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26 agosto 2017

Il Fatto Quotidiano. Non uno scoop ma un sacrilegio


di Daniele Barale

Da cinquecent'anni quelli che si dicono spiriti liberi perché hanno disertato la Milizia per gli Ergastoli smaniano per assassinare una seconda volta Gesù. Per ucciderlo nei cuori degli uomini. Appena parve che la seconda agonia di Cristo fosse ai penultimi rantoli vennero innanzi i necrofori. Bufoli presuntuosi che avevan preso le biblioteche per stalle; cervelli aerostatici che credevano di toccare le sommità del cielo montando nel pallon volante della filosofia; professori insatiriti da fatali sbornie di filologia e di metafisica si armarono – l'Uomo vuole! - come tanti crociati contro la Croce”. Sono le parole che Giovanni Papini ha usato nell'introduzione alla sua Storia di Cristo e che sicuramente avrebbe dedicato oggi ai giornalisti di Millennium, mensile del Fatto Quotidiano, in particolare a Ersilio Mattioni, il quale si è infiltrato dentro i confessionali di Milano e provincia, fingendosi un cattolico perplesso nei confronti di papa Francesco, per poi scrivere un presunto scoop.

A questo punto, credo si possano fare due riflessioni. Il giornalista e tutti i suoi colleghi, tra cui direttore del cartaceo Marco Travaglio e il direttore online Peter Gomez, hanno commesso un sacrilegio, occorre sottolinearlo. Essi hanno “smaniato per uccidere una seconda volta Gesù nel cuore degli uomini”, oltraggiando uno dei 7 sacramenti, il sigillo sacramentale o segreto confessionale. Tra l'altro, stupisce che Travaglio abbia permesso un atto di questo tipo, essendo cattolico, seppure “adulto”, come lui stesso ha dichiarato in varie occasioni, e un allievo dei salesiani al Val Salice di Torino.

Non a caso, si legge all'art. 4 delle norme sostanziali della Congregazione per la Dottrina della Fede: “§ 2. Fermo restando il disposto del § 1 n. 5, alla Congregazione per la Dottrina della Fede è riservato anche il delitto più grave consistente nella registrazione, fatta con qualunque mezzo tecnico, o nella divulgazione con i mezzi di comunicazione sociale svolta con malizia, delle cose che vengono dette dal confessore o dal penitente nella confessione sacramentale, vera o falsa. Colui che commette questo delitto, sia punito secondo la gravità del crimine, non esclusa la dimissione o la deposizione, se è un chierico”. La scomunica è dietro l'angolo.

Non solo, l'azione dei giornalisti del FQ si pone in contrapposizione perfino con la legislazione italiana, la quale protegge - come quella di molti Paesi - il segreto confessionale. Il concordato del 18 febbraio 1984, art. 4, n. 4, sancisce: «Gli ecclesiastici non sono tenuti a dare ai magistrati o ad altra autorità informazioni su persone o materie di cui siano venuti a conoscenza per ragione del loro ministero». Aggiungerei, men che meno ai giornalisti!

Ma cosa avrebbero fatto di così male i sacerdoti ambrosiani, per portare i giornalisti del FQ a rischiare contro tutto e tutti? Non appena si leggono le 5 pagine su Millennium, dedicate loro, si scopre che prima di tutto i sacerdoti presi di mira non sono disobbedienti o scandalosi. Per esempio, il Parroco di Vanzaghello afferma quello che la dottrina di sempre ricorda: “il Papa non è infallibile ogni volta che parla in pubblico, a meno che non lo faccia ex cathedra su questioni appunto di morale e di dottrina. E ancora, a Legnano il sacerdote ricorda semplicemente che accogliere gli immigrati senza mostrar loro la nostra identità non è vera accoglienza; d'altronde, solo chi ha un'identità, una storia precisa non ha paura dell'altro e sa accogliere per davvero. Altrimenti, si rischia che un'immigrazione pacifica si trasformi in un'invasione che distrugge e sostituisce la cultura ospitante. Ma cosa più importante, ricorda il dovere dei cattolici: “Difendere Cristo come l’unica cosa importante”. Sembra aver imparato bene la lezione del card. Biffi, di cui non si poteva dire che fosse un razzista. Ad un certo il don risponde con: “Eh, sì, ognuno è fatto a suo modo”, alla preoccupazine del giornalista fintosi 'pecorella smarrita': “Tanto i Papi, prima o poi, cambiano. Prima ce n’era uno, quello tedesco, che mi sembrava più rigido su certe cose e mi piaceva”. Dov'è che il sacerdote mostrerebbe disobbedienza verso Papa Francesco?

Sul sagrato della Chiesa non si ferma la riforma pastorale di Papa Francesco, ma il buon senso dei giornalisti del FQ.

Emerge così, sia dal punto di vista giornalistico sia della dottrina cattolica, che le 5 pagine più che contenere uno scoop, riportano un grande flòp, giacché nessuna infrazione è stata rivelata. Anzi, la serenità e fermezza dei parroci, che emergono nonostante le manipolazioni di redazione dimostrano che da anni sussiste lo stesso problema: la gente è sempre più disorientata e persino contrariata da certe dichiarazioni e da certi silenzi che vengono dall’alto e vanno in confessionale per chiedere luce e orientamento. Perfino il Mattioni lo fa emergere con la parte che ha recitato, seppure inconsapevolmente e arrivando a conclusioni opposte. Per lui chi si pone quel problema sbaglia; invece, per i 2000 anni della Chiesa e per i milioni, o miliardi di cattolici, vissuti prima di noi (la democrazia dei morti non sbaglia, direbbe Chesterton) chi si pone tale problema fa bene, poiché viol dire che vi sono ancora cristiani con una coscienza.

Perciò diceva il card. Newman: «Se fossi obbligato a introdurre la religione nei brindisi dopo un pranzo - il che in verità non mi sembra proprio la cosa migliore -, brinderò, se volete, al Papa; tuttavia prima alla coscienza, poi al Papa». Per non travisare questa frase, vedendovici un'idea di coscienza non cattolica, essa va inquadrata, come diceva l'allora cardinal Joseph Ratzinger, nel complessivo pensiero di Newman e nella sua fedeltà alla tradizione medioevale, la quale aveva individuato due livelli del concetto di coscienza: sinderesi e coscienza.

