dava per vincente senza appello, 52 a 39. Il Washington Post scrisse sicuro: "Trump ha perso l'ultima occasione per recuperare terreno".
Ero davanti ai teleschermi quella notte, sono non solo un appassionato di politica statunitense, ma negli Usa vivo diversi mesi l'anno e dagli Usa sto scrivendo in questo momento questo articolo. Così feci le tre del mattino per vedermi la diretta dello scontro, come cento milioni di americani favoriti da un fuso orario umano. Ebbene il duello fu durissimo, Clinton e Trump neanche si strinsero la mano, volarono accuse pesanti al limite dell'insulto. Poi, tre minuti che determinarono a mio avviso le elezioni. Si parla di aborto e Trump va all'attacco sulla tecnica della "partial birth abortion", cioè l'aborto praticato anche al nono mese di gravidanza che, partendo dal principio giuridico fissato dalla sentenza Roe vs Wade della Corte Suprema del 1973 per cui il bambino non ha soggettività giuridica finché è nel ventre materno, provoca il parto mantenendo però la testa del neonato all'interno del corpo della donna per schiacciarla lì, sopprimendo così il bimbo prima che sia giuridicamente tutelabile.

Quando si tentò di mettere al bando a livello federale questa tecnica, Hillary Clinton da senatore votò contro e anche durante il dibattito televisivo la candidata democratica alla presidenza si appellò alla sentenza Roe vs Wade. Trump concluse la sua tirata annunciando, in caso di vittoria alle presidenziali, la nomina di un giudice della Corte Suprema prolife per modificare gli equilibri della Corte stessa (cosa poi effettivamente accaduta con la nomina di Neil Gorsuch).
In quel preciso momento, il 20 ottobre 2016, un segmento fondamentali di cristiani cattolici ed evangelici è certamente passato dalla scelta astensionista al voto a Trump. I cattolici americani si erano divisi nelle due elezioni precedenti, preferendo Obama sia a Romney che a McCain (rispettivamente per nove e due punti). Ma davanti a Hillary Clinton che aveva come principale finanziatore le cliniche abortiste di Planned Parenthood ed era addirittura contraria al ban della "partial birth abortion tecnique", le percentuali si sono ribaltate: 52 a 45 per Trump. E non a caso in questi giorni Planned Parenthood inonda le tv americane di spot intimidatori contro i senatori che voteranno a favore della cancellazione dei 500 milioni di dollari di fondi federali che queste cliniche ottengono per praticare oltre 300mila aborti l'anno.

Non sono i suprematisti bianchi del Sud ad avere fatto la differenza, cari Spadaro e Figueroa: sono i cattolici prolife, giustamente inorriditi e tranquillizzati anche dalla figura del conservatore Mike Pence alla vicepresidenza, tutto tranne che un esaltato, ma un convinto sostenitore delle battaglie per il diritto alla vita fino ad essere stato un protagonista dell'ultima March for life a Washington.
Dopo una stagione che nel giugno 2015 proponeva la sentenza della Corte Suprema nota come "love is love" che obbligava gli Stati a riconoscere come legittimo il "matrimonio" gay e arrivava fino all'iperabortismo della Clinton nel dibattito dell'ottobre 2016, un segmento di milioni di credenti profamily e prolife ha deciso di incidere politicamente e di ribaltare gli equilibri. La Civiltà Cattolica se ne duole? Mi dispiace, ma sbaglia. E se Figueroa e Spadaro scrivono giustamente che "il Papa non vuole dare né torti né ragioni, perché sa che alla radice dei conflitti c’è sempre una lotta di potere", allora devono essere conseguenti e non provare a schierare Francesco sulla barricata tutta politica di un fondamentalismo antitrumpiano nutrito di una narrativa tutta sballata che mette insieme i Fundamentals di Lyman Stewart e la dottrina Rushdoony, il pastore Peale e la Church Militant, tutte questioni totalmente marginali nell'America di oggi. Non c'è nessun "fondamentalismo dell'odio" in voga negli Stati Uniti. Ci sono classi subalterne impoverite e valori importanti che provano a rialzare la testa e a battersi per una libertà che è dignità (e anche, sì, libertà religiosa senza alcuna tentazione ridicolmente teocratica) che passa attraverso diritti fondamentali come quelli alla vita e alla naturalità della famiglia.

Costruire una dicotomia Francesco-Trump come finisce per voler fare l'articolo in questione è un grave danno alla Chiesa che passa per una scarsa comprensione dei fenomeni e una pigrizia intellettuale che sfocia nell'ideologia. Bisogna costruire ponti e non muri, no?
La Civiltà Cattolica già in passato provò a condurre un presidente verso l'impeachment e vi riuscì: era il cattolico Francesco Cossiga, messo nel mirino dai comunisti di Achille Occhetto che avevano appena cambiato nome ma non avevano cambiato né classe dirigente né metodi. Padre Bartolomeo Sorge schierò la rivista dei gesuiti contro il presidente della Repubblica italiana, di cui sono stato amico personale, dunque conosco il dolore che ne derivò. Anche allora aveva ragione il riformismo cristiano cossighiano e avevano torto i comunisti, che però riuscirono a costringere il Capo dello Stato alle dimissioni anche grazie alla sponda de La Civiltà Cattolica. Non so se Spadaro vuole ripercorrere le orme di quella vicenda, visto che anche per Trump ora i democratici americani puntano all'impeachment sul ridicolo "scandalo" definito Russiagate. Oggi come allora, schierare la Chiesa politicamente dalla parte sbagliata è un clamoroso errore, peraltro scrivendo ipocritamente che "il Papa non vuole dare né torti né ragioni".

Il Papa dovrebbe invece. Dovrebbe stare con i poveri, con gli afflitti, con la cultura della vita assalita dai necrofili negli Usa come in Europa. Francesco per la verità lo fa continuamente, la sua pastorale contro la "cultura dello scarto", sulla ideologia gender come "sbaglio della mente umana", la sua battaglia per la vita che lo ha visto schierarsi con la famiglia di Charlie Gard, testimoniano che il Papa affibbia i torti e sostiene le ragioni. Non vorrei che qualche suo consigliere lo faccia finire politicamente fuori strada per insipienza e scarsa conoscenza esperienziale di quel che accade davvero nella società, italiana come americana, che hanno sempre più bisogno di una proposta politica popolare e di ispirazione cristiana, non per questo collaterale alla Chiesa che deve essere sempre soggetto terzo, alieno dalle parti e dai partiti, perché agisce ad un livello superiore. La stagione dei vescovi-pilota è assolutamente chiusa, in questo Francesco è stato chiaro. Non serve allora neanche un collateralismo più subdolo, perché libresco e pseudo-intellettuale, quindi ideologico a cui il Papa e la Chiesa, mi verrebbe da dire anche La Civiltà Cattolica, devono assolutamente sfuggire.
 

22 dicembre 2016

Qualche nota su "Misericordia et misera"


