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20 dicembre 2018

Uscire nel mondo. Una vita imperfetta e la comunione spirituale

di Aurelio Porfiri
Quando parlo del “monachesimo diffuso”, il mio concetto per cui dovremmo rivestirci dello spirito monastico per dare vita ad una nuova civiltà cristiana, non pochi menzionano la loro inadeguatezza in quanto la loro vita presenterebbe aspetti discutibili. Certo questo è personalmente un problema che bisogna affrontare, ma bisogna stare attenti nell’incorrere in due rischi di tipo diverso: quello di voler rendere lecito quello che è illecito (modernismo) e quello di raffreddare la propria devozione per la consapevolezza della propria indegnità.

Il grande passaggio nella nostra epoca è stato quello di voler rendere lecito quello che lecito non può essere secondo la dottrina cattolica, cioè di cambiare i confini tra quello che è permesso e quello che non lo è in nome di un concetto di “misericordia” che tutto comprende, una misericordia però del tutto o in parte separata dalla necessaria giustizia. Ora, la persona che vuol vivere con lo spirito monastico, anche se nel mondo, deve prima di tutto riconoscere la propria indegnità e umiliarsi. La battaglia contro se stessi, la guerra del cuore, è la più difficile da combattere. Il monaco belga André Louf affermava: “ È nel cuore del monaco che si deve edificare una cella, una casa, un tempio, un Santo dei santi, un altare, dal quale la preghiera finirà per innalzarsi ininterrottamente ”.

Proprio questo cambiamento del cuore è alla base di quei laici che cercano un nuovo modo, ma anche antico, di essere presenti nel mondo con quello spirito monastico che ritengo necessario, nella sua forma autentica, per il tempo presente. Non bisogna abbassare l’asticella perchè non siamo in grado di saltare più in alto. Alleniamoci meglio. Dico sempre che ho molto apprezzato il Papa quando in un’intervista, richiesto di definirsi, ha semplicemente detto di essere un peccatore. Ecco, nella carta d’identità del membro del monastero diffuso, dovrebbe esserci scritto nome e cognome seguiti dalla qualifica di peccatore. Non c’è definizione più adeguata. Fedor Dostoevskij, ne “I fratelli Karamàzov diceva: “ Noi non siamo più santi della gente del mondo perché siamo venuti qui e ci siamo chiusi fra queste mura, ma anzi chiunque è venuto qui, già per il fatto di esserci venuto, ha riconosciuto in se stesso di essere peggiore della gente del mondo e di ogni uomo sulla Terra... E quanto più a lungo vivrà un monaco fra le sue quattro mura, tanto più profondamente dovrà rendersene conto ”.
Questo bel passaggio ci dice tutto quello che dobbiamo in fondo sapere, proprio per aver fatto la scelta che facciamo di radicalità di fede, ma nel mondo, non stiamo affermando il nostro essere meglio degli altri, ma l’aver più bisogno di attenzione da parte di Dio. Il medico viene cercato dai malati, non dai sani. Ambrose Bierce diceva con una sottile perfidia definendo un cenobita: “ Uomo pio che devotamente si allontana dal mondo per meditare sul peccato della malvagità e che, per tenerselo bene a mente, entra a far parte di una comunità dove abbondano i pessimi esempi ”. Noi non possiamo allontanarci dal mondo ma dobbiamo penetrarlo più in profondità, come detto e certo abbondano anche tra noi i pessimi esempi.

Questo però non deve farci recedere, anzi deve farci sentire più forti proprio perché consapevoli della nostra debolezza. La nostra consapevolezza diviene la nostra forza. Se abbiamo situazioni irregolari ma nel nostro cuore ancora avvampa il fuoco sacro, viviamo nel modo in cui ci è concesso, non cercando scappatoie o legittimazioni. Abbiamo seguito le polemiche sulla comunione ai divorziati risposati e via dicendo. Non cerchiamo questo per dare una sorta di colpo di spugna ai nostri inciampi. Se non possiamo comunicarci sacramentalmente, esiste pur sempre la comunione spirituale. In un testo di San Leonardo da Porto Maurizio riportato su Aleteia troviamo scritto: "Quanto al modo di realizzare la comunione spirituale di cui ho parlato in precedenza, bisogna conoscere la dottrina del santo Concilio di Trento, che insegna che si può ricevere il Santissimo Sacramento in tre modi: Sacramentalmente, Spiritualmente, Sacramentalmente e spiritualmente allo stesso tempo. Non si parla qui del primo modo, che si verifica anche in coloro che si comunicano in stato di peccato mortale, come nel caso di Giuda, né del terzo, comune a tutti quelli che si comunicano in stato di grazia; si tratta qui del secondo, adeguato a coloro che, prendendo le parole del santo Concilio, impossibilitati a ricevere sacramentalmente il Corpo di Nostro Signore, “lo ricevono in spirito, facendo atti di fede viva e ardente carità, e con un grande desiderio di unirsi al Bene sovrano, e attraverso di questo si mettono in condizioni di ottenere i frutti del Divino Sacramento” – “Qui voto propositum illum caslestem panem edentes fide viva quae per dilectionem operatur, fructum ejus et utilitatem sentium” (Sess. XIII, c.8.) ”.

Ecco, la sollecitudine della Chiesa è stata prossima già in passato verso coloro che trovandosi in situazione irregolare per motivi vari non potevano comunicarsi sacramentalmente. Proseguiva San Leonardo: “ Ora, sapete che questa santa e benedetta Comunione spirituale, così poco praticata dai cristiani ai giorni nostri, è un tesoro che riempie l’anima di beni incalcolabili, e secondo molti autori è così efficace che può produrre le stesse grazie della Comunione sacramentale. In effetti si vede che la Comunione sacramentale, in cui si riceve la santa Ostia, è per sua natura di maggior profitto, perché come sacramento agisce “ex opere operato”, ed è quindi possibile che un’anima faccia la Comunione spirituale con tanta umiltà e con amore e fervore tali da ottenere più grazie di quelle che otterrebbe comunicandosi sacramentalmente ma con una disposizione meno perfetta “.

Non cerchiamo di piegare la dottrina per i nostri bisogni. Oggi sappiamo di più sulle nostre inclinazioni e sappiamo quanto a volte sia difficile correggerle. Pur non volendo ridurre tutto alla psicologia, alla sociologia, all’antropologia, certo non possiamo neanche ignorare l’esistenza di queste cose. Sappiamo come certe dipendenze sono difficili da estirpare e che a volte impegnano anche anime buone in una lotta che dura tutta una vita. Allora ecco che la Chiesa ha comunque sempre soccorso coloro che erano nel bisogno. Queste debolezze non devono rallentarci nel cammino e nella voglia di testimoniare la fede, ma renderci anzi più forti nella ricerca della nostra conversione verso la perfezione desiderata.


