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30 novembre 2020

Lo Spigolatore romano. Liturgia e tradizione su Facebook

Dialogo con i liturgisti che "insegnano" sui social


Da qualche tempo è comparsa su facebook la pagina "Lo Spigolatore Romano - piccole note di storia liturgica romana".  Fra dotte dissertazioni e note storiche riguardo la liturgia, la pagina offre molti strumenti per riflettere sul culto divino e la Chiesa attuale.
Li abbiamo contattati per fare loro qualche domanda sulla liturgia e la sua storia. 

Cos'è lo Spigolatore romano? I redattori della pagina sembrano molto ferrati riguardo la liturgia, potete dirci qualcosa sui vostri studi?

È una pagina nata per  pochi lettori desiderosi di approfondire piccoli aspetti della storia liturgica, che sovente si ignorano.  E' sentimento diffuso il credere  che le costumanze liturgiche preconciliari siano da vedere quasi come paradigmatiche, mentre a volte non è così. Perché anche prima dell'ultimo concilio vi erano quelli che possiamo definire "abusi" liturgici, spesso inveterati.  Le rubriche ci dicono come celebrare un rito, ma non ci dicono l'origine ed il senso di quel rito. Che sovente invece troviamo proprio nella genesi storica, che  bisogna dunque conoscere. Per tale motivo si è deciso di aprire questa pagina nonostante si conosca bene la limitatezza del mezzo utilizzato: per gettare uno sguardo sulla liturgia attraverso la sua storia. Vi collaborano diverse persone, alcune stabilmente altre saltuariamente, compatibilmente con impegni pastorali o accademici. C'è chi ha avuto l'opportunità di conoscere bene esperti come Nocent, Jungmann, Marsili, Bouyer, Righetti etc e con essi studiare; c'è pure qualcuno di molto giovane, compresa  una donna. Anche un monaco inizialmente collaborò per poi sfilarsi. E' comunque consolante costatare come siano diversi i giovani che hanno una conoscenza profonda e vasta, di alto livello accademico, della liturgia antica, che amano, e della sua storia. 

Potete definire il concetto di "rito" e quello di "liturgia"?

Al di là dell'etimologia, nella Bibbia dei LXX il termine "liturgia" indica sempre il culto pubblico ed ufficiale. In tale senso  in ambito cristiano lo si usa praticamente da sempre per indicare il culto pubblico reso a Dio dalla Chiesa. Rito invece indica un determinato modo  di esercitare tale culto. E' evidente che in origine il rito era unico essendosi la liturgia cristiana sviluppata a Gerusalemme, e solo in seguito, col diffondersi del cristianesimo, ci sono state delle diversificazioni che hanno poi portato alla nascita dei vari riti liturgici i quali hanno pure potuto influenzarsi in qualche modo a vicenda.

Sappiamo che nel corso dei secoli, anche prima del fatidico 1969 la liturgia ha subito dei cambiamenti, anche notevoli. Possiamo parlare quindi di "evoluzione della liturgia"?

Certo nel corso dei secoli la liturgia ha subito modifiche, a volte in maniera insensibile e non programmata ma tante volte  per la volontà esplicita di apportare variazioni, cioè le cosiddette "riforme liturgiche", che non sempre sono state felici. Ora, alcune di tali riforme sono realmente intoccabili (pensiamo, ad esempio, all'inserimento del Sanctus che il rito romano in origine non aveva, etc.) ma tante altre riforme sono realmente da riconsiderare, anche perché oggettivamente hanno creato un impoverimento; facciamo un  esempio: la colletta di Pasqua che tuttora si trova nel messale del 1962  è il risultato di una alterazione fatta ai tempi di san Gregorio Magno quando si tagliò l'ultima frase per sostituirla con  quella appunto tuttora presente nel messale antico.
Anche un bambino delle elementari si rende conto di quanto povera sia la frase tuttora in uso se paragonata con quella originaria presente negli antichi sacramentari. Proprio tale frase il messale di Paolo VI ha cercato di riportare alla bellezza originaria, ma la tentazione neomodernista di metter le mani su tutto ha finito non per recuperare il meraviglioso testo originario, bensì per crearne uno nuovo visto che la frase originaria, pur recuperata,  è stata però nuovamente  manomessa! L'"evoluzionismo" liturgico neomodernistico consiste nella contraddittoria tendenza a recuperare materiale eucologico antico ma pure ad usarlo solo dopo averlo ulteriormente manomesso per adattarlo a quella che si crede essere l'esigenza moderna. Nel caso della colletta in questione l'adattamento fatto dal messale del 1969 consiste nell'eliminare il riferimento alla morte spirituale che produce il peccato.  

Tralasciando tutte le dissertazioni relative alla riforma del 1969, verso la quale ormai l'interesse è scarso (è stato già detto tutto), facciamo un passo indietro. Anche voi di recente avete scritto che il rito tridentino abbisognasse di cambiamenti. Voi che rito immaginate?

Il rito detto "tridentino"  necessitava di restauro. Visto che tale restauro non è stato fatto, e considerato che gli interventi fatti sotto Pio XII più che restaurare hanno manomesso, ne consegue che tuttora il rito antico necessita di essere restaurato. In questo Sacrosanctum Concilium ha visto bene, ma restaurare non significa demolire per poi ricostruire mentre la riforma del 1969 ha fatto proprio questo: ha demolito il rito fin dalle fondamenta per poi ricostruirlo tutto ex novo pur se usando molte delle  macerie prodotte dalla demolizione. Il rito antico necessita certamente di qualche cambiamento, ma nel senso che si devono eliminare certe riforme poco felici che ha dovuto subire, certe costumanze che noi amiamo definire scostumamanze, e ridargli quindi il suo splendore. Ciò di cui necessita il rito antico è un restauro scientifico. Per capirlo possiamo fare un esempio: negli anni scorsi si sono restaurati gli affreschi della cappella Sistina. Quel restauro è consistito, sia in un accurato studio preliminare, e poi in una eliminazione degli strati di colle poste nei secoli che col tempo si erano  scurite rendendo i cromatismi tipici di Michelangelo quasi in bianco e nero. Ecco, il rito antico necessita di essere liberato dall'inevitabile strato di polvere che coi secoli si è sedimentato sopra, e pure dai risultati di qualche improvvido intervento di riforma che ne ha alterato la bellezza originaria. 
In generale dunque non è però il rito che si deve cambiare ma il nostro approccio ad esso. La nostra comprensione di esso, quasi l'uso che ne facciamo. Tuttora ad esempio  tanti confratelli lo celebrano dando l'impressione di farlo  macchinalmente; il rito antico possiamo dire che più che celebrato va vissuto per quello che è:  un essere ammessi alla presenza di Dio per offrirgli il Sacrificio di suo Figlio. Noi dunque non immaginiamo nessun rito diverso da quello che si ha in base alle rubriche che lo regolano illuminate dalla storia liturgica che sovente ce ne disvela il senso. E così come il sacerdote non celebra senza il messale, altrettanto devono imparare a fare (chi già non lo fa) i fedeli usando il messalino che, per chi ne ha bisogno, contiene pure la traduzione.

Tornando ancora più indietro. Anche San Pio V non è esente da "critiche".  Ad esempio, l'abolizione delle sequenze è stato un impoverimento notevole. Per quale motivo venne operata questa scelta? Quali altri tratti  della liturgia medievale scomparvero?

La riforma liturgica di san Pio V è forse quella più rispettosa della liturgia, del suo spirito e del suo sviluppo organico. Sintetizzando al massimo san Pio V ha solo tolto alcuni elementi liturgici recenziori, come quasi tutte le sequenze. Noi non ci sentiamo di definirlo un impoverimento, nonostante certi testi espunti siano realmente molto belli.  La riforma di san Pio V, nei suoi principii,  secondo noi deve costituire il modello di ogni riforma liturgica. Egli infatti non fece altro che prendere la liturgia così come i secoli e la tradizione gliela avevano consegnata, ed andando indietro nel tempo ha cercato di eliminare proprio le aggiunte più recenti, i piccoli abusi che inevitabilmente col tempo si introducono. Il messale di san Pio V in pratica riproduce il messale romano stampato circa un secolo prima, con solo poche modifiche, soprattutto rubricali. Quando san Pio V parla di riportare il messale alla sua antica forma secondo i padri non intende riferirsi a chissà quale epoca antica, ma intende riferirsi alle tradizioni recepite, castigandone eventuali deformazioni. San Pio V, certo pure a causa della limitatezza della conoscenza storica della liturgia che allora si poteva avere, non ha inventato, ha solo restaurato. Ed ha cercato pure -in parte  anche riuscendovi- di correggere le deformazioni di precedenti riforme liturgiche fatte circa mille anni prima : nel breviario, ad esempio, ha restaurato l'ora di prima domenicale che fu resa deforme, quasi mostruosa, al tempo di san Gregorio Magno.

Ultima domanda. Molti sono i detrattori del Motu Proprio Summorum Pontificum, anche in ambito tradizionale. Voi che ne pensate? Possiamo dire che, avendo aperto al recupero della liturgia tridentina, Benedetto XVI abbia aperto anche una riflessione generale su tutta la storia della liturgia nel '900 e dato vita anche a esperienze come la vostra?

