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08 aprile 2017

Apologetica. Contro l'ipotesi documentaria

(OVVERO SPIEGAZIONI TEOLOGICO FILOSOFICHE FRA MOSÈ E ARISTOTELE)

di Matteo Donadoni

«Sia sul piano scientifico che su quello morale, venni dunque gradualmente avvicinandomi a quella verità, la cui parziale scoperta m'ha poi condotto a un così tremendo naufragio:
l'uomo non è veracemente uno, ma veracemente due»
(Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, R. L. Stevenson)

“Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde” non è stato scritto da Robert Louis Stevenson (1850-1894) di suo pugno. No, il celebre medico, poeta e scrittore scozzese pare non abbia fatto altro che redigere e compilare fonti e frammenti di fonti. In particolare si tratta dei brani riguardanti la fonte J (o Jekyllista), la quale narra dei fatti accaduti al dottor Henry Jekyll, e la fonte H (o Hydista) più tarda, che riporta tutti quei passi, anche controversi, nei quali interviene nella narrazione il signor Edward Hyde. Sul corpus di entrambe le fonti gli studiosi dibattono dubbiosi. Infatti, gli autori profani, per qualche strano motivo non teologico, chiamano con due nomi diversi il signor Henry, ovvero Edward, che in realtà sarebbero la stessa persona.
Esegesi improbabile.

Eppure un’operazione simile venne compiuta nel XIX secolo da alcuni studiosi di area germanofona, di cui non vale la pena ricordare i nomi. Nota come “ipotesi documentaria”, detta anche “teoria delle quattro fonti”, questa teoria è stata poi accettata come scientificamente valida per tutto o quasi il secolo scorso. Una fra le questioni di fondo riguarderebbe il libro della Genesi e le presunte contraddizioni ivi contenute dato l’utilizzo dei nomi ebraici per indicare Dio: אֱלוֹהִים “Elohim” e il Tetragramma sacro  יהוה YHWH. Per spiegare la questione dobbiamo però sapere che Dio non fa mai le cose a caso, ma secondo criterio logico, e l’autore sacro ispirato, nel qual caso Mosè, ha scritto di conseguenza.

Perciò, pur non essendo linguisti del calibro del generale James Johnston Pettigrew (1828-1863), il quale pare disse «La nostra reputazione, dopo i Greci, sarà la più eroica fra le Nazioni», ne abbiamo la presunzione, passiamo ora a trattare dei primi due paragrafi dell’incipit dei Testi Sacri.

Nella fattispecie, la prima unità o perek aleph: Genesi 1,1 – 2,3. Questa sezione racconta della Creazione del mondo (in due fasi) da parte di Dio Onnipotente. Possiamo subito vedere che “Dio” è indicato con il termine Elohim, che, data la desinenza ים… “im” del plurale, non concorda con il verbo “creare dal nulla” “barà”  בָּרָא, che invece è terza persona singolare. Dunque, per esser grammaticalmente preciso, l’autore sacro avrebbe dovuto utilizzare “barù”, che però è termine non usato nel testo sacro, perché rivelerebbe un politeismo che non si dà, poiché unicamente Dio può creare dal nulla. E Dio è “ehad”  אֶחָד. Tuttavia, nella sua infinita sapienza, Egli ha ispirato Mosè in tal senso, affinché, in nuce, fosse da subito presente il mistero della Divina Trinità: il singolare del verbo indica l’unicità della natura (sostanza) di Dio, mentre il plurale del sostantivo indica la pluralità delle persone divine. 

Il perek aleph è un blocco strutturato rigidamente (וַיֹּ֣אמֶר אֱלֹהִ֔ים/  וַיַּ֥רְא אֱלֹהִ֖ים כִּי־טֽוֹב/ …וַֽיְהִי־עֶ֥רֶב וַֽיְהִי־בֹ֖קֶר י֥וֹם) ad indicare con certezza al popolo di Dio che non esistono gli dèi del politeismo pagano, non si celano entità antropomorfe negli elementi, ma la natura tutta è creazione dell’unico Dio di Israele, ed è opera buona. Dunque nella sezione si espone il cosiddetto Teorema di creazione, con cui Elohim, attributo della Giustizia divina, crea dal nulla la materia, che viene definita informe e desolata: il “tohu va vohu” תֹהוּ וָבֹהוּ o caos originario. Da esso viene poi plasmato il mondo tanto che la sezione termina con una natura ordinata, in termini greci il κόσμος dal χάος (Kosmos dal Caos).