 

13 dicembre 2018

Uscire nel mondo. Un monachesimo diffuso

di Aurelio Porfiri
In questi “tempi ultimi” ho cercato di andare alle radici e mi sono molto interessato al monachesimo, una delle espressioni più grandi della cristianità. Dall’esperienza dei monaci egiziani, i padri del deserto, a quella benedettina, sono passati molti secoli, secoli in cui il monachesimo si è sviluppato e ha conosciuto vette e abissi. Oggi il monachesimo, come del resto il cristianesimo tutto, è in grande e profonda crisi, non solo di vocazioni ma, in alcuni casi, anche di identità.

Chi è il monaco? Il monaco è colui che sente di dover seguire la sua vocazione cristiana nel modo più radicale, questo almeno ci insegna la sapienza della nostra tradizione. Il termine “monaco” viene dal greco “monos”, solitario. Interessante che questo nome viene applicato sia agli eremiti sia a coloro che fanno vita comunitaria. Questo significa che la solitudine non è fatta solo di mancate frequentazioni umane, ma essa è ricercabile anche nel mezzo di una folla, se uno sa come cercarla.

Uno dei giganti del monachesimo, Sant’Antonio Abate, diceva: “Chi siede nel deserto per custodire la quiete di Dio è liberato da tre guerre: quella dell’udire, quella del parlare, e quella del vedere: Gliene rimane una sola: quella del cuore” (da gliscritti.it ). Ci illuderemmo se non ammettiamo che la guerra del cuore è probabilmente la più dura, quella da cui dipendono le vittorie anche nelle altre guerre menzionate da Antonio. Una guerra che non dipende dall’essere soli o dall’essere nel mezzo di una folla. San Gerolamo, nella sua importante lettera ad Eustochio, rifletteva sulle tentazioni: “Se Paolo apostolo, vaso di elezione preparato per annunziare il Vangelo di Cristo, sentendo il pungolo della carne e gli allettamenti dei vizi, tratta duramente il suo corpo e lo rende schiavo, per non rimanere lui stesso condannato dopo aver fatto da araldo agli altri; se, malgrado i suoi sforzi, scorge nelle sue membra un'altra legge che s'oppone a quella dello spirito e lo sottomette alla legge del peccato; se, voglio dire, dopo aver patito nudità, digiuni, fame, prigionie, staffilate, supplizi, riflettendo su se stesso esclama: «Me infelice! Chi mi libererà da questo corpo di morte?», come puoi crederti sicura, tu?”. Insomma, il fuggire dal mondo non ci mette sempre al riparo dalla guerra del cuore, anzi, a volte potrebbe renderla ancora più tumultuosa.

Lo stesso Gerolamo ammette che, malgrado le sue macerazioni, non era esente da quelle tentazioni carnali, da quella guerra del cuore, da cui desiderava fuggire: “Quante, quante volte, pur abitando in questo sconfinato deserto bruciato da un sole torrido, in questa squallida dimora offerta ai monaci, credevo davvero d'essere nel mezzo della vita gaudente di Roma! Me ne stavo seduto tutto solo, coll’anima rigonfia d'amarezza. Il mio corpo, sfigurato dal sacco, faceva spavento; la pelle sporca e indurita richiamava l’aspetto squallido dell'epidermide d'un negro. Lacrime e gemiti ogni giorno! Se, nonostante i miei sforzi, il sonno mi assaliva improvviso, ammaccavo le ossa tutte slogate, steso sulla nuda terra. Non ti parlo del cibo e della bevanda: nel deserto anche i malati usano acqua gelida; un piatto caldo è una golosità! Io dunque, sì, proprio io che mi ero da solo inflitto una così dura prigione per timore dell'inferno, senz'altra compagnia che belve e scorpioni, sovente mi pareva di trovarmi tra fanciulle danzanti. Il volto era pallido per il digiuno, eppure, in un corpo or mai avvizzito, il pensiero ardeva di desiderio; dinanzi alla mente d'un uomo già morto nella carne, ribolliva l'incendio della passione. Privo d'aiuto, mi prostravo ai piedi di Gesù, li irroravo di lacrime, li asciugavo con i capelli, domavo la carne ribelle con settimane di digiuni. Non mi vergogno di confessare queste miserie; se mai, piango di non avere più il fervore d'una volta”. Il cuore ci segue dovunque.

Ecco che dobbiamo forse pensare anche ad una nuova forma di monachesimo diffuso, diversa dalle precedenti ma che si ispira agli stessi principi fondanti. Un monachesimo a cui possano partecipare anche coloro che non emettono voti religiosi, ma che intendono non proprio uscire dal mondo, ma uscire nel mondo, cioè attraverso il proprio impegno nel mondo combattere la propria battaglia spirituale come monaci guerrieri, attraverso una vita di preghiera personale intensa ed uniti, anche se idealmente, a migliaia di altri monaci guerrieri, medici, operai, avvocati, commessi e via dicendo, uomini e donne. Dobbiamo riprendere nelle nostre mani la nostra fede, in un momento in cui l’istituzione Chiesa, a cui apparteniamo e a cui vorremo sempre appartenere, non sembra in grado di garantirci quell’ambiente spirituale in cui far crescere sanamente la nostra vocazione, qualunque essa sia. Se la nostra casa crolla poco a poco, facciamo quello che possibile per metterla in sicurezza (se umanamente possibile), ma anche cerchiamo di scansarci, almeno per un certo tempo. Ora siamo chiamati a qualcosa di drammatico, forse di poco comprensibile non vivendo la Chiesa da dentro: dobbiamo trascendere il mondo, vivendolo.


 

27 agosto 2017

Ritornare all'ortodossia occidentale/2. Benedetti Norcini

O Rifondare l'ortodossia latina


«I presagi son quei segnali di cose future che riconosciamo quando il futuro è ormai scivolato nel passato» (I nostri padri, p. 237, Tate Allen)
 
di Matteo Donadoni
Fragili foglioline tremolanti nella brezza di una sera. Questo sono diventati gli studenti universitari americani? Tanto deboli culturalmente da sentirsi minacciati dalle statue degli eroi del passato, da non accorgersi del veleno che li uccide è presente, l’ideologia demenziale del politically correct, definizione debole di un contenuto brutale: menzogna. Poverini, hanno buttato soldi in scuole inefficienti e il buonsenso per cause non solo sbagliate, ma inventate. Se non fosse un vegetale, un giovanotto di questo tipo, inferocito da una rabbia ideologica, sarebbe uno studentello col cervello di un uccello. Perciò sono foglioline che non sanno di essere cresciute sopra un albero. Hanno imparato a rigettare la propria storia, le proprie origini, la propria fede. Vogliono essere belli al sole come se non dovesse piovere mai, non sono né liberali né tolleranti, ma intransigenti viziati e manipolati, per questo sono spaventati da sentimenti come orgoglio e onore: li hanno segati insieme al ramo sul quale sono seduti al sole, li hanno vomitati dalla propria anima e perciò non li capiscono. Non possono. “Heritage not hate” è un adagio che ormai si vuole ignorare da entrambe le parti, suprematisti e foglioline. Eppure non è mai stata una questione razziale, come invece si vorrebbe far credere, basti pensare che la gran parte dei generali sudisti non aveva schiavi o li aveva liberati prima della guerra. Robert E. Lee, poi, era un uomo dall’animo nobile.

