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13 dicembre 2016

Santa Lucia, la tedofora di Dio nell'inverno della fede


di Alfredo Incollingo

Il Nord Europa protestante ha tramandato per generazioni un'insolita tradizione nel giorno di Santa Lucia: in ogni famiglia la figlia più grande, vestita di bianco e con il capo cinto da una corona di rami verdi intrecciati con sette candeline, porta del latte e dei dolci a tutti i familiari. Questo strano rito sembra il proseguo di antichi riti pagani che celebravano il solstizio d'inverno, il giorno più breve della stagione: la divinità come luce fa il suo ingresso dirompente nella notte naturale e in quella spirituale dell'uomo. Con la riforma gregoriana il solstizio slittò il 22 dicembre, ma la carica simbolica di Santa Lucia non venne sminuita. Solo oggi ci siamo dimenticati del ruolo che la martire siracusana ha nell'annuncio della nascita di Gesù: l'uomo moderno ha smarrito il suo orizzonte metafisico perdendo tutto il suo patrimonio tradizionale e significativo.

Per i puristi parlare di legami fra paganità e cristianesimo è azzardato e sconveniente, anche se questo atteggiamento fideista è estraneo al cattolicesimo. Come non ricordare il Medioevo, la scolastica e il suo interesse per la filosofia greca? I Padri della Chiesa non disprezzavano la sapienza pagana, riconoscendo un principio di verità nelle dottrine dei filosofi precristiani. Fu Lutero che infierì sul tomismo, snaturando l'intera teologia cattolica. Snatureremmo in parte la personalità della martire se non annoverassimo il passato, quello norreno: i simboli di luce della cultura nordica celebravano un fenomeno naturale, ma effimero, privo di un piano metafisico e eterno. Quando Cristo giunse nelle fredde (anche dal punto di vista morale) regioni del Nord Europa, donò calore e speranza a quelle genti, facendole sentire parte dei piani di Dio: Santa Lucia prese il posto degli dei e la luce degli idoli riprese vigore nella santità del nome di Gesù.

La martire annuncia la venuta del Signore con la sua personalità luminosa, incendiata dalle fiamme di una fede sostanziale. Nelle tenebre del nostro secolo ci ricorda la presenza viva del Signore con il Suo Natale, la Sua morte e la Sua Resurrezione, ma ci rammenta che nel cuore dell'inverno un Dio si Incarnò per farsi uomo e salvare i suoi figli, molto spesso ingrati. Santa Lucia è la tedofora di Cristo che comunica a tutti la sua nascita.

Lucia era di origini siracusane e la sua famiglia l'aveva promessa in sposa ad un ricco concittadino, garantendosi così un futuro sicuro. La madre si ammalò gravemente e la figlia si recò in pellegrinaggio alla tomba di Sant'Agata per chiederle la guarigione: la santa le apparve in sogno e le chiese di dedicare la sua vita ai poveri e agli ammalati in cambio della sua intercessione. La madre guarì e lei decise di rompere il fidanzamento e di donare i suoi avere ai più bisognosi. Queste scelte di vita erano proibite all'epoca: l'imperatore Diocleziano aveva scatenato una cruenta persecuzione contro la comunità cristiana dell'impero. Il pretendente sposo deluso dall'atteggiamento di Lucia e desideroso di vendicare il torto subito denunciò la donna, che nonostante fosse stata imprigionata, non rinnegò mai la sua fede. Né uomo né strumento di tortura riuscì a distoglierla da Dio: il suo amore per il Signore resistette al male che la circondava. Venne infine condannata a morte e uccisa con un pugnale infilzato in gola, senza però aver prima predetto la fine delle persecuzioni con la morte dell'imperatore.
 

02 dicembre 2016

Il martirio di Bibiana, santa della purezza


di Alfredo Incollingo

Nonostante la tolleranza religiosa imposta dall'imperatore Costantino (313), la minaccia delle persecuzione non era svanita. I cristiani non erano al sicuro da attacchi esterni e il potere ancora bramava di distruggere la Chiesa di Cristo. Con l'imperatore Giuliano l'Apostata la comunità cristiana era piombata di nuovo nel terrore: nuove restrizioni e nuovi arresti gravavano sui fedeli di Gesù e ormai si preannunciava una nuova ondata di condanne a morte in odio alla fede. In molte province dell'impero i cristiani più reticenti furono martirizzati. E' il destino che fu riservato a Santa Bibiana, una giovane nobile romana che venne arrestata e condannata a morte per il suo credo. La sua famiglia discendeva da un ricco casato consolare e dai tempi di Costantino aveva abbracciato il cristianesimo. Per questo motivo, quando divenne imperatore Giuliano, Flaviano, il padre di Bibiana dovette abbandonare il suo incarico prefettizio e, sorpreso mentre seppelliva alcuni confratelli, venne ridotto in schiavitù e infine ucciso.
La famiglia, certa della sorte che le sarebbe toccata, si chiuse in casa in preghiera, aspettando i soldati, che non tardarono a fare irruzione nella loro abitazione. Dapprima fu loro riservata la morte per inedia, ma miracolosamente sopravvissero; poi si optò per altre condanne più efficaci. Dafrosa, la madre di Bibiana, venne decapitata, mentre la sorella, Demetria, venne rinchiusa di nuovo in prigione dove morì senza mai rinnegare la sua fede.
Bibiana venne risparmiata, ma fu affidata a una donna lasciva, esperta nell'arte d'amare e nella seduzione. Si voleva convertirla al paganesimo con la mondanità e il sesso, ma a nulla valsero le numerose tentazione cui fu sottoposta. Bibiana rifiutò qualsiasi lusinga e pregava intensamente. La sua fede era infatti più salda della malvagità dei suoi aguzzini. La sua tenacia le causò la morte: venne legata ad una colonna e fustigata con delle “piombate”, ovvero dei fasci di verghe con pallini di piombo. Il supplizio fu cruento e il suo corpo martoriato fu abbandonato per strada tra i cani randagi, gli unici ad avere pietà, evitando di mangiarlo e di annusarlo. Un prefetto, mosso da compassione, provvide alla sepoltura.
Quanti cristiani in Africa o in Asia vengono uccisi per la loro fede? Ancora oggi i martiri si contano a migliaia e niente pare arrestare la furia anticristiana che si manifesta purtroppo a fasi alterne nella storia. Santa Bibiana ci rammenta tutto ciò e la sua fortezza è per noi un esempio: è un monito a resistere nella fede tra le tante lusinghe del mondo.

 

24 ottobre 2016

Dopo la fine della Cristianità: bellezza, preghiera, sacrificio.

di Daniela Bovolenta
Sembra essersi diffusa una parola d’ordine nelle fila del cattolicesimo occidentale. Negli USA si parla da qualche tempo di “opzione Benedetto”, a suo tempo Giovannino Guareschi parlava di “salvare il seme”, senza contare Joseph Ratzinger, che già nel 1969 affermava durante una trasmissione radiofonica: “Dalla crisi odierna emergerà una Chiesa che avrà perso molto. Diverrà piccola e dovrà ripartire più o meno dagli inizi. Non sarà più in grado di abitare gli edifici che ha costruito in tempi di prosperità. Con il diminuire dei suoi fedeli, perderà anche gran parte dei privilegi sociali”. Anche Jacques Maritain rifletteva sulla fine della Cristianità e numerosissimi autori, di quella che possiamo chiamare la scuola Controrivoluzionaria, riflettono e scrivono a partire da questo dato di fatto.

Ci siamo, siamo al piccolo resto di Israele: un processo culturale durato secoli sembra ormai giungere alla fine. Siamo passati dall’ostilità di pochi nemici radicali, alla marginalizzazione sociale, all’irrilevanza, fino a giungere ormai alla persecuzione e, presto, al martirio. Non possiamo negare di aver contribuito spesso noi stessi alla nostra soppressione, con errori politici, strategici, umani, dottrinali, e di questo prima o poi spero ci si renderà conto.

