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10 ottobre 2017

Mi piace quando taci, perché sei come assente


di Satiricus

Diceva un vecchio motto - tratto da non so dove - “mi piace quando taci, perché sei come assente”. E’ un po’ severo, ma esprime bene il modo di operare dei totalitarismi e delle élite, tra le quali merita un posto di onore Santa Madre Chiesa. Sempre meno santa e madre, ma comunque Chiesa.

L’esempio ultimo e più imbarazzante è quello del silenzio polacco registrato nelle ultime ore. Per silenzio polacco intendiamo il nulla di notizie che Avvenire, Osservatore e compagnia sedicente “cattolica” ha dedicato alla mobilitazione di un milione di polacchi intenti a recitare il rosario a difesa dell’identità culturale e religiosa della nazione.

Loro, i polacchi, che sanno bene cosa capita quando l’ideologia prevarica la fede, e che hanno già dato il loro contributo di sangue sotto un po’ tutti i totalitarismi del secolo scorso, non ci hanno pensato due volte a scendere in piazza, anzi a disporsi lungo i confini, per erigere un muro di preghiere alto fino al cielo.

Ops, errata corrige: non un muro, ma un ponte lungo fino al cielo. In realtà non cambia di molto, o forse sì? Si può supporre che i profeti della misericordia non accetteranno la revisione e per questo terranno nell’oblio l’immenso evento.

Beati voi, fratelli polacchi! Quando inizierà il tempo dell’ira sarete ben protetti, al contrario di noantri.

Del resto, perché stupirsi? La Cattolica - dovremmo forse dire la “Multinazionale” dato che alcuni popoli non sono più di suo interesse - agisce così da tempo. Pensate a quanto continua a capitare con l’uso dei riti: la Missa antica silenziata e nascosta, in primis al clero e ai seminaristi, affinché né si conosca né tanto meno si celebri e dunque possibilmente si estingua.

Come concludere? Direi con le parole di Gesù, in attesa che censurino pure quelle: “se hanno trattato così il legno verde…”


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19 settembre 2017

Il Santo Sacrificio della Messa, a 10 anni dal Summorum Pontificum


di Daniele Barale


Giovedì 14 settembre si è ricordato l'anniversario dell'entrata in vigore del Summorum Pontificum, frutto del Motu Proprio di Benedetto XVI, del 2007, a favore della "Messa di sempre". Azione che servì per dare forza a e ribadire quanto affermato durante il pontificato del Santo Padre Giovanni Paolo II attraverso l'indulto del 1984 Quattuor abhinc annos, l'indulto Ecclesia Dei adflicta del 1988. Nel 2011 è stato necessario, in risposta a sterili polemiche, realizzare in sede di Pontificia Commissione Ecclesia Dei l'istruzione Universae Ecclesiae.

La riflessione che seguirà si colloca proprio sulla via indicata dalla Tradizione bimillenaria della Chiesa Cattolica a cui gli stessi documenti citati si riferiscono. E si spera torni utile, dato che di questi tempi se ne vedono di tutti i colori, come le divisioni nel mondo cattolico. Le difficoltà nel trovare unità in campo dottrinale teologico liturgico sono causate dallo smarrimento del senso, del fine di ogni cosa, in primis della Santa Messa: la quale non è l'occasione per celebrare l'uomo, bensì assistere al Sacrificio di Cristo per la salvezza degli uomini e del mondo. Il capirlo riporta l'unità tanto agognata, che sarà tanto longeva quanto più la vita di ciascun cattolico sarà incentrata sull'Eucarestia, santissimo viatico, che ci dona l'amore forte e potente della Pasqua del Signore, vittorioso su ogni male e sulla morte.

San Francesco ricordava "L'uomo deve tremare, il mondo deve fremere, il cielo intero deve essere commosso, quando sull'altare, tra le mani del sacerdote, appare il figlio di Dio".

