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23 settembre 2020

Leali e la slealtà



di Franco Ressa

Pittore, ti voglio parlare
Mentre dipingi un altare
Io sono un povero negro
E d'una cosa ti prego
Pur se la Vergine è bianca
Fammi un angelo negro
Tutti i bimbi vanno in cielo
Anche se son solo negri.
Lo so, dipingi con amor
Perché disprezzi il mio color?
Se vede bimbi negri
Iddio sorride a loro.
Non sono che un povero negro
Ma nel Signore io credo
E so che tiene d'accanto
Anche i negri che hanno pianto

Questa canzone, composta nel 1948 da Pedro Infante sui versi del poeta e politico venezuelano Andres Eloy Blanco, venne ripresa nel 1968 da Fausto Leali nel suo albo LP Il negro bianco. Leali ha quindi un merito antirazzista non da poco, data l’epoca nella quale cantava Angeli negri. Eppure ciò non è bastato. Facendo parte del Grande fratello Vip, il nostro cantante, a proposito del suo successo di 52 anni fa’ ha senza malizia detto: nero è un colore che non indica una razza, quella dei negri. Subito il fratello del calciatore Balotelli, Enock lì presente, ha risposto burbanzosamente: Non deve passare questa cosa, e la sua affermazione è diventata legge. Due giorni dopo il gelido direttore di settimanali e conduttore Signorini ha annunciato a Leali la sua espulsione dalla trasmissione. Fausto Leali è l’ennesima vittima del politically correct e della moralità da quattro soldi che serve a demonizzare chiunque esprima un’ombra di dissenso, anche involontario. Consoliamoci con il testo della canzone, il bell’inno religioso di un essere umano che riconosce il suo Dio, e chiede come consolazione delle sue pene un segno, un simbolo che lo renda più vicino a Lui, nell’attesa di diventare veramente un angelo. E senza colore.

 

11 gennaio 2019

Il muro dell'idiozia e il senso dei confini (di M.Veneziani)

di Marcello Veneziani
La parola d’ordine del Cretino Planetario per farsi riconoscere e ammirare è: vogliamo ponti, non muri. Appena pronuncia la frase, il Cretino Planetario s’illumina d’incenso, crede di aver detto la Verità Suprema dell’Umanità, e un sorriso da ebete trionfale si affaccia sul suo volto. Non c’è predica, non c’è discorso istituzionale, non c’è articolo, pistolotto o messaggio pubblico, non c’è concerto musicale, film o spettacolo teatrale che non sia preceduto, seguito o farcito da questa frase obbligata. L’imbecille globale si sente con la coscienza a posto, e con un senso di superiorità morale solo pronunciando quella frase. Il cretino planetario diverge solo nella pronuncia, a seconda se è un fesso napoletano, un bobo sudamericano o un lumpa siculo. In Lombardia c’è un’espressione precisa per indicare chi si disponeva ai confini per mettersi al servizio dei nuovi arrivati, dietro ricompensa: bauscia.

Il cretino planetario ripete sempre la stessa frase, sia che parli di migranti che di ogni altra categoria protetta. Lui è accogliente, come gli prescrivono ogni giorno i testimonial del No-Muro, il Papa, Mattarella e Fico che ogni giorno guadagna posizioni nel Minchiometro nazionale, l’hit parete dedicata a chi sbatte la testa contro il muro.

Il pappagallo globale marcia contro i muri, più spesso ci marcia, ma la parola chiave serve per murare il Nemico, per separare dall’umanità evoluta ed accogliente i movimenti e le persone che s’ispirano all’amor patrio, alla sovranità nazionale, alla civiltà, alla tradizione. L’appello ad abbattere i muri e a stendere ponti è ormai ossessivo e riguarda non solo i popoli e i confini territoriali ma anche i sessi e i confini naturali, le culture e i comportamenti, le religioni e le appartenenze, e perfino il regno umano dal regno animale. Dall’Onu al golden globe, dalla predica al talk show e alla canzone, l’onda dell’idiozia abbatte il Muro del suono e del buon senso.