di Amicizia San Benedetto Brixia

La lettera apostolica pubblicata a conclusione del Giubileo Straordinario della Misericordia presenta alcune caratteristiche decisamente positive, prima fra tutte la brevità, cui il pontefice dell’essenziale ci aveva ormai disabituati. Ciò ha avuto come seconda dimensione positiva che il sottoscritto potesse riuscire nell’impresa di leggere il testo.
Belle le considerazioni in genere e bello il passo di aggancio agostiniano (n.1), in cui si ricorda che c’è Misericordia divina precisamente in quanto in noi c’è miseria, anzi in quanto noi siamo miseri, i miseri.
Ho molto apprezzato la ratifica dei permessi relativi all’assoluzione dal peccato di aborto e alla piena legittimazione della pastorale penitenziale della Fraternità Sacerdotale San Pio X (n.12). Personalmente avrei ribadito che, benché da tutti assolvibile, il peccato di aborto continua a soggiacere alla scomunica latae sententiae. L’uso del linguaggio giuridico della Chiesa più che mai avrebbe giovato a dire la carità nella verità, sottraendosi tanto ad abusi clericalisti quanto a strumentalizzazioni laiciste.
Apprezzabilissimo il paragrafo n.5 in cui si tratteggia la presenza del tema della Misericordia nella liturgia. Noi avevamo cercato di fare qualcosa di simile, scorrendo però il Messale di San Pio V.
Resto invece distante dall’approccio del n.10, che fatico ad interpretare: il Papa tace alcune puntualizzazioni che nella mia esperienza pastorale non risultano né inutili, né dannose, al contrario. Sulla scelta consapevole di Francesco di tralasciare talune considerazioni si riconosce facilmente uno dei tratti di questo pontificato: la premura di non scandalizzare, preferendo rimandare l’annuncio dell’ineludibile verità, al trauma di sottoporla in modo più o meno diretto ad un pubblico tanto fragile da essere impreparato ad accoglierla. Confesso che su tale istanza prediligo seguire alla lettera Gv 6: l’annuncio scandalizzante di alcune verità cristologiche non deve intimorirci - questa la mia considerazione soggettiva - perché confidiamo che Gesù stesso accompagnerà i fedeli nel tragitto di fede, che va dall’annuncio, allo scandalo, alla Pasqua, alla Pentecoste e dunque alla ritrovata e piena accettazione di fede da parte di tutti i discepoli e gli uomini di buona volontà.
Ciò detto, fatico nel comprenderei le seguenti espressioni: “Gesù davanti alla donna adultera scelse di rimanere in silenzio per salvarla dalla condanna a morte” e “non c’è legge né precetto che possa impedire a Dio di riabbracciare il figlio che torna da lui”. L’ultima espressione non chiarisce del tutto cosa si intenda per “torna(re) da lui”: il pubblico peccatore recidivo che entra in confessionale senza intenzione di emendarsi è “tornato da lui” o è solo tornato in chiesa? Quanto alla prima, che acquisterebbe maggior incidenza in altri contesti, a me risulta poco chiara nel presente: il sacerdote deve tacere la legge divina? Il Catechismo va considerato dubbio e imperfetto come l’antica legge farisaica? Il prete deve evitare di rimproverare i penitenti per il fatto di essere lui stesso peccatore? Gesù peraltro tace davanti agli accusatori, ma non tace di fronte all’adultera. Insomma i passi in questione non mi aiutano. Lo dico per una ragione semplice: ciò che non viene chiarito sarà, nella migliore delle ipotesi, dimenticato.
Mi sono permesso queste sottolineature negative, confortato dall’esempio della Civiltà Cattolica che in queste settimane non ha mancato di contraddire il Magistero di Benedetto XVI, pontefice emerito vivente: personalmente saluto con simpatia la libertà di criticare le parti non infallibili dei pontefici ad salutem animarum.
Mi confidava una parrocchiana che il Giubileo della Misericordia ha portato tra le sue conoscenze dei frutti tangibili di riavvicinamento alla Confessione: personalmente non posso confermare questa osservazione, né ho più scorto commenti relativi al famigerato “effetto Francesco” ventilato alcuni anni fa, ma sinceramente mi auguro che esso abbia proseguimento e che il soffio giubilare diffonda le sue spore per molte stagioni ancora.
Nella confusione contemporanea, in cui troppi sacerdoti e vescovi mi paiono sottostare a logiche di contrapposizione politica, a danno dell’itinerario di santificazione spirituale dell’umanità, ribadisco il mio interesse solo per questo secondo aspetto e mai per il primo. In tale prospettiva ho voluto condividere i miei pensieri sull’ultimo documento pontificio.
 

28 maggio 2016

Cosa avrebbe dovuto dire Francesco ai burocrati europei


di Alfredo Incollingo

Il 6 maggio scorso il Papa è stato insignito del premio “Carlo Magno”, un riconoscimento concesso per i meriti conseguiti nel propagandare l'unità europea. Per un Pontefice non è un'onorificenza meritata, come viene fatta passare, ma obbligatoria. Il Papa e la Chiesa Cattolica hanno assunto un ruolo centrale nel processo di formazione europea. Per secoli il cattolicesimo ha pervaso e amalgamato l'Europa, costruendo pezzo per pezzo la nostra identità continentale.
Francesco avrebbe dovuto ricordare la centralità della sua Chiesa e il valore del cristianesimo per l'unità europea; doveva  biasimare i burocrati di Bruxelles, rei di aver celato le nostre radici cristiane.  Invece ha parlato di un “umanesimo” politicamente corretto, senza annunciare il Vangelo (essendo il Vicario di Cristo è l'Apostolo per eccellenza) e le sue Verità, ritornando di continuo sul tema delle migrazioni, forse per dare man forte ai paladini del multiculturalismo che albergano nei piani alti dell'Unione Europea.
Probabilmente saprà, come ne siamo a conoscenza noi, che l'Europa ha dimenticato da secoli il Vangelo e di conseguenza ha rinnegato se stessa. Tra continue sconsacrazioni di chiese e chierici eresiarchi abbiamo bisogno di un ripasso del Catechismo e soprattutto del Nuovo Testamento.
Che cosa ne sarà di noi, se l'Europa è sempre più distante da se stessa? E' un continente faustiano, il quale, preferendo l'opulenza e volendo sempre di più, ha finito per vendersi l'anima al Diavolo. E' un'entità infiacchita, preda di cacciatori interni ed esterni, che la dilaniano senza pietà.
La storia è la nostra maestra di vita, se ci chiediamo che cosa accadrà con questo tragico rigetto del cristianesimo.

Lo storico cattolico inglese Christopher Dawson visse i tremendi decenni che dilaniarono con il fuoco e le armi il nostro continente. Le sue riflessioni sulla modernità sono contenute nel celeberrimo volume della Lindau, “Il dilemma moderno: senza il cristianesimo l'Europa ha un futuro?”. Il Secolo Breve inizia con il dramma delle trincee della Grande Guerra e prosegue tra sangue e vittime fino all'inizio del nuovo millennio. Tutto ciò è riconducibile a fatti casuali? O è il frutto di parametri esistenziali demoniaci?
Dal settecento l'Europa è in imbarazzo quando parla di se stessa. L'Ottocento ha garantito tante soluzioni al rossore, offrendo maschere dietro cui celarsi. La negazioni di Dio, che rigetta la centralità umana nel cosmo, questo baratro esistenziale senza fine, è stata velata con tanti idoli, dei mostruosi e vendicativi. Il progresso materiale e le escatologie politiche sono stati divinizzati. La fede cieca e irrazionale ha ottenebrato le menti e ha promesso la Salvezza in cambio di un cospicuo tributo di sangue.

La Grande Guerra è stata preparata per purgare il mondo dal passatismo e dai residui di un'umanità tirannica e arretrata. Di fronte al dramma dei reduci e delle faide europee i fascismi e il comunismo hanno di nuovo illuso con la loro promessa di riscatto, preparando il terreno per il Secondo Massacro Mondiale. Una scienza impazzita, priva di direttive e acefala, ha utilizzato i propri mezzi e deviato i propri fini per creare armi letali. La società disorientata ha accolto senza remore queste follie.
Dawson riflette sulla sua epoca, osserva da vicino quello che sta accadendo e scorge nell'abbandono del Vangelo la causa dei mali moderni. Senza Dio l'umanità si erge a divinità, ma questo dio è imperfetto e non è “d'amore”. E' un dio nefasto e corruttibile. La riscoperta del cristianesimo è per Dawson l'occasione di meditare sui propri errori e di prendere coscienza del ruolo ormai perduto. L'Europa riavrebbe indietro la propria anima e troverebbe così una tanto agognata pacificazione votata al continuo progresso umano e materiale. Il ritorno di Dio porrebbe fine ai falsi idoli scientisti e politici, ridando un'anima alla scienza e alla politica.

Leggendo questo breve saggio si riscopre l'imperitura freschezza del cristianesimo (cattolico) che, come acqua sorgiva, elimina l'arsura all'Europa vagabonda, offrendole anche un dolce riparo.
Papa Francesco ha ricevuto un premio dedicato all'imperatore Carlo Magno, padre della nostra Europa, il quale nel bene e nel male ha contribuito a erigere le fondamenta europee con un cemento resistente: il cristianesimo.
 

14 maggio 2016

Resistere al magistero liquido, senza cadere nell'abisso

di Enrico Roccagiachini

Après une lecture de... Magister (fantasia pseudo-listziana sull'attualità della Chiesa).

Sul suo pregevolissimo sito, Sandro Magister ha pubblicato, nel giorno della Madonna di Fatima, un pezzo che è davvero imperdibile: "Sì, no, non so, fate voi. Il magistero liquido di papa Francesco".
Lo leggo e rileggo, perché mi sembra che colga proprio bene, senza nascondere nulla, ciò che sta accadendo, sotto i nostri occhi, nella Chiesa.
Ecco qualche passaggio particolarmente pregevole: "...Francesco fa proprio così. Non dice mai tutto ciò che ha in mente. Lo fa solo indovinare. E lascia correre le interpretazioni anche più disparate su ciò che dice e scrive. Che in colloqui privati si usi anche questo stile d'approccio, si può capire. Ma Jorge Mario Bergoglio lo esercita sistematicamente in pubblico, nei suoi atti di magistero ufficiale, anche quando tutti si aspettano che tiri le somme e dia una risposta chiara e definitiva".

