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22 agosto 2017

Il trogloditismo progressista e l'odio verso il passato


di Roberto de Albentiis

Da alcuni giorni, negli Stati Uniti, partendo da Charlottesville VA, si sono riaccesi gli scontri tra la destra, c.d. suprematista, e i c.d. antifascisti; questi scontri, che si inseriscono tra gli ultimi nella lunga serie di scontri mai sopiti tra le diverse componenti (etniche, sociali, razziali, religiose) della profondamente contraddittoria società statunitense, non sono tuttavia riducibili solo ad una destra contro una sinistra, ma rivelano più di un aspetto problematico.

È ormai evidente lo scontro sui simboli sudisti, risalenti alla sanguinosa guerra civile 1861-1865 e però sempre lasciati al loro posto, fino al recente esplodere della mania politically correct: se è vero che la pratica della damnatio memoriae è antica quanto l’uomo e il potere, è pur vero che essa riguardava solo singoli governanti o singole dinastie (e magari i governanti e le dinastie successive restauravano quelli “dannati”); il vero salto di qualità venne fatto dalla malefica Rivoluzione Francese del 1789, che, oltre alle centinaia di migliaia di persone ghigliottinate e alle tante guerre e rivoluzioni portate in Europa, vide una spaventosa e indiscriminata distruzione del patrimonio artistico e culturale, tanto della Francia quanto degli altri Paesi europei invasi, dal momento che si voleva ripartire da zero. Che ridere, quindi, quando i governanti francesi, al 14 luglio, esaltano i “valori” del 1789 ma poi versano calde lacrime su Palmira. Ma l’ISIS, dopotutto, non fa lo stesso che fecero i rivoluzionari francesi?

La Spagna e l’Italia, e la stessa Francia, pur nella diversità delle loro storie, non hanno mai avuto una memoria condivisa né monumenti dedicati anche alle parti sconfitte delle rispettive guerre civili; gli Stati Uniti, invece, pur nella criticità della loro politica e cultura, hanno un indubbio aspetto positivo: ogni diversa parte ha propri monumenti e celebrazioni; una cosa che mi colpì quando visitai gli USA, fu vedere, a Richmond VA, la capitale confederata, un monumento a Thomas “Stonewall” Jackson, uno dei più grandi generali confederati e, accanto, un monumento dedicato ai neri che combattevano per i loro (veri) diritti civili negli anni ’60. Cose simili non si vedono, purtroppo, in Europa, dove il giacobinismo e le sue varie derivazioni hanno avvelenato gli animi europei per secoli. Per gli statunitensi, invece, si tratta di eventi e persone, pur diversi, ma sempre della stessa comune Patria, e quindi non è inusuale vedere mesi o monumenti dedicati tanto ai confederati quanto ai presidenti nordisti o alle diverse etnie costituenti il melting pot; fino ad oggi, però, quando il politically correct è uscito ormai dalle università e si è diffuso, grazie ai media e ai politici, nella società.

Monumenti equestri e targhe commemorative degli Stati Confederati d’America (che, per inciso, non combatterono la guerra per la schiavitù, dal momento che i capi e i generali sudisti erano personalmente antischiavisti, ma per ragioni culturali e politiche) sono sempre esistiti fino ad oggi, eppure proprio oggi gli antifascisti americani, nella loro idiozia indistinguibili da quelli europei, hanno cominciato a voler abbattere tali monumenti celebrati e riconciliatori; e questa è solo l’ultima tappa dopo la celebrazione dei mesi neri o asiatici (ma non bianchi, perché l’orgoglio bianco è razzismo) e la creazione di “safe spaces” (spazi sicuri nelle università, dove gli studenti possono essere esentati da argomenti da loro ritenuti troppo aggressivi e offensivi) e la censura di singoli filosofi, scienziati e pensatori, frutti malati del politicamente corretto che insterilisce le menti e gli spiriti.

Il Presidente Trump è stato accusato di parteggiare per i razzisti, quando egli ha invece criticato entrambe le parti per gli scontri di piazza; nessun media liberal, però, ha criticato la violenza della new left (sì, perché la violenza non è certo mero appannaggio della new o old right) né tantomeno la distruzione del patrimonio storico e culturale americano. Perché il vero nocciolo è qui: una Nazione che distrugge e censura il proprio passato, quale che sia, è una Nazione che non conosce se stessa, che odia se stessa, che non vede nell’altro concittadino, tanto del passato quanto del presente e del futuro, un proprio fratello, ma un nemico. E per citare Orwell, chi controlla il passato controlla il futuro, e chi il presente controlla il passato, e se il nostro mondo è diventato uguale a quello del 1984 orwelliano, c’è poco da stare allegri.

Per finire, un invito alla lettura: la Guerra Civile Americana, come anticipato, non fu combattuta dai Nordisti buoni contro i Sudisti cattivi, o per dare la libertà agli schiavi: entrambe le parti in gioco erano statunitensi che invocavano la Costituzione e la Dichiarazione di Indipendenza, ed entrambe le parti in gioco avevano schiavi nel loro territorio; eppure il Presidente confederato Davis, o i grandi generali confederati Jackson e Lee (lo stesso Lee di cui è stata senza alcun rispetto abbattuta la statua, rimasta su per due secoli proprio per riconoscimento al suo grande valore umano), erano personalmente antischiavisti, e nei battaglioni sudisti combattevano neri e nativi, mentre invece il Nord utilizzò gli schiavi liberati come operai sottopagati per le proprie industrie e soprattutto furono le nordiste camicie blu a sterminare i Pellerossa. Invito per questo a spegnere la televisione e invece ad aprire due libri in particolare per conoscere meglio, all’infuori dei luoghi comuni, le vicende della Guerra Civile Americana: uno è “Il bianco sole dei vinti” di Dominique Venner (storico francese tradizionalista e nazionalista), l’altro è “Storia della Guerra Civile Americana” di Raimondo Luraghi (storico italiano progressista, membro dell’ANPI, riconosciuto fino alla morte come uno dei massimi esperti mondiali del conflitto civile statunitense).

http://www.motoretrogrado.it/2017/08/20/lodio-verso-il-passato-e-il-vero-trogloditismo/

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27 dicembre 2016

Se l'attivista "democratica" esulta per la tragedia di Soci

di Marco Mancini

Lei si chiama Aya Homsi, ha 30 anni ed è un’italo-siriana residente a Bologna. Figlia di genitori originari di Aleppo, dopo lo scoppio della guerra civile siriana ha assunto gli abiti di fervente attivista anti-Assad, fondando il gruppo FB “Vogliamo la Siria libera” e organizzando eventi e manifestazioni di sostegno all’opposizione del c.d. Esercito Siriano Libero.
In virtù di tale impegno Aya è ben presto assurta agli onori delle cronache: interviste per l’ineffabile Rai News ed altre testate (vedi qui e qui), articoli elogiativi sulla “ragazzina dagli occhi enormi e dallo spirito combattivo”, addirittura la partecipazione come speaker al Festival Internazionale di Giornalismo di Perugia (2012).