Ora, io vorrei prima di tutto osservare che i muri più infami che la storia dell’umanità conosca, non sono i muri che impediscono di entrare ma i muri che impediscono di uscire. Come sono, necessariamente, i muri delle carceri e come fu, l’ultimo grande, infame Muro che la storia conobbe, a Berlino. E che non edificò nessun regime nazionalista o sovranista, nessun dittatore e nessun Trump ma il comunismo. Chi tentava di superare quel muro e quel filo spinato per scappare dalla sua terra, era abbattuto dai vopos. Nessun regime autoritario o nazionalista ha mai avuto la necessità di innalzare un muro per impedire che la popolazione scappasse. Né si conoscono esodi di popolo paragonabili a quelli dove ha dominato il comunismo.

Se vogliamo restare in Italia, e a Roma in particolare, c’è solo un muro nel cuore della Capitale che non si può varcare, e sono proprio le Mura Vaticane dove il Regnante predica al mondo ma non a casa sua di abbattere i muri e accogliere tutti. E comunque i muri più famosi, i muri del pianto e della vergogna, non appartengono alla cristianità. Detto questo, a coloro che amano la civiltà e la tradizione, l’amor patrio e la sovranità nazionale, si addice piuttosto il senso del confine. Perché confine significa senso del limite, senso della misura, soglia necessaria per rispettare le differenze, i ruoli, le identità e le comunità. Tutti i confini sono soglie, sono porte, che si possono aprire e chiudere, che servono per confrontarsi sia nel colloquio che nel conflitto, comunque per delimitare o arginare quando è necessario. La società sradicata del nostro tempo ha perso il senso del confine, e infatti sconfinano i popoli, i sessi, le persone, si è perso il confine tra il lecito e l’illecito. Sconfinare è sinonimo di trasgredire, delirare, sfondare. La peggiore maledizione per i greci era l’hybris, lo sconfinamento, la smisuratezza, il perdersi nell’infinito. Il confine è protezione, sicurezza, è umiltà, è tutela dei più deboli, non è ostilità o razzismo. Vi consiglio di leggere L’elogio delle frontiere di Régis Debray. Ai più modesti, consiglio l’elogio dei muri di Alberto Angela che non mi risulta un ufficiale delle SS.

Senza muri non c’è casa, non c’è tempio, non c’è sicurezza. Senza muri non c’è pudore, intimità, protezione dal freddo, dal buio e dall’incognito. Senza muri non c’è senso della misura, riconoscimento del limite e dei propri limiti. Senza muri non c’è bellezza, non c’è fortezza, non c’è fondazione delle città, non c’è erezione di civiltà. Non a caso le città eterne nascono da Romolo che tracciò i confini, non da Remo che li violò. I muri sono i bastioni della civiltà, gli ospedali della carità, le biblioteche della cultura, le pareti dell’arte, il raccoglimento della preghiera.

Se il cretino planetario non lo capisce, in compenso lo capiscono bene gli anarchici di Tarnac che colsero nel muro abbattuto la vittoria del caos e dell’anarchia: “La distruzione delle capacità di autonomia dei dominati passa per l’abolizione delle frontiere del loro essere: individuale e collettivo. Finché esistono frontiere, è possibile opporre un sistema di valori a un altro, un tipo di diritto all’altro, distinguere uomo da donna, madre da padre, cittadino da straniero, insomma vero da falso, giusto dall’ingiusto, normale da anormale” (Gouverner par le Chaos – Ingénierie Sociale et Mondialisation, 2008).

Le città senza confini perdono la loro identità, come le persone che perdono i loro lineamenti. Non capovolgete l’amore per la famiglia in omofobia, l’amore per la propria patria in xenofobia, l’amore per la propria civiltà in razzismo, l’amore per la propria tradizione in islamofobia. E l’amore per i confini in muri dell’odio. Ma tutto questo il Cretino Planetario non lo sa.

