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08 marzo 2020

La prossima messa

di Giuliano Guzzo
Ieri sera sono andato a Messa in Duomo ed è stata l’ultima: da stamane anche in Trentino, come già in altre parti d’Italia, sono sospese tutte le funzioni. Si potrà pregare solo individualmente, evitando ogni assembramento che possa favorire il dilagare dell’epidemia. Giusto o sbagliato? Non saprei. A me sembra soprattutto doloroso. Succede sempre così, del resto: quando una cosa – ancorché sacra – è a portata di mano, riceve un’attenzione relativa. Quando però quella stessa cosa ti viene tolta, ecco che finisce tutto sotto una luce nuova, diversa e malinconica.

Pur avvilito, riesco tuttavia a trovare due motivi di conforto. Il primo me lo serve su un piatto d’argento il Vangelo di questa seconda domenica di Quaresima, che a un certo punto dice: «I discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: “Alzatevi e non temete”» (Matteo 17,6-7). Nessun riferimento ante litteram al coronavirus, ovvio: ma quell’«alzatevi e non temete» – ascoltato oggi e detto da Gesù stesso – risuona proprio come balsamo per lo spirito, incoraggiamento a non cedere al panico di bozze di decreti governativi assurdamente anticipati dai media.

Una seconda ragione di sollievo mi deriva dal fatto che, quando potrò tornare a Messa, soffocherò sul nascere ogni titubanza, ogni pigrizia, ogni lamentela: ci andrò e basta. Anzi, mi recherò in chiesa svariati minuti prima e, inginocchiato, osserverò con rinnovato stupore le colonne, le volte e le statue del Duomo di Trento, in attesa che la celebrazione abbia inizio. E se la mia panca si affollerà di gente che mi stringerà in un angolo, non batterò ciglio. E se pure l’omelia sarà noiosa, l’ascolterò con più attenzione del solito. Perché nella mente avrò stampato un pensiero prima dimenticato: essere cristiani significa essere grati.

 

09 settembre 2018

Tutti a Roma per il Pellegrinaggio Summorum Pontificum

Ebbene ci siamo. Dal 26 al 28 ottobre, Cristo Re, a Roma si svolgerà l'annuale pellegrinaggio internazionale del Populus Summorum Pontificum, per ringraziare il Signore di averci donato la possibilità di celebrare la Messa gregoriana anche in questi tempi moderni e calamitosi . La Messa degli apostoli, di San Gregorio, dei santi e dei martiri di ogni epoca.

La partecipazione al pellegrinaggio e alla Messa Pontificale in San Pietro è un'elevazione dello spirito che tutti i fedeli affezionati alla liturgia dovrebbero vivere, per rinnovare la propria comunione con Roma e per vivere la liturgia fisicamente al centro della cristianità. Senza essere ospiti di nessuno, ma legittimi padroni di casa.

L'interesse per la cosiddetta Messa in latino cresce costantemente in tutto il mondo e il pellegrinaggio internazionale, con i numeri degli anni ne è una prova.
Anche l'Italia non è da meno. Se infatti sommiamo la partecipazione ai pellegrinaggi locali e regionali, sempre più frequenti durante il corso dell'anno, possiamo notare senza problemi che numericamente il mondo del Summorum Pontificum italiano è ormai molto radicato, quantificabile nell'ordine delle decine di migliaia di persone.

Come sempre noi saremo presenti in forze e, dato che alcuni di noi cercano moglie, le ragazze tridentine hanno un ulteriore buon motivo per partecipare.

Per il programma:
https://populussummorumpontificum.com/2018/01/06/programma-previsionale-2018/

Proponiamo inoltre una lettura decisamente interessante, riguardo la Messa Tridentina.
"Storia del Messale tridentino", dell'abbé Claude Barthe (che intervistammo tempo fa).7

Sinossi:

L'opera liturgica realizzata dal Concilio di Trento e dai papi successivi fu la canonizzazione del culto romano per come aveva preso forma nel corso del medioevo. L'autore ha scelto di focalizzare la sua attenzione sul periodo posteriore a questa canonizzazione, tracciando una panoramica approfondita che va da Pio V a Giovanni XXIII. La parte iniziale del presente lavoro è dedicata allo studio della messa romana a partire dalle sue origini, nell'ultima, si sottolinea invece la stupefacente sopravvivenza, dopo il Vaticano II, del messale tridentino, che è poi arrivato a essere definitivamente riconosciuto dall'autorità romana. L'autore giunge infine alla conclusione che la storia del messale tridentino è ancora ben lontana dal poter essere archiviata. Questo lavoro costituisce dunque un compendio, il più completo possibile, di una storia liturgica di cui la linearità generale prelude a stupefacenti nuovi sviluppi.

 

24 gennaio 2018

Il galateo della messa

di Donizetti
La moltiplicazioni dei pani e dei pesci è realmente avvenuta.
E’ stato un miracolo straordinario se pensate che Gesù ha dato da mangiare circa a 10 mila persone: nessuno lo aveva mai fatto Questo è il quarto segno della manifestazione di Gesù: epifania, battesimo, nozze di Cana, moltiplicazione dei pani e dei pesci.
Questo pane che Gesù ha moltiplicato è prefigurazione dell’Eucaristia, che Gesù istituirà nell’Ultima Cena. Il Pane Eucaristico che in tutto il mondo, in ogni s. messa del mondo, a ogni ora, del giorno e della notte viene consacrato e moltiplicato per tutti cattolici del pianeta. Potremmo dire che quel miracolo non si è mai fermato fino al giorno di oggi, dove in ogni s. messa sulla calvario che è l’altare, Gesù stesso si immola in modo incruento. E’ in mezzo al popolo di Dio, per l’opera dello Spirito Santo, presente con il Suo Vero Corpo e Vero Sangue.

Capiamo allora che se Dio è presente, se Gesù è davanti a noi, se addirittura possiamo mangiare il Suo Corpo, ci dobbiamo comportare in una certa maniera, con un galateo.
Il galateo è quella sapienza che ci insegna come comportarci con gli ospiti in un certo modo, per accoglierli al meglio possibile, per essere gentili e premurosi nei confronti dell’invitato, dell’amico, della personalità importante. Il galateo ha la pretesa di dire come vestirsi, come comportarsi, come muoversi col corpo, quali gesti, quali silenzi, con quali modalità anche del tempo.
Come è il nostro comportamento? Non nei confronti di un vip, o di un politico, o di un presidente, ma nei confronti del Re dei Re, del Figlio di Dio?
Tante volte lascia a desiderare… o peggio è lasciato al caso e alla spontaneità. Niente di più sbagliato! Se per un ospite importante c’è un modo di comportarsi, ancora di più nei confronti di Gesù.