Ancora un'ultima osservazione. E' interessante notare che pure i giornalisti de Il Fatto Quotidiano si sono iscritti al club esclusivo del nuovo sport nazionale “la caccia al presunto integralista cattolico”. Aveva iniziato il Foglio, con un articolo di Crippa, a proposito dei cosiddetti cattolici ideologici e integristi; su questa strada si è costruito pure il dossier de la Nuova Europa sui fondamentalismi a cura di Massimo Introvigne nell'autunno 2016; seguito subito dopo da una “lista di proscrizione” su La Stampa a cura di Andrea Tornielli e sempre con la collaborazione di Massimo Introvigne, che fino a qualche mese prima si trovava dalla parte opposta di Tornielli and Co [e prima ancora assieme dalla parte di Benedetto XVI]; e di recente, l'articolo di padre Antonio Spadaro e del pastore presbiteriano Marcelo Figueroa (direttore dell'edizione argentina de L’Osservatore Romano: sì, lettori, è lecito essere perplessi). Questa alleanza tra cattolici e mondo laicista – il quale appoggia il Papa in modo del tutto strumentale – non può non destare qualche preoccupazione, dal momento che favorisce la scomparsa dei cattolici dalla vita pubblica della nostra patria; a discapito del bene comune, della libertà religiosa, degli articoli 19 e 21 della costituzione.

https://labaionetta.blogspot.it/2017/08/il-fatto-quotidiano-e-quel-suo-scoop.html

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08 giugno 2017

Comunione ai divorziati risposati: la possibilità arriva dal futuro Vescovo di Fidenza


di Paolo Spaziani

“Presentazione del documento con particolare attenzione all’amore nel matrimonio e nella famiglia”. Questo il titolo della serata di presentazione dell'Esortazione Apostolica di Papa Francesco Amoris Laetitia tenuta presso la parrocchia San Giovanni Battista a Carpenedolo da Don Ovidio Vezzoli, sacerdote bresciano e futuro Vescovo di Fidenza. Da marito e padre di tre figli ho partecipato all’incontro pensando che lo stesso fosse finalizzato a mettere in luce la bellezza e la verità del matrimonio cristiano, inteso come unione indissolubile tra un uomo e una donna.

Purtroppo, per larghi tratti della serata, ho come percepito che l’incontro non mi riguardasse, che la preoccupazione fosse un’altra, cioè quella di trattare, “i casi più complessi”, evidenziando la netta differenza tra l’approccio di Amoris Laetitia rispetto a molte altre occasioni in cui il magistero della Chiesa ha approfondito il tema della famiglia e del matrimonio. Su questo aspetto Don Vezzoli ha citato il Decreto Tametsi approvato dal Concilio di Trento che sanciva l’invalidità del matrimonio celebrato senza la presenza di una prete cattolico. Don Vezzoli ha ribadito il tono “legalistico, formale” del Decreto che “rimaneva all’esterno”, “preoccupandosi solo di stabilire se il matrimonio era valido o non valido, se corrispondeva alle leggi della Chiesa o meno”. Subito dopo Don Vezzoli ha citato la Casti Connubii di Pio XI affermando che “…il problema era mettere in evidenza che il rapporto coniugale, sessuale, all’interno del matrimonio deve essere sempre aperto alla vita e deve avere una connotazione di cooperazione al disegno di Dio, all’opera della creazione di Dio, mettendo bene in evidenza situazioni che andavano contro la morale cattolica, cristiana, situazioni non conformi alla tradizione della Chiesa. Un modo di procedere, potremmo dire, negativo, che mette in evidenza tutti gli aspetti contrari. E’ come se io leggessi un documento e mi sentissi soffocare e mi sentissi costantemente in colpa. Se tu leggi Amoris Laetitia la percezione non è certo quella legalistica, di chi si sente soffocare”.

Personalmente non ho mai percepito come soffocante il magistero della Chiesa sulla famiglia e sul matrimonio (l’unica cosa veramente soffocante era il caldo della serata…), al contrario penso che il nostro infinito desiderio di felicità, bellezza e verità possa compiersi solamente nella sequela di Cristo, della Chiesa e del suo bimillenario magistero che non è fatto di regole, come molti dicono, ma di insegnamenti per la nostra salvezza. Il respiro diventa più affannoso, l’aria comincia a mancare non in presenza di certezze, ma, al contrario, quando regna la confusione e tutto diventa relativo.

Durante tutta la serata ho percepito come se vi fosse l’intenzione di distinguere il passato della Chiesa, fatto di regole, pregiudizi e chiusura mentale da un presente, inaugurato con Amoris Laetitia, più umano e aderente alla realtà. Questo raffronto non l’ho condiviso in quanto, a mio avviso, non rende il giusto onore alla tradizione, alla immutabile dottrina della Chiesa, nonché al grande magistero dei Pontefici che hanno preceduto Papa Francesco (in primis San Papa Giovanni Paolo II e Benedetto XVI) che, proprio in tema di famiglia e matrimonio, hanno dedicato parole di una chiarezza che oggi, invece, manca.

Verso il termine dell’incontro Don Vezzoli ha affrontato il tema dei divorziati risposati, chiarendo quale dovrebbe essere l’approccio cristiano con persone che vivono queste situazioni. Don Vezzoli ha precisato che queste persone “non sono dei lebbrosi, non sono dei proscritti. Non è gente dalla quale bisogna starsene alla larga. Spesso diciamo: hai sentito di quello? E’ infestata l’aria da questa gente! Vedete come siamo sprezzanti nei giudizi!”. Confesso di aver provato molta amarezza davanti a queste parole, perché nei miei quarant’anni di vita nella Chiesa non ho mai assistito a situazioni in cui queste persone siano state escluse dalla comunità cristiana, additate per il loro peccato e trattate male. La Chiesa che conosco ha sempre dimostrato accoglienza, comprensione e inclusione, qualsiasi fosse il percorso di vita di ognuno.