Il M.P. Summorum Pontificum ha avuto il merito di sdoganare il rito antico presso i più, e forse pure quello di avviare una rflessione critica sul Novus Ordo. Sono molte le persone che solo a partire dal 2007 hanno scoperto la liturgia antica ma pure  le molte problematiche di quella nuova. E questo è senza dubbio positivo. 
Non sappiamo quanto coerente sia  definire "forma extraordinaria" un rito che pure si riconosce non esser mai stato abolito. Ma sono le contraddizioni tipiche del modernismo. No, noi ci occupiamo di liturgia antica, di celebrarla, di studiarla, da ben prima del 2007. Solo i più giovani del nostro gruppo, ma solo per motivi anagrafici, si sono avvicinati al rito antico, lo hanno scoperto e studiato dopo il 2007, e tuttora lo studiano. E chi lo sa, forse un domani, proprio questi giovani potranno creare un istituto di studi liturgici autenticamente tradizionale. Di sicuro si avrà sempre più necessità di un approccio agli studi storico-liturgici  fatto con amore e per amore del rito antico. Perché solitamente gli studi accademici di liturgia non fanno altro che magnificare la riforma liturgica e demonizzare il rito antico.


 

02 luglio 2019

Cambiano il Padre Nostro inglese

Il Padre Nostro in inglese cambierà. La traduzione, come quella italiana, a quanto pare "non è buona". Anche nel mondo anglosassone, a quanto pare, fino ad oggi erano tutti imbecilli e non sapevano tradurre dal latino.
LifeSiteNews ha lanciato una petizione, per chiedere di non cambiare la traduzione anglofona.

Rimane da rimarcare che la nuova traduzione italiana fatica a prendere piede e si è ingenerato un sostanziale caos. Durante le messe (quelle di Paolo VI) tutti dicono quello che vogliono, nonostante gli sforzi patetici di alcuni celebranti (anche se risulta che molti se ne freghino).

Un ulteriore motivo per evitare il Novus Ordo.

 

14 giugno 2018

Il puntatore. La terza via?

di Aurelio Porfiri
Si parla da molti anni ormai di una riforma della riforma della liturgia. Queste discussioni partono da un presupposto: che l’attuale liturgia abbia bisogno di essere riformata. Questo sembra ovvio a molti, ma non a tutti, e il segno di queste riforme non è univoco; c’è chi vuole una liturgia più reverente e chi una più spinta sulle vie del progress(ism)o..

Tempo fa, sia Benedetto XVI che il Cardinale Sarah avevano cautamente suggerito una possibile fusione futura delle due forme del rito romano, in modo da dar strada ad una sorta di terza via, prendendo il meglio da tutte e due. Questa proposta ha incontrato una decisa opposizione da parte di alcuni settori dall’una e dall’altra parte.

Io penso ci sia un problema importante di cui tenere conto. Mentre possiamo identificare bene le coordinate della forma straordinaria del rito romano, non siamo così fortunati per la forma ordinaria. Se veramente la forma ordinaria, come la conosciamo oggi, deve essere un’eredità del Concilio e della Sacrosanctum Concilium (canto gregoriano, organo, latino, partecipazione secondo il proprio ruolo, etc.), quello che vediamo nella stragrande maggioranza delle chiese italiane è semplicemente un’altra cosa, non quello che il Vaticano II aveva chiesto. Quindi, cercare di mediare la forma straordinaria con la forma ordinaria è problematico, in quanto quest’ultima va oramai su un’altra strada rispetto la sua ragione primigenia di esistenza.

Ho avuto occasione di parlare con alcuni che erano stati in Concilio, avevano fatto parte della commissione liturgica, tutti mi hanno dettto che quello che c’è oggi non è quello che era stato previsto. Quindi unire la forma straordinaria a quale forma ordinaria? Non c’è “una forma ordinaria”, ma tante quanto la fantasia di molti, troppi celebranti, oramai permette senza timore di alcuna sanzione.

Per alcuni esempi di fantasie:
Altare in Lego (Porfiri)
Canestro in chiesa
Cori da stadio(Porfiri)
 

21 dicembre 2017

La Chiesa riformata, la gioventù e tutti noi


di Isidoro D'Anna

La scorsa domenica, 10 dicembre 2017, abbiamo partecipato all’ennesima Messa cattomassonica, per intenderci quella in italiano, con il sacerdote che dà le spalle a Gesù Eucaristico e poi lo consegna ai poveracci che lo ricevono in piedi e sulle mani. E partecipando, abbiamo resistito come potevamo.
Il gruppo di giovani raccolti in quella chiesa di paese parlavano, cantavano e suonavano, avvalendosi dello strumento più adatto a un luogo di pena, la chitarra. I bimbi tra di loro sono lasciati liberi di andare in giro e giocare, anzi i genitori si portano dietro i giocattoli che mettono a loro disposizione durante la Messa, con il fracasso che potete immaginarvi.
Davanti a questa gente che fa crescere i suoi bambini nel delirio di onnipotenza, l’imperativo della falsa Chiesa è quello di tacere. L’ha deciso durante il Concilio Vaticano II (1962-1965), quando ha stabilito il «dialogo col mondo».
Avrebbe senso dire a quei giovani di fare silenzio? Si può considerare, in fondo, davvero un luogo sacro una chiesa ridotta a teatrino di marionette, con una tavola come altare e tutto il resto? Se è vero che Gesù Eucaristico dona sacralità a quel brutto posto, non è anche vero che la bruttezza disonora il Signore e rende il luogo indegno di Lui?

Se il loro prete non li richiama, che cosa vorrebbe questo estraneo, che arriva chissà da dove, non tutte le domeniche, a cercare una Messa meno infernale di altre?
La scena è sempre la solita. Se si vestono, o si scoprono il corpo oppure, uomini e donne, indossano i pantaloni. Se parlano, lo fanno anche in chiesa e per dire banalità. Se cantano, è quel repertorio di canti emozionali o rozzi creati appositamente per soddisfare la bassezza umana e non per elevarsi a Dio adorandolo, come avviene con il canto gregoriano.
Non si va mai in profondità, per non rischiare di ritrovare la propria anima ridotta in catene e in attesa di un gesto pietoso di liberazione. La Chiesa ufficiale è fatta di ergastolani volontari, di condannati a vita al degrado spirituale. È un eterno presente di miseria umana, senza passato né futuro. E poi cosa verrà per chi sta al gioco, per questa massa opaca che non lascia passare la luce?
Ci vuole una terribile ipocrisia per accettare la riforma liturgica di Paolo VI, imposta a tutta la Chiesa nel 1969 in spregio al divieto perenne di Papa San Pio V (1570) di modificare la Santa Messa da lui riordinata e stabilita.
Pensiamo per un momento a cosa vuol dire tutto questo, per un seminarista, un sacerdote, un frate, una suora, un laico giovane o meno giovane. Invece di servire Dio, si serve l’uomo. Invece di combattere per la gloria di Dio, si combatte per la gloria umana. Invece di cercare e annunciare la Verità e mostrarne la bellezza, si estingue la sete di Verità nel proprio cuore e nei cuori degli altri. L’ipocrisia passa di padre in figlio, di maestro in discepolo, di adulto in bambino.
E cosa rimane allora? La mediocrità e il conformismo, che fanno scivolare molte anime verso la dannazione. Vediamo uomini e donne che sono caricature di se stessi, ma che si sentono forti così, appoggiandosi sul potere di altre caricature.
Non importa, alla prima occasione diremo anche a loro ciò che è giusto e vero. Dobbiamo imitare i profeti e annunciare sempre la Verità, perché Dio affida una missione al suo piccolo resto di fedeli (Ger 1,17-19):
«Tu, dunque, cingiti i fianchi,
alzati e di’ loro tutto ciò che ti ordinerò;
non spaventarti alla loro vista,
altrimenti ti farò temere davanti a loro.
Ed ecco, oggi io faccio di te
come una fortezza,
come un muro di bronzo
contro tutto il Paese,
contro i re di Giuda e i suoi capi,
contro i suoi sacerdoti e il popolo del Paese.
Ti muoveranno guerra ma non ti vinceranno,
perché io sono con te per salvarti».
Oracolo del Signore.


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07 dicembre 2017

Cambio del Padre Nostro. Una polpetta al cianuro


di Francesco Filipazzi
 
Questo pontificato regala sempre nuove emozioni a quei cattolici che, come noi, non chiedevano altro, fino a pochi anni fa, di vivere la propria fede concretamente e in linea con la bimillenaria tradizione cristiana. L'ultima trovata è quella di "cambiare il Padre Nostro" perché tutti gli altri fino ad oggi erano dei deficienti, non si erano accorti che la "traduzione dal greco era sbagliata", che "Dio non può indurre in tentazione perché il tentatore è Satana". Dunque si dirà "non abbandonarci alla tentazione".

Il livello di ciarpameria è elevatissimo, come sempre, dato che l'assunto che sottostà a questa decisione è abbastanza infantile. "Non ci indurre in tentazione", come spiegava nei suoi libri Benedetto XVI, vuol dire "mettici alla prova secondo le nostre possibilità", dato che è sì il Demonio che tenta, ma ogni sua opera è in un ambito di "tolleranza" divina. D'altronde il povero Giobbe ne sapeva qualcosa, ma a quanto pare anche quel libro dell'Antico Testameno è sbagliato, va rifatto da capo. Giobbe si è fatto una scampagnata e alla fine era fresco e riposato. Lo stesso Gesù, che secondo il Vangelo venne condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato, ha sbagliato tutto, il Vangelo secondo Jorge Mario dice altro. D'altronde, se siamo già salvi senza impegnarci, senza fare un tubo, senza pentirci, perché mai dovremmo essere messi alla prova? Mistero della fede, anzi della sede (petrina).

E' chiaro che a agli innovatori e velocizzatori, del Padre Nostro non interessa nulla, ma i fini di questa decisione, di cui nessuno sentiva il bisogno, sono ben altri. Nell'immediato, essendo Bergoglio in calo di presenza sui media e dopo il disastro del viaggio birmano, serve un modo per finire un po' sui giornali, per motivi diversi dalle grane dello IOR.