1)La puntualità nell’arrivare in chiesa, almeno 10 minuti prima. Entrare bene al cospetto di Dio, facendosi il segno di croce bene e non frettolosamente, con l’acqua santa. Scendendo fino a terra piegando il ginocchio, facendo la genuflessione per farsi piccoli difronte a Dio.
2)Scelgo le panche piuttosto che le sedie, che ci permettono di inginocchiarci, e comunque anche se sei sulla sedia il pavimento ti permette di inginocchiarti.
3)Salutiamo il Signore Gesù presente dentro il tabernacolo col silenzio, perchè nel silenzio Dio parla. Allora non solo metto il silenzioso al cellulare o la vibrazione ma lo spegniamo proprio, perchè i messaggi che ti arrivano durante la messa ti distraggono, anzi meglio…lo lasciamo a casa. A me piace quando vado a messa lasciare il telefono in casa, perchè è come quando vado a fare una passeggiata con un amico a cui tengo, non voglio che neanche la minaccia di una vibrazione di messaggio mi disturbi.
4) Prendi il libretto dei canti e con le tue risposte che devono essere ad alta voce e convinte dici il tuo sì a Dio. I nostri amen dicono: così sia! sono d’accordo! sì Gesù! Anche Con il canto sacro, che non è mai un momento di intrattenimento, ma di meditazione che ti fa alzare lo sguardo e il cuore a Dio, l’anima nel più alto dei cieli, preghi.
5) La postura…molte persone dicono che si distraggono nella preghiera, persino a messa. Si provi a stare con le mani giunte tutta la messa. Anche il corpo prega, si vedrà la differenza.. provare per credere, è quel galateo di gesti che ci aiuta ad accogliere bene l’Ospite Divino nel nostro cuore.
Soprattuo alla consacrazione quando si rinnova il miracolo dei miracoli, ci si mette in ginocchio, nessuno rimane in piedi davanti a Dio! Le mani giunte, lo sguardo sull’altare e il cuore e la mente pronti ad Adorare il Corpo e Sangue di Gesù e a dirgli in quel momento le cose più importanti della nostra vita.
6) Recarsi a ricevere il corpo di Cristo se si è in stato di grazia. Non vai a tavola col vestito sporco o le mani sporche…e a non lavarti fra una settimana o un mese, lo sporco aumenta, o due volte all’anno… ma ci si lava tutti i giorni…i santi si confessavano tutti giorni, noi almeno una volta al mese dovremmo farlo.
7) in fila per la Comunione, che è bene prenderla sulle labbra, i santi facevano così, cerchiamo di imitarli, non si vede quello o quella persona o ci si saluta con lo sguardo, ma tenendo le mani giunte in preghiera prego il mio angelo custode che mi accompagni in quel momento e prego per la persona che mi sta davanti perchè riceva bene Gesù.

I riti e i gesti ci sostengono e sostengono la Chiesa da duemila anni, continuiamo a farlo e a insegnarlo!

 

07 novembre 2017

Mezzogiorno d’incenso


di Edoardo Dantonia

L’aria era impregnata d’incenso, quasi ci si trovasse in mezzo a una nebbia fluttuante. I volti tutt’intorno erano di pietra, le mascelle contratte, i muscoli tesi, pronti allo scatto. Gocce di sudore colavano sulla fronte del signor X, il quale era troppo concentrato per potersene curare. La signora Y strinse il bastone tra le mani, producendo uno scricchiolio tra il legno e la scorza della sua pelle rugosa. I signori Z, muniti di bimbo piangente, tentavano di bloccare la piccola piovra che si agitava tra le loro mani, senza mai spostare lo sguardo da P.
La tensione cresceva sempre di più. P alzò lo sguardo, mandando giù per la gola un groppo di ansia. Sapeva che il momento era giunto. Poteva tergiversare quanto voleva, ma prima o dopo avrebbe dovuto fare i conti con la realtà. Non era la prima volta che assisteva a quello spettacolo, ma nessuno potrebbe mai essere preparato abbastanza a ciò che stava per accadere. Col sudore che gli imperlava la fronte, lanciò uno sguardo alle facce immediatamente dinnanzi: tutti gli occhi erano puntati su di lui, in spasmodica attesa.
Trattenendo il tremolio delle sue mani disse infine, con voce il più possibile solenne: “Io vi benedico”. Le gambe degli astanti si mossero appena, mentre il prete alzava la mano destra pronto al segno di croce, “nel nome del Padre”, qualcuno strinse la panca di fronte a sé, “del Figlio”, i piedi fremettero, “e dello Spirito Santo”. Come dopo lo sparo che segnala la partenza dei cento metri, la platea si scaraventò fuori dalle panche con la foga di un esercito di spartani. Le prime vittime erano, come sempre, quelli che sedevano alle estremità (a meno che si trattasse di qualcuno abbastanza veloce da dileguarsi in tempo). Ginocchia sbucciate e rotule fratturate seguivano alla genuflessione di chi si arrischiava a compierla in quel frangente. E questo quando non venivano calpestati da individui pratici, i quali evitavano quel gesto per raggiungere più velocemente la salvezza. Santini, foglietti e libri di canti sferzavano la nebbia di incenso.
Il prete disperato provò a dire: “La messa è finita, andate in pace”, ma ognuno pensava ad uscire di lì sano e salvo. La signora Y riuscì a farsi strada per un pezzo mulinando il suo bastone. I coniugi Z purtroppo caddero, risucchiati dalla marea di persone. Il loro pargolo riuscì invece a salvarsi facendo un balzo e saettando tra le numerose gambe che si alternavano. Il signor X si fece largo a spallate fino all’uscita, poi si ricordò che doveva ancora segnarsi. Si voltò verso l’acqua benedetta e vide che accanto era appena apparsa la signora Y. Gli sguardi dei due s’incontrarono, le palpebre si strinsero. Mezzogiorno di fuoco a confronto impallidiva. Attorno la folla ancora lottava per l’uscita. In un attimo i due si lanciarono verso la vasca. La signora Y saltò come una lepre nello stesso istante in cui il signor X aveva raggiunto l’acqua, lo spinse via con una forza impensabile per una donna di quell’età e riuscì a segnarsi intingendo le dita nel liquido benedetto. Il signor X ruzzolò qualche metro più in là, sconfitto.
Pian piano la folla si esaurì. Quando anche gli ultimi sopravvissuti lasciarono la chiesa, e gli ultimi foglietti volanti ricaddero a terra, sembrava di essere sul campo di Waterloo dopo la disfatta francese. Come ogni domenica, il povero sacerdote si preparò a raccogliere i feriti, ma sempre pronto ad un’altra messa, pronto ad un’altra battaglia. La battaglia contro gli idoli che trascinavano la gente fuori dal tempio, solo per gettarla in altri templi; templi in cui, invece di essere salvata, veniva perduta.

https://www.thesparklings.it/mezzogiorno-dincenso/


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04 agosto 2016

Islamici alla S. Messa, qualche appunto


di Amicizia San Benedetto Brixia

Bagnasco ha difeso la presenza dei musulmani nelle chiese, giudicandola una manifestazione positiva di dialogo da parte dell’Islam moderato. Come commentare? Io reputo, da opinionista più che da teologo, che certi segni siano sconvenienti in questo periodo storico. Il rischio di svilire i sacramenti cristiani, di banalizzare la simbolica liturgica, di profanare la sacralità cattolica, di confondere il pregiudizio islamico, di inebetire il Popolo di Dio, di stanziare su di una retorica sterile e insignificante è troppo alto.

Svilire i sacramenti cristiani: la Santa Messa diviene un siparietto cui chiunque può accedere, spinto da ragioni ideologico-politiche - tutte da verificare - anziché mistico-spirituali.

Banalizzare la simbolica liturgica: come avvenuto nelle chiese in cui ai musulmani è stato distribuito del pane comune, inevitabile debosciamento dell’adorazione eucaristica, già cronicamente in crisi nei post-moderni - e già era azzardato consentire l’accesso indifferente al cospetto del Mistero supremo.

Profanare la sacralità cattolica: come avvenuto nelle chiese in cui i musulmani hanno intonato versetti coranici, ad onta dell’annuncio sacro delle Scritture che in ambito liturgico realizzano la comunicazione stessa dello Spirito Santo e dell’unico Dio Trinità - e rimane sciocco far leva sulla Messa anche solo per dar voce ai proclama di pace, quasi che la Messa debba piegarsi a funzioni educative da libro Cuore, anziché concentrarsi sulla glorificazione divina e sulla santificazione dei battezzati.