Al termine dell’incontro, non essendo emerso in modo chiaro quale fosse il possibile approdo del percorso di discernimento che ha rappresentato il filo conduttore di tutta la serata il sottoscritto e un’altra persona hanno posto alcune domande finalizzate a fare chiarezza sull’ammissione all’Eucaristia per i divorziati risposati. La domanda che ho posto è se al termine di questo percorso di discernimento possa essere prevista la riammissione ai Sacramenti. Don Vezzoli, pur ribadendo la gravità del peccato di adulterio e l’immutabilità della dottrina al riguardo, ha risposto: “Amoris Laetitia lascia aperta, dopo il discernimento, che non è da un giorno all’altro, immediatamente applicabile, fatte salve le condizioni di giustizia e di gravità di quanto accaduto, la possibilità di accedere ai Sacramenti. Ma questo chi lo decide? Lo decide chi fa il discernimento. Lo decide il confessore.(…) Accompagnare, discernere, in vista di reintegrare”.

L’incontro termina, torno a casa senza nascondere la mia amarezza. Apro la porta, incrocio lo sguardo di mia moglie, vedo i miei figli dormire e mi chiedo cosa mi venga chiesto in questo momento di confusione. Innanzitutto di non disperare e di continuare a testimoniare, pur in mezzo a mille difficoltà, errori e debolezze, la straordinaria bellezza del matrimonio cristiano. Certo, perché ce lo ha assicurato Gesù Cristo, che le porte degli inferi non prevarranno.

 

23 settembre 2016

San Pio, il santo confessore di Pietrelcina


di Alfredo Incollingo

Quando si parla di San Pio di Pietrelcina, che noi tutti ancora chiamiamo affettuosamente Padre Pio, si tratta di un santo molto criticato e abusato da una pubblicistica assillante e profittevole. E' stato considerato uno psicopatico ignorante da Agostino Gemelli, frate francescano e medico, che negava l'origine divina delle sue stimmate. Allo stesso modo un'eccessiva devozione popolare, giunta a forme estreme e idolatre, ha creato un'immagine falsa del santo, considerato più un taumaturgo che un uomo di Dio, dimenticando che Padre Pio diede la sua vita a Cristo.
A Lui si rivolgeva il frate nelle preghiere e a Lui riconduceva i fedeli che si accostavano al confessionale.
Padre Pio fu un santo confessore, un pastore delle anime che non volle trascurare la loro cura spirituale: comprese l'importanza di chiedere perdono a Dio e di godere della Sua misericordia per poterci mondare delle nostre colpe in pensieri, parole, opere e omissioni.
La sua grande fede in Gesù, vissuta a tal punto da rivivere la Passione, le cui stimmate furono il segno esteriore dell'estasi, gli conferì un dono dello Spirito Santo: capire i cuori della gente, i loro pensieri più reconditi e inconfessabili. Nessuno sfuggiva allo sguardo scrutatore di Padre Pio. La confessione non aveva segreti. Padre Pio, al di là di qualsiasi forma di (eccessiva) devozione popolare, fu il santo della misericordia divina e della necessità per tutti noi di riconoscerci peccatori, per poterci sentire veramente cristiani.

Si chiamava in realtà Francesco Forgione e nacque a Petrelcina, nei pressi di Benevento, il 25 maggio 1887 da una famiglia di poveri contadini, molto devoti a Gesù e a Maria, la cui scrupolosità delle pratiche religiose non si riduceva a sterile formalismo, ma era animato da una fede sincera. Nel 1903 decise di entrare nell'Ordine dei Frati Cappuccini, prendendo il nome di Fra Pio. Divenuto sacerdote dovette desistere dal suo desiderio di seguire la sua vocazione apostolica in terre lontane per gravi ragioni di salute. Fu costretto a ritornare a Pietrelcina e da qui fu trasferito a San Giovanni Rotordo, sul Gargano, nel convento di Santa Maria delle Grazie. Fu un periodo di gravi difficoltà fisiche e spirituali: la malattia polmonare era ostica da guarire e il Demonio non lo lasciava mai in pace.
Eppure la sua forza d'animo e la sua fede non si affievolirono, anzi la celebrazione dell'Eucarestia e la certezza della misericordia e dell'amore di Dio gli davano lo stimolo necessario per resistere.  Ciò era possibile solo con il sacramento della Confessione: Dio ci avrebbe assolto dalle nostre colpe, se pentiti, dandoci la volontà per sfuggire le occasioni di tentazione. Passava dalle quattordici alle sedici ore nel confessionale, senza sosta, provando non pochi problemi fisici: la fiducia nel sacramento era così forte da vincere ogni cosa. Offrì le sue sofferenze a Gesù, perché faceva tutto ciò per l'amore verso il Crocifisso, rivivendo il dolore del Suo sacrificio.
Il 20 settembre 1918 il cappuccino ricevette le stimmate di Cristo sulle mani, sempre sanguinanti, fino alla sua morte. Il miracolo sembrò confermare l'aurea di santità che già aleggiava sulla sua figura, ma le critiche non tardarono a giungere, anche da ambienti ecclesiastici: il medico Agostino Gemelli ritenne le sue piaghe una truffa.
La preghiera rimase la sua arma per resistere e per continuare a trarre la forza per andare avanti: la recita del Santo Rosario fu il suo grazie e la sua richiesta d'aiuto alla Madonna, verso la quale non mostrò mai dubbi. Sulla porta della sua cella fece incidere una celebre frase mariana di San Bernardo di Chiaravalle, “Maria è tutta la ragione della mia speranza”; a Lei dedicò anche la Casa Sollievo della Sofferenza, che oggi è uno degli istituti di ricerca e di cura più efficienti a livello nazionale e internazionale.
San Pio da Pietrelcina morì a San Giovanni Rotondo il 23 settembre 1968, nell'anno della contestazione più devastante. Le sue stimmate sparirono miracolosamente alla presenza delle decine di migliaia di fedeli che si erano radunati per vegliare sulla sua salma. Padre Pio fu considerato santo già in vita e questo fatto miracoloso incrementò la devozione dei numerosi fedeli che dalla sua morte si recano a San Giovanni Rotondo a pregare sulla sua tomba.
Il processo di canonizzazione ufficiale fu preceduto e parallelo a quello ufficioso del popolo. San Giovanni Paolo II lo dichiarò venerabile nel 1997 e nel 1999 lo beatificò; sempre il Santo Padre lo santificò qualche anno dopo nel 2002.
 