Chi non lo capisce non solo non ha capito la storia, ma nemmeno l’economia, né il principio di democrazia, non ha un futuro. Da qui il terremoto di deficienza che ha epicentro a Charlottesville, VA. Sì, Virginia, e per noi filoconfederati, preoccupati solamente di morire, di sposarci e dell’onore della Virginia, assistere a questo degrado perpetrato da quelli che dovrebbero essere gentiluomini del Sud è una vera tristezza. Ne dobbiamo oltretutto assorbire l’eco amplificata dall’ignoranza nostrana, come se non avessimo già catastrofi casalinghe, le cui macerie sono ancora vergognosamente per terra.

Ma il passato è storia, come mi ha detto padre Agostino Wilmeth, uno dei monaci benedettini della terremotata Norcia. Ha 24 anni, viene dal South Carolina, altro stato grigio, e ha una lunga barba di fuoco, fiammeggiante quasi quanto il suo sguardo. E’ un grande birraio. Da un’intervista allo stesso frà Agostino si può apprendere come dietro al business del luppolo ci sia una filosofia più profonda: «Prendiamo i frutti della terra, acqua, grano e lievito per creare qualcosa di buono. La birra non è necessaria per vivere, ma le cose importanti non sempre sono necessarie. Neanche noi lo siamo, con la nostra preghiera. Ma questo lavoro ci permette di avvicinarci a tutti perché, nonostante la nostra vita di isolamento e preghiera, sembriamo più “normali”, più vicini alla gente comune». L’arte della birra come forma di evangelizzazione: «molte persone entrano nel nostro negozio interessate alla birra e poi possono avvicinarsi anche alla religione». Sono ragazzi americani di tutt’altra pasta questi monaci, hanno tanta fede e consapevolezza, gioia e fortezza, sono ragazzi svegli. Non solo, la Regula di san Benedetto per loro è veramente un'esperienza viva cui rifarsi costantemente, sono restauratori. Restauratori di chiese fisiche e metafisiche, ora et labora a Norcia non è un vecchio simpatico detto, è il distillato della vita.

Quando salite la strada sterrata che conduce al monastero di san Benedetto al Monte e vi sfiora il dubbio di esservi persi, non temete, ci sono cartelli di legno, scritti a mano in carolina, e una campana: suonare forte e aspettare. Io, dopo aver scampanato come un bambino, sono stato accolto da un monaco dai tratti orientali, tutto impolverato, in saio blu da lavoro (sic!), che mi ha mostrato la cappella provvisoria (per la verità molto bella), dove ho potuto assistere alla loro Messa antica, meravigliosamente cantata e commovente. Ha celebrato proprio quel padre Basilio, altro statunitense ma di origine messicana, che ho avuto la grazia di conoscere: non esagero definendo padre Basilio il ritratto limpido della mitezza evangelica. Ha riservato alla mia famiglia un’accoglienza straordinaria, ha colpito per la sua bontà, per il fatto che fosse sinceramente felice di conoscerci. Da Norcia si torna migliori.
Dobbiamo essere grati a Dio e sostenere questi monaci che, cacciati dal loro monastero, chiamano grazia questa ingiustizia.

D’altra parte, ormai, appare chiaro a tutti che la basilica di Norcia, quanto le è accaduto, quanto ne rimane, non sia altro che la metafora della Chiesa cattolica. Quella facciata ne è la cifra. Il presagio che fu è oggi il segnale che ci svela il futuro. Il segno dei tempi. Il cartello in carolina che indica la strada da percorrere a noi pellegrini nella crisi, in cammino verso la piccola Chiesa profetizzata dal Ratzinger teologo nel 1969: «Dalla crisi odierna emergerà una Chiesa che avrà perso molto. Diventerà piccola e dovrà ripartire più o meno dagli inizi. Ripartirà da piccoli gruppi, da movimenti e da una minoranza che rimetterà la fede e la preghiera al centro dell’esperienza e sperimenterà di nuovo i sacramenti come servizio divino e non come un problema di struttura liturgica».

La Chiesa può ripartire da piccoli gruppi, di monaci e di laici, poche persone determinate a restaurare la Chiesa di Cristo, come ha per altro ben intuito Rod Dreher, editorialista di The American Conservative, il quale, dieci anni fa, cominciò a parlare di “Opzione Benedetto”. E l’anno scorso, incoraggiato da molti, ha deciso di scrivere un libro sull’argomento, così, a gennaio è uscito nelle librerie americane “ The Benedict Option – A Strategy for Christians in a Post-Christian Nation ”, libro in cui si esamina la situazione attuale cercando di individuare una strategia.

Basta una semplice costatazione, che poi è collegata direttamente alla mia sorpresa di fronte alla felicità di padre Basilio: «Ci siamo assimilati al mondo: la gente non vede differenze fra un cristiano e un non cristiano». Io stesso ero talmente abituato a conoscere sacerdoti distratti da pseudo attività oratoriali da stupirmi dell’accoglienza di un sacerdote semplicemente innamorato di Cristo, che vuole solo poter avere l’occasione di amare e servire il suo Dio, e trasmettere questo amore ad uno sconosciuto scompigliato e male in arnese come me. Lo stesso vale per noi laici: lo sguardo di uno sconosciuto può cogliere la nostra fede? Nel parlare quotidiano siamo il sale della terra o siamo il solito perbenismo sciapo? O peggio siamo l’unto della terra? Siamo tutti chiamati. Siamo chiamati individualmente ad un esame profondo, che ci costringa a prendere atto della verità: «O Cristo è il Signore della tua vita al cento per cento, o non è il Signore della tua vita». È finito il tempo della fede “democristiana”, perché a furia di ciarlatani è crollato tutto l’edificio ecclesiale, e tuttavia, per quanto non sia un problema fra differenti spiritualità, come credono certi ingenui, non basta rivendicare una Tradizione nostalgica o di stampo pseudosuprematista perché il Vetus Ordo Missae è più bello, occorre che la fede sia viva, perché la Tradizione non vive se è passato, ma vive se è futuro. Assistere ad una santa Messa a Norcia è un modo pratico di comprendere il concetto e vale più di tante parole. Norcia, infatti, per il suo valore simbolico, è decisamente il fulcro della restaurazione dell’ortodossia latina in Italia e potrebbe anche divenire uno dei centri spirituali del mondo. Con buona pace di Bangui.
 

