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10 febbraio 2015

Jupiter Ascending. Il gran ritorno dei Wachowski

di Roberto de Albentiis

Finite le sessioni di esami di gennaio e febbraio e riguadagnata, finalmente, la libertà, decido di optare per una serata al cinema : il film prescelto, scelto da un amico, è “Jupiter – Il destino dell’universo” (in inglese, “Jupiter Ascending”), regia e produzione dei Fratelli Wachowski (noti per la direzione della Trilogia di “Matrix”e di “Cloud Atlas” e per la sceneggiatura di “V per Vendetta”), musiche (bellissime) di Michael Giacchino, scenografie (barocche) di Hugh Bateup, attori principali Mila Kunis (“Max Payne”, “Il cigno nero”), Channing Tatum (“La guerra dei mondi”, “Effetti collaterali”) e Sean Bean (“GoldenEye”, trilogia del “Signore degli Anelli”, saga di “Silent Hill”); costato 175 milioni di dollari (e si vede!), trae ispirazione da molti filoni, letterari (l’”Odissea” – il libro preferito nell’infanzia di uno dei due registi – le distopie di Aldous Huxely e George Orwell, qualcosa di Ron Hubbard) e cinematografici (“Il Quinto Elemento”, qualcosa perfino di “Aliens” – almeno visivamente – e dell’ultimo capolavoro nolaniano “Interstellar” – se consideriamo l’amore come uno dei pilastri portanti di entrambi i film –, più tutta una lunga serie di film e serie di fantascienza degli anni ‘80) e riesce a incantare, stupire e tenere sulla poltrona per tutta la sua durata.

La storia di Jupiter (interpretata da Mila Kunis), una giovane ragazza delle pulizie, immigrata ancora bambina negli States dalla Russia post-sovietica, si intreccia con quella della Famiglia Abrasax (nome che rimanda al demone Abraxas), una famiglia aliena che è dominatrice dell’intero universo, e a farli incontrare sarà il soldato mutante Caine (interpretato da Channing Tatum), che dovrà salvare la prescelta Jupiter dalle diverse mire dei tre eredi della Famiglia Abrasax. 

Gli Abrasax sono una nobile e ricca famiglia di imprenditori alieni che controlla numerosi pianeti (tra cui a Terra) che hanno colonizzato millenni fa e che servono da punto di coltivazione e raccolta delle creature (umani compresi) per ricavare da essi, opportunamente “trattati” (spremuti nel vero senso della parola) quello che potremmo tranquillamente definire come un Elisir di Lunga Vita; in tale Elisir vengono fatti dei bagni e delle immersioni (che ricordano straordinariamente il Battesimo cristiano) in cui gli Abrasax recuperano periodicamente la giovinezza e la vitalità, e questa storia continua fin quando la matriarca Abrasax comincia a provare dei rimorsi e, soprattutto, fin quando la strada della famiglia (i cui rampolli sono un più perfido e astuto dell’altro) non è incrociata da Jupiter che, mossa dall’amore prima per la sua famiglia e poi per l’intera umanità e l’intero suo pianeta, riuscirà a sconfiggere la malefica famiglia e a porre fine agli orrendi esperimenti sull’immortalità.

La visione di questo lungo film visionario (non alieno da piccoli momenti anche comici) è andata liscia e tranquilla, non ci sono stati momenti morti o noiosi e, soprattutto, ha suscitato in me alcuni spunti di riflessione, che proverò ad elencarvi, sperando che possano essere condivisi e che possano spingere a vedere il film per meglio apprezzarli e coglierli. 

In primis, è impossibile non rifettere e non pensare ai pervasivi (ma, per quanto ammantati di dirittumanismo, non meno orribili) pensieri eugenetici odierni: come non definire eugenetica la coltura in serie e il prelievo dei migliori esseri umani per fabbricare l’Elisir di Lunga Vita? Il risultato finale è anche bello (vedasi il ringiovanimento della sorella Abrasax), ma tramite quale spaventoso prezzo si giunge a ciò? (del resto, nella letteratura, sia essa mitologica, di fantasia o di fantascienza, antica o moderna, la ricerca dell’immortalità ha sempre comportato una violazione delle leggi di natura e un conseguente pervertimento, culminante sempre in una orrenda fine, per chi l’abbia perseguita). E come non farsi venire in mente, ad esempio, la coltura e poi la distruzione degli embrioni nell’ambito dei processi di fecondazione assistita che avviene nei nostri ospedali, o la selezione dei gameti e degli embrioni nell’ambito dei processi di utero in affitto e di aborto? 

