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21 giugno 2017

Radio Maria: l'ennesimo atto di odio contro la Chiesa


di Giuliano Guzzo

La sospensione semestrale inflitta a padre Livio Fanzaga, direttore di Radio Maria condannato dall’Ordine dei Giornalisti della Lombardia dopo che, durante la sua trasmissione quotidiana, tempo fa aveva attaccato duramente la relatrice della legge sulle unioni civili, Monica Cirinnà, verrà da molti letta – suppongo – come la punizione di uno che, in fondo, se l’è cercata. Altri ancora, invece, intenderanno questa sospensione, come il giusto contrappasso per un’emittente che, nel novembre dello scorso anno, aveva a sua volta sospeso dalla sua trasmissione Padre Giovanni Cavalcoli, domenicano reo d’aver associato causalmente – secondo talune interpretazioni – l’approvazione delle unioni civili a eventi sismici e catastrofici.

Pochi, temo, saranno invece coloro che sapranno inquadrate il fatto nella sua giusta dimensione, che è quella d’un progressivo restringimento della libertà di opinione dei cattolici. Se infatti da una parte è vero che neppure la libertà di espressione in quanto tale, ultimamente, se la passa bene (si pensi alla sospensione, irrogata sempre in questi giorni, a Filippo Facci, colpevole d’aver scritto la propria repulsione per l’Islam), dall’altra è innegabile come siano soprattutto i cristiani i destinatari di un bavaglio ogni giorno più grande. Un primo segnale venne, nel 2004, quando la candidatura a Commissario europeo di Rocco Buttiglione fu silurata perché costui, in quanto cattolico, dichiarò di ritenere l’atto omosessuale peccaminoso.
Nel 2008 fu invece il turno nientemeno che di Papa Benedetto, direttamente invitato dal rettore dell’Università di Roma “La Sapienza”, all’inaugurazione dell’anno accademico che poi, però, si tenne senza l’intervento del pontefice, la cui presenza, fecero capire 67 docenti della stessa università, non era gradita. Clamoroso, nel 2013, fu poi il caso di monsignor Joseph Léonard, arcivescovo di Malines-Bruxelles e primate del Belgio, letteralmente assalito da un gruppo di Femen nel corso di un evento pubblico. Recentemente poi, Xavier Novell, il vescovo più giovane di Spagna e tra i più giovani del mondo, è dovuto uscire dalla chiesa scortato dalla Polizia tra insulti e le minacce. La sua grave colpa? Aver dichiarato come l’eclissi della figura paterna giochi un ruolo significativo nella biografia di tante persone con tendenze omosessuali. Ora, direi che è chiaro – alla luce di questa breve, ma comunque sintomatica panoramica – come la sospensione di padre Livio sia solo l’ultimo episodio di una lunga serie. Il che, a mio avviso, dovrebbe stimolare una qualche riflessione, soprattutto in casa cattolica. Ci si dovrebbe in particolare interrogare sul fatto che, nel mondo occidentale, di fatto la Chiesa sia un’ospite sempre più sgradita. Ma come – mi si obietterà subito – non vedi quant’è amato Papa Francesco, o quanto questo o quel prelato vengono intervistati e ascoltati sui media?
Certo, tutto vero. Il punto però è che i cattolici, oggi, van bene solo se parlano di pace nel mondo, di contrasto al global warming, di accoglienza, di Ius soli. In pratica il credente è cioè ben accetto solo quando sposa – più o meno convintamente – l’agenda progressista. Quando invece un cattolico fa coming out, per dirla con un’espressione à la page, dicendo coerentemente la propria su temi quali l’aborto procurato, la famiglia, l’omosessualità e l’eutanasia, ecco che il suo diritto di espressione inizia a diventare un problema, un’ingerenza, una minaccia alla libertà. Perché accade questo? Semplice: perché il mondo, quello stesso mondo che si riempie quotidianamente la bocca di tolleranza e «muri da abbattere», odia la Chiesa.

Trattasi di un odio sapientemente dosato, intendiamoci; un odio che, per il momento, trascolora nell’invito ai cattolici ad essere prudenti, quando aprono la bocca. Ma pur sempre odio è. Dopotutto, non si può dire i cristiani non siano stati avvertiti per tempo: «Beati voi quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando – disse infatti Gesù – e v’insulteranno e respingeranno il vostro nome» (Lc 6,22). Quindi di che ti lamenti, mi si potrebbe ancora contestare. Personalmente di nulla. Fa tuttavia un certo effetto, in questi tempi confusi, vedere tanti fratelli che non colgono la gravità della situazione, persuasi del fatto che con questo mondo si possa ancora dialogare, quando invece è impossibile.

Ed è impossibile, si badi, non per questioni di stile; non si tratta cioè di bon ton, di modi di dire le cose, di parole da calibrare meglio. Il punto, come già detto, è semplicemente che oggi la cultura dominante – e, ahimè, pure molti battezzati – la Chiesa non la vogliono vedere manco in cartolina, a meno che i credenti, intimoriti, non inizino a parlare sottovoce occupandosi di filantropia, buoni sentimenti ed ecologismo. In quel caso, problemi zero. Anzi, portoni spalancati da università, grande stampa e salotti buoni. Alla luce però delle grandiose verità cui il quieto vivere chiede di rinunciare – e tenendo presente che il Principale, che pure poteva cercare accordi con Caifa o con Pilato, scelse la fine che scelse -, conviene chiederselo: ne vale davvero la pena?

https://giulianoguzzo.com/2017/06/21/radio-maria-e-linevitabile-bavaglio/

 

29 febbraio 2016

Perché la battaglia continua. Più di prima


di Giuliano Guzzo
E adesso? A pochi giorni dall'approvazione di un maxiemendamento che riscriverà completamente il disegno di legge Cirinnà determinando comunque l’introduzione delle unioni civili, è comprensibilmente forte l’amarezza che serpeggia fra il popolo del Family Day e quanti speravano di un esito diverso di questa vicenda parlamentare, comunque la si pensi, costellata di compromessi, sfumature poco chiare ed inaudite forzature istituzionali. Da questo punto di vista riesce francamente difficile considerare il patto fra Renzi ed Alfano – alla base di quelle che si possono considerare unioni civili all’italiana – come un trionfo politico del mondo LGBT che, con manifestazioni di piazza e appelli di firme illustri, chiedeva l’approvazione integrale del disegno di legge Cirinnà completo di stepchild adoption e comunque già ritenuto il minimo sindacale sui diritti civili.

Tuttavia sarebbe anche ipocrita negare come le unioni civili, così come con ogni probabilità saranno approvate, rappresentino una ferita per quanti, affollando a centinaia di migliaia il Circo Massimo, hanno opposto una contrarietà pubblica, totale e distante anni luce da qualsivoglia accordo: la sconfitta è stata amarissima come tutte quelle che arrivano dopo tempo, battaglie e sacrifici. Di qui l’opportunità, in particolar modo fra cattolici, di pensare a come riorganizzarsi. Per quanto importante – e lo è a livelli decisivi – sarebbe infatti terribilmente ingenuo collegare la battaglia per la difesa della famiglia naturale alle sole unioni civili o al solo matrimonio omosessuale che da queste, ben presto, ufficialmente emergerà: di qui l’esigenza, specie fra i cattolici appunto, di scegliere in che modo continuare a portare avanti le istanze così tenacemente difese fino ad oggi.
Se infatti l’approvazione delle unioni civili rammenta amaramente di che pasta siano fatti, oggi, i politici cattolici, da domani sarà il tempo di testare (ancora) quella dei cattolici non politici. Cattolici non politici ai quali, a ben vedere, è già ora chiesto di ribellarsi a tutti quei mali – divorzio, aborto volontario, fecondazione extracorporea – velenosamente penetrati prima nell’ordinamento giuridico e poi fattisi mentalità comune, in una continua e reciproca contaminazione. Nulla insomma muore, benché la giornata sia destinata ad essere contrassegnata dalla tristezza. E nulla muore, purtroppo, neppure per quanti operano per la “distruzione dolce” della famiglia che, già minata dal virus del precariato affettivo istituzionalizzato col divorzio – da poco anche in versione express verrà da domani sostanzialmente ed iniquamente equiparata ad altre forme di unioni.

