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13 aprile 2019

Se Benedetto risponde ai dubia

Nelle ore successive alla pubblicazione della lunga dichiarazione di Benedetto XVI sulla crisi morale e teologica della Chiesa, molte persone hanno intravisto una connessione indiretta fra il documento ratzingeriano e il memoriale di monsignor Viganò dell'estate scorsa. Concetti simili ai seguenti sono stati espressi anche su la Verità.

di Giorgio Enrico Cavallo
È bello potersi abbeverare ad una fonte limpida, quando si ha sete. E dal 2013 di sete ne abbiamo avuta molta, davvero. La carrellata di scandali, di stramberie teologiche, di frasi inopportune e soprattutto di preoccupanti e perpetrati silenzi necessitava di un intervento chiarificatore. L’intervento di Benedetto XVI, esteso e meditato come una piccola enciclica, ha tutto il pregio di una sapiente riflessione sulla crisi della Chiesa ma anche il valore di un soccorso pastorale, dottrinale e teologico per questi anni di evidente crisi.

Le tematiche trattate da Benedetto XVI sono state molte – giova ricordare lo j’accuse al ’68, causa del collasso morale nella Chiesa –  ma c’è la sensazione che il pontefice quasi 92enne abbia voluto, con ferma lucidità, dare quelle risposte che Bergoglio non ha mai dato. Benedetto, con il suo consueto stile pacato e gentile, ha squarciato una coltre di silenzio che ha imbarazzato e rattristato i cattolici fin da quando i quattro cardinali hanno reso pubblica la loro lettera contenente gli ormai celebri dubia. I “dubbi” sottoscritti dai cardinali Caffarra, Brandmüller, Burke e Meisner dopo la pubblicazione dell’esortazione apostolica Amoris Laetitia del 2016 sono rimasti lettera morta: Bergoglio non ha mai risposto, mentre i quattro firmatari sono stati oggetto di un fuoco incrociato di critiche dai pasdaran del progressismo cattolico.

Benedetto risponde tra le righe. Al quarto dubium dei cardinali, collegandosi alla Veritatis Splendor di san Giovanni Paolo II, egli spiega che «ci sono valori che non è mai lecito sacrificare in nome di un valore ancora più alto e che stanno al di sopra anche della conservazione della vita fisica. Dio è di più anche della sopravvivenza fisica. Una vita che fosse acquistata a prezzo del rinnegamento di Dio, una vita basata su un’ultima menzogna, è una non-vita».

Ma è sull’Eucaristia che il Santo Padre emerito Benedetto riafferma con forza un atteggiamento di buon senso cristiano. Buon senso, perché quanto affermato da Ratzinger è semplice abc del cattolico che vuole accostarsi con serietà ai sacramenti, che ha rispetto per Cristo e, a dirla tutta, che ha anche rispetto per la propria anima. Constata Benedetto XVI: «L’Eucaristia è declassata a gesto cerimoniale quando si considera ovvio che le buone maniere esigano che sia distribuita a tutti gli invitati a ragione della loro appartenenza al parentado, in occasione di feste familiari o eventi come matrimoni e funerali. L’ovvietà con la quale in alcuni luoghi i presenti, semplicemente perché tali, ricevono il Santissimo Sacramento mostra come nella Comunione si veda ormai solo un gesto cerimoniale. Se riflettiamo sul da farsi, è chiaro che non abbiamo bisogno di un’altra Chiesa inventata da noi. Quel che è necessario è invece il rinnovamento della fede nella realtà di Gesù Cristo donata a noi nel Sacramento».

Sempre leggendo tra le righe, queste parole rispondono inevitabilmente al primo dubium dei cardinali. Quello sull’ammissione alla Santa Eucaristia di una persona che, essendo legata da vincolo matrimoniale valido, convive more uxorio con un’altra. No, dice papa Benedetto, non è possibile che l’Eucaristia sia concessa a tutti con leggerezza. Non è un gesto cerimoniale. Serve un «profondo rispetto di fronte alla presenza della morte e risurrezione di Cristo», cosa che non avviene al giorno d’oggi. Tanto che, aggiungiamo noi, si arriva a pretendere l’accesso al sacramento anche da parte di chi vive una situazione oggettiva di peccato grave.

È chiaro che non era nello stile di Benedetto XVI rispondere puntualmente ai quattro dubia; egli resta un professore un po’ timido, lontano da “invasioni di campo”: Amoris Laetitia è stata scritta da Bergoglio. L’intento della lettera è quello di fornire qualche «indicazione» che possa «essere di aiuto in questo momento difficile», ma, proprio per questo, è impossibile non scorgervi all’interno anche le indirette risposte ai dubia dei cardinali. Dubbi che sono del tutto legittimi e che, ahinoi, si legano ai fondamenti di una sana dottrina cattolica.

Constatare come da anni nella Chiesa vi sia un “liberi tutti”, uno sbracamento teologico deprimente ed inquietante, non può che allarmare e farci apprezzare ancora di più l’estremo tentativo di Benedetto XVI di raddrizzare il timone della barca. E qui si pone la risposta ad una domanda latente nei cattolici: che Chiesa è quella che stiamo vedendo? Benedetto analizza: «Oggi la Chiesa viene in gran parte vista solo come una specie di apparato politico. Di fatto, di essa si parla solo utilizzando categorie politiche e questo vale persino per dei vescovi che formulano la loro idea sulla Chiesa di domani in larga misura quasi esclusivamente in termini politici. La crisi causata da molti casi di abuso ad opera di sacerdoti spinge a considerare la Chiesa addirittura come qualcosa di malriuscito che dobbiamo decisamente prendere in mano noi stessi e formare in modo nuovo. Ma una Chiesa fatta da noi non può rappresentare alcuna speranza».

Per usare un termine molto più terra-terra e già più volte impiegato da giornalisti e blogger, la Chiesa sta diventando una Ong: vicina ai bisogni degli uomini (e neanche tutti, soltanto alcune specifiche categorie) e lontana da Dio. Un organismo politico, dice Ratzinger, che guarda al futuro in termini politici. Ed è così che, travolta da una crisi dottrinale, teologica e pastorale, «la Chiesa muore nelle anime». E alla domanda latente nei cattolici, sconcertati di fronte a questa Caporetto spirituale, su quale sia la strada da percorrere per salvare la Chiesa, il papa emerito ha una risposta chiara. Per salvare la Chiesa non bisogna snaturarla. Non la si può riformare, plasmandola secondo i bisogni attuali dell’uomo: «L’idea di una Chiesa migliore creata da noi stessi è in verità una proposta del diavolo con la quale vuole allontanarci dal Dio vivo, servendosi di una logica menzognera nella quale caschiamo sin troppo facilmente. No, anche oggi la Chiesa non consiste solo di pesci cattivi e di zizzania. La Chiesa di Dio c’è anche oggi, e proprio anche oggi essa è lo strumento con il quale Dio ci salva. È molto importante contrapporre alle menzogne e alle mezze verità del diavolo tutta la verità: sì, il peccato e il male nella Chiesa ci sono. Ma anche oggi c’è pure la Chiesa santa che è indistruttibile. Anche oggi ci sono molti uomini che umilmente credono, soffrono e amano e nei quali si mostra a noi il vero Dio, il Dio che ama. Anche oggi Dio ha i suoi testimoni (“martyres”) nel mondo. Dobbiamo solo essere vigili per vederli e ascoltarli». Un messaggio in bottiglia per questi tempi difficili. Un vademecum per coloro che oggi hanno le redini della Chiesa, affinché indirizzino al meglio la barca di Pietro.



 

14 novembre 2017

Dubia ultima chiamata. Burke rincara la dose "Un anno di confusione"

Lo scrivevamo, a ragion veduta, domenica scorsa: è in corso un grande scontro nella Catholica. Che significava ciò? Che a breve i cattolici si sarebbero riversati per le strade con randelli e falci? No. Significava invece che attendevamo come imminente l’ulteriore sviluppo di cui nelle ultime ore: dopo mesi di attesa per la Correzione formale, eccoci a una sorta di passo in avanti, non proprio quello sperato ma quasi. In pratica il cardinale Burke, in un'intervista, ha detto espressamente che "A un anno dalla pubblicazione dei "dubia" su "Amoris laetitia", che non hanno ottenuto alcuna risposta dal Santo Padre, constatiamo che la confusione sull’interpretazione dell’esortazione apostolica è sempre maggiore". Il porporato definisce "urgente" la situazione, perché il Santo Padre deve confermare i fratelli nella fede. "Dobbiamo stabilire cosa voleva insegnare in qualità di successore di Pietro". "E' stato messo in moto un processo che sovverte parti essenziali della tradizione".
(testo in italiano dell'intervista).

Prima di commentarlo, un po’ di cronistoria. Come siamo arrivati sin qui? (Chi ha buona memoria può andare subito a fine articolo).