E poi: "Rimettendo in discussione ciò che prima di lui appariva definitivo ha aperto un processo che dà pari cittadinanza alle opinioni più inconciliabili, e quindi anche ai riformisti più accesi. L'esempio forse insuperato di questa sua invenzione Bergoglio l'ha dato lo scorso febbraio, quando è andato in visita alla chiesa luterana di Roma (...). Una protestante sposata con un cattolico gli chiese se poteva fare anche lei la comunione, assieme al marito. E lui le rispose con una tale girandola di sì, no e non so da non lasciar capire, alla fine, quale conclusione trarre, se non questa: "È un problema a cui ognuno deve rispondere".

Ed ecco la conclusione: "Il cardinale Kasper ha capito benissimo come ora stanno le cose: "C'è libertà per tutti. In Germania può essere consentito ciò che in Africa è proibito". Con papa Bergoglio avanza un nuovo modello di Chiesa, liquida, multiculturale".

Questa lettura non può non indurre ad ulteriori riflessioni. Forse (apparentemente) un po' disordinate: ecco perché mi è venuto in mente il Liszt della Fantasia Après une lecture de Dante... Naturalmente, il paragone nasce e muore in un istante: non ho la pretesa di eguagliare con la tastiera del computer ciò che Liszt fece con la tastiera del pianoforte. Per cui sottopongo al clemente lettore solo una delle mie riflessioni, che si esprime con una domanda: in questa situazione di "magistero liquido", di "si, no, non so...", che cosa è determinante per "dettare la linea" nella Chiesa? Più radicalmente: che cosa determina ciò che vi accade in concreto?

La risposta è semplice: la forza. Si impone quell'interpretazione - e si fa la cosa - che è gradita a quanti sono più potenti, a chi è più forte. In questo modo, ciò che prevale non è la ragione (in base alla quale si dice e si fa quello che è vero e giusto), ma la volontà (unita alla forza, ovviamente), in virtù della quale prevale chi ha il potere di realizzare effettivamente le cose che vuole e che ha in mente. Ed è del tutto irrilevante che questa volontà possa essere insensibile al dogma, vale a dire a ciò la cui verità è già stata proclamata in modo irreformabile, proprio perché il piano della verità risulta irrilevante rispetto al piano della volontà. Voglio, posso e comando diventano gli unici parametri applicabili all'azione.

Vero e falso, buono o cattivo, giusto o ingiusto perdono ogni importanza, perché perdono ogni significato. Se non - forse - nel senso che vero, buono e giusto è ciò, e solo ciò, che vogliono i potenti: facendo della forza e della volontà gli ultimi e unici parametri di definizione della verità - ridotta, però, a mero strumento retorico di esercizio del potere.

Gli storici ci potranno dire se tutto ciò sia un fenomeno nuovo nella Chiesa, o se si sia già verificato in passato. È comunque certo che a noi tocchi convivere con una simile attualità, e decidere che fare. Attendiamo che quanti sono ancora sensibili alla verità - e ce ne sono - non si limitino anch'essi a farne un mero strumento retorico, e ci aiutino a scegliere il comportamento da tenere. Ma già sappiamo, in cuor nostro, e davanti alla nostra coscienza, che non ci sono alternative. Non si potrà che resistere, pregando di avere la capacità di farlo secondo il Vangelo: cioè di saper contrapporre alla volontà arbitraria dei potenti sempre e solo l'arma della verità nella carità. E di avere la forza di subirne le conseguenze. Preghiamo intensamente, dunque, di non essere indotti in tentazione, perché sappiamo di non essere santi.

È proprio questo che davvero deve spaventarci: la consapevolezza che in tempi così terribili è terribilmente facile farsi sedurre dal nemico, che - in luogo dell'umile resistenza in obbedienza alla verità e della santa indignazione - vorrebbe sprofondarci nell'abisso del ribellismo maligno, dell'astio rancoroso, delle recriminazioni e delle diffidenze reciproche, della sfiducia generalizzata e, in definitiva, della disperazione.
 

17 aprile 2016

Visita a Lesbo. Fra catechismo e vessilli ideologici


di Alfredo Incollingo

Papa Francesco nelle prime ore del suo viaggio sull'isola di Lesbo ha ricordato la catastrofe umanitaria che stiamo vivendo in questi ultimi mesi. Popolazioni intere sono eradicate dal loro territorio, martoriato dal fanatismo dell'Isis. Centinaia di migliaia di cristiani sono costretti alla fuga per scampare alle persecuzioni loro inflitte dagli uomini del Califfato. Purtroppo moltissimi martiri sono già stati uccisi in odio alla loro fede.

“Noi andiamo ad incontrare la catastrofe umanitaria più grande dopo la Seconda Guerra Mondiale. Andiamo da tante gente che soffre, che non sa dove andare, che è dovuta fuggire.”  Le parole del Santo Padre svelano la drammaticità degli eventi e palesano l'urgenza di porre fine alla tragedia. Come agire? Partendo naturalmente da un concetto che per un cristiano (cattolico) è basilare quanto banale: “persona”.
"I profughi non sono numeri, sono persone: sono volti, nomi, storie, e come tali vanno trattati"
Il Santo Padre ha ricordato che, anche nelle avversità, l'essere umano è sempre “persona”, ovvero qualcosa di più di un numero o di un concetto astratto: è “essere”, è sostanza simile al Padre. Ha dignità e onore e come tale va difeso.

Le contingenze materiali e un pensiero malato, che fa del profugo un “vessillo” ideologico, troppe volte occultano questa “definizione” basilare.
Questo errore si palesa purtroppo anche all'interno della stessa Chiesa Cattolica. Prelati e laici troppo spesso danno prova del loro fanatismo, del loro “essere del mondo”, accontentando “formae mentis” anticristiane.
Accade che vescovi e cardinali strizzino l'occhio ai paladini del multiculturalismo contemporaneo. “Volemose bene” è il loro imperativo. L'importante è che c'è “l'ammore”, qualche gesto di filantropia e “spettacolini” di solidarietà. Poi ammassiamo migranti senza pensare al loro futuro. Ecco quindi i segni di questo “pensiero malato”: ghettizzazione, razzismo...
Il politologo Giovanni Sartori lo ricorda: far convivere culture diverse, senza porsi il problema di come suscitare un reciproco riconoscimento, porta solo a conflitti.
E' lo spettacolo desolante cui assistiamo quotidianamente. “Traslocare” migliaia di persone in un territorio senza badare alla loro sopravvivenza e alle relazioni con gli “indigeni” porta con sé solo tensioni, se non razzismo.
Una “società aperta”, pluralista è una società che non è multiculturalista. Questo termine purtroppo oggi ha perso il suo originale significato e non lo possiamo non considerare come negatività. La parola chiave è “riconoscimento”. L'ospite e il “padrone di casa” devono riconoscere reciprocamente le proprie diversità e “smussarsi” a vicenda. Questa è vera integrazione. Senza fermarsi ad un politologo laico e piuttosto dubbio su alcune posizioni della Chiesa Cattolica (è forse colpa del divieto di utilizzo del preservativo se l'Africa vede aumentare il proprio numero di abitanti? Proprio no!) ci rivolgiamo al Catechismo.

“2240: Le nazioni più ricche sono tenute ad accogliere, nella misura del possibile, lo straniero alla ricerca della sicurezza e delle risorse necessarie alla vita, che non gli è possibile trovare nel proprio paese di origine. I pubblici poteri avranno cura che venga rispettato il diritto naturale, che pone l'ospite sotto la protezione di coloro che lo accolgono.
Le autorità politiche, in vista del bene comune, di cui sono responsabili, possono subordinare l'esercizio del diritto di immigrazione a diverse condizioni giuridiche, in particolare al rispetto dei doveri dei migranti nei confronti del paese che li accoglie. L'immigrato è tenuto a rispettare con riconoscenza il patrimonio materiale e spirituale del paese che lo ospita, ad obbedire alle sue leggi, a contribuire ai suoi oneri.”