Tuttavia, se l’annuncio di Cristo ha ancora un’attualità, se la sua promessa di salvezza non è stata falsa e vana, siamo ancora tenuti alla speranza. Speranza prima di tutto nella possibilità di una santità individuale, poi di una trasmissione del seme alle generazioni future, infine una speranza anche collettiva. Non nel senso, fallace, che un qualunque ordinamento civile possa automaticamente portare alla salvezza, non esiste e non può esistere nessun paradiso in terra, ma nel senso che alle società si possono dare ordinamenti più o meno conformi a rendere possibile, cioè a non ostacolare, la salvezza dei singoli. Senza nessun determinismo, e con la consapevolezza che la libertà individuale è un affare serio e inaggirabile, vogliamo ancora sperare in un mondo in cui annunciare il Vangelo integralmente non sia un’attività a rischio di marginalizzazione, censura, sanzione. Ma soprattutto vogliamo poter immaginare per i nostri figli un mondo dove il diritto naturale abbia effetto sulle leggi civili, in cui non sia possibile insegnare ai figli contro la fede dei padri, in cui la natura non sia una sorta di nuova divinità a sé stante, ma un libro che porta su di sé tracce del dito del suo Creatore.
Vogliamo un mondo dove la verità e la bellezza siano i primi criteri di giudizio, e si sappia invece che sentimenti e sensazioni riguardano un altro ambito, che non necessariamente è veritativo. Soprattutto vogliamo poter sperare nel Paradiso, e trasmettere la nostra speranza a tutti coloro che vorranno ascoltare.
Molti si chiedono, lo so, se non sia giunta l’ora di costruire nuovi monasteri. Se Don Massimo Lapponi cerca di fare una scuola a distanza, per insegnare le virtù disperse che possono far fiorire una famiglia (preghiera, arti decorative, canto...), l’amico Alessandro Benigni immagina qualcosa di forse ancora più radicale: una vita separata, quasi una forma di disobbedienza civile.
Io rumino e rumino tutte queste cose, quasi serbandole nel mio cuore. In passato ho scritto: “Questi monasteri domestici, isole luminose all’interno delle modernità, io li ho visti. Non sono resti del passato, attardati su una concezione del mondo ormai radicalmente fuori moda, ma germi del futuro.Come san Benedetto, che alla caduta dell’impero romano, non si preoccupa di salvarne i resti sparsi, ma di costruire uomini per il futuro, allo stesso modo vedo fare intorno a me. E non perché il futuro ci sembri un luogo teologico migliore del presente, ma perché il futuro si costruisce pazientemente oggi, educando, pregando e cercando Dio. I monaci tra la fine dell’Impero Romano e l’inizio del Medioevo salvano la cultura, la civiltà, persino la scrittura e l’agricoltura, ma non lo fanno per portare a termine un raffinato progetto culturale, lo fanno incidentalmente mentre sono presi dalla ricerca di Dio, quaerere Deum ”. Ma ancora mi chiedo come tutto questo possa tradursi in pratica.

In particolare a me interessano tre livelli:
1. come un mondo che scopre di non essere più la moral majority elabori delle strategie di trasmissione di fede e valori (o almeno ne discuta);
2. alcune specifiche comunità (ad esempio quella di Clear Creek) che si organizzano creando nuclei umani che approfondiscano al massimo la loro coerenza interna di vita, che condividano un orizzonte e che, nella pratica, abbiano mani libere in materia educativa, organizzativa a livello almeno locale, cultuale e culturale;
3. più di tutto: il “quaerere Deum ”, che è l’origine dell’opera di san Benedetto come ci spiega Benedetto XVI al Collège des Bernardins, e che non necessariamente si declina nella nascita di comunità separate, ma che altrettanto è radicalmente ostacolato nella quotidianità perché la persecuzione è vicina, è già in atto, e rimanere isolati e senza mezzi non ci rende più protetti. La lezione di san Benedetto mi pare significare, tra l’altro, che un mondo nuovo nasce quando si smette di puntellare quello vecchio che sta morendo e ci si rivolge completamente altrove. Non a caso non è stata l’opera di un individuo, ma di comunità e di una regola che plasma i rapporti tra gli uomini. In questo senso è illuminante dom Gérard Calvet, O.S.B., quando parla dello Spirito di cristianità.

Su quest’ultimo punto, in particolare, permettetemi di esprimere tutta la mia angoscia, mi pare che abbiamo ormai superato un punto di svolta e non credo che sarà considerato sufficiente constatare che prevalgono opinioni e stili di vita radicalmente contrari al piano di Dio: siamo ormai al punto in cui ci viene richiesto con sempre maggiore insistenza di “essere d’accordo”, di consegnare i nostri figli perché siano rieducati e ci guardino con diffidenza, di riconoscere di essere completamente impresentabili solo in quanto cristiani. Allora non so se l’opzione Benedetto costituisca una risposta, forse però elabora una domanda.

Io non ho soluzioni e ricette, solo alcune intuizioni: che la fede si risolleverà con la bellezza liturgica più che con mille piani pastorali, che la santità sarà più convincente di ogni discorso politico o sociale, che la bellezza dell’opera di Dio e di quelle degli uomini dissodi il cuore più arido e che, infine, non sarà ciò che è comodo e facile, ma ciò che è arduo, doloroso, difficile, a riportarci in pieno possesso delle nostre anime. Anche se ci piacerebbe che fosse il contrario, è il Sacrificio (e il sacrificio) la chiave delle nostre esistenze. L’uomo, diversamente da quel che ci dice il nostro tempo, è fatto di anima e corpo, e la dimensione spirituale prevale e giudica sull’altra. La nobiltà d’animo, la paternità spirituale, la grandezza e nobiltà interiore sono le uniche vere alternative alla vita da bestie tecnologiche che ci si sta preparando.

«Redimere tempus. — L’unica nobiltà dell’uomo, la sola via di salvezza consiste nel riscatto del tempo per mezzo della bellezza, della preghiera e dell’amore. Al di fuori di questo, i nostri desideri, le nostre passioni, i nostri atti non sono che «vanità e soffiar di vento», risacca del tempo che il tempo divora. Tutto ciò che non appartiene all’eternità ritrovata appartiene al tempo perduto .» (Gustave Thibon, L’uomo maschera di Dio , SEI, Torino 1971, p. 262)

Bellezza. Preghiera. Sacrificio (che è il nome dell’amore che dona sé stesso).
 

07 settembre 2016

Nazarà 2016 non mi è piaciuta


di Amicizia San Benedetto Brixia

La Veglia di preghiera per la pace "Nazarà 2016" organizzata dall'Ufficio per l'Impegno sociale della Diocesi di Brescia non mi è piaciuta. Con tutta la stima e il rispetto per la chiesa locale in cui ho la grazia di vivere giorno dopo giorno da cristiano, mi permetto di indicare i tre motivi principali di disappunto.

Che fine hanno fatto i cristiani perseguitati?

La Veglia ha lasciato in totale penombra la dimensione della persecuzione anti-cristiana, dedicando ai fratelli perseguitati in Siria tre righe in diciotto pagine di verbosità.
Da questo mi dissocio e rimando invece alla campagna di ACS, #DefiniamoloGenocidio.
 
Che fine ha fatto la Liturgia?

La Veglia ha seguito uno schema obiettivamente liturgico - sacerdote, paramenti, candele, etc. -, ma elaborato secondo una sequenza confusa:

Introduzione giornalistica composta in versi litanici;
canto e segno di croce;
dialogo sacerdote-assemblea;
canto iniziale;
prima lettura (nel frattempo un secondo sacerdote parato gira per la navata distribuendo libretti);
salmo responsoriale, che però non è un salmo ma un concento di brani franceschiani;
Kyrie eleyson (rigorosamente da seduti);
Vangelo (la gente si alza mentre il prete ha già iniziato a leggere);
nessuna omelia, ma l'annuncio che passeranno a raccogliere le offerte;
preghiera responsoriale (di cui al punto successivo);
canto;
dialogo lettori-assemblea su testi di mons. Bello (una Chiesa che guarda in avanti, a quanto pare);
preghiera universale;
Litanie mariane rivisitate: "Madre delle pecore fuori dall'ovile", "Madre delle anime senza vita",  "Madre di chi non è stato chiamato" (di cui al punto successivo).