Confondere il pregiudizio islamico: per la quasi totalità degli islamici il gesto domenicale è un segno di arrendevolezza cristiana, per molti di apostasia.

Inebetire il Popolo di Dio: il popolo cristiano è già confuso, lacerato e disorientato, non può che uscire ulteriormente confuso e debole dalle pantomime filo-coraniche; per molti parrocchiani la pace sociale stornata a suon di chiacchiericci precede e a tratti sostituisce l’adorazione cultuale nel suo assoluto valore a pro dell’eterno e della storia.

Stanziare su di una retorica sterile e insignificante: quale frutto avrà questo gesto fantoccio? In che modo muoverà i cuori dell’Islam conquistatore? Che frutti può portare la sottomissione dei codici liturgici ai codici retorici dello spettacolo?

Mi pare che tali episodi realizzino l’appiattimento della Divina Liturgia su quei piani sociologici vagheggiati teoreticamente da Paolo VI, riformati da Benedetto XVI alla luce degli abusi, rinnovati da Francesco sull’onda di opinabili entusiasmi, la cui intentio profundior non è cattiva, ma la cui realizzazione si rivela viepiù dannosa per il senso liturgico, l’educazione spirituale e sociale dei christifideles, l’autocomprensione della Catholica, l’evangelizzazione degli acattolici.

Peraltro non mi scandalizzo per l’evento in sé, molte sono le occasioni in cui le chiese accolgono degli acattolici, ma si tratta sempre di occasioni diplomatiche, in cui essi partecipano da ospiti ossequiosi e ai quali non si piega in nulla la liturgia; piuttosto la denuncia fondamentale che svolgo è quella di aver frainteso il contesto comunicativo (siamo nell’eone sbagliato per certe cose) e di aver reso ambiguo, quando non pernicioso, il gesto in sé plausibile, piegando l’identità della liturgia ad una funzione civica. Direi che l’atto rischia di essere liturgicamente contro-natura, mentre il messaggio mediatico rimbalzerà in modo capovolto.

Cosa si poteva proporre? Io avrei proposto un momento di preghiera extra-liturgico, possibilmente in una piazza pubblica e alla presenza dei governanti (hanno il coraggio di esserci solo quando c’è da sposare gli omosessuali? Credo di no). D’altra parte avrei comandato al clero di celebrare Messe di riparazione e di conversione, giusta gli appositi rituali.

L’imbarbarimento liturgico ha già prodotto fin troppi danni, di qui i fondamentalisti e di lì i nichilisti, a che giova perpetuare tale massacro dei riti? Forse si pensa che quanto non seppero operare le sacre liturgie della Tradizione, col fare posto a Dio, lo realizzeranno i nostri improvvisati mezzo-culti da cinepresa, col fare spot agli uomini? Con tutto il rispetto per mons. Bagnasco, cui va la mia costante venerazione e stima, ne dubito fino a prova contraria.
 

29 gennaio 2015

Le Forme del sacro (II parte)


di don Maur

Il rito romano nella forma straordinaria

Il terzo capitolo presenta “Il rito romano nella forma straordinaria”. Le suggestioni teatrali e le coordinate liturgico-performative delle due sezioni precedenti sono ora applicate alla FE. Dapprima vengono spiegate le tappe storiche cha anno portato con San Pio V al consolidamento del messale tridentino, particolarmente la necessità di restaurare la ritualità tradizionale offuscata dalle ampollosità medievali occorse, e quella di ribadire e rinforzare il carattere della Messa quale Sacrificio in opposizione ai riduzionismi luterani. Segue l’analisi drammaturgica dell’ordo Missae che coincide con l’illustrazione ragionata delle principali parti del rito. Non voglio seguirla nei suoi particolari, la cui finezza potrete gustare da voi stessi nelle agili pagine dedicate al tema. Noto solo essere una scelta felice, da un punto di vista euristico, lo sguardo di simpatia e benevolenza con cui l’autore considera gli usi tradizionali fin nei loro dettagli, il che permette di ricostruire senza irrisione il senso e l’apprezzabilità delle diverse componenti affrontate: il valore della lingua latina, la modulazione di tonalità nel recitativo del sacerdote, la costitutività rituale del silenzio (oggi perduta, come diremo), la studiata normatività del canto, l’accortezza spirituale e rituale riflessa fin nella tipografia dei messali, l’orientamento spaziale dell’altare e lo slancio sacrale del presbiterio (balaustre, gradinate, solennità); la valorizzazione della corporeità nella preghiera fisica, l’importanza della fissità gestuale contro ogni indebito spontaneismo.
Su tutto viene messo in luce, a mo’ di ricetta vincente, il ben difeso tripode “intenzione, attenzione e azione”, la FE infatti «conserva la più importante proprietà del ritus che è quella di operare una trasformazione sulla realtà», possibile proprio perché «la liturgia antica è dominata dalla azione, dal gesto, dal corpo, dal movimento...». A questa riflessione sulle componenti drammaturgicamente connotanti del rito segue una presentazione sintetica e schematica dell’ordo liturgico, propriamente didattica ed utile a chi non ne conoscesse la scansione precisa. Martinelli da ultimo indica i limiti della liturgia tradizionale insorti da Trento in qua, e li individua nell’accumularsi di influssi dell’umanesimo (latore di un entusiasmo ingenuo per l'antico), del protestantesimo (che accentua l’intimismo amorfo), dell’illuminismo (fautore di un razionalismo logocentrico deleterio per le dimensioni dell’emotivo e del corporale); ad essi vanno assommate una eccessiva rigidità e fissità, caratteri spuri per la liturgia, dipesi da un controllo rigido da parte delle gerarchie attuato senza sufficiente formazione e aggiornamento, sì da ridurre nei secoli la stessa scienza liturgica a mera compilazione e studio di rubriche; infine si denuncia la decadenza di una liturgia ormai incrostata dai principali difetti del ritualismo moderno (molti dei quali curiosamente corrispondenti alle brutture di tante celebrazioni contemporanee): razionalismo, confusione, logocentrismo, cattivo gusto, trascuratezza. Sul terminare del capitolo l’autore non manca poi di tratteggiare la difesa della participatio liturgica rettamente intesa, per la quale il fedele “più che capire, vuole anzitutto vivere un’esperienza spirituale”; indicazione significativa e felice punto di raccordo su cui FE e FO dovrebbero convergere sempre. 