  1. 2011, 11 ottobre. Papa Benedetto XVI indice l’anno della Fede, dall'11 ottobre 2012 al 24 novembre 2013. Il precedente si deve al beato Paolo VI ed è legato ad una stagione turbolenta nella Chiesa: Papa Benedetto ne è consapevole, oggi ci chiediamo se non ci stesse avvisando di qualcosa.
  2. 2014, 5-19 ottobre. Papa Francesco presiede un Sinodo Straordinario sulla Famiglia, indetto un anno prima nel corso dell’Anno della Fede. Il Sinodo conclude in un clima ecclesiale di aperture pericolose.
  3. 2014, primavera. Viene pubblicato “Permanere nella verità di Cristo”: cinque cardinali e alcuni studiosi rispondono alle tesi eterodosse emerse dal Sinodo appena concluso e si preparano così al grande scontro previsto per il Sinodo successivo.
  4. 2015, 29 settembre. La Segreteria di Stato della Sante Sede riceve una Supplica Filiale sul futuro della Famiglia, sottoscritta da 790.190 cattolici di 178 Paesi, fra cui 8 cardinali, 203 arcivescovi e vescovi e innumerevoli sacerdoti. Giorni dopo si raggiungono gli 879.451 firmatari.
  5. 2015, 4-25 ottobre. Ha luogo la XIV assemblea generale ordinaria, Sinodo dedicato anch’esso al tema della famiglia. Si tratta di un evento complesso, in cui il dietro le quinte riserva sorprese e colpi di mano, tali da destare l’interesse animoso di tutto il mondo
  6. 2016, 19 marzo. Il Papa pubblica Amoris Laetitia, l’esortazione apostolica post-sinodale giudicata da molti un punto di rottura rivoluzionaria nella prassi e forse nella dottrina della Chiesa Cattolica, con essa il comandamento sull’adulterio sembrerebbe relativizzato dopo 2000 anni.
  7. 2016. I mesi successivi sono un continuo rincorrersi di polemiche. Da vari fronti si levano voci che chiedono chiarezza, che accusano di eresia almeno materiale o di grave confusione, che accolgono con entusiasmo le rotture magisteriali. Il Papa non si pronuncia mai nel senso di confermare l’interpretazione ortodossa e tradizionale del documento; i suoi più stretti collaboratori insistono sul fatto che il documento è Magistero e che le novità sono reali ed effettive; iniziano una serie di pronunciamenti e ordinanze episcopali in contraddizione le une con le altre.
Tra le accuse più pesanti (non per forza le più significative):
  • La critica teologica all’Esortazione Amoris Laetitia inviata ai primi di luglio del 2016 da 45 teologi, filosofi, storici e pastori di anime cattolici a 218 cardinali e patriarchi, consiglieri ufficiali di Papa Francesco.
  • La lettera dell’Istituto Plinio Correa de Oliveira.
  • La dichiarazione di The Remnant e di Catholic Family News.
  1. 2016, 29 agosto. Viene pubblicata una Supplica filiale per chiedere al Pontefice chiarezza e difesa della dottrina ( http://www.supplicafiliale.org/ ). Tale Supplica, che sceglie la forma di una Dichiarazione di Fedeltà, ha raggiunto 35.112 firme, fra le quali si contano 3 cardinali, 9 vescovi, 636 fra sacerdoti diocesani e religiosi, 46 diaconi, 25 seminaristi, 51 fratelli religiosi, 150 religiose claustrali e di vita attiva, ai quali si devono aggiungere 458 laici fra accademici in genere, professori di teologia, insegnanti di religione, catechisti e agenti pastorali.
  2. 2016, 19 settembre. Quattro cardinali consegnano all’ex Sant’Uffizio un documento contenente cinque questioni, cinque dubbi relativi alla interpretazione ufficiale che si vuole riservare ad Amoris laetitia: ortodossa o eretica? Attendono una risposta netta dal Papa.
  3. 2016, il 14 novembre. Non ottenendo risposta alcuna i quattro cardinali hanno deciso di rendere pubblico il documento per far sapere alla Chiesa che un forte dibattito sta sorgendo dopo la pubblicazione dell’Amoris Laetitia e che l’esortazione non è scevra da possibili interpretazioni contrarie agli insegnamenti di Santa Romana Chiesa
  4. 2016, 16 novembre. Il card. Burke svela quale potrebbe essere il prosieguo della vicenda in assenza di una chiara posizione del Pontefice: i cardinali firmeranno un atto formale di correzione degli errori papali. Dichiara il porporato: «Dovremmo far fronte a questa situazione. Nella Tradizione della Chiesa c’è la pratica della correzione del Romano Pontefice, anche se chiaramente è abbastanza raro che accada. Ma se non c’è risposta alle nostre questioni, direi che ci sarebbe il problema di compiere un atto formale di correzione di un serio errore». Il cardinale Burke prosegue ricordando che in caso di conflitto tra il Papa e la Tradizione della Chiesa, si impone la Tradizione.
  5. 2017, 9 gennaio. Continuano le dichiarazioni private del card. Burke, la Correzione formale è una possibilità che si avvicina.
  6. Nel frattempo, fra dicembre 2016 e i primi mesi del 2017 si consuma un’altra grave crisi. L’Ordine di Malta, il cui prelato nominato da Francesco è proprio Burke, viene commissariato dal Papa stesso. Le motivazioni non sono chiarissime, ma viene fuori che è in corso una lotta fra fazioni anche fra i Cavalieri.
  7. 2017, 22 aprile. Evento minore, ma significativo, il Convegno di studi a Roma organizzato da La Nuova Bussola Quotidiana.
  8. 2017, 25 aprile. Il card. Caffarra scrive una lettera al Santo Padre chiedendo udienza per sé e per gli altri tre cardinali in merito agli irrisolti dubia.
  9. 2017, 5 luglio. Muore il card. Meisner 
  10. 2017, luglio. Il cardinale Mueller, con modalità piuttosto singolari, viene rimosso dalla Congregazione per la dottrina della Fede, di cui era prefetto. A quanto pare il tedesco condividerebbe l'opinione espressa dai cardinali dei dubia, sarebbe solo perplesso sulle loro modalità di azione. Non è quindi in linea con quella che dovrebbe essere l'interpretazione di Amoris Laetitia.
  11. 2017, 6 settembre. Muore il card. Caffarra
  12. 2017, 11 agosto. 40 studiosi cattolici di tutto il mondo consegnano privatamente a Papa Francesco una Correzione Filiale contro gli errori di Amoris Laetitia. Tra di essi non si annoverano Pastori, la lettera non ha dunque valore canonico.
  13. 2017, 24 settembre. Non ottenendo risposta di sorta i 40 studiosi decidono di rendere pubblica la lettera, inizia una crescente raccolta firme che svela il malcontento crescente nei confronti della situazione di confusione attuale ( www.correctiofilialis.org ).
  14. 2017, tutto l'anno, al posto di essere dedicato alla celebrazione del Centenario delle apparizioni di Fatima, viene trasformato da Bergoglio, nella celebrazione di Martin Lutero, generando una frattura sempre più profonda. Inoltre, anche se non è questione strettamente collegata ai dubia, si fanno strada ipotesi di modifiche della Messa, che prendono forma con il motu proprio Magnum Principium.

A queste prime fasi si aggiunge oggi un’ulteriore mossa, dunque si torna a porre l'attenzione su una questione estremamente spinosa, che dilania la Chiesa. "Il senso della pratica sacramentaria si sta erodendo - dice Burke- soprattutto perché si tratta dei sacramenti di Penitenza ed Eucarestia".

Non fosse a tutti nota la proverbiale dolcezza del regnante Pontefice e dei suoi bonari collaboratori, verrebbe da ritenere che i difensori della Tradizione cattolica abbiano quasi scelto di far leva su un risveglio dell’opinione pubblica, essendo le reazioni vaticane sempre più scomposte e sintomo di un equilibrio precario.

Cosa sta dietro a simile strategia, che sembra in ritirata rispetto alle dichiarazioni del card. Burke (16 novembre 2016)? C’è la consapevolezza di non avere le forze per affrontare la battaglia in campo aperto? Oppure è l’opposto: siccome la Curia si fa forte della propaganda mediatica, gli Apologeti non vogliono esporsi con gesti eclatanti e a forte impatto pubblico, ma cercano comunque di risvegliare la coscienza cattolica?

E ora, cos’altro ci attende? Dei quattro cardinali ne sopravvivono due, ma temo sbagli chi pensa di veder spegnersi tutto alla loro morte: più facile ritenere che ne vengano allo scoperto pochi alla volta. E intanto che mossa vanno preparando? E quali sono le prossime sfide? Qui si tratta di famiglia, ma la liturgia? L’ecumenismo? Anche questi due ambiti sono stati feriti gravemente. E i giovani, prossimo fragile bersaglio sinodale?

Intanto registriamo questo nuovo passo, sempre più chiarificatore, giunto dopo un periodo che, tutto sommato, dà ragione agli estensori dei dubia. Amoris Laetitia ha creato il caos e rispondere ai dubia servirebbe a ristabilire l'ordine, in una materia, quella morale, su cui si giocano molti dei destini della Chiesa e dell'umanità intera. Il deposito della fede non può essere cambiato in alcun modo, perché ci è stato consegnato da Gesù in persona. Una Chiesa che non lo conservasse non sarebbe Chiesa. 

La battaglia è sia spirituale che culturale.
Ciò che è certo è che questa ultima azione dei cardinali è l'ultima chiamata per i tiepidi. Il matrimonio o si difende o non si difende. Tertium non datur.


 

02 novembre 2017

Poste vaticane: ecco il problema!


di Satiricus

Inizio a credere che il problema del Pontificato attuale sia solo un problema di poste, ne convenite?
Ho raccolto tre indizi e quindi ne ho la prova

Il primo indizio è la quantità crescente di lettere che vengono spedite al Santo Padre, ma dopo mesi ancora non arrivano alla meta, costringendo così gli autori a rendere pubbliche le dichiarazioni delle missive: si tratti dei Dubia cardinalizi, della correctio filialis o di altri interventi di singoli teologi, quali l’ultimo del padre Thomas G. Weinandy, O.F.M (che pare sia stato costretto dal suo Vescovo a dimettersi da membro della commissione teologica internazionale). Firmata e imbustata nella memoria di S. Ignazio di Loyola, la confessio del cappuccino fino ad oggi non è riuscita a raggiungere le scrivanie pontifice - come altrimenti spiegarsi l’assenza di risposte, almeno in nome del bon ton? - e allora ecco che il teologo pur di farsi sentire è costretto a pubblicare le proprie riflessioni.

Il secondo indizio è il fatto che il Papa sia costretto a ricorrere alla Nuova Bussola Quotidiana per far avere il suo parere, nella fattispecie sto pensando alla correctio paternalis mossa al card. Sarah. Ma davvero un bravo corriere o un telefono - nei primi anni di pontificato devono averli consumati tutti - non è riuscito ad assolvere il delicato compito di raggiungere gli appartamenti cardinalizi? E sì che si lamentano tutti che ‘sti appartamenti siano pure belli grossi!

Il terzo indizio è il conio del francobollo Vaticano commemorativo della riforma luterana: Lutero e Melantone inginocchiati ai piedi del crocifisso. Non mi è chiaro chi farebbe la parte di Maria e chi di san Giovanni, ma tanto cambia, ormai uno si sceglie il sesso che vuole, per cui non mi scandalizzerei se Lutero stesso, poni caso, venisse proclamato donna ed elevato a culti specifici. In ogni caso, posto che il luteranesimo è definitivamente condannato da Trento, è ovvio che il nuovo francobollo non rispecchia la visione cattolica, ne consegue che qualcosa lì nelle Poste vaticane è andato storto.