Non credo servano commenti, semplicemente si stenta a capire quale la logica soggiacente a un simile schema. Peraltro le indicazioni del libretto prevedevano una adorazione eucaristica, un'esposizione del Santissimo che doveva prolungarsi per tutta la durata delle preghiere vigilari e che invece non è stata effettuata. E' stata effettuata la raccolta fondi, quella sì, immancabile.

Che fine ha fatto la teologia?

La debolezza di impianto confessionale e liturgico si è riflessa sui contenuti teologici al limite del sopportabile. Il cuore del magistero - sorvolando sulle litanie mariane obbrobriose di cui sopra - è stata la rilettura delle beatitudini: beati gli imperfetti, i falliti, coloro che sono senza dimora nella chiesa, coloro che dicono di no al loro irrigidimento. Ora, le beatitudini evangeliche rasentano lo scandalo, ma trovano forza nella promessa di Gesù; le beatitudini qui proposte sono invece autentici insulti, promesse impossibili di speranze romanzate (le loro piaghe si tramuteranno in perle - falso!; faranno esperienza di cambiamento - sai che promessa!), quando non semplici idiozie (chi sarebbe il "senza dimora nella chiesa"? chi sarebbe il "non chiamato"? Giovanni Calvino è tra noi?). L'apice però si raggiunge subito dopo, con una superficialità agghiacciante i curiali si permettono di stilare una lista di maledizioni: "Guai a voi!" risuona nel Tempio di Dio. A pronunciarlo sono dei peccatori, non il Messia: sembra di essere tornati al perfidis judaeis, inteso nella sua accezione più politica e bieca. E qui chi sarebbero gli imputati? Siete voi che "mettete la legge al di sopra dell'amore (gli eslege invece sono beati); sottovalutate le persone (attenzione, l'inferno si riempie di addetti al personale mediocri); la vostra paura appesta l'aria (pastorale dell'effetto serra...); trasformate un moscerino in elefante (Darwin dove sei?); la vostra meschinità viene eretta a comandamento dell'amore (cercasi esempi reali)". Un elenco privo di scienza e di sapienza, in cui scompare ogni ombra di carità e misericordia. Il tutto chiosato dalla più imbarazzante delle sentenze: "Tranquilli! Ad ogni cosa sarà fatta giustizia". Proprio così, è un'evocazione dell'ira divina: anziché pregare per tutti, anche per tali categorie (strampalate) di maledetti, si invoca subito il giudizio. Robe da matti, robe che nemmeno prima dell’erezione dei seminari (l’oscuro Medioevo) si sentivano tanto grosse.

E qui, concluso il mio santo Rosario, lucrata l'Indulgenza plenaria in favore di un'anima purgante a Dio solo nota, fatta la mia bella genuflessione, me ne sono tornato a casa pieno di perplessità, quasi invidiando l’italiano medio, agnostico, schiavo del televisore serale. E' questo nulla che devo aspettarmi dalla Catholica?
 

27 luglio 2016

Padre Hamel, prega per noi


di Francesco Filipazzi

Ciò che temevamo da anni è accaduto. In Europa, in Francia, i terroristi islamici, inneggiando all’Isis, hanno attaccato una chiesa e ucciso un prete di 86 anni, padre Jacques Hamel.  Siamo alla svolta. Il salto di qualità del fondamentalismo in Europa è avvenuto durante una Messa in Normandia, conclusasi con il sacrificio di un sacerdote, sgozzato dopo essersi rifiutato di inginocchiarsi di fronte a chi voleva ucciderlo per la sua fede.

E’ la prima volta dai tempi del giacobinismo che accade una cosa del genere. Tutti coloro che in questi anni hanno cercato di mettere in guardia dal pericolo generato da un’immigrazione incontrollata dai paesi dove l’integralismo islamico è merce comune sono stati derisi, talvolta processati dai giudici e messi a tacere. I cristiani si sono addormentati, molti si sono fatti cullare dalle sirene del buonismo e dell’ideologia dell’accoglienza incondizionata.

Il primo prete è stato ucciso dunque, da quelli che lui stesso considerava come fratelli. Ma i suoi sentimenti di fratellanza purtroppo non sono serviti per salvarlo dalla furia di chi non è fratello di nessuno, di chi non vuole essere fratello di nessuno. Dice bene Giacobazzi: non sappiamo più che dire per farci capire.

In Francia l’attentato ha destato molto scalpore e per una volta la cristianofobia tipica di quel paese (dove è vietato girare con "croci troppo vistose") è stata dimenticata. Su Twitter il sentiment è “jesuiscatholique”. In Italia invece no, le iene non hanno taciuto. “Io non sono cattolico e non lo sarò mai” scrive qualcuno, però se muore un orso polare gli stessi usano toni da tragedia. Purtroppo il risveglio delle coscienze sarà ancora lungo, altro sangue verrà versato probabilmente. 

Oggi però noi cattolici dobbiamo essere sempre più orgogliosi di essere tali, uscire da ogni catacomba e urlare che noi siamo qui ancora una volta nella fossa dei leoni. Ricordando che un sacerdote francese di 86 anni ha rifiutato di inginocchiarsi di fronte a chi gli voleva tagliare la gola per la sua fede. 
Che ci guardi da lassù e ci dia la forza.
 

30 maggio 2016

La casuale bomba a Nagasaki e i martiri giapponesi

Amakusa Shiro
di Francesco Filipazzi
La visita di Obama in Giappone, oltre a ribadire la storica superbia degli Stati Uniti e la loro protervia nel non riconoscere che il lancio delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki è stato un crimine di guerra immane e, soprattutto nel caso di Nagasaki, inutile in quanto i giapponesi stavano già trattando la resa, offre alcuni spunti di riflessione.
E' interessante notare che proprio Nagasaki era, prima della distruzione, la capitale del cristianesimo giapponese e quindi il lancio della bomba assume dei contorni inquietanti. Perché proprio questa città e non un'altra? L'ipotesi che l'attacco sia stato diretto contro i cattolici non appare certo peregrina, dato che la bomba venne sganciata esattamente sopra la cattedrale. D'altronde gli Alleati ce l'avevano con il Papa per più di un motivo. Prove della volontà specifica di colpire i cristiani però non ce ne sono, rimangono solo le illazioni di qualche tignoso come noialtri. Anche il Cardinale Biffi si interrogò sulla questione.

La versione ufficiale è che Nagasaki sarebbe stato un porto strategico, ma a guerra finita che senso aveva distruggerla?
Fatto sta che Nagasaki era il centro del cristianesimo, in particolare del cattolicesimo giapponese, perché nelle persecuzioni avvenute nel corso dei secoli nel paese del Sol Levante, proprio in questa città migliaia di persone si votarono al martirio per non rinnegare la propria fede.

Storia di martirio
La storia del cristianesimo in Giappone è quasi tutta una storia di persecuzione e martirio, raccontata da Rino Cammilleri in un quaderno del Timone, "Shimabara No Ran, la grande rivolta dei samurai cristiani" oltre che in un libro, "Il Crocifisso dei samurai".
Cristo arrivò nel Paese del Sol Levante grazie ai gesuiti, che all'epoca erano evangelizzatori veri, nella persona di San Francesco Saverio. Il santo, giunto nel 1549, trovò un Giappone feudale, diviso in caste, nel quale la spiritualità pagana era in decadimento, un po' come era decadente la religione di Roma quando arrivarono Pietro e Paolo. Il potere politico era gestito dallo Shogun, un primo ministro scelto fra i signori feudali, i Daimyo. L'Imperatore aveva un ruolo di natura principalmente spirituale, quasi fosse un sommo sacerdote. Va detto che il paese era in preda a continue lotte intestine fra i nobili per la conquista dello Shogunato e quindi ogni elemento in grado di assicurare un vantaggio sui rivali era ben accetto. Per farla breve (rimandiamo per i dettagli al quaderno o al libro), alcuni feudatari videro nel cristianesimo una possibilità di intrattenere rapporti commerciali con gli europei e quindi si convertirono, facendo sì che tutti i loro sottoposti, fra cui i cavalieri giapponesi, cioè i Samurai, si convertissero di riflesso. Nessuno immaginava che queste conversioni con il tempo diventassero genuine.