Il rito romano nella forma ordinaria

Il capitolo quarto riprende, pressoché in parallelo col precedente, le tematiche e le analisi fin qui svolte, applicandole questa volta al “Rito romano nella forma ordinaria”. Echeggiano in apertura le importanti considerazioni dell’ancora card. Montini: «tutto sembra cospirare a rendere difficile l’intelligenza della liturgia, specialmente all’uomo moderno abituato a ridurre ogni sua cosa ad un’estrema intelligenza e credere di capire una verità quando ha potuto figurarla in un’immagine sensibile, in una figura geometrica, in uno schema intuitivo». Le ragioni del rinnovamento sono così riportate da un lato all’influsso del nuovo ordine mondiale «che ha plasmato una nuova coscienza umana consacrando definitivamente la centralità dell’uomo con le sue libertà ed i suoi diritti», dall’altro alla volontà della Chiesa di fornire col nuovo ordo Missae «maggior spazio alle spiegazioni teologiche e spirituali come fossero una sorta di iniziazione teologica, biblica e pastorale, limitando il più possibile le regole cerimoniali». La ricognizione storica però, a fronte di nobili intenti, deve ammettere che la riforma non si è «mai conclusa definitivamente» ed è pure rimasta in scacco di una articolata ed ambigua dialettica tra intenti conciliari e comitati post-conciliari. L’osservazione forse più acuta e pungente in merito alla genesi storica della FO è dello studioso Ratzinger, il quale nota come «al posto di una liturgia frutto di uno sviluppo continuo è stata messa una liturgia fabbricata», sì da avere un cerimoniale creato, non generato. L’accentuazione della dimensione sociologica, simposiale ed orizzontale è ricostruita dalle stesse dichiarazioni di Paolo VI. In sintesi la FO insiste sulla Messa come luogo di istruzione, memoria dell’ultima cena, realizzazione di una comunione fraterna, il che spiega il consequenziale ridimensionamento di «tutte quelle preghiere che esprimono l’indegnità dinanzi al mistero che si celebra» o anche il prevalere del «carattere di lode e ringraziamento mentre viene ridimensionato l’aspetto propiziatorio e impetratorio». Si innesta qui l’analisi drammaturgica – invero poco generosa - cui non sfugge anzitutto l’eliminazione del punto fermo che separa la parte narrativa dalla parte sacramentale, e annota la nuova gestualità sacerdotale fatta di «gesti minimi e sobri adatti al memoriale», ove le stesse «rubriche non richiamano più i movimenti di Gesù e non indicano una mutazione gestuale e tonale fra narrazione ed azione». La volontà di coinvolgere i fedeli sul piano razionale, mentale, intellettivo è ulteriormente confermata dalle parole del beato pontefice bresciano: «vale di più l’intelligenza della preghiera, che non le vesti seriche e vetuste di cui essa s’è regalmente rivestita; vale di più la partecipazione del popolo, di questo popolo moderno saturo di parola chiara, intelligibile, traducibile nella sua conversazione profana». In questo modo la FO compie quasi programmaticamente «il passaggio da una chiarezza dei testi delle orazioni ad un loro sostanziale impoverimento» e più in generale «porta tutto allo scoperto, aggirando il senso del mistero e riducendo il senso del sacro» con l’esito paradossale di una «nuova forma di clericalismo» imposta dall’ingombrante «giovialità e la familiarità del celebrante con la congregazione» (Von Balthasar).
Andando ad esaminare le singole componenti dell’azione rituale registriamo una «sovraesposizione fonetica, nella loquacità impropria dei sacerdoti e dei commentatori» (difetto già emerso nelle fasi decadenti della FE), nella marginalizzazione del silenzio che non è più «parte integrante dell’accadere della celebrazione, ma piuttosto una pausa» al punto che «l’unico momento in cui il silenzio riveste un ruolo fondamentale è al momento dell’elevazione delle specie transustanziate, tuttavia l’acclamazione dei fedeli dopo il Mistero della fede si presenta come un elemento di forte discontinuità». Caoticità, allegria superficiale, disturbo, superficialità, auto-compiacimento, ambiguità sono gli ulteriori caratteri spesso suggeriti e favoriti dalle novità della musica (invadente, profana), dello spazio (circolare, appianato, spettacolarizzato), dei gesti (tra censure di antiche prassi e insignificanza delle nuove), dalla penuria di attenzioni riservate alle specie eucaristiche. A fronte di ciò Martinelli riporta la dura provocazione di Artaud, maestro del “Teatro delle crudeltà”, «un teatro che subordini la regia e lo spettacolo al testo è un teatro di idioti, di pazzi, di inveriti, di occidentali», e chiosa con una osservazione piana: «le performance rituali proprie della tradizione cristiana possono apparire minimal, tuttavia ogni gesto, ogni azione, ogni movimento necessitano di essere recuperati ed eseguiti con la massima cura, perché se messi in atto tutti insieme con serietà e precisione risultano altamente efficaci». Conclusa la disamina drammaturgica, segue anche in questo caso l’elencazione schematica delle singole parti del rito. A conclusione di capitolo vengono quindi presentati i limiti della FO, si tratta di giudizi tanto onesti e rispettosi, quanto severi, in cui viene sottolineata la dialettica teatro-massmedia, dromenon-legomenon, azione-narrazione, comprensione-intelligibilità, emozione-mente, esoterico-essoterico quale importante cifra ermeneutica della riforma avvenuta, tale da portarci a dichiarare che «il rituale cristiano ha subito una cattiva sorte» divenendo «un fatto cognitivistico che avrebbe dovuto essere immediatamente funzionale alla pastorale». E’ il trionfo dell’illuminismo de facto, come sottolineato da un lucido card. Martini: «tutto si era razionalizzato, codificato… regolato dalle leggi della psicologia, della comunicazione sociale… ci sono delle esplosioni interne della fede che non si possono ridurre a formule e che nella liturgia precedente, attraverso il mistero, in fondo erano tutte meglio presenti». Si badi bene: che non si tratti di una critica ottusa alla FO, bensì di una disamina accorata, lo si deduce dal fatto che Martinelli ha individuato il problema non nel Concilio o nella Riforma successiva in quanto tale, bensì negli eventi storici specifici che l’hanno attualizzata ed interpretata, particolarmente nella «tendenza a sviluppare i principi del Concilio in una sola direzione» e cioè «assumendo le forme indefinite e confuse del post-moderno», che hanno generato «un eclettismo di rappresentazioni senza fine» tali da rendere noi tutti «testimoni di una catena di performance che nascono e muoiono» e da suscitare quale fenomeno socio-culturale il «ritorno minaccioso del chaos contro il kosmos». E ancora, l’autore distingue tra i precetti liturgici e la prassi ribelle di «molti preti che hanno elevato deliberatamente la desacralizzazione a livello di un programma», riducendo «la liturgia alla lingua e ai gesti di una vita ordinaria» in cui il rito «viene vissuto come se non oltrepassasse il senso e il valore di un incontro conviviale fraterno». In ultima istanza, dopo le osservazioni relative alla storia e alla drammaturgia rituale, dopo le considerazioni inerenti le applicazioni caoticizzanti della FO, giungiamo ad un terzo e sottile problema, quello della corsa ai rimedi. Purtroppo, quand’anche nella diagnosi si riesca a trovare consonanza di vedute (il che non è molto frequente), si alimentano subito nuove divergenze quanto alla cura da applicarsi, ed ecco dunque che i moderni «liturgisti o animatori liturgici, per togliere la messa dal pantano raziocinante e renderla più coinvolgente, sbizzarriscono la loro fantasia», facendo subentrare danze, canti pop, applausi, banalità e pastiche tutti connotati a loro volta di chiari accenti «post-moderni: l’interdisciplinarietà, la disorganizzazione dei segni, l’ambiguità ed arbitrarietà delle interpretazioni», il cui risultato «è frutto dell’inventiva di un pugno di persone abili e capaci»
 
Conclusione

La conclusione riprende le suggestioni del teatro contemporaneo e le eleva a possibile paradigma di risanamento liturgico, ribadisce il coraggio del teatro novecentesco «di emanciparsi dall’intellettualismo, dalla letteratura e dalla psicologia, per recuperare il rapporto con la performance fisica e le sue origini attuali» mentre «la liturgia ha continuato la strada verso la modernità», allude nuovamente all’opportunità che il rito sacrificale impari qualcosa dal Teatro delle Crudeltà (paradossale ironia dei semina verbi di conciliare memoria), nello specifico apprezza il fatto che «la liturgia antica sembra possedere una struttura performativa in linea con le caratteristiche formali del rito identificate da Rappaport, cioè la formalità, la ripetitività, la convenzionalità, la canonicità, l’immodificabilità, il potere trasformativo sulla realtà», mettendo invece fuori circuito ogni aspetto «mutevole, sperimentale e instabile» (proprietà della FO). Per Martinelli, in ciò fedele alla linea di Bux, «la speranza è che la forma straordinaria influisca positivamente sulla liturgia ordinaria affinché si recuperi il valore della performance e la liturgia ritorni ad essere una viva ed attiva esperienza di fede».