Questa è la prassi pragmatica di una Chiesa che bada amorevolmente al profugo e alla Patria che lo ospita. Se questa non è in grado di “sfamare” il suo ospite, come può garantire una perfetta integrazione? Oggi invece, sarà che il mondo moderno è impazzito (“Pazzo non è chi ha perso la ragione, ma chi ha perso tutto fuorché la ragione” G.K. Chesterton), pur di assecondare i propri “dogmi” si nega costantemente la realtà dei fatti.
Ci aspettiamo dalla visita a Lesbo di Papa Francesco non i soliti discorsi multiculturalisti e migrazionisti, ma un atteggiamento coscienzioso dei media e dei governi per agire. Si spera che la presenza del Santo Padre a Lesbo sia l'evento che possa ripensare le normali relazioni internazionali e spingere ad una azione comunitaria per fermare il dramma dei profughi.

 

15 dicembre 2015

Sul concetto di Chiesa nell’era franceschiana


di Satiricus

L’attacco all’empio spettacolo di Castellucci, “Sul concetto di volto nel Figlio di Dio”, i cui sviluppi peraltro si sono confermati ancor più truci del previsto, mi aveva impegnato per sei lunghi articoli, in tempi non sospetti di facili schieramenti, incluso un affondo a quell’Antonio Socci che dal 2013 in qua ha invece cambiato e volto e toni (https://satiricus.wordpress.com/2012/03/08/castellucci-e-cattolicucci-versione-integrale/). 
Per chi non ricordasse, Castellucci aveva inscenato un teatro in cui una colata di feci simboliche scendeva sulla gigantografia del Cristo di Antonello da Messina; gli sviluppi turpi, dei quali peraltro sono poco informato, includerebbero schiere di bambini invitati a gettare sassi contro al medesimo Volto. Sei articoli, ovviamente datati ai tempi dell’Università, quando avevo più spazio per certe imprese. Oggi vorrei ritrattare, vorrei accodarmi a Socci che definiva autentica arte, potente espressione dell’umano, quelle regie estreme di Castellucci. Devo farlo, altrimenti non saprei come giudicare lo spettacolo kitch dell’8 dicembre in cui, per dirla con un parafrasi condensata, la Chiesa si è lasciata sodomizzare dagli illuminati: fiat lux, un sequel di icone selvatiche, inneggio all’animalismo, spregio del principio antropico, negazione dell’Immacolata, sottomissione del teologico al politico, finanziate da enti abortisti e mondialisti, proiettate sulla facciata di San Pietro (http://www.corrispondenzaromana.it/spettacolo-animalista-proiettato-sulla-basilica-di-san-pietro/). Meglio la merda di un artista ateo sul volto di Nostro Signore; non bene, ma meglio. Il fumo di satana, entrato nella Chiesa, ora sembra fuoriuscirne da ogni stipite, fino ad avvolgerne e ad abbracciarne l’intera facciata. 
Avrei provato disgusto anche se si fossero proiettate le opere di qualche artista classico del sacro, San Pietro è simbolo di fede, non supporto per spettacolini. Che poi, ancora s’odono le risate di chi denuncia la partecipazione flebile del popolo agli eventi di Chiesa dell’8 mattina; riteniamo forse di supplirvi con mega-show pubblicitari da salotto? L’abominio: sui social amici di ogni tipo, inclusi quindi i molti moderati che neppur sospettano la mia anonima partecipazione ai blog del dissenso, mi contattano e definiscono così la pagliacciata vaticana, riferendosi all’abominio della desolazione. L’abominio però non sarebbe lo spettacolo, ma la situazione di totale resa culturale della Chiesa contemporanea, l’abominio sarebbe chi la sta mettendo in tale vergognoso stato, a partire dal popolo emotivo e dai preti da applauso. 
Dopo il vilipendio del pretorio mistico, vissuto da Benedetto XVI, sembra stiamo entrando nella fase dei tradimenti e delle flagellazioni. Benedetto XVI ci aveva avvisati, serviva una critica umile e profonda della Chiesa dal Concilio in qua. Non l’abbiamo voluta, non l’abbiamo voluto, il resto era tutto già scritto e ci avvilirà per molto ancora. Siamo solo all’inizio, temo. Morale della favola: i grandi maestri spirituali insegnano a fuggire con orrore le tentazioni, io fino a data da precisarsi, ritengo di fuggire con orrore il Vaticano e le sue non angeliche coorti. Di certo la soglia di San Pietro, la San Pietro di scimmie e fere, non vedrà il mio passaggio in quest’anno; vedrà invece il mio contributo l’impegno ad impetrare Misericordia da Dio, sulla mia fede fragile e incoerente anzitutto, e poi sulla Chiesa delle scimmie, che nemmeno più distingue, né tantomeno sa fuggire, atti di materiale apostasia. 

 

16 novembre 2015

Papa Francesco, don Camillo e don Chichì


di Salvatore Cammisuli

Del discorso con cui papa Francesco ha tracciato le sue linee guida per la Chiesa italiana, il passaggio che ha guadagnato i titoli dei giornali e che ha provocato maggiori polemiche è sicuramente quello in cui ha presentato come modello per il clero italiano il personaggio di Don Camillo, protagonista dei romanzi di Giovannino Guareschi.
Come del resto è già stato osservato, le idee “ecclesiologiche” di don Camillo emergono soprattutto nell’ultimo romanzo della serie, Don Camillo e don Chichì (conosciuto anche come Don Camillo e i giovani d’oggi). Fin dal titolo si capisce che al centro del romanzo è la contrapposizione tra due personaggi, che poi incarnano due idee contrapposte e inconciliabili su cosa sia la Chiesa e quale sia il suo compito.
Don Camillo è un prete massiccio, burbero e addirittura manesco, duramente avverso alla rivoluzione liturgica (paragona l’altare «bugniniano» a una «tavola calda») e celebratore clandestino della Messa tridentina. Nemico acerrimo del comunismo, rifiuta il dialogo e combatte con ogni mezzo il sindaco Peppone. Protegge le tradizioni e porta avanti una fede semplice che ha il suo centro nel Cristo crocifisso dell’altar maggiore.
Don Francesco, che i parrocchiani chiamano con il ridicolo diminutivo di don Chichì, è un giovane prete mandato per aiutare don Camillo ad «aggiornarsi» secondo i dettami post-conciliari (il romanzo è ambientato nel 1966). Don Chichì è un prete progressista, alfiere di istanze sociali, seguace di metodi pastorali avventuristici. Smanioso di riforme, assume posizioni di avanguardia, propugna idee “aperte”, cerca il dialogo con i lontani, bacchetta i devoti, predica contro i ricchi e lotta per i poveri (non ha smanie ecologiste perché negli anni Sessanta non era di moda).
Alessandro Gnocchi e Antonio Socci hanno buon gioco a dire che papa Francesco somiglia più a don Chichì che a don Camillo. Del resto non sfigurerebbero nei suoi discorsi frasi come queste: «Il nostro dovere è lavorare per rendere questo mondo un posto migliore e lottare. Davanti ai mali o ai problemi della Chiesa è inutile cercare soluzioni in conservatorismi e fondamentalismi, nella restaurazione di condotte e forme superate che neppure culturalmente hanno capacità di essere significative. La Chiesa sia libera e aperta alle sfide del presente, mai in difensiva per timore di perdere qualcosa. Sognate anche voi questa Chiesa, credete in essa, innovate con libertà». Signori, questi sono stralci del discorso del Papa a Firenze; leggete Guareschi e vedrete che don Chichì dice le stesse cose quasi alla lettera.
Don Camillo e don Chichì hanno due concezioni contrapposte della Chiesa. Chi dei due ha ragione? La Chiesa esiste in primo luogo per rendere gloria a Dio o per «rendere questo mondo un posto migliore e lottare»? Non si dica che le due cose non sono in contraddizione, o almeno chi lo dice non creda di poter citare Guareschi a proprio sostegno. Perché citare Guareschi in un periodo in cui don Camillo sarebbe accusato di pelagianesimo e commissariato per scarsa fedeltà allo spirito del Concilio; in un’epoca in cui Guareschi verrebbe cacciato a pedate da radio e giornali cattolici?
Mistero: alla fine, come ogni volta, il Papa ci lascia perplessi e dubbiosi. La domanda su chi abbia ragione tra don Camillo o don Chichì si aggiunge alle tante altre: il crocifisso di Evo Morales è bello o blasfemo? I resoconti di Scalfari sono fedeli? Se la risposta è no, perché diamine tornare a rilasciargli interviste? «Chi sono io per giudicare» è una frase passibile di interpretazioni eterodosse? Ma allora, perché tornare a ripeterla? Francesco vuol dare la Comunione ai divorziati risposati anche se i vescovi hanno confermato che non si può? Se la risposta è no, perché dirlo al telefono a Scalfari? (e si ritorna al punto di prima; e comunque il dubbio si porrebbe anche se la risposta fosse sì). La cifra fondamentale del pontificato di Bergoglio sembra la confusione in cui ha gettato i fedeli. Del resto, è proprio lui a ripetere sempre che dobbiamo abbandonare le nostre certezze: «Preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze».