23 novembre 2016

San Colombano, un santo europeo



di Alfredo Incollingo

Dalla verde Irlanda San Colombano giunse in Europa a compiere la sua missione: dare una coscienza al continente. Era certo di quello che stava compiendo, era sicuro che il Signore lo avesse chiamato per permettere alla cristianità di capirsi: lo scrisse in una lettera nel 600 a papa Gregorio Magno: l'Europa era la casa di tante genti differenti, ma pur sempre accomunate dalla stessa fede in Gesù.
Questa verità fu compresa da un uomo proveniente dai margini dell'Europa, l'Irlanda, ma ignorata dai dotti e dagli uomini di potere della terraferma. Quando San Colombano sbarcò in Bretagna, nella Francia settentrionale, si mise in cammino con i suoi dodici compagni per dare forma all'informe, predicando e fondando monasteri dovunque si fermasse. Come San Benedetto prima di lui, così l'irlandese costruì una vasta rete di conventi che irradiarono il cristianesimo in tutta l'ecumene. Erano però monaci particolari: asceti, mistici, vestivano un saio bianco, come gli antichi druidi, erano autonomi e fuggivano qualsiasi tentazione. I monaci benedettini erano più “morigerati”, ma esprimevano lo stesso desiderio di solitudine, dando importanza al lavoro nel combattere l'ozio tentatore. La famiglia monastica di San Colombano non fu mai compresa a dovere e gli attriti con il clero locale e con le autorità civili causarono non pochi problemi all'ordine. Fu per ottenere l'approvazione papale che il santo si recò in Italia, ma non giunse mai a Roma: si fermò a Bobbio dove fondò il monastero che gli fu in seguito intitolato.
L'avventura religiosa di San Colombano, iniziata in Irlanda e terminata in Italia, è una parte della fitta trama storica di un continente che cerca di capirsi e che lo fa solo grazie a uomini come il nostro santo irlandese. Questo processo di autocoscienza si compie nella peregrinazione, esplorando anche le regioni più accidentate, scoprendo come la fede sia viva anche nell'uomo più barbaro.

Colombano era un irlandese del VI secolo e viveva su un'isola ancora poco conosciuta e ammantata di mistero. Il cristianesimo era lì giunto con San Patrizio un secolo prima e da allora non aveva smesso di crescere. Tuttavia l'isolamento e l'antica tradizione celtica gli avevano conferito alcune particolarità: a differenza del continente qui la fede aveva un taglio più mistico e ascetico, poco conforme e popolato da monaci molto simili agli antichi druidi. Colombano maturò la sua vocazione in questo ambiente: decise di lasciare i suoi agi, il suo clan e la sua famiglia per fuggire dalla mondanità. Si isolò nei boschi irlandesi dove conobbe e frequentò gli anacoreti locali, uomini che si erano totalmente dati a Dio. Rimanendo insoddisfatto della vita sedentaria che gli veniva imposta, girovagò per l'isola, alla ricerca di un luogo adatto ai suoi bisogni ascetici, ma nessun monastero faceva per lui. Quando si stabilì nell'abbazia di Bengor, riuscì a soddisfare per poco tempo le sue necessità spirituali e decise alla fine di partire per l'Europa con dodici confratelli, arsi dalla stessa sete di Dio. Sbarcò in Francia e iniziò a evangelizzare e a fondare piccole comunità di monaci dal bianco saio. Divenne un caso nel regno franco e la popolazione già lo acclamava come santo: dovunque andasse era preceduto dalla sua fama e i confratelli aumentavano giorno dopo giorno. Arrivò quindi il momento di dettare una regola e così fece aggiungendo alle norme per la disciplina un penitenziario, un manuale per la Confessione, che costituisce un primo esempio del genere in Europa. I monaci di San Colombano erano “sui generis” e i potenti difficilmente capivano quello stile non conforme e quella disciplina così ferrea. Gli anormali erano i ricchi e il popolo ignorante, che non comprendevano la fede di quegli uomini e il loro desiderio di adempiere al Vangelo. San Colombano, come afferma Benedetto XVI nell'udienza generale dell'11 giugno 2008, riferì a San Gregorio Magno l'importanza della Chiesa di Roma nel continente e mai ebbe dubbi in merito. Il clero locale causò molti fastidi ai suoi confratelli e decise di andare a Roma per ottenere l'approvazione dell'ordine da papa Bonifacio IV: in questo modo nessuno avrebbe potuto infastidire la sua comunità. Portò con se alcuni discepoli, i fedeli Attala, Gallo e diversi altri, e lungo il viaggio alcuni di loro, stremati dalla fatica, preferirono fermarsi e predicare in loco. Gallo si fermò nella località svizzera che oggi ha il suo nome fondando l'omonimo monastero; San Colombano invece decise di stabilirsi a Bobbio, in Emilia Romagna. Prese possesso di una vecchia chiesa che rimise in piedi e che costituì il primo nucleo dell'abbazia che oggi celebra il suo santo nome.

San Colombano ha permesso ad un continente di ritrovare l'unità necessaria per andare avanti, prendendo coscienza della propria comunione di fede. Oggi l'Europa blasfema dovrebbe riscoprire le parole del suo santo sulla propria universalità e su Cristo per poter finalmente trovare pace. Papa Benedetto XVI ce lo ha indicato come punto di riferimento nella riscoperta del concetto di Europa e, se lo dice lui, c'è da fidarsi!
 

24 ottobre 2016

Dopo la fine della Cristianità: bellezza, preghiera, sacrificio.

di Daniela Bovolenta
Sembra essersi diffusa una parola d’ordine nelle fila del cattolicesimo occidentale. Negli USA si parla da qualche tempo di “opzione Benedetto”, a suo tempo Giovannino Guareschi parlava di “salvare il seme”, senza contare Joseph Ratzinger, che già nel 1969 affermava durante una trasmissione radiofonica: “Dalla crisi odierna emergerà una Chiesa che avrà perso molto. Diverrà piccola e dovrà ripartire più o meno dagli inizi. Non sarà più in grado di abitare gli edifici che ha costruito in tempi di prosperità. Con il diminuire dei suoi fedeli, perderà anche gran parte dei privilegi sociali”. Anche Jacques Maritain rifletteva sulla fine della Cristianità e numerosissimi autori, di quella che possiamo chiamare la scuola Controrivoluzionaria, riflettono e scrivono a partire da questo dato di fatto.