Nel frattempo la crescita del cristianesimo stava diventando un problema per le altre religioni presenti in Giappone, nel quale convivevano Shintoismo, culto degli Antenati e Buddhismo Zen. I monaci Zen erano abituati ad impegnarsi, anche fra loro, in lotte di potere violente per sostenere questo o quel nobile. Nota Cammilleri, che questi monaci predicavano il totale rispetto per ogni forma di vita, tanto da non schiacciare le mosche ma da scacciarle con apposite palette, salvo poi massacrarsi fra loro in modo indegno per motivi politici. I monaci quindi andarono dallo Shogun e gli dissero sostanzialmente "guarda che questi cristiani, se devono scegliere fra te e il loro Dio, scelgono il loro Dio". Un'osservazione che anche a Roma non andò giù. Lo Shogun appurò la cosa ed ebbe inizio un bagno di sangue che portò il Giappone allo stremo.

Shimabara no Ran
La persecuzione iniziò nel 1587 con il bando dei missionari, i quali però rimasero sull'isola. Il 5 febbraio 1597 allora vennero fatti crocifiggere a Nagasaki i "Ventisei martiri giapponesi", canonizzati poi da Pio IX. La persecuzione andò avanti a lungo e sistematicamente, le chiese venivano distrutte, i cristiani torturati con efferatezza inaudita e a migliaia vennero martirizzati sul Monte Unzen, sempre a Nagasaki.
I Samurai cristiani non volendo abiurare divennero samurai senza padrone, i Ronin, decidendo di andare a vivere in incognito. La situazione divenne però insostenibile, poiché oltre alle violenze inaudite ormai il Giappone era in crisi su tutti i fronti e le ingiustizie dei Daimyo erano generalizzate. Nel 1637 nella penisola di Shimabara scoppiò una rivolta.

Il popolo si ribellava dopo anni di oppressione, guidato dai Ronin, esperti nell'arte della guerra. Alla testa della rivolta c'era Shiro Amakusa, un samurai cristiano di appena sedici anni, la cui venuta era stata predetta dallo stesso San Francesco Saverio, stando agli scritti di un altro gesuita. Il carisma della persona unita all'aura profetica diedero ai ribelli una carica fortissima che permise loro di rimanere asserragliati per mesi nel castello di Hara, una struttura in rovina che i ribelli rinforzarono con palizzate di fortuna. Erano 37 mila, di cui metà donne e bambini, mentre l'altra metà erano uomini con armi leggere. Si trovarono contro 125 mila soldati pesanti giapponesi, che però non riuscirono a rompere l'assedio.
Per la cronaca, il colpo di grazia ai ribelli cristiani venne dato dagli olandesi che bombardarono il castello con le loro navi. Protestanti che, nella loro mentalità, combattevano contro i papisti. La rivolta ovviamente venne soffocata nel sangue e tutti i 37 mila cristiani vennero uccisi senza pietà. Shiro non fece seppuku, ma venne decapitato e la sua testa venne esposta a Nagasaki. Era il 1638. Oggi viene però ricordato con un mausoleo ed è una figura presente nella cultura giapponese, anche se nei manga e negli anime è spesso raffigurato come figura demoniaca.

Le "catacombe" giapponesi
La guerra civile intanto aveva stremato il Giappone e decimato l'esercito. Per questo le autorità politiche decisero di chiudere totalmente il paese, vietando l'ingresso e l'uscita. Chiunque fosse uscito sarebbe stato considerato traditore ed esiliato. Questo cristallizzò il paese, fino all'arrivo delle Navi Nere, navi da guerra americane che ruppero forzatamente l'isolamento l'8 luglio 1853, obbligando i giapponesi a commerciare con gli Usa. La ripresa dei commerci favorì il ritorno dei missionari, nonostante ai giapponesi rimanesse vietato il cristianesimo. Essi scoprirono però che il Vangelo non era per nulla scomparso. I Kakure Kirishitan, cristiani nascosti, aspettavano il ritorno dei preti da due secoli e mezzo. La situazione però era molto difficile, poiché solo gli occidentali potevano professarsi cristiani apertamente. Fino al 1899 proseguì il martirio.
Nel 1945 c'erano 120 mila cristiani, principalmente a Nagasaki, ma la bomba atomica, per la seconda volta dopo la rivolta di Shiro Amakusa, azzerò tutto.

 

