In una
recente udienza, il Papa ha trattato il tema della
Liturgia: come Dio parla all'uomo? E come l’uomo può rispondere a Dio? Tale
comunicazione, dice Benedetto XVI, avviene per mezzo della Sacra Scrittura e,
collegata ad essa, della Liturgia, nel primo verso; per mezzo della preghiera,
nell'altro.
Ora però, notiamo noi, la Liturgia è la forma più alta di preghiera, opus divinum e insieme humanum: ecco quindi che il punto di incontro, al tempo stesso più eminente e più “denso”, fra Dio e l’uomo è la preghiera liturgica (e il Papa stesso ha concluso il suo discorso affermando che l’uomo deve partecipare alla Liturgia in atteggiamento orante: proteso cioè verso Dio). O, meglio, che i singoli uomini, in quanto appartenenti alla Chiesa e con la mediazione di essa, incontrano Dio proprio nella Liturgia, celebrata da Cristo Sommo Sacerdote e Capo della Chiesa, e partecipata dalla Chiesa Corpo mistico di Cristo.
Stabilito ciò, vediamo come avviene questa comunicazione, secondo i suoi due versi (da Dio agli uomini e dagli uomini a Dio): la Liturgia (Messa e Ufficio divino) consiste di gesti e parole, espressi anche attraverso la disposizione e la ornamentazione degli ambienti, il canto (ed eventualmente la musica strumentale, che è ad esso strettamente legata), il suono delle campane, il fumo e l’odore dell’incenso, l’aspetto dei sacri paramenti…
Tutto questo è importante e, a seconda del grado di solennità del rito, addirittura indispensabile: anche se solo una parte dei riti è di diretta istituzione divina, non si può negare che tutto il resto fu istituito per opera della Divina Provvidenza, col giudizio e l’azione della Chiesa nel tempo e nello spazio.
Ora però, notiamo noi, la Liturgia è la forma più alta di preghiera, opus divinum e insieme humanum: ecco quindi che il punto di incontro, al tempo stesso più eminente e più “denso”, fra Dio e l’uomo è la preghiera liturgica (e il Papa stesso ha concluso il suo discorso affermando che l’uomo deve partecipare alla Liturgia in atteggiamento orante: proteso cioè verso Dio). O, meglio, che i singoli uomini, in quanto appartenenti alla Chiesa e con la mediazione di essa, incontrano Dio proprio nella Liturgia, celebrata da Cristo Sommo Sacerdote e Capo della Chiesa, e partecipata dalla Chiesa Corpo mistico di Cristo.
Stabilito ciò, vediamo come avviene questa comunicazione, secondo i suoi due versi (da Dio agli uomini e dagli uomini a Dio): la Liturgia (Messa e Ufficio divino) consiste di gesti e parole, espressi anche attraverso la disposizione e la ornamentazione degli ambienti, il canto (ed eventualmente la musica strumentale, che è ad esso strettamente legata), il suono delle campane, il fumo e l’odore dell’incenso, l’aspetto dei sacri paramenti…
Tutto questo è importante e, a seconda del grado di solennità del rito, addirittura indispensabile: anche se solo una parte dei riti è di diretta istituzione divina, non si può negare che tutto il resto fu istituito per opera della Divina Provvidenza, col giudizio e l’azione della Chiesa nel tempo e nello spazio.
Se infatti
le parole e i gesti della Consacrazione Eucaristica sono la ripetizione di
quanto compiuto da Cristo nel Cenacolo, vediamo come il canto dei salmi, dei
cantici, delle letture bibliche nell'Ufficio divino altro non è che lo sviluppo
del rito sinagogale giudaico, che Gesù stesso celebrava; e se il rito
sacrificale del Tempio di Gerusalemme è stato sostituito dalla oblazione
perfetta della Messa, essa stessa è preparata ed esaltata da quel contorno di
preghiere che vanno a costituire tutto quanto il rimanente del rito della Messa
(non dimentichiamo che Cristo e gli Apostoli pregarono prima dell’Ultima Cena),
preghiere assieme derivanti dall'uso giudaico degli Apostoli e dalle
successive, organiche, evoluzioni cristiane, secondo la diversità dei riti locali.
