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23 marzo 2019

"Una Voce nel Silenzio" dal Kosovo alla Siria

Una Voce Nel Silenzio nasce in principio dalla volontà di rendere noto il dramma vissuto da tanti cristiani che, in tutto il mondo, sono ancora oggi perseguitati per la loro fede religiosa ma rapidamente estende il suo raggio d’azione donando aiuti, attraverso missioni umanitarie, a tutte quelle comunità oppresse e perseguitate per le loro radici religiose e identitarie. Il concetto di solidarietà tra popoli, spesso malamente confuso dall’Occidente con lo sradicamento forzato in favore del modello di mondo unico, è nucleo fondante del progetto.
Sono proprio i concetti di solidarietà e di identità a spingere gli attivisti di UVNS a sentire fratello chiunque lotti per la propria patria, chiunque venga attaccato per fini economici con lo scopo di instaurare una dittatura governata dalle sole leggi della finanza e del capitale.
Abbiamo incontrato Stefano Pavesi, per parlare delle attività di questa associazione. 


#Siete stati ricevuti da alti funzionari della Repubblica serba. Puoi dirci cosa sta succedendo riguardo il Kosovo? Il governo serbo cosa sta facendo per risolvere la crisi?
Siamo stati ricevuti dai funzionari del Ministero degli Affari Esteri serbo che ci ha spiegato cosa sta facendo la Serbia per risolvere il problema Kosovo e cioè sta cercando di dialogare con Pristina per trovare una situazione che sia di compromesso e non dove un’unica parte ci guadagni. Hanno però denunciato il fatto che il governo del Kosovo sta facendo di tutto perché i trattati saltino. Le autorità serbe hanno ribadito che l’unico esercito legittimo che può stare in Kosovo è quello della Kosovo Force [contingente Nato ndr] mentre quello kosovaro non è legittimo e costituisce l’ennesima provocazione nei confronti di Belgrado. Altra provocazione è quella dell’aumento dei dazi al 100% tra Kosovo e Serbia.
Abbiamo poi incontrato Milovan Drecun che è stato giornalista inviato in Kosovo durante la guerra ed oggi Presidente della Commissione Parlamentare per il Kosovo e Metochia. Anche lui ha ribadito quanto già detto dal Gabinetto del Ministero degli Affari Esteri ed ha però aggiunto che il dialogo è fondamentale fino a che sarà possibile, infatti se l’esercito kosovaro dovesse attaccare la popolazione serba e la K-for non dovesse riuscire a difenderla la Serbia sarebbe costretta a intervenire. Inoltre la commissione sta redigendo un plico dove saranno inseriti tutti i crimini commessi dagli albanesi durante la guerra del ’99.
Dal canto nostro abbiamo presentato i nostri progetti rivolti al Kosovo alla popolazione serba e la petizione per chiedere la ridiscussione del riconoscimento del Kosovo come stato presentata al Governo italiano.

#La situazione dei cristiani in Kosovo ad oggi com'è? Stanno scappando o rimangono a presidiare i luoghi santi?
Per i cristiani la situazione non è semplice, la tensione è altissima, ogni giorno vengono distrutti monumenti dedicati a serbi morti e interi cimiteri sono presi d’assalto dagli albanesi musulmani. Inoltre molti foreign fighters stanno tornando dalla guerra in Siria, pronti ad addestrare nuovi adepti che questa volta dovranno colpire l’Europa. La popolazione cristiana resiste anche se per i giovani è difficilissimo restare nelle enclavi senza possibilità di lavoro e futuro ma lo spirito di appartenenza e la sacra battaglia per il Kosovo serbo è più importante di qualsiasi altra cosa.

#Parlando di Siria, sembra iniziata la ricostruzione. Tempo fa abbiamo scritto che attualmente i cristiani nutrono una certa diffidenza nel tornare. Quali sono le prospettive per loro? C'è futuro per la cristianità in Siria?
È vero, i cristiani hanno paura di tornare sia a livello fisico sia a livello economico. Ma la situazione migliora di giorno in giorno ed anche i cristiani stanno ripopolando la Siria e le chiese che la compongono. La speranza c’è e dobbiamo alimentarla anche noi, ogni giorno, aiutando i nostri fratelli cristiani siriani.

#In cosa consiste il vostro progetto "Nella casa del Padre" per la ricostruzione di una chiesa ad Homs?
L’associazione quest’anno ha deciso di tornare in Siria, nello specifico ad Homs. Homs non è una città come tante altre e non solo per i suoi 2300 anni di storia ma perché è considerata, insieme a Damasco e ad Aleppo, una delle città più importanti della Siria. È la terza città siriana, dopo Dar’a e Hama, ad essere stata investita dalle manifestazioni di dissenso e rivolta verso il governo Assad che hanno infiammato il Paese dal marzo del 2011. Passata alla cronaca come la “capitale della rivoluzione”, la città è oggi distrutta: interi quartieri sono stati rasi al suolo, palazzi chiese e moschee sono ora un cumulo di macerie. Manifestazioni e disordini hanno spalancato le porte ai terroristi islamici di Daesh, supportati dai foreign fighters, mercenari al soldo di Qatar e Arabia Saudita affinché trasformassero le proteste in rivolte e le rivolte in guerra. Una guerra che - è bene ricordarlo - ha causato circa 465 mila morti e più di 11 milioni di sfollati. Dei terroristi non c’è più traccia ormai da tempo ad Homs e nella sua città vecchia, dove per mesi gli abitanti sono stati tenuti in ostaggio dai gruppi jihadisti. La città contava più di un milione di abitanti e adesso la sfida più grande, come in tutta la Siria del resto, è quella della sua ricostruzione e del suo ripopolamento. Ciò che rimane, dopo anni di un'estenuante lotta al terrorismo, è una ardente voglia di ricominciare. I cristiani, prima della guerra, rappresentavano il 10% della popolazione e garantivano insieme al governo la diversità religiosa e culturale della Siria perciò la rinascita del Paese non può prescindere dalla ricostruzione dei luoghi sacri cristiani. La chiesa di St. George dalla guerra ne è uscita devastata: il tetto crollato, gli altari distrutti, le icone bruciate. I lavori di riqualificazione in questi anni sono andati avanti ma i fedeli di St. George hanno bisogno del nostro aiuto, gli è stato portato via tutto ma non la loro fede. A loro e alla loro chiesa, simbolo della resistenza contro la barbarie, doneremo delle panche per consentire così di poter ritornare a pregare. Il costo di una singola panca - costruita in Siria da artigiani locali - è di 120 euro. Chiediamo a tutti di aiutarci a portare avanti questo progetto. Incideremo il nome di chi ci aiuterà su una targhetta a ricordo della sua solidarietà. L'ISIS ha distrutto, noi ricostruiamo.