Nel lungo periodo, il cambio del Padre Nostro serve a ribadire che tutto è in discussione, niente può sfuggire alla mannaia devastatrice del nuovo corso. Il passo successivo sarà probabilmente il Credo, che ad oggi è un po' poco ecumenico. Anche prima dell'introduzione del Novus Ordo si iniziò facendo piccoli cambiamenti qua e là, ad esempio cambiando il canone, giungendo poi dove ben sappiamo.
Dunque, in attesa che anche la frase "dai loro frutti li riconoscerete" venga modificata nella prossima edizione della Bibbia Cei, continuiamo a riconoscere i frutti ben poco commestibili della rivoluzione nella Chiesa. Il veleno è sempre più in circolo e rende il corpo sempre più malato.



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I dubia di un semplice cattolico sulle innovazioni di Papa Francesco


di Alessandro Rico


Che il papato di Francesco presenti molti segnali di rottura con la tradizione è ormai innegabile. Le ultime due mosse del pontefice, poi, sono probabilmente destinate ad aumentare ulteriormente la confusione che i cattolici semplici, ma non sempliciotti, stanno sperimentando in questi anni.
Nella settima puntata del programma Padre Nostro, condotto da don Marco Pozza e andato in onda ieri sera su Tv2000, l’emittente della Conferenza Episcopale Italiana, Jorge Mario Bergoglio ha rivelato la propria intenzione di modificare un passaggio della traduzione della più importante preghiera cristiana, quella che ci ha insegnato Gesù in persona. Si tratta del finale del Padre Nostro, in cui si recita: «E non ci indurre in tentazione». Il Papa ha infatti precisato: «Quello che induce in tentazione è Satana». Dio, che è un padre buono, «non mi butta nella tentazione per poi vedere come sono caduto. Un padre non fa questo, un padre aiuta ad alzarsi subito». Secondo Bergoglio, dunque, bisognerebbe seguire l’episcopato francese, che da domenica scorsa ha adottato la formula: «Et ne nous laisse pas entrer en tentation», ovvero: «E non lasciarci entrare in tentazione».
Bisogna innanzitutto segnalare che una nuova traduzione era già comparsa nell’edizione del 2008 della Bibbia approvata dalla Cei. Lì, il passo dei Vangeli di Matteo e Luca in cui si trova il Padre Nostro è stato reso così: «E non abbandonarci alla tentazione». Quello che vorrebbe fare il Papa, spalleggiato da Monsignor Bruno Forte, presidente della Conferenza Episcopale dell’Abruzzo-Molise oltre che grande sponsor delle unioni civili, è estendere tale traduzione alla formula liturgica che i fedeli usano durante la messa. Una decisione che solleva qualche perplessità.
Il testo greco del Vangelo utilizza infatti l’aoristo infinito (che indica un’azione colta al di fuori della sua dimensione temporale) del verbo eisphérein, composto del prefisso eis (verso) e phérein, che significa «portare». L’originale greco, dunque, allude inequivocabilmente all’atto del «condurre verso», che poi nella Vulgata latina è stato tradotto con il verbo inducere. La ragione di ciò appare più chiara osservando il complemento oggetto retto da eisphérein, ossia peirasmón, che significa «tentazione» oppure «prova». Quello che fa Dio, coerentemente con numerosi passi dell’Antico e del Nuovo Testamento, non è tentare sadicamente l’uomo per poterlo punire, ma è metterlo alla prova per forgiarne la fede e le virtù. Insomma, quella che piace al Papa sembra essere una traduzione tecnicamente inesatta, ma molto politicamente corretta, in linea con il magistero della «misericordia» e con l’immagine di un Dio bonaccione che, come un filosofo utilitarista, ha a cuore il nostro piacere piuttosto che il nostro bene.
Ma le perplessità, purtroppo, non terminano qui. Ieri, infatti, è stato confermato che, per espressa richiesta di Francesco, il Segretario di Stato Pietro Parolin ha inserito nel fascicolo 10/2016 degli Acta Apostolicae Sedis, facendone perciò magistero ufficiale, la lettera con cui Bergoglio si complimentava con il delegato della regione pastorale di Buenos Aires, Monsignor Sergio Alfredo Fenoy, per le linee guida sull’interpretazione dell’esortazione apostolica Amoris Laetitia redatte dall’episcopato argentino. In quella missiva, Francesco ribadiva che non erano possibili «altre interpretazioni» del capitolo VIII di Amoris Laetitia rispetto a quella fornita dai vescovi suoi connazionali, secondo i quali i divorziati entrati in una nuova unione, al netto di un percorso di discernimento individuale, potrebbero in certi casi essere ammessi al sacramento dell’Eucaristia.
Come hanno notato alcuni commentatori, in questo modo il Papa sembra rispondere indirettamente ai dubia sollevati mesi fa da quattro cardinali, Walter Brandmüller, Raymond Leo Burke, Carlo Caffarra e Joachim Meisner (gli ultimi due scomparsi quest’estate). I porporati già dal settembre 2016 avevano chiesto al pontefice, prima in forma privata e poi pubblicamente, di chiarire alcuni dubbi sulla sua esortazione apostolica, che dava l’impressione di voler alterare la tradizionale dottrina cattolica sul divieto, per i divorziati risposati, di ricevere la comunione. Bergoglio non ha mai risposto ufficialmente e non ha mai concesso udienza ai quattro, ma si può dedurre che ora abbia riconosciuto, più o meno esplicitamente, che le speranze dei progressisti (o le preoccupazioni dei conservatori) erano fondate.
Che ciò sia destinato a dare nuova linfa alla vita spirituale dei fedeli «irregolari», anziché accrescere il disorientamento, è discutibile. Quello del «discernimento» è un espediente collimante con la casuistica gesuitica, che rischia di moltiplicare l’arbitrio e di alimentare una religione «fai da te». Sebbene sia questa la posizione formale del successore di Pietro, d’altronde, i cattolici non sono per forza tenuti a condividerla. L’autorità del Papa, infatti, non può scavalcare e contraddire quella della Tradizione apostolica e della Parola di Dio che egli stesso ha il compito di trasmettere. Lo dice il Catechismo, mica i conservatori.



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19 ottobre 2017

Il Puntatore. Il dramma liturgico

di Aurelio Porfiri
Penso che ci sia un elemento importante nell'attuale crisi su cui non si riflette abbastanza. La crisi liturgica in cui ci troviamo non va vista solamente come un elemento negativo per la nostra vita spirituale, ma soprattutto come un segno del declino della nostra civilizzazione occidentale, che dalla liturgia cattolica e dalle creazioni intorno ad essa tanto ha ricevuto. Non è forse il canto gregoriano, ad esempio, alla base della nostra musica occidentale? E di esempi così potrebbero essere fatti a centinaia.

La crisi della liturgia è uno dei sintomi peggiori della malattia dell'occidente, un occidente "sazio e disperato" (come diceva il Cardinal Biffi di Bologna), un occidente che oramai ha rinunciato alla verità oggettiva per satollarsi con un soggettivismo senza via d'uscita. La crisi della liturgia dovrebbe interessare proprio tutti, anche coloro che non sentono affinità per la stessa, anche gli atei. Perché la cultura occidentale riguarda tutti noi che siamo figli dei greci, dei romani, dell'ebraismo e del cattolicesimo. In passato ci sono stati appelli per ridare dignità alla liturgia cattolica firmati anche da atei. Questo si spiega con quello che ho detto sopra: quod omnes tangit ab omnibus approbari debet. Quello che tutti riguarda deve essere approvato (o disapprovato) da tutti.
Insomma, bisognerebbe sensibilizzare tutti sul grave dramma liturgico che stiamo vivendo, un dramma che si è insediato nel ventre stesso della Chiesa e che va sempre più in profondità.


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07 agosto 2017

God Save the Queen

Una scelta tragicomica nella riforma liturgica ambrosiana

di Diego de Acebes
Ho letto con molto gusto in questi giorni di calura estiva tante “cose”, ma un paio di articoli mi si sono appiccicati addosso come i vestiti al corpo sudato per l’afa. Il primo è di Samuele Pinna, apparso proprio su questo sito il 24 luglio ( Ci salverà una reale spiritualità cattolica! L’Isola di San Giulio, madre Cànopi e le domande ineludibili ), dove ho potuto riprendere, mediante un ampio respiro, la bellezza e la necessità della spiritualità cristiana o, meglio – come afferma l’autore –, cattolica. Poi ho letto con gusto anche un pezzo di Aldo Maria Valli del 7 luglio (www.aldomariavalli.it).

In quelle righe si trattava del “caso” del “cattolico errante” costretto a spostarsi di chiesa in chiesa fino a trovarne una in cui la liturgia possa dirsi “decente” e, divenendo ormai stanziale per la partecipazione del rito (benché distante da casa), proporre ad altri la sua “scoperta”. Verso la fine si legge che «il cattolico errante ha tutto il diritto di mettersi alla ricerca di liturgie pulite, sobrie, essenziali, belle, efficaci». Come non essere d’accordo? Tuttavia, in questi giorni, mi ronzava intorno un pensiero fastidioso come le zanzare che non danno pace nelle caldi notti estive, nonostante fornellini e zampironi. Siccome è un pensiero “vero” e “verificato” ho dovuto indagare anche sulla sua bontà. Se, infatti, il battezzato “laico” (come si dice con orrido termine) può girovagare alla ricerca di luoghi di culto atti a permettere celebrazioni liturgiche se non ineccepibili almeno “sopportabili”, per alcuni sventurati preti questa possibilità è esclusa. Certo la famiglia del presbitero diocesano sono i propri parrocchiani, ma si sa, a volte, i parenti sono come gli stivali: più sono stretti e più ti fanno male… E magari c’è qualche povero sacerdote che non può celebrare bene a motivo non solo della scarsità d’aiuto nel fare un rito decoroso o perché il suo parroco (se non è parroco) è attento a tutto tranne che a “quello” (benché decida anche su “quello”), ma proprio a causa del rito stesso.