Insomma, Aya è riuscita a ritagliarsi il ruolo, ormai particolarmente ricercato dai media mainstream, di giovane attivista con un bel faccino in lotta per la libertà e per i valori della democrazia contro il crudele dittatore Bashar al-Assad. Coronamento di questa sua carriera la presenza sul palco, accanto all’allora segretario Pierluigi Bersani, in una manifestazione contro il regime siriano organizzata dal PD nel marzo 2012.
Passata la fase acuta della “rivolta”, ben presto degenerata in una guerra in cui le forze di opposizione sono state fagocitate dagli islamisti radicali come Al-Nusra e ISIS, Aya è passata un po’ di moda, salvo tornare nuovamente alla ribalta ai tempi del sequestro delle attiviste Greta e Vanessa, di cui confermò i contatti con l’Esercito Libero Siriano (cioè i gruppi armati ribelli). Già in quell’occasione si lasciò scappare una frase infelice sul fatto che Al Nusra e ISIS fossero da considerare, in qualche modo, un male minore rispetto al regime di Assad, considerato il “primo terrorista” che aveva portato il Paese all’esasperazione (e quindi, in qualche misura, legittimato la fiammata integralista).

La liberazione di Aleppo da parte dell’Esercito Arabo Siriano insieme agli alleati russi, iraniani e libanesi (Hezbollah) deve aver nuovamente risvegliato i bollenti spiriti della fanciulla “dagli occhi enormi”: così la mattina della Vigilia di Natale, sul proprio profilo FB, la nostra Aya si è pronunciata nella maniera che vedete sulla tragedia del volo russo precipitato nel Mar Nero, che ha provocato la morte di 92 persone, tra cui 64 membri del Coro Alexandrov (ex Coro dell’Armata Rossa):


“Babbo Natale esiste”: l’attivista “democratica” commenta così la tragica morte di 90 persone, le quali non avevano alcuna responsabilità diretta nei fatti siriani, ma si limitavano a portare conforto alle truppe russe di stanza al fronte o addirittura, come nel caso della dott.ssa Elisaveta Glinka, conosciuta come “Lisa”, erano impegnate in attività di natura umanitaria. Seguono i commenti, dello stesso tenore, di altri “attivisti” anti-Assad e dei loro tirapiedi italiani: ironia di pessimo gusto sul fatto che il livello artistico del Coro fosse ormai “sprofondato” e risate a crepapelle.
Qui non c’è nessun rispetto non solo per la vita umana, ma neanche per una delle istituzioni più storiche della musica e della cultura russa, universalmente stimata in patria come all’estero. Non v’è nulla che segnali l’appartenenza di questi figuri alla comune civiltà umana.

Questa, dunque, è la gente che per anni si è presentata come la Siria “libera e democratica” in lotta contro il dittatore. Questa è la feccia umana accreditata da media mainstream ed elite politiche occidentali come “opposizione moderata”, vittima delle violenze del regime siriano. Non stupisce che molti di loro abbiano finito per schierarsi con l’ISIS. E che diranno ora tutti coloro che ne avevano tessuto le lodi? Che dirà il povero Pierluigi Bersani, ora che ad Aleppo la gente scende in strada festante e che i cristiani sono tornati a festeggiare il Natale dopo cinque anni? Che diranno Obama e Hollande, ora che nelle aree abbandonate dai loro terroristi “moderati” emergono già le prime tracce di fosse comuni? Al Festival del Giornalismo di Perugia continueranno a invitare l’eroina Aya, o cominceranno a trattarla per quello che è, cioè la propagandista di gruppi armati dal curriculum poco commendevole?

Ai posteri l’ardua sentenza. 

 

27 luglio 2016

Padre Hamel, prega per noi


di Francesco Filipazzi

Ciò che temevamo da anni è accaduto. In Europa, in Francia, i terroristi islamici, inneggiando all’Isis, hanno attaccato una chiesa e ucciso un prete di 86 anni, padre Jacques Hamel.  Siamo alla svolta. Il salto di qualità del fondamentalismo in Europa è avvenuto durante una Messa in Normandia, conclusasi con il sacrificio di un sacerdote, sgozzato dopo essersi rifiutato di inginocchiarsi di fronte a chi voleva ucciderlo per la sua fede.

E’ la prima volta dai tempi del giacobinismo che accade una cosa del genere. Tutti coloro che in questi anni hanno cercato di mettere in guardia dal pericolo generato da un’immigrazione incontrollata dai paesi dove l’integralismo islamico è merce comune sono stati derisi, talvolta processati dai giudici e messi a tacere. I cristiani si sono addormentati, molti si sono fatti cullare dalle sirene del buonismo e dell’ideologia dell’accoglienza incondizionata.

Il primo prete è stato ucciso dunque, da quelli che lui stesso considerava come fratelli. Ma i suoi sentimenti di fratellanza purtroppo non sono serviti per salvarlo dalla furia di chi non è fratello di nessuno, di chi non vuole essere fratello di nessuno. Dice bene Giacobazzi: non sappiamo più che dire per farci capire.