E nell’attesa che i postini vaticani si ravvedano, restiamo con le parole di padre Weinandy: “Mi sono spesso chiesto: "Perché Gesù ha lasciato che tutto questo accada?" L'unica risposta che mi viene in mente è che Gesù vuole manifestare proprio quanto debole sia la fede di molti all'interno della Chiesa, anche fra troppi dei suoi vescovi. Ironia della sorte, il suo pontificato ha dato a coloro che sostengono punti di vista teologici e pastorali rovinosi la licenza e la sicurezza di uscire in piena luce e di esibire la loro oscurità precedentemente nascosta. Nel riconoscere questa oscurità, la Chiesa umilmente sentirà il bisogno di rinnovare se stessa e così continuare a crescere in santità”.


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24 settembre 2017

Amoris Laetitia, una correzione che non si può ignorare

di Francesco Filipazzi
Tanto tuonò che piovve. Di una correzione ad Amoris Laetitia si parlava da lungo tempo e questa mattina, 24 settembre 2017, è stata finalmente pubblicato un documento di correzione filiale, da parte di un gruppo di sacerdoti e studiosi, alla ormai tristemente nota esortazione post sinodale che tanto male ha fatto alla Chiesa negli ultimi anni. Il documento, Correctio filialis de haeresibus propagatis, è fermo, ma estremamente rispettoso, oltre che lungo e documentato. Si tratta di 17 pagine più 10 di note. Difficilmente potrà essere liquidato come una barzelletta, anche se il tentativo di farlo è già in atto. In primo luogo, il documento è stato presentato al Santo Padre due mesi fa, ma siccome non ha ricevuto risposta è stato reso pubblico oggi. In secondo luogo la stampa schierata sta già cercando di attuare le ben note tecniche orwelliane di disinnesco. Tornielli su la Stampa (seguito poi dagli altri giornali) è arrivato a dedicare il titolo del suo pezzo totalmente ad Ettore Gotti Tedeschi, uno dei 62 firmatari. Perché questa condotta? Per acrimonia personale, certamente, ma anche per cercare di sviare dal contenuto specifico del documento, che andiamo ad illustrarvi. Eppure lo stesso Gotti Tedeschi spiega il senso del gesto: «È una supplica scritta da teologi, non parla di eresie ma dice che indirettamente potrebbe facilitare eresie. Sia chiaro: io non accuso il Papa, io gli voglio bene. Io sono per la Chiesa e per il Papa e non mi distaccherò mai nè dalla Chiesa nè dal Papa. Il documento è un atto devoto, un invito alla riflessione».
Il documento è scaricabile in varie lingue su: correctiofilialis.org

Le note. Come già detto, ci sono 10 pagine di note. Esse coinvolgono i Vangeli, le Lettere, pronunciamenti di sommi pontefici compreso Giovanni Paolo II, concilii (compreso il Vaticano II) e altri documenti canonici. Questo è già sufficiente per capire che non si sta sparando nel mucchio, ma estensori e firmatari del documento sono ben consapevoli di inserirsi all'interno dei pronunciamenti ufficiali della Chiesa.

Questo documento è lecito. «Dalla legge naturale: poiché come gli inferiori per natura hanno il dovere di obbedire ai loro superiori in tutte le cose previste dalla legge, così essi hanno il diritto di essere governati secondo la legge e pertanto di insistere, qualora ci fosse bisogno, che i loro superiori così governino». Gli estensori citano quindi l'episodio di San Paolo e della sua correzione a San Pietro, con relativi commenti di San Tommaso e Sant'Agostino.

L'infallibilità papale. Il centro del documento è, a parere di chi scrive, il chiarimento della questione dell'infallibilità papale, che discende direttamente dalla proclamazione del dogma. In particolare la Pastor Aeternus dice «[…] ai successori di Pietro è stato promesso lo Spirito Santo non perché per sua rivelazione manifestassero una nuova dottrina, ma perché con la sua assistenza custodissero santamente ed esponessero fedelmente la rivelazione trasmessa dagli apostoli, cioè il deposito della fede». Si cita poi una nota dei vescovi tedeschi, ai tempi approvata da Pio IX, secondo cui «l’opinione secondo cui il papa è “un sovrano assoluto in ragione della sua infallibilità” è basata su una comprensione completamente falsa del dogma dell’infallibilità papale». Si sottolinea poi che «le dichiarazioni di Vostra Santità non possono avere un’autorità maggiore di quella dei papi precedenti».

L'avallo degli errori da parte di Bergoglio. «Di conseguenza [dopo Amoris Laetitia], si sono diffusi eresie e altri errori nella Chiesa; mentre alcuni vescovi e cardinali hanno continuato a difendere le verità divinamente rivelate circa il matrimonio, la legge morale e la recezione dei sacramenti, altri hanno negato queste verità e da Vostra Santità non hanno ricevuto un rimprovero ma un favore». Si nota che, mentre molti Vescovi che hanno inteso mantenere la continuità con la dottrina di sempre, altri hanno agito in modo opposto e proprio questi ultimi sono stati avallati dal Papa. Successivamente nel documento vengono citate la mancata risposta ai dubia, l'inserimento nella Relatio del Sinodo di tesi non votate dai due terzi dei partecipanti, l'avallo alle tesi di Schonborn, l'appoggio alle tesi dei vescovi argentini, le linee guida della diocesi di Roma, la promozione di mons. Paglia e quella di mons. Kevin Farrel, la pubblicazione sull'Osservatore Romano delle tesi del vescovo di Malta.

I passaggi di AL non conformi. I passaggi problematici di AL sono quindi il 295, 296, 297, 298, 298, 299, 300, 301, 303, 304, 305, 308, 311.

Il modernismo e Lutero. Le tesi erronee propagandate dopo Amoris Laetitia discendono dal modernismo e da un incomprensibile afflato per le tesi luterane. Per ribattere alle tesi moderniste vengono ribaditi gli insegnamenti della Chiesa riguardo la Verità rivelata e si dimostra che il matrimonio non sacramentale è un'idea di Martin Lutero che però va rigettata.

Le 7 affermazioni non in linea con la tradizione della Chiesa. Il documento nota come in numerose uscite pubbliche Papa Francesco abbia confermato le affermazioni non in linea con l'insegnamento di sempre. Esse sono:
1) “Una persona giustificata non ha la forza con la grazia di Dio di adempiere i comandamenti oggettivi della legge divina, come se alcuni dei comandamenti fossero impossibili da osservare per colui che è giustificato; o come se la grazia di Dio, producendo la giustificazione in un individuo, non producesse invariabilmente e di sua natura la conversione da ogni peccato grave, o che non fosse sufficiente alla conversione da ogni peccato grave”.
2) “I cristiani che hanno ottenuto il divorzio civile dal coniuge con il quale erano validamente sposati e hanno contratto un matrimonio civile con un’altra persona (mentre il coniuge era in vita); i quali vivono more uxorio con il loro partner civile e hanno scelto di rimanere in questo stato con piena consapevolezza della natura della loro azione e con il pieno consenso della volontà di rimanere in questo stato, non sono necessariamente nello stato di peccato mortale, possono ricevere la grazia santificante e crescere nella carità”.
3) “Un cristiano può avere la piena conoscenza di una legge divina e volontariamente può scegliere di violarla in una materia grave, ma non essere in stato di peccato mortale come risultato di quell’azione”.
4) “Una persona, mentre obbedisce alla legge divina, può peccare contro Dio in virtù di quella stessa obbedienza”.
5) “La coscienza può giudicare veramente e correttamente che talvolta gli atti sessuali tra persone che hanno contratto tra loro matrimonio civile, quantunque uno dei due o entrambi siano sacramentalmente sposati con un’altra persona, sono moralmente buoni, richiesti o comandati da Dio”.
6) “I principi morali e le verità morali contenute nella Divina Rivelazione e nella legge naturale non includono proibizioni negative che vietano assolutamente particolari generi di azioni che per il loro oggetto sono sempre gravemente illecite”.
7) “Nostro Signore Gesù Cristo vuole che la Chiesa abbandoni la sua perenne disciplina di rifiutare l’Eucaristia ai divorziati risposati e di rifiutare l’assoluzione ai divorziati risposati che non manifestano la contrizione per il loro stato di vita e un fermo proposito di emendarsi”.


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12 settembre 2017

Dubia irrisolti: dopo un anno, urge la correzione formale


di Giorgio Enrico Cavallo

I dubia fra qualche giorno compiono un anno. Il 19 settembre 2016, quattro voci hanno umilmente chiesto a Jorge Mario Bergoglio di chiarire i passi più controversi del capitolo VIII dell’esortazione apostolica Amoris Laetitia, in particolar modo in merito all’accesso alla comunione ai divorziati e conviventi more uxorio.
Ad un anno esatto dalla missiva firmata dai cardinali Carlo Caffarra, Walter Brandmüller, Raymond Leo Burke e Joachim Meisner, la situazione è sostanzialmente quella di uno stallo che non fa bene a nessuno; al papa, ai cardinali e, molto prima, non fa bene alla Chiesa. Perché il poker di porporati non si è espresso per bisogno di finire sotto i riflettori; i cinque “dubia” sono domande che devono ottenere una risposta, in quanto la posta in gioco è troppo alta. Ne va della verità degli insegnamenti della Chiesa.
Proprio per questo, i tentativi di sminuire il gesto dei quattro (gesto, di per sé, inusuale ma giustificato dall’eccezionalità e dall’importanza della materia) sono patetici; proprio per questo, contro Caffarra, Brandmüller, Meisner e Burke si è scagliata una gogna mediatica senza precedenti, che li ha accusati di essere “contro il papa”, “cospiratori” e chi più ne ha, più ne metta. Caffarra, recentemente scomparso, si diceva rammaricato di essere considerato un anti-papista. «Io sono nato papista, sono vissuto da papista e voglio morire da papista!» (qui). Eppure, c’è un minimo comun denominatore in questa vicenda: sia chi sminuisce e sia chi accusa acidamente i quattro, probabilmente, sa che Amoris Laetitia può anche essere uno strumento programmatico per la protestantizzazione della Chiesa e per la dissoluzione del sacramento centrale della vita cristiana: la Santa Eucaristia. Sappiamo che ciò fa comodo a molti, dentro le mura vaticane. Per questo, per qualcuno le domande dei porporati sono oltremodo scomode.