Ci siamo, siamo al piccolo resto di Israele: un processo culturale durato secoli sembra ormai giungere alla fine. Siamo passati dall’ostilità di pochi nemici radicali, alla marginalizzazione sociale, all’irrilevanza, fino a giungere ormai alla persecuzione e, presto, al martirio. Non possiamo negare di aver contribuito spesso noi stessi alla nostra soppressione, con errori politici, strategici, umani, dottrinali, e di questo prima o poi spero ci si renderà conto.

Tuttavia, se l’annuncio di Cristo ha ancora un’attualità, se la sua promessa di salvezza non è stata falsa e vana, siamo ancora tenuti alla speranza. Speranza prima di tutto nella possibilità di una santità individuale, poi di una trasmissione del seme alle generazioni future, infine una speranza anche collettiva. Non nel senso, fallace, che un qualunque ordinamento civile possa automaticamente portare alla salvezza, non esiste e non può esistere nessun paradiso in terra, ma nel senso che alle società si possono dare ordinamenti più o meno conformi a rendere possibile, cioè a non ostacolare, la salvezza dei singoli. Senza nessun determinismo, e con la consapevolezza che la libertà individuale è un affare serio e inaggirabile, vogliamo ancora sperare in un mondo in cui annunciare il Vangelo integralmente non sia un’attività a rischio di marginalizzazione, censura, sanzione. Ma soprattutto vogliamo poter immaginare per i nostri figli un mondo dove il diritto naturale abbia effetto sulle leggi civili, in cui non sia possibile insegnare ai figli contro la fede dei padri, in cui la natura non sia una sorta di nuova divinità a sé stante, ma un libro che porta su di sé tracce del dito del suo Creatore.
Vogliamo un mondo dove la verità e la bellezza siano i primi criteri di giudizio, e si sappia invece che sentimenti e sensazioni riguardano un altro ambito, che non necessariamente è veritativo. Soprattutto vogliamo poter sperare nel Paradiso, e trasmettere la nostra speranza a tutti coloro che vorranno ascoltare.
Molti si chiedono, lo so, se non sia giunta l’ora di costruire nuovi monasteri. Se Don Massimo Lapponi cerca di fare una scuola a distanza, per insegnare le virtù disperse che possono far fiorire una famiglia (preghiera, arti decorative, canto...), l’amico Alessandro Benigni immagina qualcosa di forse ancora più radicale: una vita separata, quasi una forma di disobbedienza civile.
Io rumino e rumino tutte queste cose, quasi serbandole nel mio cuore. In passato ho scritto: “Questi monasteri domestici, isole luminose all’interno delle modernità, io li ho visti. Non sono resti del passato, attardati su una concezione del mondo ormai radicalmente fuori moda, ma germi del futuro.Come san Benedetto, che alla caduta dell’impero romano, non si preoccupa di salvarne i resti sparsi, ma di costruire uomini per il futuro, allo stesso modo vedo fare intorno a me. E non perché il futuro ci sembri un luogo teologico migliore del presente, ma perché il futuro si costruisce pazientemente oggi, educando, pregando e cercando Dio. I monaci tra la fine dell’Impero Romano e l’inizio del Medioevo salvano la cultura, la civiltà, persino la scrittura e l’agricoltura, ma non lo fanno per portare a termine un raffinato progetto culturale, lo fanno incidentalmente mentre sono presi dalla ricerca di Dio, quaerere Deum ”. Ma ancora mi chiedo come tutto questo possa tradursi in pratica.

In particolare a me interessano tre livelli:
1. come un mondo che scopre di non essere più la moral majority elabori delle strategie di trasmissione di fede e valori (o almeno ne discuta);
2. alcune specifiche comunità (ad esempio quella di Clear Creek) che si organizzano creando nuclei umani che approfondiscano al massimo la loro coerenza interna di vita, che condividano un orizzonte e che, nella pratica, abbiano mani libere in materia educativa, organizzativa a livello almeno locale, cultuale e culturale;
3. più di tutto: il “quaerere Deum ”, che è l’origine dell’opera di san Benedetto come ci spiega Benedetto XVI al Collège des Bernardins, e che non necessariamente si declina nella nascita di comunità separate, ma che altrettanto è radicalmente ostacolato nella quotidianità perché la persecuzione è vicina, è già in atto, e rimanere isolati e senza mezzi non ci rende più protetti. La lezione di san Benedetto mi pare significare, tra l’altro, che un mondo nuovo nasce quando si smette di puntellare quello vecchio che sta morendo e ci si rivolge completamente altrove. Non a caso non è stata l’opera di un individuo, ma di comunità e di una regola che plasma i rapporti tra gli uomini. In questo senso è illuminante dom Gérard Calvet, O.S.B., quando parla dello Spirito di cristianità.

Su quest’ultimo punto, in particolare, permettetemi di esprimere tutta la mia angoscia, mi pare che abbiamo ormai superato un punto di svolta e non credo che sarà considerato sufficiente constatare che prevalgono opinioni e stili di vita radicalmente contrari al piano di Dio: siamo ormai al punto in cui ci viene richiesto con sempre maggiore insistenza di “essere d’accordo”, di consegnare i nostri figli perché siano rieducati e ci guardino con diffidenza, di riconoscere di essere completamente impresentabili solo in quanto cristiani. Allora non so se l’opzione Benedetto costituisca una risposta, forse però elabora una domanda.

Io non ho soluzioni e ricette, solo alcune intuizioni: che la fede si risolleverà con la bellezza liturgica più che con mille piani pastorali, che la santità sarà più convincente di ogni discorso politico o sociale, che la bellezza dell’opera di Dio e di quelle degli uomini dissodi il cuore più arido e che, infine, non sarà ciò che è comodo e facile, ma ciò che è arduo, doloroso, difficile, a riportarci in pieno possesso delle nostre anime. Anche se ci piacerebbe che fosse il contrario, è il Sacrificio (e il sacrificio) la chiave delle nostre esistenze. L’uomo, diversamente da quel che ci dice il nostro tempo, è fatto di anima e corpo, e la dimensione spirituale prevale e giudica sull’altra. La nobiltà d’animo, la paternità spirituale, la grandezza e nobiltà interiore sono le uniche vere alternative alla vita da bestie tecnologiche che ci si sta preparando.

«Redimere tempus. — L’unica nobiltà dell’uomo, la sola via di salvezza consiste nel riscatto del tempo per mezzo della bellezza, della preghiera e dell’amore. Al di fuori di questo, i nostri desideri, le nostre passioni, i nostri atti non sono che «vanità e soffiar di vento», risacca del tempo che il tempo divora. Tutto ciò che non appartiene all’eternità ritrovata appartiene al tempo perduto .» (Gustave Thibon, L’uomo maschera di Dio , SEI, Torino 1971, p. 262)

Bellezza. Preghiera. Sacrificio (che è il nome dell’amore che dona sé stesso).
 