14 dicembre 2015

Storia di Evgenij: il soldato russo che non rinnegò la croce

di Fabio Petrucci
«Il soldato russo Evgenij Rodionov è sepolto qui. Ha difeso la sua patria e non ha rinnegato Cristo. È stato giustiziato il 23 maggio 1996, alla periferia di Bamut». Questa iscrizione, scolpita sulla croce che sovrasta la tomba di un milite della prima guerra cecena, è l’incipit ideale per introdurre un’edificante storia di fedeltà a Cristo sublimata con la palma del martirio. Si tratta della coraggiosa storia di un soldato russo oggi venerato alla stregua di un santo, ma anche della commovente vicenda di una mamma che ha incontrato Cristo per mezzo del martirio del proprio giovane figlio.
La desolante realtà della Russia yeltsiniana e la brutalità dei fondamentalisti ceceni fanno da sfondo a un dramma che - al pari di tanti episodi recentemente accaduti ad altre latitudini - ci ricorda che quella dei martiri non è solo la storia remota dei primi seguaci di Gesù, ma una realtà sempre attuale nella vita delle comunità cristiane. E la vicenda di questo ragazzo dei sobborghi moscoviti, che non abbandonava mai la piccola croce d’argento donatagli dalla nonna, riflette in profondità l’anima cristiana del popolo russo - miracolosamente scampata a settant’anni di ateismo marxista - ed il suo complesso rapporto con le terre selvagge e bellissime del Caucaso, perennemente insanguinate dal fanatismo e dalla violenza.
Evgenij Aleksandrovič Rodionov nacque a Čibirlej, piccolo villaggio dell’oblast’ di Penza, il 23 maggio 1977. La sua era una comune famiglia sovietica, composta da genitori cresciuti sotto la cappa dell’ateismo di Stato e piuttosto indifferenti nei confronti della religione. La mamma di Ženia (vezzeggiativo di Evgenij) decise di far battezzare il bambino solo quando costui aveva già superato il primo anno di vita. A spingerla verso il battesimo di Evgenij non fu la devozione, ma il timore per la salute del bambino, associato alla credenza popolare secondo cui il battesimo avrebbe preservato le condizioni dei neonati. Come per altre famiglie sovietiche dell’epoca, spettò ad una nonna l’arduo compito di tenere viva la fiamma della fede ortodossa. E fu così che verso gli undici anni Evgenij - che nel frattempo si era trasferito con la famiglia nell’oblast’ di Mosca - tornò dalle vacanze estive con una croce ed una catenina d’argento al collo, spiegando alla madre stupita che quello era un dono della nonna, che lo aveva portato in chiesa per la confessione e la comunione. Ljubov’ - il nome della madre di Evgenij equivalente all’italiano “Amore” - tentò di dissuadere il bambino dall’indossare la croce in pubblico, ma il suo piccolo Ženia non cedette: quella croce, poi legata ad una cordicella, lo accompagnerà fino ad un orribile sepolcro di calce e terra nella lontana Cecenia.
Nel 1995 Evgenij - il cui sogno era diventare cuoco - fu chiamato a servire nell’esercito. Insieme ad altre giovanissime reclute, il futuro martire fu assegnato al servizio di guardia di frontiera in Cecenia, dove l’esercito era impegnato nella sanguinosa campagna contro i guerriglieri jihadisti. La disastrosa conduzione della campagna è stata ben descritta in un recente articolo di Mario Rimini apparso su Il Foglio: «L’Armata rossa non solo aveva cambiato nome. Non esisteva neanche più. C’era, al suo posto, l’esercito di Yeltsin. Della nuova Russia occidentale, prediletta discepola degli amici d’America. Un’armata brancaleone di ragazzini adolescenti strappati alle famiglie e scaraventati al fronte. Mezzi antiquati e colonne sbandate. Strategie militari da prima guerra mondiale. Se un simbolo della rovina materiale, morale e umana in cui la transizione benedetta dall’America aveva gettato la Russia esiste, questo è senz’altro la campagna cecena di Pavel Grachev». Prima di partire per questo gravoso impegno Evgenij si dimostrò fedele ad un’antica tradizione russa, la quale vuole che i soldati portino con sé un nastro recante alcuni passi del Salmo 90 (91): uso immortalato anche nel celebre romanzo “Il dottor Živago” di Boris Pasternak. Nella notte del 13 febbraio 1996 Evgenij ed altri tre giovani soldati furono assegnati ad una postazione di controllo a 200 metri dalla loro base, nei pressi del montagnoso confine tra le repubbliche della Cecenia e dell'Inguscezia. Nella piccola postazione mancavano l'elettricità e gli strumenti per comunicare con la base. Ad un certo punto i giovani soldati fermarono un’ambulanza per un controllo. A bordo c’erano il guerrigliero ceceno Ruslan Chajchorev ed alcuni seguaci. Trasportavano armi. Nessuno soccorse i quattro soldati, i quali - giovani e inesperti com’erano - furono rapiti. Tra i superiori si diffuse l’erronea convinzione che Evgenij e i suoi compagni avessero disertato. Quando Ljubov’ venne a sapere della scomparsa del figlio pensò che costui non avrebbe mai compiuto una simile azione. Si recò quindi in Cecenia, determinata a ritrovare suo figlio, e scoprì che era stato rapito. Nel suo peregrinare in quelle terre dilaniate dalla guerra, Ljubov’ conobbe la forza della preghiera ed in Inguscezia ricevette il sostegno materiale e spirituale di un sacerdote ortodosso. Lì, per la prima volta, si accostò alla comunione. Dopo circa 100 giorni di prigionia e indescrivibili torture, il 23 maggio 1996, nel giorno del suo diciannovesimo compleanno, Evgenij fu ucciso nel villaggio di Bamut. Conosciamo le circostanze dell’esecuzione grazie ai colloqui intercorsi tra Ljubov’ e l’assassino del figlio, Ruslan Chajchorev. I due ebbero 17 colloqui a partire dal settembre 1996, nel corso dei quali il terrorista ceceno (morto nel 1999) svelò di aver dato ad Evgenij l’opportunità di sopravvivere, concedendogli la scelta tra la conversione all’islam - spogliandosi della croce e unendosi al jihad antirusso - o la morte. Avendo deciso di non rinnegare la sua fede cristiana, Rodionov fu decapitato con una sega arrugginita. La brutale esecuzione avrebbe richiesto circa un’ora per essere ultimata e sarebbe stata anche filmata. Il corpo di Evgenij, privo della testa, fu gettato in un cratere conseguente ad un bombardamento e ricoperto di calce e terra. Al suo fianco c’erano i cadaveri dei tre compagni. Il giorno dopo le truppe russe arrivarono a Bamut. Troppo tardi.
Ljubov’ continuò a vagare per la Cecenia, incontrando madri di altri soldati scomparsi e cercando contatti con i guerriglieri ceceni. Dopo i colloqui con Chajchorev, la madre di Evgenij riuscì a scoprire il luogo di sepoltura. Quest’informazione le costò 100 mila rubli da pagare ai carnefici del figlio, ipotecando la casa. Quando le operazioni di disseppellimento ebbero luogo, Ljubov’ ebbe la conferma definitiva della morte di Ženia. Accanto al corpo del ragazzo fu trovata la piccola croce d’argento da cui non si staccava mai. Era macchiata di sangue. Cinque giorni dopo il funerale a Satino-Russkoe, vicino Mosca, il padre del soldato Rodionov morì. Successivamente Ljubov’ tornò in Cecenia per recuperare la testa del figlio.
Il ricordo dell’eroica fedeltà dimostrata da Evgenij si è diffuso in un crescendo di devozione popolare ed orgoglio nazionale. Per anni la sua croce è stata esposta sull’altare di una chiesa moscovita dedicata a San Nicola. Sono numerose le icone che lo raffigurano, a volte in una veste rossa, a volte armato, a volte con in mano una croce, ma sempre con l’aureola simbolo della santità. E sebbene la Chiesa ortodossa russa si sia dimostrata prudente sulla possibilità di una canonizzazione ufficiale, il culto di questo giovane eroe della fede non è stato scoraggiato dalle gerarchie ortodosse. La sua biografia, scritta dall’arciprete Aleksandr Šargunov, ha ricevuto la benedizione del defunto patriarca di Mosca Alessio II, mentre Dmitrij Smirnov, responsabile del dipartimento per la cooperazione con le Forze Armate del Patriarcato, ha affermato che il soldato verrà sicuramente canonizzato, nonostante le difficoltà e le lungaggini del processo. Anche le autorità politiche gli hanno tributato onore, decorandolo con l’”Ordine del Coraggio”.
Se da un lato la storia di Evgenij Rodionov non può che alimentare l’umana tristezza per una giovane vita barbaramente spezzata, dall’altro edifica - grazie all’alto valore della testimonianza di un ragazzo divenuto martire - e fa riflettere sul grande cuore cristiano della Russia, sopravvissuto a immani prove ed indicibili persecuzioni.
 

28 marzo 2015

Gabriel Garcia Moreno, la Politica al servizio di Cristo Re


di Giacomo Catilina


“morì vittima della Fede e della Carità cristiana per il suo amato paese” (Papa Pio IX)

Oggi nel nostro paese sembrerebbe essersi in gran parte perso quell’orientamento che ogni cattolico impegnato in politica, qualunque sia il suo partito o schieramento, deve tenere ben presente nel suo operare al governo piuttosto che all’opposizione, orientamento che in passato vide un capo di stato di un continente molto distante dal nostro mantenerlo anche a costo della vita: fu il caso di Gabriel Garcia Moreno, due volte presidente dell’Ecuador nel corso della seconda metà dell’800.

Garcia Moreno nacque la Vigilia di Natale del 1821, figlio di Gabriel Garcia y Gomez, mercante di origine spagnola, e María de las Mercedes Moreno y Morán de Buitrón, aristocratica creola di Guayaquil. Negli anni della sua giovinezza, convinto di avere la vocazione per il sacerdozio, trascorse un periodo in seminario per poi lasciarlo allo scopo di diventare avvocato. Una volta laureatosi in giurisprudenza e teologia, iniziò a lavorare come giornalista, impiego che gli consentì di mostrare pubblicamente la sua opposizione al governo liberale dell’epoca. In seguito ai suoi due viaggi in Europa (rispettivamente nel 1848 e nel 1854) potette rendersi conto degli sconvolgimenti rivoluzionari che infestavano il Vecchio Continente, esperienza che giocò un importante ruolo nello sviluppo delle sue posizioni politiche come riconobbe il giornalista francese Louis Veulliot: “In una terra straniera, solitario e sconosciuto, García Moreno si preparava a governare. Apprese tutto ciò che gli era necessario per governare una nazione, originariamente cristiana ma ora rapidamente decadente verso una condizione quasi selvaggia. Parigi, che è ad un tempo città cristiana e pagana, è precisamente il luogo dove poté meglio imparare la lezione di cui aveva bisogno, giacché i due opposti elementi si affrontano colà in un perpetuo conflitto. Parigi è una scuola per preti e martiri, è anche una manifattura di anticristi e assassini. Il futuro presidente dell'Ecuador fissò il suo sguardo sul bene e sul male, e quando ripartì per la sua patria lontana, la sua scelta era matura.”.

Tornato nel natìo Ecuador nel 1856, decise di intraprendere la carriera politica all’opposizione del governo anti-clericale del periodo, venendo alle elezioni del 1861 eletto presidente per un mandato di quattro anni (pur essendo lui monarchico e sostenitore dell’idea che un principe spagnolo avrebbe dovuto governare il paese).

Fu l’unico capo di stato a protestare formalmente per la presa di Roma del 20 settembre 1870 e l’annessione dello Stato Pontificio nel Regno d’Italia.

Uomo estremamente devoto, andava a Messa e si comunicava tutti i giorni (pratica all’epoca poco comune anche per i cattolici più assidui), oltre che far visita al SS. Sacramento quotidianamente.

