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06 aprile 2020

Di questi tempi. Appunti sui teologi lugubri

di Amicizia San Benedetto Brixia
“La felicità non è un’utopia, ma una possibilità concreta alla portata di tutti”. Così la quarta di copertina del libello scritto da Alberto Maggi due anni fa, “Di questi tempi”.
L’utopia pare essere trovare una visione teologica adeguate e veramente intelligente, cioè capace di guardare dentro alla realtà delle cose. Questo viene in mente leggendo il testo: una riscrittura distorta del nostro mondo alla luce di retoriche progressiste. Riporto una sola sezione, inerente il periodo quaresimale che stiamo vivendo. Non che sia più interessante del resto, ma a noi può servire come esercizio di riflessione sui temi liturgici e teologici.

“Prima della riforma liturgica, l’imposizione delle ceneri sul capo dei fedeli era accompagnata dalle lugubri parole: “Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai”, secondo la maledizione del Signore all’uomo peccatore contenuta nel Libro della Genesi (Gen 3,19). E con questo funereo monito, nel quale è completamente assente la novità dell’annuncio evangelico, iniziava un periodo caratterizzato da penitenze e digiuni, da rinunce, sacrifici e mortificazioni, più orientato verso il Venerdì santo che alla Pasqua di Risurrezione... L’uomo non è polvere e non tornerà polvere, ma è Figlio di Dio, e per questo ha una vita di una qualità tale che è chiamata eterna, non tanto per la durata, indefinita, ma per la qualità”. (p.89)

Esplicitiamo gli errori contenuti in queste poche righe.
Anzitutto, è sbagliato contrapporre un prima e un dopo riforma liturgica. È infatti difforme alla lettura della riforma teologica nella continuità, insegnata da Papa Benedetto XVI. È poi falso in quanto dall’indulto Quattuor abhinc annos di PP. san Giovanni Paolo II e dal motu proprio Summorum Pontificum di PP. Benedetto XVI il rito tridentino è a tutti gli effetti un rito della Chiesa. Ne consegue che è sacro, valido, attuale e fruttuoso: altrimenti la Chiesa non lo terrebbe tra i propri riti. Rovesciando i quattro attributi appena elencati potete voi stessi derivare la descrizione che spetta a chiunque si opponga a tale rito (e ad ogni rito della Chiesa).

Secondariamente, anche restando nel rito e nell’uso liturgico riformato dal PP san Paolo VI, consta che la formula di Genesi è ancora prevista e spesso viene adoperata. Ugualmente sono raccomandati digiuni e preghiere, rinunce, sacrifici e mortificazioni. A margine di ciò, mi sia permesso uno sgambetto: coi tempi che corrono solo i vip e il clero possono bearsi di trascorrere una vita senza rinunce e sacrifici. La gente normale fa un’esperienza ahinoi ben differente.

Vi è poi il modo di citare Genesi – il Libro della Genesi – che mi incuriosisce, ma è questione secondaria. Primario invece è che si tacci in malo modo un testo rivelato e lo si voglia superare o riformare o accantonare. Un teologo cristiano che screma i testi rivelati: che teologo sarebbe?
Teologicamente siamo alla solita povertà irrazionale tipica dei coscritti di Maggi. Per cui gli ricorderemo che si chiama Quaresima perché sono i quaranta giorni di deserto, ispirati all’esempio di Gesù, e sì, essa serve a prepararci ad accogliere il mistero grande della morte di Dio nel Venerdì santo. Più a fondo ancora: se Gesù ha scelto di passare dalla Croce prima di arrivare alla Pasqua, e anzi è risorto mantenendo i segni della passione, questo vorrà pur dire qualcosa.
Infine, la disamina del vuoto teologico moderno ci porta sempre a qualche simpatico paradosso: la chiesa dei risorti, dimentichi della lugubre Bibbia, etc., è proprio quella che sceglie in massa la cremazione. Per cui, con buona pace di Maggi: i suoi amici diventano polvere. Ovviamente speriamo nella fede che Dio li risusciti a suo tempo.
Sull’eternità che non sarebbe temporale ma qualitativa soprassiedo. Grazie a Dio la storia ci dà secoli di filosofi anche atei che hanno detto cose più intelligenti, se proprio si vuole riflettere su concetti di tale calibro.
Ecco, immaginate un intero libro scritto con tale grossolanità. Per quale motivo? Per regalare false speranze ai lettori? Per restare tutti dei superficiali?
A noi basti quanto letto e detto fin qui, ci sia di aiuto per affinare i nostri strumenti critici e andare a nutrire la nostra autentica gioia spirituale alle fonti della Chiesa quelle vere.


 

29 marzo 2020

Fra cosmo, psiche e divini flagelli

di Amicizia San Benedetto Brixia
In data 7 marzo la dottoressa Francesca Morelli, psicologa psicoterapeuta e terapeuta EMDR, ha pubblicato sulla propria pagina Facebook una riflessione sapienziale relativa al Covid-19.
In essa la psicologa ricerca un senso nell’epidemia in corso e lo va a ricondurre alla necessità che il “cosmo” intervenga per “riequilibrare le cose e le sue leggi, quando queste vengono stravolte”. Tra le anomalie riportate in equilibrio dalla pandemia Morelli ne individua: inquinamento dell’aria, corretto dal blocco degli spostamenti; sovranismo anti-immigrazionista, corretto dallo scoprirsi discriminati a nostra volta alla frontiera; consumismo, rallentato dall’isolamento domestico. Il virus contribuisce inoltre a ritrovare il valore del tempo e della famiglia, perché ci spinge a passare ore insieme a casa; delle relazioni dirette, perché ce ne fa avvertire la mancanza. Alla luce di tutto questo la dottoressa si interroga: “Quanto abbiamo dato per scontato questi gesti ed il loro significato?” e conclude “Perché col cosmo e le sue leggi, evidentemente, siamo in debito spinto. Ce lo sta spiegando il virus, a caro prezzo”.
Interessante la riflessione, ancor più interessante la ricezione, considerato che il testo sta divenendo virale e incontra il favore direi incondizionato di moltissimi lettori.

Verrebbero però due appunti. Il primo concerne l’interpretazione politica del fenomeno, che di fatto si impone quale impersonale emanazione delle propagande di sinistra. A essere più acuti, il Virus colpisce tutto e tutti, con facilità potremmo accorgerci che attacca anche i luoghi comuni di ogni fazione e schieramento. O forse dobbiamo riconoscere che il Covid-19 non è abbastanza forte, visto che i luoghi comuni del progressismo non pare li abbia scalfiti.
Il problema dei migranti e dell’ecologia va affrontato con lucidità civica e con onestà scientifica, e superando i luoghi comuni strumentali, altrimenti il virus avrà fatto strage inutile e le sfide torneranno tali e quali, mentre noi saremo meno forti per affrontarle.
L’altro appunto concerne l’impressione di dejavu che trapela dal messaggio, cui va ascritto un merito e indicato un rischio.
Il merito è che, grazie alla penna della psicoterapeuta e al riferimento asettico alle energie cosmiche, moltissime persone torneranno a riflettere, almeno in parte, sui temi cari alla vecchia omiletica dei castighi. O non erano i nostri predicatori a intrattenerci un tempo con meditazioni esistenziali alla luce dei castighi che Dio mandava per correggere il suo popolo? Solo che oggi i preti non ne parlano, né i fedeli vogliono sentirne parlare. Per cui quasi ci si compiace con la Morelli, che è riuscita a restituire anche all’uditorio cattolico le antiche verità spesso rigettate.

Il rischio, per cui la restituzione è da considerarsi solo parziale, dipende dall’omissione dell’elemento fondamentale: Dio. A ben vedere stranisce che un castigo possa risultarci più simpatico se attribuito a energie galattiche, anziché se riferito a un Padre misericordioso.
Il monito “a caro prezzo” del Coronavirus è un evento cieco e drammatico, che azzera l’umanità al rango di prodotto della natura. Il richiamo della specialista è, inevitabilmente, a un’interiorità che cerca di darsi risposte confortanti, mentre tutto attorno a sé dice del non-senso della situazione umana, in balia di cosmiche formattazioni.

Il castigo di Dio invece esprime, se inteso nel suo senso teologico e non nel senso generico dei termini, una relazione, che è sempre da leggersi nel mistero di amore della Croce. Dio stesso soffre e compartecipa ai dolori dell’uomo, cui però deve chiedere conversione perché si ristabilisca il corso delle cose e siano tolti i danni prodotti dal decadimento delle condotte temporali e spirituali.
Forse qui sta il bivio. Se accetto il castigo di Dio, devo accettare la mia colpevolezza personale e la richiesta di una conversione radicale e profonda. Se parlo invece di energia cosmica, posso incolpare l’altro – girardianamente – e continuare a intrattenermi tra luoghi comuni, cambiando un poco il modo di pensare o le abitudini sociali, ma non certo scendendo a toccare il cuore del problema che sono io stesso.
Molti sceglieranno quest’ultima interpretazione, virale come il virus che la alimenta, del resto ricordiamo che anche al Faraone servirono dieci piaghe prima di ravvedersi. E forse non si è mai ravveduto.


 

28 marzo 2020

Covid19. Una preghiera per uscire dal castigo

Piaghe d'Egitto
di Amicizia San Benedetto Brixia
Non credo possiamo dire che il Coronavirus non sia un Castigo di Dio, a meno che parli in noi lo spirito di Anania, falso profeta. Siamo nel terzo millennio, all’apice del sapere scientifico e tecnico, e in poche settimane un virus influenzale mette in crisi sistema sanitario, struttura economica, governance politica, ordini scolastici. A ciò si aggiunga una paralisi della vita religiosa, che va a toccare anche misteri di devozione e di fede primari: la salvificità della Divina Eucaristia e la capacità taumaturgica delle acque di Lourdes.
I sommelier dicono che, annacquando il vino, l’ultimo aroma ad andarsene è quello di tappo: forse il castigo divino consiste in questo annacquamento della società. Serve a farci riconoscere distintamente l’aroma di tappo. Ma allora perché negare che ci sia un castigo? Forse per negare che ci sia del marcio?

E ancora, negando che ci sia un Castigo divino, stiamo anche negando che possa esserci una Provvidenza divina? Stiamo togliendo Dio dalla storia e dal quotidiano? Lo stiamo riducendo a un’esegesi dotta o a una prassi di assistenza sociale? Sembra di sì. Dio non può aiutarci, per questo ricorriamo a disposizioni socio-politiche e non più a sacramenti o santuari.
Fa impressione vedere le Messe proibite; la Comunione sulla lingua proibita; la acqua taumaturgiche di Lourdes interdette. E tutto ciò accompagnato da comunicati blandi, simili a quelli che hanno annunciato la sospensione delle gare calcistiche. “Ci dispiace”, non è il commento che vogliamo sentire dai cristiani e dai loro pastori.
Dal punto di vista della politica questa è l’affermazione chiara di un laicismo anticlericale e irreligioso che ormai pervade e anima di fatto i nostri Paesi. Dal punto di vista ecclesiale, nel migliore dei casi, è sintomo di una sudditanza e di un’impotenza assoluta.
Per accogliere i migranti ci sono stati preti disposti a vivere in roulotte; per affermare la potenza di Dio e la sua Provvidenza tangibile a cosa sono disposti i preti?
Mi piacerebbe fossero disposti anche solo a pregare con la preghiera che ora riporto, e che mi è stata suggerita da un amico sacerdote. Una preghiera che non dice “mi dispiace”, ma “chiedo perdono”.