Se siete curiosi e desiderate avere conferma delle mie parole vi invito ad andare, come ho fatto io, romano d’adozione, nell’Arcidiocesi di Milano e assistere a una santa Messa: non una a caso, ma a quella cosiddetta “vigiliare”. Forse qualcuno avrà la netta sensazione di partecipare a un rito sconosciuto e avrà immediatamente la percezione di non essere capitato in una chiesa cattolica. Nel rito ambrosiano ho, infatti, “scoperto” che le celebrazioni della vigilia in forma solenne si svolgono tra i Vespri: dopo il saluto iniziale, il lucernario, l’inno, il responsorio, c’è il cosiddetto “Vangelo della risurrezione”. Quest’ultimo – presente anche qualora l’Eucaristia non sia in forma solenne – coincide con uno dei dodici vangeli, selezionati per annunciare, all’inizio del giorno del Signore, la sua vittoria sulla morte e – come è spiegato in un didascalico e “pesante” libretto da un altro Valli (Norberto), per niente lucido rispetto al nostro – «conformemente alla tradizione bizantina». E qui la cosa balza immediatamente all’occhio, tanto che è necessario fermarsi: da quando la liturgia ambrosiana deve essere conforme alla tradizione bizantina? Questo primo aspetto mi ha messo in allarme e mi ha insegnato anche a diffidare, per quanto concerne le letture, dalle imitazioni di Valli (Aldo Maria).

Andando avanti nella spiegazione data dai riformatori del Lezionario si scopre, poi, che questo “Vangelo della risurrezione” non costituisce un elemento della Liturgia della Parola, ma è piuttosto una lettura vigiliare, inserita nella prima parte dei Vespri, mediante la quale la Chiesa milanese vuole segnare l’inizio della Pasqua settimanale, «echeggiando un aspetto proprio della veglia pasquale». Con poche righe e con nonchalance viene a essere spiegata una cosa mai sentita e al limite del ridicolo, che contempla pure delle varianti, perché in Quaresima al “Vangelo della risurrezione” subentra una diversa lettura vigiliare costituita da un brano che preannuncia la vittoria pasquale. Si tratta nello specifico dei tre racconti della Trasfigurazione a cui si aggiungono l’evocazione dei segni di Giona e della distruzione del Tempio. La spiegazione nel dettaglio di questa scelta è data per scontato, perché è ovvio che i brani della risurrezione stonerebbero nel tempo quaresimale (ma immagino la decisione come frutto di machiavellico discernimento). Così facendo, però, non cambia il principio alla base di tutto? E se cambia il principio, si può mantenere ugualmente il senso e la struttura dell’impianto?

L’eccezione conferma la regola, mi si risponderà. Tuttavia, mi pare che la realtà, in questa riforma ambrosiana, abbia sovente superato la fantasia, perché nel nostro caso specifico si deve inoltre tenere conto che un fedele habitué della Messa del sabato sera non vive né vivrà mai l’atto penitenziale (cosa in sé non positiva, anzi). Non sono, pertanto, convinto dalla spiegazione archeologica e bizantinizzante per cui ogni sabato sera un fedele è costretto ad ascoltare due Vangeli proclamati nella medesima liturgia. Sollecitati dal cardinale Giacomo Biffi (uomo mai troppo lodato e compianto), che ha definito come “la più avventurosa” delle novità questa, a parer mio, “porcheria” – come direbbe anche un Guareschi o un Pinna che ne segue le orme (sempre su questo sito) –, la risposta dei riformatori appare ancora più ridicola.

Il grande architetto della riforma, tal Cesare Alzati, aveva difatti replicato al Porporato che «definire la lettura di un brano evangelico della resurrezione nel contesto dell’officiatura domenicale una “trovata” significa volutamente ignorare l’uso costante dell’Oriente greco fin dalla testimonianza di Egeria, nonché – ai nostri giorni – gli usi della comunità latina gerosolimitana del Santo Sepolcro, dell’anglicana Community of the Resurrection, della comunità di Taizé». Qui è difficile trattenere le lacrime dettate da risa ingestibili, ma forse anche da profondo dolore per chi possiede ancora neuroni funzionanti. E tra uno sganasciamento e un mal di pancia dovuto alle risate a crepapelle, viene fuori una domanda articolata: “Cosa? Non diranno sul serio?”. Sembra inaudito ma il “Vangelo della risurrezione” dipende “oggi” anche dall’insegnamento dell’anglicana Community of the Resurrection o da quella di Taizé. Ci sarebbe ancora da ridere se la cosa non fosse in sé tragica. Poveri preti allora che devono sottostare ad aspetti fantasiosi nella celebrazione di un rito che mi è sempre apparso tra i più belli e ricchi ed è ora compromesso da una riforma a tratti incomprensibile e, quando non è tale, risibile.

Avrei voluto scrivere al Prefetto della Congregazione per il Culto divino e la Disciplina dei Sacramenti per un parere su questa vicenda, ma ho pensato di non avventurarmi in simile impresa perché avvertito dalle parole di Benedetto XVI – voce sicura da ascoltare nella confusa repubblica cattolica – secondo cui il cardinale Sarah «ci insegna il silenzio: il rimanere in silenzio insieme a Gesù, il vero silenzio interiore». Del resto, davanti a questa “trovata” probabilmente anche il Porporato, vero «maestro dello spirito» (sempre secondo l’autorevole giudizio del Papa emerito), rimarrebbe semplicemente senza parole. Non abbiamo, dunque, altro da fare se non esercitare un silenzio orante. E che “Dio salvi la Regina”! Ops… ma sì, rifacciamoci anche noi a un sano patriottismo inglese senza guardare se sia anglicano o meno! God save the Queen, ma – preghiamo! – anche un po’ il suo popolo sacerdotale e non…
 

19 giugno 2017

Dacci oggi la nostra eresia quotidiana/03: Liturgia vo cercando, che si cara…


del Cardinal Dal Sacco

Carissimi amici e lettori, ben trovati! Ho avuto bisogno di un lungo periodo di pausa forzata dal computer ma nel frattempo non ho smesso di raccogliere e di valutare tutte le eresie che quotidianamente si trovano sotto gli occhi dei fedeli cattolici. Riprendiamo oggi la nostra rubrica che, come sicuramente ricorderete, si era attestata al II appuntamento. Oggi parleremo delle eresie legate alla Pasqua ma partendo da un punto di vista particolare, vale a dire quello liturgico. Perché dobbiamo parlare di liturgia e non di teologia? Perché parlando di liturgia si parla – eccome! – di teologia e quindi sbagliare liturgia significa avere idee sbagliate in teologia. E questo per almeno due motivi: il primo è che la liturgia «è fonte e culmine della vita cristiana» (da essa tutto parte, e ad essa tutto torna); il secondo è cristallizzato in una legge antichissima della Chiesa, ribadita anche nell’ultima edizione del Catechismo, «Lex Orandi, Lex Credendi», per cui i fedeli sono tenuti a credere e professare tutto ciò che la Chiesa celebra in tutte le sue pratiche liturgiche. Con uno slogan, potremmo correttamente dire che chi sbaglia teologia, sbaglierà liturgia ma anche il contrario visto che, soprattutto dal punto di vista dei fedeli laici, la liturgia ha un carattere profondamente pedagogico nonché mistagogico (che ci introduce/conduce al mistero).

Cosa c’entra però tutto questo con la Pasqua? Un discorso del genere non si può applicare a tutte le celebrazioni liturgiche, siano esse celebrate in Tempi Forti come in Tempo Ordinario? In linea di principio l’obiezione è corretta, giacché ogni singolo mistero celebrato racchiude in sé tutta la Rivelazione (in una Messa votiva per la Madonna, ad esempio, si celebreranno anche i misteri di Cristo e della Chiesa e non solamente i misteri della Vergine) tuttavia, sempre secondo l’insegnamento bimillenario della Chiesa, proclamato solennemente nell’Annuncio del Giorno di Pasqua nel giorno dell’Epifania, il Triduo Pasquale è «il centro dell’anno liturgico»: valutare quindi la qualità liturgica delle celebrazioni pasquali significa conoscere il grado di ortodossia e di amore per le anime delle persone che le celebrano, siano essi sacerdoti come laici (i quali, ad esempio, potrebbero recitare quotidianamente, senza sacerdote, comunitariamente quanto singolarmente, la Liturgia delle Ore).

Ma a questo punto, penso siano necessarie due precisazioni:
1) non è in discussione la devozione delle celebrazioni, nonché del celebrante, poiché essa può dipendere anche da circostanze contingenti (un sacerdote che celebra una messa con un mal di testa atroce non potrà avere la stessa condizione psicofisica di un novello sacerdote che celebra la sua Prima Messa) e pertanto parliamo di cose che ci sembrano oggettive in quanto pubbliche, reiterate ed anche giustificate da chi le pratica;
2) facciamo riferimento essenzialmente al Rito Romano Nuovo (NO), che seguo abitualmente ancora oggi, dopo cioè la restaurazione del Rito Romano Antico (VO): non ho nulla contro il VO, semplicemente preferisco (mi si passi il termine) il NO e non so, pertanto, se alcuni problemi riscontrati in alcuni passi della Liturgia del Triduo nelle rubriche (cioè le esplicazioni, scritte in rosso, da cui il nome, sul modo di celebrare la liturgia) siano presenti nel VO: fedele al Motu Proprio Summorum Pontificum non voglio metterli né in contrapposizione né a paragone (quasi fosse una gara) tra di essi, ma semplicemente parlare di alcune piccole cose che non tornano nella lettura delle rubriche del Messale di Paolo VI (la cui validità – attenzione! – non intendo minimamente mettere in discussione neanche come ipotesi).