MV, La Verità 9 gennaio 2019



 

18 ottobre 2018

Liberare il linguaggio dal Politically Correct

di Franco Ressa
Badi come parla ! È un’ammonizione minacciosa verso chi dice a te cose offensive o comunque sgradevoli. Tra singoli e privati è necessaria una convivenza basata sulla buona educazione, il buon gusto e il reciproco rispetto cristiano, perciò è giusto talvolta ammonire chi oltrepassa certi limiti.
Tutto è diverso invece, quando chi esige un certo linguaggio è un’autorità politica, morale, religiosa, intellettuale. Nella politica e nell’amministrazione esiste un gergo per iniziati che viene definito “politichese” e “burocratese”, formato da vocaboli e costrutti lessicali obsoleti, astrusi e comunque poco intelligibili da chi non fa parte della cerchia degli addetti ai lavori. Giustamente il cittadino chiede chiarezza e comprensibilità, ma certi vizi del potere sono duri a morire.
La cosa diventa un vero arbitrio quando è il potere stesso a pretendere un certo linguaggio. Da sempre vi sono stati dei tabù, ma di solito si limitavano a certi vocaboli ritenuti sovversivi, tipo “libertà”, “indipendenza”, “costituzione” durante il risorgimento. Arrivando però i totalitarismi del XX secolo, con il pensiero unico obbligato, anche la lingua doveva epurarsi ed allinearsi al volere del regime. L’esempio più noto fu nell’Italia fascista la proibizione di usare il “lei” rivolgendosi a qualcuno, da sostituire con il “voi” ritenuto virilmente più degno e discendente dall’uso latino, antica lingua imperiale.
Non bastò. Si vollero italianizzare le parole di origine straniera, cosi doveva dirsi filmo per film, quisibeve per bar, musicone per festival, chi ordinava un liquore estero doveva chiedere l’arzente al posto del cognac o del whisky, il turismo diventò diporto di viaggio, lo sport diporto atletico, e certi villaggi alpestri della val d’Aosta variarono da Courmayeur a Cormaggiore, da Chatillon a Castiglione Balteo, da Duc a Duce.
Stupidaggini, ma pienamente legittimate all’epoca. Sembrava tutto dimenticato dopo la caduta del fascismo e l’avvento della democrazia con la libertà di espressione sancita dalla costituzione repubblicana, ma la stolidità linguistica doveva riprendersi la sua rivincita.

Sembra paradossale, ma la nuova censura nacque nel paese ritenuto più libero ed all’avanguardia, gli Stati Uniti, e ancora nei luoghi dove più era libero il pensiero, i campus universitari. Tutto forse iniziò cercando di rendere in maniera diversa la parola “negro”, ritenuta razzista e discriminante, ma “black” non sembrava abbastanza neutro, e si arrivò così al termine “di colore” sì ma quale ? Il nero appunto, ma secondo la fisica il nero non è un colore bensì l’assenza di colore, risultando dall’assorbimento di tutti i componenti colorati dell’iride, da parte di una superficie che non li riflette.
Si è passati poi a definere gli omosessuali come “gay” che però in inglese ha diverse interpretazioni non sempre positive: gaio, allegro, ma anche dissoluto, sfrontato, impertinente.
Si arriva al grottesco con chi è cieco, sordo, zoppo: “non vedente, non udente, non deambulante” fino a gettare tutto in un unico calderone, il “diversamente abile”.
Pura ipocrisia insomma. Il politically correct cerca di nascondere i difetti senza rimediarvi, rassegnandosi alla loro esistenza e mascherandola solo a parole. L’intenzione dunque non è diversa da quella del fascismo, che obbligava ad italianizzare e romanizzare tutto quanto, cercando di conseguire l’appiattimento della cultura e la massificazione del pensiero.