Approfondimento sul Kosovo
Approfondimento sulla Siria


 

20 luglio 2018

Intervista. Gian Micalessin ci parla della Siria

Gian Micalessin è un giornalista e inviato in zone di guerra, con all'attivo numerose presenze in scenari caldi e certamente pericolosi come la Cecenia, il Ruanda, l'Iraq, l'ex Jusgoslavia e la Siria. Ha lavorato per testate giornalistiche di primo livello, in Italia e all'estero, sia cartacee che televisive. Negli ultimi anni ha seguito lo scenario medio orientale e ha curato inchieste e documentari per l'iniziativa "Gli occhi della Guerra" del Giornale. Ci ha concesso gentilmente un'intervista, riguardo la situazione siriana, con particolare attenzione alla situazione dei cristiani.

In Siria ad oggi come sono disposte le forze in campo?
Si deve analizzare la situazione a partire dal vertice di ieri [16 luglio ndr] fra Trump e Putin, perché siamo di fronte ad una svolta. Fino ad oggi gli USA hanno parlato solo di rimuovere Assad, mentre oggi parlano di un accordo. Se si tornasse ad un bipolarismo fra USA e Russia, i due poli sarebbero determinanti per risolvere le crisi. Quindi la Siria è un banco di prova perché a definire la pace potrebbero proprio essere le due potenze. Anche la posizione di Israele in questo momento si ridiscute, perché ad oggi ha sempre temuto una presenza dell'Iran in Siria, sulle alture del Golan, a minacciare i confini dello stato ebraico. USA e Russia potrebbero contribuire a tenere quindi l'Iran lontano dai confini israeliani e disinnescare il problema.
C'è poi da definire la situazione del Nord Est della Siria, dove sono dislocate le truppe USA. L'incognita maggiore riguarda poi la Turchia, perché Erdogan non è riconducibile né agli interessi degli Stati Uniti né a quelli della Russia. Proprio qui si inserisce la necessità di liberare la zona di Idlib, dove sono posizionati i gruppi jihadisti al confine con la Turchia. Si tratta dell'ultimo tassello per la riconquista del territorio da parte dei siriani. La grande battaglia di Idlib  potrebbe essere decisa proprio da un’intesa fra USA e Russia.

In questo scenario ci sono quindi i cristiani, che erano un'entità importante in Siria. Cosa sta succedendo e quali prospettive ci sono per loro?
I cristiani costituivano il 10% della popolazione siriana, ma ora come comunità sono stati notevolmente ridimensionati. Molti sono stati obbligati a scappare e altri sono rimasti vittime della guerra. Si trattava di una comunità che godeva di un certo grado di benessere che ora deve tornare in zone distrutte, come ad esempio Aleppo, dove mancano i servizi essenziali. L'equilibro religioso in Siria si è rotto e l'Occidente dovrebbe aiutare ad organizzare, anche finanziariamente, un rientro di questa comunità, che è fuggita in parte in Libano e in parte in Europa.

La situazione precedente, nota come esempio di convivenza fra le religioni cristiana e musulmana, sarà quindi difficile da ritrovare?
Assad era il garante di quella situazione, della laicità e della convivenza fra le diverse religioni. La fuga, il frazionamento e il ridimensionamento rendono difficile il ritorno ai vecchi  equilibri. Esiste poi una certa diffidenza da parte cristiana, per via della complicità di alcune comunità islamiche con i gruppi jihadisti. Ad esempio, i cristiani avevano accolto anni fa delle comunità musulmane a Maalula e queste allo scoppio della guerra hanno parteggiato con Al Nusra, la costola siriana di Al Qaida che nel 2013 ha conquistato la cittadina massacrando, terrorizzando e costringendo alla fuga i suoi abitanti .

Fra Occidente e Russia, è corretto dire che i cristiani in Siria vedono in Putin un difensore?
Spesso i cristiani hanno accusato l'Occidente di aver appoggiato i gruppi jihadisti non curandosi dei cristiani. Dall'inizio del conflitto fino all'offensiva di Goutha nei primi mesi di quest’anno, l’Europa e l’Occidente hanno pianto soltanto per le vittime dell'offensiva siriana, dimenticandosi dei cristiani di Damasco e del resto della Siria uccisi dai bombe. Molti rimproverano anche al Vaticano di essersi dimenticato di loro e di aver cercato una posizione troppo bilanciata, ma va ricordato che il Papa sin dall'inizio si era schierato contro l'intervento di Obama e ha sempre ricordato i morti cristiani. Putin per i cristiani siriani è l’artefice e il portabandiera  dell'offensiva contro l'Isis e le altre fazioni jihadiste  che   ha costretto anche gli Stati Uniti ad affrontare con molto più vigore e decisione lo Stato Islamico. Per questo riconoscono al presidente russo un ruolo fondamentale nella loro difesa.

Quando in Medio Oriente si tocca l'equilibrio di uno stato, a cascata si toccano tutti gli altri. Quali sono le prospettive per quell'area?
Prevedere l'equilibrio futuro è difficile. La questione siriana è strettamente legata a quella irachena e anzi qualcuno si chiede se il caos iracheno sia conseguenza di quello siriano o viceversa, visto che per due anni il confine fra i due paesi è stato cancellato.
In generale nell'area si sta assistendo ad una vittoria dell'asse sciita, capeggiato dall'Iran, che oggi controlla parte dell'Irak e in Siria lambisce Israele, mettendolo in apprensione. Israele ha già annunciato che una presenza iraniana in Siria provocherebbe un intervento militare e quindi la Russia di Putin sta facendo il possibile  per  convincere l'Iran a tenersi a distanza di sicurezza dai confini dello stato ebraico . In questo scenario d’instabilità e incertezza non va dimenticata la crisi politica di un  Libano sempre più lacerato dalle divisioni  fra gli sciiti di Hezbollah appoggiati anche dalle comunità cristiane  e i sunniti legati all’Arabia Saudita e alla famiglia Hariri.


 

07 aprile 2017

Le tante incongruenze sul bombardamento chimico in Siria

Pubblichiamo questo articolo apparso ieri su La Verità, nel quale si pongono alcuni dubbi riguardo "l'attacco chimico" attribuito in questi giorni al governo di Assad, contro donne e bambini. Purtroppo questa notte gli Stati Uniti a presidenza Trump hanno bombardato una postazione militare siriana, adducendo a pretesto proprio la necessità di "punire" l'attacco di cui sopra.