Perché sottolineo il fatto che mi riferisco alle rubriche? Perché esse sono spesso percepite come semplici annotazioni a margine ma invece, dovendo esplicitare la corretta celebrazione, sono di capitale importanza. Il Messale di Paolo VI ne presenta poche, spesso uguali ad altre presenti già esplicitate, ed a volte non riguardano – ahimé – la completa celebrazione ma solamente alcuni momenti particolari: le formule su cui è bene riflettere, e che sono ripetute fino allo sfinimento nella lettura del Messale, rientrano tra i permessi e le eccezioni. In pratica le rubriche del Messale di Paolo VI rendono, nei fatti, moltissime cose sempre omettibili oppure a discrezione del sacerdote e della comunità in cui i misteri si celebrano. Basta una lettura delle rubriche generali per toccare con mano che le forme verbali «si può / si possono» sono usate a iosa, lasciando il lettore abbastanza sorpreso in quanto da almeno 500 anni, cioè dal Concilio di Trento, ma anche da molto prima, la Chiesa aveva intrapreso la strada dell’uniformità liturgica (con obbligo di praticare le rubriche) per poter meglio sottolineare il carattere dell’unico sacrificio di Cristo, evitando prassi liturgiche discutibili e permettendo anche ai fedeli di nazionalità diverse, ma appartenenti tutti al medesimo rito latino, di poter individuare facilmente la medesima celebrazione eucaristica in ogni parte del mondo. Il Messale attuale fa a volte riferimento alle usanze locali, come anche alla prassi e pochissime volte alla tradizione: non si tratta di problemi di traduzione in quanto la forma tipica latina usa spesso e volentieri il termine mos che, per quanto lo si voglia ancorare ad un concetto di patrimonio antico da conservare, è essenzialmente diverso dalla traditio di cui parla il Catechismo.

Partendo da queste rubriche, in particolare dai permessi per le omissioni, buona parte del clero che ha vissuto l’immediato post-Concilio Vaticano II ha stravolto e continua a stravolgere le usanze locali e la medesima liturgica. Che cosa è successo e succede tutt’ora infatti? Essendo i ministri ordinati coloro che presiedono ogni assemblea liturgica, cominciando dal Vescovo, il quale è «il liturgo della Diocesi», ancora oggi è ovvio che siano essi ad occuparsi della preparazione e dello svolgimento delle celebrazioni: questa cosa, tuttavia, la dobbiamo immaginare ancor più ingigantita se rapportata agli anni ’60 e ’70 quando, cioè, il Messale di Paolo VI si andò diffondendo in tutta la Chiesa latina. All’epoca, come è facile sia sapere dai protagonisti che intuire dai risultati che sono sotto i nostri occhi, il clero applicò in lungo e largo il concetto «si può omettere» andando a modificare e far morire quelle che erano «le usanze locali», vero e proprio patrimonio della Chiesa e, dunque, parte della tradizione in quanto, benché si trattasse solo di elementi fattuali e pratici, avevano la loro ragione ultima in verità di fede.

Facciamo un esempio: se si chiedesse al fedele della strada qual è il colore dei paramenti liturgici per la celebrazione del rito delle esequie – sono sicuro – quello risponderebbe senza problemi: il viola! Ma così in verità non è poiché né il Concilio né il Papa hanno abrogato (cioè dichiarato non più applicabile né valido) il colore nero: la rubrica del Messale infatti dice che «il colore nero si può usare, dove è prassi consueta, nelle Messe per i defunti». Cosa ha fatto, e continua a fare, il clero degli anni post-conciliari invece? Ha buttato nelle cassapanche delle sacrestie (o nei cassonetti nei peggiori casi) i paramenti neri comprandone viola anche dove la prassi concreta era il nero: i musei diocesani e parrocchiali sono testimonianze inequivocabili di questa prassi che è stata calpestata in favore di una non ben chiara innovazione liturgica.

Con questo piccolo esempio è facile capire come, partendo dalla lettura fantasiosa di una rubrica (di per sé problematica – non lo nego – come detto poc'anzi in quanto utilizza il termine prassi e non tradizione che rimanderebbe invece al patrimonio secolare della fede trasmessa dagli Apostoli) si è instaurata una nuova usanza che i fedeli hanno tuttavia percepito come una nuova prassi seguita all’abrogazione della legge precedente, cioè l’utilizzo del colore nero. E questo solo per un colore liturgico che, benché importante (tutto il patrimonio della Chiesa è importante in quanto nemmeno uno iota passerà) non è di fondamentale importanza in quanto non intacca, almeno apertamente, nessuna verità di fede. Il medesimo discorso si può fare per l’uso e la presenza delle balaustre, dei paliotti, del baldacchino vescovile posto sopra le Cattedre, e vale anche per l’esposizione e l’uso delle basiliche (grandi ombrelli indicanti il carattere basilicale di una determinata chiesa), per l’utilizzo del pulpito per la proclamazione della Parola di Dio e dell’omelia, etc.

Ma ci sono casi ancora più gravi che rimandano a delle vere e proprie verità di fede presenti in particolare nel Triduo Pasquale tra cui, secondo il sottoscritto, spicca il caso del Preconio Pasquale, vale a dire l’inno di esultanza da proclamare/cantare a conclusione della liturgia del fuoco nella Veglia Pasquale, madre di tutte le Veglie, e della proclamazione della Sequenza di Pasqua nella Messa del Giorno e dell’Ottava. Secondo le norme attuali, alcuni passaggi del Preconio, riportati tra parentesi quadre di colore rosso nelle edizioni dei Messali, possono essere omessi anche se non viene riportato il motivo: cosa cambia infatti se la Veglia Pasquale dura 3 minuti in più o di meno a seconda se si canta tutto il Preconio? E perché mai dovremmo avere la pretesa di accorciare ciò che i Santi hanno scritto e la Tradizione trasmesso? Che potere si ha dinanzi a secoli di storia che ci stanno a guardare (giacché abbiamo più passato alle spalle di quanto futuro pensiamo di avere dinanzi a noi)? Ed inoltre, siamo sicuri che i passi che si possono omettere non siano di capitale importanza e di alto livello mistagogico? Una delle strofe incriminate infatti è quella dove si afferma il fatto che non c’è «nessun vantaggio per noi ad essere nati se Cristo non ci avesse redenti»: siamo proprio sicuri che si tratta di un passaggio secondario e non, invece, una profondissima riflessione di teologia benché composta da si e no 15 parole? Eppure è facoltativa, come lo sono alcune strofe del Te Deum ma – addirittura! – anche la recita completa dei nomi dei santi (tra cui gli Apostoli) e delle sante nel Canone Romano.

Un’altra assurdità, riportata nel Lezionario Festivo per i Tempi Forti (cosa che mi porta a pensare/sperare che si tratti solo di un’anomalia italiana, in quanto i Lezionari sono curati ed approvati dalle Conferenze Episcopali Nazionali) riguarda la Sequenza di Pasqua, il celebre Victimae Paschali Laudes. Sarà bene spendere qualche parolina di più su questo particolare inno perché se celebrato adeguatamente potrebbe essere fonte di profondo rinnovamento e di approfondimenti teologici inimmaginabili: d’altro canto come potrebbe essere diversamente, trattandosi del patrimonio e della tradizione della Chiesa? Orbene: stando alla rubrica del Lezionario [1], il povero Victimae Paschali – udite udite! – è obbligatorio solo la Domenica di Pasqua (alla cosiddetta Messa del Giorno in quanto la Veglia ha una struttura liturgica differente) ed è facoltativo nell’Ottava che, com’è noto, presenta la stessa-identica-medesima (è bene sottolinearlo) liturgia della Messa del Giorno di Pasqua in quanto prosecuzione del giorno festivo per eccellenza, tant’è che è presente sia a Natale che a Pasqua. Attenzione, però: la Messa dell’Ottava è identica a quella di Pasqua in tutto tranne nella proclamazione della Sequenza. Per i Vescovi italiani, come anche per molti parroci, infatti, questa cosa è logica ma per il sottoscritto tutto il contrario almeno per due motivi: 1) come è possibile celebrare il mistero pasquale senza la proclamazione della lode alla Vittima Pasquale? 2) che senso ha parlare di celebrazione della stessa-identica-medesima liturgia per 8 giorni se si può omettere una parte di essa? Questa cosa è sconvolgente e la si può capire, ahimè!, solamente se partiamo da una profonda quanto orribile eresia: non è più chiaro cosa sia la Resurrezione di Cristo. E penso di poter trovare le ragioni di questa mia forte affermazione nella lettura della traduzione ufficiale della medesima sequenza su cui è bene riflettere.

I problemi, neanche a dirlo, nascono fin dalla prima strofa, in quanto la traduzione italiana compie un volo che avrebbe fatto impallidire anche Pindaro: anziché, come dovrebbe essere, tradurre con «Alla Vittima Pasquale i cristiani immolino / innalzino la propria lode» [2], il Lezionario presenta la seguente traduzione: «Alla Vittima Pasquale si innalzi oggi il sacrificio di lode» spostando il soggetto da tutti i cristiani che devono celebrare il sacrificio di Cristo (e quindi tutta la Chiesa, militante-purgante-trionfante, presente interamente quanto misteriosamente in ogni singola celebrazione liturgica della Chiesa, in particolare nella Santa Messa) ai singoli fedeli riuniti in un determinato momento, vale a dire l’assemblea per la celebrazione pasquale, cosa che giustifica la presenza dell’oggi nella traduzione. Si tratta di qualcosa di sconcertante in quanto, nella prassi, passa l’idea che la lode sia solo dei viventi e, vieppiù, solamente dei presenti a quella determinata Messa, cosa che, però, è smentita categoricamente dall’Apostolo che afferma che «nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi in cielo, sulla terra e sottoterra».