01 agosto 2016

Il Doctor Zelantissimus, il teologo che parlava ai semplici


di Alfredo Incollingo

Parlare di Sant'Alfonso Maria dé Liguori non è cosa da poco. Stiamo citando un Dottore della Chiesa e un prolifico teologo e compositore, che riassume in sé lo spirito evangelizzatore dei grandi santi e l'umiltà di andare (veramente e coerentemente) verso il popolo.
Non sono rari tuttavia le grandi personalità sante che, abbandonando il loro benessere, misero a servizio dei semplici la propria erudizione e la loro carità.
Nacque il 27 settembre 1696 a Napoli in una ricca e potente famiglia nobiliare. La sua origine altolocata lo protesse da un mondo difficile e segnato dalla miseria. Eppure è proprio nella ricchezza e nell'abbondanza che sentì e volle seguire la vocazione di consacrarsi totalmente a Dio. Aveva grandi doti intellettuali e intrapre una brillante carriera forense, ma un fallimento professionale lo condusse alla depressione e, avendo toccato il fondo, sperimentando la sofferenza e la solitudine, si salvò ritrovando la fede.
Nonostante la disapprovazione del padre, Alfonso prese l'abito sacerdotale nel 1726, ma, su pressione familiare, dovette desistere all'inizio dal seguire la sua vocazione missionaria verso i poveri. Ciò non lo fece desistere dai suoi intenti, infatti teneva costantemente assemblee durante le quali evangelizzava i suoi miseri fedeli. Dapprima ci fu una dura reazione della famiglia e del clero, ma in ultimo riuscì ad ottenere il permesso per continuare le sue lezioni. La sua santità e il suo amore per i poveri furono testimoniati da diversi miracoli: per esempio durante una veglia di preghiera fu avvolto da un fascio di luce che lo fece levitare da terra. Per dare libero sfogo alla sua carità fondò nel 1737 la Congregazione del Santissimo Redentore con una accesa e ancora viva vocazione apostolica. All'inizio i redentoristi si limitarono ad assistere i poveri napoletani, ma la loro azione, molto ostracizzata dalle autorità laiche e religiose, si estese a tutta Europa.
Contemporaneamente Alfonso dé Liguori continuò la sua attività intellettuale, componendo note canzoni popolati (Tu scendi dalle stelle) e importanti trattati di teologia morale (La pratica del confessore) volti a rafforzare la fede dei fedeli e a formare i missionari. La scelta di comporre canti popolari naturalmente non è casuale: era più facile insegnare le basi del cattolicesimo ai semplici con musiche e canzoni (riprendendo i motivi della tradizione napoletana) piuttosto che con omelie e lezioni di Catechismo.
Il carisma di Sant'Alfonso attirò ben presto l'attenzione del pontefice, all'epoca Papa Clemente XIII. Nel 1762 lo volle vescovo della diocesi di Sant'Agata dei Goti, in Campania, e, contro la sua volontà, fu costretto ad accettare l'incarico. Nulla tuttavia fu perso: ebbe modo di continuare a seguire la sua congrega e a dedicarsi attivamente alla cura dei poveri. Il 1764 fu un anno terribile per la Campania, colpita da una terribile carestia: Sant'Alfonso guidò una equipe di chierici e laici (compresi i governanti) che riuscirono di molto a lenire le indigenze e la scarsità di beni primari. Nel 1775 si ritirò dall'episcopato per problemi di salute e si stabilì infine nella casa redentorista di Nocera d Pagani dove morì il 1° agosto 1787.
Venne beatificano nel 1816 e canonizzato da Papa Gregorio XVI nel 1836. Pio IX lo proclamò Dottore della Chiesa nel 1871 per i suoi meriti intellettuali (Doctor zelantissimus), definendolo il patrono dei moralisti e dei confessori.
 

15 gennaio 2016

Crisi della confessione. Si torni all'antica formula


di Satiricus

La situazione è grave, non c’è che dire. Vi è un limite oggettivo e storico - quello che suggerì già a Pio XII e definitivamente a Giovanni XXIII la necessità di una grande Assise della Catholica in cui svolgere critica ed autocritica dello status quo -, si riscontra cioè da anni una crisi di incidenza della Chiesa nel mondo moderno e contemporaneo. Specificamente poi è innegabile una crisi del sacramento della Confessione e del senso di peccato e conseguente bisogno di salvezza. Da parte sua il dialogo interreligioso, nella misura in cui si attardi ad affermare che tutti sarebbero figli di Dio dalla nascita e che per ciò stesso la loro salvezza sarebbe fuori discussione (salvo scelte morali particolarmente eclatanti), non aiuta certo a sanare la dimensione oggettiva della crisi. A ciò si aggiungano i frutti del presente pontificato, ormai più facili da vagliare, sebbene sia prudente attendere altre annate per una giudizio che si voglia fermo e certo: sembrano definitivamente tramontati i mesi dell’entusiasmo iniziale, quelli in cui un fedelissimo come Massimo Introvigne si peritava di informarci a riguardo dell’incremento di confessioni suscitato dallo stile pastorale di Sua Santità Francesco. “Che l'"effetto Francesco" abbia indotto molte persone a tornare in chiesa e a confessarsi, specie nel periodo di Pasqua, non è più solo un'impressione ma un dato di fatto. Anche in Italia. Lo ha confermato una ricerca del CESNUR, l’istituto di ricerca sulle religioni diretto dal sociologo torinese Massimo Introvigne, presentata il 15 aprile a Torino”.