Perdonami, Signore, perché il contagio è anche colpa mia.
Le mie mediocrità, i miei egoismi, le concessioni, la fede superficiale venduta come fede adulta: tutto ciò ha contribuito a questa sciagura che ora viviamo. Non posso giudicare gli altri, ma devo rispondere per me. Ti chiedo perdono per quello che io ho fatto e per quello che io ho omesso. Ti chiedo perdono perché in ogni piccolo compromesso io sono responsabile delle assurdità che oggi accadono.
Perché tante volte ho celebrato distrattamente e malvolentieri, senza pensare davvero a Te né preoccuparmi dei fedeli, e ora non posso celebrare più con nessuno e Ti invoco con apprensione.
Perché non ho educato il Popolo di Dio a ricevere la S. Comunione in modo santo, e ora devo distribuirla in obbedienza a criteri sanitari, come se fosse logico chiedere il tuo Corpo temendo che possa farci del male.
Perché non ho spiegato il vero senso dell’Ira Divina, citata nella Bibbia, e dei Meritati Castighi, riportati nel Messale, e ora sotto questi colpi ci tocca soccombere senza saperli nominare.
Perché ho predicato di politica e di assistenzialismo, ma non ho innalzato gli sguardi dei fedeli alla tua Provvidenza, e ora non sappiamo dove guardare per riconoscerTi presente.
Perché mi sono preoccupato dell’ecologia e della terra, ma ho trascurato le esigenze dell’anima, e ora i fedeli non mi credono se li esorto a curare lo spirito più del corpo.
Perché ho celebrato la scienza e la cura, ma non ho creduto fino in fondo nelle promesse rivelate dalla Vergine, e ora i miei ammalati non posso più portarli alle acque sanatrici di Lourdes .
Perché ho esaltato il dialogo e l’impegno politico, e ora la politica schiaccia la fede e nessuno nemmeno immagina che si debba reagire.
Perché ho preteso di sganciare Dio dai suoi miracoli, e ora non posso più difenderlo, mentre attaccano Lui e i suoi miracoli, e ce li negano come fossero accessi a un Luna Park.
Perché ho passato più tempo al bar o in ufficio che davanti al Tabernacolo, e ora è più facile intrattenersi al ristorante, anziché incontrarsi nella tua Casa.
Ti chiedo perdono, Signore, e chiedo perdono alle persone che mi hanno seguito in questi anni, per tutte le volte in cui le ho ingannate e ti ho messo da parte. Mentre loro credevano che io gli stessi mostrando il Tuo vero volto, io gli mostravo me stesso, i miei studi razionali e moderni, le mie convinzioni e quelle del mio psicologo.
Perdonami, Signore, perché il contagio è anche colpa mia”. 

Sembra un buon punto da cui ripartire. Un buono spiraglio per evitare il monito che risuona in questi giorni di Quaresima:   “Grida a squarciagola, non aver riguardo; come una tromba alza la voce; dichiara al mio popolo i suoi delitti, alla casa di Giacobbe i suoi peccati. Mi ricercano ogni giorno, bramano di conoscere le mie vie, come un popolo che pratichi la giustizia e non abbia abbandonato il diritto del suo Dio; mi chiedono giudizi giusti, bramano la vicinanza di Dio” (Isaia 58, 1-2).


 

24 settembre 2019

Adeguarsi ai tempi? Chi ce lo ha chiesto?

Forse un ostacolo a questa proposta formativa, mons. Beschi, deriva dal fatto che a volte si sente dire che parlare di famiglia ‘a tutto campo’ (psicologia, antropologia, sociologia, bioetica…) possa mettere in ombra la morale matrimoniale di Familiaris Consortio e Humanae Vitae. Qual è la sua opinione?
Per 15 anni a Brescia ho diretto l’ufficio di Pastorale della Famiglia ed è stata un’esperienza di grande arricchimento. Un’esperienza profondamente segnata da Familiaris Consortio e da Humanae Vitae, testi del Magistero che hanno ispirato la mia azione, così come ero capace di realizzarla  nella mia diocesi. Già in quei documenti potevo cogliere una visione a tutto campo della famiglia. E non è una novità la visione a tutto campo. Già documenti della Chiesa italiana come Evangelizzazione e Sacramento del Matrimonio – andiamo indietro al 1975 – evidenziano lo sguardo ampio della Chiesa. La prospettiva ecclesiale non è mai stata un discorso solo morale o a sfondo antropologico, è sempre stato un discorso ampio a diversi livelli. Familiaris Consortio e Humanae Vitae sono stati documenti che hanno aperto una visione a tutto campo. Oggi dobbiamo riconoscere che il campo continua ad allargarsi, ampliarsi, modificarsi. Abbiamo sempre bisogno di rileggere quei documenti lasciando che il contesto odierno ci interpelli. (FONTE)

di Amicizia San Benedetto Brixia
Qual è il confine tra teologia e filosofia religiosa? Probabilmente è quando un uomo, interpellato sia da Cristo che da un filosofo, dà più credito al filosofo che al Salvatore.


La dichiarazione in esergo suggerisce che, davanti alle questioni cruciali della morale cattolica, si preferisca bruciare un grano di incenso piuttosto a Comte che al Redentore. Bene lo sforzo del Magistero – leggo tra le parole citate – ma più importante è chinarsi alla logica evolutiva comtiana, anziché tener duro sui valori arditi che Vangelo e Tradizione ci hanno lasciato.

Cito Comte, tra i molti, quale esemplare del pensiero progressista post-illuminista.

E cosa insegna Comte? Cosa insegna il pensiero Illuminista? Insegna che l’umanità evolve. Essa passa anche da fasi quali la religione e la filosofia classica, ma al modo in cui un insetto supera varie metaforfosi prima di giungere alla forma adulta, lasciando poi alle proprie spalle gli esoscheletri o i bozzoli delle fasi giovanili.

Cito Comte, anche per il suo impegno pioneristico nel campo della Sociologia, che è una disciplina ampiamente invocata nel rimodellamento del concetto familiare cattolico.

Evidentemente il progresso e l’evoluzione della fede e dell’idea di famiglia urgono più che la fedeltà alla morale cattolica classica.

Peraltro, sostenere che “Familiaris Consortio e Humanae Vitae sono stati documenti che hanno aperto una visione a tutto campo” fa sorridere. I santi Paolo VI e Giovanni Paolo II, se pure hanno manifestato apertura in molti aspetti del loro Pontificato, non l’hanno fatto certo coi succitati documenti. Anzi.

Dunque rimaniamo con alcune domande. Un Istituto Giovanni Paolo II che non si riferisce più all’insegnamento dell’uomo di cui porta il nome, e una morale cattolica che strizza l’occhio a Comte e al modernismo più che a Cristo: dove stiamo andando? Perché? Chi ce lo ha chiesto? In quale passo della Scrittura o della Tradizione si comanda di rimodellarsi e adeguarsi ai tempi? Chi ci assicura che questo non sia un non “essere fedeli nel poco” foriero di pene eterne?


 

06 luglio 2019

Chiesa, linguaggio e credibilità

di ASBB 
L’essere che può essere compreso è linguaggio
Celebre è la citazione del filosofo tedesco H. G. Gadamer, indiscusso capofila della corrente ermeneutica, al cui studio dobbiamo appunto delle riflessioni di altissimo livello circa il rapporto tra l’Essere e il Linguaggio.

Quanto la dimensione linguistica influisce sulla nostra comprensione del Linguaggio? E’ possibile incontrare l’Essere al di là o attraverso il mezzo linguistico? Quali linguaggi ci consentono di riconoscerci al cospetto dell’Essere?

Senza volerci addentrare in simili disquisizioni, saremmo però ingenui nel ritenere che simili provocazioni culturali non abbiano toccato la vita della Chiesa.

Quanto l’abbiano toccata l’ebbe chiaro Romano Amerio, che per questo decise di aprire il proprio capolavoro, Iota Unum, con la celeberrima “monizione al lettore”:
Non esiste una pluralità di chiavi (come dicesi oggi) con cui si possa leggere questo libro… Il lettore non voglia cercarne un altro.
 A dire che la sfida lanciata dall’ermeneutica – comunque la si voglia intendere – è penetrante e trasversale.

Chiarirsi alcuni dati e insomma anche solo prender consapevolezza della parabola che l’istanza ermeneutica va disegnando nel cammino recente della Chiesa, è cosa che potrebbe tornarci utile.

Indicherò un pugno di passaggi ed eviterò qualsiasi commento. In ciò facendo mia l’istanza che fu prima di Pindaro e poi di Vico – per citare due autori su molti -: lasciare all’evolversi della Storia l’arduo giudizio sui terribili fatti presenti.

A costo di semplificare, credo che le Colonne d’Ercole della temerità, attraverso le quali si è affacciata la sfida linguistica nella Chiesa contemporanea, siano state due: il modernismo e la Nouvelle Théologie. Entrambi i fenomeni si caratterizzano per una novità di contenuti e di espressioni, di interessi e di approcci da far intendere che qualche grosso cambio di passo stava avendo luogo nel pensare dei cattolici.

Sono noti gli esiti: condannato formalmente il primo; contenuta a fatica fino al Concilio la seconda. Oggi nei seminari, i docenti che si riconoscono nella Nouvelle semplicemente negano l’adeguatezza del termine e ricusano l’etichetta. Del resto, avendo data per spacciata tutta la teologia precedente, la loro prospettiva ha gioco facile nel presentarsi come l’unica e sola, non certo la nuova.

Il documento più interessante, giusto per fornire una citazione concreta, strattonato a più non posso dai teologi fino ad oggi, è certamente la Gaudium et Spes. Riguardo a tale Costituzione Pastorale unanime è il giudizio: essa porta in sé una commistione di linguaggi, antico e nuovo, classico e moderno, tali da rendere difficile una soluzione interpretativa del documento. E infatti, se unanime è il giudizio, equivoca spesso è l’interpretazione e insoddisfatto il commento: chi tira da un lato e chi dall’altro, chi biasima la confusione apportata dal moderno e chi deplora la pesantezza implicata dalle espressioni classiche.

O’Malley nel suo studio sul Concilio, ha peraltro puntualizzato e chiarito la questione. Essa si estende ben oltre il caso Gaudium et Spes e tocca l’intera Assise romana. Il Vaticano II, sostiene O’Malley, è il primo evento in cui la Chiesa abbia abbandonato il suo plurisecolare linguaggio assertivo e giudiziario per venire ad utilizzare un registro parenetico, cioè esortativo. L’auspicio del Papa bergamasco, di rinnovare la pastorale senza mutare la dottrina, pare sia stato in buona parte attuato proprio col passaggio alla parenesi.