Questa tendenza pseudo-sociale è nata negli Stati Uniti prima di proliferare altrove, ma nello stesso paese trova ora il suo declino. Il segnale è stato il rifiuto degli americani a continuare la politica ed i condizionamenti dei democratici, con l’elezione del presidente Trump. La sopportazione ha raggiunto il suo limite, la pazienza è finita. Probabilmente sarà l’inizio della fine di quella “correttezza” che proprio per essere appoggiata alla “politica” ha mostrato i suoi limiti e la propria inefficacia.
Non ne sentiremo la mancanza; sleghiamo le lingue e impariamo ad ascoltare, ad interpretare senza malevolenza, e soprattutto a ridere dei nomi e soprannomi che possono affibbiarci, sgonfiandone così il significato critico o negativo. Santa Caterina da Siena diceva: “Avete taciuto abbastanza, è ora di finirla di stare zitti (o di parlare come vogliono gli altri). Gridate con centomila lingue. Io vedo che a forza di silenzio il mondo è marcito !”
 

 

21 dicembre 2017

Argento e Luxuria. Tutti contro il pessimo maschio occidentale?

di Lorenzo Zuppini
Si è sempre trattato di una rissa sgradevole che, come quasi sempre accade, lascia il tempo che trova. Si tratta oltretutto di duellanti che di peso culturale e personale ne hanno ben poco, o almeno questo è il mio modesto parere. Oppure volete dirmi che Vladimir Luxuria e Asia Argento rappresentano le colonne portanti di questo Occidente? Suvvia siamo seri. Né loro, né quella valle di lacrime alimentata dal piagnisteo trendy e modaiolo di tutti i protettori delle non-minoranze, non-violentate e non-odiate. Donne, gay, bisessuali, transessuali e chi più ne ha più ne metta. È un palco di figurine intercambiabili incapaci di una qualsiasi riflessione che vada oltre la punta del loro naso rifatto, che vada oltre la regola delle finte minoranze a rischio d’estinzione per via della solita cattiveria insita in quell’uomo occidentale bianco responsabile di ogni catastrofe, dall’orso polare magro che muore di fame, al femminicidio ogni tre giorni. E poco importa se il fratello islamico infibula la moglie, la copre con l’osceno burqa, fa maritare la figlia ancora minorenne, oppure impicca gli omosessuali in ossequio ad una legge di Stato. La colpa è nostra e che quel faro di speranza per una redenzione occidentale sia ben accolto a casa nostra. Non sto divagando.

La vicende a luci rosse, e di certo non di cronaca nera, del sofà del produttore cinematografico che potrebbe raccontare le storie di mille amplessi ed effusioni intercorse tra il potente del cinema e le belle attrici, è roba risaputa e accettata in ossequio ad un principio consistente nel lasciare ad ognuno di noi la libertà di fare del proprio corpo ciò che preferiamo. La legge deve intervenire in punta dei piedi, certamente senza spiare, origliare, pedinare i concubini o gli amanti, senza ergersi a potere moralista, bacchettone e sputtanatore. Se di peccati si tratta, la questione riguarda il peccatore e il suo confessore. Ma questo concetto è estraneo alle paladine del femminismo.

Palle. Ci vogliono queste, oggigiorno, per affermare a pieni polmoni che Asia Argento non è una vittima della violenza di un uomo, che le violenze sulle donne sono ben altro e che gli uomini non sono cani randagi pronti ad azzannare chiunque porti la gonna, per scostarsi dal conformismo del Presidente Grasso che, il 25 novembre, dall’alto del suo scranno, si è scusato a nome di tutti gli uomini per le violenze inflitte alle donne e per mandare a quel paese la signorina Argento quando afferma, dalla solidale Bianca Berlinguer, che “l’Italia è un paese misogino”.

Alla povera Luxuria, sebbene io non abbia ancora capito se debba esser considerata una donna a tutti gli effetti o no, ma sono al contempo certo che questo mio dubbio verrà considerato un insulto transfobo, vorrei dare una pacca sulla spalla. Mi intenerisci, cara o caro mio. Mi intenerisce la tua debolezza e mi fa addirittura pena la tua fame di notorietà e di perbenismo. Avevi detto tutto ciò che c’era da dire, ovvero che la storia della signorina Argento aveva zone d’ombra che minacciavano la genuinità della sua denuncia. Avevi detto che c’è differenza tra avances e stupro. Avevi preteso rispetto per la tua opinione e per i tuoi dubbi. Ma, appena ti sei trovata la baldanzosa signorina Argento davanti che ringhiava come il rottweiler con cui ha limonato su un palco, e che ti ha urlato “animale” in piena faccia, hai ritrattato tutto quanto scusandoti con quella che adesso magicamente ritieni la vittima perfetta della perfetta violenza maschile.