Si trattasse di effetto Francesco o di effetto Benedetto XVI (leggasi a riguardo il finale dell’articolo appena citato), allo scoccare del 2016, ad Anno giubilare pienamente e saldamente avviato, altre sembrano le risposte del popolo cristiano.

I fatti sono questi. Dall’apertura dell’Anno Santo voluto da papa Francesco e in occasione delle festività natalizie del 2015 – così come da quando Jorge Mario Bergoglio siede sulla cattedra di Pietro – il numero dei fedeli che si è accostato al confessionale non è aumentato, né nei tempi ordinari, né in quelli festivi. Il trend di una progressiva, rapida diminuzione della frequenza della riconciliazione sacramentale che ha caratterizzato gli ultimi decenni non si è arrestato. Anzi: mai come in prossimità di questo Natale i confessionali della mia chiesa sono stati ampiamente disertati”. Viene scritto in una lettera pubblicata da Magister.

Ciò che turba è che i fedeli si appoggino al Magistero, o almeno alle dichiarazioni quotidiane del Pontefice, per giustificare l’uso magico della fede e l’arresto di un serio cammino interiore di conversione (che è quanto di meno antropocentrico si potesse immaginare). Sono persuaso che non siano questi gli esiti auspicati dal Papa, ma di essi il Santo Padre porta ahilui la prima responsabilità.

“Due esempi valgano per tutti. Un signore di mezza età, al quale ho chiesto, con discrezione e delicatezza, se era pentito di una ripetuta serie di peccati gravi contro il settimo comandamento "non rubare", dei quali si era accusato con una certa leggerezza e quasi scherzando sulle circostanze non certo attenuanti che li avevano accompagnati, mi ha risposto riprendendo una frase di papa Francesco: “La misericordia non conosce limiti” e mostrandosi sorpreso che ricordassi a lui la necessità del pentimento e del proposito di evitare in futuro di ricadere nello stesso peccato: “Quel che ho fatto ho fatto. Quel che farò lo deciderò quando uscirò da qui. Come la penso su ciò che ho compiuto è questione tra me e Dio. Sono qui solo per avere quello che spetta a tutti almeno a Natale: poter fare la comunione a mezzanotte!” E ha concluso parafrasando l’ormai celeberrima espressione di papa Francesco: “Chi è lei per giudicarmi?”.

Una giovane signora, alla quale avevo proposto come gesto penitenziale, legato all’assoluzione sacramentale di un grave peccato contro il quinto comandamento "non uccidere", la preghiera in ginocchio davanti al Santissimo Sacramento esposto sull’altare della chiesa e un atto di carità materiale verso un povero nella misura delle sue possibilità, mi ha risposto seccata che il papa aveva detto pochi giorni prima che “nessuno deve chiederci nulla in cambio della misericordia di Dio, perché è gratis”, e che non aveva né tempo per fermarsi in chiesa a pregare (doveva “correre a fare gli acquisti natalizi in centro città”), né soldi da dare ai poveri (“che tanto non ne hanno bisogno perché ne hanno più di noi”)”. (Ibidem)

Ecco il mio consiglio, tra il serio e il faceto. Nell’attesa che Roma parli per risolvere almeno il chaos ingeneratosi tra i fedeli, i sacerdoti più zelanti sono invitati a tornare all’antica formula assolutoria, pienamente valida e altamente istruttiva. Leggiamola come si presenta nel Rituale Romanum:

“Quando il Sacerdote vuole assolvere un penitente, dopo avergli imposto una salutare penitenza e dopo che il penitente l’ha accettata, dice dapprima: Misereatur tui omnipotens Deus, et dimissis peccatis tuis, perducat te ad vitam æternam. Amen.
Quindi con la mano destra elevata verso il penitente, dice: Indulgentiam, absolutionem, et remissionem peccatorum tuorum tribuat tibi omnipotens et misericors Dominus. Amen.
Dominus noster Jesus Christus te absolvat: et ego auctoritate ipsìus te absolvo ab omni vinculo excommunicationis, (suspensionis), et interdicti, in quantum possum, et tu ìndiges. Deinde ego te absolvo a peccatis tuis, in nomine Patris, et Filii, + et Spiritus Sancti. Amen.
Se il penitente è un laico, omette la parola suspensionis. Il Vescovo nell’assolvere i fedeli fa tre segni di croce.
Passio Domini nostri Jesu Christi, merita beatæ Mariæ Virginis, et omnium Sanctorum, quidquid boni feceris, et mali sustinueris, sint tibi in remissionem peccatorum, augmentum gratiæ, et præmium vitæ æternæ. Amen”.

E così ci ricordiamo al contempo: che se il fedele rifiuta la giusta penitenza è lecito negargli l’assoluzione (non per ripicca, ma per trasparenza: nessuna assoluzione in assenza di contrizione); che il sacerdote pur sempre assolve nei limiti del proprio potere (in quantum possum), che sono fissati anzitutto dalla Legge Divina, con buona pace delle Conferenze Episcopali e dei Sinodi e tanto più delle riletture arbitrarie che il laicato realizza a partire da interviste del Pontefice; che peraltro, laddove ci sia reale pentimento, la Misericordia divina agisce con frutto, superando addirittura i limiti umani di confessore e penitente, la loro ignoranza, la loro pusillanimità (in quantum… tu indiges).