In Francia l’attentato ha destato molto scalpore e per una volta la cristianofobia tipica di quel paese (dove è vietato girare con "croci troppo vistose") è stata dimenticata. Su Twitter il sentiment è “jesuiscatholique”. In Italia invece no, le iene non hanno taciuto. “Io non sono cattolico e non lo sarò mai” scrive qualcuno, però se muore un orso polare gli stessi usano toni da tragedia. Purtroppo il risveglio delle coscienze sarà ancora lungo, altro sangue verrà versato probabilmente

Oggi però noi cattolici dobbiamo essere sempre più orgogliosi di essere tali, uscire da ogni catacomba e urlare che noi siamo qui ancora una volta nella fossa dei leoni. Ricordando che un sacerdote francese di 86 anni ha rifiutato di inginocchiarsi di fronte a chi gli voleva tagliare la gola per la sua fede. 
Che ci guardi da lassù e ci dia la forza.
 

17 dicembre 2015

I Down: perseguitati dall'Isis...e dall'Europa

di Giuliano Guzzo
La panna montata della retorica occidentalista – tornata di tendenza dopo le stragi parigine – va assaporata in fretta, il più in fretta possibile. Altrimenti, come accade anche alla migliore delle panne montate, c’è il rischio che si smonti e venga a galla tutto il resto, che non è detto sia altrettanto attraente. Per esempio non lo è lo scoprire come nel Califfato di Al Baghdadi sia stata emessa una fatwa che pare autorizzi «i miliziani a uccidere sui territori amministrati i fanciulli down o nati con malformazioni fisiche e psichiche […] i miliziani avrebbero già trucidato con iniezioni letali o per soffocamento una quarantina di bambini di età compresa fra una settimana e tre mesi e nati con qualche handicap» (Il Giornale, 15.12.2015, p. 13).
Che c’entra tutto questo con la panna montata occidentalista? C’entra eccome perché, se confermata, questa notizia – ripresa dai giornali di tutto il mondo e diffusa in primo luogo dal blog iracheno di informazione Mosul Eye, è iniziata a circolare proprio nelle stesse ore di un’altra italiana di tenore non molto più allegro, vale a dire quella dell’avvenuta condanna, da parte della Corte di Cassazione, di un ginecologo di Mantova il quale, non essendo andato oltre gli esami indispensabili, come il bi-test, con la propria condotta ha sostanzialmente concorso a far venire al mondo – cosa terribile, evidentemente – un bambino Down che i genitori, se pienamente informati delle sue condizioni di salute, avrebbero abortito (cfr. Cass. Civ. Sent. n. 24220, 27.11.2015).
Dunque, anche se addolora doverlo riconoscere, rispetto al rifiuto dei bambini non perfettamente sani l’ISIS e l’Italia così lontani poi non sono; un discorso che naturalmente interessa l’intera Europa: dalla Danimarca, che entro il 2030 vuole – a suon di aborti e diagnosi prenatali – agguantare l’agghiacciante primato di primo Paese al mondo «Down Syndrome Free», fino ad Inghilterra e Galles, dove nel 1990 le diagnosi prenatali di sindrome di Down erano state 1.075, mentre nel 2008 hanno toccato quota 1.843 (+70%), crescita considerevole alla quale, in conseguenza di un massiccio ricorso alla pratica abortiva, non è però corrisposto un aumento delle nascite, che invece sono addirittura calate di 1 punto percentuale, passando da 752 a 743.
E che dire del deputato francese Olivier Dussopt, vicepresidente del gruppo socialista in seno all’Assemblée nationale il quale, quando sente «che “purtroppo” il 96% delle gravidanze con sindrome Down finisce con l’aborto», si chiede «perché ne rimane il 4%?». La sola, tangibile differenza con l’ultima trovata dei miliziani dell’ISIS, a questo punto, è di carattere formale: in Europa l’eugenetica a spese di bambini “non perfetti” è limitata alla fase prenatale – oppure serpeggia nel preoccupante consenso che da tempo, in più di qualche Paese del Vecchio continente, aleggia sull’eutanasia neonatale -, mentre laggiù, nel Califfato, pare siano più spartani, in tutti i sensi. Però la sostanza è la medesima: il rifiuto dell’idea che la vita umana possieda un valore intrinseco, connaturato alla sua stessa esistenza.
Anzi, a ben vedere si potrebbe dire che, nel rifiutare i bambini “non perfetti”, sia l’ISIS, in un inquietante convergere di orrori, ad aver imparato la lezione di un’Europa nella quale si fa molto presto a parlare di «valori», ma si fa infinitamente fatica – al di là della solita filastrocca sull’integrazione europea – ad intendersi su quali poi siano, questi benedetti «valori». Perché fare in modo, ancorché con la legittimazione dell’ordinamento giuridico, che un essere umano possa venire eliminato solo perché non corrispondente alle attese o a determinati standard non è affatto civiltà, ma barbarie; e infatti gli uomini del Califfato – che della materia sono riconosciuti specialisti – non ci hanno pensato due volte, sia pure a modo loro, a replicarla. Faremmo dunque bene come Italia, come Europa e come Occidente a chiederci se, più che uno scontro di civiltà di huntingtoniana memoria, quello che oggi vede protagonista l’ISIS in realtà non sia che l’ultima puntata di un processo di implosione di civiltà, di un collasso valoriale che purtroppo separa Berlino, Parigi e Roma dal Califfato in modo molto più sottile di quanto si pensa. E se la risposta a questo inquietante quesito fosse positiva, se davvero l’eugenetica targata ISIS fosse consustanziale quella praticata in Europa ieri dal regime nazionalsocialista (a sua volta anticipato, in questo, da alcuni Stati americani) ed oggi in Stati apparentemente civili, prima di farsi servire ancora la panna montata del quanto noi siamo “belli”, “bravi” e “progrediti”, meglio, guardandosi allo specchio, pensarci due volte.
Quest’invito all’autocritica, sia ben chiaro, non vuole essere un modo per porre dissennatamente sullo stesso piano Califfato ed Europa ma, al contrario, per impedire che lo finiscano. Il fatto che il rispetto della vita umana – per di più di quella dei soggetti più deboli, quali sono i portatori di handicap – non sia pienamente assicurato né in seno alla Vecchio Continente né fra gli jihadisti dovrebbe suonare allora come un campanello d’allarme, come la prova che lo squilibrio di un popolo inizia quando cessa di rispettare se stesso, allentando i diritti dei propri componenti più fragili. Se siamo dunque convinti che l’ISIS sia il male assoluto e che sia utile solo ad indicarci cosa non fare, da domani – come europei – dovremmo metterci a tutelare maggiormente, e senza tentennamenti, i figli disabili: ne saremo in grado? La lunghezza della notte dipende anche da questo. giulianoguzzo.com
 