Di qui la fluttuazione linguistica che connota tutto il Magistero post-vaticansecondista. Una fluttuazione che tende a muovere da un piano linguistico a uno ontologico-dottrinale. Prova ne sono quei documenti, dalla Humanae Vitae alla Dominus Iesus, nei quali le circostanze hanno richiesto un uso netto di un linguaggio giuridico e assertivo, e che perciò sono stati recepiti da una grande parte del cattolicesimo come fossero corpi estranei alla vita della Chiesa, echi di un passato quasi dimenticato, veri e propri errori di percorso.

Il pontificato di Francesco ha dato certo un’ulteriore spinta a tale moto, che mi pare di poter individuare almeno a tre livelli.

Il primo livello è quello inaugurato da Amoris Laetitia e poi assunto a paradigma in scritti ulteriori, quali Gaudete et Exultate: citare autori classici e brani di Magistero, ma farlo in modo distorto, decontestualizzato, lacunoso e insomma strumentale. Quale sarà il peso di simili citazioni? Vanno lette nel contesto di partenza e nella loro interezza originaria? Assumono nuovo valore nel nuovo Documento che viene a farle proprie?

Il secondo livello è quello di Christus Vivit, l’Esortazione rivolta ai giovani che si appropria del linguaggio dei giovani. Per cui troviamo raccomandazioni a che “la Chiesa non sia troppo concentrata su se stessa” e “ascolti di più”: espressioni assurde se intese in senso teologico classico. I commentatori del Documento asseriscono senza batter ciglio essere questo il senso del testo: un’alternanza tra espressioni teologiche e voci dei giovani. Non è chiaro poi se le espressioni teologiche siano di stampo classico o moderno o entrambi. La confusione insomma sale vertiginosamente.

Il terzo livello è raggiunto – per ora solo in un testo preparatorio – dal Documento sul Sinodo dell’Amazzonia, dove eresia e apostasia – per citare il card. Brandmuller – hanno fatto definitivamente capolino nei paragrafi.

Sarà curioso vedere fin dove si spingerà la Catholica.

Una cosa è chiara: non si tratta SOLO di una questione di linguaggio. Forse proprio per questo, non sarà sufficiente ritornare a un uso assertivo del medesimo, anche se a chi scrive non pare essere un’idea tanto malsana.



 

31 marzo 2019

Fra politica e spirito. A Verona serve l'esorcista

di Amicizia San Benedetto Brixia
Nel suo articolo di venerdì 29 l’amico Giuliano Guzzo indicava tre ragioni sociologiche capaci di spiegare la particolare violenza scatenatasi attorno al Congresso di Verona: ragioni di tipo ambientale, economico e di potere.

Vorrei provare ad andare oltre nell’indicare la ragione della violenza. La linea fondamentale che vorrei tracciare è quella che separa il politico dallo spirituale, tale linea renderà ragione in maniera radicale di molti aspetti legati all’evento di Verona e all’odio che, come sciame di cavallette, si è abbattuto su di esso.

Che uno dei peggiori sintomi della crisi cristiana contemporanea sia la confusione tra politica e spiritualità lo aveva già detto, tra gli altri, Vittorio Messori e oggi ripartirei proprio da qui. Bisogna smetterla, se si vuole uscire dalla crisi, di mischiare il politico con lo spirituale. Come sempre nelle cose che riguardano il cattolicesimo e la Verità, nostro compito è quello di distinguere senza dividere. Distinguiamo i movimenti spirituali da quelli politici, pur sapendo che sono congiunti e che quelli usano questi come eminenti strumenti di azione sulla storia.

Chiediamoci: a Verona si sta giocando una battaglia spirituale o politica? 

La domanda si accende tanto più in quanto stupisce la nuvola d’odio piombata su organizzatori e simpatizzanti. Diciamocelo francamente: può un congresso che tratta di famiglia scatenare per via naturale e per ragioni meramente umane una tale furia? Una legione si è scagliata su Verona e sono curioso di vedere su quale branco di porci verrà dirottata (cfr. Mc5).

Nella citazione appena indicata è la risposta: non un motivo umano, ma un’azione sovrumana sta alla radice della sollevazione anti-familista. E’ nell’interesse stesso del Demonio sopprimere la famiglia, culla e culmen della vita umana. Torna quasi scontato citare il compianto mons. Caffarra nella sua relazione circa le confidenze di suor Lucia di Fatima:

“Spiega Caffarra: ho scritto a suor Lucia di Fatima... Inspiegabilmente, benché non mi attendessi una risposta, perché chiedevo solo preghiere, mi arrivò dopo pochi giorni una lunghissima lettera autografa… In quella lettera di Suor Lucia è scritto che lo scontro finale tra il Signore e il regno di Satana sarà sulla famiglia e sul matrimonio. «Non abbia paura, aggiungeva, perché chiunque lavora per la santità del matrimonio e della famiglia sarà sempre combattuto e avversato in tutti modi, perché questo è il punto decisivo”. (Vedi qui)

Certo, come dicevamo, le potenze dell’aria si servono poi di mezzi squisitamente mondani per compiere la propria missione e le ideologie politicamente corrette - ambientalismo, mondialismo e monetarismo - fanno da indovinato supporto ai piani del Maligno.
Ma chiarire quanto siano presenti la dimensione spirituale e la dimensione politica nella partita della famiglia è cruciale e aiuterà a focalizzare meglio un paio di questioni.

Anzitutto ci dispone a reagire in modo conveniente alle invettive dei rivoluzionari: non dobbiamo stupircene e dobbiamo impegnarci a combatterle anzitutto tramite la preghiera.
Questo rende conto delle raccomandazioni dei vescovi, che stanno raccomandando di usare modi di manifestazione convenienti. Non si tratti però solo di bon ton o di diplomazia: l’amore ai nemici e la preghiera per i nemici nel momento del loro estremo attacco è esattamente quanto ci ha lasciato Nostro Signore come arma nel momento del suo supremo vilipendio.

Ne risulta rivalutata anche la presenza del clero e dei cristiani alla manifestazione.
Molti pastori politicizzati non riescono a uscire dallo schema da barricate, interpretato secondo il gusto ecclesiale contemporaneo che si mostra affine a prospettive progressiste e sinistrorse (il che non mi scandalizza e non mi seduce: 60 anni fa eravamo su posizioni opposte e fra altri 50 non so immaginare come ci schiereremo). Per loro Verona è scandalo e intolleranza di un cattolicesimo oltranzista.
La lettura spirituale mostra un’altra via per i pastori: siano presenti, non per definire ipso facto una adesione partitica, ma per ricordare ai politici stessi che il loro operato riposa su un sostegno più profondo e per contribuire a purificare con le loro preghiere il clima politico-culturale. Vescovi, preti, frati e popolo di Dio devono marciare in Verona come in una processione e dire con la loro presenza un no a Satana e al suo ultimo attacco, prima che un sì a qualche politica.

Del resto, Dio a Verona sta a destra o a sinistra? Il santo Paolo VI ci chiarisce la situazione, con il piglio profetico che lo contraddistinse: il fumo di Satana è entrato nel Tempio di Dio. Ma il fumo, che a Verona sembrerebbe avere un focolaio importante nelle file culturali progressiste, si sparpaglia e non è certo facile contenerlo entro confini precisi. Il fumo del decadimento familiare nasce a sinistra ma è chiaro che ormai intride tanta parte della destra. Entra anche nella Chiesa sebbene non sia dalla Chiesa. A Verona dunque bisogna aprire gli occhi, per capire se chi parla parla da pastore o da lupo travestito.
Certo, in tanto odio e tensione, avviene anche un qualcosa di ulteriore: i veri servi di Satana (che non dico esser tali per scelta esplicita, ma per posizione di schieramento effettivo) stanno venendo tutti a galla. E questa è per noi occasione utile per fare meglio le nostre scelte future.

Un ulteriore appunto. Si parla di dialogo e di ponti. Mi sembra un buon consiglio, soprattutto alla luce del clima di scontro che pare nuovamente crescere nella nostra società. Anche qui però urge un distinguo. Sul piano politico dialogo e ponti sono auspicabili e possibili: si tratta di portare a intendersi uomini, cercando di mediare in modo ragionevole le loro posizioni. Ma, nella misura in cui al discorso politico si sovrapponga il tema spirituale, allora il dialogo diviene impossibile. Se il mio avversario politico non parla a un livello meramente umano, ma si fa portatore di una visione spirituale, allora entra in una dimensione in cui dialogare è impossibile: non c’è dialogo tra Dio e Satana, c’è solo tentazione da parte del secondo ed esorcismo da parte del primo. Lascio ad altri o ad altro momento di approfondire tale argomento. Anche in questo caso, mi auguro che i pastori ci guidino a leggere con intelligenza il fenomeno: in tal caso li seguiremo senza tentennamenti. Viceversa, se si scorda il piano spirituale con le sue leggi e ci si limita al piano politico, le raccomandazioni si faranno scipitamente diplomatiche, inevitabilmente poco vincolanti per la fede e poco convincenti per la ragione. E sarà peggio per tutti.

E questo è quanto mi è dato di capire su Verona, ed è il motivo per cui da cristiano sarò in preghiera e in marcia domenica mattina. Lasciando agli studiosi di completare le proprie analisi e ai politici di tentare strade concrete di risposta al male sociale che ci circonda, ma soprattutto ai pastori di pregare per arginare l’azione di satana contro la famiglia e l’intera umanità.



 

27 dicembre 2018

Il vero Natale cristiano

di Amicizia San Benedetto Brixia
Vado concludendo la lettura de “Il segreto di Benedetto XVI” (A. Socci, Rizzoli, Milano 2018, pp. 184-185) e mi soffermo su di una considerazione che, alla vigilia del Santo Natale, assume un aroma del tutto unico: “La Madonna, con le apparizioni di Fatima, scende sulla Terra prendendo come interlocutori tre bambini cristiani di un remoto villaggio del Portogallo. La Regina dei profeti entra nella storia del Novecento chiedendo l’aiuto di tre bambini - nientemeno - per salvare l’umanità”. Quindi Socci prosegue citando un brano della sua stessa indagine fatimita: “Così i piccoli e i semplici salvano il mondo, all’insaputa dei giornali, degli intellettuali e delle cancellerie” (Il quarto segreto di Fatima, Rizzoli, Milano 2006, p. 183).

Il mistero del Bambino di Natale non è un mistero di tenerezza, almeno non nel senso morbido dei dolciumi tradizionali, è un mistero di redenzione e di compartecipazione. L’innocenza primordiale del Bambinello ci salva; la purezza dei redenti compartecipa alla salvezza; il cristiano è dunque chiamato a testimoniare quotidianamente questo mistero e a viverlo nella propria carne.