Non sarà sfuggita la volontà, sempre che non ci pensi prima la magistratura, di confezionare subito un nuovo disegno di legge sulla stepchild adoption se non addirittura sulle adozioni vere e proprie, né vi è chi non veda alle porte l’ombra dell’utero in affitto che dall’adozione del figliastro verrebbe subito legittimata. Dunque la battaglia per la famiglia – che eroicamente combatteva già san Tommaso Moro (1478–1535) – continua: come prima e più di prima. E toccherà combatterla integralmente come integralmente va combattuta la menzogna e tutti assieme, perché se oggi i cattolici Renzi ed Alfano scendono a compromessi è perché sanno di poterlo fare, perché c’è un popolo cattolico – addolora dirlo – disorientato e troppo spesso guidato da pastori confusi o timorosi, che dimenticano che gli agnelli non si salvano stipulando accordi di convivenza – ma senza obbligo di fedeltà – coi lupi, bensì combattendo questi ultimi: altrimenti non solo mancheranno agnelli, ma rimarranno solo conigli.


 

22 febbraio 2016

NCD, Alfano e le unioni civili: tradimento in vista?

di Marco Mancini


Durante l'Assemblea Nazionale del PD, svoltasi nella giornata di ieri, il premier Matteo Renzi ha lasciato balenare l'ipotesi di porre la fiducia su un emendamento governativo al ddl Cirinnà sulle unioni civili. Cade, dunque, una delle grandi ipocrisie di questa lunga vicenda, quella secondo cui la proposta di legge sul riconoscimento pubblico delle unioni omosessuali sarebbe di iniziativa parlamentare e pertanto non coinvolgerebbe il Governo.

Il Governo, invece, ora scende pesantemente in campo, dopo il fallimento del tentativo di approvare la legge con l'appoggio del M5S. Come ha osservato Mario Adinolfi, questo dovrebbe farci dormire sonni tranquilli, vista la presenza del NCD di Alfano, sedicente tutore dei principi cattolici, come partner minore all'interno dell'esecutivo Renzi. Eppure tutti siamo presi da una strisciante inquietudine. Come mai?

C'è che in queste settimane Alfano e i suoi hanno già dimostrato tutta la propria inaffidabilità sulla questione, lasciando prefigurare quello che già si annuncia come un disgustoso tradimento nei confronti del proprio elettorato di riferimento.

Le prime avvisaglie si sono avute prima ancora del Family Day, quando il rimpasto di governo ha premiato in maniera deliberatamente sproporzionata il Nuovo Centrodestra: un nuovo ministro (Enrico Costa, con delega agli Affari Regionali e anche alla “famiglia”) e 4 sottosegretari. Un segnale chiaro, teso a rafforzare il concetto sempre affermato da Alfano, ossia che l'approvazione del ddl Cirinnà non avrebbe messo a rischio la tenuta del Governo. 

Ciò nonostante, il giorno del Family Day il ministro dell'Interno ha avuto persino l'impudenza di ricevere al Viminale il portavoce della manifestazione, Massimo Gandolfini, al quale ha assicurato di condividere la battaglia della piazza, che - ricordiamolo a beneficio di Alfano e dei diversamente udenti come lui - ha richiesto a gran voce il ritiro completo del ddl Cirinnà.

Ecco, quando si afferma di condividere una battaglia, ma poi non si fa nulla per sostenerla, e in particolare non si fa l'unica cosa che nella propria posizione si potrebbe fare - ossia minacciare la crisi di governo - si corre il rischio di apparire poco credibili. Questo vale a maggior ragione se appena un anno prima, come risulta da questo video, si è promesso che, in caso di proposte di legge su matrimonio e adozioni per i gay, si sarebbe usciti dal Governo immediatamente.


Caro Alfano, non so se te ne sei accorto, ma il Governo di cui fai parte sta approvando proprio quella roba lì e sembra volerci mettere addirittura la fiducia. Come dici? Le unioni civili non sono il matrimonio? Forse non ti sei accorto che tutti gli articoli del ddl ricalcano per filo e per segno, direi in maniera sfacciata, le formulazioni del codice civile riguardanti il matrimonio. Una mela non diventa una pera per il fatto che la si chiami "pera". A pensare che le unioni civili non abbiano nulla a che vedere con i principi costituzionali in tema di matrimonio e famiglia siete rimasti tu e quel servo del potere che risponde al nome di Pietro Grasso, Presidente del Senato, il quale ha avuto l'ardire di negare il voto segreto sul passaggio agli articoli proprio affermando questa esilarante tesi (il che getta una luce inquietante sull'onestà intellettuale del personaggio, anche rispetto alla sua pregressa attività di magistrato).

Se non capisci qual è la posta in gioco, caro Angelino, delle due l'una: o in questo periodo non sei molto lucido, oppure fingi di non capire. E se fingi di non capire, significa che, come Giuda Iscariota, ti sei venduto per trenta denari, o per qualche poltrona. Leggendo le dichiarazioni di alcuni tuoi ministri, non c'è da tranquillizzarsi.

Anche le uscite apparentemente più dure, come quella della Lorenzin che ha chiesto di trasformare l'utero in affitto in "reato penale" (sic) e crimine universale, nascondono un sottinteso neanche troppo implicito. Lo esplicita lo stesso ministro della Salute quando, rispondendo su Twitter a Monica Cirinnà, afferma di voler "tutelare i bambini che già esistono". Tana per Beatrice! Che vuol dire? Che il NCD è pronto a votare le unioni civili e - se costretto, magari in separata sede - pure la stepchild adoption, in cambio dell'indurimento delle sanzioni contro l'utero in affitto? Sarebbe questo il modo che hanno trovato per salvare la faccia? Noi siamo sospettosi e magari staremo pensando male, ma come si dice... non è che magari ci stiamo azzeccando?

Al di là dei sospetti, resta comunque un fatto politico grande come una casa: la totale passività - e la conseguente irrilevanza - del NCD su tutta la vicenda "unioni civili". E questo è tanto più grave alla luce del fatto che, anche grazie all'impegno di un popolo vilipeso e insolentito dai media di regime, la legge è temporaneamente finita su un binario morto. Basterebbe una sola parola del ministro dell'Interno per seppellirla definitivamente, ma questa parola non è ancora arrivata. Come è noto, si può peccare anche per omissione e qui l'omissione è così evidente che un silenzio del genere risulta addirittura assordante.

Quindi, caro Alfano, sia chiaro che noi - e anche Qualcuno più in alto di noi - ci ricorderemo. Ci ricorderemo di chi avrebbe potuto fare la mossa decisiva e non l'ha fatta, di chi è venuto meno non solo agli impegni presi e alle rassicurazioni fornite, ma alla stessa ragion d'essere del proprio movimento politico. Il NCD è ormai, politicamente, un morto che cammina. Sarebbe disdicevole se uscisse di scena senza aver conservato neanche un briciolo di dignità.
 

18 febbraio 2016

La vendetta del canguro


di Giuliano Guzzo

«Se la legge diventa una schifezza, lascio la politica». Le parole di Monica Cirinnà, giunta a minacciare l’addio, riassumono meglio di ogni altra cosa il clima di sconfitta che ieri aleggiava nel centro-sinistra. E’ vero, le unioni civili restano in pista, il rinvio è solo temporaneo e il testo ha comunque elevate probabilità di essere approvato: tutto vero. Però un elemento è fuori discussione: la gioiosa macchina da guerra arcobaleno, data come vincente dalla maggior parte degli scommettitori, si è inceppata. E a nulla è servito l’insieme di forzature istituzionali di cui sono state oggetto le unioni civili; anzi, si può dire che è proprio la fretta che il Partito Democratico, complici figure come Maria Elena Boschi ed Ivan Scalfarotto, ha avuto nel trascinare il provvedimento in Aula ad aver messo a nudo una fragilità che il centrosinistra ignorava gli fosse propria dal giorno in cui s’è scordato, cose che capitano, di non aver mai vinto le elezioni.