Quindi, contemporaneamente, l’autore sacro spiega ai materialisti di tutti i tempi (ad esempio agli atomisti) che la realtà fisica, il mondo, non si è formato per caso dall’incontro scontro fortuito di atomi che cadono nell’etere, ma contiene in sé una struttura propria, voluta e rivelativa di un progetto intelligente. Da notare che מָּיִם “maym”, le acque, non sono da immaginarsi come il verde mare dai riflessi dorati tanto amati da Pavel A. Florenskij (1882-1937): queste acque non sono altro che ciò che gli scienziati, i quali spesso non hanno inventato nulla, chiamano “brodo primordiale”, ovvero l’insieme disordinato degli elementi chimici costitutivi della realtà naturale (gli antichi non erano a conoscenza della tavola periodica degli elementi, che il religioso Mendeleev compilò solamente nel 1869). Dunque il perek aleph spiega, con quel “creò”, il concetto che i rabbini definiscono “yesh me-ayin” יש מאין (letteralmente “c’è da non c’è”) e cioè qualcosa dal nulla, la creazione ex nihilo. Il culmine ontologico assiologico di questa creazione è l’uomo ad immagine e somiglianza di Dio. Tuttavia, se Dio avesse espresso solamente il proprio attributo di Giustizia, probabilmente l’intero universo non avrebbe potuto resistere alla tragedia assiologica dalle conseguenze ontologiche della caduta di Adamo ed Eva nel peccato originale.

Ecco che entra in gioco il perek bet, Genesi dal versetto 2,4 al 3,24. La seconda unità, nella quale Dio è individuato ed espresso con il Tetragramma sacro, Adonai - che erroneamente leggiamo Yahwè - unitamente ad Elohim, e che è l’attributo della Misericordia divina (tutto il perek bet usa entrambi i titoli per venti volte). Nella traduzione dei LXX gli Ebrei alessandrini riportano infatti “il Signore Dio”: Κύριος ὁ Θεὸς. Infatti, i LXX hanno sapientemente tradotto Elohim con “Theòs” e il Tetragramma con “Kyrios”. Quando dunque san Paolo, fariseo, dice le parole “Gesù è il Signore” e cioè “Κύριος Ἰησοῦς” (ex. I Cor 12,3) agli orecchi di un ebreo equivale a sentirsi l’annuncio “Adonai Yehoshua”   יְהוֹשֻׁעַ יהוה , Gesù è Dio. Una bestemmia per lui incomprensibile.
 Il verbo dedicato alla creazione, in questo frangente non è più “barà”, ma “yatzar”  יצר(es  Gen. 2,7 וַיִּיצֶר) ovvero il creare da qualcosa, cioè il plasmare – non a caso è il verbo del vasaio –, lo “yesh me-yesh”יש מיש  (letteralmente “c’è da c’è”). Che non è ex nihilo, ma una forma demiurgica. Tutto ciò perché l’intento dell’autore ispirato è ora differente: non vuole più trattare della creazione, ma del rapporto sussistente fra il Creatore e la sua creatura. Questo Dio di Israele non è il motore immobile dello Stagirita, la Scrittura rivela all’uomo che il suo Creatore gli è vicino, e vuole essere in stretto rapporto con lui. Rivela il rapporto agapico  fra Adonai e Adam. Tutto l’Antico Testamento (così come il Nuovo) esprime la volontà appassionata di Dio di vivere in mezzo al suo popolo.

Ora, ovviamente Elohim e Adonai sono lo stesso unico Dio, Theòs e Kyrios, il Signore Gesù, ma possiamo, utilizzando un linguaggio filosofico, dire che:
Theòs/Elohim è il Dio del mondo noetico, della conoscenza filosofica, il Dio che si giunge a concepire con la ragione umana (Teologia razionale).
Kyrios/Adonai è il Dio del mondo etico, della rivelazione, il Dio che chiama Abramo, che si rivela a Mosè in un roveto ardente dicendo “Io sono colui che sono!” (Esodo 3,14) (Teologia rivelata).

DUNQUE
Come dice Shakespeare, ci son più cose in cielo e in terra di quante ne possa sognare la filosofia di Orazio, perché diversa è la rivelazione divina dalla filosofia umana, anche se non completamente contraddittoria, infatti, Cristo è il Logos al principio di tutte le cose, “generato, non creato, prima di tutte le cose”, e in principio cosa è ? “Berescit” בְּרֵאשִׁ֖ית. Infatti la nostra filosofia naturale, che nel più alto grado fu quella greca, può giungere al monoteismo - e lo ha fatto (implicito già in Socrate) -, ma non colmare aporie sostanziali. Partiamo dalla fine del ragionamento: il Motore immobile dello Stagirita.