«“Signore, cosa possiamo fare noi?”. Il Cristo sorrise.
“Ciò che fa il contadino quando il fiume travolge gli argini e invade i campi: bisogna salvare il seme. Quando il fiume sarà rientrato nel suo alveo, la terra riemergerà e il sole l’asciugherà. […] Bisogna salvare il seme: la fede. Don Camillo, bisogna aiutare chi possiede ancora la fede a mantenerla intatta. Il deserto spirituale si estende ogni giorno di più; ogni giorno nuove anime inaridiscono perché abbandonate dalla fede. Ogni giorno di più uomini di molte parole e di nessuna fede distruggono il patrimonio spirituale e la fede degli altri. Uomini d’ogni razza, d’ogni estrazione, d’ogni cultura.”

“Signore” domandò don Camillo: “volete forse dire che tra questi ci sono anche preti?”. “Don Camillo!” lo riproverò sorridendo il Cristo. “Sono appena uscito dai guai del Concilio, vuoi mettermi tu in nuovi guai?”».

 

11 giugno 2015

Vaticano - Russia: Una santa alleanza possibile?


di Fabio Petrucci 

Nella giornata di ieri Vladimir Putin è stato in Italia per la visita all'EXPO di Milano. Gli scontati colloqui di rito con Renzi e Mattarella sono passati in secondo piano sin da quando, la settimana scorsa, è stato annunciato l'incontro tra il presidente russo e papa Francesco, sempre più protagonista politico della scena internazionale. Putin e Bergoglio si sono incontrati per la seconda volta, dopo il loro primo colloquio del novembre 2013. Di quell'occasione si ricorda soprattutto il momento dello scambio dei doni, con l'icona della Madonna di Vladimir, protettrice del popolo russo, portata a Roma da Putin. Anche questa volta il dono del capo del Cremlino non è stato privo di carica simbolica, essendo un quadro raffigurante la Cattedrale di Cristo Salvatore, demolita per ordine di Stalin e ricostruita dopo il crollo dell'URSS: un po' il manifesto della morte e resurrezione dell'ortodossia russa insomma. Al centro del colloquio, durato 50 minuti, ci sono stati gli scottanti temi della persecuzione dei cristiani in Medio Oriente e della crisi ucraina. In quest'ottica, l'incontro tra Putin e Francesco si rivela l'occasione più appropriata per riflettere sullo stato dei rapporti tra Cremlino e Santa Sede.

Sui temi dell'identità cristiana dell'Europa e della difesa dei valori non negoziabili il Vaticano pare non avere più alleati nell'Occidente che, persino negli antichi bastioni cattolici della Spagna e dell'Irlanda, è ormai in piena deriva ateo-libertaria. Viceversa la Russia, liberata dalla gabbia ideologica del marxismo-leninismo e tornata alla propria millenaria tradizione cristiana ortodossa, sta svolgendo un provvidenziale ruolo di katechon politico-culturale contro la degenerazione nichilistica dell'Occidente. In questo senso il paese degli zar diventa per la Santa Sede un interlocutore sempre più prezioso e imprescindibile. Negli ultimi anni, proprio in concomitanza con la legalizzazione di matrimoni e adozioni gay in una moltitudine di paesi euro-atlantici, la Russia ha preso una posizione nettamente opposta, vietando la propaganda gay verso i minori a costo di un linciaggio mediatico culminato nella campagna contro le Olimpiadi invernali di Soči del 2014. Inoltre, a parte l'implementazione di vari interventi legislativi tesi a limitare la pesante incidenza dell'aborto, sono attualmente allo studio limitazioni alle normative sul divorzio e sulla maternità surrogata (introdotta in Russia nei torbidi anni di Eltsin). La rotta intrapresa dalla Russia va quindi in una direzione opposta a quella dell'agenda occidentale e certamente più affine alle indicazioni del magistero cattolico. Tanto che nel giugno 2014 la Federazione Russa è stata tra i 26 paesi favorevoli ad una risoluzione ONU a tutela della famiglia tradizionale, osteggiata invece da gran parte dei paesi occidentali. Su questi temi è peraltro molto forte anche la volontà di collaborazione con Roma del Patriarcato di Mosca, più titubante invece nel settore dell'ecumenismo teologico.

L'ambito dell'identità culturale e dei valori etici non è comunque l'unico in cui Santa Sede e Federazione Russa si trovano concordi. Sul Medio Oriente infatti esiste un'innegabile intesa sia sulla necessità di proteggere le antiche e martoriate comunità cristiane che sull'opposizione alle ambigue politiche poste in essere dalla coalizione occidentale. Nel marzo scorso Vaticano e Russia (insieme al Libano) hanno presentato all'ONU un documento congiunto a difesa dei cristiani del Medio Oriente. Sulla Siria, non casualmente, si è concretizzata nel 2013 la più simbolica delle convergenze russo-vaticane, quando di fronte alla minaccia di un intervento armato occidentale contro Damasco, papa Francesco, oltre ad inviare una lettera a Putin (in quel periodo presidente di turno del G20), indisse una suggestiva veglia di preghiera contro la guerra. Guerra poi effettivamente scongiurata grazie alla grande tenacia e capacità di mediazione del presidente russo. 

La questione ucraina è senza dubbio l'argomento più scivoloso nelle relazioni russo-vaticane. Il conflitto ucraino è un tema particolarmente delicato per la Santa Sede perché tra i motivi di tensione che agitano il paese quello religioso assume una rilevanza non indifferente. Malgrado le pressioni provenienti dal primate della Chiesa greco-cattolica ucraina, il papa non ha mai parlato di “aggressione russa” ai danni del paese, ed anzi è arrivato persino a sconfessare la strategia del cosiddetto “uniatismo”, reputandola superata e controproducente. Per la Santa Sede l'imperativo è quello di evitare lo scoppio di una nuova “guerra fredda”, non solo a livello politico, ma anche religioso. Non è un caso se l'atteggiamento prudente ed equilibrato di papa Francesco sia stato esplicitamente lodato dal Patriarcato di Mosca e dalle autorità russe.

In definitiva, se si escludono le inevitabili difficoltà sull'Ucraina, tra Vaticano e Russia si configura un'innegabile convergenza su una molteplicità di questioni, che spaziano dal ruolo pubblico del sacro all'affermazione dei valori non negoziabili, dalla difesa delle comunità cristiane in pericolo alla volontà di favorire lo sviluppo di un ordine globale multipolare. Sul finire dell'800 il visionario filosofo e teologo russo Vladimir Solov'ëv teorizzava (un po' ingenuamente) l'instaurazione di una santa alleanza cristiana tra il papato romano e lo zarismo russo. Si dice che papa Leone XIII abbia commentato tale progetto dicendo: «Bella idea! Ma fuor d'un miracolo è cosa impossibile». Forse sarà nel XXI secolo, in un contesto totalmente mutato rispetto all'epoca di Solov'ëv, che quell'utopia potrà diventare almeno in parte realtà. E se così sarà, Putin non potrebbe rivelarsi un alleato decisivo per la Chiesa cattolica anche sull'importante e delicato fronte cinese? Forse anche a questo la diplomazia vaticana ha cominciato a pensare.
 