Così si illumina di significato puntuale la successione delle memorie liturgiche dei giorni successivi: la solennità del Santo Natale sfocia nella festa del Protomartire Stefano per poi sostare sulla memoria dei Santi Innocenti martiri.

Non la sdolcinatezza ma la volontà di “ottenere la conversione per i peccatori” che poi significa voler “salvare il mondo” (Ibidem) fonda la realtà dell’Incarnazione e ne detta le condizioni di attualità per chi oggi voglia ancora commemorarla.

Gli altri, coloro che non accettano di essere associati a tale mistero, evidentemente non la commemorano: la consumano. E forse questo è il senso più deteriore del consumismo neo-pagano. Non tanto la frenesia della corsa ai doni - essi, se ben compresi, possono al contrario manifestare, per quanto in superficie, la letizia che scaturisce dalla grotta di Betlemme - quanto l’apostasia dall’imperativo soteriologico (il comandamento amoroso a farci salvatori sulle orme del Salvatore) è ciò che più deve allertare.

E per concludere, in questa luce si comprende la ragione che faceva del tempo di Avvento un periodo di penitenza, meno faticosa di quella quaresimale ma pur sempre esigente, al punto che nei secoli addietro l’Avvento era “designato espressamente e consacrato con la penitenza come una seconda Quaresima, sebbene con minor rigore” (P. Gueranger, L’anno liturgico, vol. 1, Fede e Cultura, Verona 2016, p. 26)

Mi pare che proprio l’Avvento come occasione di penitenza andrebbe recuperato per aiutarci a vivere il Natale come un autentico tempo di Carità, mettendoci in condizione di vivere spiritualmente la tensione amorosa salvifica del Dio Incarnato. In alternativa teniamoci il consumismo dei neo-pagani o la corsa al volontariato post-socialista dei religiosi secolarizzanti: l’uno e l’altro affatto lontani dalla sconvolgente novità di Betlemme!

 

13 aprile 2018

Appunti sulla questione liturgica

di Amicizia San Benedetto Brixia
La questione liturgica nei suoi sviluppi recenti pare tutto fuorché semplice, essa si presenta piuttosto come un intreccio di fattori molto complessi, la cui soluzione resta sospesa. Personalmente mi piace evocare lo Scisma d’Occidente o Grande Scisma, che lacerò la Chiesa in tre fazioni a cavallo del quindicesimo secolo; allora si trattava di Roma, Avignone e Pisa, oggi si tratta delle tre forme nel rito latino: ordinaria, extra-ordinaria e neo-catecumenale, una sorta di “Grande Scisma Liturgico”.

Le immagini di alcune celebrazioni, in cui si vedono l’altar maggiore (forma extra-ordinaria), l’altare che guarda il popolo (e dà le spalle a Dio? - forma ordinaria) e l’altare che mette al centro la menorah (e non la croce - forma neo-catecumenale) è eloquente dello strappo liturgico che stiamo vivendo. D’altronde in questi ultimi anni si assiste a una vivacità di piccoli gruppi molto motivati, che va rinnovando dal basso la crisi imperante. Per usare una seconda analogia, potremmo parlare di “Globalizzazione Liturgica”: una rete di costumi che rompe gli argini spazio-temporali (il gusto ispanico di Kiko si affianca alla romanitas; l’antico incalza il nuovo) e debilita qualsiasi gerarchia (al punto che paradossalmente la forma più stanca e abusata è l’ordinaria).

Circa la forma neo-catecumenale oggi non si sente più dire nulla, ma non ne colgo il motivo. L’esistenza di una terza forma, vagamente normata, messa in atto da una comunità poderosa, contro la quale nessuno ha il coraggio di esprimersi, mi spiazza. Parliamo di una realtà ecclesialmente forte, quella del Cammino, di cui però sono note alcune ombre a livello di teologia (liturgica e non solo). Perché se ne tace? Perché questo enorme movimento è silenziato? Perché il problema è il ritorno al gregoriano ma non le melodie spagnoleggianti? Il criterio è forse il successo? Siccome il Cammino riempie le chiese, ecco che i Pastori o temono di frenarlo oppure si compiacciono dei numeri alti? C’è al contempo un monitoraggio appunto pastorale che valuti l’armoniosità di questo fenomeno con il resto della Chiesa? Attenzione, non sto interrogando i neo-catecumenali, sto chiedendo ai debiti inquisitori se van facendo il loro mestiere. E lo chiedo perché , a fronte di tante polemiche anti-tridentine (per così dire) non ne sento alcuna circa il Cammino e, nella fattispecie, circa le sue prassi liturgiche che amo definire una terza forma rituale de facto.

Circa la forma ordinaria, ho l’impressione di un certo provincialismo. Dopo 50 anni siamo sempre attorno alle solite quisquilie: dare più spazio alle donne, imitare la simbologia secolare (o pagana e insomma negare le nostre radici), perdersi in improbabili strategie logocentriche e semantiche. Stiamo sull’ultimo aspetto: non vi pare terribilmente banale la questione del Padre Nostro rinnovato? Tra tanta sciatteria liturgica e teologica, è da una frase del Pater che ci risolleveremo? Che poi, nella fattispecie, il progetto mi pare sintomatico di una crisi irrisolta, elenco i motivi di questo asserto. 1) Antropologicamente, la grande sfida linguistica liturgica è il recupero della lingua sacra e il Pater è una delle poche preghiere con cui potremmo rieducare agilmente il popolo, io parlerei di un ritorno al latino e non di un ennesima correzione all’italiano. 2) Linguisticamente, il problema non si pone: gli originali greci e latini in nostro possesso dicono “non ci indurre in tentazione”, se polemizziamo contro tale fatto rischiamo di creare un senso di sospetto sulle fonti scritturistiche. 3) Tradizionalmente, i gravi problemi sollevati dal Testo Sacro erano risolti – magari con una certa drasticità – o sottraendo il testo ai fedeli, oppure integrando il testo incensurato con debite catechesi; l’opzione che va prevalendo invece sacrifica la verità del testo e al contempo azzera il valore della catechesi che dovrebbe accompagnarlo: sviliamo la Bibbia e il Catechismo in un sol colpo. 4) Filologicamente, il discorso si basa su ipotesi inverificabili circa la lingua semita di Gesù, che noi verremmo a rendere in lingua italiana fornendo neppure una traduzione ragionata, quanto una interpretazione teologica (come dimostra don Morselli). Questo è scorretto. 5) Liturgicamente, e al di là di tutte le ambiguità generate dai punti appena presentati, tale ulteriore modifica sarebbe percepita come l’ennesimo cambiamento, occasione di confusione, messa in forse della tradizione ereditata, origine di perplessità: tutte cose di cui il nostro popolo, già liturgicamente debole, non abbisogna. 6) Culturalmente, la ricezione di tale modifica rischia di sbilanciare ancor più le predicazioni sul versante del misericordismo – gli ultimi anni ce ne hanno dati esempi tristi, e ho in mente il clero e non il Sommo Pontefice – con perpetuato oblio delle verità dure della fede (Timor di Dio, Ira di Dio, Novissimi, etc.). 7) Storicamente, lo ribadisco, ci troviamo di fronte a un rigurgito sessantottino; avessero cambiato nel 69 anche questo testo, ne avremmo patito meno danno che a mutarlo ora. Queste le mie considerazioni. Provincialismo, per l’appunto. Non sarà esso a evangelizzare gli italiani.

Circa la forma extra-ordinaria, si conferma il diffondersi inarrestato, seppur forse meno fervidamente di un lustro addietro, dei gruppi tradizionali a cui si potrebbe rimproverare un eccesso di liturgismo: la vita di tali gruppi infatti si limita ancora troppo spesso alle sole celebrazioni e non contempla la cura di cammini comunitari e di formazione, né tanto meno il coordinamento di un impegno sociale (così io noto in ambito italiano).

D’altro canto – fenomeno inatteso – le prese di posizione del card. Sarah, prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, stanno muovendo un processo di rinnovamento culturale liturgico vigoroso. La modalità sembra quella auspicata da Benedetto XVI: riscoprire nella ritualità tradizionale le forme che conferiscano nuovamente vigore e identità alla liturgia ordinaria. Gli interventi del porporato non si contano, tra conferenze, articoli e pubblicazioni, andando a riscoprire il senso del silenzio sacro, del canto liturgico, dell’orientamento celebrativo, della comunione in ginocchio: tutti retaggi del tridentino (cosiddetto). Mancano ancora in tal direzione disposizioni normative specifiche. E’ anche vero che, per ora, il guineano rimane al suo posto, nonostante sia nota la libertà con cui il Sommo Pontefice suole ridefinire gli incarichi dei sacri palazzi (e lo dico senza spirito di critica).

La soluzione credo non la possegga nessuno, prendere consapevolezza dello stato delle cose mi risulta il primo e imprescindibile passo per meritarsela.

 

09 marzo 2018

La misericordia nel rito moderno

di Amicizia San Benedetto Brixia
Nel Missale Romanum 2002 il termine misericordia ricorre circa 107 volte, mentre la ricerca di “misericor-” offre 239 risultati, che arrivano a 374 se ci si limita a “miser-”. Una ricorrenza ogni due pagine circa. 

1. ORDO MISSAE
L’Ordo Missae ammette diverse varianti – dato che commenteremo più sotto – e complessivamente presenta riferimenti alla misericordia nei seguenti passaggi:
Riti penitenziali
Nella seconda formula penitenziale
Nella formula assolutoria di tutte le tra formule penitenziali
Gloria
…qui tollis peccata mundi, miserere nobis… suscipe deprecationem nostram… miserere nobis.
Il termine compare in quattro Prefazi
PRÆFATIO II DE DOMINICIS “ PER ANNUM ” - Qui, humánis miserátus erróribus
PRÆFATIO VII DE DOMINICIS “ PER ANNUM ” - Quia sic mundum misericórditer dilexísti
PRÆFATIO II DE BEATA MARIA VIRGINE - tuam in sǽcula prorogásti misericórdiæ largitátem
PRÆFATIO COMMUNIS II - iustítia damnátum misericórdia redemísti
Canone Romano – Preghiera eucaristica I
…de multitudine miserationum tuarum sperantibus, partem aliquam et societatem donare digneris, cum tuis sanctis Apostolis et Martyribus…
Preghiera eucaristica II
omniúmque in tua miseratióne defunctórum... Omnium nostrum, quǽsumus, miserére
Preghiera eucaristica III
tibi, clemens Pater, miserátus coniúnge
Preghiera eucaristica IV
Omnibus enim misericórditer subvenísti
Messe De Reconciliatione
cum sis dives in misericórdia – prefazio
Semper ille misericórdem se osténdit - prefazio
Pater misericordiárum et Deus fidélis – prefazio
qui fidélis et miséricors es Deus – preghiera eucaristica
quos tuæ misericórdiæ supplíciter commendámus – ricordo dei defunti
tuam cónfitens misericórdiam – racconto dell’istituzione
Comunione
…ope misericordiae tuae adiuti, et a peccato simus semper liberi et ab omni perturbatione securi…
Agnus Dei… miserere nobis (bis) 

