Di Marco Begato
Ottantadue anni fa, il 20 ottobre 1944, il quartiere milanese di Gorla fu colpito durante un bombardamento aereo americano diretto contro obiettivi industriali della zona. Le bombe raggiunsero la scuola elementare Francesco Crispi. I tentativi di rifugiarsi risultarono vani e sotto il bombardamento trovarono la morte circa duecento persone, di cui 184 bambini.
Gorla rimane simbolo di molte amare verità.
Una riguarda l’impossibilità di pensare alla guerra in termini manichei, definendo in modo rigido la linea che demarca i buoni e i cattivi. Dire guerra significa dire morte e sofferenza e imprevedibilità: la guerra è per definizione quel Cavallo Rosso dell’Apocalisse che passa e miete vittime tra i giusti e tra gli iniqui. Salta il confine tra le parti, vacilla la garanzia delle alleanze, si mostra tutta l’insufficienza dei calcoli e dei mezzi umani.
Una seconda verità è relativa a quella nota di ulteriore irrazionalità che si trasforma in diabolicità e accompagna ogni conflitto, specialmente laddove viene a coinvolgere le vittime più piccole e innocenti: si può davvero evitare di pensare che le guerre siano dei grandi sacrifici umani offerti al Principe di questo mondo? Lo si riesce ad affermare di fronte alle stragi inutili dei più piccoli e inermi?
Eppure, a ben vedere, i piccoli martiri di Gorla appartengono ancora a quel limbo di fatalità e impotenza dell’uomo di fronte al suo destino malvagio e banale, capace di conferire alle vittime almeno un velo di decoro e grandezza.
Di ben altro impatto sono le tragedie oggi in atto. Mi riferisco per esempio alla cultura infanticida che tutela l’aborto, resa incapace di autocritica per l’orgoglio libertario del mondo adulto e vizioso che di questa pratica ritiene di beneficiare; mi riferisco all’impunità che sembra avvolgere il mondo di orchi dipinto nelle migliaia di email di J. Epstein; mi riferisco al traffico di minori che non accenna ad arrestarsi, e in cui la stessa Ucraina – per fare un nome tra gli altri – pare essere regista di rilievo, in un torbido vortice di pedofilia e commercio (cfr. il Trafficking in Persons Report del 2025 del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti).
Gorla allora si fa più che memoria, deve divenire autentico memoriale che scuota le coscienze sopite del nostro tempo e le riporti all’istinto di tutela per i piccoli. Gian Battista Vico poneva alla base della civiltà il sacerdozio, il matrimonio e le sepolture; sento di suggerire che il nostro compito civile si dovrà declinare precisamente nello sforzo di ricordare i martiri sepolti sotto le macerie, ma anche nell’impegno di tutelare con i matrimoni anche i frutti di questi, la prole appunto e i più piccoli in famiglia.
In tale prospettiva andrebbe accolta anche la legge 85 del 6 maggio scorso, la quale ha istituito il “Giorno del ricordo dei piccoli martiri della strage di Gorla e delle piccole vittime di tutte le guerre”, con l’obiettivo di custodire la memoria dei bambini uccisi nei conflitti e rafforzare l'impegno per la pace. Non possiamo accettare che tali leggi siano carta straccia o al massimo direttive utili a riempire le scuole con l’ennesima insignificante iniziativa. Al contrario dovrebbero servire per risvegliare le coscienze, ma questo potrà darsi solo se i vertici in primis accetteranno la sfida nella sua rigorosità: per esempio optando per una reale democratizzazione del confronto, sciogliendo le polarizzazioni in corso sui principali temi di dibattito e spegnendo le voci aggressive, incendiarie e guerrafondaie che già straziano certe emittenti mainstream e certi segmenti parlamentari.
Se nemmeno la cura e la tutela per i bambini sarà un motore capace di distoglierci da un modo di ragionare polarizzato e tendenzialmente bellicoso, le speranze di scongiurare una guerra prossima ventura si andranno ad azzerare, insieme al buon senso e alla lucidità di coscienza dei suoi promotori.
Pubblicato il 20 ottobre 2026

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