20 novembre 2015

A sfornare miliziani dell’ISIS sono i Paesi più secolarizzati.


di Giuliano Guzzo

Lunedì su questo blog veniva suggerita l’ipotesi che vi fosse un legame, a livello europeo, fra la perdita dei valori religiosi e il fenomeno dei «giovani che si gettano fra le braccia prima dell’Islam e poi della sua degenerazione terroristica qualcosa». Veniva anche riportata, al riguardo, l’opinione del sociologo iraniano Farhad Khosrokhavar, direttore di ricerca dell’École des hautes études en sciences sociales di Parigi e studioso dell’immigrazione islamica in Europa, secondo cui la crisi che porta i giovani alla rottura con le società occidentali non deriva tanto dal rifiuto dei valori che queste offrono a loro, ma piuttosto nel vuoto di regole morali che li accoglie. In sostanza non sarebbe da escludere una correlazione tra il fenomeno della secolarizzazione e la crescente simpatia, in alcuni giovani, verso il terrorismo di matrice islamista; simpatia che le stragi perfino accentuerebbero: «Secondo alcune valutazioni – ricorda il sociologo delle religioni Massimo Introvigne, riferendosi agli ultimi mesi – i combattenti partiti dalla Francia per arruolarsi nell’ISIS sono più di ottocento» (LaNuovaBQ.it, 18.11.2015).
Molto interessanti sono le stime, riprese anche da Internazionale, dell’International centre for the study of radicalisation and political violence, un’organizzazione indipendente, su coloro che hanno lasciato l’Europa per divenire miliziani dell’ISIS: sarebbero circa quattromila. L’aspetto più significativo emerge però quando si va a vedere quali sono gli Stati d’Europa dai quali l’ISIS ha ottenuto, in termini di partenze, maggiori adesioni: considerando come parametro il milione di abitanti, in testa vi sono Belgio (40), Danimarca (27), Svezia (19), Francia (18), Austria (17), Paesi Bassi (14,5), Finlandia (14,5). Un primo dubbio, a questo punto, potrebbe essere il seguente: non sarà che si tratta anche dei Paesi che ospitano le comunità mussulmane più numerose? La risposta è negativa: la Francia, da sola, ospita quattro volte gli islamici presenti in Belgio, Danimarca e Svezia insieme che però – come si è visto – la precedono nel numero di aspiranti terroristi. La stessa Italia ospita più del doppio dei mussulmani presenti in Danimarca e Svezia ma è un Paese dal quale sembra partire un numero basso di volontari per il Califfato: 1,5 soggetti ogni milione di persone.
Per quanto l’integrazione col mondo mussulmano sia certamente questione seria, non è quindi vera l’equazione per cui a più mussulmani presenti in un Paese corrispondano, in modo automatico e diretto, più fondamentalisti: trattasi di una constatazione non banale, che conferma l’esistenza, in Europa, di una maggioranza di fedeli islamici che si possono definire moderati. Ma allora, più che il numero dei mussulmani, che cosa accomuna Paesi come Belgio, Danimarca, Svezia e Francia, Austria e Paesi Bassi? Una risposta utile emerge da un lavoro di qualche anno fa a cura dei ricercatori del NORC Institute dell’Università di Chicago i quali hanno voluto tracciare un quadro religioso a livello mondiale prendendo in considerazione molti Stati. Ebbene, leggendo questo studio e soffermandosi in particolare sulla classifica della percentuale di persone che dichiarano di non credere in Dio e di non averci mai creduto, ai primi posti spuntano – sorpresa – Paesi quali la Francia (19.3), la Svezia (18.4), la Danimarca (16.7) e i Paesi Bassi (15.3) (cfr. Beliefs about God across Time and Countries, 2012).
Pure qui la “cattolica” e “medievale” Italia – che è fra i Paesi, come si è visto, che “esportano” meno simpatizzanti dell’ISIS – è in fondo alla classifica con relativamente pochi atei essendo anche un Paese dove la preghiera personale, al di fuori dei riti e delle funzioni religiose, è molto diffusa (37,3%) a differenza di quanto accade in Belgio (12,7%) o Francia (9,9%) (cfr. L’Italia nell’Europa: i valori tra persistenze e trasformazioni, FrancoAngeli, Milano 2012). Anche la percentuale di persone che credono nel peccato è molto più alta in Italia (67%) rispetto a Svezia (39%), Francia (37%) o Danimarca (18%) (cfr. Sacred and Secular, Cambridge University Press, 2004).

Quale insomma che sia il criterio sul quale si preferisce basarsi – la percentuale di atei, la preghiera al di là delle funzioni o altro – per farsi un’idea sul livello di secolarizzazione, il risultato non cambia: i Paesi maggiormente laicizzati, per così dire, rimangono gli stessi che maggiormente “esportano” miliziani dell’ISIS.
Non sarà quindi che i fondamentalisti islamici hanno nel laicismo europeo il loro primo nemico? E non saranno i cosiddetti “valori laici” – di fatto, libertà di scelta a parte, un totale vuoto di regole morali – quelli che come una fatale scintilla maggiormente più stimolano, saldandosi col fanatismo islamico, il fuoco del terrorismo e dell’inumanità? Oltre ai dati poc’anzi ricordati, con la netta associazione fra Paesi più secolarizzati e Paesi “esportatori” di guerriglieri fondamentalisti, lo suggeriscono pure le parole di Domenico Quirico, giornalista inviato de La Stampa che conosce bene l’argomento essendo stato sequestrato, mentre era in Siria, la bellezza di centocinquantadue giorni: «È vero: se ti sequestrano in un Paese musulmano, l’unica cosa da non fare è dire di essere una persona indifferente al problema religioso. Ti ammazzano immediatamente. Per loro è meglio un praticante di qualsiasi fede, anche sbagliata, che uno che dice: “Per me la religione è l’oppio dei popoli, è una fregatura”. Quello è inconcepibile per loro» (LaSicilia.it, 11.11.2014).