Così il “canguro”, ovvero il tentativo di annichilire o quasi il dibattito con un maxiemendamento, è deflagrato fra le mani dei suoi proponenti facendo echeggiare a Palazzo Madama un interrogativo inatteso: e adesso? In casa PD si parla ora di alcuni giorni utili per «riannodare i fili politici» – che tradotto dal politichese significa mercato delle vacche o disperata ricerca di un compromesso – però c’è un problema: il Governo ha già addomesticato Alfano e i suoi con una bella infornata di poltrone ed ora domare i grillini, sostanzialmente favorevoli alle unioni civili ma indignati dall’arroganza dei suoi proponenti, non è cosa semplice. Non solo: una volta scaduti i termini del rinvio, se il disegno di legge Cirinnà non fosse agevolmente approvato una eventuale sconfitta peserebbe, stavolta, come un macigno non solo sulle spalle della sua proponente, ma dell’intera maggioranza. Come finirà allora? Difficile a dirsi.

La speranza di chi – senza, sia ben chiaro, avere in odio i diritti singoli di nessuno – ritiene la famiglia fondata sul matrimonio bene comune, è che si ponga fine a questa carnevalata che dura da troppo tempo seppellendo una legge che non può diventare «una schifezza» per il semplice fatto che lo è sempre stata sin dal principio. Una simile eventualità, ce ne rendiamo conto, dispiacerebbe a qualcuno ma non è il caso che un Paese con tassi di natalità cimiteriali e pochi matrimoni scherzi troppo col proprio futuro. Ciò non toglie che, purtroppo, le unioni civili abbiano ancora alte probabilità d’arrivare in fondo: ricordiamoci sempre che il Parlamento chiamato a votarle è popolato dagli stessi cervelloni che hanno sganciato nella società italiana quella bomba atomica che risponde al nome di “divorzio breve”, genialata i cui frutti – a partire da un crescente precariato affettivo – finiranno nelle mani delle nuove generazioni per chissà quanto.

Intanto però ci si lasci dire che quanto accaduto ieri è stata una pagina di grande commedia italiana. Voglio dire: c’era una proposta di legge secondo alcuni attesa da anni e richiestaci in ginocchio dall’Europa, una maggioranza strasicura di vedersela votata anche perché sostenuta una copertura mediatica senza precedenti – dagli orecchini arcobaleno di Barbara d’Urso ai nastrini che sul palco dell’Ariston hanno fatto più notizia delle canzoni , in pratica era quasi un rigore a porta vuota: eppure non è bastato. Doveva essere poco più di una formalità, invece è stata una mezza catastrofe. Così l’aeroplano che avrebbe dovuto condurre l’Italia nei cieli del Progresso è rientrato tristemente nell’hangar fra lo stupore dei presenti, increduli di fronte ad un rinvio che odora di flop lontano un miglio. Ora, delle due l’una: le preghiere di tanti cattolici sono servite e la Provvidenza opera veramente oppure qualcuno porta sfiga. Decidete voi.

http://giulianoguzzo.com/2016/02/18/la-vendetta-del-canguro/

 

12 febbraio 2016

L'unico scopo del ddl Cirinnà è l'utero in affitto

Dopo qualche giorno di pausa, in vista dei primi voti al Senato riguardanti il ddl Cirinnà, ricominciamo a pubblicare analisi che ne dimostrano gli aspetti surreali.

di Federico Baldelli Purrone

Scrivo per la prima volta e lo faccio anche in una condizione “disperata”: sono studente e a breve avrò due esami importanti, tra cui quello di diritto privato.
Perché ve ne parlo? Non mi interessa narrarvi la mia vita privata, lo faccio perché, vuoi per la concentrazione dovuta allo studio negli ultimi giorni, vuoi per la tensione socio-politica sul dll Cirinnà, mi sono messo a studiarlo, Costituzione e Codice Civile alla mano, con l’intento di dare il mio contributo al dibattito producendo un’analisi critica il più possibile tecnica ma sempre considerata in relazione alla società ed ai suoi dati.

Questo è il risultato.

Le coppie omosessuali, seppur non ritenute idonee ad essere ammesse al matrimonio, attualmente godono dei diritti che riguardano quella formazione sociale, come le visite e le decisioni di ambito sanitario, fino alla donazione degli organi dopo la morte, come la possibilità di visitare il partner in carcere, di prendere il figlio del partner a scuola o in altra sede, di adottare perfino il figlio del partner deceduto se la moglie è anch'essa deceduta, poiché in tali circostanze il diritto di prelazione nell'adozione viene dato alla persona affettivamente più vicina al bambino.
Su questo c’è poco da discutere, gli strumenti giuridici per ottenere il declamato fine ci sono quasi tutti, disponibili nell'ordinamento giuridico italiano da parte dei soggetti di qualsiasi orientamento sessuale. L'unico aspetto che deve ancora essere regolamentato è quello relativo alla successione.
Da questo fatto inizia ad emergere la motivazione forzatamente ideologica di questo ddl, immotivato nella sua portata, una porcheria dal punto di vista sia logico che giuridico.

In primis bisogna considerare uno dei princìpi costituzionali che regola il modo della legge ordinaria di porsi nella sua attività di regolamentazione dei soggetti giuridici: situazioni uguali vanno trattate in modo uguale, situazioni diverse vanno trattate in modo diverso. Questo principio spazza via la pretesa discriminazione nei confronti delle coppie omosessuali.
La discriminazione infatti non sussiste perché, tra coppie omosessuali ed eterosessuali, benchè la dignità delle persone che le compongono sia pari, è inconfutabile una differenza insita nella stessa natura delle due formazioni sociali, una tutelata di diritto, l’altra di fatto: la coppia eterosessuale, prescindendo da condizioni accidentali, dunque non determinate a priori, come la sterilità, possiede il potenziale di generare figli, nuovi soggetti giuridici che sono meritevoli della tutela dell'ordinamento in quanto rappresentano il futuro della società, la tutela particolare dei potenziali figli è effettuata ponendo a priori princìpi che dettano gli obblighi dei genitori nei confronti dei figli, obblighi che, fatto salvo il caso straordinario di adozione, derivano dalla paternità e dalla maternità biologica, determinando esse gli status rispettivamente del padre e della madre.

La coppia omosessuale, proprio in quanto tale, è incapace per sua natura di generare figli, e nei fatti ha soltanto due modalità per "acquisire" nella sua formazione sociale di fatto un bambino:
la prima consiste nell'adozione , che nell'ordinamento non è presente, e ciò è da imputare a due cause, ossia alla prudenza da parte dell'ordinamento verso la scissione tra genitorialità e complementarietà sessuale (è un tema assai delicato che sta rivelando che i dubbi al riguardo sono espressi da tutte le parti, di ogni orientamento sessuale, politico, religioso, dovuti all'impatto di una tale regolamentazione su uno degli aspetti più intimi della natura umana) e ai dati relativi alle procedure di adozione che mostrano la presenza di 2.000 bambini attualmente adottabili "contesi" da 30.000 coppie eterosessuali richiedenti;
la seconda consiste nella procedura dell'utero in affitto, procedura che presenta problemi di natura primariamente costituzionale e bioetica, secondariamente di regolamentazione giuridica, e contro essa sta insorgendo un fronte compatto, numeroso ed eterogeneo composto prevalentemente, ma non solo, da donne che a Parigi, col patrocinio di varie autorità e di enti ed associazioni anch’essi vari, hanno firmato una petizione internazionale per inasprire l’opposizione ad una pratica che non può che essere considerata barbara. Tertium non datur, a livello fattuale non esistono altre modalità.