Il destino, il karma o la provvidenza (ognuno la chiami come vuole) mi ha fatto conoscere proprio il giorno dopo la trasmissione una donna che mi ha raccontato di una violenza subita 30 anni fa e che quando si era confidata per la prima volta nessuno le aveva creduto. Ha pianto davanti a me e io mi sono sentita di merda”. Pare sia l’evento che ha permesso a Vladimir Luxuria di tornare sui suoi passi. Personalmente la ritengo una banale scemenza, certamente non una riflessione, probabilmente tal evento non è neanche mai accaduto. Ma prosegue scrivendo che “ho esagerato e non ho dimostrato compassione e solidarietà. Mi sono rivista nella puntata e mi sono fatta schifo da sola nel riconoscermi” e, riferendosi alla Argento, che “ti ringrazio anche di non essere mai scesa a insulti transfobi per accusarmi: sei sempre stata con noi nelle battaglie Lgbt e credo anche io che saresti una testimonial contro tutte le violenze”. Ma che razza di rocambolesco cambiamento e che assurdo incedere da melodramma.
Dunque non solo la scienza moderna trasforma uomini in donne, ma addirittura delle gabbamondo in vittime serie. Era insomma necessario l’appoggio della non-vittima Argento, compagna di mille battaglie per la trasformazione delle voglie di coppie sterili in diritti riconosciuti dalla legge, proposta addirittura come testimonial per la prossima campagna elettorale che questo ciarpame scatenerà a senso unico contro il solito uomo bianco occidentale, maiale e misogino. La caccia alle streghe è aperta, e noi eretici verremo bruciati nelle pubbliche piazze sotto la montagna di ipocrisia e falsità che questa scalcagnata compagine di imbonitori crea ogni giorno.
Ma ditemi se è definibile misogino un mondo un cui Weinstein viene mandato a pedate a disintossicarsi dal sesso e, dopo vent’anni dal cunniligus, la signorina Argento si trova issata sul trono di questo regime neopuritano in salsa femminista e politicamente corretto.



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07 dicembre 2017

Cinque tramonti


di Aurelio Porfiri

Nella situazione complessa e difficile in cui ci troviamo ad agire oggi, intra ed extra ecclesiam, non può sorprenderci che ci si trovi a convergere più che spesso con pensatori che non si professano cattolici ma il cui pensiero ci offre più di un elemento utile anche per meglio articolare la nostra battaglia all'interno del cattolicesimo. In questi giorni di politically correct sfrenato, quante volte ci è utile ascoltare un Vittorio Sgarbi, un Diego Fusaro, un Vittorio Feltri e molti altri, che con coraggio cercano di scardinare i catenacci del pensiero unico per liberare il nostro pensiero dalle catene della paura. Uno dei pensatori più importanti in questo senso è senza dubbio il filosofo Marcello Veneziani, attivo anche nel campo giornalistico, ma soprattutto autore di alcuni saggi fondamentali nella elaborazione di una via italiana ad un pensiero che ancora dà importanza alla Tradizione, all'identità, ad un senso della storia che sia al di fuori dalla narrativa che una certa cultura cerca di imporci. Quindi, ogni suo nuovo libro è certamente un avvenimento e lo è certamente anche "Tramonti. Un mondo finisce e un altro non inizia" (2017, Giubilei Regnani), presentato a Roma il 7 Novembre presso il Pio Sodalizio dei Piceni con interventi dell'autore stesso, di Fausto Bertinotti e di Dino Cofrancesco, con la moderazione di Daniele Scalea.
Un libro importante dicevamo, in cui l'autore rileva che "siamo dinnanzi al collasso della modernità e al tramonto di cinque mondi": comunismo, occidente, cristianità, destra e democrazia. Ma, nota l'autore, a fronte di questo sfaldamento non sorge un mondo nuovo. Quindi, diremmo, ci troviamo in questa sorta di "terra di mezzo", gravida di qualcosa a cui non sappiamo dare un nome.
Molto bello il primo capitolo, quello sul comunismo e sulla sua caduta - o per meglio dire trasformazione -, un capitolo assolutamente da leggere non solo per leggere gli scenari politici e sociologici che oggi viviamo, ma anche per capire i cambi paradigmatici in seno alla religione cattolica stessa. Come non pensare anche a un certo cattolicesimo quando Veneziani ci spiega la genesi e lo sviluppo del politically correct? "L'eredità ideologica del comunismo è nel passaggio dal Pc al Pc, ossia dal Partito Comunista al Politically Correct, che è il nuovo PC del nostro tempo, il nuovo canone ideologico e il nuovo codice lessicale a cui attenersi per dividere il mondo tra chi rappresenta la parte giusta e progressiva dell'umanità e chi invece ne rappresenta la parte infame e regressiva". Molto interessante e pregna anche la parte dedicata al cristianesimo, una parte che si estende per ben 62 pagine e in cui l'autore si confronta, con cognizione di causa pur se da osservatore - in un certo qual modo - esterno, con l'eredità di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI (molto intense e sentite, anche originali, le pagine dedicate a quest'ultimo) e certamente affronta anche le problematiche e le sfide che vengono portate dal recente pontificato.
Insomma, un altro libro che offre un contributo di idee interessante da parte del pensatore di Bisceglie; e senz'altro un testo da leggere, anche per cattolici consapevoli (ma poco adulti), con grande attenzione.