Sia chiaro che non s’intende fare del buonismo suggerendo che la presenza islamica in Europa non presenti criticità che sono ben note, ormai, ai politici oltre che ai sociologi e che derivano essenzialmente dal fenomeno dell’islamismo politico; allo stesso modo non si insinua che i fondamentalisti islamici siano, sotto sotto, alleati dei cristiani i quali sono puntualmente perseguitati nei Paesi a larga maggioranza mussulmana. Tuttavia, per quanto le stime ricordate abbiano inevitabilmente un’accuratezza relativa e da considerare sempre con una certa cautela, il primo antidoto ai reclutamenti dell’ISIS, almeno in Europa, sembra proprio essere la tradizione religiosa, in particolare quella cristiana. Lo dimostra quanto sin qui ricordato e il fatto che i Paesi europei tradizionalmente ritenuti più cattolici siano anche quelli dai quali il Califfato maggiormente fatica a reclutare miliziani: l’Irlanda (7), la Spagna (2) e, appunto, la nostra Italia (1,5). Tutto questo, beninteso, non significa che si possa tirare un sospiro di sollievo o che non occorra impegnarsi in un più profondo lavoro culturale generale di integrazione delle comunità mussulmane presenti in Europa, né che siano inutili i monitoraggi ad opera dei servizi segreti e delle forze dell’ordine. Allo stesso modo non si vuole qui ingenuamente sostenere che l’Italia sia un Paese al sicuro e totalmente estraneo al rischio di attentati terroristici: purtroppo è il contrario, come mostra anche «Bandiere nere su Roma», un inquietante libro pubblicato proprio dall’ISIS nel febbraio di quest’anno nel quale viene tracciato perfino – conformemente a quanto lascia intendere il titolo – un piano di invasione della nostra Penisola. Quando però si sente dire che il modo migliore per evitare che un giovane europeo possa rimanere affascinato dalla proposte del fondamentalismo islamista sarebbe quello di educarlo come si deve all’insegna dei bei valori della morale laïque è bene tenere presente che le cose non stanno solamente in modo diverso: stanno proprio all’opposto.
 

14 novembre 2015

Il terrore a Parigi e l'ora della verità per l'Europa


di Fabio Petrucci

Una notte parigina come tante. Tra partite di calcio, concerti e i locali pieni del tipico e ordinario venerdì che volge al termine. E poi all'improvviso la grande capitale piomba nell'orrore e nel caos. Un attentato dopo l'altro: esplosioni e sparatorie a colpi di kalashnikov. Gli innocenti cadono per strada, in ristorante, nei pressi del grande Stade de France e dell'antica sala da concerto del Bataclan. Cadono a decine: il numero delle vittime si aggiorna costantemente e - ormai è certo - supera la cifra dei 150. È la più grande strage compiuta in Francia dai tempi della seconda guerra mondiale. Neanche all'epoca della crisi algerina e degli attentati al generale de Gaulle il terrore si era spinto a simili livelli di bassezza e aberrazione. Mai era stato così sofisticato e mai così distruttivo. Mai, nemmeno a gennaio, quando ad essere colpiti furono la sede della discutibile rivista satirica “Charlie Hebdo” ed un comune negozio ebraico. La Francia si scopre vulnerabile e si risveglia in guerra. In guerra contro un nemico che alberga in casa propria, cresciuto e rafforzato dagli errori – interni ed internazionali – delle classi dirigenti francesi. In guerra contro un nemico che impone di mettere al bando la retorica e gli slogan, che già tanti danni hanno fatto sottovalutando, per esempio, il rischio di infiltrazioni terroristiche nella fiumana di profughi giunti in questi anni in Europa.

Gli attentatori – molti dei quali ormai morti – gridavano “Allahu akbar!” (“Dio è grande!”). Erano jihadisti, come i tanti che abbiamo imparato a conoscere in questi anni di guerre in Medio Oriente e di orrendi attentati giunti a macchiare di sangue tutte le principali potenze del mondo, dagli Stati Uniti ai paesi europei, dalla Russia alla Cina. Dicono di uccidere in nome di Dio, il “Clemente e Misericordioso”, ma facendo ciò bestemmiano e maledicono sé stessi. Perché in realtà uccidono in nome di un'ideologia malata – quella del jihadismo politico – nata in seno alla corrente wahhabita e salafita dell'islam, soggetta più di altre a quella tentazione alla violenza religiosa citata da papa Benedetto XVI a Ratisbona nel 2006. In quell'occasione il pontefice si limitò a riportare uno scritto dell'imperatore bizantino Manuele II Paleologo, criticandone peraltro il tono brusco. Nell'intento del papa teologo non era presente alcun carattere offensivo, ma solo la volontà di lanciare un monito contro l'assurdità della violenza religiosa. Un monito che fu giudicato da più parti inopportuno, ma che alla luce di quanto accaduto in questi anni si rivela profetico e lungimirante. E del resto l'esistenza di una satanica tentazione violenta all'interno dell'islam è cosa nota ai musulmani stessi: il termine “fitna”, indicante “discordia” o addirittura “guerra civile”, accompagna la storia islamica sin dai primordi, così come sono antiche le radici di movimenti teologici divenuti fautori della violenza religiosa come quello salafita. E oggi più che in passato la “fitna” interna al mondo islamico si riscopre in tutta la sua drammatica attualità, intrecciandosi con il “Grande Gioco” che vede contrapposte le tendenze unipolari degli Stati Uniti alle istanze multipolari della Russia.