2. MISSAE PROPRIE
Il Messale 2002 introduce la Messa De Dei Misericordia e la giornata della Divina Misericordia (che coincide con la domenica In Albis)
DE DEI MISERICORDIA
Ant. ad introitum - In caritáte perpétua diléxit nos Deus: Fílium suum Unigénitum misit propitiatiónem pro peccátis nostris, non pro nostris autem tantum, sed étiam pro totíus mundi.
Vel - Misericórdias Dómini in ætérnum cantábo, in generatiónem et generatiónem annuntiábo veritátem tuam in ore meo.
Collecta - Deus, cuius misericórdiæ non est númerus et bonitátis infinítus est thesáurus auge propítius fidem plebis tibi sacrátæ, ut digna omnes intellegéntia comprehéndant qua dilectióne sunt creáti, quo sánguine redémpti, quo Spíritu regeneráti. Per Dóminum.
Super oblata - Oblatiónes nostras, Dómine, cleménter assúme, eásque in redemptiónis sacraméntum convérte, mortis et resurrectiónis Fílii tui memoriále, ut huius sacrifícii virtúte, Christo iúgiter confidéntes, ad vitam perveniámus ætérnam. Per Christum.
Ant. ad communionem - Misericórdia Dómini ab ætérno et usque in ætérnum super timéntes eum.
Vel - Unus mílitum láncea latus eius apéruit et contínuo exívit sanguis et aqua.
Post communionem - Concéde nobis, miséricors Deus, ut Córpore et Sánguine Fílii tui enutríti fiduciáliter e misericórdiæ fóntibus hauriámus et in fratres magis magísque misericórdes nosmetípsos præbeámus. Per Christum. 

3. LA LITURGIA MODERNA, UNA PASTORALE PER LA MISERICORDIA
Dopo aver celermente guardato ai testi del rito, offriamo alcuni spunti di riflessione. Anzitutto queste considerazioni vanno lette in parallelo con il testo pubblicato tre anni fa circa la Misericordia nel rito antico (https://amiciziasanbenedettobrixia.com/2015/11/09/liturgia-antica-e-misericordia/). 
Esplicito alcuni criteri metodologici: il lavoro sul rito antico aveva come importante funzione quella di mostrare che il tema della Misericordia non è un tema recente, bensì un classico della liturgia e quindi della teologia cristiana (lex orandi lex credendi). Quanto alla rilevazione statistica dell’incidenza del termine misericordia, dei suoi composti e dei suoi sinonimi, l’ho ottenuta molto semplicemente tramite una ricerca numerica delle ricorrenze a partire dal testo, senza considerare – per esempio – se alcuni testi si ripetessero o meno nel Messale. Questo criterio, molto superficiale eppure non insignificante, l’ho adoperato nel medesimo modo in entrambe le ricerche e per entrambi i riti. Ne risulta che il Messale antico propone 420 volte misericordia e 118 i composti di miserere, il Messale attuale propone complessivamente 374 volte termini con la radice miser- (misericordia incluso). D’altro canto dal computo sono escluse le ricorrenze dei lemmi presenti nelle letture del rito attuale, in quanto quest’ulimte non si trovano nel Messale (erano invece contenute nel Messale tradizionale). Concludo queste note statistiche, precisando che nell’indagine sul rito antico ho cercato e indicato varie Messe proprie, per mostrare come al di là di alcune diciture più generiche fosse possibile rinvenire differenti casi concreti di occorrenza del tema della misericordia; nel rito nuovo ho dato per scontato tali ricorrenze, per lo più ereditate dal passato, ponendo in rilievo la più importante novità liturgica, cioè l’istituzione della Festa della Divina Misericordia. In sintesi, dobbiamo affermare che il tema e il termine emergono con dirompenza in tutta la storia liturgica della Chiesa, senza che sia possibile riscontrare discrepanze sensibili tra i Messali. 

Altre però mi sembrano le riflessioni interessanti da svolgere. Esse hanno a che vedere con la portata rituale delle due forme celebrative, ordinaria ed extra-ordinaria, e dei relativi Messali.
Scorrendo i testi, notiamo che il Messale nuovo ha rimosso alcune parti e preghiere del rito classico e di conseguenza ha perduto alcuni degli antichi riferimenti alla Misericordia. Ciò si registra con la scomparsa delle preghiere ai piedi dell’altare e del Confiteor precedente la Comunione; ma anche con la soppressione delle preghiere del sacerdote al Vangelo, all’Offertorio e al termine della celebrazione. D’altra parte il rito odierno conquista nuove occorrenze del tema con l’aggiunta di nuove preghiere eucaristiche e, in particolare, nelle preghiere eucaristiche De Reconciliatione.
Ad un altro livello, va detto che nel rito antico la dinamica perdono-misericordia era attestata riccamente dall’abbondanza di gesti e movimenti, ma anche da una più intensa alternanza di colori (si pensi alla parabola cromatica dal nero al bianco nel Triduo Santo), nonché dalla vivace modulazione della voce che accompagnava le espressioni di pentimento (nobis quoque peccatoribus), supplica, gioia (prefazio, che significa, e si pronunciava, ‘a voce alta’). Ora tali gesti e tali sfumature sono stati fortemente ridotti, a risentirne è l’intera dinamica comunicativa meta-verbale.
Complementarmente a ciò, il rito nuovo lascia al sacerdote spazi di creatività prima inesistenti: nella scelta delle Messe e delle letture, ma anche nella possibilità di esprimere una serie di commenti e discorsi all’interno della Messa. Questo, di fatto, offre la possibilità al celebrante di enfatizzare alcune tematiche, anche quella della misericordia. Certo, si richiede scienza e finezza liturgica perché il sacerdote curi e realizzi tali interventi creativi nel rispetto del momento liturgico, evitando di banalizzare il rito: questa però è un’osservazione pratica, che non compromette la verità per cui il rito nuovo consente spazi speciali per andare a focalizzare alcune tematiche nel corso della cerimonia.
Da simile disamina possiamo trarre una considerazione conclusiva, a mio avviso interessante. Le due forme rituali sono espressione di due mentalità difficilmente componibili: analizzarle con parametri identici non aiuta. Il Messale tradizionale è un libro ricco, poco flessibile, che affida al sacerdote e al popolo dei testi accuratamente selezionati; tali caratteristiche permettono e esigono uno studio puntuale e preciso dei temi e dei termini usati realizzato da esperti e pastori e solo successivamente fruito da sacerdoti e fedeli. Nel nostro caso, il tema della misericordia è stato raccolto da secoli di riforme del rito e viene consegnato a chierici e fedeli affinché lo ripetano così come lo ricevono. Il Messale moderno è un testo ricco, caratterizzato da una notevole versatilità, che provoca la scienza liturgica e la creatività del sacerdote, a lui è affidato il compito di realizzare una cerimonia in cui far emergere l’una o l’altra sottolineatura, a partire da un riferimento non vago – l’ordinario è ancora normativo – e però non dettagliato e immobile. Nel nostro caso, il tema della misericordia potrebbe risultare discretamente adombrato o al contrario fortemente sottolineato, solo che il sacerdote modifichi e combini ad hoc le debite parti del Messale, secondo quanto gli è concesso operare. In sintesi, il rito tradizionale consegna ai fedeli un prodotto finito e rifinito, mentre il rito moderno chiede che la sintesi sia svolta dal sacerdote.
Concludendo, forse non possiamo dire che il rito moderno mostri una attenzione eccellente al tema della misericordia, e dovremmo quasi stupirci scoprendo che il rito tradizionale le dedica uno spazio più chiaro e curato. Ma, per non essere imprecisi, dovremo subito aggiungere che il rito moderno crea le condizioni per dare enfasi e importanza a qualsiasi tema utile alla pastorale, garantendo un sostrato di verità celebrate imprescindibili per il Popolo di Dio, e lasciando alla responsabilità dei Pastori l’orientamento specifico delle celebrazioni, sia in tema di misericordia che relativamente ai numerosi altri tesori della spiritualità cattolica.
 

05 marzo 2018

L'adorazione secondo Fulton Sheen

di Amicizia San Benedetto Brixia
Perché fare l’ora di adorazione? Questa domanda interessa il quindicesimo capitolo del capolavoro spirituale di mons. Fulton Sheen “Il Sacerdote non si appartiene” (1963), e mi sembra un ottimo argomento cui affidarci in questi tempi di grande smarrimento e tensione, ecclesiale e non. Chissà che da tali indicazioni troviamo lo spunto e il mezzo per dare una risposta originale e vigorosa alla mediocrità che ci circonda. 

Dunque, perché fare l’ora di adorazione?
1. Perché è un’occasione per stare col Signore, “se la fede è viva, non occorrono altri motivi”.
2. “Perché nella nostra vita affaccendata occorre non poco tempo per scrollarci di dosso i demoni di mezzogiorno”.
3. Perché lo ha chiesto Gesù (Mc 14,37)
4. Perché – questo consiglio è diretto in primis ai sacerdoti – “il potere del Sacerdote sul corpus mysticum deriva dal suo potere sul corpus physicum” e, più in generale, “se tutte le opere di salvezza alle quali ci dedichiamo hanno origine dalla fiamma dell’amore, come possiamo rifiutare di esserne illuminati e accesi ogni giorno?”
5. Perché fa da “elemento equilibratore tra spiritualità e praticità”.
6. Perché le rivelazione del Sacro Cuore indicano “che in quel Cuore vi sono ancora profondità inesplorate”.
7. “Perché l’Ora di Adorazione ci farà metter in pratica ciò che predichiamo”.
8. Perché ci rende “docili strumenti nelle mani della Divinità”.
9. Perché ci aiuta a “riparare sia i peccati del mondo che i nostri”.
10. “Perché potenzia la nostra vitalità spirituale”.
11. Perché è l’Ora della Verità, nella quale ci vediamo “non come ci vedono gli altri, ma come ci vede il divin Giudice”.
11bis. Perché “vivere nel peccato, mortale o veniale che sia, diventa intollerabile”.
12. “Perché riduce la nostra passibilità alla tentazione”.
13. Perché “è una preghiera personale. La Messa e il Breviario sono preghiere ufficiali: appartengono al Corpo Mistico di Cristo, non a noi personalmente” (ndr. ma guarda, allora lo sapevano anche prima della riforma liturgica! Incredibile!).
13bis. “Beninteso, non siamo obbligati a fare l’Ora di Adorazione, ed è questo il punto. L’amore non è mai coercitivo, tranne che all’inferno”.
14. “L’adorazione ci trattiene dal cercare esternamente un’evasione”.
15. “Infine, perché l’Ora di Adorazione è necessaria alla Chiesa. Nessuno può leggere l’Antico Testamento (ndr. ma guarda, allora lo leggevano anche prima della riforma liturgica! Incredibile!) senza diventare consapevole della presenza di Dio nella storia. Quanto spesso Dio usò altre nazioni per punire Israele dei suoi peccati! ... Ciò che spesso dimentichiamo è che tutti i castighi di Dio cominciano con la Chiesa, come già cominciarono con Israele. Non la politica, bensì la teologia è la chiave del mondo”.