Ma andiamo con ordine e ripercorriamo i passi della vicenda. Il 19 settembre i cardinali hanno consegnato all’ex Sant’Uffizio il documento contenente le famose cinque questioni. Attendevano una risposta da parte di Francesco; in caso negativo (paventavano forse il peggio?) i cardinali sottoscrittori si riservavano la possibilità di procedere con una “correzione formale”, un procedimento rarissimo nella storia della Chiesa, ma non impossibile: un caso analogo accadde con il papa avignonese Giovanni XXII. Naturalmente, non si tratta di un atto indolore: correggere il papa è effettivamente l’ultima delle possibilità prese in esame. Però, non ottenendo risposta alcuna, il 14 novembre 2016 i quattro hanno deciso di rendere pubblico il documento per far sapere alla Chiesa che un forte dibattito sta sorgendo dopo la pubblicazione dell’Amoris Laetitia e che l’esortazione non è scevra da possibili interpretazioni contrarie agli insegnamenti di Santa Romana Chiesa; che poi sono quelli di Cristo. I cattolici vengono così a conoscenza dei cinque “dubia” (chi voglia approfondire il testo dei cinque quesiti, può farlo qui) che sono poi riassumibili in uno solo: possono i cristiani risposati conviventi more uxorio ricevere la comunione? Si tratta – è evidente – di una domanda dalla cui risposta può sorgere una moltitudine di altri interrogativi. Ad esempio: se ammettiamo che l’eucaristia può essere concessa, allora esistono situazioni nelle quali l’adulterio non è più peccato. E quali sono? Cosa significa, davvero, il discernimento che tanto spazio occupa nel capitolo VIII? [vedi A.L. VIII 296 e ss.gg qui]. La nebulosità di questo concetto getta il cristiano nelle braccia del relativismo: la mancanza di criteri assoluti per definire lo stato di peccato, ridotto ad un discernimento del tutto personale, influisce poi anche sulla comunione: è ancora il Corpo (e Sangue) di Cristo? Siamo consapevoli della sacralità di quest’atto e che bisogna accedervi soltanto in stato di grazia? O, con la linea di Bergoglio (e di Kasper) la comunione sta diventando una specie di rievocazione storica, alla quale ognuno può accedere come e quando gli aggrada? Siamo consapevoli, infine, che questa linea porta la Chiesa Cattolica a scimmiottare il protestantesimo? In sostanza: vogliamo ancora essere cattolici?
È evidente che le domande non si esauriscono qui, e che il florilegio di interrogativi si può ampliare ulteriormente. Ed è evidente che qualcuno doveva arginare questa situazione di incertezza per il bene della Chiesa Cattolica, Sposa di Cristo. Ecco il perché dei cinque dubia. Ed ecco perché il silenzio del papa appare sempre più incredibile, ogni giorno che passa. In primavera, i quattro hanno scritto di nuovo al papa; la risposta, anche in questo caso, non è arrivata. Nuovamente, la missiva è stata resa di dominio pubblico dopo qualche mese. Un atteggiamento pacato, meditato, spiritualmente sofferto, quello dei quattro cardinali: cos’altro potevano fare, nel tentativo di chiarire tali fondamentali questioni? Ebbene, se da Bergoglio non è arrivato altro che silenzio, terze persone hanno parlato per lui. «Che dei cardinali, che dovrebbero essere i più vicini collaboratori del Papa, stiano cercando di fare un atto di forza nei suoi confronti e di far pressione su di lui affinché dia una risposta alla loro lettera resa pubblica è un comportamento assolutamente sconveniente» (qui), ha affermato, da Vienna, il cardinal Cristoph Schönborn. Signori: non è sconveniente che il Romano Pontefice non risponda a delle domande umilmente poste dai Principi di Santa Romana Chiesa; è sconveniente che questi principi vogliano «forzare» il papa a rispondere. Che poi Schönborn deve spiegare come sia possibile considerare il tono bassissimo tenuto dai cardinali come una forzatura.
Ma non solo. L’arcivescovo di Vienna, ritenuto da Bergoglio un «grande teologo» al quale il papa stesso rimanda per chiarire i dubbi in materia (qui, nella conferenza stampa di ritorno dal viaggio a Lesbo), ha inoltre rilasciato un’ampia intervista a padre Antonio Spadaro, nella quale ha eliminato ogni possibile appiglio che le anime belle potevano ancora avere per giustificare i passaggi dubbi. «In fondo, l’Amoris Laetitia non è magistero…». Come no. Parole sue: «È evidente che si tratta di un atto di magistero! È una Esortazione apostolica. È chiaro che il Papa qui esercita il suo ruolo di pastore, di maestro e dottore della fede, dopo avere beneficiato della consultazione dei due Sinodi. Penso che, senza dubbio alcuno, si debba parlare di un documento pontificio di grande qualità, di un’autentica lezione di sacra doctrina, che ci riconduce all’attualità della Parola di Dio» (qui). Bingo. 
Schönborn è vicinissimo al papa, così come uno stretto collaboratore è anche il cardinale Francesco Coccopalmerio, il quale in un libricino di 30 pagine intitolato “Il capitolo ottavo dell’esortazione apostolica post-sinodale Amoris Laetitia” ha ammesso la possibilità della comunione a chi, pur vivendo in situazioni irregolari, chiede con sincerità di poter essere riammesso alla vita ecclesiale. (qui).
Insomma: se Bergoglio si è fossilizzato in un mutismo sorprendente (specialmente per un pontefice che, spiace dirlo, parla e spesso sparla di qualunque argomento) i suoi alfieri hanno parlato e scritto. Roma locuta, causa soluta, si diceva ai bei tempi. Oggi, Roma (intesa come il papa) non parla; lascia che a farlo siano le sue province.
Ciò è straordinario, perché (come è evidente) i cardinali, per quanto vicini al papa, non sono il papa. Ancor più straordinario è che la risposta alle domande dei cardinali non è complessa: basta un sì o un no. E, con umiltà, va ricordato al successore di Pietro che Nostro Signore si espresse sulla necessità, per i buoni cristiani, di dire «sì, sì; no, no» [Mt 5, 37]. Non di restare zitti o rispondere per interposta persona. Questo comportamento, spiace nuovamente dirlo, non è evangelico; tanto più che un buon cristiano deve essere testimone della Verità: laddove i cardinali chiedono di far luce sulla Verità, il papa non può tacere. A che pro avere un pontefice, allora?
Ad oggi, dopo un anno, la situazione è penosamente irrisolta. I cardinali si sono dimezzati: la scomparsa di Caffarra e di Meisner è stata un duro colpo; non solo per la vicenda dei dubia, ma per tutta la Chiesa, privata di due genuini uomini di fede. Da Santa Marta il silenzio è sempre assordante, mentre il capitolo VIII continua ad essere interpretato dalle diverse diocesi esattamente come si interpreta un quadro astratto: ognuno ci vede ciò che gli pare. Così, può capitare che nella stessa Argentina, terra di papa Francesco, i vescovi della regione di Buenos Aires considerino ammissibile alla comunione anche il cristiano risposato e convivente more uxorio, mentre i porporati della regione di San Luis la pensino all’esatto opposto (qui). È il discernimento, bellezza.
La confusione che regna nella Chiesa, evidentemente, è segno che la risposta ai dubia non è arrivata dai vari Coccopalmerio e Schönborn; anzi, in assenza di una presa di posizione chiara da parte del pontefice, il caos non potrà che aumentare. Poiché però Bergoglio sembra ostinarsi nel mutismo, ci si domanda se non sia arrivata l’ora della più volte annunciata correzione formale (la cui bozza è stata, tra l’altro, anticipata qui). Il basso profilo dei cardinali non ha prodotto risultati, fino ad adesso, se non alimentare un dibattito al vetriolo tutto interno alle Sacre Stanze, con dichiarazioni che non possono che essere altro che allusioni e allusioni che pretendono di essere dichiarazioni ufficiali. Il tutto condito con ripicche e vendette collaterali (si veda il pasticciaccio brutto dell’Ordine di Malta e il defenestramento di Burke) che hanno trasformato questa vicenda in qualcosa di ben più grande. Prima che i dubia si trasformino in una saga, conviene mettere la parola fine. Se non arriverà dal papa, che arrivi dai cardinali.


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07 settembre 2017

In honorem Caroli Caffarra



di Amicizia San Benedetto Brixia

La notizia della morte del card. Caffarra mi arriva  quasi in diretta, via messaggio privato. Rimango di sasso, ma non mi viene molto dire. Tempo un minuto e la voce si diffonde anche su un gruppo whatsapp di conoscenti e poi su un altro. Il tono dei commenti è semplice: si chiedono preghiere, si esprime dolore per la perdita di una persona amata, ci si commuove per un amico. Nei gruppi scrivono laici e sacerdoti, ma soprattutto molti giovani. Mi importa poco comprendere se questi commentatori sono rappresentativi o meno del cattolicesimo dominante, mi rallegro di avere contatti con simili persone. Per costoro non è morto un conservatore o un politico o un reazionario o un provocatore, ma un cardinale e un fratello insieme. Questo a mio giudizio è sensus fidei.

In seconda battuta ho avvertito il forte desiderio di capire cosa può dirci questo avvenimento. Scrivo alla redazione di Campari&deMaistre e mi propongo per buttare giù due righe di necrologio. Risposta: “Non scriviamo nulla e non pubblichiamo più niente fino a domani. Lutto totale”. Non è una scelta di redazione questa, è una scelta di umanità e di fede, è mettere il rispetto per la persona e la preghiera cristiana di suffragio prima di tutto il resto. Esprimo grande stima per tale linea: c’è un tempo per la bagarre e uno per il silenzio, bravi gli amici di C&deM! Ci siamo risentiti con calma in tarda serata. “Fai così, preparami il pezzo per domani… ma tu conosci la biografia di Caffarra?” Io credo non serva conoscere la sua biografia, perché il nostro blog non fa informazione ma cultura, e nel caso specifico dell’Arcivescovo emerito di Bologna, tutta la biografia di rito non vale quanto l’impegno speso negli ultimi anni di testimonianza pastorale. “Era un moralista, vero? Tu sai altro?” Io non so nulla tranne una cosa fondamentale.