01 ottobre 2016

San Girolamo, il santo della Vulgata e del celibato del clero


di Alfredo Incollingo

Ci sono santi ospedalieri, confessori e crociati; santi nobili e umili d'origine; santi di provenienza laica o chierici; ci sono poi uomini di Dio che furono in vita letterati e fini studiosi. Erano intellettuali che posero la loro intelligenza e la loro penna al servizio di Dio e il loro impegno li valse la qualifica di Dottore della Chiesa Cattolica: vennero naturalmente riconosciuti pilastri indispensabili del cattolicesimo.
San Girolamo è tra questi uno dei più ricordati. Lo conosciamo principalmente per la sua Vulgata, per il suo intenso lavoro di traduttore che ha permesso ai primi cristiani di conoscere le Scritture. Per noi cristiani d'occidente ha rivestito un ruolo decisivo per la conoscenza della Bibbia: la Vulgata, che abbiamo citato prima, è la sua traduzione latina del testo sacro.
Nacque a Stridone, in Illiria, nel 347, ma ancora adolescente si trasferì a Roma per continuare i suoi studi di retorica. Probabilmente, dopo un'attenta valutazione sul suo futuro, decise di abbandonare ogni mondanità per andare a Treviri, dove viveva una comunità di anacoreti che tanto aveva attirato la sua attenzione. Si fece eremita ad Aquilea, che ospitava una grande e rinomata cerchia di asceti. Questa esperienza lo deluse profondamente per le continue rivalità tra i superiori e i singoli membri della comunità.
Decise così di lasciare l'Occidente per l'Oriente, stabilendosi nel deserto della Calcide, in Siria, vivendo per due anni in totale isolamento. Il santo non trovò pace neanche in pieno deserto! Ad animare gli eremiti e i cristiani della regione, oltre alle classiche rivalità tra vescovi, si intromise anche l'eresia ariana che creò non pochi problemi alla Chiesa Cattolica. Girolamo fuggì ad Antiochia nella speranza di trovare un luogo adatto alle sue necessità spirituali. In città approfondì presso la scuola teologica locale lo studio della disciplina, venendo consacrato presbitero dal vescovo Paolino. Sempre per motivi di studio si trasferì a Costantinopoli, imparando il greco con San Gregorio Nazianzeno e venendo a conoscenza così di importanti opere teologiche.
Fu la sua profonda conoscenza della lingue ellenica a convincere Papa Damaso I a commissionargli la traduzione in latino della Bibbia dei Settanta, la traduzione greca della Scrittura. Dopo aver lasciato con Nazianzeno Costantinopoli, Girolamo fece ritorno all'Urbe nel 382. Venne nominato segretario del pontefice, indicato da questi tra l'altro come suo successore, e lavorò alla Bibbia in latino. La Vulgata sarà il testo di riferimento per la copia e poi per la stampa di tutti i testi sacri cristiani finora conosciuti, almeno fino al XX secolo, quando si preferì tradurre la Bibbia senza la mediazione greca (per ottenere un testo scevro da errori di traduzione).
Fu un personaggio attivo nella Curia romana, tanto da meritarsi gli elogi del Papa e l'inimicizia del clero per le sue riforme, controcorrenti. All'epoca, a Roma, era sorto un gruppo di nobildonne e di popolane volenterose nel dedicare totalmente la propria vita alla contemplazione, rinunciando a tutto, soprattutto alla propria sessualità. San Girolamo promosse questa iniziativa quale padre spirituale delle donne, convincendosi del necessario celibato per condurre un'esistenza completamente dedicata a Dio.
Prima delle leggi dell'imperatore Onorio il clero poteva sposarsi e avere concubine e le battaglie girolomite non furono gradite. Quando morì Damaso I, con un colpo di mano il clero romano elesse come suo successore il diacono Siricio, e Girolamo fu attaccato da più fronti e costretto all'esilio da Roma nel 385. Aleggiava sulla sua persona inoltre il sospetto di istigazione al suicidio: una giovane consacrata era morta forse per i troppi digiuni cui si sottoponeva, seguendo pedissequamente gli insegnamenti del santo.
Da Ostia, e con un gruppo di discepoli, ritornò in Oriente, nei pressi di Gerusalemme, dove si stabilì. Onde promuovere la sua riforma sul celibato fondò ben due monasteri, uno maschile e uno femminile, che seguiva le sue regole sull'astinenza e il rifiuto in toto della mondanità. Visse nel suo convento fino alla morte, dedicandosi alla traduzione della Bibbia, avvenuta nel 420, l'anno dell'approvazione della sua riforma con una legge dell'imperatore Onorio che imponeva il celibato a tutto il clero.


 

24 agosto 2016

Dall'ignoranza liturgica all'ignoranza esistenziale


di Amicizia San Benedetto Brixia

L'ignoranza liturgica genera ignoranza sacramentale, l'ignoranza sacramentale genera ignoranza teologica, l'ignoranza teologica genera ignoranza religiosa, l'ignoranza religiosa genera ignoranza esistenziale.