29 maggio 2015

Apologia del fidanzamento


di Giuliano Guzzo

Dei numerosi interventi di Papa Francesco che meriterebbero di essere incorniciati, sicuramente quello di ieri sul fidanzamento occupa un posto di primo piano: per chiarezza, per intensità, per bellezza. ​Una catechesi davvero profonda ma al tempo stesso alla portata di tutti, a partire naturalmente dai più giovani. Vediamola in sintesi. Per evitare equivoci, il Santo Padre ha esordito con una premessa di carattere definitorio: «Il fidanzamento – ha sottolineato – è il tempo nel quale i due sono chiamati a fare un bel lavoro sull’amore, un lavoro partecipe e condiviso, che va in profondità. Ci si scopre man mano a vicenda cioè, l’uomo “impara” la donna imparando questa donna, la sua fidanzata; e la donna “impara” l’uomo imparando questo uomo, il suo fidanzato».
Anche se potrebbe suonare elementare, in questa premessa è già concentrato molto. Il Papa, presentando il fidanzamento come periodo in cui, fra le altre cose, «l’uomo “impara” la donna imparando questa donna» e «la donna “impara” l’uomo imparando questo uomo», afferma infatti una cosa enorme: dice che fidanzarsi non significa solo stare con l’altro e “volergli bene”, ma testimoniare cosa significhi essere uomo o donna. E’ per questo che si può sostenere che col fidanzamento si «va in profondità»: perché coloro che lo vivono sono chiamati a guidarsi reciprocamente in una conoscenza che ha nella differenza sessuale da un lato il dono di non potersi esaurire, in quanto differenza permanente, e dall’altro l’occasione di un avvicinamento che è anche scoperta.
Un secondo passaggio molto bello dell’intervento del Papa riguarda il tempo del fidanzamento. «L’alleanza d’amore tra l’uomo e la donna, alleanza per la vita, non si improvvisa, non si fa da un giorno all’altro. Non c’è il matrimonio express – avverte il Santo Padre – bisogna lavorare sull’amore, bisogna camminare. L’alleanza dell’amore dell’uomo e della donna si impara e si affina». Segue un chiarimento ancora più esplicito: «Chi pretende di volere tutto e subito, poi cede anche su tutto – e subito – alla prima difficoltà (o alla prima occasione). Non c’è speranza per la fiducia e la fedeltà del dono di sé, se prevale l’abitudine a consumare l’amore come una specie di “integratore” del benessere psico-fisico. L’amore non è questo! Il fidanzamento mette a fuoco la volontà di custodire insieme qualcosa che mai dovrà essere comprato o venduto, tradito o abbandonato, per quanto allettante possa essere l’offerta».
Qui Papa Francesco a ben vedere offre non solo una definizione del fidanzamento ma pure dell’amore stesso: «La volontà di custodire insieme qualcosa che mai dovrà essere comprato o venduto, tradito o abbandonato, per quanto allettante possa essere l’offerta». Di queste parole colpiscono almeno due aspetti. Il primo concerne l’amore – solitamente esaltato come puro istinto e, in quanto tale, inevitabilmente effimero – presentato come atto volontario ovviamente non causale ma finalizzato «a custodire insieme qualcosa». La seconda e non meno affascinante sottolineatura riguarda il fatto che l’amore non debba essere «mai comprato o venduto, tradito o abbandonato, per quanto allettante possa essere l’offerta». Parole che ricordano come l’amore sia qualcosa di troppo prezioso per essere negoziato o ceduto, che chiede di essere custodito insieme.
Quindi è tutto semplice? Quindi amarsi e soprattutto conoscersi è cosa facile? No, dice il Papa, tanto è vero che «molte coppie stanno insieme tanto tempo, magari anche nell’intimità, a volte convivendo, ma non si conoscono veramente. Sembra strano, ma l’esperienza dimostra che è così». Una considerazione che suona sia come fotografia di una realtà in cui la prossimità fisica, in tante coppie, non è accompagnata da quella dello spirito, sia come un invito a riscoprire il sentiero della conoscenza. Un ultimo incoraggiamento Papa Francesco lo ha fatto sul piano letterario a tutti: quello di rileggere l’opera più famosa di Alessandro Manzoni (1785 –1873), Promessi Sposi, «un capolavoro dove si racconta la storia dei fidanzati che hanno subito tanto dolore, hanno fatto una strada piena di tante difficoltà fino ad arrivare alla fine, al matrimonio».
«Una strada piena di tante difficoltà fino ad arrivare alla fine, al matrimonio»: fortunatamente non tutte le coppie di fidanzati, oggi, sperimentano le disavventure che Renzo Tramaglino e Lucia Mondella hanno dovuto fronteggiare prima di sposarsi. Anzi, la maggioranza – rispetto ai protagonisti manzoniani – non sembrerebbe sperimentare difficoltà, se non economiche. Eppure, nonostante questo, le famiglie risultano sempre più fragili. Come mai? Al di là di tante ipotesi, la risposta più plausibile sembra quella della mancata realizzazione di una vera «alleanza d’amore tra l’uomo e la donna, alleanza per la vita» che «non si improvvisa, non si fa da un giorno all’altro». Di qui l’importanza di riscoprire il fidanzamento, che non è il tempo per organizzare un bel matrimonio ma quello per prepararsi ad esso. Non quindi il tempo fra l’inizio della frequentazione e la scelta di una casa bensì la fase in cui se ne poggiano le prime, fondamentali pietre.

http://giulianoguzzo.com/2015/05/28/apologia-del-fidanzamento/
 

28 maggio 2015

Permanere nella verità di Cristo



di Mandimartello

Nel suo intenso giro di presentazioni del libro Permanere nella verità di Cristo, lo scandaloso testo in cui cinque cardinali hanno osato difendere la dottrina cattolica sul matrimonio, S.E.R. il card. Raymond Leo Burke, uno dei fatidici cinque, è passato venerdì 15 maggio scorso anche nella città di Brescia. L’evento, in sé molto semplice e abituale, merita di essere segnalato per alcuni aspetti più o meno sorprendenti (ed uso questo aggettivo con una certa ironia).

Anzitutto, Brescia è il comune che la scorsa estate aveva invitato ed attendeva quale ospite d’eccezione il teologo cristiano eretico Hans Kung, cui il sindaco piddino avrebbe concesso la pregiata onorificenza del Grosso d’Oro. L’inopportunità dell’iniziativa era stata duramente illustrata da un insolitamente combattivo Giacomo Scanzi, direttore del Giornale di Brescia, che in data 15 aprile 2014 vergava: “Tra qualche settimana potrebbe essere annunciata la data di beatificazione di Paolo VI, cui Papa Francesco tiene moltissimo... A giugno, singolarmente, il Comune di Brescia, ha invitato per una lectio magistralis al Teatro Grande proprio Hans Kung, con l'idea di offrirgli un pubblico tributo... Vengono premiate le idee di Kung? Sono in netta contraddizione con il modello di virtù che la Chiesa celebra in Paolo VI e che Paolo VI ha sempre riproposto con coraggio. Viene celebrato il personaggio, senza nemmeno sapere bene quali sono le idee che professa? La scelta direbbe di una città ingiustamente superficiale e senza memoria”. Di Kung non si è più avuta traccia. E Burke? Burke fa parte dei 359 sacerdoti ordinati da Paolo VI nell’Anno Santo 1975. La sua visita dunque può ben esser letta come omaggio illustre al beato Pontefice bresciano, nell’anno della sua elevazione agli altari e nel giubileo di ordinazione dell’Eminenza americana. Verso il finale della conferenza, mostrando un tratto di familiarità che ha catturato la simpatia di tutti i presenti, lo stesso cardinale ha voluto ricordare il lieto anniversario, riservando parole di stima e riconoscenza per Papa Montini.
In seconda battuta, sperando di non far torto a nessuno, credo sia giusto sottolineare la disposizione positiva e generosa da parte della Curia Bresciana, che ha accolto con calore l’ospite, concedendogli di parlare nel Centro Pastorale Paolo VI. Dove sta il torto? Nel dover pensare ad altre diocesi italiane, di cui mi vergogno di fare il nome, ove i vescovi sono intervenuti per boicottare l’evento, o vietandone la partecipazione al clero locale, o addirittura costringendo gli assessori a ritirare la disponibilità delle sale comunali già prenotate. Anche questo è la Chiesa, i suoi vescovi, il clima delle diocesi nostrane. Ora, sia chiaro: non che mons. Monari a Brescia abbia steso tappeti rossi, né questo gli era richiesto, ma ha dato ospitalità a un cardinale; e di questa rettitudine, proprio perché indipendente da speciali simpatie personali, gli va reso onore e molto, l’onore di chi opera secondo giustizia.