Riferirsi alla “fitna” che agita il frastagliato mondo musulmano è l'unica possibilità per comprendere quanto sta accadendo in Medio Oriente, cos'è l'autoproclamato “califfato” dell'ISIS e quali sono gli errori addebitabili al governo francese ed al complesso delle potenze occidentali. Ed è anche l'unico modo possibile per evitare semplificazioni che tirano in ballo Oriana Fallaci e la sua generale avversione per l'islam. Se c'è “fitna”, ossia guerra civile, inevitabilmente vi sono musulmani che combattono altri musulmani. E più nello specifico assistiamo ad uno scontro che va assumendo sempre più caratteri confessionali, contrapponendo paesi sciiti e filo-sciiti (Iran, Siria, Iraq e Libano) a paesi sunniti (Arabia Saudita, Qatar e Turchia). Come è noto, il terrorismo jihadista ha potuto svilupparsi principalmente attraverso finanziamenti provenienti dall'Arabia Saudita e dal Qatar. Questi due paesi, insieme alla Turchia, sono stati tra i principali protagonisti dell'opera di destabilizzazione del Medio Oriente che va sotto il nome di “primavera araba”. Dall'altro lato, a fronteggiare il terrorismo jihadista, vi sono l'Iran sciita, la Siria dell'alawita Assad, le milizie libanesi di Hezbollah e l'Iraq: musulmani non estremisti a cui l'Occidente (e quindi la stessa Francia) preferisce i propri peggiori nemici. Ecco il paradosso di un'alleanza che tiene insieme il laicismo nichilista dei paesi occidentali ed il fondamentalismo islamico delle petromonarchie del golfo.

A tal proposito non si può tacere sulla circostanza che ha visto la Francia come uno dei governi europei maggiormente impegnati nel fiancheggiamento di quest'opera di destabilizzazione, la quale in Libia e Siria sarebbe stata impensabile senza l'ausilio di terroristi della stessa matrice di quelli che hanno colpito Parigi. Sotto la presidenza Sarkozy la Francia è stata attivissima nella campagna militare occidentale contro Gheddafi, così come sotto la presidenza Hollande ha continuato a fornire sostegno politico e finanziario alle milizie in guerra contro il governo laico di Bashar al-Assad. E fu proprio quest'ultimo, in tempi non sospetti, ad avvertire che «l'Occidente e i paesi che sostengono l'estremismo e il terrorismo in Siria e nella regione devono rendersi conto che questa minaccia crescente sta per colpire tutti, in particolare coloro che hanno sostenuto il terrorismo e gli hanno permesso di svilupparsi». Mentre da un lato la Francia piange le proprie vittime del terrorismo, dall'altro si trova ad essere ancora oggi alleata dei principali sponsor internazionali del terrorismo.

Solo l'intervento russo iniziato ad ottobre è riuscito ad imporre alla coalizione occidentale un impegno più serio contro l'ISIS, più per ragioni di credibilità e di competizione che per volontà di sradicare quel cancro dal cuore della Mezzaluna fertile. Eppure adesso, nell'ora del dolore e della rabbia, sarebbe auspicabile una comune battaglia che unisca davvero coloro i quali sono stati colpiti dalla mostruosità del terrorismo. È l'ora della verità. Non solo per la Francia, ma per l'Europa intera.

E possa il vero Dio, veramente Clemente e Misericordioso, fare giustizia di ogni vittima innocente, strappata alla vita a Parigi, così come ad Aleppo, Beirut o nel Sinai.

 

05 novembre 2015

La Turchia dopo la vittoria di Erdoğan



di Fabio Petrucci


L’esito delle elezioni generali turche ha sancito un netto successo per il duo Erdoğan-Davutoğlu ed il loro partito governativo, AKP. In un clima di esasperazione e violenza giunto ad altissimi livelli, le ragioni della vittoria di Erdoğan vanno ricercate principalmente nel sentimento di paura dell’elettorato turco, angosciato dal rischio - peraltro amplificato dalla propaganda dell’AKP - di una caduta del paese nel caos. Tuttavia, se apparentemente la netta affermazione dell’uomo forte di Ankara sembra aver scongiurato tale pericolo, in realtà la possibilità che per costui il successo elettorale possa rivelarsi solo una “vittoria di Pirro” non può essere scartata. Infatti, l’ulteriore svolta verticistica che il presidente sembra determinato a completare, unita alla fallimentare gestione della politica estera nel Vicino Oriente a partire dalla stagione delle “primavere arabe”, sono elementi potenzialmente in grado di innescare una radicalizzazione dello scontro politico interno ed una definitiva sconfitta della strategia “neo-ottomana” nello scacchiere internazionale.

Per Erdoğan le elezioni hanno rappresentato un importante banco di prova dopo lo smacco del giugno scorso, quando per la prima volta dal 2002 l’AKP si era ritrovato senza maggioranza assoluta ed impossibilitato a formare sia un governo di coalizione con la destra nazionalista del MNP (braccio politico dei famigerati “lupi grigi”) che un governo di larghe intese con i kemalisti laici del CHP. La successiva esplosione di violenze ed attentati, l’acutizzarsi della crisi curda ed il caos al confine con Siria ed Iraq hanno reso ancora più incandescente la vigilia del voto. La campagna propagandistica del duo Erdoğan-Davutoğlu, basata sulla paura e su quella che più di un analista ha definito addirittura “strategia della tensione”, ha avuto la meglio. L’AKP è passato dal deludente 40,9% di giugno ad un ben più consistente 49,5% (in termini di seggi da 258 a 317). Al successo dell’AKP hanno fatto da contraltare la staticità del risultato del CHP kemalista, attestatosi ad una percentuale (25,3%) di poco superiore a quella della precedente tornata elettorale, ed il tonfo dei nazionalisti del MNP e del partito filo-curdo di sinistra HDP, vera rivelazione delle elezioni di giugno, che ha peraltro denunciato irregolarità nella fase del voto e dello spoglio.

L’impressione è che la campagna elettorale di Erdoğan e Davutoğlu, particolarmente incentrata sul nazionalismo e sull’esigenza di restaurare l’ordine, abbia intercettato da un lato una parte dell’elettorato storico dei “lupi grigi” (forse addirittura due milioni di voti), mentre per altro verso sembra persino riuscita a recuperare una parte del voto dei curdi di tendenza conservatrice ed ostile al separatismo del PKK. Peraltro, con questo risultato, Erdoğan potrebbe riuscire a portare a compimento una riforma costituzionale volta ad accentrare ulteriormente i poteri nelle mani del presidente. Una mossa desiderata da anni, ma che si presta al rischio di tramutarsi in un pericoloso boomerang, dal momento che la polarizzazione politica nella società turca finirebbe per accentuarsi ed anche le già difficili relazioni internazionali con gli alleati euro-atlantici subirebbero un ulteriore deterioramento (con un regime sempre più mediaticamente indifendibile dagli USA e dalle cancellerie europee).