Dunque l'articolo 5 del ddl Cirinnà quali circostanze regolerebbe nei fatti?
Visto che l'adozione da parte delle coppie omosessuali in Italia non è prevista - le cause sono espresse sopra - rimangono soltanto le situazioni che prevedono l'adozione in caso di morte del partner e dell'ex coniuge del partner, già regolamentate dall'ordinamento come spiegato in incipit, e le situazioni in cui il figlio adottando del partner è nato tramite la procedura dell'utero in affitto.

Quest'analisi dimostra che la step child adoption è esclusivamente indirizzata (e volontariamente, dovendo dedurre con logica e competenze tecniche l’intenzione del legislatore) a dare rilevanza e tutela, in ambito giuridico, alla pratica dell'utero in affitto e al concepimento – assurdo da parte dell’ordinamento per come lo regola la Costituzione- di un presunto “Diritto al figlio” di tutte le coppie, eterosessuali e omosessuali, che altro non è se non la base della pratica sopra citata.

Una semplice rappresentazione utilizzata dal Ministro Lorenzin spiega il quadro giuridico che deriverebbe dall’approvazione del ddl Cirinnà: una finestra aperta ai deleteri effetti di una pratica che si è voluto tener fuori con la porta chiusa.
Uno dei cavalli di battaglia per la legge sarebbe costituito dalla presunta mancanza di tutela nei confronti dei circa 530 bambini, censiti dall’Istat, i quali, a quanto si può dedurre, non soffrono certo problemi economici in merito alla loro crescita, essendo stati commissionati dietro lauto pagamento da coppie necessariamente caratterizzate da un certo elevato grado di agiatezza, ma presentano problemi di tutela sotto il punto di vista della loro origine biologica, a cui sono collegati da nove mesi di gestazione, nonostante la successiva separazione coatta.

Tutta la rimanente regolamentazione prevista per le unioni civili delle coppie omosessuali è costituita da un link diretto e quasi totale alla vigente disciplina del matrimonio, fatta eccezione ovviamente per il nome e per l’obbligo delle pubblicazioni, dato questo che caratterizza l’unione civile come privilegiata.
Inoltre emerge un altro problema relativo al titolo II della legge, quello che disciplinerebbe le coppie di fatto: il ddl infatti prevedrebbe la giuridicizzazione forzata di queste formazioni sociali, imponendo, sebbene non come nel matrimonio, un regime di regole non determinato dalla volontà delle parti.

Una simile impostazione rappresenta un abominio per l'autonomia dei soggetti giuridici, condizione aggravata dalla possibilità, come scritto in incipit, delle coppie di qualsiasi tipo di disporre autonomamente, in modo parziale e quindi anche privilegiato, dei diritti di cui a gran voce si reclama.
Se ciò non bastasse è possibile anche analizzare i fatti relativi all'iter legis: una prima stesura della legge è stata consegnata in Senato e assegnata alla Commissione Giustizia, come previsto dalla Costituzione, ma alla Commissione, tramite piccole mosse, è stato di fatto impedito lo svolgimento dell'analisi, e il testo è stato quindi presentato in aula senza che vi fosse un relatore della Commissione che rendesse informata l'aula sulla natura della legge, in modo tale da consentire le discussioni e le votazioni pertinenti su un’analisi tecnica, dunque oggettiva e imparziale, come previsto dall'articolo 72 della Costituzione e dal Regolamento del Senato, violati senza alcuna opposizione, anzi con tacito ma clamorosamente palese via libera da parte del Presidente del Senato Pietro Grasso.
 

04 febbraio 2016

Sposi, non contraenti. Abolire il matrimonio concordatario



di Francesco Filipazzi

Con la probabile approvazione della legge sulle unioni civili (speriamo il più tardi possibile), con annessi e connessi, viene spontaneo chiedersi a cosa serva il matrimonio concordatario nell'Italia del 2016. Già dopo l'approvazione della legge sul divorzio ci si trovò di fronte a due realtà totalmente diverse, quella del matrimonio cristiano indissolubile e quella del negozio giuridico burocratizzato e dissolubile con un procedimento giudiziario di qualche mese, visto il divorzio breve recentemente introdotto.

Però i coniugi cristiani hanno continuato a contrarre, contestualmente all'unione sacramentale, anche quella civile, come prevede il Concordato. Il che ha generato un cortocircuito mentale in molti, secondo cui il matrimonio religioso sarebbe validato dalla firma apposta, come se il sacramento fosse valido solo se riconosciuto dallo Stato. Purtroppo questa porcheria è instillata anche nelle teste di molti preti, che per timore di offendere la divinità civile mai accondiscenderebbero a celebrare un matrimonio senza gli adempimenti burocratici. O tempora o mores.

E dire che, se volessimo provocare una riflessione, potremmo sostenere che contrarre il matrimonio civile contestualmente a quello religioso potrebbe essere causa di nullità, perché associare qualcosa di dissolubile al matrimonio cristiano vorrebbe dire credere o concepire anche quest'ultimo dissolubile. Sicuramente l'introduzione del divorzio ha instillato nelle teste delle persone che, nonostante la promessa davanti a Dio, esista una buona uscita, e quindi ha "depotenziato" il matrimonio religioso. Molte delle discussioni sinodali sono frutto di questa commistione.

Arriviamo dunque alle unioni civili, con le quali una coppia eterosessuale (non parliamo di quelle omosessuali perché al momento non sembra che qualcuno voglia farle sposare in chiesa) acquisisce gli stessi diritti, fra cui la reversibilità della pensione, di una coppia sposata ma con molti meno doveri di fronte all'autorità civile. Un vero affare. Di fronte a uno scenario del genere ci chiediamo a che cosa serva mai un Concordato fra la Chiesa e uno Stato che fa carne di porco della famiglia e del matrimonio. Ci sfugge quale sia l'oggetto che concorda, in tutto questo.
Va però detto che il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Siamo sicuri che qualche imbecille di prete satanico proverà a "sposare" in chiesa le coppie gay, facendo loro firmare le carte delle unioni civili al posto di quelle matrimoniali. Stiamo pronti a denunciarlo dunque, poiché contravverrebbe al Concordato. E se invece si scoprisse che per lo Stato il prete può far firmare le unioni civili (etero o gay) in quanto ufficiale di stato civile, avremo la riprova che la Cirinnà è un matrimonio gay sotto neanche troppo mentite spoglie. Prepariamo quindi i ricorsi alla Corte Costituzionale.

Tornando semi-seri per un attimo, sarebbe ora che i cristiani e la Chiesa si interrogassero sul valore del Concordato. Il matrimonio religioso non è più compatibile con quello civile. Si torni alla cerimonia in chiesa separata da quella in comune, per ridare agli sposi la dignità di Sposi cristiani e non di contraenti.

 

01 febbraio 2016

Family Day 2016, anatomia di un trionfo


di Giuliano Guzzo

Il giorno successivo ad una grande manifestazione, tradizionalmente, è quello dei bilanci e il Family Day 2016 non fa certo eccezione. Dunque, successo o fallimento? L’evento ha rispettato o deluso pronostici? Chi c’era – e ieri ha visto il Circo Massimo letteralmente invaso – difficilmente oggi parlerà di flop anche perché, in effetti, le immagini sono chiarissime nel documentare l’affluenza di una vera e propria marea umana. Viceversa i critici della manifestazione, fino all’altro giorno uniti nel giudicarla – senza, per la verità, grande originalità terminologica – «medievale», dalle ore successive alla stessa hanno prevalentemente preso di mira la stima di due milioni di partecipanti, diffusa nel corso dell’evento. Chi ha ragione, allora? Quanti ritengono Family Day 2016 un indubbio successo o gli scettici sulle effettive adesioni alla stessa?

Prima di rispondere, credo occorra anzitutto un passo indietro ricordando come la manifestazione di ieri presenti – oggettivamente – delle caratteristiche uniche. Primo elemento di unicità: i tempi di organizzazione, strettissimi. Basti ricordare che fino a poche fine settimane fa non solo non era certa la data del Family Day 2016, ma neppure il luogo, che da piazza San Giovanni è stato praticamente all’ultimo spostato al Circo Massimo. Secondo aspetto più unico che raro è l’organizzazione, che non ha potuto contare né sulle tessere o sulla fedeltà tipica dei militanti di partito né sugli sconti che le sigle sindacali, di solito, propongono ai propri iscritti in occasione dei raduni promossi. Il Family Day 2016, promosso dal comitato “Difendiamo i nostri figli” – altra associazione costituita in tempi recentissimi – è stato a tutti gli effetti una manifestazione nata dal basso.