di Alessandro Rico

Crimine di guerra o tragico incidente? Nella vicenda del bombardamento chimico in Siria, che i ribelli attribuiscono ad Bashar al-Assad, molte cose non quadrano.
Innanzitutto, guardiamo alla tempistica degli eventi. Il 3 aprile si verifica un attacco terroristico a San Pietroburgo. Nemmeno ventiquattro ore dopo scatta la filiera delle Ong, dall’Osservatorio siriano per i diritti umani (che stranamente ha sede a Londra) all’Unicef, che diffonde un comunicato apocalittico: «L’umanità è morta», Assad ha bombardato il villaggio di Khan Shaykhun con ordigni chimici, sono state uccise più di 70 persone, tra cui 20 bambini. È indubbiamente strano che, proprio quando gli Stati Uniti di Donald Trump, “falchi” permettendo, sembrano voler rinunciare ai piani di regime change, proprio mentre l’Isis è alle strette, Assad commetta un grossolano errore strategico. Tanto più che, come frutto di un accordo del 2013 tra Mosca e Washington, il regime siriano aveva consegnato tutto l’arsenale chimico per farlo distruggere. L’intesa era stata salutata come una vittoria da Assad, che così aveva scongiurato un intervento dell’Onu. Possibile che adesso fornisca alla coalizione occidentale un ottimo pretesto per destituirlo? E non è curioso che ciò avvenga all’indomani di un attentato in Russia, dando ai media anti-Putin l’opportunità di insinuare che il bombardamento sia stato una rappresaglia o che, peggio, l’attacco a San Pietroburgo fosse pilotato?

Ci sono perplessità pure sulle fonti. A diffondere le immagini del massacro è la solita agenzia Idlib Media Center, vicina ai ribelli. Dallo stesso milieu era partita la foto, diventata poi un’icona della guerra civile siriana, del bimbo di Aleppo coperto di polvere e con il volto insanguinato. Secondo ambienti filorussi, quella foto sarebbe stata un falso. Attribuiti a un reporter sconosciuto (nessun altro servizio reperibile su internet), peraltro immortalato in un selfie con uomini che somigliavano molto ad alcuni terroristi di al-Nusra (l’al-Quaeda siriana), l’immagine e i video davano l’impressione di essere stati preparati a tavolino: il bimbo non è dolorante, appare stupito delle macchie rosse sul viso, non sanguina copiosamente pur essendo ferito alla testa e nei report successivi ai raid su Aleppo emergono troppe contraddizioni. 

A proposito delle foto del massacro di Idlib, qualcuno ha osservato che in caso di attacco con gas nervino i soccorritori dovrebbero indossare tute speciali; la risposta dei Caschi Bianchi, la presunta “protezione civile” siriana, è che i volontari non dispongono di questi equipaggiamenti e che, infatti, alcuni di loro sarebbero rimasti intossicati.

Ma chi sono i Caschi Bianchi? Si tratta di un’organizzazione non governativa fondata da James Le Mesurier, ex militare britannico. In teoria, i White Helmets sono neutrali. In pratica, sono schierati contro Assad: nel 2015 cercarono di negoziare con la NATO una no-fly zone e i loro fondi provengono per lo più da Gran Bretagna, Stati Uniti e Paesi Bassi. Un giornalista russo li ha accusati di soccorrere i civili solo quando sono presenti le telecamere. Nonostante le candidature al Nobel per la pace (per intenderci, quello conferito a Obama, il principale responsabile della destabilizzazione del Medio Oriente), i Caschi Bianchi sono stati “beccati” a rilasciare false testimonianze sui bombardamenti e a girare un Mannequin Challenge, cioè un video in cui gli attori restano immobili e la telecamera si sposta, inscenando il salvataggio di un ferito. A ciò si aggiunga che alcuni membri dell’organizzazione, che ufficialmente dovrebbero girare disarmati, sono stati fotografati mentre imbracciavano dei fucili; porto d’armi per autodifesa o sostegno ai ribelli anti-Assad?

Insomma, vista la provenienza delle notizie, un po’ di scetticismo non è irragionevole: durante la Seconda Guerra Mondiale avreste chiesto informazioni sui bombardamenti alleati ai tedeschi?
Incongruenze aleggiano poi sulla reazione della comunità internazionale. A premere per la destituzione di Assad sono soprattutto António Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite in ottimi rapporti con l’amministrazione Obama, la Francia e la Gran Bretagna, cioè due Paesi che promossero attivamente la destabilizzazione del Medio Oriente. Attaccare Assad, d’altronde, potrebbe essere un modo di colpire Putin, che in questo momento affronta una recrudescenza delle opposizioni di piazza. Senza dimenticare il ruolo di Erdogan, da sempre doppiogiochista, per il timore che la sconfitta dell’Isis lo costringa a fare concessioni ai curdi. All’improvviso la Turchia delle epurazioni di massa è diventata paladina del diritto internazionale? 
In ogni caso, mentre fioccavano le condanne di tutti i leader politici, l’agenzia di stampa russa Tuss riportava una dichiarazione dai toni meno accesi del portavoce di Guterres, Stephane Dujarric, per il quale le Nazioni Unite non sarebbero ancora in grado di verificare la veridicità dei report sul bombardamento.

La versione fornita da Mosca e Damasco è che siano stati colpiti dei depositi di armi chimiche dei ribelli. Dunque, neppure i diretti interessanti negano che ci sia stata un’azione di guerra, ma ritorcendo contro l’Occidente la topica delle fake news, ribaltano le accuse, spalleggiati persino dal vescovo di Aleppo Antonine Audo, che evidentemente sa bene chi, tra Assad e i ribelli, garantisca davvero la sicurezza dei cristiani perseguitati.
Difficile stabilire chi abbia ragione. In una guerra che si combatte sul filo della propaganda, tra false flag e video virali, e in cui i media occidentali si limitano a fare da megafono a una delle fazioni, è comunque opportuno coltivare il sano seme del dubbio. Senza complottismi, solo con un po’ di coscienza critica.

(tratto da La Verità del 6 aprile)

 

27 dicembre 2016

Se l'attivista "democratica" esulta per la tragedia di Soci

di Marco Mancini

Lei si chiama Aya Homsi, ha 30 anni ed è un’italo-siriana residente a Bologna. Figlia di genitori originari di Aleppo, dopo lo scoppio della guerra civile siriana ha assunto gli abiti di fervente attivista anti-Assad, fondando il gruppo FB “Vogliamo la Siria libera” e organizzando eventi e manifestazioni di sostegno all’opposizione del c.d. Esercito Siriano Libero.
In virtù di tale impegno Aya è ben presto assurta agli onori delle cronache: interviste per l’ineffabile Rai News ed altre testate (vedi qui e qui), articoli elogiativi sulla “ragazzina dagli occhi enormi e dallo spirito combattivo”, addirittura la partecipazione come speaker al Festival Internazionale di Giornalismo di Perugia (2012).