Dopo tali premesse, l'approfondimento. L'Antico Testamento ricorda alla storia e a tutti noi che l'uomo ha sempre ritenuto opportuno (essendo homo religiosus-viator) offrire a Dio dei sacrifici, per riconoscerlo Creatore e Signore di tutte le cose. Ma questi sacrifici erano soltanto un simbolo ed una figurazione dell'unico vero Sacrificio, quello di Gesù sulla croce. Ad essi mancava la forza per riaprire le porte del Paradiso, chiuse dal peccato di Adamo: il peccato di un uomo, creatura finita, nei confronti di Dio, il Creatore infinito, è in certo qual modo una colpa infinita, che, come tale, l'uomo da solo non potrà mai cancellare. Solo il sacrificio di Dio stesso, fattosi uomo, poteva e può attuare la redenzione. Solo l'agnello-Cristo cancella quindi tutti gli altri sacrifici, si sostituisce ad essi perché è l'unico perfetto: il sacerdote è Cristo stesso, la vittima immolata è sempre Cristo.

Ecco, così si comprende subito che durante la Messa noi "popolo cattolico" non dobbiamo fare altro che unirci in Preghiera umile e silente all'azione sacrificale - actio Christi - di Cristo-Dio sull'altare. Non a caso Pio XII definisce così, nella sua enciclica Mediator Dei, la Messa: "Culto integrale del Corpo mistico di Gesù Cristo, cioè del Capo e delle sue membra". In questo modo nella Messa possiamo capire ancora di più il Suo santo invito: "Venite a me voi che siete affaticati e oppressi e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo su di voi e imparate da me che sono mite e umile di cuore e avrete serenità nelle vostre anime" (Mt. 11,25-30).

Perciò, la liturgia della Chiesa Cattolica ha valore e senso soltanto se è diretta verso l'Alto, verso Dio. Allo stesso tempo, ha valore e senso solo se è considerata come un esercizio dell'ufficio sacerdotale di Nostro Signore Gesù Cristo, ufficio che, qui sulla terra, non è terminato con la sua ascesa al Cielo. Gesù ha voluto che il Suo sacrificio sul Calvario continuasse tutti i giorni sull'altare, fino alla fine del mondo. Per questo Egli ha dato ai Suoi apostoli e dà ai sacerdoti, diretti successori di questi, la facoltà di celebrare la Messa, e dunque di attuare realmente la "rinnovazione del Sacrificio della Croce", reso presente sull'altare in maniera incruenta, cioè senza spargimento di sangue. Sul Calvario il sacerdote era Gesù che offriva se stesso all'eterno Padre; sull'altare il vero sacerdote è Gesù che offre se stesso, hostia, per mezzo del prete altro-Cristo. Nostro Signore stesso è il vero Sommo Sacerdote di ogni Messa: il sacerdote all'altare agisce soltanto come suo strumento.
Il volere quanto descritto, ossia la Messa di sempre, come l'ha accolta, protetta e donata il Messale di San Pio V, non è la fissa di qualche fantomatica fazione intransigente nella Chiesa Cattolica; non è nemmeno una questione linguistica: certo, il latino è la lingua più appropriata per il sacro, tuttavia si può utilizzare anche l'italiano, purché il senso di quanto detto sia rispettato e il sacerdote creda alla presenza reale di Dio nella Santissima Eucarestia; ma lo scrigno contenente il tesoro a Lei più prezioso: Cristo stesso, appunto, che Ella deve dare a ogni uomo.

Ora, sarebbe meraviglioso se il contenuto di questo articolo potesse diventare il contributo di un ragazzo al prossimo sinodo per i giovani. Perché i più giovani (adulti non esclusi) hanno bisogno non di "edulcorati surrogati", ma di proposte impegnative e ricche di senso, che sappiano dare un orizzonte di valori e principi entro il e per il quale vivere e morire. E la Messa di sempre non delude in proposito, giacché assieme al latino e, di conseguenza, al canto gregoriano è realmente strumento adatto allo scopo soprannaturale della Chiesa. Lo dimostrano i tanti che sono diventati santi e che hanno compiuto opere spirituali e materiali straordinarie. Come confermano libri quali le agiografie del padre Sicari e "Fisionomie dei santi" di Hello Ernest. Inoltre, volere la Santa Messa di sempre dai e chiederlo ai sacerdoti, nel pieno rispetto del canone 212 paragrafo 3, è far valere il proprio diritto di figlio della Chiesa Cattolica Romana.

https://labaionetta.blogspot.it/2017/09/giovedi-14-settembre-si-e-ricordato.html


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23 agosto 2017

Francesco, Brandmuller o Brian Moore?


di Amicizia San Benedetto Brixia

L’intervista di Brandmuller per Die Neue Ordnung, tradotta da 1P5 e rilanciata da Marco Tosatti, è di estremo interesse e di nessuna inopportunità e ora dirò il motivo.