Per noi l’auspicio è che il saggio di Martinelli possa divenire spunto per un confronto serio, che possa almeno sottrarre la discussione all’arbitrio e al sequestro cui è stata sottoposta fino ad oggi da teologi e liturgisti. Importante sarebbe approfondire il senso della liturgia nell’alveo della storia del teatro e in contrasto con la decadenza del mondo dello spettacolo, magari inserendola in una prospettiva teologico-filosofica attenta ai problemi della post-modernità e della cultura del chaos di ritorno (si pensi alla dittatura iper-razionalistica ed anti-naturalista della gender theory). Allora si potranno ripristinare le ragioni del rito nei suoi inalienabili snodi antropologici ed operare di conseguenza: non per un complotto anti-conciliare o per un vezzo intellettualista, al contrario per rendere il miglior servizio possibile al popolo di Dio nelle sfide che la storia gli presenta, e per dare attuazione nel modo più utile, fruttuoso e significativo al gesto liturgico, cercando non ciò che divide, non la Rivoluzione, ma ciò che unisce, la riforma nella continuità, per un fraterno supporto che la FE e la FO possono e debbono darsi ad maiorem Dei gloriam et salutem animarum! 

 

28 gennaio 2015

Le Forme del sacro (I parte)



di  don Mauro

“Le Forme del Sacro”[1], primo e intrigante lavoro del giovane Luigi Martinelli, fa parte di quei rari scritti che, pur non essendo sostenuti da grandi penne, minuziosi apparati critici o approcci sensazionalistici, merita procurarsi e tenere sullo scaffale: costa poco, è agile e può tornare comodo.

L’argomento del testo è semplice e chiaro: confrontare la vecchia Messa latina con quella di oggi,  più propriamente la forma Extra-ordinaria (FE) e la forma Ordinaria (FO) del Rito latino della Santa Messa cattolica. Ciò che stupisce piacevolmente e, oserei dire, seduce, è il punto di fuga: mettiamo da parte cavilli giuridici, dubbi teologici, sofismi filosofici, nostalgismi un po’ retro e sfizi estetici. Luigi depone questi vecchi e scomodi puntelli e assume lo sguardo del regista: sì, figuratevi un regista – la metafora è mia – un regista di mezza età, non molto avvezzo al domandare religioso e anzi diciamo praticamente ateo, il quale nel corso di una tranquilla mattinata domenicale capiti occasionalmente in un paio di chiese cattoliche, e si trovi ad assistere prima ad un rito antico e poi ad uno moderno (mi si scusi l’ostinata imprecisione nella dicitura). Cosa vede quest’uomo? Cosa prova quest’uomo? Quali gli elementi esterni, oggettivi, culturali, universali che gli parlano?

Propongo il libro a un mio confratello, ma incontro disagio: il Concilio, l’obbedienza, lo Spirito, tutti impedimenta a una riflessione critica sul tema. Ecco, c’è una buona notizia per tutti: c’è uno sguardo nuovo e sempre antico, lo sguardo del drammaturgo, lo sguardo dell’uomo di cultura, del gentile – va tanto di moda! – che ha eletto a suo cortile il palcoscenico, questo sguardo ha qualcosa da insegnarci, ha una dignità di pensiero da restituirci come uomini, una libertà di dibattito che sta al di qua di qualsiasi caposaldo religioso, un’apertura di vedute che ci permette il confronto sereno e spregiudicato persino sulla liturgia (che è pur sempre una realtà di questo mondo), e il tutto senza minimamente pensare, né tantomeno aver da ridire, circa i precetti che la Chiesa, madre amorosa, dispensa ai fedeli.



Spendo un’ultima parola su questo tema e poi inizierei con voi a scorrere, passo passo, gli snodi più brillanti del saggio.

Il momento è delicato. In una transizione non facilissima tra Benedetto XVI e Francesco si assiste ad un significativo travaglio di alcuni settori ecclesiali, non ultimi quelli affezionati alla Tradizione e alle Sue forme liturgiche. Se da un lato c’è chi ha scritto “Questo Papa piace troppo” o va addirittura asserendo che “Non è Francesco” il Papa, dall’altro ordini serafici come i Francescani dell’Immacolata sono stati severamente duramente commissariati per cause opinabili e non pochi sacerdoti hanno iniziato a subire pressioni ingenerose per il loro stile liturgico “benedettiano”. Rispetto a ciò tornano in mente le dichiarazioni perentorie di san Basilio Magno: «solo un peccato è ora gravemente punito: l’attenta osservanza delle tradizioni dei nostri Padri. Per tale ragione i buoni sono allontanati dai loro Paesi e portati nel deserto». E’ in questo clima greve e decisamente poco sereno, non privo di eccessi da entrambe le sponde, che scende attesa come rugiada sul vello l’indagine di Martinelli. Per noi comuni mortali, affatto digiuni di battage teologico-dottrinali, felici della situazione ordinaria della santa Chiesa, ma anche desiderosi di riscoprirne con serenità i perpetui tesori liturgici, serviva giustappunto un corridoio neutrale attraverso cui divincolarsi dai lacci delle polemiche facili e garantirsi i doni universalmente e legittimamente dischiusi col Motu Proprio Summorum Pontificum. Ripartiamo da una prospettiva antropologica, ripassiamo con i maestri del teatro la grammatica del più verace linguaggio simbolico, sforziamoci di ricostruire il sensus liturgico con mitezza e pazienza, con umiltà e perseveranza, incominciando da ciò che ci unisce e cioè la cultura, l’humanitas, l’arte, la bellezza. Ci prende per mano Martinelli in questo nuovo itinerario, il cui obiettivo finale, ricorda mons. Nicola Bux dalle pagine della Prefazione, «vuole essere quello di comparare la liturgia cristiana e il mondo del teatro, non soltanto sotto il profilo di presunte analogie, ma per suggerire una rivalutazione della performance rituale in ambito liturgico». Della prefazione di Bux dovremo trattenere anche una seconda importante considerazione, laddove con Terrin si ricorda che «la ritualità è il sostrato comune di ogni liturgia... sia che i liturgisti acconsentano a questo fatto sia che lo neghino per motivazioni allotrie o pregiudiziose», principio fondamentale di razionalità e trasparenza epistemologica, vero baluardo di libertà della ratio contro ogni nuova forma di fideismo liturgico.



Le forme del sacro



Veniamo al testo vero e proprio, che si apre con una ricognizione di gusto squisitamente teatrale, in cui si fissano alcuni fondamentali teoretici e storici della disciplina. Si parte ricordando che «l'azione rituale è il primo momento di organizzazione dell'esperienza che facciamo», e puntualizzando che «la rappresentazione del reale come puro pensiero vale soltanto per noi occidentali post-industriali che non conosciamo più l'importanza del corpo», dal che si capisce l’urgenza di uno studio in cui, «oltre il riduzionismo contemporaneo del cristianesimo, diviso tra dimensione conoscitiva e dimensione etica, lo studio della performance permetta di recuperare il valore della azione», che va ricompresa quale «intreccio indissolubile di forma e contenuto» attraverso cui «le credenze cosmologiche vengono trasmesse». Forti di questa lezione veniamo quindi invitati a individuare le dimensioni fondamentali della ritualità, luogo in cui si «innesca una contrazione della creatività»; si afferma una formalità che propriamente «consente l'efficacia del sacramento»; vengono portati «in primo piano i significanti non i significati, il comportamento convenzionale non quello intenzionale»; si garantisce una impressione di stabilità (anche solo presunta), per la quale risulta «meno importante che il rito per secoli e secoli sia rimasto del tutto invariato, piuttosto che esso sia percepito e vissuto dai partecipanti come appunto invariato»; ed infine, nella ricchezza di relazioni intrattenute tra rito e teatro, si comprende quanto sia «importante la dinamica della formalità ripetitiva come un meccanismo fondamentale ed efficace».