Insomma, Aya è riuscita a ritagliarsi il ruolo, ormai particolarmente ricercato dai media mainstream, di giovane attivista con un bel faccino in lotta per la libertà e per i valori della democrazia contro il crudele dittatore Bashar al-Assad. Coronamento di questa sua carriera la presenza sul palco, accanto all’allora segretario Pierluigi Bersani, in una manifestazione contro il regime siriano organizzata dal PD nel marzo 2012.
Passata la fase acuta della “rivolta”, ben presto degenerata in una guerra in cui le forze di opposizione sono state fagocitate dagli islamisti radicali come Al-Nusra e ISIS, Aya è passata un po’ di moda, salvo tornare nuovamente alla ribalta ai tempi del sequestro delle attiviste Greta e Vanessa, di cui confermò i contatti con l’Esercito Libero Siriano (cioè i gruppi armati ribelli). Già in quell’occasione si lasciò scappare una frase infelice sul fatto che Al Nusra e ISIS fossero da considerare, in qualche modo, un male minore rispetto al regime di Assad, considerato il “primo terrorista” che aveva portato il Paese all’esasperazione (e quindi, in qualche misura, legittimato la fiammata integralista).

La liberazione di Aleppo da parte dell’Esercito Arabo Siriano insieme agli alleati russi, iraniani e libanesi (Hezbollah) deve aver nuovamente risvegliato i bollenti spiriti della fanciulla “dagli occhi enormi”: così la mattina della Vigilia di Natale, sul proprio profilo FB, la nostra Aya si è pronunciata nella maniera che vedete sulla tragedia del volo russo precipitato nel Mar Nero, che ha provocato la morte di 92 persone, tra cui 64 membri del Coro Alexandrov (ex Coro dell’Armata Rossa):


“Babbo Natale esiste”: l’attivista “democratica” commenta così la tragica morte di 90 persone, le quali non avevano alcuna responsabilità diretta nei fatti siriani, ma si limitavano a portare conforto alle truppe russe di stanza al fronte o addirittura, come nel caso della dott.ssa Elisaveta Glinka, conosciuta come “Lisa”, erano impegnate in attività di natura umanitaria. Seguono i commenti, dello stesso tenore, di altri “attivisti” anti-Assad e dei loro tirapiedi italiani: ironia di pessimo gusto sul fatto che il livello artistico del Coro fosse ormai “sprofondato” e risate a crepapelle.
Qui non c’è nessun rispetto non solo per la vita umana, ma neanche per una delle istituzioni più storiche della musica e della cultura russa, universalmente stimata in patria come all’estero. Non v’è nulla che segnali l’appartenenza di questi figuri alla comune civiltà umana.

Questa, dunque, è la gente che per anni si è presentata come la Siria “libera e democratica” in lotta contro il dittatore. Questa è la feccia umana accreditata da media mainstream ed elite politiche occidentali come “opposizione moderata”, vittima delle violenze del regime siriano. Non stupisce che molti di loro abbiano finito per schierarsi con l’ISIS. E che diranno ora tutti coloro che ne avevano tessuto le lodi? Che dirà il povero Pierluigi Bersani, ora che ad Aleppo la gente scende in strada festante e che i cristiani sono tornati a festeggiare il Natale dopo cinque anni? Che diranno Obama e Hollande, ora che nelle aree abbandonate dai loro terroristi “moderati” emergono già le prime tracce di fosse comuni? Al Festival del Giornalismo di Perugia continueranno a invitare l’eroina Aya, o cominceranno a trattarla per quello che è, cioè la propagandista di gruppi armati dal curriculum poco commendevole?

Ai posteri l’ardua sentenza. 

 

26 novembre 2015

Russi e turchi ai ferri corti: l’Europa con chi sta?


di Fabio Petrucci 

Nella giornata di martedì i cieli al confine tra la Siria e la Turchia sono stati il teatro di un episodio dalle conseguenze in parte ancora imprevedibili. L'aviazione turca ha abbattuto un “Sukhoi Su-24” russo impegnato nelle operazioni militari contro l'ISIS. Nonostante i due piloti siano riusciti a paracadutarsi fuori dal velivolo, il colonnello Oleg Peškov ha trovato la morte per mano di miliziani siro-turkmeni anti-Assad, mentre il capitano Konstantin Murachtin – dato inizialmente per morto – è stato liberato nel corso di una complessa operazione dell'esercito di Damasco. Oleg Peškov è quindi ufficialmente il primo soldato russo a cadere in Siria dall'avvio della campagna militare del Cremlino contro l'ISIS e le altre formazioni jihadiste. Un evento imprevisto che – a poco più di una settimana dalla strage di Parigi, dal G20 di Antalya e dall'abbozzo di collaborazione russo-francese contro il “califfato” – compromette il già difficile negoziato tra Stati Uniti e Russia per una gestione condivisa della crisi siriana, ma soprattutto rivela la fatale pericolosità delle ambizioni neottomane di Erdoğan e Davutoğlu. A chiarire l'eccezionalità dell'evento basta una semplice osservazione storica: nemmeno all'epoca della “guerra fredda” un paese della NATO si era spinto al punto di abbattere un velivolo militare dell'Unione Sovietica. E ciò che è grave è che non si è trattato di uno spiacevole incidente dovuto all'assenza di un coordinamento NATO-Russia, quanto piuttosto di un'azione premeditata e decisa dai vertici dello Stato turco, come sottolineato dal ministro degli esteri russo Sergej Lavrov. Un'azione politica che il presidente Vladimir Putin, dalla vicina Giordania dove era in visita dopo la trasferta in Iran, non ha esitato a definire «pugnalata alla schiena».

La cinica strumentalità del comportamento turco risulta lampante se si considera l'inconsistenza della giustificazione data all'abbattimento del Sukhoi: un presunto sconfinamento nello spazio aereo turco da parte del velivolo russo. Se da un lato il pilota superstite e le autorità russe hanno negato esplicitamente l'ipotesi della violazione dello spazio aereo, dall'altro fonti NATO hanno invece riferito di un brevissimo sconfinamento di due chilometri e della durata di 17 secondi: in ogni caso tutto fuorché una minaccia diretta alla sicurezza della Turchia, le cui autorità hanno quindi presumibilmente mentito circa le tempistiche e le modalità dell'operazione. La giustificazione turca si rivela inconsistente se si fa riferimento alle circostanze tecniche che possono condurre a sconfinamenti di carattere meramente logistico e non ostile, ma soprattutto se si tiene conto della doppiezza della strategia di Ankara: nel 2012, per bocca di Erdoğan, la Turchia aveva accusato il governo siriano dell'abbattimento di un aereo da guerra turco, affermando che «una violazione del confine di breve durata non può essere pretesto per un attacco» (in quel caso le autorità di Damasco avevano però la scusante della dichiarata ostilità della Turchia e del suo appoggio materiale ai ribelli antigovernativi). In quell'occasione, dai vertici militari turchi, fu anche aggiunto che le «violazioni dello spazio aereo sono incidenti che capitano quasi ogni giorno e che sono risolti in pochi minuti attraverso il diritto internazionale». Basterebbero queste dichiarazioni per mettere la Turchia dinanzi alle proprie gravi responsabilità, ma c'è di più: stando ai dati forniti dal ministero della difesa greco, nel 2014 i già numerosi sconfinamenti turchi nello spazio aereo della Grecia hanno raggiunto l'impressionante cifra di 2244. Quindi l'abbattimento del Sukhoi non ha nulla a che vedere con il rispetto del diritto internazionale, ma si palesa come un atto provocatoriamente politico che se da un lato rivela l'acceso nervosismo della dirigenza turca, dall'altro trasforma il sospetto in certezza circa le strane relazioni intercorrenti tra Ankara e il “califfato”.