 

08 dicembre 2015

L’Immacolata inizio della nostra salvezza e Madre di Grazia e Misericordia


di Roberto de Albentiis

Oggi si celebra, prima festa mariana del nuovo anno liturgico e una delle ultime dell’anno civile, la grande solennità dell’Immacolata Concezione, una delle più belle, delle più importanti e delle più care al popolo cristiano (e non solo; quanti sanno che i musulmani credono nell’immacolato concepimento di Mariam, la Madre del loro più grande Profeta Issa?); questo è l’inizio della nostra salvezza, come canta la Chiesa d’Oriente, perché così fu promessa da Dio ai Progenitori: chi è Colei che al demonio “schiaccerà la testa”, come leggiamo nella Genesi, se non la Vergine Immacolata? E chi è la Donna vestita di Sole, come leggiamo nell’Apocalisse, se non sempre la Vergine Immacolata?
E’ in previsione della divina missione redentiva di Cristo che Maria è stata preservata dal peccato originale (una macchia, una sciagura da cui nessun uomo, neanche il più santo, è potuto scampare, e la cui gravità e, più ancora, la cui assenza, potremo capire pienamente solo dopo la nostra morte, quando tutto ci sarà svelato), e solo per l’Immacolata Concezione sono potute avvenire l’Annunciazione, la Divina Maternità, l’Assunzione, la Regalità e la Mediazione di Maria Santissima: i Profeti l’hanno annunciato, i mistici l’hanno contemplato, i Dottori e i teologi l’hanno, per quanto possibile, descritto, i semplici fedeli l’hanno sempre creduto e amato; e certo, per primi, i Progenitori, Adamo ed Eva, che se sentirono da Dio il castigo per la loro trasgressione, sentirono però, sempre da Dio, la grande promessa di un Redentore e di una Donna che avrebbero schiacciato definitivamente la testa all’antico serpente, e per questo vissero, secondo i Padri, in espiazione il resto della loro lunga vita, tanto da venire considerati e venerati come santi al 24 dicembre, Vigilia di Natale.
E’ San Francesco, il Serafico Patriarca, a chiamare Maria Immacolata, e dopo di lui vennero i suoi illustri figli (Antonio, Duns Scoto, Leonardo da Porto Maurizio, Massimiliano) che, con la speculazione teologica, la preghiera e la predicazione, diffusero la devozione all’Immacolata, devozione tutta francescana, dimostrata, in ultimo, da quel capolavoro di vita religiosa che è la famiglia dei Francescani dell’Immacolata, e che proprio sta subendo, ad opera del demonio, primo nemico dell’Immacolata, una dura persecuzione; è il popolo, semplice e devoto, che accoglie con fede e amore questa verità, prima ancora che venisse definitivamente adottata; ma è soprattutto Maria che, con le Sue Apparizioni a Rue du Bac, Roma e Lourdes, conferma quanto questo titolo Le sia gradito e, soprattutto, sia vero.
Maria è Madre e Mediatrice di Grazia: lo è in quanto Madre di Dio, lo è in quanto ha dato la vita all’Autore della Vita e della Grazia, Nostro Signore Gesù Cristo, che, sotto la Croce, ce l’ha data come Madre; e ogni giorno, nell’Ave Maria e nell’Angelus, riconosciamo ciò: “Ave Maria, Gratia plena, Dominus Tecum”.
Maria è Madre di Misericordia, perché Madre di Cristo, che è Divina Misericordia, e perché solo la Misericordia del Padre, per venire incontro all’umanità sofferente e corrotta dal peccato originale, poteva approntare la Redenzione operata da Cristo e l’Immacolata Concezione che l’ha permessa (poteva forse una creatura peccatrice dare la vita al Figlio di Dio e al Redentore?). E sempre il Padre, per salvare il mondo, quasi 100 anni fa, a Fatima, volle offrire all’uomo peccatore, sempre più lontano da Lui, il rimedio della devozione al Cuore Immacolato di Maria.
Chiediamola, questa Misericordia, a Maria: il mondo ha un disperato bisogno di Misericordia, e solo in Gesù (nel Suo Sacro Cuore) e solo nella Chiesa la possiamo trovare, nella Coroncina che Gesù ha dato a Santa Maria Faustina Kowalska e soprattutto nel Sacramento della Confessione; ogni volta che ci confessiamo è come se fossimo, anche se certo per breve tempo, immacolati anche noi. Perché non ricorrere, oggi, a questo divino rimedio? Perché, anzi, non ricorrervi, spesso, meglio ancora, sempre? (e proprio oggi Papa Francesco ha voluto aprire il Giubileo straordinario della Misericordia)
Maria, apparendo a Montichiari come Rosa Mistica, chiese, per solennizzare ancora di più la giornata di oggi, l’Ora di Grazia Universale, un’ora particolare di adorazione e riparazione eucaristica; perché, potendolo, non praticarla? Amando Maria, si ama ancora di più Gesù, che è la cosa più grande che possiamo fare su questa terra; e cosa c’è di più gradito a Gesù di ricorrere a Lui nell’Adorazione Eucaristica, nella Confessione e, soprattutto, nella Comunione?
Chiediamo certo grazie temporali e materiali a Maria, se sono per il bene nostro e se non sono sconvenienti, ma, soprattutto, chiediamo a Maria un supplemento di fede, un più grande amore al prossimo e soprattutto a Dio, chiediamo, specialmente, la conversione, il perdono dei peccati e la salvezza eterna: questa è la Grazia e questa è la Misericordia, di cui è Madre, e solo queste cose contano e servono, in questa vita e soprattutto nell’altra.
E come canta la Chiesa d’Oriente, con il magnifico inno “Agni Parthene” (moderno e nemmeno liturgico!):
O senza macchia pura, o Vergine Signora
Salve sposa non sposata!
O Madre Regina, O rugiadoso vello
Salve sposa non sposata!
O trascendente cielo, o raggio più lucente
Salve sposa non sposata!
T’invoco con forza, O sacro Tempio
Salve sposa non sposata!
Aiutami, proteggimi dal nemico
Salve sposa non sposata!
E rendimi erede della vita eterna
Salve sposa non sposata!

 

08 ottobre 2014

La Chiesa, la fede e le “aperture”


di Giuliano Guzzo

L’avvio del Sinodo straordinario sulla famiglia è stato preceduto, come ben sa chiunque abbia seguito anche parzialmente il dibattito delle ultime settimane, da accese discussioni ed interventi appassionati da parte degli stessi Cardinali, interventi in qualche caso sfociati in veri e propri botta e risposta sulla stampa. Al di là di considerazioni circa l’opportunità di più di qualcuno di detti interventi, che hanno di fatto animato un Sinodo “mediatico” antecedente quello in corso in questi giorni, e senza addentrarci al cuore delle questioni più dibattute – in primis la possibilità di concedere la Comunione ai divorziati risposati -, alcune brevi riflessioni, in particolare per quanto riguarda il rapporto fra fede, condotta morale e famiglia, possono forse fornire elementi utili per confronti su argomenti che spesso, purtroppo, non solo non sono affrontati con la necessaria prudenza, ma vengono liquidati a colpi di slogan.