La stessa CEI ha appoggiato per bocca del proprio Presidente, il cardinal Angelo Bagnasco, il Family Day 2016 quando la macchina organizzativa dell’evento era già avviata, a differenza del Family Day 2007, che ebbe nella Conferenza episcopale italiana non solo un alleato, ma un deciso promotore sin dall’inizio. Alla luce di detti elementi – la tempistica strettissima, l’assenza di sostegni dall’alto e di finanziamenti – solo la malafede o peggio l’invidia potrebbe spingere a negare come la manifestazione di ieri sia stata un successo straordinario sotto molteplici punti di vista. Incluso il messaggio di netta contrarietà al disegno di legge Cirinnà, anche questo privo di rappresentanza politica. Infatti, anche se da un lato è vero che al Circo Massimo hanno presenziato alcuni politici, dall’altro è chiaro come politica, fatta eccezione forse per Lega e FdI, sia a larga maggioranza favorevole alle unioni civili.

Unioni civili – anche questo è doveroso sottolinearlo – che la marea umana presente al Circo Massimo non ha contestato solo per l’adozione del figliastro, la cosiddetta stepchild adoption, che legittimerebbe, di fatto, l’utero in affitto, ma proprio in quanto unioni civili che andrebbero iniquamente a confondere la famiglia fondata sul matrimonio con altre unioni. La forza del Family Day 2016 si è dunque concretizzata in almeno due aspetti diversi e, direi, per nulla trascurabili: quello organizzativo e quello contenutistico, che pur non avendo visto proferire dal palco dell’evento neppure una sillaba contro le persone omosessuali – anzi! -, è stato nettissimo nel rigettare l’intero impianto del disegno di legge Cirinnà. Una contrarietà che è stata espressa in modo chiaro e argomentato, senza la minima dimostrazione di “oscurantismo”.

A questo proposito, sarebbe bello capire da quanti – specie sui social network – hanno detto le cose peggiori sul Family Day, sulla base di quali elementi apostrofano come ignoranti e retrogradi coloro che vi hanno partecipato. Ieri al Circo Massimo io c’ero e posso dire d’aver salutato, fra gli altri, giovani laureandi, avvocati, medici e docenti universitari. Tutta gentaglia che non ha mai preso in mano un libro? Ne siete proprio sicuri, cari paladini del Progresso? Certo, fra i manifestanti c’era anche tantissima gente semplice, ma prima di avventurarmi in critiche temerarie quanto infondate – nel senso che non partono dal dato di realtà, dunque da un vero fondamento, bensì dal solo pregiudizio – starei molto attento, specie nella misura in cui queste critiche sono vibrate, di fatto, ad un intero popolo. E veniamo ora al punto più discusso: quello del numero dei presenti, ieri, al Circo Massimo.

La stima di due milioni, prt molti, è esagerata. Personalmente, avendo preso parte a una manifestazione dove due milioni di persone c’erano veramente – la Giornata Mondiale della Gioventù 2011, a Madrid, evento pure quello pieno di cattolici non timorosi di dichiararsi tali (ma non ditelo ai critici del Family Day, altrimenti s’inacidiscono ancor di più) –, potrei anche dubitare del fatto che a Roma, ieri, ci fosse così tanta gente. Tuttavia, come detto, al Circo Massimo – a differenza dei critici dell’evento – io c’ero e assicuro che la marea umana era impressionante, tanto da costringere centinaia anzi migliaia di persone all’esterno. Chi poi, per criticare la manifestazione, fa confronti fra fotografie del Circo Massimo di concerti che immortalano quasi solo il palco con altre scattate ieri nella piccola parte dell’area transennata e inaccessibile (quindi per forza di cose vuota), si commenta da solo.

Tuttavia, poniamo pure che al Family Day ci fossero 3,4,500.000 persone – posto che secondo me i partecipanti erano parecchi, ma davvero parecchi di più -: qualcuno può fare qualche esempio, nella storia d’Italia, in cui un raduno simile di persone sia stato organizzato in poche settimane, senza alcuna forma di contributo e con i mass media che hanno speso i giorni precedenti non solo a non pubblicizzarlo più di tanto, ma a remare in senso opposto (vedasi, per esempio, gli orecchini arcobaleno esibiti da Barbara d’Urso)? Avanti, su, sarei proprio curioso di avere una risposta. E con me tanti altri che hanno ormai ben chiaro come le critiche numeriche – peraltro dagli stessi che sabato scorso si sono bevuti in silenzio il milione di presenze fantasma, nelle piazze, a favore del ddl Cirinnà  – siano solo l’ultima spiaggia di chi, in fondo, non sa darsi pace per un evento che, comunque la si pensi, è già nella storia di questo Paese.
 

Lunga vita all’Italia che «tiene famiglia»


di Salvatore Cammisuli

Il Circo Massimo si è svuotato, i partecipanti al «Family Day» sono tornati a casa e alla Cirinnà, presa una bella dose di Gaviscon, sarà già passato il bruciore di stomaco. Aspettando di vedere se il Palazzo deciderà di ascoltare le lobby dei soliti noti o quello che per «la Costituzione più bella del mondo» è il «popolo sovrano», possiamo fare qualche considerazione.
Mettiamo subito da parte la guerra dei numeri, perché a tutti è ormai chiaro che in base alle leggi della fisica le piazze si stringono e si allargano secondo le circostanze, che in base alle leggi della matematica le cifre si arrotondano per eccesso quando manifestano i progressisti e per difetto quando manifestano i bigotti, e che in base alle leggi del giornalismo le redazioni si muniscono di solerti contabili solo quando c’è il Family Day.
Andiamo alle considerazioni. Prima: quella che ieri ha riempito il Circo Massimo, ci sembra di poter dire, è l'Italia genuina, strapaesana, nazionalpopolare; quell'Italia che odia le sveglie, che si commuove ascoltando la canzone della mamma e che sulla bandiera scriverebbe «tengo famiglia» - e sugli striscioni proposte di matrimonio.
Non solo: questa è l'unica Italia che, sul piano delle «battaglie di civiltà», può avere rilievo internazionale. Se anche l'Italia si piegasse ai diktat giacobini, sarebbe una repubblichetta di quart'ordine in mezzo a tante altre. Oggi, invece, per molti, in Europa e nel mondo, l'Italia non è un fanalino di coda, ma un faro luminoso. Per molti nel mondo l'Italia non è l'ultimo residuo del bigottismo ma, tra i Paesi occidentali, l'ultimo baluardo della civiltà e del buon senso, per cui i figli si fanno e non si comprano, e se si fanno si fanno col metodo antico, che tanto disgusta gli gnostici e tanto piace alla gente normale.
Seconda considerazione: a ben vedere, avrebbero ragione di festeggiare i cattolici «adulti», quelli che per decenni ci hanno raccontato la favola dell’autonomia dei laici rispetto alla gerarchia. Bene: al momento di combattere ai cattolici adulti ma non adulterati, al popolo maturato nei tre decenni e mezzo di San Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI non è servito alcun vescovo pilota per capire che i principi non negoziabili si chiamano così perché non sono negoziabili.
Papa Francesco ha preferito chiarire sobriamente la posizione giusta senza mettersi alla testa dell’esercito, e già da tempo aveva chiarito che questo è il suo stile. Del resto, quale sia il suo pensiero sull’argomento è lampante fin dal giugno 2010, quando da arcivescovo di Buenos Aires, in occasione di un analogo disegno di legge, scrisse parole nette e inequivocabili: «Qui c’è l’invidia del Demonio, attraverso la quale il peccato entrò nel mondo: un’invidia che cerca astutamente di distruggere l’immagine di Dio, cioè l’uomo e la donna che ricevono il comando di crescere, moltiplicarsi e dominare la terra. Non siamo ingenui: questa non è semplicemente una lotta politica, ma è un tentativo distruttivo del disegno di Dio. Non è solo un disegno di legge (questo è solo lo strumento) ma è una “mossa” del padre della menzogna che cerca di confondere e d’ingannare i figli di Dio». La lettera sarebbe da leggere per intero ed è disponibile sul sito della Bussola quotidiana.
E qui saremmo al terzo punto: la contestualizzazione. Aver vinto una battaglia non ci deve far dimenticare la guerra. In quanto contro-rivoluzionari dobbiamo sempre tener presente che la Rivoluzione arcobaleno, fatta di ideologia gender, «matrimoni» gai e uteri in affitto, è solo la fase attuale di un processo più ampio, che nel suo sorgere vide un frate disconoscere il Sacramento del Matrimonio e un re che pretendeva una dichiarazione di nullità delle sue nozze. Anzi, a essere più sinceri, nella primissima fase ci fu un tale che disturbò una coppia di sposi in un giardino – ma questo l’ha già detto il Papa.
 