Ma probabilmente è proprio sul versante internazionale che Erdoğan si gioca il suo futuro politico. Ed è su questo versante che la sua strategia si è rivelata fino ad oggi fallimentare. Da circa cinque anni la Turchia si trova invischiata nel caos generato della rinnovata fitna che agita il mondo musulmano e che vede contrapposti l'asse sciita composto da Iran, Siria, Iraq ed Hezbollah libanese alla galassia sunnita di cui fanno parte le petromonarchie dell'Arabia Saudita e del Qatar e la stessa Turchia. All'epoca dell'esplosione delle "primavere arabe" Erdoğan tentò di accreditare per il suo paese il ruolo di "protettore" delle rivolte capeggiate dai Fratelli Musulmani nel Maghreb e nel Vicino Oriente. Contestualmente al totale ridimensionamento di questi ultimi in Egitto e Tunisia il presidente turco si è poi imbarcato in una strana e momentanea alleanza con le petromonarchie wahabite, le cui conseguenze hanno riguardato principalmente lo scenario siriano. In Siria i turchi sono stati in prima linea, al fianco dei sauditi, nel sostegno ai "ribelli" islamisti impegnati contro il governo laico di Assad. Anzi non è nemmeno campata in aria l'idea che la Turchia abbia volutamente fatto poco o nulla contro l'ISIS - fino anche a favorirlo - al fine di abbattere il governo di Assad ed indebolire i curdi della Siria settentrionale, circostanza che rappresenta un grosso elemento d’imbarazzo per l’amministrazione statunitense, dal momento che la Turchia è comunque uno dei paesi militarmente e strategicamente più importanti della NATO.

Il conflitto siriano è stato anche alla base del logoramento delle relazioni russo-turche, sulle quali Erdogan aveva in precedenza puntato come alternativa alla freddezza dimostrata dai tradizionali alleati europei. Le tensioni tra i due paesi eurasiatici sono ulteriormente aumentate dopo la discesa in campo dell’aviazione di Mosca, impegnata ormai da un mese nei raid contro l’ISIS ed altre formazioni jihadiste attive in Siria. Ciò ha condotto le autorità turche a minacciare persino ritorsioni in campo economico, come l’annullamento del progetto del gasdotto “Turkish Stream”, esacerbando in tal modo i già difficili rapporti tra Mosca e Ankara. Evidentemente, come ha affermato Kemal Kılıçdaroğlu, leader del principale partito laico di opposizione a Erdoğan, il governo turco non ha compreso l’importanza della Siria per la Russia. Ma del resto il duo Erdoğan-Davutoğlu, in nome di un rinnovato panturchismo, è riuscito persino ad inimicarsi la lontana Cina mediante il sostegno al separatismo uiguro nello Xinjang. E, come già anticipato, le cose non vanno meglio sul fronte occidentale, vista l’insofferenza degli americani - consapevoli di non poter fare a meno della Turchia ma preoccupati dall’autoritarismo di Erdoğan e dalla sua nota ostilità ad Israele - e degli europei, che temono il cinico ricatto turco rappresentato da milioni di profughi siriani che dalla Turchia potrebbero essere spinti o costretti a partire per l’Europa.

La spregiudicatezza della politica estera turca è un fattore innegabile, ma che già adesso sembra rivoltarsi contro la Turchia stessa, anziché avvantaggiarla. La crisi dei rifugiati siriani, l’ISIS al confine, il riacutizzarsi degli scontri con i curdi del PKK e la diffidenza dei principali attori dello scacchiere globale sono già di per sé un indice dei madornali errori di Erdoğan. Resta da capire se il nuovo “sultano” turco avrà la capacità di tornare al realismo o preferirà protrarre una politica di potenza destinata al fallimento.

 

02 ottobre 2015

I russi in Siria ed il “cul-de-sac” dell'amministrazione Obama



di Fabio Petrucci

Nella giornata di martedì, a seguito della richiesta pervenuta dalle autorità di Damasco e del voto favorevole del Senato di Mosca, la Russia è ufficialmente scesa in campo nello scenario militare siriano. L'iniziativa del Cremlino è giunta a poche ore di distanza dall'intervento di Vladimir Putin all'Assemblea Generale dell'ONU e dal poco fruttuoso faccia a faccia con l'omologo statunitense Barack Obama. La discesa in campo di Mosca al fianco del governo siriano sembra poter determinare sostanziali cambiamenti nelle vicende belliche e politiche che coinvolgono la Siria e l'intero Medio Oriente. Essa è inoltre l'inequivocabile segnale di conferma di un cambiamento nel quadro geopolitico mondiale: il ritorno della Russia al rango di grande potenza dopo il declino seguito al crollo dell'Unione Sovietica. Un risultato certamente frutto delle abilità diplomatiche dimostrate da Vladimir Putin e Sergej Lavrov nel corso degli anni, ma anche degli errori e del basso livello dei loro “antagonisti” internazionali.

Dal mondo occidentale, in particolare dagli Stati Uniti, si sono alzate quasi immediatamente dure accuse al Cremlino: in primis quelle di aver posto in atto un'aggressione e di aver colpito i cosiddetti “ribelli” anziché l'ISIS. A queste accuse si è poi aggiunta quella di aver provocato vittime civili nel corso dei raid. Ma proviamo ad entrare nel dettaglio.

La prima accusa, esplicitata dal segretario alla difesa USA Ash Carter, risulta spiccatamente paradossale poiché l'intervento militare russo è stato richiesto dal legittimo governo di Damasco, quello cioè che ancora oggi rappresenta la Siria all'ONU: si tratta quindi di un intervento concordato tra Stati sovrani su basi bilaterali. Viceversa, la cosiddetta “coalizione” a guida USA bombarda il territorio siriano da oltre un anno fuori da qualsiasi mandato ONU e senza alcuna richiesta da parte delle autorità siriane. Quindi, in punta di logica e di diritto internazionale, la posizione dei russi appare molto più solida e fondata di quella americana. A dimostrazione della legittimità dell'azione del Cremlino si potrebbe ricordare, per fare un esempio recente, quanto accaduto in Mali a partire dal gennaio 2013, quando il legittimo governo dello Stato africano richiese l'intervento francese per fronteggiare il separatismo jihadista affiliato ad “al-Qāʿida”. In quell'occasione l'azione francese trovò anche legittimazione in sede ONU. Inoltre, l'accusa di aggressione formulata da Carter appare ancora più paradossale se si considera che da ormai quattro anni gli Stati Uniti finanziano ed addestrano l'opposizione armata al governo di Damasco, ormai confluita in gran parte nella galassia del jihadismo.