Sulla conferenza solo brevi righe: mons. Burke ha presentato i punti salienti del testo incriminato. Non c’è stata nessuna dichiarazione contro l’attuale Pontefice - a dirla tutta, l’accusa di essere contro Francesco, sussurrata nei corridoi del Centro Pastorale, ha lasciato abbastanza sorpreso il cardinale - quanto un’opposizione decisa alle proposte di mons. Kasper unitamente al senso fermo del ruolo proprio del cardinalato, quale ministero di sostegno critico e franco per accompagnare il Papa nel suo discernimento. Critica e franchezza piacciono poco nell’era forse la più democratica che la storia ricordi, dentro e fuori la Chiesa. Questo però non è uno scandalo causato da Burke, ma al massimo un problema di coscienza dei suoi nemici, e di tali dinamiche si sono potuti ben avvedere gli astanti soddisfatti e numerosi, così numerosi da essersi dovuti spostare da una sala secondaria all’Aula Magna del Centro, così soddisfatti da aver circondato di lunghi affetti e attenzioni il relatore.
Quarto aspetto: la questione liturgica. Potremmo dirlo con una domanda: “ma è vero che Burke è fissato con la liturgia, la cappa, l’ermellino, il latino, le chiroteche, il Summorum Pontificum etc. etc.?” Risposta: purtroppo no. Burke è fissato con la preghiera vissuta in modo intenso e profondo. L’evento bresciano prevedeva una Adorazione eucaristica con recita del s. Rosario nel dopo cena. Il cardinale è arrivato visibilmente stanco alla funzione, eppure non ha mai dato segni di impazienza o trascuratezza. Ha indossato i paramenti predisposti dal parroco ospitante (belli ma affatto comuni), ha obbedito alle indicazioni a volte impacciate del cerimoniere, ha pregato con raccoglimento in ginocchio tutto il Rosario (udite udite: era in italiano), ha lasciato un pensiero finale accorato e affettuoso, senza fretta e senza retorica. L’indomani ha celebrato la s. Messa in forma ordinaria con grande intensità, ma senza troppi formalismi (l’opposto di quel che si vede in alcuni giovani sacerdoti un po’ tradizionalisti, cui forse manca troppo spesso - e non per colpa loro - un buon Maestro della Tradizione). Spero che anche questa testimonianza possa servire a sfatare il mito oscuro di un uomo che - caso più unico che raro nell’era bergogliana - ha preferito rimanere saldo nelle proprie posizioni in difesa della cura liturgica e della puntualità teologica, anziché ancorarsi alla propria poltrona curiale. Non so voi, ma a me un cardinale che rinuncia piuttosto all’ufficio in Vaticano anziché alla cappa con ermellino convince: evidentemente c’è un valore grande simboleggiato dalla cappa, addirittura più grande di uno stipendio romano o di una poltrona in Signatura Apostolica.

E’ dovuto un grazie alle associazioni che hanno invitato Sua Eminenza a Brescia: oltre al patrocinio dell’Ufficio Pastorale Familiare della Diocesi, si segnala il sostegno dell’associazione Alessandro Maggiolini, del Coordinamento Nazionale Summorum Pontificum e della giovane Amicizia San Benedetto Brixia, che promuove la formazione liturgica e liturgico-spirituale tradizionale in città.

Termino con un aneddoto. Fuori dalla Sala ho incontrato un amico, universitario affatto estraneo alle bagarre sinodali ed ecclesiali in genere, capitato un po’ per caso alla conferenza: “Questo cardinale, non so perché, mi ha fatto un’impressione strana… mi ha ricordato Papa Benedetto XVI… molto semplice da capire e molto timido… mi ha lasciato un che di positivo e rassicurante”. Non servono altri commenti. Alla prova dei fatti sono giunto a ritenere che chi biasima il card. Burke evidentemente lo fa solo perché non lo conosce o perché ha interesse ad infamarne le idee, colpendo la persona. Quest’ultima però si chiama vigliaccheria ed è il tipo di posa che non piace a me, non piace a Francesco, non piace a Gesù e spero non piaccia nemmeno ai lettori.

 

21 marzo 2015

Una critica (costruttiva e amichevole) a La Croce - Quotidiano


di Satiricus

Non ce la faccio più, non tollero più di esser trattato da utile idiota, con argomenti fatui e lacunosi, con totale assenza di auto-critica, con sicumera ottusa e con una superficialità che solo gli intellettualisti possono permettersi. Sembra di sentire gli eurocrati con ministri mai votati al seguito “la crisi è passata, state tranquilli”; sembra l’untuosità sorniona dello stesso Scalfarotto “il mio ddl non vi darà problemi, state tranquilli”. Peccato che qui si tratti di La Croce Quotidiano, dove fin dal primo numero hanno scelto di trattare così il lettore in materia di cattolicismi, puntando evidentemente sul fatto di avere a che fare con un target di destinatari totalmente sprovvisti di conoscenze in merito. Lo dico con totale nausea, ma anche col diritto del cliente, di quello che ci mette i soldi e la faccia per diffondere tra conoscenti e amici il doppio foglio di Marione, formidabile grimaldello sui temi caldi della laicità. Lo dico dagli inizi e qui lo ribadisco: onore agli arditi de La Croce, i redattori che fecero l’impresa. Onore al grande sforzo, alla passione, al coraggio, allo studio, al servizio di questa equipe piacevolissima, soprattutto perché nata dal basso. Oggettivamente intollerabili stanno divenendo invece i palchetti raggelanti di Marcotullio - eh già, è a lui che vanno i miei disappunti - roba che quasi rimpiango il normalismo aplomb di Introvigne o il papalisimo anodino di Invernizzi su La Roccia. Qualunquismo mascherato da professionalità, è il mio giudizio personale un po’ calcato. Un qualunquismo pericoloso, sebbene limitato ai temi vaticani, perché in tutto simile a chi sbeffeggia le veglie delle Sentinelle, i Congressi regionali, le bandiere giganti nelle piazze ed in generale tutta la militanza critica pro-life, in quanto espressione eccessivamente allertata di compulsivismo bigotto e conservatore (quasi “essenzialista” in materia bioetica - cfr. più sotto): insomma roba che ti attenderesti dal circolo LGBT o dall’ACLI di quartiere, non da La Croce Quotidiano.