Correva l’anno 1973 quando Jack Gold produsse il film “The Catholics”, ispirato all’omonimo romanzo di Brian Moore e proiettato in Italia con il titolo “Il conflitto”. La trama è semplice: un monastero irlandese di osservanza tradizionale viene commissariato dal Vaticano. Il commissario è un sacerdote modernista che pratica yoga e l’obiettivo è far desistere la comunità dalla celebrazione del Vetus Ordo. Lungo il film il sacerdote riesce a ottenere il consenso dell’abate, che in virtù dell’obbedienza impone il cambio di rotta ai suoi monaci. La pellicola termina con i religiosi in ginocchio, mentre pregano il Padre Nostro, e il loro abate che - preda di forti crisi di fede - non riesce a concludere l’orazione… ma facilmente concluderà la riforma.
La sceneggiatura, a tratti un po’ lenta, tiene il pari con sorprendente tempismo alla polemica tra tradizione e progresso, superstizione e secolarismo. La domanda finale dello spettatore è semplice: ha senso obbedire in nome della fede a un superiore che abbia smarrito la fede? Mi sono sempre chiesto come si sarebbe comportata la Chiesa in casi simili, al di fuori della finzione.

Risponde a tale quesito l’articolo di Tosatti: “c’è una tradizione in questo senso che risale al V secolo, e che vedeva il papa neo-eletto comunicare la sua Professione di fede” e Brandmuller precisa che in tali confessioni, per esempio nell’Indiculum Pontificis, “il nuovo papa dichiara la vera Fede come è stata fondata da Cristo, passata da Pietro, e poi trasmessa dal suo successore fino all’ultimo, il papa neo-eletto, così come l’ha trovata nella Chiesa e che desidera ora proteggere con il suo sangue. Il nuovo papa si impegnava a confermare e difendere i decreti dei suoi predecessori. Brandmüller commenta così: E’ notevole come esplicitamente, specialmente nell’ultimo paragrafo del testo, è sottolineata la stretta conservazione di ciò che è stato dato e trasmesso; il papa promette di conservare i canoni e i decreti dei nostri papi come comandi divini”.

Interessante, dunque l’obbedienza nella fede presuppone che il superiore condivida tale fede (come attestano le dichiarazioni dei pontefici medievali) e/o si impegni a comandare ciò che ad essa è conforme (vincolandosi ai canoni e decreti e alle tradizioni ricevute).

Se convenga proporla a Francesco, non sta a me indagarlo. Che sia nei diritti-doveri di un cardinale pronunciarsi a tal riguardo, è fuor di discussione. Io perintanto mi procuro fotocopia dell’Indiculum Pontificis da tenere nel giustacuore: può sempre tornare utile con qualche parroco o parrocchiano poco versato in storia ecclesiastica e troppo incline alle mode del tempo.

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17 agosto 2017

La chiesa senza muri


di Amicizia San Benedetto Brixia

Come intrattenimento estivo propongo tre serie di immagini metaforiche della situazione ecclesiale post-moderna, particolarmente suggestive dal punto di vista tanto iconografico quanto simbolico.

La prima serie comprende gli scatti di chiese incendiate.

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Tra i molti presenti in rete mi ha sempre incuriosito quello che presenta una chiesa in fiamme, col fumo che esce dalla torre campanaria e dal tetto, le mura e la facciata ancora intonse e i fedeli schierati sul sagrato per assistere allo spettacolo. L’ho sempre ritenuta una icona eloquente del cattolicesimo contemporaneo: in fiamme, invaso dal fumo di satana, devastato eccetto che nelle fondamenta, coi fedeli cacciati fuori eppur ancora vicini, desiderosi di scoprire il futuro della propria Chiesa.