Il primo movente muove senza essere mosso, è puro atto. Non ha materia, è puro pensiero che pensa beatamente se stesso (= dimostrazione del secondo piano dell’essere. Ovvero il piano di Dio).

Il problema sembrerebbe risolto, e invece no, perché Aristotele dice che esso causa il moto, ma non lo produce, e cioè che non è una causa efficiente, ma finale: è attraente. D’altra parte nemmeno per gli Epicurei gli dèi, se mai esistono, si curano degli uomini. Nulla a che vedere con quanto espresso nel perek bet. Perché? Perché il primo movente non vuole che le cose si muovano, sono le cose che vogliono arrivare alla perfezione del primo movente. Attrae come fine, ma di nuovo da questa intenzione strutturale sfugge la materia. Il motore immobile spiega l’attualità ma, come il Demiurgo platonico, presuppone la materia. I Greci non sono riusciti a spiegare la materia, che è esclusa dall’Iperuranio e dal Motore immobile. Essa è “chora” per Platone e “hyle” per Aristotele.
Solo alla fine della classicità si arriva alla teoria di creazione della tradizione giudaico-cristiana, che ha contenuti di fede e di ragione (perek aleph).

Infatti l’idea di creazione è spiegabile dalla ragione con la filosofia. Il mondo non viene più concepito come estraneo a Dio, ma come totalmente dipendente da Lui e dalla sua intelligenza creatrice. Aristotele e Platone, infatti, spiegano l’intelligibilità, ma non la materia, che viene spiegata in una visione integrale solo dalla teoria della creazione. Tutta la filosofia classico-medievale trova la sua compiutezza col Teorema di Creazione.
Il Teorema di Creazione è un teorema filosofico che ha la sua genesi nella fede rivelata (diversamente dal dogma della Trinità, che non è filosofico, ma unicamente rivelato dalla fede). Questa creazione ha per culmine l’uomo, tutto è in funzione dell’uomo, tutto è creato al suo servizio ed egli ne è il signore. La rivelazione di Dio stravolge la concezione greca, superandola, mostrando un Creatore che vuole essere vicino alla sua creatura, occupandosene. Passeggiando con lui nel “Gan Eden”.

CONCLUSIONE
Da un romanzo storico ci si aspetta un racconto storicamente verosimile, quanto da un libro giallo  sia lecito attendersi, prima o poi, un omicidio. La Bibbia (fra l’altro) è entrambe le cose. Ma noi non leggiamo  i Testi Sacri per la storia o per gli omicidi di cui narrano. Noi leggiamo la Bibbia, che è sì una raccolta di libri, ma in sostanza perché è un testo profetico. Ovvero il profeta parla a nome di Dio, rivela un pensiero non suo, ma di Dio. Non è la trovata dello scriba del momento, ma Parola eterna e profezia, נְבוּאָה. Perciò non è importante e non interessa teologicamente dire se il testo sacro sia o meno frutto di più correnti o frammenti, redatti o compilati in tempi diversi, da persone diverse - cosa peraltro non provata e improbabile.

Anzi, è totalmente superfluo sostenerlo da parte di un cattolico, perché nello specifico i due passi della Parola sono entrambi ispirati da Dio ad un autore sacro, Mosè, e, a parte il fatto che il loro primo significato è quello letterale, entrambi veicolano un significato di verità, non di falsità o di gretta e speciosa manipolazione a fini politico propagandistici. Oltretutto, restando dal Principio nella medesima Verità, essi portano punti di vista diversi, hanno fini diversi e soprattutto spiegano concetti diversi, secondo la splendente pedagogia di Dio. Lo studioso che spreca tempo ed energie, invece, preoccupandosi di speculare su chi sia il reale autore della Parola di Dio - come se non fosse Dio! -, non viene da Dio, non è un teologo, ma uno sviatore di menti, uno scienziato che ha ingollato un filtro speciale, un intruglio malefico che lo ha fatto perdutamente innamorare della propria intelligenza. Rendendolo un “cieco e guida di ciechi” monsignor Hyde.