Ma i nostri Vescovi sbagliano anche nella successiva strofe in quanto, anziché tradurre con «l’Agnello ha redento le pecore, Cristo l’Innocente / l’Innocente Cristo ha riconciliato al Padre i peccatori»[3] traducono con «l'Agnello ha redento il suo gregge, l'Innocente ha riconciliato noi peccatori col Padre». Vedendole così non sembra nulla di fondamentale, in quanto manca solamente il nome Cristo ma così non è in quanto non è chiaro chi sia la Vittima Pasquale né tanto meno chi è l’Agnello o l’Innocente: in pratica ci si vergogna di chiamare per nome proprio il nostro Salvatore, cioè Cristo. Una dimenticanza del genere non è cosa di poco conto in quanto intacca un punto cardine della nostra fede: Cristo, e solo lui, ha redento l’umanità riconducendola la Padre. Le altre strofe non presentano nessun problema finché non si arriva alla fine in quanto, misteriosamente, non si vuol dire che Cristo è risorto dai morti [4] dal momento che ci si è rifiutati di tradurre il «a mortuis» e lasciando un generico «risorto»: ma per affermare la corretta traduzione dobbiamo essere sicuri che Cristo sia risorto, ma come possiamo esserne certi se la resurrezione di Cristo è reale ma non storica, come vuole la teologia contemporanea?

Infatti io non vedo altra spiegazione che la seguente: i traduttori, con evidenti problemi di ortodossia, approfittano di una parte mobile della Celebrazione Eucaristica (in quanto non è presente tutto l’anno) per poter insinuare dei piccoli dubbi rispetto al mistero pasquale contraddicendo invece ciò che il Messale ripete in continuazione nello stesso giorno, vale a dire il fatto che «in questo giorno […] Cristo è risorto nel suo vero corpo».

Ma le cose da dire sul triduo sarebbero ancora di più, e riguardano sia le rubriche che la prassi di alcuni sacerdoti che, ad esempio, il Venerdì Santo si rifiutano di suonare le campane a morto mantenendole accese e funzionanti come se fosse un giorno qualsiasi per tutto Sabato Santo; che durante la Veglia di Pasqua si rifiutano categoricamente di inserire i grani di incenso nel cero, o di proclamare tutte le letture previste come se ci si trovasse sotto un bombardamento; ma ci sono anche parroci che benedicono un cero pasquale che poi, dopo Pentecoste, verrà tagliato per farne candele per l’altare andando a ripescare, in caso di battesimi o funerali, qualche vecchio cero con il contenitore per la cera liquida (facendo respirare le traballanti risorse economiche della Chiesa); ci sono Vescovi (tra cui il mio) che il Giovedì Santo arrivano tardi per la Celebrazione, predicano eresie per 25 minuti ma poi non utilizzano il Canone Romano durante la Consacrazione per poter velocizzare la celebrazione (in questo aiutati dal Messale che non ne vieta l’uso, neanche in quel giorno solenne); ci sono Vescovi che anticipano la Messa Crismale al mercoledì pomeriggio (togliendo ai fedeli di tutte le sue parrocchie la possibilità di andare a Messa quel pomeriggio) perché il Giovedì mattina i sacerdoti hanno da fare; ma c’è anche chi toglie i tappeti per la realizzazione di un Concerto ma li lascia per tutta la Quaresima; oppure chi organizza concerti di Pasqua (con tanto di canti di Alleluja, Regina Coeli, chi ne ha più ne metta) in Quaresima e finanche nella Domenica delle Palme; ho conosciuto un sacerdote, fresco di Licenza in Liturgia, che nelle diverse settimane della Quaresima ha fumigato la sua parrocchia una volta con aceto e incenso, un’altra volta con aloe e mirra, e così via, per poter continuare a rendere l’aula liturgica un luogo sano e adeguatamente idoneo a trasmettere un senso di pace e serenità; etc etc.

Il panorama delle aberrazioni liturgiche pasquali è molto ricco in quanto è altrettanto ricco il patrimonio della fede e della tradizione liturgica della Chiesa: e non potrebbe essere diversamente in quanto la Pasqua è la festa di Cristo, vincitore sul peccato e sulla morte, che ci ha aperto le porte del Paradiso benché non meritassimo neanche di poterlo chiamare Signore e Dio nostro.

Le rubriche del Messale presentano dei problemi, è vero, ma la fantasia liturgica dei sacerdoti e dei Vescovi non sembra avere freno: mi auguro che la nuova edizione del Messale, attesa da anni ed invocata a destra e a manca da tutti gli addetti ai lavori, curi maggiormente questi aspetti riconoscendo gli errori prodotti in 50 anni ed abbandonando il criterio della prassi in favore di quello della tradizione: in molti storceranno il naso, ma la Chiesa non dovrebbe curarsi di diventare mondana, bensì di evangelizzare il Mondo.

1 «Solo oggi [Messa del Giorno di Pasqua, n.d.r.] è obbligatoria; nei giorni fra l'ottava è facoltativa».
2 Victimae paschali laudes immolent Christiani»
3 «Agnus redémit oves:redémit oves: Christus innocens Patri reconciliávit peccatóres».
4 «Scimus Christum surrexísse a mórtuis vere: tu nobis, victor Rex, miserére».

https://labaionetta.blogspot.it/2017/05/lettera-dal-fronte-dacci-oggi-la-nostra.html

 

01 agosto 2016

L'ennesima pagliacciata domenicale


di Giuliano Guzzo

D’accordo, facciamo finta che l’ingresso nelle chiese di persone di fede musulmana, ieri, non sia stata un’iniziativa discutibile, come pure a molti comuni mortali è parsa. Facciamo finta, anzi, che sia stata proprio positiva e molto partecipata, benché non vi sia modo di verificare la stima diffusa di 15.000 presenze e nonostante il fatto che, anche fosse esatta, si tratterebbe comunque di una stima minima rispetto al milione e mezzo e passa di islamici presenti nel nostro Paese, che nessuno vuole presumere simpatizzanti dell’estremismo. Anche se mettiamo tutto questo – e non è poco – fra parentesi insieme alle criticità già evidenziate ieri, rimane comunque in piedi un interrogativo: che bisogno c’era?

Che bisogno c’era, intendo, di trasformare le celebrazioni in show ai limiti del surreale, con tanto di pezzi di pane distribuiti ai musulmani presenti? E di far leggere – dal pulpito – versetti del Corano direttamente dagli imam? In diverse chiese ne sono accadute di tutti i colori: era previsto nel pacchetto buonista domenicale oppure è stato un fuori programma? Si badi che, in tutto ciò, i musulmani non c’entrano nulla: qui c’entrano i cattolici e più precisamente alcuni esponenti del clero che scambiano la tolleranza tra le fedi per uno scambio di fedi, un minestrone interconfessionale, una sorta di Erasmus spirituale nel quale uno entra in chiesa cattolico e poi boh, se ne esce chissà come.

Nessuno, sia chiaro, generalizza e nessuno è così ingenuo da non rendersi conto di come il circo di ieri rifletta abusi liturgici tristemente consolidati: tuttavia son cose che fanno comunque un certo effetto. E la domanda di prima resta: che bisogno c’era? Dov’è scritto che la Messa sia a disposizione del celebrante non viceversa? E poi, scusate, qualcuno pensa d’intenerire i terroristi con festival del sincretismo religioso? Oppure qualcuno crede che, così facendo, si possano attrarre – che so – giovani? Le indagini sociologiche serie riportano come in Italia la frequenza alla messa non arrivi al 20%, percentuale in calo e che precipita spaventosamente se si considerano fasce d’età giovanili.

E sono ormai decenni che il rigore liturgico ha lasciato spazio, per così dire, ad una certa creatività: dunque sconsiglierei di insistere, anche perché – giustamente – concertino per concertino tanto vale seguirselo da casa tramite la televisione oppure, in grande, allo stadio: o no? Battute a parte, lo spettacolo cui si è dovuto assistere ieri è di una gravità con pochi precedenti e di un’utilità che sfugge al più aggiornato radar del buon senso. Ragion per cui non resta che sperare sia stato, complice la stagione, solo uno scherzo del caldo; e che da domenica prossima si tornino a convocare in chiesa tutti quei poveri diavoli che – in aggiunta ai peccati – hanno da farsi perdonare la fede semplice e politicamente scorretta ereditata dai loro nonni.

https://giulianoguzzo.com/2016/08/01/che-bisogno-cera/

 

31 luglio 2016

Gli islamici a messa, i cattolici in giro


di Giuliano Guzzo

Pur con tutta la buona volontà e il desiderio di comprendere il significato del gesto, confesso che l’odierna presenza di persone di religione islamica nelle chiese, dopo il brutale assassinio, in Francia, dell’abbé Jacques Hamel, mi lascia abbastanza perplesso. Non tanto e non solo sul piano teologico né su quello sociologico bensì, più banalmente, su quello logico. Se infatti il senso primo di quest’iniziativa era la solidarietà ai cattolici per il massacro compiuto nella chiesa di Saint-Etienne-du-Rouvray – posto che ci sarebbero stati altri modi per manifestarla – sfugge il motivo per cui solo la comunità mussulmana si sia sentita in dovere di attivarsi. Se invece lo scopo del gesto era, unitamente alla solidarietà, una plateale dissociazione dagli atti terroristici, le criticità si moltiplicano.