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La seconda: celebrazioni tra le rovine. Fa da contraltare alla prima serie quella di sacerdoti che devotamente celebrano tra le rovine abbandonate di qualche chiesa. In questo senso sono parecchio suggestive le celebrazioni in Rito Antico: il contrasto che si crea tra la consumazione degli edifici e l’attenzione scrupolosa dei gesti liturgici è di forte impatto. Ricordano molto bene quale sia il cuore della comunità cristiana. Correggendo alcune canzonette abusive della liturgia anni settanta, l'alternativa non è tra una chiesa di persone e una chiesa di mattoni, ma tra una chiesa di adoratori che destinano il giusto spazio al culto divino e una chiesa confusa che non sa più cosa farci in chiesa (e anche fuori di essa a giudicare dallo smarrimento sociale e morale che ci circonda).

Le due immagini che suggerisco sono: la celebrazione del ‘49 a Nagasaki, tra i resti dello scempio bellico, culmine della rivoluzione rossa e dell’implosione razionalista moderna (è Fatima a collegare il ‘17 e le due Guerre).

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E la la Messa di fronte alle rovine di quella che era la Cattedrale cattolica di Edinburgo, saccheggiata durante la “Riforma” protestante nel 1560 e abbandonata fino a farla diventare un rudere.

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Da ultimo vengono le architetture contemporanee, fortemente ispirate al tema della distruzione. Qui a Brescia ne abbiamo una di recente erezione, lo Skyline18, che effettivamente richiama né più né meno i resti di un palazzo bombardato, privo di imposte e scoperchiato in cima.

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Divagazione a parte, l’artista da citare per la terza serie della nostra rassegna è Edoardo Tresoldi, che con le sue strutture metalliche semi-trasparenti è in grado di far rivivere l’immagine di antichi edifici ora demoliti, quali la di Basilica di Siponto.

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Sebbene a dirla tutta tali capolavori, piuttosto che far rivivere, consacrino l’estinzione definitiva di detti edifici, ridotti a un’evocazione e anzi dichiarati morti per sempre proprio per il fatto che il loro posto è ora occupato da altro.

Ma come commentare l’insieme? Della prima serie ho già detto che esprime bene lo stato di corruzione religiosa attuale - iniziato da lunga pezza - mentre lascia la speranza che le fondamenta siano salve e che prima o poi si possa ricominciare a costruire.

La seconda serie immortala la realizzazione del memoriale liturgico, e memoriale significa qualcosa di trascorso che ha però la forza di rivivere realmente e concretamente oggi per edificare il domani. Ciò avviene nella Liturgia per la potenza divina dello Spirito Santo ed è efficace in ogni cuore disposto ad accoglierne la Grazia.

La terza serie - dicevo -  serve solo a fare memoria, memoria dei muri andati, e memoria significa dedicarsi a un trascorso che non c’è più se non nella fantasia di chi lo rievoca.

Le guerre, gli incidenti, i terremoti - castighi divini o meno - producono le rovine: a noi scegliere se guardarle da spettatori attoniti, fossilizzarle artisticamente o farle rinascere partendo dal loro cuore: non spettacolo spaventevole o memoria culturale, ma autentico memoriale che ravviva.
 

