di Amicizia San Benedetto Brixia
La mattina del 1 Marzo è stata presentata la lettera “Placuit Deo” della
Congregazione per la Dottrina della Fede.
Il testo ha colto tutti di sorpresa, visto e considerato che in questi mesi
le questioni tradizionali e il loro sviluppo secondo linee classiche non
sono state troppo presenti nelle agende vaticane. “Placuit Deo” rappresenta
una felice eccezione sul panorama.
Firmata da Ladaria e Morandi,
rispettivamente Prefetto e Segretario della Congregazione, approvata il 16
febbraio scorso dal Sommo Pontefice Francesco, la lettera si pone in
continuità con la Dominus Iesus e riprende con linguaggio fermo e chiaro
alcune questioni fondamentali circa la salvezza cristiana. Il punto di
partenza riguarda il modo con cui i contemporanei intendono tale salvezza:
«Da una parte, l’individualismo centrato sul soggetto autonomo tende a
vedere l’uomo come essere la cui realizzazione dipende dalle sole sue
forze... D’altra parte, si diffonde la visione di una salvezza meramente
interiore, la quale suscita magari una forte convinzione personale, oppure
un intenso sentimento, di essere uniti a Dio, ma senza assumere, guarire e
rinnovare le nostre relazioni con gli altri e con il mondo creato» (n.2).
Tale alternativa è vista, mutatis mutandis, come il ripresentarsi di
vecchie eresie, rispettivamente il pelagianesimo e lo gnosticismo. Entrambe
sviliscono il ruolo del Cristo, senza il quale non vi è salvezza – verità
rifiutata dagli individualismi pelagiani - e che ci ha dato la salvezza
attraverso l’evento dell’Incarnazione e della Pasqua – verità rifiutata
dagli spiritualismi gnostici.
Questa salvezza infine, proprio a motivo del compito di mediazione e dello spessore di concretezza storica assunta dal Signore, si incontra in un luogo preciso: la Chiesa. «Il luogo dove riceviamo la salvezza portata da Gesù è la Chiesa, comunità di coloro che, essendo stati incorporati al nuovo ordine di relazioni inaugurato da Cristo, possono ricevere la pienezza dello Spirito di Cristo (cf. Rom 8,9)... La salvezza che Dio ci offre, infatti, non si ottiene con le sole forze individuali, come vorrebbe il neo-pelagianesimo, ma attraverso i rapporti che nascono dal Figlio di Dio incarnato e che formano la comunione della Chiesa. Inoltre, dato che la grazia che Cristo ci dona non è, come pretende la visione neo-gnostica, una salvezza meramente interiore, ma che ci introduce nelle relazioni concrete che Lui stesso ha vissuto, la Chiesa è una comunità visibile: in essa tocchiamo la carne di Gesù, in modo singolare nei fratelli più poveri e sofferenti» (n.12). E successivamente si specifica, a scanso di dubbi, che «la partecipazione, nella Chiesa, al nuovo ordine di rapporti inaugurati da Gesù avviene tramite i sacramenti, tra i quali il Battesimo è la porta,[20] e l’Eucaristia la sorgente e il culmine.[21] Si vede così, da una parte, l’inconsistenza delle pretese di auto-salvezza, che contano sulle sole forze umane. La fede confessa, al contrario, che siamo salvati tramite il Battesimo... Con la grazia dei sette sacramenti, i credenti continuamente crescono e si rigenerano, soprattutto quando il cammino si fa più faticoso e non mancano le cadute... In questo modo guardiamo con speranza l’ultimo giudizio, in cui ogni persona sarà giudicata sulla concretezza del suo amore (cf. Rom 13,8-10), specialmente verso i più deboli (cf. Mt 25,31-46)» (n.13).
Questa salvezza infine, proprio a motivo del compito di mediazione e dello spessore di concretezza storica assunta dal Signore, si incontra in un luogo preciso: la Chiesa. «Il luogo dove riceviamo la salvezza portata da Gesù è la Chiesa, comunità di coloro che, essendo stati incorporati al nuovo ordine di relazioni inaugurato da Cristo, possono ricevere la pienezza dello Spirito di Cristo (cf. Rom 8,9)... La salvezza che Dio ci offre, infatti, non si ottiene con le sole forze individuali, come vorrebbe il neo-pelagianesimo, ma attraverso i rapporti che nascono dal Figlio di Dio incarnato e che formano la comunione della Chiesa. Inoltre, dato che la grazia che Cristo ci dona non è, come pretende la visione neo-gnostica, una salvezza meramente interiore, ma che ci introduce nelle relazioni concrete che Lui stesso ha vissuto, la Chiesa è una comunità visibile: in essa tocchiamo la carne di Gesù, in modo singolare nei fratelli più poveri e sofferenti» (n.12). E successivamente si specifica, a scanso di dubbi, che «la partecipazione, nella Chiesa, al nuovo ordine di rapporti inaugurati da Gesù avviene tramite i sacramenti, tra i quali il Battesimo è la porta,[20] e l’Eucaristia la sorgente e il culmine.[21] Si vede così, da una parte, l’inconsistenza delle pretese di auto-salvezza, che contano sulle sole forze umane. La fede confessa, al contrario, che siamo salvati tramite il Battesimo... Con la grazia dei sette sacramenti, i credenti continuamente crescono e si rigenerano, soprattutto quando il cammino si fa più faticoso e non mancano le cadute... In questo modo guardiamo con speranza l’ultimo giudizio, in cui ogni persona sarà giudicata sulla concretezza del suo amore (cf. Rom 13,8-10), specialmente verso i più deboli (cf. Mt 25,31-46)» (n.13).