Secondo punto: la protagonista, Jupiter, stretta in una vita opprimente e insoddisfacente (è un’immigrata clandestina che vive insieme ai suoi in una piccola casa e che deve fare un lavoro massacrante, oppressa dalla sua famiglia – un cugino arriva addirittura a spingerla a vendere i suoi ovuli, un’altra operazione contro-natura cui oggi assistiamo – , famiglia che, però, non esiterà neanche un istante ad andare a salvare quando sarà catturata dall’ultimo fratello Abrasax, e questo ci insegna molto sui valori, oggi bistrattati e negletti, dell’amore sacrificale e della famiglia) si ritroverà coinvolta in una gigantesca avventura, che la farà maturare e che però, alla fine, la renderà umile e positiva: una vera e propria metanoia, una conversione (e quanto ne abbiamo bisogno, in questi Tempi pre-quaresimali e quaresimali!), che la spingerà a riconsiderare e ad amare la sua vita ordinaria e non sempre facile (ma pur sempre la sua vita) e la sua famiglia (sgangherata, non la migliore del mondo, ma pur sempre la sua famiglia); quanto ci è di insegnamento a noi, e a me in primis, che magari ci lamentiamo anche per le più piccole cose? 

Ultimo punto, come non pensare all’evidente richiamo battesimale presente ad un certo punto nel film? Il Battesimo cristiano cancella il peccato originale e, se amministrato ad adulti, tutti i peccati precedenti, rende figli di Dio e membri della Chiesa: quale grande differenza con il “battesimo” degli Abrasax, figlio della vanità, del profitto e del potere e frutto di omicidio di innocenti! Solo nel Battesimo c’è salvezza (e salvezza vera, che è salvezza dell’anima, e non del corpo), solo il Sangue di Cristo (sparso una volta sulla Croce e tutte le volte nella Santa Messa) ci dà la vita eterna; solo un Ascendente (richiamandoci al titolo originale del film), Nostro Signore Gesù Cristo, Asceso al Cielo al termine della Sua vita terrena, è l’unico Salvatore e Mediatore, l’unico artefice della vita e della grazia. Sperando che questa recensione vi abbia incuriosito e che questo film vi possa ispirare, andate al cinema a vedere “Jupiter – Il destino dell’universo”, non ve ne annoierete nè pentirete!
 

16 gennaio 2015

Exodus: (quali) dei e (quali) re?


di Sally Brown
Recentemente mi è stata raccontata una lunga e suggestiva storia, eco di altre storie che forse un tempo conoscevamo.

Siamo nell’antico Egitto, ma non quello colorato e opulento che molti di noi avranno immaginato da bambini. Quella del nostro racconto è una terra arida e grigia che ricorda più la Scampia di Gomorra che un luogo dove a regnare erano sovrani venerati come dei. Il faraone, appunto, è un ometto grigio, placido, che ha allevato suo figlio, il futuro sovrano del regno, come un bulletto frustrato che teme, più di ogni altra cosa al mondo, di sfigurare nei confronti del fratellastro Mosè, amato ed odiato. Mosè, in effetti, per quelli di voi che non lo sapessero, è un valoroso generale osannato da tutti e, fondamentalmente, una cifra coatto. Non ci è dato sapere, esattamente, da dove provenga questo energumeno palestrato e dalla spada facile, ma sappiamo che il ragazzo non ha problemi di autostima.

Purtroppo, improvvisamente e senza spiegazioni, il faraone muore e il bulletto eredita il trono. Bruttissima faccenda per Mosè, che pensa di poter mettere il nuovo sovrano nell’angolo e continuare a scoattarsela a corte. Il passo falso però arriva, nel momento in cui, sempre nel tentativo di affermare chi è che comanda, Mosè va a farsi una scampagnata nella grigissima città di Pitom, dove tutti gli israeliti del regno sono radunati in miseria ed ingiustizia sociale a costruire piramidi già decrepite. Durante la gita un anziano dalla faccia arzilla e paracula decide di mettere a parte il prode generale rivelandogli le sue vere origini. Il nostro guerriero non la prende benissimo, al punto che per sfogare la tensione pensa bene di uccidere due israeliti che lo avevano chiamato “schiavo” per deriderlo.