La Verità rivelata è, al limite, “veracemente due”, come direbbe Stevenson, ma nel senso che è sempre un’unica verità che si disvela, declinandosi nei diversi modi dell’espressione umana, all’interno della vicenda storica della Salvezza: l’unico piano salvifico che l’unico Dio di Israele ha in serbo per la sua creatura sin dalla fondazione del mondo.

 

27 gennaio 2017

Tre tentazioni per la Chiesa. La FAO, l’empirista e l’esegeta


di Riccardo Zenobi

Per comprendere questo post è necessario partire dalla definizione data dal catechismo dell’azione di tentare Dio:

2119. L'azione di tentare Dio consiste nel mettere alla prova, con parole o atti, la sua bontà e la sua onnipotenza. È così che Satana voleva ottenere da Gesù che si buttasse giù dal Tempio obbligando Dio, in tal modo, ad intervenire. Gesù gli oppone la parola di Dio: «Non tenterai il Signore Dio tuo» (Dt 6,16). La sfida implicita in simile tentazione di Dio ferisce il rispetto e la fiducia che dobbiamo al nostro Creatore e Signore. In essa si cela sempre un dubbio riguardo al suo amore, alla sua provvidenza e alla sua potenza.

Come si può vedere, questa sfida lanciata a Dio e alla Sua bontà può assumere diverse forme, le più classiche delle quali sono le tentazioni con cui Satana cerca di piegare a sé Gesù nel deserto; e quello che accadde a Cristo può avvenire per il Suo corpo mistico che è la Chiesa (intesa come insieme dei battezzati, gerarchie incluse), anche se con forme diverse e adattate ai tempi. Esporrò quindi le tre tentazioni indicate nel titolo, alle quali certi uomini di Chiesa stanno apertamente cedendo, cercando di piegare Cristo e il Suo corpo mistico al mondo, ossia di tradire Cristo adorando Beliar.

La prima tentazione elencata è la "FAO", ossia la filantropia, il ridurre la Chiesa ad una ONLUS di assistenza alle categorie che di volta in volta la moda indica come “svantaggiati”, “emarginati”, “poveri”, etc. Ora, lasciando da parte gli acattolici, quanti sono i fedeli che ritengono la Chiesa una semplice organizzazione internazionale con sede a Roma, il cui scopo è di “lottare contro la povertà, la corruzione, la disuguaglianza sociale”? Ognuno può rispondere a tale domanda con la propria esperienza e confrontandosi con i propri contatti. Viene solo da dire che questa tentazione è diventata estremamente insistente nell’ultimo secolo, da quando la povertà è stata strumentalizzata dai (catto)comunisti, assumendo una condizione ambivalente: da una parte, il povero è l’oppresso ingiustamente etc.; dall’altra parte la ricchezza viene vista come una colpa, un “furto” ai danni di chi ha meno risorse etc. Quindi i poveri sono oppressi dai ricchi, ma non si sognino di migliorare il proprio status: passerebbero dalla parte dell’oppressore. Ma a parte queste contraddizioni palesi (chi parla per slogan non ha bisogno di coerenza), teniamo conto del fatto che le risorse non sono costanti, ma evidentemente in crescita, per una semplice ragione: la popolazione oggi è di 7 miliardi di persone, mentre a metà ottocento era di 1 miliardo, ma il tenore di vita medio è molto aumentato dal 1850 ad oggi – se le risorse fossero rimaste costanti, dovremmo essere in media 7 volte più poveri, cosa che empiricamente non consta. Tutta la retorica dei cattocomunisti e dei vari radical chic non ha alcun valore. Eppure la Chiesa viene tentata, attraverso personaggi eminenti della Sua gerarchia, di smettere di testimoniare il Vangelo della vita in favore del “fiat panis” (guarda caso è proprio lo slogan della FAO).