Il card. Caffarra è stato un testimone eccelso e, ciò che molti non intendono e altri non vogliono accettare, ha espresso in questi ultimi tempi una voce autentica dello spirito cristiano, né paternalista, né ribelle, né pusillanime, né aggressivo. Certo, c’è un grande tema sul tavolo: parliamo di uno dei quattro protagonisti dello scomodo caso dei dubia papali, nonché il secondo Cardinale “dei dubia” a morire in poco tempo. Questo di per sé potrebbe non voler dire molto, già sappiamo che anche altri Pastori più giovani appoggiano la proposta dei dubia, ma che per ragioni di prudenza si sono esposti alcuni tra i più anziani, che è statisticamente plausibile siano tra i primi a decedere. Caffarra - aggiungiamo - appariva deperito e malato negli ultimi tempi, né se ne preoccupava: “Eminenza, le auguro di festeggiare lietamente i suoi ottanta anni” gli avevano augurato da poco, “Spero di festeggiarli in Paradiso” è stata la risposta del porporato. D’altro canto - è vero - il fatto che siano rimasti solo due estensori dei dubia implica una suggestione sia a livello psicologico che teologico. A livello psicologico i sopravvissuti, Burke e Brandmuller, sanno che ormai la Correzione Formale di Amoris Laetitia, se si vorrà fare, graverà tutta sulle loro spalle (l’intervento di altri cardinali non è auspicabile perché darebbe un’immagine negativa di Chiesa: sempre più lacerata, e ciò non farebbe bene a molti semplici fedeli). Si pone poi il quesito teologico: è Dio (il Dio della Misericordia) che sta uccidendo questi cardinali “cattivi” o al contrario è satana che sta togliendo di mezzo i suoi ostacolatori?

Anche a queste domande non presto attenzione e sposto altrove il mio pensiero. Dobbiamo immensa gratitudine a mons. Caffarra per aver reso pubblico il suo confronto epistolare con suor Lucia di Fatima, risalente agli anni Ottanta: “Padre, verrà un momento in cui la battaglia decisiva tra il regno di Cristo e Satana sarà sul matrimonio e sulla famiglia. E coloro che lavoreranno per il bene della famiglia sperimenteranno la persecuzione e la tribolazione. Ma non bisogna aver paura, perché la Madonna gli ha già schiacciato la testa”. Per averlo reso pubblico e per essergli rimasto fedele fino alla fine. Forse proprio questo è il messaggio definitivo e più importante che l’Arcivescovo ci lascia, al di là di tutti i dettagli biografici che altri avranno cura di riportare.

Ecco perché non ho nessuna intenzione di commentare la questione dei dubia, episodio sicuramente doloroso e coraggioso dell’ultimo tratto di vita di Caffarra, né oso immaginare che ne sarà dell’epopea di Amoris Laetitia. Piuttosto, quel che mi è chiaro, anche raccogliendo i commenti in rete, è quale orizzonte si prospetta per la Catholica. Da un lato i politicanti di destra e di sinistra (farisei, sadducei o semplici scribi) che alimentano un clima di divisione e di disprezzo, segno dell’inaridimento della carità cristiana tra i fedeli, segno del dilagare di insinuazioni diaboliche tra i cattolici di ogni rango e grado. Dall’altro i santi, coloro che, certamente consci dei propri limiti e della propria inadeguatezza rispetto al momento storico di grande crisi, giungono ad un tenore di vita spirituale profondo, pacificato, insensibili alle voci del mondo, liberi da rancori e profondamente umili. Stando così le cose, quale eredità ci lascia il card. Carlo Caffarra? Ricevo e pubblico: “Il card. Caffarra ha detto a un sacerdote poche ore prima di morire che il Signore non abbandonerà la sua Chiesa, che gli Apostoli erano 12 e che il Signore ricomincerà con pochi; che dobbiamo chiedere la forza di S. Atanasio che ai tempi dell'eresia ariana da solo è andato contro tutti, di avere fede, speranza e fortezza”. Non ho ulteriori informazioni, ma mi pare possa essere una fonte plausibile, terribilmente in tono con Origene, citato ieri stesso nel Breviario riformato: “«Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Ambedue, sia il tempio che il corpo di Gesù, secondo un'interpretazione possibile, mi sembrano figura della Chiesa. Questa infatti è edificata con pietre viventi. È divenuta «un edificio spirituale per un sacerdozio santo» (1Pt 2,5). È edificata «sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, avendo come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù» (Ef 2,20) e perciò si chiama tempio. È vero però anche che «voi siete corpo di Cristo e sue membra, ciascuno per la sua parte» (1Cor 12,27). Se così è, può bensì venire distrutto ciò che congiunge le pietre del tempio. Può certo accadere che queste pietre vengano disperse come sta scritto nel salmo 21, il che significa, fuori metafora, che le ossa di Cristo possono essere scompaginate dalle tribolazioni e dalle persecuzioni di coloro che combattono l'unità del tempio. Tuttavia il tempio verrà riedificato e il corpo risusciterà il terzo giorno, cioè dopo il giorno della sua tribolazione e dopo il giorno seguente, che è il giorno della consumazione”.

E’ morto un santo? Non sta a noi dirlo. Però, alla luce delle presunte ultime dichiarazioni e della loro consonanza col Breviario, mi viene da sentenziare: forse è morto un Padre della Chiesa, un piccolo Origene degli ultimi tempi, quelli in cui satana sferra gli ultimi colpi contro il Corpo Mistico di Cristo, anche se Maria gli ha già schiacciato la testa. Lasciamo alla storia di fare il suo corso e di svelarci l’autentico valore delle persone, ma curiamo fin d’ora di trattenere per noi il grande tesoro dell’insegnamento di Caffarra: non l’ecologia, la sociologia, la politica, la solidarietà, ma l’ennesima e forse estrema lotta contro satana. Di questo deve preoccuparsi la Chiesa, i suoi Pastori ed ogni cristiano. Altrimenti saremo solo vergini stolte, e rischieremo di essere private del conforto del nostro Sposo.


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23 agosto 2017

Francesco, Brandmuller o Brian Moore?


di Amicizia San Benedetto Brixia

L’intervista di Brandmuller per Die Neue Ordnung, tradotta da 1P5 e rilanciata da Marco Tosatti, è di estremo interesse e di nessuna inopportunità e ora dirò il motivo.

Correva l’anno 1973 quando Jack Gold produsse il film “The Catholics”, ispirato all’omonimo romanzo di Brian Moore e proiettato in Italia con il titolo “Il conflitto”. La trama è semplice: un monastero irlandese di osservanza tradizionale viene commissariato dal Vaticano. Il commissario è un sacerdote modernista che pratica yoga e l’obiettivo è far desistere la comunità dalla celebrazione del Vetus Ordo. Lungo il film il sacerdote riesce a ottenere il consenso dell’abate, che in virtù dell’obbedienza impone il cambio di rotta ai suoi monaci. La pellicola termina con i religiosi in ginocchio, mentre pregano il Padre Nostro, e il loro abate che - preda di forti crisi di fede - non riesce a concludere l’orazione… ma facilmente concluderà la riforma.
La sceneggiatura, a tratti un po’ lenta, tiene il pari con sorprendente tempismo alla polemica tra tradizione e progresso, superstizione e secolarismo. La domanda finale dello spettatore è semplice: ha senso obbedire in nome della fede a un superiore che abbia smarrito la fede? Mi sono sempre chiesto come si sarebbe comportata la Chiesa in casi simili, al di fuori della finzione.

Risponde a tale quesito l’articolo di Tosatti: “c’è una tradizione in questo senso che risale al V secolo, e che vedeva il papa neo-eletto comunicare la sua Professione di fede” e Brandmuller precisa che in tali confessioni, per esempio nell’Indiculum Pontificis, “il nuovo papa dichiara la vera Fede come è stata fondata da Cristo, passata da Pietro, e poi trasmessa dal suo successore fino all’ultimo, il papa neo-eletto, così come l’ha trovata nella Chiesa e che desidera ora proteggere con il suo sangue. Il nuovo papa si impegnava a confermare e difendere i decreti dei suoi predecessori. Brandmüller commenta così: E’ notevole come esplicitamente, specialmente nell’ultimo paragrafo del testo, è sottolineata la stretta conservazione di ciò che è stato dato e trasmesso; il papa promette di conservare i canoni e i decreti dei nostri papi come comandi divini”.

Interessante, dunque l’obbedienza nella fede presuppone che il superiore condivida tale fede (come attestano le dichiarazioni dei pontefici medievali) e/o si impegni a comandare ciò che ad essa è conforme (vincolandosi ai canoni e decreti e alle tradizioni ricevute).

Se convenga proporla a Francesco, non sta a me indagarlo. Che sia nei diritti-doveri di un cardinale pronunciarsi a tal riguardo, è fuor di discussione. Io perintanto mi procuro fotocopia dell’Indiculum Pontificis da tenere nel giustacuore: può sempre tornare utile con qualche parroco o parrocchiano poco versato in storia ecclesiastica e troppo incline alle mode del tempo.

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05 luglio 2017

Se la correzione la fa il popolo

di Enrico Roccagiachini

È cominciato tutto con i manifesti. Ricordate? Quelli comparsi improvvisamente nella notte tra il 3 e il 4 febbraio a Roma: « A France’, hai commissariato Congregazioni, rimosso sacerdoti, decapitato l’Ordine di Malta e i Francescani dell’Immacolata, ignorato Cardinali... ma n’do sta la tua misericordia? ». Niente più di una pasquinata, ovviamente; ma, col senno di poi, possiamo forse ritenerli un’avvisaglia di ciò che sarebbe accaduto in seguito.
Passano le settimane e scorre un po’ di acqua sotto i ponti.

