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21 agosto 2017

L’insensato abbattimento delle «statue schiaviste»


di Giuliano Guzzo

E’ tempo, negli Stati Uniti, di rimozione di statue di generali e soldati schiavisti. Un fenomeno che sta infiammando l’estate statunitense, arroventatasi dopo che in Virginia, a Charlottesville, pochi giorni fa, una manifestante è morta – e 30 sono rimasti feriti – a causa di un’auto lanciata contro un corteo antirazzista, e dopo alcuni disordini e manifestazioni di suprematisti bianchi. Di qui la furia contro i monumenti di figure riconducibili allo schiavismo, furia sfociata alcune ore fa, a Durham, in North Carolina, nell’abbattimento di una statua di un soldato sudista.

Ora, dispiace sinceramente disturbare cotanto ritrovato orgoglio antischiavista da parte – serve dirlo? – del mondo progressista, ma c’è da sperare che i nuovi paladini dell’uguaglianza non proseguano nella loro opera di rimozione di tutto ciò che, negli Usa, rimanda al passato razzista e schiavista, appunto; se non altro perché, se lo facessero, dovrebbero far sparire molto più di qualche statua, scagliandosi, per esempio, contro tutto ciò che ricorda la figura nientemeno che di Abraham Lincoln (1809-1865).

Perché affermo questo? Semplice, perché il mitico presidente – anche se non tutti lo sanno, evidentemente – non solo fu un consapevole e orgoglioso razzista («Sono favorevole al ruolo di superiorità che deve svolgere la razza a cui appartengo. Non ho mai detto il contrario», disse pubblicamente nell’agosto del 1858), ma tentò pure – dimostrando, è il caso di dirlo, un debole per il mercato schiavista – di fondare, senza successo, una colonia in quel di Haiti.

E che dire – continuando – di un’altra figura leggendaria, quel George Washington (1732-1799), il quale nella sua tenuta di 8.000 acri, in Virginia, faceva lavorare 300 schiavi che gli garantivano un reddito pari al 2% dell’intero Pil della giovane nazione americana? Le anime belle del progressismo faranno sparire tutte le banconote da 1 dollaro oppure permetteranno alla gloria di questo schiavista di perpeturarsi? Chissà. Di certo, c’è da sperare che la lotta alla memoria degli schiavisti non giunga in Europa.

Altrimenti, a farne le spese, sarebbe la memoria di molte figure leggendarie se non venerate. A partire da quella di un certo Napoleone Bonaparte (1769-1821), il quale nel 1802 pensò bene, dopo che era stata soppressa, di reintrodurre nelle colonie francesi la schiavitù; fino a Voltaire (1694-1778), “il padre della tolleranza”, il quale sprezzantemente riteneva l’uomo nero «un animale che ha lana sulla testa, cammina su due zampe» che «è quasi tanto pratico quanto una scimmia» (Trattato di Metafisica, 1978, p. 63).

Neppure il nostro Giuseppe Garibaldi (1807-1882) uscirebbe bene da una seria rivisitazione storica sull’argomento in questione poiché, celebrato come modello e presente in innumerevoli vie e monumenti d’Italia, fu in realtà, fra le altre cose, proprio un trafficante di schiavi, ed ebbe una vita talmente controversa che, per scrivere la sua storia fino a conferirgli parvenza eroica, Cavour (1810-1861) convocò ben quattro scrittori, tra cui Alexander Dumas (1830-1870).

Ma il vero motivo per cui, sono pronto a scommettere, la lotta contro la memoria schiavista non durerà a lungo, sta nel fatto che se così fosse si sarebbe costretti a riconoscere che – in controtendenza a Washington, Lincoln, Voltaire e tutti gli altri – tra i primi a condannare la schiavitù vi furono Paolo IV, nel 1537, Pio V, nel 1568, e Urbano VIII, il quale nel 1639 tuonò contro quello che definì «abominevole commercio di uomini».