27 settembre 2016

Pro fidei propagatione


di Amicizia San Benedetto Brixia

La sera del 20 settembre l’Amicizia San Benedetto Brixia si è ritrovata in via straordinaria per celebrare una Sancta Missa. L’occasione è stata data dall’evento di Assisi in favore della pace.
Abbiamo ritenuto di rispondere agli appelli di Papa Francesco celebrando una Messa votiva Pro Fidei Propagatione, aggiungendo l’orazione Pro Papa
. Perché tale scelta? Non sarebbe stato più conveniente celebrare la Messa votiva Pro Pace?
In realtà è notorio che le assise di Assisi sono occasioni sommamente ambigue, quantomeno per la lettura che ne danno i giornali e le masse; che pure l’odierna convocazione non sfugga a polemiche è dimostrato, tra l’altro, dalla sua sovrapposizione-contrapposizione al Congresso eucaristico nazionale di Genova. D’altra parte la richiesta di pregare per la pace sembra opportuna più che mai e ne offro tre ragioni urgenti: 1) l’accordo firmato tra Francesco e Kirill, se ben ricordate, fu giustificato dal Patriarca russo a scongiura di conflitti imminenti; 2) Padre Amorth, celeberrimo esorcista da poco deceduto, non ha mai smesso di ricordare come le terribili profezie di Fatima siano lungi dall’essersi esaurite; 3) le ultime mosse di Obama, tra bombardamenti di siriani e pubbliche accuse ai danni di Putin (in merito si legga il parere ex parte Orientis di Dugin), non lasciano presagire nulla di buono.
Come fare dunque a unirci nella preghiera per la pace, evitando le ambiguità insite nella formula assisiana? Il formulario della Missa succitata ci è parso adatto all’uopo:

"Oratio - Deus, eus, qui omnes hómines vis salvos fíeri et ad agnitiónem veritátis veníre : mitte, quaésumus, operários in messem tuam, et da eis cum omni fidúcia loqui verbum tuum; ut sermo tuus currat et clarificétur, et omnes gentes cognóscant te solum Deum verum, et quem misísti Jesum Christum, Fílium  tuum, Dóminum nostrum : Qui tecum.

Secreta - Protéctor noster, áspice, Deus, et réspice in fáciem Christi tui, qui dedit redemptiónem semetípsum pro omnibus : et fac; ut ab ortu solis usque ad occásum magnificétur nomen tuum in géntibus, ac in omni loco sacrificétur et offerátur nómini tuo oblátio munda.
"

L’orazione ribadisce che il vero Dio è solo uno ed Egli ci ha inviato Gesù Cristo, e di qui viene la salvezza e la conoscenza della verità; la secreta chiede che sia celebrato un unico sacrificio in tutto il mondo, quello di Cristo nella Divina eucaristia. Quale augurio più bello? L’eliminazione dei sacrifici, eccetto quello del nostro Redentore, e l’affermazione dell’unico Dio, contro ogni tentazione di sincretismo. Così riconosciamo che la pace è dono che viene dall’alto e che, onorando la Trinità, ci rendiamo oggettivamente disponibili a ricevere con frutto tale dono. Altre strade non si vedono.
 

18 gennaio 2014

La Missa. Intervista ad un parroco.

di Catto Maior

Chiacchierando con un amico giovane sacerdote, siamo arrivati ben presto a parlare della messa in latino, di cui anche il sottoscritto è grandissimo ammiratore (tanto che, soprattutto in certi periodi dell'anno, assiste più al rito di Pio V che a quello post-conciliare). Per offrire a tutti un saggio delle bellezze sovrannaturali di questo rito troppo spesso bistrattato, propongo una breve intervista a questo venerabile Padre, dalla quale tutti noi possiamo trarre importanti insegnamenti e, magari, accrescere la nostra curiosità verso questa speciale celebrazione.
 

21 settembre 2013

L'indulto di Agatha Christie

di Federico Catani
Nutrire riserve sulla riforma liturgica voluta dal Concilio Vaticano II è legittimo. Lo hanno fatto i cardinali Ottaviani e Bacci con il Breve esame critico sul Novus Ordo Missae e tante altre personalità del mondo laico e cattolico, come testimonia Gianfranco Amato nel suo ultimo libro L’indulto di Agatha Christie. Come si è salvata la Messa Tridentina in Inghilterra” (Fede&Cultura, 2013, € 18, pp. 224, prefazione di mons. Luigi Negri). Amato, presidente dei Giuristi per la Vita, ricorda l’appello apparso il 6 luglio 1971 sul Times e rivolto a Paolo VI affinché venisse preservato il rito tradizionale della Messa. In calce al testo, 57 firme di eminenti personalità della cultura, dell’arte e dello spettacolo, anche non credenti. Tra queste spiccava l’anglicana Agatha Christie. Scopo dell’appello era evidenziare come l’eliminazione del rito secolare della Missa Catholica rappresentasse una grave perdita per il patrimonio culturale dell’intera umanità (p. 122).