Oltre ai
significati di ciò che si compie nella Liturgia (il senso delle parole,
l’adeguazione della musica ad esse, le fitte simbologie…), significati che si
rivolgono alla ragione dell’uomo, in essa “parlano”, indipendentemente da
quelli, i significanti stessi, come testimoniano i racconti della conversione
di sant’Agostino* e del poeta novecentesco Paul Claudel**: i segni
liturgici sono efficaci di per sé non sulla ragione, ma sulla sensibilità
estetica dell’uomo.
Non ci
possiamo nascondere come tale azione, proprio poiché, in certo qual modo, elude
il controllo razionale, abbia una grande forza persuasiva: ognuno di noi può
ricordare come, entrando in una bella chiesa gotica, ascoltando un antico canto
sacro, vedendo un dipinto di Raffaello Sanzio, abbia provato una “sensazione
interna” particolare, sicuramente suggestiva.
Dio infatti ci parla anche attraverso queste cose, o, meglio, attraverso la bellezza di queste cose.
Nell’altro verso di tale comunicazione soprannaturale, vediamo che l’uomo partecipa alla Liturgia interiormente ed esteriormente, e (ci dice anche il Papa) la partecipazione interiore viene stimolata, guidata, da quella esteriore: l’uomo deve adeguarsi al rito cui assiste, per poterne pienamente godere, e per poter rendere a Dio il culto che Gli spetta.
Dio infatti ci parla anche attraverso queste cose, o, meglio, attraverso la bellezza di queste cose.
Nell’altro verso di tale comunicazione soprannaturale, vediamo che l’uomo partecipa alla Liturgia interiormente ed esteriormente, e (ci dice anche il Papa) la partecipazione interiore viene stimolata, guidata, da quella esteriore: l’uomo deve adeguarsi al rito cui assiste, per poterne pienamente godere, e per poter rendere a Dio il culto che Gli spetta.
Sarà quindi
dovere del cristiano, secondo le sue proprie capacità (come ci ricorda il
Concilio Vaticano II), cercare una comprensione anche razionale di ciò che
contempla nel rito, di modo che la mente (la ragione e la volontà) si
“conformi” al corpo orante, alla voce (l’azione rituale sensibile).
Da tale
conformazione di corpo e mente (quindi, per proprietà transitiva, della mente
umana alla Mente divina, da cui la Liturgia promana nel suo contenuto e nella
sua forma) nascerà dunque quella preghiera legata alla Liturgia tanto invocata
dalla costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium, e persino una più bella
ed autentica vita cristiana: la Liturgia sarà quindi, pienamente,
“culmen et fons” della vita della Chiesa.
* * *
* l’effetto del canto sacro nella basilica milanese su Agostino non ancora
convertito: “Quanto ho pianto, violentemente commosso, al dolce risuonare,
nella tua chiesa, dei tuoi inni e cantici! Quei canti fluivano nelle mie
orecchie e la verità era distillata nel mio cuore, da cui prorompeva un
sentimento di devozione, e le lacrime correvano, e ciò era bene per me.”
** egli fu convertito assistendo, la notte di Natale del 1886, al canto del
Magnificat nella cattedrale di Notre-Dame a Parigi: “I bambini della cantoria,
vestiti di abiti bianchi, e gli allievi del seminario minore di Saint Nicolas
du Chardonnet, che li assistevano, stavano cantando quello che più tardi seppi
essere il Magnificat. Io me ne stavo ritto fra la folla, vicino il secondo
pilastro all'entrata del coro, a destra dal lato della sacristia. E fu allora
che si produsse l’evento, che domina tutta la mia vita: in un istante il mio
cuore fu toccato, e credetti. Credetti, con una tale forza di adesione, con una
tale esaltazione di tutto il mio essere, con una convinzione tanto potente, con
una tale certezza che non lasciava spazio ad alcuna sorta di dubbio, che, dopo,
nessun libro, nessun ragionamento, nessun azzardo di una vita agitata ha potuto
sradicare la mia fede né, in verità, minimamente turbarla. Avevo avuto
all'improvviso il sentimento lacerante dell’innocenza, dell’eterna infanzia di
Dio: una rivelazione ineffabile”.

0 commenti :
Posta un commento