E giungiamo così alla seconda accusa, quella secondo cui i raid russi avrebbero colpito i “ribelli” piuttosto che obiettivi dell'ISIS. Per comprendere quanto accaduto è necessario aver chiaro lo scopo primario della discesa in campo di Mosca, la cui azione è diretta contro tutti i gruppi terroristici di ispirazione jihadista attivi in Siria, non solo il “Califfato”. Tra questi gruppi il più forte e radicale è rappresentato da “Jabhat al-Nusra”, formazione d'ispirazione qaidista, sostanzialmente ritenuta dagli USA un'alleata sia contro il governo laico di Damasco che contro l'ISIS. Altro gruppo di chiara impostazione estremista è il “Fronte Islamico”. In questo momento questi due movimenti sono tra i più forti nel campo dell'opposizione anti-Assad, e quindi funzionali al principale obiettivo statunitense in Siria. È paradossale che formazioni chiaramente legate alla famigerata “al-Qāʿida”, la stessa dell'attentato alle Torri Gemelle, vengano ora considerate alleate dallo stesso paese, gli Stati Uniti, che ha giustificato guerre come quelle in Afghanistan ed Iraq sulla base della lotta al terrorismo di matrice qaidista. È altresì segno di grande ipocrisia la circostanza per cui “al-Qāʿida” in Mali è stata combattuta dagli alleati francesi degli USA, mentre “al-Qāʿida” in Siria non dovrebbe subire gli attacchi dell'aviazione russa. Sarebbe interessante comprendere le sostanziali differenze tra l'ISIS ed organizzazioni come “Jabhat al-Nusra” ed il “Fronte Islamico”. Del resto, come sottolineato da Putin all'ONU ed ammesso anche dall'amministrazione americana, non è raro che gruppi di cosiddetti “ribelli”, addestrati dal Pentagono, abbiano poi defezionato unendosi all'ISIS e portando in dote al “Califfato” armi sofisticate fornite dalla Casa Bianca. Inoltre giova ricordare che per la Russia l'impegno contro tali formazioni ha anche una valenza interna, poiché tra i miliziani di “Jabhat al-Nusra” non mancano esponenti del cosiddetto “Emirato del Caucaso”. Addirittura un'altra formazione terroristica attiva in Siria, affiliata prima all'ISIS ed ora a “Jabhat al-Nusra”, la “Brigata Muhajireen”, è guidata proprio da miliziani caucasici. Quanto detto non significa che tutti i gruppi di opposizione ad Assad siano nel mirino dei russi. Come ricordato dal ministro Lavrov appena ieri, il cosiddetto “Esercito Libero Siriano” è considerato da Mosca come un interlocutore necessario per gli assetti futuri del paese, sebbene sia ancora da capire quali siano l'effettiva consistenza di tale organizzazione ed i suoi rapporti con gli estremisti.

I primi raid dell'aviazione russa hanno interessato le province di Hama, Homs e Latakia, in cui la presenza dei cosiddetti “ribelli” è più massiccia di quella dell'ISIS (comunque presente da alcuni mesi). Il fatto che l'aviazione russa abbia iniziato da queste regioni non deve stupire, poiché si trovano non lontano dai centri nevralgici da cui viene coordinata l'azione russa in Siria: le basi militari di Tartus e Latakia. Difendere le due basi da possibili attacchi dei jihadisti è il primo passo per poter avviare un'offensiva più ampia. C'è inoltre la necessità di evitare che l'ISIS, presente nella regione di Homs, ottenga il controllo dell'autostrada che collega Damasco alle roccaforti costiere e settentrionali.

Contestualmente all'inizio delle operazioni dell'aviazione russa hanno cominciato a circolare notizie relative a presunte vittime civili (anche bambini). Tali resoconti sono stati diffusi dal discusso “Osservatorio siriano per i diritti umani” con sede a Londra e dall’ONG dei “White Helmets”, finanziata da George Soros. In realtà, le zone colpite dai raid sono state quasi completamente abbandonate dai civili già da alcuni mesi e si ritrovano ad essere terreno delle scorribande dei jihadisti. Ben presto è giunta la smentita di Mosca alle accuse occidentali, mentre sui social network sono circolate le prime evidenze dell'utilizzo di foto relative ad eventi del passato adoperate per avvalorare la tesi delle vittime civili. Si tratta dell'ennesima prova dell'uso propagandistico dei media, ormai ridotti a strumento di guerra diplomatica e psicologica. Prova di ciò è data dal fatto che sui giornali ed in TV non fanno notizia i bombardamenti della “coalizione” a guida USA, che vanno avanti da oltre un anno e paiono non aver sortito alcun esito determinante nell'arresto dell'avanzata del “Califfato”. Quasi nel silenzio dei media è passata la morte di dodici presunti “bambini soldato” nel corso di un attacco francese compiuto pochi giorni fa, così come non fanno notizia le centinaia di morti in Yemen a causa dei bombardamenti compiuti dall'Arabia Saudita, paese tra i maggiori finanziatori delle forze anti-Assad ed inglobato nella medesima coalizione a guida USA che dovrebbe combattere l'ISIS.

Quel che viene in evidenza in questi giorni è la totale illogicità della strategia statunitense. L'amministrazione Obama, estremamente carente in realismo ed incapace di ammettere le proprie responsabilità per il disastro in atto in Siria, pare ormai chiusa in un "cul-de-sac" da cui uscire non sarà né indolore né facile. Ed in fondo non è poi così avventato il curioso paragone di Vladimir Putin all'ONU, secondo cui la strategia statunitense sembra caratterizzata da errori molto simili a quelli commessi nel secolo scorso dalla defunta Unione Sovietica. Inutile ricordare che quest'ultima finì per implodere, dando vita ad uno sconvolgimento geopolitico di immani dimensioni.