Dopo l'abbattimento dell’aereo il presidente russo Putin ed il primo ministro Medvedev hanno apertamente accusato la Turchia di fiancheggiare e proteggere l'ISIS. In particolare, hanno fatto riferimento ai traffici di petrolio che legherebbero la Turchia al “califfato” e che rappresenterebbero la principale fonte di finanziamento di quest'ultimo. Infatti, secondo la dirigenza russa e vari esperti indipendenti, da mesi la Turchia comprerebbe petrolio dall'ISIS per poi rivenderlo ad un prezzo doppio rispetto a quello d'acquisto. Ad occuparsi dell'affare sarebbe addirittura il figlio di Erdoğan, Bilal. Ma le contiguità tra Turchia e ISIS non si fermano alla compravendita di petrolio. Al di là dei proclami ufficiali, infatti, per la Turchia l'ISIS continua a rappresentare un elemento cinicamente utile nel contrasto a quelli che vengono percepiti come i reali nemici: gli indipendentisti curdi, la Siria di Assad e l'Iran sciita. In pratica, nell'ottica turca – che è in parte corrispondente a quella dei sauditi e degli USA – pare che il “califfato” vada semplicemente “contenuto”, non abbattuto. Ma gli strani rapporti con l'ISIS rappresentano solo uno dei vari elementi di contiguità turca al jihadismo, divenuto strumento politico internazionale di Ankara – oltre che delle petromonarchie del golfo – in un vasto orizzonte di terre che va dalla Libia alla Siria, dalla Crimea allo Xinjang.

Per la Turchia episodi come l'accordo sul nucleare iraniano, l'alleanza anti-ISIS tra Mosca e Teheran e la prospettiva di un coordinamento NATO-Russia in Siria segnalano il rischio di un proprio ridimensionamento – ipotesi tragica per chi ha scommesso per anni su di una strategia imperiale “neottomana”. Ed è per questo che anche la tempistica dell'incidente desta sospetti: il giorno prima Vladimir Putin era stato ricevuto in pompa magna dall'Ayatollah Khamenei, mentre negli USA era atteso l'incontro tra i presidenti di Stati Uniti e Francia, Obama e Hollande. E mentre il presidente statunitense ha pubblicamente difeso le ragioni della Turchia, tra i membri europei della NATO cresce l'imbarazzo per l'alleato turco, sempre più imprevedibile e incontrollabile. Si palesa anche in questo caso la sostanziale differenza di interessi strategici in seno all'Alleanza Atlantica tra gli USA e paesi come la Francia, la Germania e l'Italia. Infatti, mentre per gli USA quest'episodio ha il vantaggio di deteriorare le già difficili ma lucrose relazioni russo-turche – spingendo magari ad un congelamento del progetto del gasdotto “Turkish Stream” –, per la debole Europa, agitata da correnti favorevoli a cercare un canale di collaborazione con la Russia nella lotta al terrorismo, l'abbattimento del jet segna un nuovo ostacolo ad un percorso già in salita.

La risposta russa all'incidente sembra caratterizzata dalla proverbiale astuzia diplomatica del Cremlino: nessuna reazione impulsiva, ma una strategia a base di bastone e carota. Da un lato la Russia mostra i muscoli – spostando l'incrociatore “Moskva” nella zona costiera di Latakia, predisponendo l'invio di sistemi di difesa anti-missilistica “s-400” ed avvertendo che d'ora in poi i bersagli che rappresentano un pericolo potenziale saranno distrutti. Dall'altro, per bocca dell'ambasciatore russo in Francia, Aleksandr Orlov, il Cremlino fa sapere di essere ancora disponibile ad un coordinamento delle operazioni militari anti-ISIS non solo con gli Stati Uniti e l'Europa, ma persino con la stessa Turchia. In tal modo resteranno delusi coloro i quali attendevano una reazione sconsiderata da parte di Mosca, paventando addirittura il rischio di un imminente avvio della terza guerra mondiale. Resta invece sul tavolo la possibilità che i russi aumentino il sostegno politico e militare ai curdi in lotta contro l'ISIS e la stessa Turchia: strategia però non scevra da rischi e pericoli, dal momento che Erdoğan – memore della storica alleanza tra i sultani ottomani e i khan crimeani – potrebbe a sua volta incrementare il sostegno alle fazioni anti-russe dei tatari di Crimea, inquadrate nella “Brigata Internazionale Musulmana”, la cui fondazione è stata annunciata in agosto ad Ankara.

Al di là delle incertezze sui prossimi sviluppi, quel che è certo è che l'incidente di martedì ha reso più evidenti due conclusioni già note a molti. La prima è che in seno all'alleanza occidentale vi sono paesi che, anziché combattere il terrorismo, lo hanno fomentato e continuano a garantirgli la sopravvivenza. La seconda è che l'intervento russo – il più importante all'estero dai tempi della guerra sovietica in Afghanistan – sta assestando colpi importanti alla galassia jihadista ed ai paesi che la sostengono. All'Europa l'arduo compito di decidere da che parte stare.

 

05 novembre 2015

La Turchia dopo la vittoria di Erdoğan



di Fabio Petrucci


L’esito delle elezioni generali turche ha sancito un netto successo per il duo Erdoğan-Davutoğlu ed il loro partito governativo, AKP. In un clima di esasperazione e violenza giunto ad altissimi livelli, le ragioni della vittoria di Erdoğan vanno ricercate principalmente nel sentimento di paura dell’elettorato turco, angosciato dal rischio - peraltro amplificato dalla propaganda dell’AKP - di una caduta del paese nel caos. Tuttavia, se apparentemente la netta affermazione dell’uomo forte di Ankara sembra aver scongiurato tale pericolo, in realtà la possibilità che per costui il successo elettorale possa rivelarsi solo una “vittoria di Pirro” non può essere scartata. Infatti, l’ulteriore svolta verticistica che il presidente sembra determinato a completare, unita alla fallimentare gestione della politica estera nel Vicino Oriente a partire dalla stagione delle “primavere arabe”, sono elementi potenzialmente in grado di innescare una radicalizzazione dello scontro politico interno ed una definitiva sconfitta della strategia “neo-ottomana” nello scacchiere internazionale.