Donde nasce allora la distanza attuale tra ritualità performativa e liturgia cristiana? Essa si instaura nella visione dei «protestanti, sostenitori della religiosità spirituale e del rapporto interiore tra l'uomo e Dio», cui cronologicamente segue «l'atteggiamento moderno… quello di svalutare il rituale, spostando l'attenzione dal suo potere emotivo al suo significato», per poi slittare sulla risposta della controriforma cattolica con cui si «separa nettamente il sacro e il profano, che nel medioevo erano mescolati». E’ in tal modo che entriamo nella pienezza della modernità con la conseguente «dittatura del logocentrismo». Servirà quindi qualche secolo per riuscire a divincolarsi da tanto angusto reticolo, cosa che avverrà provvidenzialmente col teatro novecentesco, ma solo con esso. Non altrettanto infatti possiamo dire circa gli esiti della liturgia contemporanea, che evidentemente «non ha recepito l'istanza simbolica del teatro novecentesco, propendendo per l'assunzione mitigata delle proteste luterane, fino ad entrare in una rischiosa competizione con tutti quei mezzi di comunicazione, rappresentazione... da cui il teatro, per non essere sopraffatto, si è tenuto lontano». Giudizio tagliente e per molti scomodo, però argomentato, profondo e perciò meritevole di studio e riflessione.



Performance nel rito romano



Facciamo un passo ulteriore, andiamo a guardare in modo sommario agli aspetti drammaturgici che contraddistinguono in linea generale la liturgia cristiano-cattolica. Cosa bisogna tenere da conto in una analisi del rito nell’ottica della performance? Lo puntualizza il secondo capitolo. Si parla anzitutto dell’imprescindibilità della forma, perché il rito «si esprime a livello esteriore», ma anche del suo legame indissolubile con il contenuto. Qui si argomenta la plausibilità di una duplice formalità rituale in seno al cattolicesimo latino – passaggio delicato, ne avvisiamo Martinelli, tale da procurargli i duraturi odi da sponda conservatrice e progressista –, in quanto fondata sulla duplice polarità tematico-contenutistica del culto eucaristico: sacrificio e cena.

Segue la presentazione delle componenti rituali fondamentali, illustrazione né minuziosa né trascurata di alcuni elementi emblematici che verranno successivamente scandagliati nel loro differente modo di presentarsi all’interno della FE e della FO. Si descrivono dunque ruolo e importanza del linguaggio, della vocalità, del canto e del silenzio, dei gesti corporei, degli arredi e del vestire considerati quali parti imprescindibili della ritualità e suoi momenti performativi essenzialiIn queste pagine l’autore opera così una prima fusione tra liturgia e teatro, immergendosi ormai definitivamente nel primo dei due ambiti, getta uno sguardo panoramico sui grandi temi del suo studio, fornisce al lettore un vocabolario introduttivo, il tutto echeggiando fenomenologie del liturgico dal sapore inconfondibilmente e piacevolmente guardiniano.

[1] Luigi Martinelli, Le forme del Sacro. La performance nel rito romano, Cavinato, Brescia 2014. Già disponibile in ebook e dal gennaio 2015 anche in stampa cartacea.

 

06 settembre 2014

"Scambiatevi un segno di pace": fine della ricreazione?

di Marco Mancini

Avete presente il trambusto in cui ci si imbatte di tanto in tanto durante la Santa Messa (ovviamente parliamo del Novus Ordo), nel bel mezzo dei Riti di Comunione, dopo il Pater Noster e immediatamente prima dell’Agnus Dei? “Scambiatevi un segno di pace” diventa un po’ una sorta di “tana libera tutti”: sacerdoti che abbandonano il presbiterio per passare, come rockstar al termine di un concerto, a salutare tutti i fan intervenuti, fedeli che si spostano dal proprio banco in prima fila per raggiungere il cugino di secondo grado seduto all’inizio della navata, canzonette schitarrate per l’occasione o bambini convocati all’altare per fare un po’ di spettacolo. Insomma, basta guardare qualche filmato (es. quiper rendersi conto del ridicolo che spesso circonda un momento che, in teoria, dovrebbe essere propedeutico alla distribuzione della Comunione, cioè della Presenza Reale di Colui che solo può darci la pace, la vera pace, “non come la dà il mondo”.

Se è vero che, come la madre di Joseph Ratzinger era solita ricordare a suo figlio, ciò che è stupido non può essere cattolico e viceversa, da tutto questo si può percepire l’avanzato stato di protestantizzazione in cui, volente o nolente, versa certa liturgia post-conciliare. Se poi si pone mente al carattere giudaizzante di buona parte delle canzonette, la sensazione diventa certezza: come osservò l’ebreo Bernard Lazare, infatti, “la Riforma, sia in Germania che in Inghilterra, fu uno di quei momenti in cui il Cristianesimo si ritemprò alle fonti ebraiche. Con il protestantesimo lo spirito ebraico trionfò” (cfr. i contributi ripubblicati da Andrea Giacobazzi nel suo ultimo volume, Anche se non sembra). E allora più Evenu Shalom per tutti:



A Roma si cerca, di tanto in tanto, di tappare qualche falla, non sempre con tempestività. L’8 giugno scorso, la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti ha emanato una circolare (qui il testo completo) indirizzata a tutte le Diocesi, contenente alcune linee-guida su “L’espressione rituale del dono della pace nella Messa”. Essa chiarisce, innanzitutto, che il segno di pace non è affatto un momento indispensabile della celebrazione eucaristica, ma “si può omettere e talora deve essere omesso”, qualora lo consiglino ragioni di opportunità. Quindi si procede a una stretta nei confronti degli abusi, raccomandando di evitarne almeno tre: l’introduzione di un “canto per la pace”, lo spostamento dei fedeli dal loro posto e l’allontanamento del sacerdote dall’altare per dare la pace a qualche fedele.

Tutti i media hanno ripreso, peraltro con qualche settimana di ritardo, la circolare, attribuendo a Papa Francesco la paternità dell’idea di questa maggiore sobrietà. Tutto risolto, allora? Francesco è divenuto un tradizionalista liturgico? D’ora in avanti, soprattutto, non dovremo più aspettarci abusi? Non è proprio così.