 

05 ottobre 2017

Dopo la Misericordia, l'Ira

Giudizio Universale. Giotto. Cappella degli Scrovegni
di Amicia San Benedetto Brixia

Oggi che si celebra la memoria di santa Faustina Kowalska, voglio rendervi partecipi alla meditazione del suo Diario. Ne ho tratto un’impressione meravigliosa, relativamente al dono della Misericordia divina, però compreso nel suo debito contesto. Ne ho tratto al contempo una discreta amarezza, constatando quanto sia stata povera e fuorviante la predicazione di moltissimi pastori, in confronto alla lezione privatamente rivelata dalla santa polacca. Stupisce in particolare lo svilimento della Misericordia, sottratta al suo contesto reale, scissa dal suo inevitabile riferimento alla miseria, al peccato, alla seduzione diabolica, al castigo, al giudizio e all’ira. Ho deciso dunque di raccogliere una piccola antologia di brani, in cui il rapporto complementare tra Misericordia e Giudizio è ben affermato. Non li ho selezionati tramite un’operazione di ricerca meccanica, ma appuntandomeli man mano tra una meditazione e l’altra, per cui forse non sono i più significativi od esaustivi, ma sono esemplari ed emblematici. Scelgo di corredarli di brevissimi commenti, lasciando a voi di trarre le debite conseguenze.

O mio Dio, sono consapevole della mia missione nella santa Chiesa. Il mio impegno continuo è quello di impetrare la Misericordia per il mondo. Mi unisco strettamente a Gesù e mi offro come vittima che implora per il mondo. Iddio non mi negherà nulla, quando L'invocherò con la voce di Suo Figlio. il mio sacrificio è niente per se stesso, ma quando l'unisco al sacrificio di Gesù Cristo, diviene onnipotente ed ha la forza di placare lo sdegno di Dio. Iddio ci ama nel Figlio Suo. La dolorosa Passione del Figlio di Dio è una continua invocazione che attenua la collera di Dio. (Quad. I, 29.IX.1935)

Cosa succederebbe in un mondo in cui non ci siano più anime dedite a placare la collera divina?

Ad un tratto vidi la Madonna che mi disse: « Oh, quanto è cara a Dio l'anima che segue fedelmente l'ispirazione della Sua grazia! Io ho dato al mondo il Salvatore e tu devi parlare al mondo della Sua grande Misericordia e preparare il mondo alla Sua seconda venuta. Egli verrà non come Salvatore misericordioso, ma come Giudice Giusto. Oh, quel giorno sarà tremendo! E’ stato stabilito il giorno della giustizia (cfr. At 17,31), il giorno dell'ira di Dio davanti al quale tremano gli angeli. Parla alle anime di questa grande Misericordia, fino a quando dura il tempo della pietà. Se tu ora taci, in quel giorno tremendo dovrai rispondere di un gran numero di anime. Non aver paura di nulla; sii fedele fino alla fine. Io ti accompagno con la mia tenerezza». (Quad. II, 22.III.1936)

Che senso avrebbe tacere l’incombere dell’Ira? Quanto è rischioso tacere del rapporto tra l’ultima grande elargizione di Misericordia e l’alternativa tremenda del Giudizio?

«I più grandi peccatori pongano la loro speranza nella Mia Misericordia. Essi prima degli altri hanno diritto alla fiducia nell'abisso della Mia Misericordia. Figlia Mia, scrivi sulla Mia Misericordia per le anime sofferenti. Mi procurano una grande gioia le anime che si appellano alla Mia Misericordia. A queste anime concedo grazie più di quante ne chiedono. Anche se qualcuno è stato il più grande peccatore, non lo posso punire Se esso si appella alla Mia pietà, ma lo giustifico nella Mia insondabile ed impenetrabile Misericordia. Scrivi: prima che io venga come Giudice giusto, spalanco la porta della Mia Misericordia. Chi non vuole passare attraverso la porta della Misericordia, deve passare attraverso la porta della Mia giustizia». (Quad. III, 6.VI.37)

Ecco un aut-aut che è peccato tacere: se il volto divino è Misericordia, anzi proprio perché lo è, chi Lo rifiuta sceglie da sé di confrontarsi con il Giudizio.

Il Signore mi rispose: «Per punire ho tutta l'eternità ed ora prolungo loro il tempo della Misericordia, ma guai a loro, se non riconosceranno il tempo della Mia venuta. Figlia Mia, segretaria della Mia Misericordia, non solo ti obbligo a scrivere sulla Mia Misericordia e a diffonderla, ma impetra loro la grazia, affinché anche loro adorino la Mia Misericordia». (Quad. III, 27.VI.1937)

Iddio punisce, non solo con una malattia o un cataclisma, bensì con un’eternità di sofferenze, ma non è questo il suo obiettivo, sua mira è che ci convertiamo.

Oggi ho udito queste parole: «Figlia Mia, compiacimento del Mio Cuore, con delizia guardo alla tua anima, invio molte grazie unicamente per riguardo a te, trattengo anche molti castighi unicamente per riguardo a te. Mi trattieni e non posso esigere giustizia, Mi leghi le mani col tuo amore». (Quad. III, 9.VII.1937)

Iddio punisce e castiga, ma a dirla tuttalo fa con estrema rarità.

O Cristo, dammi le anime! Manda su di me tutto quello che vuoi, ma in cambio dammi le anime. Desidero la salvezza delle anime; desidero che le anime conoscano la Tua Misericordia. Non ho nulla per me, perché ho distribuito tutto alle anime, così che nel giorno del giudizio starò davanti a Te con niente, perché ho distribuito ogni cosa alle anime; e perciò non avrai di che giudicarmi e in quel giorno ci incontreremo: l'Amore con la Misericordia… (Quad. V, 30.XI.37.)

La risposta all’Ira divina non è scandalizzarsi, resistere a Dio, ingannare le anime con la favola della redenzione garantita a prescindere, ma è offrire se stessi per gli altri e in tale offerta vale di più, agli occhi di Dio, il dono di chi occupa posti più alti nella Chiesa: questa è l’unica strategia della Misericordia. 

Gesù per la terza volta parla all'anima, ma l'anima è sorda e cieca, incomincia a consolidarsi nell'ostinazione e nella disperazione. Allora incominciano in certo qual modo a sforzarsi le viscere della Misericordia di Dio e, senza alcuna cooperazione da parte dell'anima, Iddio le dà l'ultima grazia. Se la disprezza, Iddio la lascia ormai nello stato in cui essa stessa vuole stare per l'eternità. Questa grazia scaturisce dal Cuore misericordioso di Gesù e colpisce l'anima con la sua luce e l'anima incomincia a comprendere lo sforzo di Dio, ma la conversione dipende da lei. Essa sa che quella grazia è l'ultima per lei e se mostra un piccolo cenno di buona volontà - anche il più piccolo - la Misericordia di Dio farà il resto. (Quad. V, DIALOGO FRA DIO MISERICORDIOSO E L’ANIMA DISPERATA).

Grande è la potenza della Misericordia, ma seria e terribile la possibilità di schermirsene.
O mio Gesù, vita della mia anima, vita mia, mio Salvatore, mio dolcissimo Sposo, e nello stesso tempo mio Giudice, Tu sai che nell'ultima ora non farò affidamento su nessun mio merito, ma unicamente sulla Tua Misericordia. (Quad. V, 30.1.1938)

Non serve negare il volto Giudice di Dio, serve conoscere come comportarsi al Suo tribunale: appellarsi alla sua Misericordia. 

Quando entrai un momento in cappella, Gesù mi disse: «Figlia Mia, aiutaMi a salvare un peccatore in agonia; recita per lui la coroncina che ti ho insegnato».Quando cominciai a recitare la coroncina, vidi quel moribondo fra atroci tormenti e lotte. Era difeso dall'angelo custode, il quale però era come impotente di fronte alla grande miseria di quell'anima. Una moltitudine di demoni stava in attesa di quell'anima, ma mentre recitavo la coroncina vidi Gesù nell'aspetto in cui è dipinto nell'immagine. (Quad. V, 3.II.1938)

L’ira e il castigo hanno la forma dell’impotenza: la libertà e l’ostinazione umana rendono impossibile l’aiuto divino e pongono l’uomo in balia delle leggi cosmiche, delle tare psichiche, delle brame diaboliche. 

Oggi ho udito queste parole: «Nell'Antico Testamento mandai al Mio popolo i profeti con i fulmini. Oggi mando te a tutta l'umanità con la Mia Misericordia. Non voglio punire l'umanità sofferente, ma desidero guarirla e stringerla al Mio Cuore misericordioso. Faccio uso dei castighi solo quando essi stessi Mi costringono a questo; la Mia mano afferra malvolentieri la spada della giustizia. Prima del giorno della giustizia mando il giorno della Misericordia ». Ho risposto: « O mio Gesù, parla Tu stesso alle anime, poiché le mie parole non hanno importanza». (Quad. V, 3.II.1938)

Dio castiga, malvolentieri, ma lo fa. Fa parte di quel gruppo di “cattivi”, che preferiscono subire malelingue, anziché sottrarsi al proprio compito, ancorché gravoso, ma inevitabile. Mi viene da commentare: Dio oggi non scenderebbe in terra come Inquisitore, ma come Cardinale (cfr. La vicenda dei “dubia”). 

Allora il Signore mi guardò benevolmente e mi consolò con queste parole: «Non piangere, c'è anche un gran numero di anime che Mi amano molto, ma il Mio Cuore desidera essere amato da tutti e poiché il Mio amore è grande, per questo li minaccio e li punisco...». (Quad. VI)

L’ira nella storia ha funzione propedeutica: se noi la neghiamo e impediamo al popolo di riconoscerla, stiamo forse impedendo e neutralizzando un intervento divino? A danno di chi andrà tale istanza? 

Una volta udii queste parole: «Se tu non Mi legassi le mani, manderei molti castighi sulla terra. Figlia Mia, il tuo sguardo disarma la Mia ira. Anche se le tue labbra tacciono, gridi a Me così potentemente che tutto il cielo ne è scosso. Non posso sfuggire alla tua supplica, poiché tu non M'insegui lontano, ma nel tuo proprio cuore». (Quad. VI, 26.V.1938)

Alla luce dei precedenti commenti, tutti rivolti alla serietà e ineluttabilità della collera divina, commuove questo testimonio, in cui si rivela la grandiosità della Misericordia a tutti offerta. 