Per Erdoğan le elezioni hanno rappresentato un importante banco di prova dopo lo smacco del giugno scorso, quando per la prima volta dal 2002 l’AKP si era ritrovato senza maggioranza assoluta ed impossibilitato a formare sia un governo di coalizione con la destra nazionalista del MNP (braccio politico dei famigerati “lupi grigi”) che un governo di larghe intese con i kemalisti laici del CHP. La successiva esplosione di violenze ed attentati, l’acutizzarsi della crisi curda ed il caos al confine con Siria ed Iraq hanno reso ancora più incandescente la vigilia del voto. La campagna propagandistica del duo Erdoğan-Davutoğlu, basata sulla paura e su quella che più di un analista ha definito addirittura “strategia della tensione”, ha avuto la meglio. L’AKP è passato dal deludente 40,9% di giugno ad un ben più consistente 49,5% (in termini di seggi da 258 a 317). Al successo dell’AKP hanno fatto da contraltare la staticità del risultato del CHP kemalista, attestatosi ad una percentuale (25,3%) di poco superiore a quella della precedente tornata elettorale, ed il tonfo dei nazionalisti del MNP e del partito filo-curdo di sinistra HDP, vera rivelazione delle elezioni di giugno, che ha peraltro denunciato irregolarità nella fase del voto e dello spoglio.

L’impressione è che la campagna elettorale di Erdoğan e Davutoğlu, particolarmente incentrata sul nazionalismo e sull’esigenza di restaurare l’ordine, abbia intercettato da un lato una parte dell’elettorato storico dei “lupi grigi” (forse addirittura due milioni di voti), mentre per altro verso sembra persino riuscita a recuperare una parte del voto dei curdi di tendenza conservatrice ed ostile al separatismo del PKK. Peraltro, con questo risultato, Erdoğan potrebbe riuscire a portare a compimento una riforma costituzionale volta ad accentrare ulteriormente i poteri nelle mani del presidente. Una mossa desiderata da anni, ma che si presta al rischio di tramutarsi in un pericoloso boomerang, dal momento che la polarizzazione politica nella società turca finirebbe per accentuarsi ed anche le già difficili relazioni internazionali con gli alleati euro-atlantici subirebbero un ulteriore deterioramento (con un regime sempre più mediaticamente indifendibile dagli USA e dalle cancellerie europee).

Ma probabilmente è proprio sul versante internazionale che Erdoğan si gioca il suo futuro politico. Ed è su questo versante che la sua strategia si è rivelata fino ad oggi fallimentare. Da circa cinque anni la Turchia si trova invischiata nel caos generato della rinnovata fitna che agita il mondo musulmano e che vede contrapposti l'asse sciita composto da Iran, Siria, Iraq ed Hezbollah libanese alla galassia sunnita di cui fanno parte le petromonarchie dell'Arabia Saudita e del Qatar e la stessa Turchia. All'epoca dell'esplosione delle "primavere arabe" Erdoğan tentò di accreditare per il suo paese il ruolo di "protettore" delle rivolte capeggiate dai Fratelli Musulmani nel Maghreb e nel Vicino Oriente. Contestualmente al totale ridimensionamento di questi ultimi in Egitto e Tunisia il presidente turco si è poi imbarcato in una strana e momentanea alleanza con le petromonarchie wahabite, le cui conseguenze hanno riguardato principalmente lo scenario siriano. In Siria i turchi sono stati in prima linea, al fianco dei sauditi, nel sostegno ai "ribelli" islamisti impegnati contro il governo laico di Assad. Anzi non è nemmeno campata in aria l'idea che la Turchia abbia volutamente fatto poco o nulla contro l'ISIS - fino anche a favorirlo - al fine di abbattere il governo di Assad ed indebolire i curdi della Siria settentrionale, circostanza che rappresenta un grosso elemento d’imbarazzo per l’amministrazione statunitense, dal momento che la Turchia è comunque uno dei paesi militarmente e strategicamente più importanti della NATO.

Il conflitto siriano è stato anche alla base del logoramento delle relazioni russo-turche, sulle quali Erdogan aveva in precedenza puntato come alternativa alla freddezza dimostrata dai tradizionali alleati europei. Le tensioni tra i due paesi eurasiatici sono ulteriormente aumentate dopo la discesa in campo dell’aviazione di Mosca, impegnata ormai da un mese nei raid contro l’ISIS ed altre formazioni jihadiste attive in Siria. Ciò ha condotto le autorità turche a minacciare persino ritorsioni in campo economico, come l’annullamento del progetto del gasdotto “Turkish Stream”, esacerbando in tal modo i già difficili rapporti tra Mosca e Ankara. Evidentemente, come ha affermato Kemal Kılıçdaroğlu, leader del principale partito laico di opposizione a Erdoğan, il governo turco non ha compreso l’importanza della Siria per la Russia. Ma del resto il duo Erdoğan-Davutoğlu, in nome di un rinnovato panturchismo, è riuscito persino ad inimicarsi la lontana Cina mediante il sostegno al separatismo uiguro nello Xinjang. E, come già anticipato, le cose non vanno meglio sul fronte occidentale, vista l’insofferenza degli americani - consapevoli di non poter fare a meno della Turchia ma preoccupati dall’autoritarismo di Erdoğan e dalla sua nota ostilità ad Israele - e degli europei, che temono il cinico ricatto turco rappresentato da milioni di profughi siriani che dalla Turchia potrebbero essere spinti o costretti a partire per l’Europa.

La spregiudicatezza della politica estera turca è un fattore innegabile, ma che già adesso sembra rivoltarsi contro la Turchia stessa, anziché avvantaggiarla. La crisi dei rifugiati siriani, l’ISIS al confine, il riacutizzarsi degli scontri con i curdi del PKK e la diffidenza dei principali attori dello scacchiere globale sono già di per sé un indice dei madornali errori di Erdoğan. Resta da capire se il nuovo “sultano” turco avrà la capacità di tornare al realismo o preferirà protrarre una politica di potenza destinata al fallimento.

 

02 ottobre 2015

I russi in Siria ed il “cul-de-sac” dell'amministrazione Obama



di Fabio Petrucci

Nella giornata di martedì, a seguito della richiesta pervenuta dalle autorità di Damasco e del voto favorevole del Senato di Mosca, la Russia è ufficialmente scesa in campo nello scenario militare siriano. L'iniziativa del Cremlino è giunta a poche ore di distanza dall'intervento di Vladimir Putin all'Assemblea Generale dell'ONU e dal poco fruttuoso faccia a faccia con l'omologo statunitense Barack Obama. La discesa in campo di Mosca al fianco del governo siriano sembra poter determinare sostanziali cambiamenti nelle vicende belliche e politiche che coinvolgono la Siria e l'intero Medio Oriente. Essa è inoltre l'inequivocabile segnale di conferma di un cambiamento nel quadro geopolitico mondiale: il ritorno della Russia al rango di grande potenza dopo il declino seguito al crollo dell'Unione Sovietica. Un risultato certamente frutto delle abilità diplomatiche dimostrate da Vladimir Putin e Sergej Lavrov nel corso degli anni, ma anche degli errori e del basso livello dei loro “antagonisti” internazionali.