Innanzitutto, come chiarito sopra, la circolare è stata emanata dalla Congregazione per il Culto Divino, presieduta dal card. Antonio Canizares Llovera. Considerato di orientamento “conservatore” (ma neanche troppo), tanto da essere soprannominato “piccolo Ratzinger”, Canizares è stato promosso ut amoveatur ad Arcivescovo di Valencia qualche giorno fa: soluzione non sgradita all’interessato, che pare intendesse tornare in patria, anche se avrebbe preferito la sede di Madrid. Insomma, più che una delle prime decisioni di Francesco, la circolare sul “segno di pace” sembra l’ultima di Benedetto XVI: nel testo, infatti, si afferma che essa è il frutto di una riflessione richiesta proprio da Ratzinger nell’Esortazione Apostolica Sacramentum Caritatis del 2007, pubblicata a conclusione del Sinodo sull’Eucarestia, dove già si osservava che “è stata rilevata l'opportunità di moderare questo gesto, che può assumere espressioni eccessive, suscitando qualche confusione nell'assemblea proprio prima della Comunione. È bene ricordare come non tolga nulla all'alto valore del gesto la sobrietà necessaria a mantenere un clima adatto alla celebrazione, per esempio facendo in modo di limitare lo scambio della pace a chi sta più vicino” (par. 49). Certo, Papa Francesco ha approvato la circolare, ma su questa scelta, tutto sommato abbastanza scontata, non è il caso di fantasticare più del necessario.

A prescindere dagli orientamenti liturgici del Santo Padre, tuttavia, l’elemento problematico è quello della completa inefficacia, già sperimentata in passato, di siffatte “circolari”: come le grida manzoniane, esse continuano a denunciare gli abusi, senza che però questi vengano sanzionati come dovrebbero. I Vescovi sono nel migliore dei casi timorosi o inadempienti, mentre nel peggiore rifiutano di conformarsi alle direttive provenienti da Roma; i sacerdoti peggio ancora. A quanti e quali abusi, spesso decisamente oltre il limite del sopportabile, siamo costretti ad assistere nelle parrocchie? Chi li reprime? Chi si assicura che la liturgia venga celebrata come Dio comanda? Nessuno, appunto.

Del resto, oggi i preti cantano “Mamma Maria” sull’altare, guadagnandosi l’affetto di numerosi fan e partecipando ai talk show della domenica pomeriggio. Oppure benedicono le “fedi” dei travestiti, facendoci rimpiangere ogni giorno di più quel sant’uomo di don Oreste Benzi che, alla domanda su cosa pensasse dei transessuali, rispondeva, con tutto il realismo e il buon senso di cui è capace il cattolico: “Devono curarsi”. E se nessuno ha il coraggio di assumere provvedimenti nei confronti di soggetti del genere, pensiamo forse che qualcosa potrà cambiare riguardo al segno della pace? Inutile farsi illusioni: la crisi della liturgia (e della Chiesa) si prospetta ancora molto lunga.
 

30 luglio 2014

02 maggio 2014

Esperienze di catechismo di periferia

di Agata Calò
C'è una strana tendenza nelle nostre parrocchie, presente da molti anni, ma che sembra si sia molto consolidata ultimamente. Si scrive "strana" e si legge "pessima", per questo spero di essere smentita dall'esperienza di parrocchie diverse dalla mia o dal parere autorevole di qualche esperto in educazione infantile.
 

22 dicembre 2013

Il Padrone del Mondo, di Robert H. Benson

di Francesco Pertici

Libri – Tesi la mano come un poverello di Cristo,
e chiesi dei libri. Libri! Per alimentare
l’intelligenza cattolica, apostolica e romana
di molti giovani universitari. (…)
Perché non comprendono, o Gesù, la profonda
carità cristiana di questa elemosina,
più efficace di dare pane di buon grano?
San Josemarìa Escrivà, Cammino
 

02 novembre 2013

La Missa pro defunctis e il "funereo" Novus Ordo: un parallelo liturgico

di Satiricus 

Oggi mi sento in vena di ecumenismo. E vado in cerca di ciò che ci unisce. Di ciò che unisce la Forma Ordinaria del Rito Latino (FO) alla Forma Extra-ordinaria del medesimo Rito (FE). E trovo il trait d’union nella celebrazione odierna – In commemoratione omnium fidelium defunctorum - o anche, se vogliamo, nelle Missae pro defunctis in generale.
 

21 settembre 2013

L'indulto di Agatha Christie

di Federico Catani
Nutrire riserve sulla riforma liturgica voluta dal Concilio Vaticano II è legittimo. Lo hanno fatto i cardinali Ottaviani e Bacci con il Breve esame critico sul Novus Ordo Missae e tante altre personalità del mondo laico e cattolico, come testimonia Gianfranco Amato nel suo ultimo libro L’indulto di Agatha Christie. Come si è salvata la Messa Tridentina in Inghilterra” (Fede&Cultura, 2013, € 18, pp. 224, prefazione di mons. Luigi Negri). Amato, presidente dei Giuristi per la Vita, ricorda l’appello apparso il 6 luglio 1971 sul Times e rivolto a Paolo VI affinché venisse preservato il rito tradizionale della Messa. In calce al testo, 57 firme di eminenti personalità della cultura, dell’arte e dello spettacolo, anche non credenti. Tra queste spiccava l’anglicana Agatha Christie. Scopo dell’appello era evidenziare come l’eliminazione del rito secolare della Missa Catholica rappresentasse una grave perdita per il patrimonio culturale dell’intera umanità (p. 122).
 

03 agosto 2013

Ancora sulla crisi dei Francescani dell’Immacolata

di FC
Conosco e frequento l’Istituto dei Frati Francescani dell’Immacolata sin dal lontano 2003. La metà delle 20 case (conventi, santuari, eremi, parrocchie) che l’Istituto ha aperto in Italia le ho visitate per celebrazioni, messe, ritiri spirituali. Sono stato per esempio varie volte, e ogni volta per più giorni, nel convento che ospitava un tempo il seminario di formazione teologica a Casalucense, presso Cassino. Ho passato 4 giorni in stretto ritiro spirituale nella casa di contemplazione di Amandola. Sono stato ospite assieme alla mia famiglia presso il santuario di Canoscio, vicino Città di Castello, nella Casa Madre di Frigento ed anche presso il piccolo e antico santuario della Madonna dei Boschi, tra Firenze e Bologna. Presso la comunità di padre Manelli ho trovato, già da molti anni, il mio direttore spirituale, che fa parte del Consiglio Generale dell’Ordine ed è uno stimatissimo teologo e mariologo scotista. Conosco bene tutte le loro pubblicazioni, come Fides Catholica, Annales Francescani, Immaculata Mediatrix, Il Settimanale di Padre Pio, I Quaderni di studi scotisti, De vita contemplativa, etc. Collaboro con alcune di esse, redigendo articoli semplici di taglio apologetico e a volte brevi saggi di analisi storico-teologica. Mio nipote e un mio figlioccio hanno partecipato, con frutti evidenti, ai campi scuola organizzati dai frati, etc. etc.
 

01 agosto 2013

Francescani dell'Immacolata: un provvedimento che danneggia la Chiesa intera

di Federico Catani e Isacco Tacconi

Il provvedimento dell’11 luglio scorso e in vigore dal 12 agosto prossimo, emesso dalla Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata a carico dell’istituto religioso dei Frati Francescani dell’Immacolata, vieta loro di officiare la Santa Messa secondo il rito celebrato nella Chiesa da più di 1500 anni, il cosiddetto “rito antico” o rito tridentino, anche detto “forma straordinaria dell’unico rito romano”, che risale a s. Gregorio Magno. Tale forma mai abolita, lo ricordiamo, era stata liberalizzata e favorita da papa Benedetto XVI nel 2007 con il Motu Proprio “Summorum Pontificum”.