Il faraoncello viene intanto informato di ciò che si dice del fratellastro e si decide a mandarlo nel deserto nella speranza che crepi, nascondendogli però tra i mantelli il suo amato spadone, regalato ad entrambi dal faraone defunto, così che eventualmente possa sfidare la disidratazione a duello. Mosè quindi inizia a vagare nel deserto, dove salverà a suon di sguardi trucissimi un gruppo di pastorelle; una di queste lo ricompenserà presentandolo in famiglia, sposandolo e facendoci un figlio. Al poverino non rimane ora che portare le pecore a pascere proprio sul monte Oreb, che tutti gli indicavano come sacro e proibito.

E qui, amici miei, viene il bello. Mosè, finalmente, sul sacro monte Oreb, incontra… un bambino. Che poi, a ben vedere, ci accorgiamo che questo bambino appare davanti ad un cespuglio avvolto da alte fiamme blu che non lo consumano, ma Mosè non ci fa caso perché, colto alla sprovvista da una tempesta, è colpito in testa da un masso. E dunque, signori, sia messo a verbale che Mosè, sul monte Oreb, venne colto da allucinazioni le quali, senza un perché, pretesero da lui che tornasse in Egitto a salvare “il suo popolo”.

E senza un perché, Mosè torna in Egitto. Raduna tutti gli israeliti, insegna loro la sublime arte della guerra e li scatena contro l’esercito del faraone. E, pensate un po’, non ottiene niente se non morti, feriti e frustrazione. Estremamente seccato dal risultato, pensa bene di fare una sfuriata al bambino dell’Oreb che gli ha fatto sprecare del tempo prezioso. Ma anche il pastorello è sfastidiato, per cui chiede fondamentalmente a Mosè di mettersi da parte e “stare a guardare”, che allora sì che ci sarà da divertirsi. Partono così le piaghe d’Egitto. Una dopo l’altra, senza sosta, senza che Mosè ed il faraone si scambino una parola, senza che nessuno spieghi perché improvvisamente le acque diventano sangue, per dirne una. Il faraone abbozza e li lascia andare tutti quanti, salvo poi ripensarci, spinto dal desiderio profondo di sfogarsi sul fratellastro.

Mosè intanto, solo e forte del suo spadone che mai lo ha abbandonato fino a quel momento, guida il popolo a casaccio, senza aver ben chiara una meta e mancando comunque clamorosamente uno stretto nel Mar Rosso che avrebbe permesso loro di uscire definitivamente dall’Egitto grazie a delle prodigiose basse maree. Il guerriero è solo davanti al mare, dove capisce che deve abbracciare completamente la figura del leader carismatico con un gesto altamente evocativo: via, lo spadone viene lanciato in mare e si conficca nel fondale. Mosè quindi si addormenta sulla spiaggia e al risveglio trova le acque del Mar Rosso divise e attraversabili. Il resto, bene o male, lo sapete.

Vediamo un'ultima volta il nostro generale mentre sta scalpellando su dei lastroni di pietra. Il bambino è accanto a lui, in una grotta, e sembra finalmente compiaciuto. Chiede a Mosè cosa ne pensi di quanto gli sta dettando (!) e quello, con un cenno, gli fa capire di approvare. 
Sorrisi, felicità. Vissero tutti felici e contenti.

Questa storia è un film di un signore chiamato Ridley Scott. “Exodus” dovrebbe essere il racconto dell’esodo del popolo di Dio dalla schiavitù d’Egitto, ma c’è un grande, enorme, fatale MA: Dio, di fatto, non c’è. C’è un titano borioso che preferisce la sicurezza di una spada a quella del Signore. Ci sono prodigi naturali e divinazione. Ci sono paura e odio. Ma non c’è vera salvezza, non c’è uno scopo, non c’è, appunto, Dio.

Il Mosè che avevo imparato a conoscere ed amare era un uomo umile, un balbuziente, strumento nelle mani del Signore. Oggi, in questa storia, non riesco più a vedere niente di tutto ciò. Stiamo forse perdendo la capacità di raccontare Dio perché Gli neghiamo il Suo posto nella Storia?

 

30 dicembre 2014

"Obbedire è meglio" di Costanza Miriano


di Giuseppe Signorin

Se tanti libri sono inutili e anzi possono addirittura fare male alla salute, ce ne sono altri che hanno un'efficacia quasi tangibile. Ma esiste anche un'ulteriore categoria di libri: libri rarissimi, forse unici, libri miracolosi che agiscono nella vita delle persone senza neppure il bisogno di leggerli. Per Natale ho regalato a mia sorella uno di questi libri. O meglio, l'ho consegnato a mia sorella, ma in realtà l'ho regalato a mio cognato, suo marito. Perché se il libro in questione ripete il miracolo che ha fatto su mia moglie, lui non dovrà nemmeno leggerlo.