Papi dunque. E, ancora prima di essi, svariati secoli prima, fu il Nuovo Testamento a presentare la condanna paolina dei «mercanti di uomini» (1Tm 1,10). Ora, ve li vedete i cari progressisti riconoscere alla Chiesa Cattolica, mediante il primato alla lotta alla schiavitù (a chi volesse saperne di più consiglio l’eccellente e approfondito studio La Chiesa e gli schiavi, EDB 2016, di Bleggi R. e Zannini F.), meriti di progresso civile, quello vero? Certo che no. Ecco perché, abbattuta insensatamente qualche statua e rimossa qualche targa, c’è da aspettarsi che i progressisti ora indignati torneranno presto nel loro comodo letargo.

https://giulianoguzzo.com/2017/08/17/linsensato-abbattimento-delle-statue-schiaviste/

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14 febbraio 2015

Guerra di secessione: aveva ragione il Sud?


di Giacomo Catilina

Il cliché spesso e volentieri propostoci dal cinema come da certi libri di storia dipinge la Guerra di Secessione Americana come uno scontro epocale tra coloro che volevano mantenere l’istituzione della schiavitù e chi invece non ebbe altro motivo per entrare in guerra se non la sua abolizione senza se e senza ma. La storia reale, inutile dirlo, è più complessa e sfaccettata rispetto ad un modello che pone aprioristicamente i buoni da una parte e i cattivi dall’altra, e talvolta può anche smontare in gran parte certi luoghi comuni. E questa considerazione si può tranquillamente applicare anche a quella guerra civile che infiammò buona parte degli Stati Uniti dal 1861 al 1865.


Per poter iniziare a trattare l’argomento è necessario sfatare quel mito raffigurante il presidente dell’Unione Abraham Lincoln come un paladino dei diritti dei neri e un fiero oppositore del razzismo in quanto egli stesso ebbe a dire che “Non sono – né mai sono stato – in alcun modo a favore dell’uguaglianza sociale e politica tra la razza bianca e quella nera; e non sono – né mai sono stato – favorevole a dare ai neri la possibilità di votare o di fare i giurati, né a permettere loro di ricoprire cariche pubbliche, né d’imparentarsi con persone bianche; e dirò in aggiunta che c’è una differenza biologica tra la razza bianca e quella nera che, credo, impedirà sempre alle due razze di vivere insieme sulla base di un’uguaglianza politica e sociale. E, se non possono vivere così, fintanto che rimangono insieme, dovranno sussistere una posizione di superiorità ed una di inferiorità, ed io sono, come chiunque altro, favorevole ad assegnare la posizione di superiorità alla razza bianca”, mentre un’aperta opposizione alla schiavitù venne proprio da coloro che per antonomasia avrebbero dovuto invece approvarla: il generale confederato Thomas Jackson e il suo collega Robert E. Lee, il quale definì la schiavitù “un male morale e politico” ed auspicò di “vedere spezzati i ceppi di ogni singolo schiavo”.


Fatta questa breve premessa, sarà utile ricordare anche come i motivi dello scoppio di questa sanguinosa guerra fossero principalmente di natura economica, infatti se da un lato gli stati del sud avevano tutto da guadagnare da un regime liberoscambista quelli del nord dall’altro tendevano ad un sistema protezionista in quanto, stando al Daily Chicago Times, “Lasciate che il Sud adotti il sistema del libero scambio e i volumi degli scambi commerciali a Nord scenderanno a meno della metà di quelli attuali”. Se il Sud insomma si fosse diviso dall’Unione applicando una politica economica basata sul libero scambio le ditte mercantili avrebbero favorito i suoi porti a causa dei bassi dazi doganali che questi imponevano, il tutto a discapito dell’economia del Nord. 

Ad ogni modo, la causa principale della guerra è da cercare nella volontà dell’Unione di impedire la secessione di quegli stati che avrebbero successivamente formato gli Stati Confederati d’America (Carolina del Sud, Florida, Alabama, Georgia, Mississipi, Louisiana e Texas), e il casus belli che portò ad un conflitto durato quattro anni e considerato la prima guerra totale della storia fu lo scontro a fuoco di Fort Sumter (Carolina del Sud) dell’aprile 1861, dove i confederati combatterono e sconfissero delle truppe dell’Unione coerentemente con il fatto di non farne più parte: per far valere veramente la loro secessione non si poteva certo tollerare la presenza di soldati unionisti sul territorio di uno stato che membro di quella nazione non lo era più.