Dal mondo occidentale, in particolare dagli Stati Uniti, si sono alzate quasi immediatamente dure accuse al Cremlino: in primis quelle di aver posto in atto un'aggressione e di aver colpito i cosiddetti “ribelli” anziché l'ISIS. A queste accuse si è poi aggiunta quella di aver provocato vittime civili nel corso dei raid. Ma proviamo ad entrare nel dettaglio.

La prima accusa, esplicitata dal segretario alla difesa USA Ash Carter, risulta spiccatamente paradossale poiché l'intervento militare russo è stato richiesto dal legittimo governo di Damasco, quello cioè che ancora oggi rappresenta la Siria all'ONU: si tratta quindi di un intervento concordato tra Stati sovrani su basi bilaterali. Viceversa, la cosiddetta “coalizione” a guida USA bombarda il territorio siriano da oltre un anno fuori da qualsiasi mandato ONU e senza alcuna richiesta da parte delle autorità siriane. Quindi, in punta di logica e di diritto internazionale, la posizione dei russi appare molto più solida e fondata di quella americana. A dimostrazione della legittimità dell'azione del Cremlino si potrebbe ricordare, per fare un esempio recente, quanto accaduto in Mali a partire dal gennaio 2013, quando il legittimo governo dello Stato africano richiese l'intervento francese per fronteggiare il separatismo jihadista affiliato ad “al-Qāʿida”. In quell'occasione l'azione francese trovò anche legittimazione in sede ONU. Inoltre, l'accusa di aggressione formulata da Carter appare ancora più paradossale se si considera che da ormai quattro anni gli Stati Uniti finanziano ed addestrano l'opposizione armata al governo di Damasco, ormai confluita in gran parte nella galassia del jihadismo.

E giungiamo così alla seconda accusa, quella secondo cui i raid russi avrebbero colpito i “ribelli” piuttosto che obiettivi dell'ISIS. Per comprendere quanto accaduto è necessario aver chiaro lo scopo primario della discesa in campo di Mosca, la cui azione è diretta contro tutti i gruppi terroristici di ispirazione jihadista attivi in Siria, non solo il “Califfato”. Tra questi gruppi il più forte e radicale è rappresentato da “Jabhat al-Nusra”, formazione d'ispirazione qaidista, sostanzialmente ritenuta dagli USA un'alleata sia contro il governo laico di Damasco che contro l'ISIS. Altro gruppo di chiara impostazione estremista è il “Fronte Islamico”. In questo momento questi due movimenti sono tra i più forti nel campo dell'opposizione anti-Assad, e quindi funzionali al principale obiettivo statunitense in Siria. È paradossale che formazioni chiaramente legate alla famigerata “al-Qāʿida”, la stessa dell'attentato alle Torri Gemelle, vengano ora considerate alleate dallo stesso paese, gli Stati Uniti, che ha giustificato guerre come quelle in Afghanistan ed Iraq sulla base della lotta al terrorismo di matrice qaidista. È altresì segno di grande ipocrisia la circostanza per cui “al-Qāʿida” in Mali è stata combattuta dagli alleati francesi degli USA, mentre “al-Qāʿida” in Siria non dovrebbe subire gli attacchi dell'aviazione russa. Sarebbe interessante comprendere le sostanziali differenze tra l'ISIS ed organizzazioni come “Jabhat al-Nusra” ed il “Fronte Islamico”. Del resto, come sottolineato da Putin all'ONU ed ammesso anche dall'amministrazione americana, non è raro che gruppi di cosiddetti “ribelli”, addestrati dal Pentagono, abbiano poi defezionato unendosi all'ISIS e portando in dote al “Califfato” armi sofisticate fornite dalla Casa Bianca. Inoltre giova ricordare che per la Russia l'impegno contro tali formazioni ha anche una valenza interna, poiché tra i miliziani di “Jabhat al-Nusra” non mancano esponenti del cosiddetto “Emirato del Caucaso”. Addirittura un'altra formazione terroristica attiva in Siria, affiliata prima all'ISIS ed ora a “Jabhat al-Nusra”, la “Brigata Muhajireen”, è guidata proprio da miliziani caucasici. Quanto detto non significa che tutti i gruppi di opposizione ad Assad siano nel mirino dei russi. Come ricordato dal ministro Lavrov appena ieri, il cosiddetto “Esercito Libero Siriano” è considerato da Mosca come un interlocutore necessario per gli assetti futuri del paese, sebbene sia ancora da capire quali siano l'effettiva consistenza di tale organizzazione ed i suoi rapporti con gli estremisti.

I primi raid dell'aviazione russa hanno interessato le province di Hama, Homs e Latakia, in cui la presenza dei cosiddetti “ribelli” è più massiccia di quella dell'ISIS (comunque presente da alcuni mesi). Il fatto che l'aviazione russa abbia iniziato da queste regioni non deve stupire, poiché si trovano non lontano dai centri nevralgici da cui viene coordinata l'azione russa in Siria: le basi militari di Tartus e Latakia. Difendere le due basi da possibili attacchi dei jihadisti è il primo passo per poter avviare un'offensiva più ampia. C'è inoltre la necessità di evitare che l'ISIS, presente nella regione di Homs, ottenga il controllo dell'autostrada che collega Damasco alle roccaforti costiere e settentrionali.

Contestualmente all'inizio delle operazioni dell'aviazione russa hanno cominciato a circolare notizie relative a presunte vittime civili (anche bambini). Tali resoconti sono stati diffusi dal discusso “Osservatorio siriano per i diritti umani” con sede a Londra e dall’ONG dei “White Helmets”, finanziata da George Soros. In realtà, le zone colpite dai raid sono state quasi completamente abbandonate dai civili già da alcuni mesi e si ritrovano ad essere terreno delle scorribande dei jihadisti. Ben presto è giunta la smentita di Mosca alle accuse occidentali, mentre sui social network sono circolate le prime evidenze dell'utilizzo di foto relative ad eventi del passato adoperate per avvalorare la tesi delle vittime civili. Si tratta dell'ennesima prova dell'uso propagandistico dei media, ormai ridotti a strumento di guerra diplomatica e psicologica. Prova di ciò è data dal fatto che sui giornali ed in TV non fanno notizia i bombardamenti della “coalizione” a guida USA, che vanno avanti da oltre un anno e paiono non aver sortito alcun esito determinante nell'arresto dell'avanzata del “Califfato”. Quasi nel silenzio dei media è passata la morte di dodici presunti “bambini soldato” nel corso di un attacco francese compiuto pochi giorni fa, così come non fanno notizia le centinaia di morti in Yemen a causa dei bombardamenti compiuti dall'Arabia Saudita, paese tra i maggiori finanziatori delle forze anti-Assad ed inglobato nella medesima coalizione a guida USA che dovrebbe combattere l'ISIS.