Non dico certo di buttarsi sulla spietata linea Socci (troppo caustico); non pretendo nemmeno di dar spazio all’intelligentissimo e prudentissimo Messori (troppo fine); mi andrebbe bene una posizione che si limitasse a presentare i lati più ortodossi del Magistero ufficiale attuale, smontando le strumentalizzazioni mediatiche su Francesco e sgonfiando il clamore di alcune sue comunicazioni atipiche: questo in effetti serve al cattolico medio, aderente alla battaglia contro i falsi miti di progresso. Per meno di questo, però, non sono disposto a proseguire nella diffusione della Croce. E invece il “meno” lo si tocca quasi quotidianamente. Un episodio per tutti. Il 17 marzo Marcotullio se n'è uscito con il riciclo di un'intervista della Stampa a Dianich per un resoconto che bollerei, rendendo addirittura onorifica la critica, come leibniziano. "Chi guarda al Sinodo dell'ottobre venturo con apprensione sembra ignorare la storia della Chiesa". Udite udite: l’eurozona non è un problema, Scalfarotto non è un problema e la bagarre sinodale sulla famiglia e i sacramenti non è un problema. Viviamo nella migliore delle Chiese possibili, perfetta addirittura, in cui non si ha da temere nulla. Qualcuno profetizza un nuovo terremoto di Lisbona? Una defezione nella fede ecclesiale? Catastrofista! I terremoti sono roba da Medioevo - o qualcosa di simile. Dianich è un esperto, lui ha studiato e sa che non rischiamo nulla, la Chiesa procede sicura, avvezza a dibattiti. "Tutta la storia del cristianesimo è anche la storia di un grande confronto". Ogni tanto qualcuno muore bastonato “dai suoi monaci”, ma anche questo non è di interesse, tanto più che tale sorte probabilmente non toccherà né a Dianich né a Marcotullio.
Anche io ho studiato, non tanto come Dianich, ma ho studiato, addirittura ho studiato libri e articoli di Dianich, e mi consta che negli ultimi cinquecento anni, a fronte di una Chiesa dottrinalmente salda (sulla carta - carta peraltro ampiamente contestata dai teologi più applauditi), abbiamo perso milioni di fedeli, rastrellati di secolo in secolo dalle ondate prima protestanti, poi illuministiche, poi comuniste ed ora nichiliste (sto semplificando, però in linea di massima tengo dietro alla Spe Salvi di Benedetto XVI). E poi, ardisco precisare, non solo la storia della Chiesa, ma la storia dell’umanità è “la storia di un grande confronto”, apocalittico addirittura, o non fu un grande confronto la Seconda Guerra Mondiale? O non si dice - per usare provocazioni meno gratuite - che le Crociate coi loro laghi di sangue sono state occasione di un grande scambio culturale tra europei ed arabi? Per cominciare dunque mi accontenterei di sottrarre alla banalizzazione irresponsabile questo primo punto, stando peraltro assolutamente al di qua di qualsivoglia critica al Romano Pontefice (così anche i fedelissimi della Croce possono leggere senza scandalo): rendiamoci conto che la Chiesa non è solo il balconcino di San Pietro e il rotocalco degli Acta Apostolicae Sedis; il dramma annusato da taluni insomma non concerne direttamente od esclusivamente la possibilità di stravolgimenti magisteriali o cedimenti pontifici, di documenti discutibili o prassi svecchiate, ma tiene conto del dissesto nel popolo, del tracollo nella vita cristiana ordinaria e nelle vocazioni sia speciali che familiari. Gli scontri, per quanto possano attendersi finali idillici nei sacri palazzi, costano sempre in termini di vittime sul campo, e la mancanza di preveggenza strategica può costar cara ai poveracci della prima linea.
Non basta, di colpo si passa dal tratto consolatorio in perfetto stile Don Raffae’ al pindarismo teologico più estremo. "La presunzione degli essenzialisti sta in questa riduzione del cammino della fede a un procedimento logico". Chi sarebbero gli essenzialisti? Quelli che difendono la realtà della Eucaristia? Quelli che non trasformano la Comunione in un palliativo psicologico per coppie in crisi e famiglie arcobaleno? Non si capisce. Del resto tale approfondimento supera il livello medio-basso delle riflessioni teologiche ammesse sulla Croce. E allora, proprio per la scelta programmatica di mantenersi ad un tenore di vaticanismo mediocre, paternalistico, pedagogicamente a-problematizzante, divulgativo, non si potrebbe lasciare del tutto esclusi certi temi specifici? È pure in contraddizione con la retorica autobiografica adinolfiana del peccatore recidivo in missione pro-life questa posa catara e innocentista, costruita sul mito di un cattolicesimo tradizionale ignorante e cupo, incline a vedere problemi dappertutto, prigioniero di schemi mentali idioti, così analfabeta da fraintendere sistematicamente tutte le cristalline dichiarazioni di Francesco. Tutto bene, signori lettori, dite il rosario e andate avanti, prenotatevi per il Palalottomatica, alla Chiesa ci pensa lo Spirito Santo (e alla famiglia no? Gli serviamo noi coi pullman da tutta Italia?). Storico e sovente accusato di essenzialismo è - concedetemi un esempio scomodo - Roberto De Mattei, le sue posizioni di militanza culturale possono dispiacere (io non le condivido), il suo lavoro di ricerca sul Concilio Vaticano Secondo può non essere ratificato in tutti i dettagli e nei giudizi conclusivi, ma in esso si mostra come anche il Concilio sia stato teatro di gravi e meschini scontri tra prelati, si documenta che alcune sensibili decisioni dei pontefici sono state influenzate da tali trame, e che il Popolo di Dio ne ha risentito: tutto ciò è innegabile, senza con ciò dover ratificare l'implosione della Chiesa e la fine del Papato. Davanti a bassezze degne di un romanzo della Mazzucco l’innocentismo è peccato, “la fede e la preghiera” chiedono anche astuzia e combattività. È eccessivo scrivere questo su La Croce? Lo è, La Croce si rivolge al popolino dei cristiani semplici, veloci allo scandalo; ma è davvero troppo chiedere, non dico la critica intelligente libera e coraggiosa (tipo Messori, che è l'equivalente di Adinolfi in tema di vaticanerie), ma almeno un rabbonimento che non scada nel ridicolo e nella beffa? E’ troppo chiedere che la consolazione del popolino - affatto digiuno di “essenzialismi” - non passi per l’irrisione di punti teoreticamente complessi, facilmente impugnabili dagli stessi teologi di grido (i teologi scomodi non durano molti anni sulle loro poltrone, teologo Ratzinger docet), comodi solo alla autoreferenzialità del redattore? Tiriamo le fila: che alla fin fine, all'indomani del Sinodo in arrivo, sul Catechismo non appariranno stampate eresie possiamo esser d'accordo nella fede (lo scrivo fingendo di non ricordare il Catechismo Olandese, per quanto non ufficiale, e le relative prefazioni di elogio compilate da teologi né “essenzialisti” né “irenisti”, autentici dianichiani ante litteram). Che sia impossibile la defezione di un Papa eretico, non è serio dirlo ma non è tema da quotidiano popolare. Che si riveli semplice a priori la difesa della fede da parte di Francesco e che il prossimo Sinodo possa correr via liscio, va contro ogni ragionevole previsione storica alla luce delle cronache (ma Marcotullio potrà scegliere di scommettere sull'esito, forte - perché no? - dei consigli pokeristici del suo Direttore). Che il Sinodo straordinario non abbia invece già rivelato posizioni materialmente eretiche sia di vari prelati, sia nella prassi di tanto basso clero, sia nel credo di non pochi fedeli è innegabile.
Tralascio altri affondi teologici, ormai sconfortato dalla provata ipocrisia degli ecclesiastici, che contestano con sicumera il Magistero passato, ma si trasformano in pudichi lacchè al cospetto dell'attuale Regnante, che fanno le pulci in aula con certosina minuzia ad almeno 11 secoli di storia della Chiesa, ma poi normalizzano i dissesti del tempo presente elargendo interviste trionfalistiche ad hoc. Curiosa però la dichiarazione sulla prospettiva di studio dell'ecclesiologo intervistato, la quale "non si è orientata verso un'ermeneutica della frattura, né per questo ha rinunciato a mettere in luce le reali e profonde innovazioni". L'eremeneutica o è della continuità o non lo è, dire “né per questo ha rinunciato” non ha molto senso, si annovera ben che vada tra le chimere e retoriche utili a raggirare la questione o a dimostrarsi ignoranti in materia. Che Benedetto XVI su questa benedetta ermeneutica si sia speso dal 2005 fino all’ultimo discorso prima del congedo non suggerisce proprio nulla a nessuno? Nemmeno a chi ha studiato molto?
Lasciamo perdere e andiamo ad una frase in chiusura dell'articolo che è tutto un programma: "Quanto più la fede è robusta tanto più possiamo permetterci di discutere e di litigare, sicuri che la grazia di Dio ci manterrà nella fede". Già, chissà che non stia qui il problema, e sì che Francesco ha preso il timone della Chiesa proprio nell'Anno della Fede. Qual è il gioco? I papi indicono anni speciali per riempire la noia delle loro giornate romane? O non era quell'anno, curiosamente corrispondente agli anniversari del Vaticanosecondo e del Catechismo, indice di una crisi fiacca, sempre più fiacca, tutto fuorché sicura o scontata? E sia, sono valutazioni che si giudicano da sé. Ribadisco, forse il popolo di Adinolfi può accontentarsi di un livello di formazione religiosa medio-bassa, quasi stupida, alimentata da mezze notizie gestite opportunisticamente, l'importante è che siano risoluti nel firmare Referendum e nel sentinellare in silenzio, nel far pienone ai convegni contro i falsi miti di progresso e nel creare comitati di sensibilizzazione pro-life locali. Cose sante, che in effetti possono convivere benissimo con la mediocrità della formazione cattolica e con un servilismo funzionale allo spirito di corpo. Il tutto peraltro viene benissimo compensato dal messaggino mensile di Medjugorie. E voglio appunto congedarmi lanciando una sfida in tema. Provate a interrogare i vostri conoscenti, lettori della Croce, ascoltatori di Radio Maria, fedelissimi di Papa Francesco, devoti di Medjugorie, provate a metterli spalle al muro: dovessero scegliere tra Medjugorie e Francesco, che farebbero? Io ci ho provato ed ho fatto scoperte mirabolanti. Ho scoperto che la Chiesa è piena di normalisti che si spacciano devoti di Francesco, solo perché lo ignorano crassamente quando gli fa comodo, per esempio nella devozione a Medjugorie. "Il Papa - testuali parole - non può opporsi alla Madonna", così un capo-gruppo locale attivissimo nella causa pro-life. Ho capito tutto: non c'è niente da capire.
E con tutto questo il sottoscritto compra La Croce, va a Medjugorie, obbedisce al Papa, dà spazio ai ragionevoli dubbi e prega e teme per l'esito della fede fragile della Chiesa. Anche Dio ne sembra preoccupato, a giudicare dalla marea di martiri che ci sta donando. Ma il Dianich di Marcotullio è tranquillo, lui ha studiato che tanto i martiri ci sono da sempre.