Non voglio inoltrarmi in discorsi letterari, per quel che riguarda questo libro. In fondo la letteratura è una delle cose più sopravvalutate e più sottovalutate di questo mondo e negli ultimi secoli se n'è fuggita in massa dalla vita. Questo libro, invece, a quanto pare c'ha così tanto a che fare con la vita che sembra addirittura in grado di cambiarla. E non solo a chi l'ha letto. Io infatti non ho la più pallida idea di quello che racconta e non saprei che altro dire, se non che la copertina era sotto il nostro ombrellone, quest'estate, perché mia moglie lo stava divorando (ovviamente, essendo donna, mia moglie, ogni cinque minuti tentava di leggermi qualche frase, ma io, essendo uomo, e quindi eroe, ho quasi sempre resistito). Poi l'ho vista (parliamo sempre della copertina della stessa copia del libro) nel comodino della stanza dov'era ricoverata mia suocera prima e dopo l'operazione all'anca. In questi giorni una temeraria amica di mia moglie, a cui mia moglie aveva prestato il libro in questione un mesetto fa, lo sta passando a sua volta a un'altra amica incuriosita e forse altrettanto temeraria. Che altro? Nella copertina è disegnato un agnello. L'autrice è una donna con gli attributi, anche se considerato il titolo questa descrizione di lei può sembrare azzardata. Sempre in riferimento al titolo, io stesso sto scrivendo queste righe perché l'ho preso alla lettera e ho pensato fosse meglio obbedire a un comando di mia moglie, piuttosto che fare di testa mia. È mia moglie infatti che consiglia a tutti di leggerlo. Io sono Ponzio Pilato in questo contesto, faccio quello che mi dice lei e me ne lavo le mani (un Ponzio Pilato dalla parte giusta questa volta).

 

13 marzo 2014

“Il Catechismo del pallone” di Corrado Gnerre

di Andrea Virga

«Un tiro da fuori area di Bruno Giordano ha un valore ontologicamente superiore ad un'affermazione filosofica di Giordano Bruno»
Il mese scorso è comparso in libreria un agevole e simpatico libretto dal titolo “Il Catechismo del pallone”, che si propone di leggere «il calcio come metafora della vita» e «riscoprire la dottrina cattolica con il gioco più bello del mondo».
 

10 marzo 2013

Piccole donne: il romanzo del focolare

di Valentina Ragaglia

Piccole donne di L.M. Alcott, compare sulle scene editoriali nel 1868, e da allora milioni di lettori sono stati immersi nel mondo della numerosa (all'epoca non faceva scalpore) famiglia March.
 

23 dicembre 2012

Quel cristiano dell'orso Baloo

di Paolo Maria Filipazzi
Dopo l’ultimo mio articolo sulla visione teologica dell'opera di Tolkien, ho ricevuto attacchi e critiche da ogni dove, per quella che alcuni hanno definito come un’infame strumentalizzazione. Eh, sì, perché uno deve per forza trovare interpretazioni proprie di un’opera!, e come si sa tutte le interpretazioni sono soggettive. Ho constatato dunque, ancora una volta, che 5 secoli di Riforma Protestante non sono passati invano, al punto che ormai sembra non resti più traccia del povero Aristotele e della sua consapevolezza che la realtà esiste, che è oggettiva, che è razionalmente conoscibile e che il mondo non è la proiezione dell’ego smisurato di ciascuno (comprese le opere letterarie che ne fanno parte). Del resto lo aveva previsto Chesterton: “Spade saranno sguainate/ per dimostrare che le foglie sono verdi d’estate”. E siccome a questo punto non posso esimermi dall'incrociare le spade, getto un altro macigno nello stagno.
 

22 dicembre 2012

10 comandamenti per una nuova educazione


di Battista Falconi
Un decalogo laico fondato su valori quali solidarietà e accettazione dei limiti, controcorrente rispetto alla ‘società liquida’ dei figli ‘tiranni’ o ‘bamboccioni’ e dei genitori incerti e incapaci di dare riferimenti. A proporlo, in un libro, la psico-pedagogista Michela Fogliani, docente di Psicologia e Pedagogia e socio fondatore della Società Italiana di Terapia Dialettico Comportamentale. Specializzata in disturbi ansioso-depressivi, disturbi alimentari e della personalità, vive e lavora a Pavia, è sposata e ha due figli. Il libro esce nella collana ‘Le comete’ di Franco Angeli.