Durante la sua presidenza l’Ecuador conobbe uno sviluppo notevolissimo in diversi campi, diventando il primo paese dell’America Latina in quanto a istruzione superiore e sviluppo scientifico, si ricordi a riguardo la fondazione di numerose scuole gratuite, l’obbligatorietà dell’istruzione fino ai 12 anni e l’inaugurazione del Politecnico di Quito, dell’Accademia di Belle Arti e del Conservatorio. Fu sua la decisione di inviare i gesuiti a civilizzare le tribù indigene, e suo il progetto di un imponente sviluppo di rete stradale che consentì al paese di vivere una stagione di intenso sviluppo reso possibile grazie alle infrastrutture da lui create. La sua politica economica permise inoltre di aumentare per un terzo il salario medio e di ridurre sensibilmente la pressione fiscale. Le stime parlano inoltre di un raddoppio delle rendite ecuadoriane avvenuto tra il 1869 e il 1872.

Nel 1873 ottenne l’approvazione parlamentare per consacrare l’Ecuador al Sacro Cuore di Gesù: “Il Congresso, considerato che questo atto, il più efficace per conservare la fede, è nello stesso tempo il miglior mezzo per assicurare il progresso e la prosperità dello Stato, decreta che la Repubblica, consacrata al Cuore di Gesù, lo adotti per suo Patrono e Protettore. La festa del Sacro Cuore, festa civile di prima classe, ci celebrerà in tutte le cattedrali con la più grande solennità. Inoltre verrà eretto in ogni cattedrale un altare al Sacro Cuore, sul quale sarà collocata a spese dello Stato una lapide commemorativa che porterà inciso il presente decreto”.

Dopo la sua seconda elezione del 1875 Garcia Moreno era consapevole che la sua stessa vita si trovasse in pericolo: scrisse per questo a Papa Pio IX, chiedendogli di venire benedetto: “Vorrei ricevere la Vostra benedizione prima di quel giorno, perché io abbia la forza e la luce di cui ho tanto bisogno per essere fino alla fine un figlio fedele del nostro Redentore e un servo leale e obbediente del Suo Infallibile Vicario. Ora che le Logge Massoniche dei paesi vicini, istigate dalla Germania, stanno vomitando contro di me ogni sorta di atroce insulto e di orribile calunnia, ora che le Logge stanno segretamente cospirando per il mio assassinio, ho bisogno più che mai della divina protezione perché possa vivere e morire in difesa della nostra santa religione e dell'amata repubblica che sono chiamato ancora una volta a governare”.


Gabriel Garcia Moreno fu assassinato il 6 agosto del 1875 appena fuori dalla cattedrale di Quito, davanti agli aguzzini che lo colpivano con coltelli e proiettili gridando “muori, assassino della libertà” trovò la forza di pronunciare le sue ultime parole: “¡Dios no muere!” (Dio non muore), come a ricordare ai suoi carnefici quella promessa fatta a Pietro da Cristo stesso: “le porte degli inferi non prevarranno su di Essa”.

Il suo assassinio darà il via ad uno dei periodi più bui della storia ecuadoriana, caratterizzato da colpi di stato, dalla confisca dei beni della Chiesa, dall’omicidio di vescovi e da un clima di persecuzione religiosa.


Il giornalista Loius Veulliot, successivamente alla morte di Garcia Moreno, scrisse: “Egli ha dato un esempio unico nel mondo e nei tempi in cui è vissuto; egli è stato il vanto del suo Paese; la sua morte un bene fors’anche più grande, in quanto per essa ha dimostrato a tutto il genere umano quali capi Dio può dargli ed a quali miserabili esso si affida nella sua follia”.
Papa Pio IX fece erigere a Roma un monumento in suo onore nell’Istituto Pio Latino Americano.

 

10 marzo 2015

Edmund Campion, martire d'Inghilterra


di Giacomo Catilina


“Come l’effusione del sangue di Cristo, così l’oblazione che i martiri fanno della loro vita diventa in virtù della loro unione col Sacrificio di Cristo una sorgente di vita e di fertilità spirituale per la Chiesa e per il mondo intero.”
Dall’omelia di Papa Paolo VI in occasione della canonizzazione dei Quaranta Martiri dell’Inghilterra e del Galles

Tra gli innumerevoli inglesi colpiti dalla mannaia delle persecuzioni anti-cattoliche iniziate nel periodo immediatamente successivo allo scisma di Enrico VIII, ve ne sono 40 in particolare che sono stati elevati agli altari da Papa Paolo VI il 25 ottobre 1970. Tra questi la figura di Sant’Edmund Campion (1540 – 1581) viene ricordata dallo scrittore e sacerdote inglese Robert Hugh Benson nel suo romanzo Con Quale Autorità?, che parla delle travagliate vicende dei cattolici durante il regno di Elisabetta I, descrivendo anche le vicissitudini del Santo gesuita che operò clandestinamente il suo ministero in Inghilterra.

Edmund Campion nacque a Londra il 25 gennaio 1540 da genitori che abbandonarono la Fede cattolica in favore del protestantesimo. Quando il vescovo anglicano di Gloucester lo scelse come successore e lo ordinò diacono nacquero in lui i primi rimorsi, che lo porteranno nel 1569 a lasciare l’Inghilterra alla volta di Dublino, città nella quale aderì al Cattolicesimo. Dovette successivamente rifugiarsi a Douai (Francia), città dove si trovava un importante seminario nel quale potette essere ordinato suddiacono. La sua vocazione si trovò riposta nell’ordine della Compagnia di Gesù, nel quale entrò nel 1573 e, dopo un periodo di insegnamento a Praga, ricevette il Sacramento dell’Ordine nel 1578. Appena due anni dopo venne inviato in Inghilterra per portare conforto a coloro che, nonostante le persecuzioni, erano rimasti fedeli al Papa e rifiutavano di riconoscere nel re il capo della chiesa inglese, riuscendo a sbarcare sull’isola in incognito. Mentre si trovava a Londra pronunciò un discorso che ebbe talmente tanta risonanza che la regina Elisabetta in persona ordinò la sua cattura. A causa di ciò dovette proseguire la sua opera senza una dimora fissa, e questo fu il periodo nel quale fece produrre in segreto (e distribuire di nascosto a Oxford nella chiesa di Santa Maria) un opuscolo che evidenziava gli errori dell’anglicanesimo e che quindi invitava la regina a tornare in seno alla Chiesa di Roma. Precedentemente a ciò fece una dichiarazione nella quale affermava la volontà dei gesuiti presenti in Inghilterra di continuare il loro apostolato anche a costo della vita, chiedendo inoltre di poter avere un dibattito con Lords ed esperti di teologia di fede anglicana.