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22 agosto 2017

Il trogloditismo progressista e l'odio verso il passato


di Roberto de Albentiis

Da alcuni giorni, negli Stati Uniti, partendo da Charlottesville VA, si sono riaccesi gli scontri tra la destra, c.d. suprematista, e i c.d. antifascisti; questi scontri, che si inseriscono tra gli ultimi nella lunga serie di scontri mai sopiti tra le diverse componenti (etniche, sociali, razziali, religiose) della profondamente contraddittoria società statunitense, non sono tuttavia riducibili solo ad una destra contro una sinistra, ma rivelano più di un aspetto problematico.

È ormai evidente lo scontro sui simboli sudisti, risalenti alla sanguinosa guerra civile 1861-1865 e però sempre lasciati al loro posto, fino al recente esplodere della mania politically correct: se è vero che la pratica della damnatio memoriae è antica quanto l’uomo e il potere, è pur vero che essa riguardava solo singoli governanti o singole dinastie (e magari i governanti e le dinastie successive restauravano quelli “dannati”); il vero salto di qualità venne fatto dalla malefica Rivoluzione Francese del 1789, che, oltre alle centinaia di migliaia di persone ghigliottinate e alle tante guerre e rivoluzioni portate in Europa, vide una spaventosa e indiscriminata distruzione del patrimonio artistico e culturale, tanto della Francia quanto degli altri Paesi europei invasi, dal momento che si voleva ripartire da zero. Che ridere, quindi, quando i governanti francesi, al 14 luglio, esaltano i “valori” del 1789 ma poi versano calde lacrime su Palmira. Ma l’ISIS, dopotutto, non fa lo stesso che fecero i rivoluzionari francesi?

La Spagna e l’Italia, e la stessa Francia, pur nella diversità delle loro storie, non hanno mai avuto una memoria condivisa né monumenti dedicati anche alle parti sconfitte delle rispettive guerre civili; gli Stati Uniti, invece, pur nella criticità della loro politica e cultura, hanno un indubbio aspetto positivo: ogni diversa parte ha propri monumenti e celebrazioni; una cosa che mi colpì quando visitai gli USA, fu vedere, a Richmond VA, la capitale confederata, un monumento a Thomas “Stonewall” Jackson, uno dei più grandi generali confederati e, accanto, un monumento dedicato ai neri che combattevano per i loro (veri) diritti civili negli anni ’60. Cose simili non si vedono, purtroppo, in Europa, dove il giacobinismo e le sue varie derivazioni hanno avvelenato gli animi europei per secoli. Per gli statunitensi, invece, si tratta di eventi e persone, pur diversi, ma sempre della stessa comune Patria, e quindi non è inusuale vedere mesi o monumenti dedicati tanto ai confederati quanto ai presidenti nordisti o alle diverse etnie costituenti il melting pot; fino ad oggi, però, quando il politically correct è uscito ormai dalle università e si è diffuso, grazie ai media e ai politici, nella società.