Come ho scritto, “Placuit Deo” si pone nel solco della Dominus Iesus,
eppure non riprende espressamente le discusse formule affrontate da quella
dichiarazione, in particolare manca il passaggio relativo al subsistit in,
ma ciò non vale a dire che manchino importanti spunti in merito a tali
tematiche.
Se pure è vero che la definizione di Chiesa è riferita alla
dimensione comunitaria (e non metafisica), la partecipazione a Essa è
apertamente legata all’azione dei sacramenti (e non a qualche sociologia);
inoltre, il valore della fede – immagino che il riferimento interessi i
protestanti – si lega alla confessione che sgorga dalla fede stessa circa
la necessità dell’opera battesimale; tra i sacramenti infine si dà una
gerarchia tale per cui, se il Battesimo è la porta (e ne deriva che ogni
cristiano è introdotto, grazie a tale porta, alla salvezza di Cristo), solo
l’Eucaristia è culmine e fonte (e quindi solo le Chiese tradizionali godono
della pienezza e della generatività), e solo la Penitenza aiuta a procedere
in questo cammino in cui “non mancano le cadute”.
Forse pecco di ingenuità, ma a mio giudizio questa impostazione del discorso riafferma con potenza l’eccellenza del cattolicesimo, mentre trova un linguaggio per proseguire nel dialogo ecumenico, senza peraltro illudere gli acattolici circa la parzialità (manca il culmen eucaristico) e fragilità (manca il rimedio del confessionale) delle loro confessioni.
“In questo modo”, e cioè per il dono
dei sacramenti, veniamo preparati al Giudizio finale, che non consiste in
una collezione di sacramenti (vince chi ne ha ricevuti di più), ma in una
verifica circa la “concretezza dell’amore, specialmente verso i più deboli”
(vince chi, grazie ai sacramenti, ha imparato maggiormente ad amare come
Gesù ha amato). E anche quest’ultimo passaggio lo reputo prezioso: chissà
che questo aiuti a rilanciare la pastorale, ricordando ai fedeli che non
sono tenuti a fare incetta di sacramenti, ma ad accostarvisi con sincerità
– per quel che gli è richiesto e concesso – nella prospettiva di imparare
l’amore cristiano. D’altra parte nel punto successivo (n.14) si ricorda che
«grazie ai sacramenti i cristiani possono vivere in fedeltà alla carne di
Cristo» e poi si ribadisce l’ordine teologico che va da Cristo ai
Sacramenti ai poveri: « in fedeltà alla carne di Cristo e in fedeltà
all’ordine concreto di rapporti che Egli ci ha donato. Quest’ordine di
rapporti richiede, in modo particolare, la cura dell’umanità sofferente di
tutti gli uomini, tramite le opere di misericordia corporali e spirituali».
La lettera conclude con un invito missionario semplice e potente: «La
consapevolezza della vita piena in cui Gesù Salvatore ci introduce spinge i
cristiani alla missione, per annunciare a tutti gli uomini la gioia e la
luce del Vangelo.[24] In questo sforzo saranno anche pronti a stabilire un
dialogo sincero e costruttivo con i credenti di altre religioni, nella
fiducia che Dio può condurre verso la salvezza in Cristo «tutti gli uomini
di buona volontà, nel cui cuore lavora invisibilmente la grazia».[25]
Mentre si dedica con tutte le sue forze all’evangelizzazione, la Chiesa
continua ad invocare la venuta definitiva del Salvatore, poiché «nella
speranza siamo stati salvati» (Rom 8,24)» (n.15).
In poche righe si fissano
tutte le priorità: anzitutto bisogna essere consapevoli della pienezza di
vita ricevuta da Cristo (il cui culmen è l’Eucaristia); quindi si va ad
annunciare la gioia e la luce del Vangelo (noterei che gioia è divenuto il
sinonimo di verità, questo meriterebbe altri approfondimenti); tale
annuncio implica uno sforzo; all’interno di tale annuncio si possono
stabilire forme di dialogo (il dialogo non toglie minimamente che la Chiesa
debba continuare ad evangelizzare, cioè ad annunciare “con tutte le sue
forze”); infine si indica il ritorno di Cristo, questa è la meta
missionaria, e non l’equilibrio sociale destinato a sfociare nel
relativismo.
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