In marzo, il 14, la Basilica di San Pietro ospita la celebrazione dei vespri anglicani. Un gruppetto di fedeli si riunisce allo sbocco di via della Conciliazione su piazza San Pietro – per chi è pratico dei luoghi: davanti alla libreria Ancora – per recitare un Rosario di riparazione, mentre, come riferiva Stilum Curiae , il blog di Marco Tosatti, anche altrove si tenevano analoghe iniziative. La partecipazione dei fedeli, però, per il momento è piuttosto scarsa.
Circa un mese dopo, in aprile, a Roma, di nuovo a pochi passi da piazza San Pietro, un gruppo di autorevoli studiosi, tutti laici, provenienti dai cinque continenti, si riunisce in un affollato convegno, e fa le pulci ad Amoris Laetitia. Gli interventi sono più che incisivi: i relatori non le mandano a dire. Il convegno non è promosso da nessun istituto, nessuna università, nessun prelato ispiratore; l’iniziativa nasce nel mondo della cultura, ed è espressione di un sentire diffuso tra i fedeli.
Passano altre settimane, e scorre altra acqua sotto i ponti, non solo quelli del Tevere.
In giugno, si tiene a Reggio Emilia un gaypride, cui gli organizzatori attribuiscono un particolare significato: pare che sia destinato a sollecitare l’introduzione del sedicente matrimonio egualitario.
Si costituisce un comitato spontaneo che promuove una processione di riparazione. La faccenda è recente, per cui la diamo per nota. L’aspetto saliente, come è emerso passo dopo passo, è stato la riluttanza della Curia non solo a supportare l’iniziativa, ma anche a condannare il gaypride; una riluttanza che non si giustifica, ahimè, nemmeno in funzione di qualche svarione probabilmente commesso dagli organizzatori nei rapporti con il Vescovo. Il quale Vescovo di Reggio Emilia è un buon Vescovo, uno di quelli che si sforzano di conservare la fede cattolica: avercene! Però quandoque bonus dormitat Homerus, e – al netto di un intervento della alte sfere CEI, che, si vocifera, potrebbe esserci stato... – in questa circostanza, forse, non si è fidato dei fedeli, non ha creduto che l’iniziativa fosse esattamente quella che chiedevano sia la mente, sia il cuore dei buoni cattolici: così le pecorelle, latitando il pastore, si sono organizzate in proprio, e il pastore, alla fine, in qualche modo ha dovuto rincorrerle.
E di gente da rincorrere, questa volta, ce n’era parecchia. Non solo a Reggio Emilia, come hanno dimostrato i filmati prontamente caricati suyoutube (ne trovate alcuniqui e qui), ma un po’ dappertutto, considerato quali e quante adesioni dirette o indirette ha avuto l’iniziativa. Che poi la cosa corrispondesse ad un sentimento comune, lo si è visto nelle settimane successive, quando iniziative analoghe si sono svolte in molte altre città sedi di gaypride: persino a Milano, pochi giorni fa.

E così, finalmente, arriviamo ad oggi, all’attualità.
La vicenda che in questi giorni ci commuove, ci turba, ci coinvolge, ci indigna e, soprattutto, ci avvinghia al Rosario, è la vicenda del piccolo Charlie Gard e dei suoi coraggiosi genitori. Una vicenda drammatica e di cruciale importanza: tanto che mi sento davvero in imbarazzo, anzi quasi in colpa, a trattarla come un episodio fra gli altri, e a parlarne nel tono un po’ scanzonato che sto dando a queste righe.
Ma confido che vorrete perdonarmene. E che riserverete il vostro disappunto all’ineffabile comunicato con cui, quando la risonanza del caso lo ha reso inevitabile, la Pontificia Accademia per la Vita ha detto la sua. Un testo imbarazzante: roba che echeggiava l’indimenticabile “né con lo Stato, né con le BR” degli anni di piombo. Solo che in questo caso per non prendere posizione e per non stare con nessuno non si stava nemmeno con la famiglia Gard. Di più: ci si nascondeva addirittura dietro la foglia di fico dell’accanimento terapeutico. Confesso che non ho potuto non pensare ad Ap, 3, 15-16: « Scio opera tua, quia neque frigidus es neque calidus. Utinam frigidus esses aut calidus! Sic quia tepidus es et nec calidus nec frigidus, incipiam te evomere ex ore meo » (Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca).
Dopo di che, silenzio assoluto. Anche – soprattutto – dalle parti di Santa Marta.

Ebbene: a questo punto il popolo fedele ha iniziato ad agitarsi. In primo luogo sul piano spirituale: Rosari, digiuni, preghiere pubbliche e private, sante Messe. Poi, però, e con inatteso coraggio, ha preso l’iniziativa anche su un piano che potremmo definire pedagogico: ha provato ad insegnare ai pastori – a tutti, ma proprio tutti, di ogni ordine e grado, nessuno escluso... – a fare il loro mestiere. Anche alzando la cornetta del telefono, come risulta ormai accertato. Certo, oltre l’Arco delle Campane ci si imbatteva in una resistente, quasi ostinata, riluttanza, che all’inizio è stata solo un pochino scalfita da un tweet. Ma al popolo fedele il cinguettio non è bastato. E alla fine ha ottenuto ciò che gli viene spesso predicato: l’abbattimento di un muro – in questo caso, il muro del politicamente corretto, dietro al quale si gode la comodità dei discorsi che piacciono alla gente che piace – e la costruzione di un ponte – in questo caso, un ponte verso Charlie Gard e la sua famiglia. Ed ora possiamo pregare intensamente che questo ponte, gettato dall’insistenza del popolo nonostante la renitenza dei potenti (che la stampa amica si è subito affannata a presentare come i capofila della reazione popolare: un bel ribaltamento delle cose...), possa riconsegnare il piccolo Charlie alla cura amorevole dei suoi genitori. Un vero miracolo, come ha detto brillantemente su Campari & de Maistre Paolo Spaziani .

Sin qui i fatti – raccontati, s’intende, secondo il punto di vista di chi scrive.
Ed ora, rigorosamente separato dai primi, nella miglior tradizione britannica (quanto mai appropriata alla bisogna), qualche commento.

Il primo: appare sempre più evidente che la popolarità mediatica – al netto di quanto possa essere pompata da giornali e televisioni per ragioni di propaganda – non corrisponde necessariamente, anzi non corrisponde affatto, al sentire del e con il popolo cattolico. Se il perbenismo, che non è una peculiarità dei tempi correnti perché è sempre in auge, in qualunque epoca e in qualunque contesto, oggi gli impone di dirsi preoccupato per il riscaldamento globale e pensoso della custodia del creato, il popolo fedele, messo alla prova, dimostra di sapere bene che cosa è davvero importante, e quale alimento si attende e ha diritto di pretendere dai suoi pastori; e i pastori, messi anch’essi alla prova, possono constatare che la loro agenda non è quella del gregge, nemmeno quando tentano di accattivarselo con lo zucchero della misericordia senza conversione.

Il secondo: non occorre avere atteggiamenti insurrezionalistici per farsi sentire. Se il popolo cattolico manifesta con serena coerenza la sua fede, i pastori sono costretti a rincorrerlo. Da questo punto di vista, ciò che è avvenuto nelle scorse settimane dimostra che egli uomini di chiesa (attenzione: non mi riferisco a nessuno in particolare, sto parlando di un atteggiamento mentale ormai dilagante) si sono costruiti un sistema di (in)governo ecclesiale che appare autoreferenziale, ma che, in realtà, assume come riferimento i sistemi del potere dominante, adeguandosi ai suoi temi, ai suoi (dis)valori ed ai suoi criteri di azione, e che considera il popolo fedele un popolo di sudditi. Mi viene in mente quel passaggio di Evangelii Gaudium in cui leggiamo che il pastore « in alcune circostanze dovrà camminare dietro al popolo, per aiutare coloro che sono rimasti indietro e – soprattutto – perché il gregge stesso possiede un suo olfatto per individuare nuove strade ». È proprio così: con la non irrilevante differenza che, talora, a rimanere indietro non sono i fedeli, ma certi pastori; e che il fiuto del popolo non serve solo ad aprire nuove strade, ma a rimettere in rotta quelli che, alla ricerca di chissà quali scorciatoie, hanno deciso di deviare dalla via maestra.

Infine, l’osservazione principale, che ispira il titolo di queste righe.

Da mesi è all’ordine del giorno il tema della correzione formale dei contenuti ambigui di Amoris Laetitia. Recentissimamente, un brillante commentatore ha invitato i Cardinali dei dubia a far presto, e credo che l’esortazione sia condivisa anche da larga parte del popolo di Charlie. Personalmente, mi fido, e molto, della saggezza dei quattro* Cardinali, e confido che sapranno decidere al meglio se e come approfittare – per dir così – della contingenza presente. Però la correzione è già iniziata, e non si è limita ai problemi di Amoris Laetitia. È iniziata in sordina, come dicevo, partendo da una sostanzialmente innocua pasquinata, e crescendo di giorno in giorno fino a diventare palese, concreta, diffusa, pervasiva; fino a toccare non solo e non tanto il piano nobilissimo della dottrina e della fedeltà al deposito della fede, ma proprio il piano scelto dai vertici per realizzare il loro programma: il piano della prassi, dell’azione concreta, dei gesti simbolici.

Una correzione non solo e non tanto formale, ma molto, molto più potente ed incisiva: una correzione popolare. E vi confesso che in questo vedo come una risposta alle preghiere dei tanti che, da mesi e mesi, stanno invocando con fede l’Auxiliatrix Christianorum.

*È giunta la notizia della morte di uno dei quattro, il Cardinale Meisner, durante l'impaginazione dell'articolo. Una preghiera per un uomo morto in grazia di Dio.
 

21 giugno 2017

Dubia irrisolti. Alcune riflessioni su Papa e papato

di Francesco Filipazzi

Coloro che in questo periodo sono cattolici e critici nei confronti del pontificato di Francesco vengono additati come individui spregevoli sia da giornalisti in malafede e con scarsa memoria che da quei cattolici, presumibilmente in buona fede, che hanno degli scrupoli a criticare il Papa. Posto che il Papa va sempre rispettato e sostenuto, siamo però in presenza di una contraddizione perché questi scrupolosi a-critici, inconsapevolmente modernisti, non capiscono che l'istituzione petrina va distinta dalla persona del pontefice. Lutero diceva che il papato era un'istituzione diabolica, disconoscendo in toto papato e gerarchia. Ci sembra che la critica ad Amoris Laetitia non sia da porre sullo stesso piano.