25 gennaio 2016

"Noi ci alzeremo in piedi": il 30 gennaio tutti in piazza per la famiglia!

di Marco Mancini

“Il Partito raccomandava di non badare alla prova fornita dai propri occhi e dalle proprie orecchie. Era l’ordine finale, il più essenziale di tutti. Il suo cuore ebbe un tuffo al pensiero dell’enorme potere spiegato contro di lui, della facilità con cui ognuno dei cosiddetti intellettuali del Partito lo avrebbe potuto rovesciare sul tappeto della discussione, degli argomenti sottili ch’egli non sarebbe stato in grado di comprendere, e tanto meno di controbattere con adeguate risposte. Eppure lui aveva ragione! Loro avevano torto e lui aveva ragione. Le cose ovvie, le cose semplici, le cose vere dovevano essere difese. Le verità esistenti erano vere, non ci potevano essere dubbi, su questo! Il mondo concreto, le sue leggi non mutano. Le pietre sono dure, l’acqua è liquida, gli oggetti privi di sostegno cadono verso il centro della terra” (G. Orwell, 1984)

George Orwell aveva correttamente individuato la caratteristica principale dei totalitarismi che hanno insanguinato il Novecento e, in particolare, del comunismo sovietico: essi hanno cioè incarnato una dittatura della menzogna o, invertendo i termini del discorso, una rivolta dell’ideologia contro la realtà e quindi contro la verità. Gustave Thibon, in Ritorno al reale, scrive non a caso che "il reale non è ciò che si oppone all'ideale, ma alla menzogna".

Di questa rivolta contro la realtà Orwell non è stato l’unico ad avvertire il pericolo: in ambito cattolico è molto nota la profezia di Chesterton, quella per cui “la grande marcia della distruzione intellettuale proseguirà. Tutto sarà negato. Tutto diventerà un credo. […] Fuochi verranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro. Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate. Noi ci ritroveremo a difendere non solo le incredibili virtù e l’incredibile sensatezza della vita umana, ma qualcosa di ancora più incredibile, questo immenso, impossibile universo che ci fissa in volto. Combatteremo per i prodigi visibili come se fossero invisibili. Guarderemo l’erba e i cieli impossibili con uno strano coraggio. Noi saremo tra quanti hanno visto eppure hanno creduto”. Le assonanze tra le due citazioni sono impressionanti, persino nel “due più due fa quattro” che torna ripetutamente in 1984, tanto da chiedersi se Orwell non avesse per caso letto e meditato lo scritto chestertoniano.

La post-modernità si è incaricata di portare fino alle estreme conseguenze questo prometeico rifiuto del principio di realtà, attraverso l’affermazione di quella che Joseph Ratzinger ha chiamato “dittatura del relativismo”. Il processo rivoluzionario, dunque, minaccia oggi di destrutturare persino i caratteri fondamentali della natura umana: questo è il campo di battaglia in cui si inseriscono tutte le questioni che attengono ai cosiddetti “principi non negoziabili”.

Esattamente questa è la posta in gioco nel dibattito sul c.d. Ddl Cirinnà, riguardante le unioni civili per gli omosessuali. Occorre finirla con gli eufemismi, le ipocrisie, le battaglie di retroguardia e proclamare la verità tutta intera. Mi rendo conto che per convincere l’opinione pubblica sia forse più conveniente concentrarsi sulla stepchild adoption, spiegare come essa costituisca una legittimazione de facto dell’utero in affitto, insistere sul diritto dei bambini ad avere un papà e una mamma. Sono strategie dialettiche anche efficaci e le comprendo pure: servono per rendere la pariglia alla suprema ipocrisia del fronte avverso, che rifiuta di chiamare le cose con il loro nome, straparla di fantomatici diritti, strumentalizza storie lacrimevoli per raggiungere il proprio scopo. Gli avversari fanno il gioco delle tre carte, perché sanno benissimo che, se portassero il loro discorso alle estreme conseguenze, pochi li seguirebbero nel loro delirio ideologico; per questo usano la strategia della rana bollita, cioè dell'assuefazione graduale al fatto compiuto. 

Proprio per questo, però, i tatticismi non bastano. Bisogna gridare forte e chiaro che il Ddl Cirinnà va respinto semplicemente perché avalla una menzogna ideologica. Esso equipara nei fatti, se non in diritto, tutti gli orientamenti sessuali, creando una sorta di “piccolo matrimonio” per gli omosessuali: destruttura così la famiglia naturale promuovendone una grottesca caricatura, nega la realtà elementare per cui la generazione della vita è affidata alla complementarità feconda tra uomo e donna, quella che l’autore ispirato nel libro della Genesi compendia nell'espressione “Maschio e femmina li creò”. Ogni proposta di legge che, come quella attualmente in discussione, contenga una qualsiasi forma di riconoscimento pubblico delle unioni omosessuali, va respinta al mittente, a prescindere che essa contempli o meno la possibilità di adozioni. Non è quello il discrimine, con buona pace del pilatesco Alfano, pronto a inscenare una finta battaglia di bandiera per poi riscuotere i trenta denari frutto del suo tradimento.

Stupisce, dunque, che a questa battaglia intrapresa da tanta parte del laicato cattolico e che culminerà il prossimo 30 gennaio con la grande manifestazione di Roma, non sia giunto fin dall'inizio un sostegno chiaro da parte dei vertici istituzionali della Conferenza Episcopale Italiana, almeno fino al decisivo endorsement del Cardinale Angelo Bagnasco. Nessuno che abbia detto una parola sulle vergognose dichiarazioni del ministro Boschi, che ha pure l’impudenza di continuare a professarsi cattolica: anzi, durante la vicenda di Banca Etruria mons. Galantino l’ha esplicitamente sostenuta, invitandola ad “andare avanti”. Nessuno che richiami i parlamentari sedicenti cattolici all’osservanza di quanto già disposto dalla Congregazione per la dottrina della fede, allora guidata da Joseph Ratzinger, nel 2003. Anzi: l’impegno dei cattolici contro il disegno di legge viene visto con sospetto e fastidio da almeno una parte dei vertici ecclesiali: disturba il manovratore, non va incontro ai disegni di “dialogo” tanto di moda negli ambienti modernisti e di nuovo in auge con il nuovo corso avviato nella Chiesa italiana e non solo.