«Scrivi: sono tre volte santo ed ho orrore del più piccolo peccato. Non posso amare un'anima macchiata dal peccato, ma quando si pente, la Mia generosità non ha limiti verso di lei. La Mia Misericordia l'abbraccia e la perdona. Con la Mia Misericordia inseguo i peccatori su tutte le loro strade ed il Mio Cuore gioisce quando essi ritornano da Me. Dimentico le amarezze con le quali hanno abbeverato il Mio Cuore e sono lieto per il loro ritorno. Dì ai peccatori che nessuno sfuggirà alle Mie mani. Se fuggono davanti al Mio Cuore misericordioso, cadranno nelle mani della Mia giustizia. Dì ai peccatori che li attendo sempre, sto in ascolto del battito del loro cuore per sapere quando batterà per Me. Scrivi che parlo loro con i rimorsi di coscienza, con gli insuccessi e le sofferenze, con le tempeste ed i fulmini; parlo con la voce della Chiesa, e, se rendono vane tutte le Mie grazie, comincio ad adirarMi contro di essi, abbandonandoli a se stessi e do loro quello che desiderano». (Quad. VI, 26.V.1938)

La Misericordia: noi ci offriamo a Dio, che ci desidera. L’ira: Dio ci dona quanto noi desideriamo. 


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07 settembre 2017

In honorem Caroli Caffarra



di Amicizia San Benedetto Brixia

La notizia della morte del card. Caffarra mi arriva  quasi in diretta, via messaggio privato. Rimango di sasso, ma non mi viene molto dire. Tempo un minuto e la voce si diffonde anche su un gruppo whatsapp di conoscenti e poi su un altro. Il tono dei commenti è semplice: si chiedono preghiere, si esprime dolore per la perdita di una persona amata, ci si commuove per un amico. Nei gruppi scrivono laici e sacerdoti, ma soprattutto molti giovani. Mi importa poco comprendere se questi commentatori sono rappresentativi o meno del cattolicesimo dominante, mi rallegro di avere contatti con simili persone. Per costoro non è morto un conservatore o un politico o un reazionario o un provocatore, ma un cardinale e un fratello insieme. Questo a mio giudizio è sensus fidei.

In seconda battuta ho avvertito il forte desiderio di capire cosa può dirci questo avvenimento. Scrivo alla redazione di Campari&deMaistre e mi propongo per buttare giù due righe di necrologio. Risposta: “Non scriviamo nulla e non pubblichiamo più niente fino a domani. Lutto totale”. Non è una scelta di redazione questa, è una scelta di umanità e di fede, è mettere il rispetto per la persona e la preghiera cristiana di suffragio prima di tutto il resto. Esprimo grande stima per tale linea: c’è un tempo per la bagarre e uno per il silenzio, bravi gli amici di C&deM! Ci siamo risentiti con calma in tarda serata. “Fai così, preparami il pezzo per domani… ma tu conosci la biografia di Caffarra?” Io credo non serva conoscere la sua biografia, perché il nostro blog non fa informazione ma cultura, e nel caso specifico dell’Arcivescovo emerito di Bologna, tutta la biografia di rito non vale quanto l’impegno speso negli ultimi anni di testimonianza pastorale. “Era un moralista, vero? Tu sai altro?” Io non so nulla tranne una cosa fondamentale.

Il card. Caffarra è stato un testimone eccelso e, ciò che molti non intendono e altri non vogliono accettare, ha espresso in questi ultimi tempi una voce autentica dello spirito cristiano, né paternalista, né ribelle, né pusillanime, né aggressivo. Certo, c’è un grande tema sul tavolo: parliamo di uno dei quattro protagonisti dello scomodo caso dei dubia papali, nonché il secondo Cardinale “dei dubia” a morire in poco tempo. Questo di per sé potrebbe non voler dire molto, già sappiamo che anche altri Pastori più giovani appoggiano la proposta dei dubia, ma che per ragioni di prudenza si sono esposti alcuni tra i più anziani, che è statisticamente plausibile siano tra i primi a decedere. Caffarra - aggiungiamo - appariva deperito e malato negli ultimi tempi, né se ne preoccupava: “Eminenza, le auguro di festeggiare lietamente i suoi ottanta anni” gli avevano augurato da poco, “Spero di festeggiarli in Paradiso” è stata la risposta del porporato. D’altro canto - è vero - il fatto che siano rimasti solo due estensori dei dubia implica una suggestione sia a livello psicologico che teologico. A livello psicologico i sopravvissuti, Burke e Brandmuller, sanno che ormai la Correzione Formale di Amoris Laetitia, se si vorrà fare, graverà tutta sulle loro spalle (l’intervento di altri cardinali non è auspicabile perché darebbe un’immagine negativa di Chiesa: sempre più lacerata, e ciò non farebbe bene a molti semplici fedeli). Si pone poi il quesito teologico: è Dio (il Dio della Misericordia) che sta uccidendo questi cardinali “cattivi” o al contrario è satana che sta togliendo di mezzo i suoi ostacolatori?

Anche a queste domande non presto attenzione e sposto altrove il mio pensiero. Dobbiamo immensa gratitudine a mons. Caffarra per aver reso pubblico il suo confronto epistolare con suor Lucia di Fatima, risalente agli anni Ottanta: “Padre, verrà un momento in cui la battaglia decisiva tra il regno di Cristo e Satana sarà sul matrimonio e sulla famiglia. E coloro che lavoreranno per il bene della famiglia sperimenteranno la persecuzione e la tribolazione. Ma non bisogna aver paura, perché la Madonna gli ha già schiacciato la testa”. Per averlo reso pubblico e per essergli rimasto fedele fino alla fine. Forse proprio questo è il messaggio definitivo e più importante che l’Arcivescovo ci lascia, al di là di tutti i dettagli biografici che altri avranno cura di riportare.

Ecco perché non ho nessuna intenzione di commentare la questione dei dubia, episodio sicuramente doloroso e coraggioso dell’ultimo tratto di vita di Caffarra, né oso immaginare che ne sarà dell’epopea di Amoris Laetitia. Piuttosto, quel che mi è chiaro, anche raccogliendo i commenti in rete, è quale orizzonte si prospetta per la Catholica. Da un lato i politicanti di destra e di sinistra (farisei, sadducei o semplici scribi) che alimentano un clima di divisione e di disprezzo, segno dell’inaridimento della carità cristiana tra i fedeli, segno del dilagare di insinuazioni diaboliche tra i cattolici di ogni rango e grado. Dall’altro i santi, coloro che, certamente consci dei propri limiti e della propria inadeguatezza rispetto al momento storico di grande crisi, giungono ad un tenore di vita spirituale profondo, pacificato, insensibili alle voci del mondo, liberi da rancori e profondamente umili. Stando così le cose, quale eredità ci lascia il card. Carlo Caffarra? Ricevo e pubblico: “Il card. Caffarra ha detto a un sacerdote poche ore prima di morire che il Signore non abbandonerà la sua Chiesa, che gli Apostoli erano 12 e che il Signore ricomincerà con pochi; che dobbiamo chiedere la forza di S. Atanasio che ai tempi dell'eresia ariana da solo è andato contro tutti, di avere fede, speranza e fortezza”. Non ho ulteriori informazioni, ma mi pare possa essere una fonte plausibile, terribilmente in tono con Origene, citato ieri stesso nel Breviario riformato: “«Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Ambedue, sia il tempio che il corpo di Gesù, secondo un'interpretazione possibile, mi sembrano figura della Chiesa. Questa infatti è edificata con pietre viventi. È divenuta «un edificio spirituale per un sacerdozio santo» (1Pt 2,5). È edificata «sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, avendo come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù» (Ef 2,20) e perciò si chiama tempio. È vero però anche che «voi siete corpo di Cristo e sue membra, ciascuno per la sua parte» (1Cor 12,27). Se così è, può bensì venire distrutto ciò che congiunge le pietre del tempio. Può certo accadere che queste pietre vengano disperse come sta scritto nel salmo 21, il che significa, fuori metafora, che le ossa di Cristo possono essere scompaginate dalle tribolazioni e dalle persecuzioni di coloro che combattono l'unità del tempio. Tuttavia il tempio verrà riedificato e il corpo risusciterà il terzo giorno, cioè dopo il giorno della sua tribolazione e dopo il giorno seguente, che è il giorno della consumazione”.

E’ morto un santo? Non sta a noi dirlo. Però, alla luce delle presunte ultime dichiarazioni e della loro consonanza col Breviario, mi viene da sentenziare: forse è morto un Padre della Chiesa, un piccolo Origene degli ultimi tempi, quelli in cui satana sferra gli ultimi colpi contro il Corpo Mistico di Cristo, anche se Maria gli ha già schiacciato la testa. Lasciamo alla storia di fare il suo corso e di svelarci l’autentico valore delle persone, ma curiamo fin d’ora di trattenere per noi il grande tesoro dell’insegnamento di Caffarra: non l’ecologia, la sociologia, la politica, la solidarietà, ma l’ennesima e forse estrema lotta contro satana. Di questo deve preoccuparsi la Chiesa, i suoi Pastori ed ogni cristiano. Altrimenti saremo solo vergini stolte, e rischieremo di essere private del conforto del nostro Sposo.


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01 settembre 2017

Terme e sfollati


di Amicizia San Benedetto Brixia

In questi giorni ho visto le foto e letto i post di alcuni sacerdoti che si stanno prodigando in modo particolare nell’accoglienza di migranti e nella difesa dei gay: li vedi tronfi e sicuri di sé, assieme a tanti ragazzi africani biotti in piscina.



Ho pensato al commento da dare, ma mi risultava sempre o moralista o aggressivo. Inutile. Inutile perché certa gente è già moralista ed aggressiva nel profondo, per cui non si lascia smuovere da tali codici comunicativi. Poi mi sono imbattuto in un articolo casuale sulla rete e ho deciso che questa sarebbe stata la risposta.
Dunque, al prete che invade i bagni pubblici con stuoli di ragazzoni poveri e intasa Facebook con liste di frasi estreme, io rispondo proponendo l’elogio di Piero Portaluppi, ‘archistar’ del secolo scorso, che con il suo progetto per l’Albergo Diurno Venezia ha risposto a una esigenza di integrazione, igiene e povertà, però in modo non banale né volgare, ha risposto all’emergenza con la bellezza della semplicità.



In quest’ottica riprendo stralci da un intervento di Maestri, un Digital Editor che dubito si immaginasse di essere citato da un sito di impianto conservatore religioso.