Anzitutto, perché se i fedeli mussulmani fossero convinti – come ripetono da tempo – che i responsabili degli atti terroristici che insanguinano l’Europa non hanno nulla a che vedere con loro, nessuna ulteriore presa di distanza sarebbe stata necessaria, cosa che paradossalmente non fa che rafforzare il sospetto che la prossimità fra alcune moschee e il fondamentalismo che sfocia nel terrorismo sia, in realtà, concreta. In secondo luogo, perché una dissociazione di questa rilevanza o è massiccia oppure lascia la sensazione non sia, in realtà, pienamente sentita: ebbene, nonostante l’entusiasmo mediatico, non pare che le chiese, oggi, fossero affollate da quei musulmani che pure è frequente incontrare per strada (stima che in Italia, su circa 1.5 milioni di mussulmani, non più di 15.000 abbiano aderito all’iniziativa). Da ultimo va segnalato come, quand’anche fosse stata molto partecipata, una simile manifestazione sarebbe rimasta simbolica ed ho l’impressione che diverse segnalazioni alle forze dell’ordine o alla magistratura di aspiranti terroristi sarebbero state un segnale molto più utile e non concreto non solo ai cattolici bensì a tutta Europa nella lotta contro il terrorismo: perché ciò non avviene praticamente mai? Si vuole davvero far credere che non esista alcun nesso, neppure remoto, fra talune moschee e sedicenti centri culturali e l’estremismo che, talvolta, porta ad alimentare la spirale del terrore? Il buon senso, alcune indagini della magistratura e perfino le ammissioni di alcuni coraggiosi imam sembrano dire il contrario. Una considerazione, infine, su certo entusiasmo cattolico rispetto all’iniziativa.

Ora, non si può affatto escludere – pur alla luce delle criticità dell’iniziativa – che diverse persone di religione islamica abbiano oggi manifestato, facendo il loro ingresso a Messa, con sincerità sia vicinanza ai cattolici sia disprezzo per i terroristi; anzi, in moltissimi casi sarà stato così. Sarebbe però interessante analizzare quanti fra i cattolici entusiasti o non contrari a questo gesto sono anche praticanti: credo ne vedremmo delle belle. Ed anche se il problema odierno, per la Chiesa, non sono solo i cattolici non praticanti (il cardinal Biffi si lamentava anzitutto dei «praticanti non cattolici»…), il fatto che dei mussulmani siano nelle chiese mentre – GMG a parte – la maggior parte dei battezzati, oggi, si sia goduta la domenica estiva altrove immortala fin troppo bene la realtà del nostro declino.


 

27 maggio 2016

La Comunione in mano: storia di abuso e profanazione

 
di Federico Catani

Cento anni fa, nel 1916, un angelo, l’Angelo del Portogallo, apparve per tre volte ai tre pastorelli di Fatima Lucia, Francesco e Giacinta. Mostrandosi con il calice e l’Ostia santa, insegnò ai tre fanciulli queste due preghiere: «Mio Dio, io credo, adoro, spero e vi amo, vi chiedo perdono per coloro che non credono, non adorano, non sperano, e non vi amano» e «Santissima Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo: vi adoro profondamente e vi offro il preziosissimo Corpo, Sangue, Anima e Divinità di Gesù Cristo, presente in tutti i tabernacoli della terra, in riparazione degli oltraggi, dei sacrilegi e delle indifferenze da cui Egli stesso è offeso. E per i meriti infiniti del suo Sacratissimo Cuore e del Cuore Immacolato di Maria, vi domando la conversione dei poveri peccatori». In queste orazioni è racchiuso il cuore della devozione eucaristica che ogni cattolico dovrebbe avere. Soprattutto in un tempo, come il nostro, in cui il Santissimo Sacramento viene profanato in ogni modo: oltre ai sacrilegi commessi ad esempio dai satanisti, purtroppo oggi si vuole cambiare la stessa dottrina eucaristica e permettere ai pubblici peccatori di ricevere la Comunione senza alcun pentimento. C’è poi un’altra prassi che banalizza l’Eucaristia: si tratta della sua ricezione in mano.

Se a tale modo di comunicarsi si aggiunge il fatto che molte liturgie hanno perso totalmente il senso del sacro, non è difficile comprendere perché la gente ormai sembra ignorare che nell’Ostia santa c’è realmente e sostanzialmente Nostro Signore Gesù Cristo vivo e vero, nel suo Corpo, Sangue, Anima e Divinità. Mons. Juan Rodolfo Laise, vescovo emerito di San Luis, in Argentina, ha recentemente pubblicato per Cantagalli “Comunione sulla mano. Documenti e storia” (con prefazione di mons. Athanasius Schneider, vescovo ausiliare di Astana, in Kazakhstan, e un’appendice con alcune riflessioni sulla “Comunione spirituale”, sulla quale si fa chiarezza dopo tante sciocchezze dette negli ultimi anni da porporati come Kasper).

È un libro in cui raccoglie e commenta tutti i testi normativi relativi al permesso, dato ai fedeli dalla Santa Sede, di comunicarsi ricevendo la particola consacrata in mano e dimostra molto chiaramente e senza alcun dubbio che, per l’appunto, solo di concessione si tratta. Pertanto, rifiutarsi di fruire di tale atto di tolleranza, come fece lui durante il governo della sua diocesi, non solo è lecito, ma addirittura preferibile, perché maggiormente rispondente alla volontà del Papa. La Comunione sulla mano è nata come un abuso. Negli anni Sessanta, nei Paesi dell’Europa settentrionale, ovvero quelli con un episcopato ed un clero marcatamente progressista e disobbediente, si introdusse in maniera del tutto arbitraria tale modo di ricezione dell’Eucaristia.

Di fronte al fatto compiuto e alla volontà da parte degli artefici del cambiamento di proseguire su questa strada, la Sacra Congregazione per il culto divino rispose con l’istruzione Memoriale Domini (28 maggio 1969). Il documento, voluto ed approvato da Papa Paolo VI, ribadisce che il modo di distribuire la Santa Comunione in bocca «deve essere conservato, non soltanto perché si appoggia sopra un uso trasmesso da una tradizione di molti secoli, ma, principalmente, perché esprime la riverenza dei fedeli cristiani verso l’Eucaristia». Cambiare poteva rappresentare un pericolo. È vero che i profeti di sventura all’epoca (ma anche oggi) non andavano di moda e non erano graditi. Ma le paure di Paolo VI si sono rivelate fondate e adesso ne paghiamo le conseguenze.

L’istruzione vaticana paventava che si arrivasse «a una minore riverenza verso l’augusto Sacramento dell’altare», «alla profanazione dello stesso Sacramento» e «alla adulterazione della retta dottrina». Soltanto un ingenuo non vede che quelli che allora apparivano “solo” dei rischi sono divenuti terribili realtà: la situazione della Chiesa (in particolare di quei Paesi in cui il clero ha sempre seguito le “magnifiche sorti e progressive”) lo sta a dimostrare inappellabilmente. Nonostante ciò, i responsabili di tale scempio ed i loro allievi, anziché vergognarsi e ritirarsi in silenzio, continuano a dare lezioni.

Ebbene, la Memoriale Domini si conclude affermando che «la Sede Apostolica esorta veementemente i vescovi, sacerdoti e fedeli a sottomettersi diligentemente alla legge ancora in vigore [ovvero la Comunione in bocca n.d.r.]e un’altra volta confermata, attendendo tanto al giudizio apportato dalla maggior parte dell’Episcopato [contrario alla Comunione sulla mano n.d.r.], come alla forma che utilizza il rito attuale della sacra liturgia, come, infine, al bene comune della stessa Chiesa». Purtroppo, nonostante le buone intenzioni, il documento apre però una falla nella diga, rivelatasi ben presto fatale (e questo è accaduto e continua purtroppo ad accadere nella Chiesa per moltissime altre questioni). Infatti l’istruzione dice pure che, laddove non sia possibile frenare la pratica della Comunione sulla mano, con le dovute condizioni la Santa Sede concederà un indulto, a patto però che venga ribadita nella catechesi la verità dogmatica sull’Eucaristia.

Questa deleteria apertura ha fatto sì che a poco a poco, quasi tutte le conferenze episcopali del mondo chiedessero l’indulto, imponendo di fatto il nuovo modo di agire, per puro spirito di conformismo ai tempi. E la Santa Sede ha sempre avallato le richieste dei vescovi. In Italia, ad esempio, per un solo voto di scarto, la Comunione in mano venne introdotta nel luglio del 1989. In Kazakhstan, invece, grazie soprattutto all’opera di mons. Athanasius Schneider, si continua a ricevere l’Ostia consacrata solo in bocca e possibilmente in ginocchio (come faceva Benedetto XVI nelle sue Messe). Orbene, quando nel 1996 i vescovi argentini decisero di introdurre la Comunione sulla mano, mons. Laise si oppose fermamente, attirandosi così gli strali dei suoi confratelli, che lo accusarono di rompere la “comunione ecclesiale”. Ma il grande vescovo argentino, oggi residente a San Giovanni Rotondo, aveva ragione. E la Santa Sede lo riconobbe senza problemi, perché la facoltà di chiedere l’indulto spetta ai singoli vescovi, in base alla loro prudenza pastorale. Mons. Laise, dunque, si è appellato giustamente, doverosamente e santamente alla sua coscienza di pastore cattolico, davvero preoccupato del bene della Chiesa e di quello spirituale dei fedeli affidatigli.

Altri vescovi e preti (pochi in verità) hanno seguito il suo esempio. Possiamo citare il sacerdote veronese don Enzo Boninsegna, vero eroico “pioniere” in Italia; il cardinal Carlo Caffarra, che nel 2009, per evitare sacrilegi, ha proibito la Comunione in mano nella Chiesa Metropolitana di San Pietro, nella Cattedrale di San Petronio e nel Santuario della B.V. di San Luca; c’è poi mons. Cristóbal Bialasik, vescovo della diocesi di Oruro, in Bolivia, che l’anno scorso ha annunciato ai suoi fedeli di aver vietato la S. Comunione sulla mano, definendola una consuetudine “intollerabile”. D’altra parte, come spiega nel libro, la posizione di mons. Laise è canonicamente e pastoralmente incontestabile.