La prima considerazione verte sulla difficoltà generale, non solo in famiglia, di essere cristiani. Oggi appare particolarmente difficile – sostengono molti – vivere «come dice la Chiesa». Ora, a parte il fatto che la Chiesa non «dice» proprio nulla ma, semplicemente, si sforza di testimoniare, rendere vivi e ripetere gli insegnamenti di Gesù Cristo, c’è da dire che non solo l’essere cristiani mai stato semplice, ma la difficoltà appare connaturata alla storia stessa Cristianesimo. Erano discepoli coloro che, anziché rispondere all’invito di Gesù, si assopirono – «Non siete stati capaci di vegliare con me una sola ora?» (Matteo 26,41) – e fu nientemeno che Pietro, lui che Gesù aveva avuto il privilegio di conoscerlo da vicino, a rinnegarlo tre volte dopo essersi impegnato alla fedeltà assoluta: «Anche se dovessi morire con te, non ti rinnegherò» (Matteo 26, 35). Ne consegue che quando si nota la difficoltà, a volte, di seguire integralmente Gesù non si dice nulla di nuovo.


Una seconda considerazione merita d’essere svolta sul rapporto fra morale e fede. E’ opinione comune che con più “aperture” la Chiesa sarebbe più seguita e alle funzioni domenicali accorrerebbero più fedeli; ad una morale più “elastica” corrisponderebbe quindi più fede. Un pensiero diffuso, abbiamo detto, ma falso. Lo insegna il caso delle confessioni “liberal” quali quelle protestanti presenti nel Nord Europa, confessioni che le “aperture” tanto richieste dai mass media a Papa Francesco – da nuova etica dall’aborto alle unioni omosessuali – le hanno effettuate da tempo. Risultato: il numero dei fedeli è in caduta libera. E mentre questo accade, notano specialisti come Massimo Introvigne, le denominazioni conservatrici che propongono un’etica sessuale talvolta anche più rigida di quella cattolica crescono a ritmi imprevisti. Abbiamo perciò ottime ragioni – anche sorvolando sul fondamento divino ed intangibile dei precetti – per credere che, proponendo una morale più “elastica”, otterremo solo una fede più “elastica”.


Un ultimo fondamentale aspetto – tanto più alla luce del Sinodo – da considerare è il ruolo decisivo che riveste la fede nella vita di coppia. A questo proposito, la letteratura scientifica e specialmente sociologica ha tanto da dirci; infatti, non solo si è registrato come la fede religiosa sia associata alla stabilità coniugale (Journal of Family Psychology, 2001), ci sono pure elementi che indicano come la stessa partecipazione alle funzioni diminuisca il rischio di tradimenti (Journal of Marriage and Family, 2008) e come pregare per il proprio partner accresca la percezione della sacralità del rapporto di coppia riducendo conseguentemente pensieri e condotte infedeli (Journal of Personality and Social Psychology, 2010). Nella Chiesa come nelle famiglie, insomma, è anzitutto la fede a fare la differenza. In tal senso sarebbe opportuno che i cattolici, a prescindere dall’esito del Sinodo, tenessero a mente che, per quanto riguarda le difficoltà a formare e a tenere unita una famiglia, il centro di tutto rimane Lui. Che ha parlato chiaro: «Senza di me non potete fare nulla» (Giovanni 15,5).

http://giulianoguzzo.com/2014/10/06/la-chiesa-la-fede-e-le-aperture/

 

26 giugno 2014

Il Maligno in confessionale. Cronaca di un assalto inaspettato.

di Tanis Mezzelfo

Quando l'altro giorno entrai in una chiesa, un Duomo molto importante e famoso, per confessarmi, mai avrei pensato di pentirmene. Mi trovai di fronte all'assalto di un orripilante apostata, un lupo travestito da prete che per l'ennesima volta ha confermato in me l'idea che la Chiesa viva tempi calamitosi. Ma andiamo con ordine.
 

17 agosto 2012

"La misericordia di Dio e la pratica delle indulgenze"


di Giulia Tanel

Deus caritas est. Dio è amore, e ci ama con una forza tale che, se riuscissimo a rendercene conto anche solo in minima parte, non potremmo che piangere di gioia. E questo amore così grande è testimoniato dal fatto che Dio ha sacrificato suo Figlio, sottoponendolo alla morte di croce, per la nostra redenzione.
Dio ci ama di un amore così immenso da mostrarsi sempre estremamente misericordioso con noi, poveri peccatori: ogni volta che torniamo a Lui pentiti, Egli ci riaccoglie tra le Sue paterne braccia.

Tutti abbiamo nella mente i famosi versi di Dante, contenuti nel V canto del Purgatorio, nei quali il conte di Montefeltro spiega come si sia salvato dalle pene infernali grazie ad “una lagrimetta” (v. 107), ossia perché in punto di morte si è pentito dei suoi peccati e ha terminato la sua esistenza terrena invocando la Madonna: “la parola nel nome di Maria finì” (vv. 100-101).
Questi versi danteschi dimostrano in maniera poetica la grande tenerezza e bontà di Dio. Tuttavia, perché il perdono avvenga, occorre un sincero pentimento e una conversione del proprio cuore a Lui.

Tutti noi possiamo sperimentare già in terra l’effondersi della misericordia di Dio accostandoci al Sacramento della Confessione, che ha la facoltà di rimettere tutti i peccati, veniali e mortali, da noi confessati con sincero pentimento.
Tuttavia, “il peccatore perdonato può avere bisogno di un’ulteriore purificazione, e cioè può essere meritevole ancora di una pena temporale, da soddisfare o nel corso della vita terrena o nell’altra vita mediante il Purgatorio” (Manuale delle indulgenze, Libreria Editrice Vaticana, p. 7).
In sostanza, quindi, la Confessione rimette la colpa, ma non annulla del tutto la pena temporale che ad essa consegue. Affinché sia rimessa anche la pena temporale, la Chiesa ha istituito la pratica delle indulgenze, di cui intendiamo fornire una veloce panoramica.