Diceva Thibon:
 «Il passato sapeva distinguere le istituzioni dalle persone: si poteva disprezzare un re o un papa (il medioevo non se n'è astenuto!) senza mettere per nulla in discussione il principio della monarchia o del papato. Si sapeva che un'istituzione sana - un'istituzione venuta da Dio - restava feconda anche attraverso il più imperfetto degli uomini. I capi politici e religiosi erano allora degli anelli di congiunzione tra Dio e gli uomini: si attribuiva più importanza a ciò che essi trasmettevano che non a ciò che erano. L'altare sosteneva il prete, il trono il re. Oggi si chiede al re di portare il trono, al prete di sostenere l'altare. Le istituzioni si giustificano agli occhi delle folle solo attraverso il genio o il magnetismo di qualche individuo. Questa esigenza porta con sé due rovinose conseguenze: impone agli sventurati "portatori" delle istituzioni un grado di tensione e di attività veramente inumano, e, correlativamente, lega la sorte delle istituzioni ai miserabili casi individuali» (Gustave Thibon, Diagnosi. Saggio di fisiologia sociale, Volpe, Roma 1973, p. 125).

E' in questa ottica che noi ci sentiamo liberissimi di dichiarare apertamente che la linea intrapresa da Bergoglio è confusionaria e dannosa per il ministero petrino, che noi difendiamo. Sempre in questa ottica, sosteniamo i quattro cardinali che hanno sollevato i dubbi riguardo Amoris Laetitia. Proprio in questi giorni l'argomento è tornato alla ribalta, in quanto la Nuova Bussola Quotidiana ha pubblicato una lettera del cardinal Caffarra al Papa nel quale viene chiesta un'udienza per parlare della situazione. La lettera non ha ricevuto risposta e l'udienza non è mai stata concessa. Caffarra parla a nome degli altri tre confratelli e, da sottolineare, a nome di milioni di cattolici che non ci stanno a vedere l'insegnamento di Cristo gettato alle ortiche.

Ci sentiamo di dire che Bergoglio non abbia la facoltà di ignorare i dubia e i cardinali, poiché questi ultimi non rappresentano solo sé stessi. Nonostante i vari Introvigne, Tornielli, Rodari e Grillo stiano cercando di far passare i porporati come l'ultima ruota del carro, con la sola facoltà di inchinarsi di fronte ad un sovrano assoluto che regna arbitrariamente incontrastato, il Papa non può ancora per molto snobbare la situazione. In primo luogo perché la concezione tribale del papato portata avanti dai geni sopra citati è falsa e non è mai esistita nella storia, in secondo luogo perché il collegio cardinalizio è garante della continuità della Chiesa.

Di seguito pubblichiamo la lettera del card. Caffarra, che sposiamo in toto.

Beatissimo Padre,
è con una certa trepidazione che mi rivolgo alla Santità Vostra, durante questi giorni del tempo pasquale. Lo faccio a nome degli Em.mi Cardinali: Walter Brandmüller, Raymond L. Burke, Joachim Meisner, e mio personale.
Desideriamo innanzi tutto rinnovare la nostra assoluta dedizione ed il nostro amore incondizionato alla Cattedra di Pietro e per la Vostra augusta persona, nella quale riconosciamo il Successore di Pietro ed il Vicario di Gesù: il "dolce Cristo in terra", come amava dire S. Caterina da Siena. Non ci appartiene minimamente la posizione di chi considera vacante la Sede di Pietro, né di chi vuole attribuire anche ad altri l'indivisibile responsabilità del "munus" petrino. Siamo mossi solamente dalla coscienza della responsabilità grave proveniente dal "munus" cardinalizio: essere consiglieri del Successore di Pietro nel suo sovrano ministero. E del Sacramento dell'Episcopato, che "ci ha posti come vescovi a pascere la Chiesa, che Egli si è acquistata col suo sangue" (At 20, 28).
Il 19 settembre 2016 abbiamo consegnato alla Santità Vostra e alla Congregazione della Dottrina della Fede cinque "dubia", chiedendoLe di dirimere incertezze e fare chiarezza su alcuni punti dell'Esortazione Apostolica post-sinodale "Amoris Laetitia".
Non avendo ricevuto alcuna risposta da Vostra Santità, siamo giunti alla decisione di chiederLe, rispettosamente ed umilmente, Udienza, assieme se così piacerà alla Santità Vostra. Alleghiamo, come è prassi, un Foglio di Udienza in cui esponiamo i due punti sui quali desideriamo intrattenerci con Lei.
Beatissimo Padre,
è trascorso ormai un anno dalla pubblicazione di "Amoris Laetitia". In questo periodo sono state pubblicamente date interpretazioni di alcuni passi obiettivamente ambigui dell'Esortazione post-sinodale, non divergenti dal, ma contrarie al permanente Magistero della Chiesa. Nonostante che il Prefetto della Dottrina della Fede abbia più volte dichiarato che la dottrina della Chiesa non è cambiata, sono apparse numerose dichiarazioni di singoli Vescovi, di Cardinali, e perfino di Conferenze Episcopali, che approvano ciò che il Magistero della Chiesa non ha mai approvato. Non solo l'accesso alla Santa Eucarestia di coloro che oggettivamente e pubblicamente vivono in una situazione di peccato grave, ed intendono rimanervi, ma anche una concezione della coscienza morale contraria alla Tradizione della Chiesa. E così sta accadendo – oh quanto è doloroso constatarlo! – che ciò che è peccato in Polonia è bene in Germania, ciò che è proibito nell'Arcidiocesi di Filadelfia è lecito a Malta. E così via. Viene alla mente l'amara constatazione di B. Pascal: "Giustizia al di qua dei Pirenei, ingiustizia al di là; giustizia sulla riva sinistra del fiume, ingiustizia sulla riva destra".
Numerosi laici competenti, profondamente amanti della Chiesa e solidamente leali verso la Sede Apostolica, si sono rivolti ai loro Pastori e alla Santità Vostra, per essere confermati nella Santa Dottrina riguardante i tre sacramenti del Matrimonio, della Confessione e dell'Eucarestia. E proprio in questi giorni, a Roma, sei laici provenienti da ogni Continente hanno proposto un Seminario di studio assai frequentato, dal significativo titolo: "Fare chiarezza".
Di fronte a questa grave situazione, nella quale molte comunità cristiane si stanno dividendo, sentiamo il peso della nostra responsabilità, e la nostra coscienza ci spinge a chiedere umilmente e rispettosamente Udienza.
Voglia la Santità Vostra ricordarsi di noi nelle Sue preghiere, come noi La assicuriamo che faremo nelle nostre. E chiediamo il dono della Sua Benedizione Apostolica.
Carlo card. Caffarra
Roma, 25 aprile 2017
Festa di San Marco Evangelista
*
FOGLIO D’UDIENZA
1. Richiesta di chiarificazione dei cinque punti indicati dai "dubia"; ragioni di tale richiesta.
2. Situazione di confusione e smarrimento, soprattutto nei pastori d’anime, "in primis" i parroci.

 

28 febbraio 2017

La confraternita degli apoti (quelli che non se la bevono)


di Enrico Roccagiachini

Quanti fra i miei venticinque lettori (concedetemi questa presuntuosa citazione!) ricordano chi fosse Giuseppe Prezzolini? Intellettuale dell’inizio del XX secolo, appartenne a quello spezzone della cultura laica sicuramente a-religioso, ma non anti-religioso, che percepì il proprio agnosticismo come un limite, ancorché accettato e metabolizzato. Amico e sodale di Giovanni Papini, non lo seguì lungo la via della conversione; fu un esponente di spicco della cultura della destra conservatrice fino alla morte, che lo colse centenario, giusto trentacinque anni fa, nel luglio del 1982. Così, riuscì ad essere un punto di riferimento per più d’una generazione, ed anche per quella che forgiò negli anni ’80 la propria critica – anzi, il proprio rifiuto – del progressismo sessantottino e post-sessantottino, in nome della tradizione.

Saltiamo al 2017. La gran parte dei cattolici laici (in questo momento mi sto riferendo solo a loro), che assiste con sconcerto – per usare un eufemismo – ai correnti accadimenti ecclesiali, si domanda pressantemente: “che fare?”. È un interrogativo tanto diffuso quanto, direi, inevaso; ed io non ho certo la pretesa di dargli una risposta esauriente, men che meno definitiva. In tanti lanciano appelli ai buoni pastori: “siate le nostre guide!”, ma è evidente che anch’essi sono legittimamente in difficoltà di fronte agli sconquassi sempre più choccanti nei quali ci imbattiamo. È anche evidente che alcuni non rimangono inerti né silenziosi: cercano di fare del loro meglio, e molti stanno dando il meglio soprattutto sul piano spirituale e del sacrificio personale, talora al limite del martirio bianco. Ma torniamo all’interrogativo, e proviamo a rifletterci su. In primo luogo, possiamo tentare di mettere a fuoco che cosa non fare. Secondo me, è imperativo non abbandonarsi allo zelo amaro, alla convinzione che tutto sia umanamente e storicamente perduto e che solo un miracolo ci salverà.

Non per escludere il miracolo, ovviamente, né per negare che senza un aiuto soprannaturale non potremo uscirne; ma per non tentare la Provvidenza. Quale che sia lo scopo provvidenziale di questa prova, è certo che di una prova si tratti: e ogni prova ci chiama alla (re)azione, sia sul piano spirituale, sia sul piano delle opere. Poi, possiamo e dobbiamo fare ciò che ci è stato indicato espressamente: siamo nel 2017, no? Nel centenario di Fatima: dunque “penitenza, penitenza, penitenza”! Confessione, comunione, rosario. Dovremmo saperlo bene, soprattutto quanti di noi sono tradì. E poi? Potrebbe esserci dell’altro?

È proprio qui che entra in gioco Prezzolini. Nel 1922/1923, egli ideò una cosa chiamata la Congregazione degli Apoti: «oggi», scriveva, «tutto è accettato dalle folle: il documento falso, la leggenda grossolana, la superstizione primitiva vengono ricevute senza esame, a occhi chiusi, e proposte come rimedio materiale e spirituale. E quanti dei capi hanno per aperto programma la schiavitù dello spirito come rimedio agli stanchi, come rifugio ai disperati, come sanatutto ai politici, come calmante agli esasperati. Noi potremmo chiamarci la Congregazione degli Apoti, di “coloro che non le bevono” tanto non solo l’abitudine ma la generale volontà di berle, è evidente e manifesta ovunque…. ». Si trattava, dunque, di coloro che non si lasciavano sedurre dal pensiero dominante, dai luoghi comuni subiti passivamente, da ciò che oggi chiameremmo lavaggio del cervello mediatico, dalla falsificazione della realtà e dall’adesione alla falsità. Insomma, tutti coloro che non si lasciavano prendere in giro dai “potenti” o dai “furbi”, e che si ostinavano a voler considerare le cose come stanno, e non come pure ci farebbe piacere – o comodo – che stessero.