La Comunione in mano, tanto amata dai protestanti, è stata pensata proprio per ridurre il Santissimo Sacramento a mero simbolo, attaccando così il dogma cattolico sull’Eucaristia. Gesù durante l’Ultima Cena, diede il pane e il vino in mano agli Apostoli, è vero. Ma si trattava appunto dei primi vescovi. Il sacerdote ha le mani consacrate con l’unzione, ed è per questo che è l’unico ad avere il “privilegio” e il grave compito di toccare le specie eucaristiche. Oltretutto, al contrario di quanto falsamente sostenuto dai novatori, nei primi secoli della Chiesa si riceveva la Comunione in mano con ogni riguardo e riverenza, spesso senza toccarla direttamente, non come accade adesso.

Peraltro, col passare del tempo e nel susseguirsi di tante vicende storiche, la sensibilità ed il rispetto verso l’Eucaristia sono aumentati ed è per questo che intorno al IX secolo si passò definitivamente a ricevere il Corpo di Cristo in bocca. In ogni frammento del pane consacrato, infatti, c’è tutto Nostro Signore ed è una profanazione lasciare che anche uno solo cada a terra e vanga calpestato. Nella cosiddetta Messa tridentina, tanto per intenderci, dopo la consacrazione il sacerdote non separa più il pollice e l’indice delle mani finché non arriva il momento della purificazione, terminata la distribuzione della Comunione.

Oggi invece questa fede eucaristica si è tragicamente persa, anche tra i sacerdoti. I fedeli, poi, sembra vadano a ricevere una caramella, e infatti tutti si comunicano ma pochi si confessano! In pratica, quello che fino agli anni Sessanta era un abuso, una disubbidienza, un attacco alla verità cattolica, oggi è divenuto la normalità. E, lo ripetiamo, assolutamente contro la volontà di Paolo VI. Anche perché l’istruzione della Congregazione del culto divino faceva un tutt’uno con una lettera pastorale in cui viene nitidamente evidenziato che, ad ogni modo, «la nuova maniera di comunicarsi non dovrà essere imposta in modo che escluda l’uso tradizionale».

Eppure, solo da un ritorno generale al modo tradizionale di ricevere Gesù Sacramentato, in bocca ed in ginocchio, potranno sgorgare grazie abbondanti e si tornerà ad avere una primavera della Chiesa. Pertanto, i laici non debbono stancarsi di chiedere questo ai pastori e di comunicarsi solo in bocca, perché questa è, ancora oggi e nonostante tutto, la norma della Chiesa. E i vescovi dovrebbero avere un po’ di fede e di coraggio nel cambiare. Il che, visti i tempi, sarebbe miracoloso. Ma nulla è impossibile a Dio.
 

06 settembre 2014

"Scambiatevi un segno di pace": fine della ricreazione?

di Marco Mancini

Avete presente il trambusto in cui ci si imbatte di tanto in tanto durante la Santa Messa (ovviamente parliamo del Novus Ordo), nel bel mezzo dei Riti di Comunione, dopo il Pater Noster e immediatamente prima dell’Agnus Dei? “Scambiatevi un segno di pace” diventa un po’ una sorta di “tana libera tutti”: sacerdoti che abbandonano il presbiterio per passare, come rockstar al termine di un concerto, a salutare tutti i fan intervenuti, fedeli che si spostano dal proprio banco in prima fila per raggiungere il cugino di secondo grado seduto all’inizio della navata, canzonette schitarrate per l’occasione o bambini convocati all’altare per fare un po’ di spettacolo. Insomma, basta guardare qualche filmato (es. quiper rendersi conto del ridicolo che spesso circonda un momento che, in teoria, dovrebbe essere propedeutico alla distribuzione della Comunione, cioè della Presenza Reale di Colui che solo può darci la pace, la vera pace, “non come la dà il mondo”.

Se è vero che, come la madre di Joseph Ratzinger era solita ricordare a suo figlio, ciò che è stupido non può essere cattolico e viceversa, da tutto questo si può percepire l’avanzato stato di protestantizzazione in cui, volente o nolente, versa certa liturgia post-conciliare. Se poi si pone mente al carattere giudaizzante di buona parte delle canzonette, la sensazione diventa certezza: come osservò l’ebreo Bernard Lazare, infatti, “la Riforma, sia in Germania che in Inghilterra, fu uno di quei momenti in cui il Cristianesimo si ritemprò alle fonti ebraiche. Con il protestantesimo lo spirito ebraico trionfò” (cfr. i contributi ripubblicati da Andrea Giacobazzi nel suo ultimo volume, Anche se non sembra). E allora più Evenu Shalom per tutti:



A Roma si cerca, di tanto in tanto, di tappare qualche falla, non sempre con tempestività. L’8 giugno scorso, la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti ha emanato una circolare (qui il testo completo) indirizzata a tutte le Diocesi, contenente alcune linee-guida su “L’espressione rituale del dono della pace nella Messa”. Essa chiarisce, innanzitutto, che il segno di pace non è affatto un momento indispensabile della celebrazione eucaristica, ma “si può omettere e talora deve essere omesso”, qualora lo consiglino ragioni di opportunità. Quindi si procede a una stretta nei confronti degli abusi, raccomandando di evitarne almeno tre: l’introduzione di un “canto per la pace”, lo spostamento dei fedeli dal loro posto e l’allontanamento del sacerdote dall’altare per dare la pace a qualche fedele.

Tutti i media hanno ripreso, peraltro con qualche settimana di ritardo, la circolare, attribuendo a Papa Francesco la paternità dell’idea di questa maggiore sobrietà. Tutto risolto, allora? Francesco è divenuto un tradizionalista liturgico? D’ora in avanti, soprattutto, non dovremo più aspettarci abusi? Non è proprio così.

Innanzitutto, come chiarito sopra, la circolare è stata emanata dalla Congregazione per il Culto Divino, presieduta dal card. Antonio Canizares Llovera. Considerato di orientamento “conservatore” (ma neanche troppo), tanto da essere soprannominato “piccolo Ratzinger”, Canizares è stato promosso ut amoveatur ad Arcivescovo di Valencia qualche giorno fa: soluzione non sgradita all’interessato, che pare intendesse tornare in patria, anche se avrebbe preferito la sede di Madrid. Insomma, più che una delle prime decisioni di Francesco, la circolare sul “segno di pace” sembra l’ultima di Benedetto XVI: nel testo, infatti, si afferma che essa è il frutto di una riflessione richiesta proprio da Ratzinger nell’Esortazione Apostolica Sacramentum Caritatis del 2007, pubblicata a conclusione del Sinodo sull’Eucarestia, dove già si osservava che “è stata rilevata l'opportunità di moderare questo gesto, che può assumere espressioni eccessive, suscitando qualche confusione nell'assemblea proprio prima della Comunione. È bene ricordare come non tolga nulla all'alto valore del gesto la sobrietà necessaria a mantenere un clima adatto alla celebrazione, per esempio facendo in modo di limitare lo scambio della pace a chi sta più vicino” (par. 49). Certo, Papa Francesco ha approvato la circolare, ma su questa scelta, tutto sommato abbastanza scontata, non è il caso di fantasticare più del necessario.

A prescindere dagli orientamenti liturgici del Santo Padre, tuttavia, l’elemento problematico è quello della completa inefficacia, già sperimentata in passato, di siffatte “circolari”: come le grida manzoniane, esse continuano a denunciare gli abusi, senza che però questi vengano sanzionati come dovrebbero. I Vescovi sono nel migliore dei casi timorosi o inadempienti, mentre nel peggiore rifiutano di conformarsi alle direttive provenienti da Roma; i sacerdoti peggio ancora. A quanti e quali abusi, spesso decisamente oltre il limite del sopportabile, siamo costretti ad assistere nelle parrocchie? Chi li reprime? Chi si assicura che la liturgia venga celebrata come Dio comanda? Nessuno, appunto.

Del resto, oggi i preti cantano “Mamma Maria” sull’altare, guadagnandosi l’affetto di numerosi fan e partecipando ai talk show della domenica pomeriggio. Oppure benedicono le “fedi” dei travestiti, facendoci rimpiangere ogni giorno di più quel sant’uomo di don Oreste Benzi che, alla domanda su cosa pensasse dei transessuali, rispondeva, con tutto il realismo e il buon senso di cui è capace il cattolico: “Devono curarsi”. E se nessuno ha il coraggio di assumere provvedimenti nei confronti di soggetti del genere, pensiamo forse che qualcosa potrà cambiare riguardo al segno della pace? Inutile farsi illusioni: la crisi della liturgia (e della Chiesa) si prospetta ancora molto lunga.
 

29 settembre 2013

22 maggio 2013

Francesco e la liturgia: una "punizione" per i merlettari?

di Satiricus
Affranto e sconsolato, io come molti miei compagni di tradizionalismo, assisto al tramonto (o all’eclisse?) della riforma liturgica nella Catholica.
Sincopata dalle modifiche post-conciliari, la liturgia viva e imperitura della Chiesa semper reformanda (oggi invece – non so perché – si tende a ritenere che sia la liturgia a dover essere semper reformanda) ha tentato per qualche decennio la strada non proprio felice del miscuglio tra archeologia e innovazione, teologia e pastorale, ecumenismo e ragione. A miscuglio lievitato, ci è rimasta in mano una messa con più tribolazioni che turiboli.
 

21 maggio 2013

16 aprile 2013

Il gesuita danzante


di Satiricus

Poche settimane fa segnalavo con toni inquietanti le performances di un ballerino indiano, che piroettava sensualmente sul presbiterio di una chiesa. Ho vagamente temuto fosse un'ode a Shiva. Poi ho scoperto che si trattava di un gesuita, fratel Saju George Moolmamthuruthil.
L'opzione di fratel Saju non può che lasciarmi basito e scettico. Col sigaro a mezz'asta.