Ma noi continuiamo ad avere in mente le parole di San Giovanni Paolo II, pronunciate negli USA nel 1979: “Noi ci alzeremo in piedi [We will stand up] ogni volta che la vita umana viene minacciata. […] Ogni volta che si parla di un bambino come un peso o lo si considera come mezzo per soddisfare un bisogno emozionale, noi ci alzeremo in piedi per insistere che ogni bambino è dono unico e irripetibile di Dio, che ha diritto ad una famiglia nell’amore. […] Ogni volta che il valore della famiglia è minacciato da pressioni sociali ed economiche, noi ci alzeremo in piedi, riaffermando che la famiglia è necessaria non solo per il bene privato di ogni persona, ma anche per bene comune di ogni società, nazione e Stato”. Fu, quello di Giovanni Paolo II, un pontificato che diede la sveglia a una Chiesa intorpidita dalla sbornia post-conciliare, segnando la riscossa e la rinnovata presenza pubblica di un cattolicesimo che sembrava destinato a restare per sempre nel chiuso delle sacrestie, o a esaurirsi nel sociologismo autoreferenziale. Lo rileviamo qui a beneficio dei farisei del tradizionalismo, che magari il 30 gennaio resteranno a casa per non contaminarsi con i manifestanti neocatecumenali e che sono sempre pronti a filtrare il moscerino di qualche citazione magisteriale, salvo poi ignorare i grandi spartiacque della storia.

Winston: Io so che alla fine sarete sconfitti. C'è qualche cosa, nell'universo... non so, un qualche spirito, un qualche principio... che non riuscirete mai a sopraffare.
O'Brien: Credi in Dio, Winston?
Winston: No.
O'Brien: E allora quale può essere questo principio che ci annienterà?
Winston: Non lo so. Lo spirito dell'Uomo.
O'Brien: E tu, ti consideri forse un uomo?
Winston: Sì.
O'Brien: Se tu sei un uomo, Winston, tu sei l'ultimo uomo. La tua specie è estinta; noi ne siamo gli eredi. Ti rendi conto che sei solo? Tu sei fuori della storia, tu non esisti.
Diversamente dal protagonista di 1984, e con buona pace dei volenterosi O'Brien dei giorni nostri, noi crediamo in Dio e sappiamo che - per quanto invincibile possa apparire l'avversario - spetterà a Lui la vittoria finale. Per questo, nonostante le ambiguità dei Pastori, noi ci alzeremo in piedi. Sabato 30 gennaio scenderemo in strada e ci raduneremo al Circo Massimo, dove scorse il sangue di tanti martiri cristiani. Lo faremo per ribadire che due più due fa quattro, che la famiglia è una sola, che i figli nascono da un padre e da una madre, che tutti i sofismi, le menzogne e le pressioni della lobby omosessualista e dei suoi mandanti non riusciranno ad oscurare queste verità. Lo faremo per difendere non solo i diritti di Dio e quelli della famiglia, ma anche il diritto dei popoli a non essere violentati nella loro coscienza e nel loro senso comune dagli aborti ideologici dei nuovi giacobini. Lo faremo in tanti, con la libertà dei figli di Dio che ci viene dal nostro Battesimo - almeno per noi cristiani - e con la forza della retta ragione. Siete tutti invitati.
 

18 gennaio 2016

Stupidario dei (finti) oppositori alle unioni civili



di Giuliano Guzzo

A costo di apparire provocatorio ammetto che ultimamente nutro molta più stima – sinceramente – nei confronti di coloro che, in Parlamento e fuori, si battono a favore delle unioni civili. Per una ragione semplice: i sostenitori del ddl Cirinnà operano alla luce del sole, dicono quello che vogliono e non fanno a gara a chi paluda meglio le proprie intenzioni e a chi rilascia la dichiarazione più politicamente corretta. Che è invece quanto accade da giorni nel mondo cattolico, dove prelati e politici, cardinali e semplici fedeli sembrano impegnati in un estenuante duello a chi la spara col silenziatore migliore, disapprovando nozze gay e utero in affitto senza disturbare nessuno.

In realtà, i cattolici che volessero indicazioni su come muoversi davanti ad un progetto di legge come il Cirinnà – dal Catechismo ad uno specifico documento del 2003 della Congregazione per la Dottrina della Fede, dalla testimonianza di tanti valorosi laici a quella dell’allora cardinal Bergoglio, che nella sua Argentina convocò «almeno cinquantamila persone» dando loro «appuntamento nella piazza del Congresso con lo slogan: “I bambini hanno bisogno di un babbo e di una mamma”» (La Repubblica 15/7/2010 p. 32) – avrebbero solo l’imbarazzo della scelta. Eppure, immemori del fatto che un cattolico dovrebbe pensare più alla salvezza dell’anima che a quella della reputazione, molti si rendono autori di “perle” oggettivamente sconcertanti.

Qualche esempio può aiutare a capire meglio di cosa si sta parlando. Perla numero uno: «Sì al riconoscimento di alcuni diritti, ma no al matrimonio omosessuale». Tradotto dal politichese: per la “cellula fondamentale della società” niente massacro, signore e signori, ma solo eutanasia. Infatti anche i bambini, ormai, sanno che le unioni civili sono l’anticamera per le nozze arcobaleno, e solo una smisurata fiducia nell’ingenuità di chi ascolta può spingere qualcuno a ricorrere ad affermazioni simili. Il fatto quindi che il «sì al riconoscimento di alcuni diritti, ma no al matrimonio omosessuale» ci venga propinato molto più spesso dovrebbe farci riflettere sulla stima intellettuale di cui, come popolo, godiamo agli occhi di tanti.

Perla numero due: «No alle unioni civili, si pensi prima all’impoverimento delle famiglie o a quelle vittime dell’usura». Ora, a prima vista questa affermazione pare in linea col Magistero della Chiesa, ma in realtà lo è solo apparentemente. Infatti, anziché limitarsi al «no alle unioni civili» – che è tutto quanto dovrebbe dire chi intende opporvisi -, aggiungere quel «si pensi prima all’impoverimento delle famiglie o a quelle vittime dell’usura», lascia trasparire chiaramente come l’ostilità al ddl Cirinnà sarebbe motivata non tanto da ragioni di giustizia, ma solo di opportunità per non dire di pura tempistica. Per cui state pur certi che, in cuor suo, ogni autore di questa seconda perla tutto è fuorché qualcuno contrario all’agenda LGBT.

Perla numero tre: «No alle unioni civili, ma sì ad alcuni diritti». Il solo udire un «no, ma», a ben vedere, dovrebbe inquietare a prescindere, ma in questo caso l’odore di fregatura è davvero netto e dimostrativo del fatto che gli autori della perla numero tre – un po’ come gli autori di quella precedente – non sono contrari al ddl Cirinnà, ma semplicemente ne ritengono attualmente opportuna, per mere ragioni tattiche, una formulazione più snella e meno esplicita. Un ulteriore elemento che prova la pericolosità di una simile posizione è quello giuridico: «alcuni diritti» i conviventi, anche dello stesso sesso, li hanno già; anzi, ne hanno parecchi e chi vuole andare oltre o è uno sprovveduto o un finto contrario alle unioni civili.

Perla numero quattro: «L’utero in affitto no, quello è un crimine». D’accordo, ma invece le unioni civili vanno bene? Evidentemente sì, per chi si limita ad una frase corretta ma che, espressa in questi termini, serve solo a distrarre l’attenzione da un appoggio al ddl Cirinnà non esplicito ma sostanziale, non sbandierato ma nei fatti del tutto funzionale alla sua approvazione. Anche perché, nel momento in cui le unioni civili fossero legge, se da un lato l’utero in affitto rimarrebbe comunque alle porte, dall’altro – come mostra una sequenza coerente di pronunciamenti della CEDU, prima fra tutte è «X e altri contro Austria» del 2013 – il diniego alle adozioni omosessuali verrebbe presto bollato e abbattuto dalla magistratura come discriminatorio.

Perla numero cinque: «Giusto dare risposte, ma le adozioni restino fuori». Che è più o meno come dire: se proprio ci tenete, cari politici, qualche picconata alla famiglia datela pure, accomodatevi, però tenevi al largo dalla dinamite. Quest’ultima perla oltre a non costituire una vera opposizione alle unioni civili e neppure – per le ragioni appena ricordate – alle adozioni gay, è forse quella che ha maggiore successo e proprio per questo merita, come le altre e più delle altre, di essere guardata con enorme sospetto. Fermo restando che la sola affermazione non solo giusta ma da rilanciare senza paura, in questa specifica fase, è quella che il Direttore di questo giornale ha più volte ripetuto superando in coraggio, tocca annotare, molti alti prelati: il ddl Cirinnà va ri-ti-ra-to. Punto. Tutto il resto – aggiungo – è compromesso.