Mi piacerebbe elevare tale aforisma a motto rappresentativo della linea di riflessione della nostra Amicizia. In parte ciò è scontato e dovuto all'interesse speculativo del nostro gruppo, ma vari indizi ci permettono di considerare valido tale percorso. Non è certo un caso se il Concilio Vaticano secondo aprì i propri lavori con una riflessione liturgica, né va dimenticato che la prima e fontale piaga ecclesiastica denunciata dal Rosmini è nuovamente quella liturgica; d'altro canto è di qualche interesse il fatto che nei secoli siano mutate prassi canoniche e tesi teologiche, mentre la liturgia conservava la perennità degli usi, o almeno la parvenza di una quasi-perennità (rimando in merito a Le Forme del Sacro, del nostro socio Luigi Martinelli, ed. Cavinato - già recensita su questo blog in due parti, I e II). Forse il fatto che dalla maldestra riforma del '69 ad oggi si siano individuate gravi crisi teologiche (confusione approdata ad un culmine notevole con l'avvento dell'era Amoris Laetitia) e religiose (l'accelerazione del secolarismo col virare da una fase ateistico-anticlericale ad una di relativismo immanentista con aperture antinomiche) non è senza collegamenti. La conclusione non può che essere tragica, di quella tragedia letta da Nietzsche in chiave dionisiaca, marchiata da sfumature di esaltazione intellettuale e capace di fini seduzioni individuali, però destinata a diffondere la desolazione sociale e a sancire la decadenza epocale. La frantumazione del senso cattolico tradizionale, il clima di rottura subitanea - altro che perennità! altro che parvenza di quasi-perennità! -, l'atmosfera di eresia che aleggia tra i pastori, il sapore di scisma ed inimicizia che abita nel clero (perseguitati e promossi, dispersi e carrieristi), tutto questo non può che ottenere la polverizzazione della Catholica nel sentire sincretismo del mondo - lontani solo dal rischio fondamentalista islamico, se questo può consolare e se con sicurezza possiamo dire di non averlo alimentato noi stessi occidentali. Mentre i teologi più aggressivi e più dotti si avvicinano ad accarezzare l'apice della loro bramata rivoluzione, la cima epifanica del loro edificio babelico, il cristianesimo perde ogni giorno di più la propria specificità e pregnanza, finalmente ammansito e ricondotto nel novero delle religioni-oggetto, disponibili alle esigenze dell'Ordine in capo, ovviamente massonico. Difficile capire se si tratti della autentica Kenosi, lo spogliamento che imita il dono di sé fatto da Cristo in croce, o se invece sia in atto un più miserrimo tradimento, inconsapevole come del resto fu maldestro l'accordo tra Giuda e il Sinedrio.
Torniamo a noi. Quale che sia o che sarà il verdetto della storia, più grande e più terribile di ogni pontificato, teologia ed opinionismo, ci è consentito di sentirci come la Chiesa medievale, inerme e polverizzata dalle calate barbariche, schiacciata tra venti di lingue e usanze incomprensibili, sentori di Apocalisse, rivoli di frenesie pauperiste, peraltro a lungo privata di una figura papale significativa e/o interpellabile. In tale clima fu prudente, umile, fecondo e robusto l'istinto benedettino, che ridusse la cristianità all'essenziale, al centro la liturgia, attorno la custodia del lavoro e di una minima fraternità, senza ambire a fare di più per il proprio tempo e per il proprio impero, eppure ottenendo così è così solo gli immensi benefici a tutti noti. A questo spirito ci sia caro tornare: questa la nostra risposta, la nostra proposta, a Dio piacendo la nostra salvezza.

 

19 luglio 2016

Il monachesimo del futuro

(PER LA SALVEZZA DELL’EUROPA)

«Heu, quam praecipiti mersa profundo
mens hebet et propria luce relicta
tendit in externas ire tenebras»
(Anicio Manlio Severino Boezio, De Consolatione Philosophiae)

di Matteo Donadoni

Mentre le grandi menti interpreti della guida politica ed economica dell’allegro carrozzone sui cui stiamo drammaticamente seduti stanno per riuscire in una precedentemente improbabile impresa di “palestinizzazione” dell’Europa, producendo una situazione contingente in cui i valori base della nostra millenaria civiltà vengono sradicati, la nostra cultura viene relativizzata in un liquido che tende profeticamente al liquame, così come la liquidità sociale - fatto che qualcuno ha analizzato, mentre qualcun altro ha creduto che fosse una soluzione e non una semplice presa d’atto -, ho pensato che certamente ha ragione Ernst Jünger quando dice «si prospetta la possibilità di un nuovo monachesimo». Infatti, per una qualsiasi mente pensante, non necessariamente dotta e nemmeno istruita, non può non emergere con maggior vigore in questo frangente epocale, una domanda radicale sul senso dell’esistenza.
Illudersi di vivere nel presente come se esso fosse un derivato tecnologico di una sorta di partenogenesi è un lusso sessantottino che i nostri giovani non possono più permettersi. Viene presto la resa dei conti con la storia, passi per Nizza o per Costantinopoli, lo sapremo a tempo debito. Sta a noi però, provare a dissipare questo epifenomeno, questa illusione, così come provare a fare chiarezza sulla chiesa dell’oblio, imbastita da compagni in tonaca che hanno gettato la tonaca alle ortiche, illudendosi di mantenerne il prestigio per il proprio narcisismo.
Noto un ritardo. Notevole.
Qualcuno, in verità, ha avuto la preveggenza, e, è il caso di ammetterlo, l’intelligenza, di capire prima di una Chiesa Cattolica frastornata dal Concilio Vaticano II, dove sarebbe andata a finire la riforma pastorale, e chi ne avrebbe assunto il controllo sul medio-lungo termine. Un commercialista di Biella si trasferì in una località sconosciuta, Bose, proprio l’ 8 dicembre 1965, giorno di chiusura del CVII, e tre anni dopo diede vita ad una comunità eterodossa, ritualmente e teologicamente promiscua fra cattolici e protestanti. Una comunità paramonastica di cui si autoproclama de facto priore. La sfida era lanciata.
Dobbiamo essere onesti, alla luce della lente molto argentina, ma non troppo argentina, della guida spirituale della cristianità, il pasticcio sincretico ecumenista sembra aver prevalso storicamente. Assistiamo già oggi alla chiesa di domani: un programma studiato a tavolino.
Scriveva il 1° gennaio del 1970 padre Ernesto Balducci, nel suo “Diario dell’esodo”:
«Su di una collina, nei pressi di Biella, un gruppo di cristiani di diversa confessione ha occupato, da due anni, le poche casupole lasciate vuote dal piccolo nucleo di abitanti migrati in città. Sono case per modo di dire: il vento fischia tra le fessure e la nebbia che le avvolge sembra quasi dipanarle e portarsele via. Non c’è nemmeno la luce elettrica. C’è la fede paradossale di questi amici che si propongono di preparare, in assoluta povertà, il cristianesimo di domani».

Ora, come si risponde alla menzogna con la verità e all’eresia con l’ortodossia, ad un’ipotetica chiesa dell’avvenire si risponde con la Chiesa di Sempre. Quella fondata da Cristo sulla Pietra e sugli apostoli, sul sangue dei martiri e sulla Dottrina dei Padri e dei Dottori. Al declino confusionario della cristianità, come fu al tempo incerto e confuso dei Goti, si può a mio avviso rispondere validamente con il rilancio del monachesimo. Servirebbe un nuovo San Benedetto. A questo progetto si riferiva il pontificato di Joseph Ratzinger? Certamente: «Con quale nome vuoi essere chiamato?»«Vocabor Benedictus XVI».