Maestri riflette attorno all’opera di Portaluppi, appunto, “l'Albergo Diurno Venezia, a Milano”, di cui non va a studiare le caratteristiche specifiche “quanto la logica fondamentale con cui è stata progettata e sviluppata. L'Albergo Diurno Venezia è stato inaugurato nel 1925 per rispondere a una doppia esigenza: 1. fornire un luogo di igiene agli abitanti del nuovo quartiere appena costruito a pochi passi dal suo ingresso (Porta Venezia); 2. proporre una serie di servizi ai viaggiatori appena giunti a Milano con il treno. Un doppio obiettivo di stampo meramente funzionale”. Obiettivo essenziale, ma non sciocco, soprattutto se contestualizzato nella situazione socio-culturale dell’epoca: “la maggior parte delle case in zona non erano dotate di bagno, e le persone facevano tutto (dalla sciacquata di faccia di prima mattina alla pipì prima di andare a letto) nel naviglio che scorreva lì vicino”. Viene in mente la situazione di degrado che l’ammasso di immigrati comporta oggi e che si prospetta sempre più critica e gravosa. Quale fu la soluzione del progettista? “Cadere in trappola sarebbe stato immediato: disegnare un luogo banale - ovvero, schiacciato verso il basso. Si sarebbe trattato di costruire un edificio da dare "in pasto" a una moltitudine eterogenea di individui, la classica "folla" che in tanti studiosi stavano analizzando proprio in quel periodo”. Ma Portaluppi, anziché lasciarsi soffocare dalla retorica populista studia strategie opposte: “Ha inserito materiali preziosi ma resistenti, ha battezzato la zona della sauna e del bagno con l’appellativo “Terme”, posizionando all’ingresso una statua di Igea, Dea della salute e dell’igiene. In sostanza, Portaluppi non ha progettato schiacciato verso il basso, ma ha adottato un approccio contrario: nella sua semplicità, l’architettura dell’Albergo Diurno è diventata il mezzo per elevare i costumi e i gusti di tutti, diffondendo una nuova idea di pulizia e igiene. Una missione virtuosa, eroica, divina”.

Al di là dei toni enfatici dell’editorialista, il concetto tiene: esiste una alternativa allo sfruttamento economico mascherato di buonismo delle ONG e allo spreco di cattivo gusto mascherato di carità di certi preti progressisti. L’alternativa è una scelta di bellezza, che non schiacci verso il basso, non sfrutti, non risponda in modo ottuso alle emergenze, non offenda e non provochi, bensì tenda una mano - per quel che si può - sforzandosi al contempo di elevare, nobilitare, civilizzare.

Un tempo questi consigli li dispensava Blondet, oggi dobbiamo mendicarli a caso da ignari Digital Editor nella rete.

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29 agosto 2017

CL: hegelismo al capolinea


di Amicizia San Benedetto Brixia

Il 23 agosto scorso ho avuto modo di partecipare al Meeting dei Popoli a Rimini. Un'occasione interessante, anche per l'opportunità di toccare con mano l'inarrestabile declino di CL o almeno delle sue gerarchie.
Parlo da persona esterna al movimento eppur interessata alla proposta di fede e cultura da esso incarnata.
Già l'anno scorso mi aveva profondamente stupito il discorso di don Carron, specialmente per la nonchalance con cui andava strumentalizzando frasi del fondatore, Giussani, allo scopo di imporre un new deal scandito dai mantra retorici dei muri da abbattere e dei ponti da costruire. Praticamente un Anti-Giussani di gusto grottescamente ciellinapocalittico.
Quest'anno invece ho ascoltato Vittadini in una conferenza dedicata al tema della scuola, Una scuola da grandi. L'intervento del fondatore della Compagnia Delle Opere è stato semplice e diretto, con la perentorietà e i toni un po' trasandati che gli sono propri Vittadini ha sentenziato - cito a memoria - "non voglio essere un muro, ma un materasso". Una maniera curiosa di fare muro contro i muri. E continuando ha illustrato il suo ideale di scuola: una scuola in cui il professore agnostico a fine anno si scopre un po' credente e il cattolico un po' comunista, con l'auspicio che ogni posizione si contamini e ogni ideale si scolori - una specie di transgender culturale insomma. Addio identità, benvenuto relativismo. C'è poco da commentare e, se non vi fidate della mia ricostruzione, potete trovare on line il discorso, Vittadini delira nei minuti di chiusura (il clou da 1h.39’ ca).

Tre osservazioni. La prima a mo' di boutade: CL ha davvero perso la bussola o ha solo bisogno dei soldi dei vescovi e del loro appoggio, ragione per cui si svende inneggiando al peggio franceschismo?
La seconda inevitabilmente ironica. Quasi commovente la performance di questo Vittadini in perfetto stile Vattimo: più deboli si fanno l'identità e il pensiero e più arroganti si fanno i toni del discorso. Non abbiamo nulla da invidiare ai miscredenti rivoluzionari!
Terza considerazione filosofeggiante circa le sorgenti e il futuro dei ciellini: CL nasce imbevuta di idealismo, un caso pulito pulito di idealismo cristiano iniettato nella tradizione cattolica. Più precisamente, ho sempre avuto l'impressione che, come il marxismo è stato il rovesciamento secolarista del sistema hegeliano, così CL è il contro-rovesciamento cristiano-immanentista del sistema marxiano. Il che non è un male assoluto, di buono c'è che mentre il Concilio non ha osato esprimersi sul comunismo, CL almeno ha provato a rispondergli potentemente sul piano tanto politico quanto culturale. Interessante ma non ineccepibile, l'impianto idealista di fondo infatti non promette nulla di buono. Esso si presenta per definizione gravido di mostri e pieno di lacune. Il primato della libertà e del desiderio mina l'ancoraggio alla verità oggettiva, lo priva di argini fissi e indiscutibili, lo espone al rischio dell'irrazionalismo: CL è infarcito di slogan e di spirito di corpo: se esso smette di essere ammansito da un governo saggio le conseguenze possono essere infelici. E infatti oggi lo sono. Questa la mia diagnosi breviter su CL. Così appunto mi spiego come mai stia avvenendo la deriva incontrastata. Il germe irrazionale che cova nel seno del movimento impedisce una reazione opportuna.
Siano queste o altre le ragioni del disastro, resta palese il deragliamento di prepotenza imposto dai capoccia, così sicuri nel loro autoritarismo da non accorgersi nemmeno del fatto di essere andati ben oltre l'affermazione della pluralità, e di trovarsi ormai in guazzetto nel marasma della contraddizione e della rivoluzione. Se pure la CL delle origini ha retto alla calata bolscevica, ora il barcone di Carron pare soffocare tra le spire degli eredi arcobaleno & Co., siano essi dentro o fuori la Catholica.

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23 agosto 2017

Di Inferno nemmeno se ne parli


di Amicizia San Benedetto Brixia

L’Inferno c’è, ma è molto simile al nostro mondo, in particolare all’Italia. Difatti i dannati “costruiscono, organizzano e i loro edifici crollano.”
Però non sarà così per sempre. Infatti, dopo questo breve periodo d’infelice apprendistato, ci sarà il via libera. Tutti salvi, Lucifero incluso, come se fossero stati tutti su “Scherzi a parte”.
L’autore dell’articolo Roberto Righetto – per questa sorprendente rivelazione – si rifà ad alcuni passi di un libro del filosofo cattolico Jacques Maritain.
Certo, quella dell’intellettuale francese è solo un’ipotesi, ma esplosiva.
“Poiché l’eternità consuma tutti i tempi,” scrive Maritain, “bisognerà pure che a un certo momento i luoghi bassi dell’Inferno siano svuotati. Se è così, Lucifero senza dubbio sarà l’ultimo a cambiare. (…) E alla fine anche lui sarà restituito al bene.”

Queste righe sono tratte dall’articolo di Michelangelo Socci su La Verità del 18 agosto. Per l’autore il cuore della riflessione sta sullo scandalo dato da Avvenire ospitando simili considerazioni teologiche, e vi risponde con perle di spiritualità cattolica e Magistero ecclesiastico.

Io ne approfitto per una osservazione differente. Molto semplicemente, il nodo di tutta la faccenda può essere ricondotto a quello che riteniamo essere la teologia e a quello che invece teologia non è. Antonio Livi ha affrontato la questione con il suo testo “Vera e falsa teologia”, un libro scomodo in cui l’etichetta di vero teologo viene sottratta o ritoccata a numerosi super-teologi contemporanei: dall’eretico Mancuso al presidente Coda, passando per mostri sacri quali Kung e Hemmerle, senza risparmiare personalità quali Ravasi.

La tesi può essere resa in modo didascalico, salvo andare alle fonti per averne una ricostruzione appropriata: oggi si diffondono sempre più pensatori che non sono o non operano da veri teologi, bensì da filosofi religiosi. Se fossero autentici teologi costoro si limiterebbero ad assumere la Rivelazione e a chiarirla secondo le regole universali del pensiero logico e della prospettiva realista. Invece vanno a cercare complicati sistemi filosofici che pongono alla base delle proprie riflessioni soggettive, quindi applicano tali sistemi ai dati di fede: in tal modo il dato di fede diventa secondario rispetto al sistema filosofico e alla lunga il dato di fede viene divorato dal sistema filosofico. Non si tratta più dunque di un discorso oggettivo e razionale sulla Rivelazione di Dio (teologia), ma di una speculazione soggettiva e razionalista su un argomento di carattere religioso (filosofia religiosa).

Applichiamo tali ricerche al caso presentato da Michelangelo Socci: Roberto Righetto è un felice esempio di filosofia religiosa, un caso in cui il pensiero soggettivo di un filosofo (Maritain) viene accentuato fino a risultare corrosivo per il dato di fede (il dogma dell’Inferno).

Stando così le cose, il problema non nasce dal fatto che un pensatore con la sua filosofia arrivi a conclusioni distanti dalla teologia (sarebbe plausibile), il problema nasce dal fatto che un filosofo si metta a parlare di argomenti che competono al teologo: il filosofo parli di vita e morte, dell’Inferno il filosofo nemmeno parli! Verrebbe da chiudere qui, ma in realtà la filosofia religiosa fa suo proprio questo gioco: prende in prestito concetti scoperti dalla teologia e dalla religione e li rielabora a piacere.
A dirla tutta, sarebbe anche bello giocare con loro e non sarebbe così negativo, se solo ci dicessero più chiaramente che non sono e non vogliono essere e non possono essere teologi né araldi della Verità, ma solo liberi pensatori. Purtroppo non vogliono dircelo e questo produce scandali. Dunque basterebbe tornare a fare vera teologia e dichiarazioni alla Righetto diverrebbero innocue, o quasi. Ma lo desideriamo? vogliamo davvero tale onestà intellettuale?

Ecco qual è l’esempio di Avvenire a riguardo: la testata della CEI in un passato recente ha rigettato espressamente il contributo di Antonio Livi, nel caso eclatante che portò Avvenire a prendere pubbliche distanze dallo studioso, perché questi aveva indicato non solo il limite formale dell’approccio filosofico-religioso ma persino gli errori di contenuti ereticali negli scritti di Enzo Bianchi, penna ospitata abitualmente dal quotidiano dei vescovi e sicura ragione di vendite per il medesimo.
Un quotidiano che rifiuta il contributo di Livi attorno al caso palese di Bianchi, non potrà certo cambiare rotta con Righetto né con tutti gli altri. Quindi la risposta è no, non desideriamo tornare alla vera teologia. Buono a sapersi.

Resta da chiedersi che valore abbia una simile scelta redazionale da parte di un giornale cattolico. E perché un cattolico dovrebbe leggere il loro giornale.

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