Scoperto il 16 luglio 1581 a celebrare clandestinamente una Messa venne arrestato e portato nella Torre di Londra, e durante la sua prigionia né le torture né le lusinghe della regina Elisabetta lo porteranno a riconoscere il re d’Inghilterra come supremo capo della chiesa inglese a discapito del Papa.
La sua morte avvenne l’1 dicembre 1581, giorno in cui salì sul patibolo di Tyburn per esservi impiccato e successivamente squartato. Con il collo già stretto nella morsa del cappio dichiarò di morire nella Fede cattolica e di rispettare l’autorità della regina.
Nel 1886 Leone XIII beatificherà questo martire d’Inghilterra, che sarà proclamato Santo da Paolo VI nel 1970. La festa in onore di quest’uomo “che fin da giovane aveva fatto professione di fede cattolica, ammesso a Roma nella Compagnia di Gesù e ordinato sacerdote a Praga, tornò in patria, dove, per essersi adoperato nel confortare gli animi dei fedeli con la sua parola e i suoi scritti, fu ucciso, dopo molti tormenti, a Tyburn.” (Martirologio Romano) cade il primo dicembre.
 “ <<A quanto pare>> rispose Campion guardando impavido la folla <<non si vuole concedermi di parlare, ma almeno voglio dire che, come è vero che Dio è mio giudice, io non ho mai preso parte a nessuna cospirazione. Perdono ai giurati che mi hanno condannato poiché essi sono stati tratti in inganno; perdono a tutti coloro che hanno macchinato la mia morte o che in qualsiasi modo mi hanno fatto del male, come spero di essere anch’io perdonato; e chiedo in special modo perdono a coloro dei quali ho rivelato il nome durante la tortura nella certezza che non sarebbe stato fatto loro alcun male, avendone avuto la promessa dal consiglio stesso.>>
Poi chiuse gli occhi e dal movimento delle sue labbra Anthony capì che stava pregando.
A un tratto qualcuno dietro al carretto gridò che la regina non puniva nessuno per la sua religione, ma queste parole furono accolte con un mormorio di incredulità e di protesta.
<<Campion>> gridò un altro <<rinnega lei il Papa?>>
<<Io sono cattolico>> rispose tranquillo il condannato e si rimise a pregare.
<<Signor Campion, signor Campion>> disse allora uno dei ministri. <<Rinunci al papismo e dica: “Cristo, abbi pietà di me”>>.
<<Lei e io non siamo della stessa religione, quindi la prego di non insistere; io non impedisco agli altri di pregare, desidero soltanto che coloro i quali sono della mia stessa fede preghino con me, e nella mai agonia recitino un solo Credo>> e così dicendo richiuse gli occhi.
Pater noster qui es in coelis…
<<Preghi in inglese, preghi in inglese>> gridò un altro ministro.
Ma il prete, sebbene i suoi avversari cercassero di non lasciargli pace neppure nei suoi ultimi istanti, rispose con un sorriso, che strappò un singhiozzo di compassione e di amore ad Anthony.
<<Pregherò Dio nella lingua ch’Egli e io intendiamo.>>
<<Signor Campion, chieda persono a Sua Maestà, e se lei è un suddito fedele preghi Iddio per essa.>>
<<In che cosa l’ho io offesa? Verso di essa io sono innocente; oh, vogliate credere a queste che sono le mie ultime parole: ho pregato e prego per essa.>>
<<Ah, ma per quale regina? Per Elisabetta?>>
<<Sì, per Elisabetta, per la vostra e mia regina alla quale auguro un lungo e felice regno.>>
Si udì un colpo di frusta e il calpestio di un cavallo; la folla ondeggiò, mentre da essa si sollevava un cupo rumore simile a quello di onde che si infrangono sulla spiaggia; nello stesso istante si vide la figura di Campion barcollare sul carro, che gli sfuggiva di sotto i piedi.
Anthony chiuse gli occhi; le grida della folla diventarono più forti; poi di nuovo risonò la dolce, sonora voce del prete:
<<Muoio da vero cattolico…>>.
Il giovane continuava a tenere gli occhi chiusi e il capo basso; forti singhiozzi gli sollevavano il petto.
Ah! Il prete era adesso in agonia! Quell’improvviso grido generale, seguito da un profondo silenzio, ne era certo la prova.
Ma che cosa aveva chiesto Campion? Un solo credo?
<<Credo in Dio, padre Onnipotente…>>
Ora forte ora sommesso s’innalzava dalla folla un mesto confuso suono di voci; erano i cattolici che impavidi, in un impeto di amore e di dolore, si stringevano e pregavano attorno a lui.
Gesù, Gesù, salvalo! Sii il suo salvatore!
Maria, prega per lui, prega per lui!
Credo in Deum Patrem omnipotentem…
Passus sub Pontio Pilato…
Crocifisso, morto e sepolto…
La remissione dei peccati…
E la vita eterna…


Anthony chinò la testa sulla criniera del suo cavallo.” (Passo del romanzo Con Quale Autorità? di Roberth Hugh Benson, edizioni BUR, pp. 176-178)

 

30 ottobre 2014

Sperando contro ogni speranza – incontro con padre Louis Raphael Sako


di Stefano Sala

“A dirla in breve, come è l'anima nel corpo, così nel mondo sono i cristiani.  L'anima è diffusa in tutte le parti del corpo e i cristiani nelle città della terra. L'anima abita nel corpo, ma non è del corpo; i cristiani abitano nel mondo, ma non sono del mondo.” (lettera a Diogneto)

Ma cosa ne è di un corpo senz’anima?
Sono molte ormai le zone del mondo dove i cristiani vengono perseguitati in quanto tali, ma probabilmente come è molto in voga pensare che l’anima non conti, o non ci sia, così forse qualcuno pensa che la scomparsa dei cristiani non sarebbe poi un gran problema per il corpo-mondo. E la scomparsa dei cristiani nelle aree dove sono maggiormente colpiti, davvero interessa e coinvolge noi cristiani d’occidente?
Il patriarca dei cristiani caldei dell’Iraq, padre Louis Raphael Sako, martedì 21 ottobre è venuto a parlare al teatro Dal Verme di Milano di fronte a una folta platea, proprio per farci sentire coinvolti dalla sorte dei 120 mila cristiani (in costante aumento) della piana di Ninive che da quest’estate han dovuto lasciare le loro case in fuga dall’estremismo islamista dell’Isis. L’incontro “Sperando contro ogni speranza” è stato reso possibile dalla fondazione Tempi e il Centro Culturale di Milano in collaborazione con l’Arcidiocesi, rappresentata dal vicario don Luca Bressan, che ha aperto l’incontro portando i saluti dell’arcivescovo. E’ stato un dialogo breve ma intenso tra il giornalista di Tempi Rodolfo Casadei e padre Sako, presentato dal direttore del cMc Camillo Fornasieri.

Padre Sako ha raccontato della sua gente, delle famiglie che han dovuto lasciare ogni cosa da un giorno all’altro, famiglie alle quali abbiamo potuto dare concretamente un volto grazie al filmato di Casadei che ad agosto ha potuto visitare le comunità cristiane e yazide, migliaia di persone in alloggi di fortuna, case ridotte a qualche materasso per terra e lenzuola come pareti. Questa gente ci dice Sako ha la speranza di tornare alle proprie case, anche se molti decidono di scappare in occidente perché non hanno più niente e temono che né l’esercito nazionale, né quello curdo, molto meglio organizzato, riescano a restituire loro ciò che hanno perso. Anche rispetto all’intervento della coalizione internazionale, a guida americana, nutre dubbi sulla sua reale efficacia, se limitata all’intervento aereo; così come dubita dell’utilità di piccoli gruppi di cristiani armati che sono sorti presso alcune comunità colpite dall’Isis: le definisce un vero e proprio suicidio, suggerendo come sarebbe meglio per i cristiani partecipare alle formazioni dell’esercito curdo o iracheno. La gente non si aspetta troppo da queste soluzioni politico-militari, che già hanno portato al passaggio da una dittatura all’anarchia più violenta, ma chiedono da parte nostra vicinanza e preghiera. Hanno bisogno di sentire che non sono soli, ma che c’è una comunità che a loro pensa e che per loro prega. E qui il patriarca esorta i presenti e i cristiani d’occidente tutti a “tornare alla propria religione”, a viverla e a non vergognarsene, davanti al nostro mondo secolarizzato e davanti ai musulmani, ricordandoci che grazie ai cristiani d’Europa il cristianesimo è arrivato in Africa e in Asia. Ci sollecita ad essere forti nella fede, e ad essere ovunque una sola Chiesa, ricordandoci che ogni cristiano, nel suo essere tale, è missionario, è mandato.
Afferma anche in modo chiaro che le armi saranno insufficienti se il mondo musulmano non vorrà una volta per tutte cambiare, promuovendo una nuova cultura, modificando i programmi di educazione religiosa, perché non siano più improntati al pregiudizio nei confronti di cristiani ed ebrei, fomentando una cultura dell’odio che non lascia spazio a orizzonti di giustizia e di pace. E’ deciso quando chiede maggiore trasparenza e correttezza dalle guide delle comunità musulmane, perché nelle moschee parlino maggiormente di pace e promuovano il rifiuto della violenza e dell’estremismo. A proposito dell’ambiguità cita una lettera aperta di capi religiosi musulmani dove si condanna l’estremismo, ma nella quale si usa il termine “tolleranza” in modo del tutto inadeguato e pericolosamente interpretabile, come se con “tolleranza” si volesse dire “Io  permetto che tu viva, anche se non lo meriteresti”. Con queste premesse è impossibile parlare di rispetto reciproco. Aggiunge ancora che una condizione essenziale per un cambiamento del mondo musulmano è che venga anteposto il principio di cittadinanza a quello di appartenenza religiosa, perché questa non sia una discriminante nella vita civile e sociale dell’individuo.
Padre Raphael Louis, che davvero vive ogni giorno in una condizione che umanamente, razionalmente, potrebbe indurre chiunque alla disperazione, è stato con le sue parole e la sua presenza testimone di Speranza. Lui in questa situazione ha deciso di rimanere, di essere il patriarca dei cristiani e anche dei musulmani, convinto che le cose dovranno e potranno cambiare.