Il 9 aprile 2008: «Di fatto, l’opera del Santo e, in modo particolare, la sua Regola si rivelarono apportatrici di un autentico fermento spirituale, che mutò nel corso dei secoli, ben al di là dei confini della sua Patria e del suo tempo, il volto dell’Europa, suscitando dopo la caduta dell’unità politica creata dall’impero romano una nuova unità spirituale e culturale, quella della fede cristiana condivisa dai popoli del continente. E’ nata proprio così la realtà che noi chiamiamo ‘Europa’». L’opera di San Benedetto forgia la civiltà e la cultura dell’Europa che, dopo le “tragiche utopie” del XX secolo, poggia sule macerie della propria identità: «Per creare un’unità nuova e duratura, sono certo importanti gli strumenti politici, economici e giuridici, ma occorre anche suscitare un rinnovamento etico e spirituale che attinga alle radici cristiane del Continente, altrimenti non si può ricostruire l’Europa. Senza questa linfa vitale, l’uomo resta esposto al pericolo di soccombere all’antica tentazione di volersi redimere da sé – utopia che, in modi diversi, nell’Europa del Novecento ha causato, come ha rilevato il Papa Giovanni Paolo II, “un regresso senza precedenti nella tormentata storia dell’umanità”». l'Europa si può ricostruire solo a partire dalle sue radici cristiane, perché o sarà cristiana, o non sarà. E ancora: «In un’epoca segnata da una preoccupante cultura del vuoto e del "non senso", voi siete chiamati ad annunciare senza compromessi il primato di Dio» (Discorso del Santo Padre ai partecipanti al Congresso Internazionale degli Abati Benedettini, 20 settembre 2008).

San Benedetto è il patrono d’Europa. E’ necessario guardare a quel monachesimo inossidabile nei secoli, che passa indefettibilmente da Norcia, ma recuperando anche tutta la tradizione ortodossa orientale antica. Questo è ecumenismo, non il vestirsi da Budda o da Alto Passero. Recuperare San Basilio Magno con san Gregorio Taumaturgo in primis, e poi tutti gli altri, fino a san Paisios atonita.
Come? Non ne ho la minima idea.
Forse prima dovremo riconquistare Costantinopoli al Sultano Erdohan. Ma questa è un’altra storia.
San Paisios prega per noi.

 

15 dicembre 2014

“Lazzaro Spallanzani e Gregor Mendel. Alle origini della Biologia e della Genetica” (II parte)


di Francesco Filipazzi 

La seconda parte del libro “Lazzaro Spallanzani e Gregor Mendel. Alle origini della Biologia e della Genetica” si occupa della figura del monaco Gregor Mendel, padre della genetica e dell’orticoltura, grande appassionato di apicoltura e meteorologia. L’approfondimento della figura del monaco austriaco è preceduta da una lunga digressione sul monachesimo e sull’importanza dei frati nella storia d’Europa, che deve il proprio sviluppo sia spirituale che materiale proprio ai vari ordini nati nei primi secoli dell’era cristiana, con le prime regole scritte già nel quinto secolo.

Mentre tutto il continente era in preda al caos, dopo la caduta dell’impero romano, i monaci rappresentarono un elemento di stabilità. Bonificarono le paludi, dissodarono terreni incolti e posero le basi per una rinascita dell’Europa cristiana. Per San Benedetto la coltivazione dei campi era doverosa sulla base di quanto detto dai padri della Chiesa: “Sant’Agostino aveva asserito che il lavoro dei campi non era soltanto una conseguenza del peccato originale e della caduta dell’uomo, ma che esso faceva parte della sua vocazione naturale quale giardiniere dell’Eden, ed era perciò in accordo con la sana vita del monaco.”

I monaci salvarono dalla fame e dalle carestie milioni di persone e rivoluzionarono l’alimentazione, creando nel corso di tutto il Medioevo aziende agricole e innovando continuamente il lavoro dei campi e la produzione del cibo. Introdussero la pesca in molte zone dove non era praticata, utilizzarono i mulini ad acqua, svilupparono la produzione del vino e dell’olio, la lavorazione del latte per creare moltissimi tipi di formaggi. Modernizzarono la produzione della birra, tanto che ancora oggi le birre d’abbazia e trappiste sono fra le più pregiate. Tutto ciò era dovuto alle molte eccedenze di prodotti che erano nelle disponibilità dei monaci in virtù dei loro metodi di coltivazione moderni e all’avanguardia.

Insomma, i frati hanno insegnato l’agricoltura agli europei ponendo le basi della loro ricchezza.



Ne solco della creatività monacale troviamo dunque Gregor Mendel, monaco che viveva nell’attuale Repubblica Ceca. Durante la dittatura comunista, il monaco, proprio perché cristiano, è stato sottoposto a damnatio memoriae, nonostante sia stato il primo a studiare in modo scientifico la trasmissione dei caratteri ereditari, facendo quindi nascere la genetica. Una genetica eticamente buona, che intendeva conoscere il creato (e secondariamente produrre cibo migliore), non come la genetica moderna, l’eugenetica, volta a produrre esseri umani in laboratorio sostituendosi a Dio.

Un altro ambito in cui Mendel ebbe grande influenza fu la meteorologia di cui può essere considerato uno dei padri.  Gli autori fanno notare come questa scienza faccia parte della tradizione monastica già da molti secoli prima di Mendel, in quanto è legata allo sradicamento delle superstizioni nell’Europa post-pagana, ad opera dei cristiani. “Svincolarono così l’agricoltura, il tempo, i fulmini, le tempeste ecc. dalla presenza di divinità immanenti e dalla necessità di riti magici, espiatori e propiziatori.”

Mendel quindi, applicandosi alla meteorologia, acquisì molta fama in vita, più che per gli studi sui caratteri ereditari, che gli valsero una fama più tardiva e postuma.



In generale, possiamo concludere che Lazzaro Spallanzani, di cui ho parlato nel precedente articolo, assieme a Gregor Mendel è uno di quegli studiosi che hanno dimostrato come l’uomo animato dalla luce della fede possa produrre una scienza vera e di qualità, senza giungere a derive distruttive e nemiche della persona. Derive che oggi mettono a rischio l’armonia e la pace fra l’Uomo e il Creato.

 

11 novembre 2014

San Martino, soldato di Cristo



di Roberto De Albentiis

San Martino, Vescovo di Tours, chiamato, nella tradizione orientale, il Misericordioso, nacque a Sabaria, in Pannonia, in un anno compreso tra il 316 e il 317: era figlio di un generale romano di religione pagana, ed entrò anche lui molto giovane nell'esercito; promosso al rango di circitor e inviato in Gallia, era suo compito svolgere la ronda notturna e ispezionare i posti di guardia.

Un giorno, durante l'esercizio della sua funzione militare, incontrò un mendicante seminudo e gli offrì metà del suo mantello (episodio su cui poi si basò l'intera produzione iconografica e innografica), e quella notte stessa gli apparve in sogno Nostro Signore Gesù Cristo, che lo lodava per averLo rivestito mentre era povero e sofferente.

Il sogno ebbe un tale impatto su di lui che decise di convertirsi e di ricevere il Battesimo; divenuto, infine, generale, decise di lasciare l'esercito e di farsi consacrare sacerdote.