La seconda tentazione è l’"empirismo", ossia volere che Dio si metta a parlare il nostro linguaggio moderno e acristiano, il quale vuole che Dio manifesti con epifanie la Sua volontà. Che ci sia stato un cambiamento nel linguaggio con il quale si parla di Dio, è evidente a chiunque non sia stato su Marte negli ultimi 60 anni. La forma mentale media dell’uomo moderno lo rende del tutto incapace di ragionare, di trarre le conseguenze da certe premesse, da verità sensibili e di ragione; ciò può assumere la forma dell’incapacità di vagliare ciò che viene riferito. Prendete il caso delle fake news: finché erano i media mainstream a propinarle, non c’era problema per nessuno (a parte coloro che venivano gabbati senza accorgersene); quando si è visto che alcuni gruppi di persone ha smesso di credere a ciò che veniva loro inculcato dalle fonti ufficiali, si è sollevato il problema del poco “senso critico” dell’utente medio di internet, giornali, televisione. Questa forma mentis all’interno della Chiesa è diventata deleteria per la teologia, che oggi è diventata quasi una sorta di vetrina a chi la spara più grossa, perché – si sostiene – “dove Dio non parla apertamente di qualcosa, può partire il discorso” del teologastro di turno, che ci svende le sue opinioni come verità in supposte. È questo un modo di tentare Dio, perché si vuole che parli con il nostro linguaggio del tutto inadatto a qualunque discorso teologico, e quindi si vorrebbe che si manifesti attraverso epifanie e manifestazioni clamorose per “segnalare” la Sua volontà sull’ultima moda intellettuale. È questo l’equivalente della seconda tentazione di Cristo narrata nel Vangelo di Matteo: «Se sei Figlio di Dio, gettati giù, poiché sta scritto: ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo,
ed essi ti sorreggeranno con le loro mani, perché non abbia a urtare contro un sasso il tuo piede». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: Non tentare il Signore Dio tuo».

Questo testo introduce alla versione intellettuale di tale tentazione, che è quella dell’"esegeta", la quale si riassume nel temperare la Parola di Dio in modo da stravolgerne il significato con giri di parole, termini capziosi e ambigui, prolisse elucubrazioni etc. che fanno perdere di vista il senso ovvio della Scrittura. Qui gli esempi sono a iosa, e non c’è bisogno di insisterci sopra.

Queste tre tentazioni non sono altro che le maschere assunte attualmente dalla tentazione suprema, quella di adorare il mondo e il principe di questo mondo, cioè Satana, in luogo di Dio. Ecco quindi che il cerchio si chiude: ognuno valuti quanto ho esposto, e si chieda se oggi sono tentazioni che vengono dall’esterno della Chiesa o anche dal suo interno. La risposta è ovvia, e può arrivarci anche un empirista.

 

27 ottobre 2016

Il Catechismo in busta

(ovvero i 5 pippoli d’arancio teologali)

di Matteo Donadoni

"Quando il generale Lee depose le armi, mio zio tornò alla piantagione…"
(A.C. Doyle, Cinque semi d’arancio)

Già, prima o poi doveva accadere. Il mio parroco don Benvoglio, del quale vi ho parlato, è andato in pensione. Intendiamoci, solo da sacerdote, perché in qualità di docente otime manebit in cathedra. Francamente non mi mancherà l’ex parroco, e già questa è una notizia infelice. Ma, dato che l’infelicità è tenace come un mastino che ha fiutato l’usta e imprevedibile come trovare cinque pippoli d’arancio in una busta, ecco che in curia hanno pensato bene di mandarmi un nuovo parroco, che chiameremo qui “don Ariano”. Chissà se avrà influito sulla scelta una mia vecchia lettera in richiesta di un sacerdote con smanie tradizionaliste. Tanto ormai tutto ciò che riguarda il cattolicesimo applicato è per me un giallo. Forse sarebbe stato meglio scrivere allo zio Elias Openshaw piantatore, o che so, ai fratelli Marx.
Perciò, si può intuire che la mia assenza da queste pagine non è dovuta tanto alla mia scocciatura per il fatto che la vita sembra banale perché i giornali non dicono nulla, ma ad una disarmante vicenda insolita che mi ha causato uno choc dal riflesso parateologale coatto, per riprendermi dal quale ho rischiato di farmi anacoreta o almeno agrumicoltore.
Dunque, ora che sono passati i venti equinoziali e la pioggia autunnale sta spazzando le strade come il ponte di un brigantino, dobbiamo cercare di innalzare le nostre menti al di sopra del rollio della routine e darci da fare.
Ecco qui il mio cliente, l’uomo da cui l’epifenomeno che spezza la noia: un’ora e mezza di catechesi, o, per meglio definirla, di introduzione alla catechesi. Una catechesi mignon, un minibabà, un discorso che secondo don Ariano doveva farci venire, proprio a tutti, l’acquolina in bocca. Un idioma teologico gassoso e stucchevole come una Coca-Cola di sottomarca, che si è rivelato, invece, una dottrina in busta come i semi d’arancio del K.K.K. Letale.
Più che spremuto, però, è il caso di dire frullato. Nonostante sia ben conscio del fatto che la polemica sia un atto di carità, questa volta non ho saputo reagire; sono stanco di discutere con i sacerdoti che dovrebbero confermarmi nella fede e invece fanno di tutto per farmela perdere. Ho deposto le armi come il generale Lee e me ne sono andato via con l’acidità di stomaco. Ma, gastrite a parte, se quella catechesi fosse stata in busta, la busta conterrebbe questo biglietto (Telegramma prepagato. Da leggere):