1. L’indulgenza è la remissione dinanzi a Dio della pena temporale per i peccati, già rimessi quanto alla colpa, che il fedele, debitamente disposto e a determinate condizioni, acquista per intervento della Chiesa, la quale, come ministra della redenzione, autoritativamente dispensa ed applica il tesoro delle soddisfazioni di Cristo e dei Santi.
2. L’indulgenza è parziale o plenaria a seconda che libera in parte o in tutto dalla pena temporale dovuta per i peccati.
3. Ogni fedele può lucrare per se stesso le indulgenze sia parziali che plenarie o applicarle ai defunti a modo di suffragio” (Ibidem, p. 23).

L’indulgenza plenaria può essere acquistata una sola volta al giorno; l’indulgenza parziale invece può essere acquistata più volte al giorno” (Ibidem, p. 27).
Questo avviene anche in virtù del fatto che per ottenere l’indulgenza plenaria sono necessarie tre condizioni: la confessione sacramentale (che può essere fatta anche in un giorno diverso rispetto a quello fissato per l’indulgenza), la comunione eucaristica e la recita del Credo e del Padre Nostro secondo le intenzioni del Sommo Pontefice. Inoltre, per ottenere l’indulgenza plenaria è necessaria l’esclusione di qualsiasi affetto al peccato anche veniale.
Diversamente, per ottenere l’indulgenza parziale la Chiesa propone “[…] anzitutto quattro concessioni di indulgenze di carattere generale, con le quali il fedele è invitato ad informare allo spirito cristiano le azioni di cui è intessuta la sua vita, ed a cercare la perfezione della carità nelle sue ordinarie occupazioni” (Ibidem, p. 33).

Vediamo quali sono le quattro concessioni di carattere generale:
  1. “Si concede l’indulgenza parziale al fedele che, nel compiere i suoi doveri e nel sopportare le avversità della vita, innalza con umile fiducia l’animo a Dio, aggiungendo, anche solo mentalmente, una pia invocazione” (Ibidem, p. 35).
  2. “Si concede l’indulgenza parziale al fedele che, con spirito di fede e con animo misericordioso, pone se stesso o i suoi beni a servizio dei fratelli che si trovino in necessità” (Ibidem, p. 38).
  3. “Si concede l’indulgenza parziale al fedele che, in spirito di penitenza, si priva spontaneamente e con suo sacrificio di qualche cosa lecita” (Ibidem, p. 41). Questa indicazione ha come scopo quello di favorire gli esercizi di penitenza e di spingere dunque i fedeli a frenare le passioni e a non assoggettarsi ai desideri mondani.
  4. “Si concede l’indulgenza parziale al fedele che, in particolari circostanze della vita quotidiana, rende spontaneamente aperta testimonianza di fede davanti agli altri” (Ibidem, p. 44).

A queste quattro concessioni di carattere generale, la Chiesa ha però voluto aggiungere tutta una serie di altre concessioni – per la precisione, 33 – intese ad acquistare l’indulgenza plenaria o parziale.Tutte queste concessioni si completano a vicenda e, mentre con il dono dell’indulgenza invitano i fedeli a compiere opere di carità e di penitenza, nel medesimo tempo contribuiscono a congiungerli più intimamente, per mezzo della carità, a Cristo e al suo Corpo mistico, la Chiesa” (Ibidem, p. 51).
Tra queste concessioni “aggiuntive”, alcune consentono di acquistare – una sola volta al giorno – l’indulgenza plenaria, fermo restando le tre condizioni necessarie di cui si è fatta menzione in precedenza (confessione, comunione e preghiere) e una piena disposizione dell’anima, che escluda ogni legame con il peccato, anche veniale.
Vediamo alcune delle pratiche a cui è legato l’acquisto dell’indulgenza plenaria:
- l’adorazione del SS. Sacramento per almeno mezz’ora (conc. 7,1);
- la recita, nei venerdì di Quaresima, della preghiera “Eccomi, o mio amato e buon Gesù” di fronte all’immagine di Gesù Crocifisso (conc. 8,2);
- partecipare il Venerdì Santo all’adorazione della Croce (conc. 13, 1);
- il pio esercizio della Via Crucis (conc. 13,2);
- la recita del Rosario mariano o dell’inno Akathistos (conc. 17,1);
- la recita solenne o il canto del Veni, Creator nel primo giorno dell’anno o nella solennità di Pentecoste; oppure dell’inno Te Deum nell’ultimo giorno dell’anno (conc. 26,1);
- la pia lettura o l’ascolto della S. Scrittura per almeno mezz’ora (conc. 30);
- visite a luoghi sacri, secondo un calendario definito (conc. 33).

Alcune concessioni per ottenere l’indulgenza parziale sono invece:
- fare l’atto di comunione spirituale o il ringraziamento dopo la comunione (conc. 8,2);
- dedicarsi all’orazione mentale (conc. 15);
- recitare piamente il cantico Magnificat o la preghiera Angelus Domini, o rivolgere devotamente alla Beatissima Vergine Maria (conc. 17,2) o a San Giuseppe, suo sposo, una preghiera approvata (conc. 19);
- recitare una preghiera approvata al proprio Angelo custode, come ad esempio l’Angelo di Dio (conc. 18);
- pregare per il Sommo Pontefice utilizzando una formula approvata (conc. 25).

È bene specificarlo ancora: questi elenchi riportano solo alcune delle concessioni! Per conoscere appieno l’abbondanza con cui la Madre Chiesa ci schiude i tesori della misericordia divina, consigliamo la lettura del libretto cui abbiamo fatto costante riferimento nel redigere questo articolo: il Manuale delle indulgenze – Norme e concessioni (Libreria Editrice Vaticana, pp. 158, 8 euro).