(“La Croce”, 16.1.2016, p.2).
 

01 luglio 2015

Tutte le balle sul ddl Cirinnà


di Elia Buizza

È frequente, inevitabile e forse politicamente comprensibile che alcuni parlamentari nostrani, nella speranza di vedersi approvati disegni di legge da loro proposti, cavalchino senza ritegno luoghi comuni e sentimentalismi di un popolo che pare subire passivamente il corso degli eventi, vittima del mainstream orginato dalla rivoluzione sessuale del ’68.

Non fanno eccezione i sostenitori del ddl della senatrice Monica Cirinnà in materia di unioni civili.

“Unioni civili sì, matrimonio no”, “unioni civili sì, adozioni no”, “occorre concedere le unioni civili perché in qualche modo hanno il diritto di ricevere qualche tutela giuridica”, “ce lo chiede l’Europa”, “occorre stare al passo con i tempi”, “urge un’apertura verso nuovi modelli familiari extra art.29 Cost.”. Questi i ritornelli più ricorrenti. Eppure a noi, irriducibili vigilanti di una società in decadenza, non può sfuggire che tali argomentazioni sono chiaramente prive di fondamento giuridico.

Alla luce di un'analisi attenta del testo, risultano invece del tutto fondate le principali obiezioni di chi lo contrasta: che la civil partnership è un matrimonio sotto mentite spoglie e che, di fatto, apre all'adozione.

Il testo del disegno di legge è suddiviso in quattro parti: la prima (artt. 1 – 7) riguarda le civil partnership tra persone dello stesso sesso (un simil-matrimonio, ad eccezione dell’adozione); la seconda (artt. 8 – 21) attiene ai patti di convivenza tra persone dello stesso sesso o di sesso diverso che intendono contrarre un’unione meno vincolante; la terza riguarda le unioni di fatto tra persone dello stesso sesso o di sesso diverso che desiderano semplicemente vivere insieme senza pretendere alcuna qualificazione giuridica; la quarta, infine, riporta l’istituto matrimoniale come disciplinato fino ad oggi.

Soffermandosi sulla prima parte del testo, non si può non rimanere perplessi di fronte alla formulazione testuale di certi articoli. L’art.3 recita che “ad ogni effetto, all’unione civile si applicano tutte le disposizioni di legge previste per il matrimonio”, eccezion fatta, afferma la Cirinnà, per l’istituto adottivo.

Non è necessaria un’approfondita conoscenza della materia costituzionale per rilevare che questa riserva, gravante sulle civil partnership, costituisce una palese violazione del dettato costituzionale che stabilisce il divieto di discriminazione, ex art. 3 Cost. Quest’ultimo articolo è “diretto, più che ad assoggettare a un identico trattamento giuridico tutti i consociati, a precludere le discriminazioni arbitrarie fra soggetti che si trovino in situazioni identiche o affini, nonché a impedire le arbitrarie assimilazioni fra soggetti che si trovino in situazioni diverse” (Valerio Onida e Maurizio Pedrazza Gorlero, Compendio di diritto costituzionale, terza edizione, Giuffrè Editore, p.112). Appare quindi manifestamente incostituzionale un disegno di legge che preveda la sostanziale equiparazione di due situazioni “identiche” (così dicono i sostenitori del ddl) ad eccezione di un elemento. Alla Corte costituzionale, infatti, è attribuito il potere di dichiarare incostituzionali leggi o parti di leggi, stabilendone l'abrogazione (in toto o limitatamente alla parte giudicata incostituzionale). In seguito al pronunciamento della Corte, quindi, si otterrebbe un regime para-matrimoniale, con pieno accesso all’istituto adottivo, alla fecondazione artificiale e il riconoscimento di bambini generati attraverso la pratica dell'utero in affitto.

A conferma delle intenzioni della relatrice, giova riprendere altri 2 articoli del testo sulle unioni civili. L’art. 4 afferma che “nella successione legittima i medesimi diritti del coniuge spettano anche alla parte legata al defunto da un’unione civile tra persone dello stesso sesso”, mentre l’art. 7, nella delega per l’attuazione con decreto governativo della riforma, sancisce il principio per cui “in materia di ordinamento dello stato civile, gli atti di unione civile tra persone dello stesso sesso sono conservati dall’ufficiale dello stato civile insieme a quelli del matrimonio”.

Dagli elementi analizzati traspare nitidamente il fine autentico della proposta legislativa. Tuttavia, l’ennesima conferma dell’equiparazione delle civil partnership al matrimonio è deducibile dalla lettura della seconda parte del disegno, riguardante la disciplina delle convivenze (estesa anche alle persone di sesso diverso). La redazione di tale parte conferma l’obiettivo perseguito dalla prima: distinguere le civil partnership (che realizzano un sistema identico a quello matrimoniale) dalle semplici convivenze.

Peraltro, gli articoli costituzionali, spesso citati a sproposito dagli accaniti sostenitori di questo disegno di legge, non lasciano spazio ad equiparazioni di questo tipo. Basti pensare all’art. 29 Cost che concepisce la “famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”, in cui il termine “naturale” esclude il riconoscimento di altre forme familiari che non siano quelle caratterizzate dalla complementarietà sessuale dei due partner.

Giova inoltre richiamarsi anche all’art. 16 della Dichiarazione universale dei Diritti dell’Uomo, che all’art. 16, c.3, riconosce che “la famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società”.

È infine inaccettabile che una coppia di persone dello stesso sesso abbia accesso all'istituto dell’adozione, disciplinato in modo chiaro e con un orientamento ben definito dalla L.n. 184/1983 (riformata da L.n.149/2001). Esso richiede, quali prerequisiti necessari, un rapporto di coniugio della durata di almeno 3 anni, assenza di separazione ed idoneità di educazione, istruzione e mantenimento nei confronti dei minori che intendono adottare. Anche in questo campo, evidentemente, il Legislatore ha riscontrato nella famiglia naturalmente e costituzionalmente intesa l’ambiente più idoneo per la sana e serena crescita del minore che, come recita il titolo delle disposizioni in tema di adozione, è titolare del diritto ad avere una famiglia.

L’idea che civil partnership e matrimonio siano sinonimi a tutti gli effetti è infine confermata da alcune dichiarazioni rilasciate da esponenti politici che negli ultimi anni si battono per le rivendicazioni del mondo LGBT. L’On. Scalfarotto, chiamato ad esprimersi sul ddl Cirinnà in un’intervista a Repubblica del 16 ottobre 2014, affermò: “L’unione civile non è un matrimonio più basso, ma la stessa cosa. Con un altro nome per una questione di realpolitik”.

Infine, come ulteriore conferma dell’evidenza, si può considerare il confronto svoltosi durante la trasmissione Uno Mattina del 19 giugno2015. 

Il prof. Gandolfini, smascherando pubblicamente la reale portata della proposta legislativa in questione e dichiarando che essa porta all'accesso all'adozione e alle pratiche di fecondazione assistita, ha costretto la stessa Cirinnà, nell'impossibilità oggettiva di smentirlo, ad estrarre dal cilindro il luogo comune per eccellenza: “l’Italia non può continuare a rimanere medioevale” (una motivazione che lascia alquanto perplessi).

Il clima ideologico e menzognero in cui siamo costretti a vivere richiede che vigiliamo affinché proposte legislative inique come quella esaminata non vengano propugnate ai cittadini sotto le mentite spoglie di disegni di legge necessari per consentire al nostro Paese di considerarsi “civile”. A mio avviso, può dirsi “civile” un Paese in cui i più deboli (nel nostro caso i bambini) vengono preservati e difesi dalle rivendicazioni e dai desideri individualistici dei più forti. L’approvazione del ddl Cirinnà, pertanto, non farebbe altro che rendere l’Italia un paese ancora più incivile, eticamente inaccettabile e drammaticamente iniquo.