E’ lecito a questo punto domandarsi se gli stati del Sud avessero il diritto di staccarsi dall’Unione laddove lo avessero ritenuto opportuno. A tal riguardo Thomas Jefferson, uno dei Padri Fondatori degli Stati Uniti, ritenne di poter affermare che bisognerebbe essere “[…] determinati a staccarci […] dall’Unione che pure ha per noi così tanto valore, piuttosto che rinunciare ai diritti di autogoverno […]; solo in essi vediamo la libertà, la sicurezza e la felicità”. Oltre a ciò il Decimo Emendamento della Costituzione Americana, affermando che quei poteri non delegati dagli stati al governo federale e non risultanti vietati dalla Costituzione rimangono un diritto del singolo stato, garantiva teoricamente la possibilità di secessione qualora uno o più stati avessero voluto metterla in atto.



Riferendosi ad aspetti puramente bellici, tale guerra può essere definita un conflitto totale ed una tragica rottura con quel codice di guerra sviluppatosi in Europa nei secoli precedenti. Se da un lato qualche azione a danno dei civili da parte confederata ci fu va però ricordato come “Lee fu in grado di mantenere la strategia del Sud in armonia con il codice europeo”, mentre lo stesso non si può dire riferendosi agli unionisti, come dimostrano gli episodi di Vicksburg (Mississippi) e di New Orleans. Nel primo caso il generale nordista William Sherman fece requisire i raccolti da tutte le fattorie e le sue truppe distrussero tutte le case. Stando a Thomas J. Di Lorenzo “La città fu così pesantemente bombardata che i residenti si ridussero a vivere nelle grotte mangiando topi, cani e muli”. 

Nel secondo episodio invece il generale Benjamin Butler, di fronte al rifiuto delle donne di New Orleans alle avances sessuali dei suoi soldati, promulgò l’Ordine n. 28 nel quale sta scritto che “Poiché ufficiali e soldati degli Stati Uniti sono stati ripetutamente soggetti a insulti da parte delle donne che si autodefiniscono “signore” di New Orleans, nonostante la più scrupolosa cortesia e non interferenza da parte nostra, si ordina che d’ora innanzi quando qualsiasi femmina insulterà con parole, gesti o movimenti un qualunque ufficiale o soldato degli Stati Uniti o mostrerà disprezzo nei suoi confronti, sarà considerata una donna di strada che esercita il suo mestiere e ritenuta responsabile per essere trattata come tale”. Tale ordine suscitò la reazione disgustata e le proteste di Francia e Inghilterra.

A voler tirare le somme non si può non essere d’accordo con James Spence, il quale in un suo articolo del 1862 comparso sul giornale inglese Quarterly Review riguardante la Guerra di Secessione scrisse che “[…] è ora del tutto evidente che il Nord si batte per il potere supremo. La questione della schiavitù è stata abbandonata ai quattro venti. Quasi non c’è concessione sulla schiavitù che gli Stati separati potrebbero chiedere e gli stati del Nord accordare, in cambio di un loro rientro nell’Unione. Smettiamola con questa fandonia del Nord che fregia la sua causa con il nome di “libertà allo schiavo!” “.
 
 

25 gennaio 2013

Lincoln contro il razzismo? Non esattamente

di Isacco Tacconi


Quando si parla di eroi americani, bisogna stare sempre attenti a prendere con le pinze la veridicità di quello che si racconta, specie se a raccontarlo sono proprio gli americani. Anche nel caso del nuovo film di S. Spielberg, “Lincoln” il sedicesimo presidente degli Stati Confederati del Nord, ci siamo resi conto che non tutto è oro quel che brilla, e che forse bisognerebbe interrogare i fatti più che gli interpreti.