E noi? Sapremo raccogliere il suo invito al coraggio di testimoniare la nostra fede, così da essere ovunque una sola Chiesa? Una testimonianza che, per ora, non ci chiede il prezzo del sangue, ma che è ormai evidente come non sia più così scontata, e soprattutto accettata dagli ambienti “che contano”. Intanto accogliamo l’invito di padre Rapahel Louis Sako a prendere coscienza della situazione dei cristiani in Iraq, e a pregare per loro.
Questo, per ora, possiamo farlo. Questo, per ora, ce lo lasciano ancora fare.


 

27 ottobre 2014

Le vittime cattoliche del terrorismo in Argentina


“Se un giorno mi toccherà morire di morte violenta, pregherò Dio perché perdoni gli assassini” (Raùl Alberto Amalong)

di Giacomo Catilina

Per coloro che vantano una certa conoscenza della storia dell’Argentina degli anni ’70 il giorno 24 marzo sarà ricordato come quello in cui ebbe inizio quel regime militare che andò dal 1976 al 1984, che provocò migliaia di desaparecidos e violò sistematicamente le libertà ed i diritti civili. Difficilmente però saranno a conoscenza in molti delle numerose morti violente provocate in quegli stessi anni dalle azioni terroristiche di gruppi come i montoneros (peronisti di sinistra) piuttosto che l’ERP (Ejercito Revolucionario del Pueblo, formazione di orientamento trotzkista), quando la realtà tristemente poco nota è che, stando alle stime contenute nel saggio Los Otros Muertos – Las victimas civiles del terrorismo guerrillero de los 70 di Carlos A. Manfroni e Victoria E. Villarruel, 1.094 persone trovarono la morte a causa delle organizzazioni guerrigliere nella sola decade degli anni ’70, anche prima quindi dell’avvento al potere dei militari.


Tra queste vittime vi sono alcune figure di intellettuali cattolici (Carlos Alberto Sacheri e Jordàn Bruno Genta) e di un membro dell’Azione Cattolica (Raùl Alberto Amelong) che a parer mio meritano di essere presentate anche ad un pubblico italiano.

Carlos Alberto Sacheri nacque a Buenos Aires il 22 ottobre del 1933 mostrando sin dalla sua gioventù grande virtù cristiana ed elevate capacità intellettuali. Nel 1963 conseguì la laurea in filosofia all’Università Laval de Quebec in Canada e nel 1968 ottenne il dottorato in filosofia (con Lode) nella medesima accademia, lavorando in seguito come insegnante di metodologia scientifica e della filosofia sociale alla Pontifica Università Cattolica Argentina, di filosofia e storia delle idee filosofiche all’Università Nazionale di Buenos Aires, di etica e filosofia sociale nel Institute de Philosophie Comparée di Parigi, di filosofia sociale e teoria dei valori all’Università di Laval in Canada. Fu inoltre segretario della Società Tomista Argentina, nonché uno dei suoi propulsori. Collaborò con diverse riviste, sia argentine che straniere, quali Philosophia, Les Cahiers du Droit e Presencia. La sua opera scritta più famosa risale al 1971 e ha come titolo La Iglesia Clandestina, nella quale denunciò le infiltrazioni marxiste all’interno della Chiesa Cattolica. Domenica 22 dicembre del 1974 Carlos Sacheri venne assassinato da dei membri dell’ERP-22 de Agosto (frazione dell’ERP staccatasi da esso nel 1973) con un colpo di pistola alla testa sparatogli mentre si trovata in macchina per tornare a casa da Messa con tutta la sua famiglia. Sua moglie e i suoi sette figli (il maggiore di 14 e la minore di 2 anni) dovettero assistere all’omicidio.

Jordàn Bruno Genta, nato il 2 ottobre 1909, ebbe un padre anticlericale ed ateo che non fece battezzare né lui né i suoi tre fratelli, mentre non ebbe la possibilità di conoscere la madre dato che ella morì quando era ancora un bambino. Abbracciò l’ideologia marxista durante i suoi studi universitari alla facoltà di lettere e filosofia, e successivamente si sposò con Maria Lilia Losada col rito civile nel ’34. Diagnosticatagli la tubercolosi, dovette recarsi a Cordoba per curarsi, città nella quale ebbe l’occasione di meditare i classici greci di Platone e Aristotele. Guarito nel 1935 potette trasferirsi con la moglie a Paranà, dove lavorò come insegnante nell’Università Nazionale del Litoral, conoscendo in questa sede l’opera di San Tommaso d’Aquino tramite gli scritti di Jacques Maritain. Sarà grazie ai dibattiti sul Cattolicesimo con il suo amico e professore del Seminario Diocesano Juan Ramón Álvarez Prado che ottenne la Grazia di una conversione, la quale lo porterà a ricevere il Battesimo e a sposarsi religiosamente con la Losada nel 1940, a 31 anni di età. La sua Prima Comunione risale invece al 1952, quando di anni ne aveva 42. Costretto a dimettersi dall’insegnamento per la sua opposizione al governo di Juan Domingo Peròn, potrà tornare al suo posto di lavoro in seguito alla Revoluciòn Libertadora (golpe civico-militare che detronizzò Peròn) del 1955, arrivando a divenire rettore dell’Istituto Nazionale del Professorato. A causa dell’abbandono del marxismo dovuto alla sua conversione al Cattolicesimo e alla sua denuncia degli errori di tale ideologia (culminata nel 1960 con la pubblicazione del suo saggio intitolato Libre examen y comunismo) si attirerà gli strali della sinistra radicale, che lo porteranno alla morte il 27 ottobre 1974, giorno della Festa di Cristo Re. Quella domenica mattina, mentre stava uscendo dalla sua abitazione di Buenos Aires per recarsi alla Messa, dei membri del gruppo ERP-22 de Agosto lo assassinarono a colpi di arma da fuoco davanti alla sua famiglia.

Raùl Alberto Amelong non fu, contrariamente a Sacheri e Genta, un uomo di pensiero ma un semplice membro dell’Azione Cattolica argentina che svolgeva il lavoro di manager dell’industria siderurgica Acindar. Uomo dalla Fede profondissima (sarà grazie alla sua fervente devozione che ebbe due vocazioni tra i suoi figli, una per il sacerdozio e due per la monacazione), confidava nella Provvidenza di Dio nonostante la consapevolezza di rischiare la vita e la certezza che il terrorismo nell’Argentina di quegli anni rimaneva sostanzialmente impunito. E’ a lui che si deve la fondazione dell’Azione Cattolica nella città di Rosario e il finanziamento della costruzione di diverse chiese, arrivando addirittura a indebitarsi per le sue opere di carità nonostante avesse un impiego redditizio. Ai primi di giugno del 1975 Amelong cadde vittima di quattro giovani che scesi da un veicolo lo uccisero a colpi di arma da fuoco, ferendo anche sua figlia Inès in una gamba. Dal giorno del suo omicidio i suoi nove figli rimasero senza padre. Questa volta gli assassini non erano militanti dell’ERP-22 de Agosto ma montoneros.

Di fronte alla morte di questi uomini viene da chiedersi quanto tempo ci vorrà prima che quel sottile ma oscurante velo del politicamente corretto si strapperà definitivamente per poter dar vita ad una seria e distaccata ricerca nei confronti delle vittime del terrorismo guerrigliero in Argentina, ricerca che possa mettere in atto l’unica opera di giustizia possibile nei confronti di quei morti: travasare la conoscenza di questi fatti da un ristretto ambito accademico a quello della memoria storica condivisa. 

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