Monumenti equestri e targhe commemorative degli Stati Confederati d’America (che, per inciso, non combatterono la guerra per la schiavitù, dal momento che i capi e i generali sudisti erano personalmente antischiavisti, ma per ragioni culturali e politiche) sono sempre esistiti fino ad oggi, eppure proprio oggi gli antifascisti americani, nella loro idiozia indistinguibili da quelli europei, hanno cominciato a voler abbattere tali monumenti celebrati e riconciliatori; e questa è solo l’ultima tappa dopo la celebrazione dei mesi neri o asiatici (ma non bianchi, perché l’orgoglio bianco è razzismo) e la creazione di “safe spaces” (spazi sicuri nelle università, dove gli studenti possono essere esentati da argomenti da loro ritenuti troppo aggressivi e offensivi) e la censura di singoli filosofi, scienziati e pensatori, frutti malati del politicamente corretto che insterilisce le menti e gli spiriti.

Il Presidente Trump è stato accusato di parteggiare per i razzisti, quando egli ha invece criticato entrambe le parti per gli scontri di piazza; nessun media liberal, però, ha criticato la violenza della new left (sì, perché la violenza non è certo mero appannaggio della new o old right) né tantomeno la distruzione del patrimonio storico e culturale americano. Perché il vero nocciolo è qui: una Nazione che distrugge e censura il proprio passato, quale che sia, è una Nazione che non conosce se stessa, che odia se stessa, che non vede nell’altro concittadino, tanto del passato quanto del presente e del futuro, un proprio fratello, ma un nemico. E per citare Orwell, chi controlla il passato controlla il futuro, e chi il presente controlla il passato, e se il nostro mondo è diventato uguale a quello del 1984 orwelliano, c’è poco da stare allegri.

Per finire, un invito alla lettura: la Guerra Civile Americana, come anticipato, non fu combattuta dai Nordisti buoni contro i Sudisti cattivi, o per dare la libertà agli schiavi: entrambe le parti in gioco erano statunitensi che invocavano la Costituzione e la Dichiarazione di Indipendenza, ed entrambe le parti in gioco avevano schiavi nel loro territorio; eppure il Presidente confederato Davis, o i grandi generali confederati Jackson e Lee (lo stesso Lee di cui è stata senza alcun rispetto abbattuta la statua, rimasta su per due secoli proprio per riconoscimento al suo grande valore umano), erano personalmente antischiavisti, e nei battaglioni sudisti combattevano neri e nativi, mentre invece il Nord utilizzò gli schiavi liberati come operai sottopagati per le proprie industrie e soprattutto furono le nordiste camicie blu a sterminare i Pellerossa. Invito per questo a spegnere la televisione e invece ad aprire due libri in particolare per conoscere meglio, all’infuori dei luoghi comuni, le vicende della Guerra Civile Americana: uno è “Il bianco sole dei vinti” di Dominique Venner (storico francese tradizionalista e nazionalista), l’altro è “Storia della Guerra Civile Americana” di Raimondo Luraghi (storico italiano progressista, membro dell’ANPI, riconosciuto fino alla morte come uno dei massimi esperti mondiali del conflitto civile statunitense).

http://www.motoretrogrado.it/2017/08/20/lodio-verso-il-passato-e-il-vero-trogloditismo/

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14 agosto 2016

La ben poco elettrizzante distopia politically correct


di Tyler Morgul

Che si viva in tempi malati e turpi non è una novità. O meglio, non lo è per chi dispone ancora di occhi per  vedere, orecchie per ascoltare e olfatto per  avvertire l’insopportabile tanfo di  merda, putrefazione e deodorante per ambienti alle presunte fragranze alpine di cui la nostra sciagurata epoca puzza da capo a piedi.