Quel che viene in evidenza in questi giorni è la totale illogicità della strategia statunitense. L'amministrazione Obama, estremamente carente in realismo ed incapace di ammettere le proprie responsabilità per il disastro in atto in Siria, pare ormai chiusa in un "cul-de-sac" da cui uscire non sarà né indolore né facile. Ed in fondo non è poi così avventato il curioso paragone di Vladimir Putin all'ONU, secondo cui la strategia statunitense sembra caratterizzata da errori molto simili a quelli commessi nel secolo scorso dalla defunta Unione Sovietica. Inutile ricordare che quest'ultima finì per implodere, dando vita ad uno sconvolgimento geopolitico di immani dimensioni.

 

08 settembre 2015

Profughi e Siria: l’Occidente tra realismo e ipocrisia



di Fabio Petrucci

La foto del piccolo Aylan Kurdi, il bimbo curdo-siriano morto in Turchia nel tentativo di raggiungere la Grecia insieme alla famiglia, ha fatto il giro del mondo, riaccendendo l’attenzione internazionale sulla Siria. Tuttavia, nell’epoca dei social network, la società occidentale appare molto propensa ad ondate di emotività collettiva ed a manifestazioni d’indignazione destinate ad eclissarsi nel giro di una settimana. Per tale ragione la complessa questione migratoria esplosa in questi anni, ed aggravatasi ulteriormente negli ultimi mesi, rischia di essere affrontata con la proverbiale improvvisazione di chi basa la politica sugli slogan ad effetto, senza la capacità di individuare cause, responsabilità ed eventuali soluzioni realistiche e durature.
La tragica morte di Aylan non è che la punta dell’iceberg del dramma vissuto in questi anni da milioni di cittadini del Medio Oriente e dell’Africa settentrionale, travolti dal caos seguito a quelle che l’ingenuo entusiasmo politico-mediatico (di chi oggi si indigna per i profughi) battezzò con il nome di “primavere arabe”. Come ormai è noto a chiunque, dietro i sommovimenti verificatisi in Tunisia, Libia, Egitto e Siria si agitavano gli interessi di un’eterogenea coalizione di paesi: dagli USA al Regno Unito, dalla Francia alla Turchia, fino ai “petro-Stati” dell’Arabia Saudita e del Qatar. Mentre in paesi come la Tunisia e l’Egitto si è giunti, con modalità diverse, ad una parziale stabilizzazione della situazione politica, la Libia e la Siria hanno avuto il destino peggiore. In Libia, la distruzione dello Stato forgiato da Gheddafi ha condotto ad una spirale di conflitti tribali e spinte separatistiche tragicamente simili a quelle conosciute in passato dalla Somalia. In tal modo l’ex colonia italiana è tornata ad essere base di partenza per massicci flussi migratori, provenienti dall’Africa sub-sahariana e dal Medio Oriente e diretti verso l’Italia.
In Siria si è invece sviluppata una “guerra civile” che va avanti dal 2011 e che vede coinvolto in pieno territorio siriano anche l’autoproclamato “Califfato” salafita dell’ISIS. Dopo quattro anni di guerra feroce, inevitabilmente il numero dei profughi siriani si è allargato a dismisura, arrivando a contare oltre quattro milioni di persone. La gran parte di costoro ha trovato ospitalità nei paesi più prossimi, ossia la Turchia, il Libano, la Giordania, l’Iraq e l’Egitto. Mentre paradossalmente, malgrado la vicinanza al territorio siriano, i ricchissimi paesi della penisola arabica, in prima linea nel finanziamento ai gruppi dell’opposizione armata contro il governo di Damasco, non ospitano alcun profugo.
Negli ultimi mesi, forse anche a fronte di un cambio di strategia da parte dell’esecutivo turco, flussi di profughi siriani d'inedita portata hanno cominciato a dirigersi verso l’Europa. Dinanzi a tale circostanza l’opinione pubblica europea si trova sostanzialmente divisa tra due forme di retorica cariche d’ideologia: la retorica dell’accoglienza che non va alla radice dei problemi e quella della becera xenofobia. In realtà, come ha ricordato il patriarca della Chiesa cattolica melkita, Gregorio III Laham, la soluzione dell’emergenza profughi è legata a doppio filo alla necessità di pacificare la Siria, liberandola innanzitutto dalla brutale presenza dell’ISIS: «Ai governi occidentali dico che il punto centrale non è accogliere e ospitare i profughi, ma fermare il conflitto alle radici. Tutti devono essere coinvolti, dall’Occidente alle nazioni arabe, dalla Russia agli Stati Uniti. Questo è ciò che aspettiamo, la pace. Non parole sui migranti e discorsi sull’accoglienza».
Le parole pregne di realismo e concretezza del patriarca Gregorio III chiamano in causa principalmente gli USA ed i loro alleati europei. L’irragionevolezza delle politiche di Obama e dei suoi alleati in Siria è la principale causa non solo della crisi che attanaglia quel paese, ma anche del dilagare dell’ISIS in Iraq. L’Occidente ha la gravissima responsabilità di aver alimentato un conflitto sanguinario, in combutta con Stati che non brillano per democrazia e liberalità come l’Arabia Saudita, al solo scopo di provocare la caduta di un regime politicamente indipendente, alleato fedele della Russia e dell’Iran e nemico delle correnti fondamentaliste del sunnismo. Un paese, la Siria, per cui ancora nel 2010 l’ex presidente italiano Giorgio Napolitano usava parole di «apprezzamento per l’esempio di laicità e apertura che offre in Medio Oriente e per la tutela della libertà assicurate alle antiche comunità cristiane». Un paese descritto dall’ex vescovo cattolico di Aleppo, mons. Giuseppe Nazzaro, nel seguente modo: «C’era libertà e rispetto reciproco. A maggio facevamo le processioni lungo le vie di Aleppo alle quali i musulmani guardavano con curiosità e rispetto. […] I diritti erano uguali per tutti, tanto che il governo annoverava ministri cristiani».
D’altra parte il richiamo del patriarca Gregorio III, tra le voci più importanti dei cristiani di Siria, ben si sposa con la proposta russa di una grande coalizione internazionale contro l’ISIS, inclusiva dei principali attori internazionali e regionali. Una proposta che però, purtroppo, l’Occidente pare determinato a non ascoltare, stante la ribadita volontà della Casa Bianca e dall’Eliseo di escludere Assad e le forze che sostengono l’esercito siriano (miliziani libanesi di Hezbollah, volontari iraniani) dallo sforzo bellico contro i fanatici del “Califfato”. Prospettiva che, anziché limitare la tensione, rischierebbe di aggravare ulteriormente il conflitto e provocare il collasso definitivo della Repubblica di Siria. In tal caso, ancor più di oggi, sapremo che quelle dei governi occidentali per i bimbi morti sono solo ipocrite lacrime di coccodrillo.