Gli apoti ci sono anche nella Chiesa. Si trovano tra i fedeli semplici, tra i battezzati privi di appeal pastorale, ma non di dignità spirituale e di intelligenza dottrinale. Ne citiamo un esempio non preso a caso: gli sposi che hanno subito un divorzio, ma che, ciononostante, si sono mantenuti fedeli al sacramento, al coniuge che li ha abbandonati. Questi apoti non contestano la Gerarchia e non ne negano l’autorità, ma ne respingono l’incultura e il modernismo ormai sempre più palese: quello per cui la realtà è normativa e prevale su ogni ragionamento teologico o dottrinale, e il buon cattolico è colui che aderisce acriticamente ai fatti così come brutalmente accadono (oggi si dice “alla vita reale delle persone”), e che si beve tutto ciò che è necessario bersi per essere in sintonia con la contemporaneità, per non sentirsi “fuori dai giochi”. Quel modernismo per cui il tanto invocato discernimento non vale a discriminare le azioni o le intenzioni in base alla regola del comportamento, ma a rinvenire tale regola “a valle”, non “a monte”, dei comportamenti reali, di cui si “discerne” la normatività: così da assecondare l’onda, e sentirsi coerenti con i segni dei tempi... Senza rendersi conto – si spera – che ciò equivale a dire che il peccato, che è un fatto brutalmente reale, un comportamento intrinseco, ahimè, “alla vita reale delle persone”, è normativo, a iniziare dal peccato primo, il peccato originale.

Ebbene: come è già accaduto in altre analoghe contingenze storiche, qualcuno fra questi apoti ha iniziato a comprendere che esiste anche il “potere dei senza potere”, di quanti avvertono il bisogno di “vivere nella verità” (Vaclav Havel). Come potrebbe spiegarsi, infatti, l’inusitato proliferare di manifestazioni di disagio – anzi, di dissenso – espresso in forme ironiche, sarcastiche, satiriche, indirizzate da cattolici ad altri cattolici, che ha già toccato picchi in passato inimmaginabili (il riferimento alle famose affiches capitoline o alla falsa prima pagina dell’Osservatore Romano è voluto), se non come l’unica possibilità di farsi sentire concessa al vero emarginato, al vero abitante delle vere periferie ecclesiali? Egli è ridotto alla condizione di Pasquino: giustamente evocato proprio con riguardo agli episodi che ho appena ricordato. Questo diffuso e finora silente dissenso, che, come è stato ampiamente notato, è della stessa natura del dissenso popolare ai tempi della crisi ariana – cioè un santo dissenso, perché il bisogno di “vivere nella verità” è un bisogno benedetto –, può forse fare un qualche salto di qualità? Riusciranno questi fedeli, cui ben pochi pastori sono realmente capaci di prestare attenzione, a dare alle loro ragioni un’espressione più esplicita e più organica di uno sfottò? Sapranno rompere la coltre del conformismo di regime che li costringe a muoversi solo sul piano delle pasquinate clandestine? È pensabile una sorta di ideale “marcia dei quarantamila” dei cattolici che desiderano mantenersi tali? In altri termini: è forse giunto il momento di lanciare il manifesto degli apoti – anzi dei catto-apoti?
Il manifesto di coloro che non si bevono: la riduzione della misericordia a figura od espediente retorici; l’attribuzione di valore teologico all’ecologismo alla Al Gore; la collegialità di cartapesta attorno al più roccioso autoritarismo; il sociologismo esasperato, in ritardo più o meno di quarant’anni; l’aritmetica teologica del due più due uguale cinque; la spocchia di chi diffida delle parole del Verbo, perché non ci sono pervenute su supporto magnetico; Napolitano e la Bonino tra i grandi dell’Italia di oggi, o Enzo Bianchi tra i grandi dell’odierna Chiesa; la sussiegosa condanna della rigidità, che cela tutta l’insofferenza per chi si sforza di vivere come pensa e crede, anziché abbandonarsi a pensare e credere come vive; il disprezzo del diritto mascherato da irresistibile volontà di risanamento; l’incoerenza e la contraddizione spacciate per libertà evangelica; il culto della personalità travestito da amore per la semplicità e la modestia; e tutto il resto che abbiamo quotidianamente sotto gli occhi.

Il manifesto di coloro che non si bevono il mantra del “finalmente”: di una chiesa “finalmente” accogliente, inclusiva, comprensiva, misericordiosa, povera per i poveri, pacifica, evangelica, ecumenica... che, insomma, in questi ultimi duemila anni testé trascorsi avrebbe capito poco del Vangelo, ancor meno del mondo, flirtato col potere, corrotto gli animi, ecceduto in pizzi e merletti, relegato il popolo nell’ignoranza, parlato una lingua morta, oppresso i fedeli con dogmi e divieti, diviso la cristianità respingendo orientali e luterani, fatto criminale proselitismo e, soprattutto, ingiustamente negato la comunione ai plurigami! Che non si bevono, in altri termini, la nuova Chiesa grande, strana, e stravagante, in cui tutti – evangelici, cattolici e sette di ogni denominazione; forse anche i mussulmani – possano riunirsi e avere uguali diritti (ma differenti dottrine: la dottrina è un puro gioco intellettuale, con “la vita reale delle persone” non c’entra), e pensano che, invece, Dio abbia altri progetti, e magari sia pure cattolico... NB: il riferimento alla beata Caterina Emmerich è anch’esso voluto.  

Questi apoti, in tutto quanto non si bevono vedono una sola cosa: l’estremo tentativo di un gruppo di vegliardi e dei loro pochi e sterili vassalli, incapaci di riconoscere il proprio fallimento, di trovare una rivincita, di affermare violentemente – cioè usando il potere senza carità e senza curarsi del diritto – i loro pregiudizi ideologici, maturati negli anni della loro giovinezza (formidabili quegli anni!), e di dimostrare che tra l’ideologia ed i fatti sono quest’ultimi a dover avere la peggio. Una specie di conventicola alla quale importa solo di vincere, senza necessità di convincere. Anche perché a convincere ci hanno provato senza successo per quasi cinquant’anni, ormai – per quanto la vita media si sia allungata – è rimasto loro poco tempo, i giovani, specie le nuove generazioni sacerdotali, non se li filano proprio, e sono costretti ad agire spregiudicatamente, fulmineamente e senza fare prigionieri.

Concludendo: un manifesto nel quale si dica, senza troppi giri di parole, senza ricorrere alla dissimulazione della presa in giro, con l’innocenza di chi non ha paura dell’evidenza, che il re è nudo. E che quello che dovrebbe essere magistero si è ridotto a pura affabulazione, talora bonaria o addirittura divertente, talaltra fatta di vuoti slogan o addirittura di meri sofismi proposti come illuminanti verità, dalla quale sono completamente assenti proprio le parole che i fedeli aspettano come le sentinelle l’aurora: le parole di vita eterna.
 

24 febbraio 2017

Non tutti i Guam vengono per nuocere


di Satiricus

Siamo a 5! No, in realtà il numero è anche più alto, ma non importa mettersi a fare la conta, del resto in teologia i numeri non contano (cit. Spadaro), contano i contenuti e le personalità. La quinta personalità è quella del card. Zen, il quale, “in una intervista con EWTN di Raymond Arroyo ha espresso il suo appoggio ai Dubia dei quattro cardinali che chiedono chiarimenti sulla esortazione apostolica Amoris Laetitia - Capitolo 8, ha detto: "Credo che sia una richiesta molto rispettosa, da parte di quei vescovi e cardinali, di avere chiarimenti"”. Meno male che Zen è un vecchio bauco, altrimenti c’era il rischio che qualcuno lo spedisse a Guam, nell’arcipelago della Misericordia. Guam è divenuta improvvisamente celebre dopo il periodico incarico quivi affidato al card. Burke, ma a ben vedere, e a voler fare della dietrologia gratuita e infondata - del resto essere Campari significa concedersi talvolta anche questi sfizietti e queste ragazzate - la mossa Guam avrebbe un precedente (almeno uno). Si tratta, così malignano i Pasquini, del vescovo Savio Hon Tai-Fai. Protetto di Bertone e successore di Sarah alla Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, mons. Savio sarebbe stato spedito a Guam dal 6 giugno al 31 ottobre scorso. Qui la sua missione, ma non la sua permanenza, parrebbe essersi conclusa con la nomina ad Arcivescovo Coadiutore con facoltà speciali di S.E. Mons. Michael Jude Byrnes. Ma perché Guam? Perché davvero c’è un caso spinoso di pedofilia che richiede l’intervento di prelati dal cuore retto e dal pugno di ferro? Oppure perché il viaggetto a Guam va pensato come un’occasione per rivedere eventuali propensioni politiche non abbastanza franceschiane? Non so dirlo, fatto sta che, a ben vedere, simili propensioni non mancherebbero nella carriera di mons. Hon Tai-Fai, in quanto “in passato ha avuto a criticare l’incoerenza fra i proclami liberali del governo cinese e le azioni dell’Associazione patriottica in merito alle ordinazioni episcopali”. Un degno figlio di Zen, insomma, e un personaggino non troppo comodo da avere tra i piedi in quel del Vaticano, specie in questo new deal di politiche sinofile. Sia come sia, nell’attesa di chiarirsi il giusto ordine delle cose, consiglio di leggere il discorso di congedo presentato dal vescovo cinese al termine del proprio mandato in quel di Guam, soffermandosi in particolare sui saluti finali. Poche e semplici parole, che sarebbe curioso sentir risuonare anche da altri pulpiti: “I take the opportunity to express my sincerest heartfelt gratitude to all my dear brothers and sisters for all the support, affection, and fraternal corrections to me”. Keep calm and go to Guam!