Tranquilli, l’occupazione su larga scala non-momentaneamente-violenta d’Europa  da parte di praticamente ogni etnia non europea; la sistematica demolizione di ogni singolo istituto di civiltà da parte di una pletora di sedicenti “diritti” umani che concedono ai propri credenti (perché la dimensione religiosa è evidente nell’incontestabilità dei dogmi che li sottendono) di bearsi mentre osservano nell’Altro il riflesso di sé stessi; ecco tutto questo non è che l’Ouverture.

Un moderno narciso vestito di latex fucsia che strilla con voce di donna isterica insulti a omofobi, xenofobi e a tutti i –fobi possibili mentre si muove (chiaramente in bicicletta, è sostenibile) verso il macello dove amichevolmente e consensualmente venire abbattuto, non prima però d’aver speso l’ultimo desiderio per assicurarsi che al proprio cane (col quale ha occasionalmente scambi di fluidi corporei, pòra bestia) e ai suoi accounts sui social networks venga garantito un trattamento adeguato al loro status di unico retaggio di un’esistenza.

Più o meno me lo immagino così, il Futuro.

Si dirà “è chiaramente la visione del mondo di qualcuno con dei seri problemi”, “ ’sticazzi, finché c’è JustEat che mi porta da mangiare a casa, nessun problema è realmente un problema”; quasi certamente è veritiero, malgrado ciò v’invito a essere consci della direzione del vento per decidere se lasciare scritto a chi verrà (forse) che non tutti eravamo coglioni o per preparare la tutina di latex, trovarsi un cane dall’alito quasi decente, riparare la bicicletta e vivere in relativa inerzia e serenità i tempi che verranno.

Tranquilli, questa scelta  dovrete farla molto prima di quanto immaginiate; pur non amando atteggiarmi a Cassandra degli sfigati credo non oltre 20-25 anni a partire da oggi.

Perché? Perché sì.

Se volete un esempio infinitesimale dell’incedere svelto di questo processo verso il Delirio Assoluto ecco qui un team di ricercatori italiani (Università di Milano-Bicocca, in collaborazione con l’Università di Urbino e l’Ospedale Niguarda) che afferma che “l’empatia e la capacità di condividere il dolore non sono indipendenti dal fattore razziale. Oggi è possibile descrivere due forze contrastanti: una reazione non controllata, favorevole alle persone che istintivamente consideriamo membri del nostro gruppo sociale, e una reazione successiva che contrasta con questo pregiudizio istintivo. La seconda è quella che genera una risposta politicamente corretta e comporta un maggiore impegno in termini di attività cerebrale e di tempo di elaborazione.

Vale a dire che tendiamo spontaneamente a solidarizzare e proviamo naturale empatia per gl’individui che consideriamo a noi più affini e soprattutto che fingiamo di provare i medesimi stati verso chi in cuor nostro non sentiamo come affine. Che le “risposte politicamente corrette” sono costruzioni, finzioni.

Fino a qui, l’unico argomento di discussione potrebbe vertere sulla necessità di spendere risorse umane e materiali per dimostrare qualcosa che anche l’uomo della strada sa essere vere.

Il problema, il vero problema sta nelle conclusioni del comunicato stampa relativo allo studio “La sfida è quella di rendere più istintive, con un’educazione continua, le risposte  “politicamente corrette”, impresa certamente non facile in tempi di forti tensioni come quelli attuali”.

SBAM.

Il lavaggio del cervello definisce comunemente una ipotetica forma di plagio psicologico della quale viene accusato un soggetto quando metta in atto metodi di persuasione che possano influenzare o modificare il libero arbitrio di una persona, in modo da portarla a prendere decisioni altrimenti aliene alla propria volontà. (fonte: Wikipedia)

La brutta notizia è che finirà proprio così.

Quindi sbrigatevi ed iniziate a pensare politically correct, prima che la discriminazione verso chi non prova gli stessi sentimenti verso tutti diventi progressivamente un preoccupazione con la quale fare quotidianamente i conti.