Una faida interna all’Ordine ha creato uno schieramento (maggioritario) a favore della liturgia nella forma extraordinaria e alle direttive del Ministro Generale e fondatore dell’Ordine, p. Stefano M. Manelli, e uno schieramento (minoritario) avverso al nuovo corso. Questa minoranza dissidente ha richiamato così l’intervento delle autorità pontificie. Non ripercorriamo tutta la vicenda. Ne hanno parlato magistralmente il prof. Roberto de Matteila coppia Gnocchi&Palmaro su Corrispondenza Romana, Francesco Agnoli sul Foglio, Corrado Gnerre su Il Giudizio Cattolico e il buon Sandro Magister sul suo sito. Inoltre ormai tutta la blogsfera se ne occupa. In sintesi, a partire dal 12 agosto, i frati FI non potranno più celebrare liberamente secondo il Messale del 1962, ma dovranno chiedere, ognuno singolarmente, l’autorizzazione al commissario posto alla guida dell’Ordine, il cappuccino Fidenzio Volpi. P. Stefano, infatti, è stato destituito e allontanato dalla guida dell’Istituto. Lui che, seguendo l’invito rivolto da Paolo VI agli ordini religiosi di tornare allo spirito dei fondatori, intraprese negli anni Settanta un ritorno alle origini del francescanesimo, con  una vita povera, umile, penitente ed obbediente, per seguire in tutto l’esempio di San Francesco, dando vita, sull’impronta di San Massimiliano Kolbe e del suo amore illimitato alla Madonna, all’Istituto dei Francescani dell’Immacolata.

Con il provvedimento della Congregazione per i religiosi si priverebbe della Messa antica quella fetta crescente di fedeli che, grazie a Benedetto XVI, hanno riscoperto la ricchezza della bimillenaria liturgia della Chiesa, “culmine e fonte” della vita cristiana. Amata e custodita dai santi, alimento e vita dei fedeli di ogni tempo e anche di coloro che vanno a Messa dai Frati Francescani dell’Immacolata. Adesso che succederà? I fedeli laici si dovranno rassegnare a vedersi privati di un loro diritto, riconosciuto da un documento (il Motu Proprio) di rango giuridico molto superiore al decreto della Congregazione dei religiosi, che impone una evidente ingiustizia. Il provvedimento, infatti, recherebbe danno non solo ai FFI ma all’intero popolo di Dio.

E allora qui è il caso di non cedere. I FFI hanno già detto che obbediranno al Papa, con autentico spirito francescano. Dicono che accettano questo momento difficile certi che l’Immacolata non li abbandonerà. Ne siamo sicuri. Eppure, dato che non possiamo rassegnarci a veder penalizzata la perenne Tradizione della Chiesa, manifestantesi nella Sacra Liturgia, ci permettiamo di suggerire qualcosa: perché i padri FI fedeli al fondatore non chiedono udienza al Papa? Perché non redigono un documento in cui, pur sottomettendosi all’autorità suprema del Vicario di Cristo, non spiegano le loro ragioni difendendo il diritto dei fedeli laici a beneficiare dell’Ufficio divino da loro svolto?  

Detto ciò, ne approfittiamo per rivolgerci filialmente a Papa Francesco. Santità, anche noi fedeli legati alla Tradizione siamo pecore. Puzziamo come le altre e pertanto La preghiamo di ascoltarci: abbiamo infatti imparato dai Suoi discorsi che la Misericordia di Dio è infinita. Quindi siamo certi di ottenere attenzione e comprensione. Siamo per lo più giovani, cerchiamo di impegnarci nella vita di tutti i giorni per essere atleti di Gesù, come piace a Lei, andando sempre controcorrente, proprio come Lei ci insegna. Non siamo inamidati e nemmeno pelagiani, perché sappiamo bene che senza la grazia di Dio non riusciremmo a salvarci. Ebbene, noi siamo riconoscenti ai Francescani dell’Immacolata, perché ci hanno aiutato a vivere da buoni cristiani. Questi frati sono poveri davvero, nei fatti, e non solo a parole e questo a Lei dovrebbe piacere, Santo Padre. Quelli che conosciamo non sono zitelli acidi, non hanno la faccia da peperoncino in aceto: anzi, sono allegri, gioviali e simpatici, nonostante facciano una vita dura. Non hanno macchine di lusso, né vivono in appartamenti comodamente arredati. Ora, noi non sappiamo bene quali siano le motivazioni profonde che stanno alla base di questa lacerazione interna all’istituto dei FI, ma un tale provvedimento sanzionatorio recherebbe danno all’intero popolo di Dio che beneficia del servizio liturgico in usus antiquior. La liturgia, infatti, è un bene comune della Chiesa universale, anzi è “il bene” che fonda e alimenta la Chiesa. Privandone i fedeli, contemporaneamente si priverebbe l’intero Corpo Mistico dei frutti spirituali che da essa scaturiscono.

I FI, pur con tutti i loro limiti umani, ci hanno dato e ci danno un esempio concreto di santità vissuta. Santo Padre, in Italia sono questi cari e amati “frati azzurri” a garantire la celebrazione di molte Messe nella forma extraordinaria. Se Lei impedisce loro di proseguire il lavoro svolto sin qui, che ne sarà di noi giovani e meno giovani legati al Vetus OrdoGrazie alla generosità di S.S. Benedetto XVI, che Lei considera “un nonno saggio” da ascoltare, ci siamo accostati all’antico rito e ce ne siamo innamorati, senza per questo diventare scismatici. Molti di noi fanno anche parecchi chilometri per assistere alla Santa Messa in usus antiquior. Eppure non di rado incontriamo difficoltà ed ostacoli, incomprensioni e pregiudizi, spesso proprio da parte di vescovi e preti, ma non solo. In questo senso ci sentiamo davvero gente di periferia. E allora, Santità, Lei che conosce e ama le periferie, venga a visitarci: anche noi abbiamo bisogno delle sue cure e della sua protezione. Lei sa che c’è una povertà pure spirituale, perché l’ha detto, anche se i giornali non se ne sono accorti. Qualora si privasse il popolo di Dio della Messa nella forma straordinaria e magari (Dio non voglia!) della spiritualità e della guida dei Francescani dell’Immacolata si creerebbe un grande vuoto spirituale e un vulnus profondo nel Corpo Mistico. Non crediamo che sia questo ciò che vuole. Noi ovviamente vediamo in Lei il “dolce Cristo in terra” e a Lei ci sottomettiamo filialmente, perché La amiamo come Padre. Ma proprio per questo, La preghiamo di ascoltare le nostre buone ragioni e magari di spiegarci eventuali provvedimenti. Non crediamo di sbagliare nell’amare la forma straordinaria da sempre circondata di onore e venerazione e, Glielo assicuriamo, ciò non ci impedisce di sentire cum Ecclesia. Tuttavia noi ci riferiamo alla Chiesa che ha duemila anni di storia, non solo a quella che va dal 1965 ad oggi. Noi stiamo con i Papi da San Pietro a Lei, e con tutti i Concili, da Nicea al Vaticano II. Santità, mostri il suo volto amorevole e non voglia penalizzare noi fedeli. Nella Chiesa c’è spazio per tutti e coloro che seguono la Messa nella forma straordinaria non sono di certo una “maggioranza”. I provvedimenti necessari per un rappacificamento interno dell’Ordine non sono di nostra competenza, ma Le chiediamo di non privarci della Santa Messa celebrata secondo il Messale del beato Giovanni XXIII, la quale non è appannaggio o esclusiva dei Frati Francescani dell’Immacolata, di cui anzi essi sono servi, ma dono di Cristo e della Chiesa al mondo intero come un tesoro da cui si traggono cose antiche e cose nuove.

FIRMA QUI L'APPELLO DI "CORRISPONDENZA ROMANA" IN FAVORE DEI FRANCESCANI DELL'IMMACOLATA E DELLA MESSA TRADIZIONALE.