I 5 PIPPOLI

La Bibbia non è la Parola di Dio, ma ne contiene il succo.
La chiesa non è la casa di Dio, ma Dio è in ognuno di noi. - Corollario: vietato inginocchiarsi.
Gesù ha infranto tutte le Regole della religione ebraica, non volute da Dio, ma inventate (sic!) dai sacerdoti per profittarsi economicamente del povero popolo di Dio. - Corollario: Gesù è venuto per distruggere la religione (sic!). - Corollario n°2: non si serve Dio, ma l’uomo.
(Ergo) Il tabernacolo non è il centro della chiesa e fa bene chi lo mette di lato (ma andrebbe tolto del tutto), ma è la tavola – che non è un altare! – il centro della chiesa.
(Ergo) Non c’è nessun sacrificio perché il perdono è gratis. Dio non sa cosa farsene dei sacrifici, soprattutto quelli animali dell’AT. Dio è amore, Dio è mio papà. - Corollario: idem con il punto 2, non mi inginocchio davanti a mio padre.

A questo siamo arrivati: la “chiesa dei pippoli”.
Ora, io non sono un eresiologo, ma a me pare che da questi cinque assiomi derivino almeno un paio di semplici considerazioni.
La prima è che l’intero iter para esegetico ben si affianca allo scandalo vaticano della diabolica statuetta rossa di quel Martin Luther (1483-1546), considerato ormai un mistico cristiano (vedi Edizioni Dehoniane), esposta al termine del pellegrinaggio (?) dei luterani a Roma svoltosi in vista delle celebrazioni dei 500 anni della sua epocale rampogna con le 95 tesi di Wittenberg. Affatto peculiare. Libero esame allo stato brado, l’altare è una mensa, la Messa una conferenza. D’altra parte il parroco ha esplicitamente detto che “inizialmente” aveva ragione Lutero. Ergo non ho nemmeno iniziato ad imbastire una discussione, non ci può essere dialogo teologico con un luterano: l’eresia luterana è teologicamente inconfutabile, in quanto un luterano non rifiuta un particolare articolo di fede, ma rinnega il principio di tutti gli articoli e cioè il principio stesso del magistero della Chiesa cattolica circa l’intera interpretazione della Bibbia. Non la Chiesa dà autorità divina, ma l’autorità del singolo avvalora l’esegesi. Romano Amerio lo definisce pirronismo protestantico. In soldoni vale tutto.
Tuttavia, se vogliamo ben vedere, secondo la chiesa dei pippoli, ex post, in definitiva Gesù è solo un uomo. Niente sacrificio uguale niente presenza reale. Infatti non l’uomo serve Dio, ma Dio serve l’uomo. Una teologia che non tiene conto del semplice fatto che è Dio a rendere amabile l’uomo e che il motivo di doverlo amare è scaturito dall’amore per Dio stesso. Una teologia ribaltata secondo la quale, di conseguenza, il Regno di Dio non è nell’aldilà, ma al di qua. Concetto non esplicitato ma accennato. Dunque, se il regno di Dio è al di qua, il fine della Chiesa non è salvare le anime, ma salvare i corpi. Definiamo questa dottrina somatolatria. Uomini che servono altri uomini e non Dio, a prescindere da Dio. Peccato, però, che questi sacerdoti loquacemente conturbanti, sempre indaffarati ad inzaccherarsi di materia fino alla barba, diversamente da quanto accadeva nei secoli della Chiesa antica, non guariscano più nessuno dalle malattie e non resuscitino più nessuno dalla morte.
Di conseguenza la religione di don Ariano è una metatesi – per non usare una parola simile – teologale che utilizza il cristianesimo per deviarlo, per piegarlo, ancorché a fin di bene (ragion pratica), ai propri interessi mondani, cancellando il mistero della costituzione ontologicamente teandrica di Cristo. Apposta ha fatto sequestrare ai bambini tutti i catechismi già pagati dalle famiglie (quelli CEI che già erano insulsi) per utilizzarne uno scritto dall’amico suo, fotocopiato. Pare, tuttavia, che questa sia la concezione che va per la maggiore ultimamente, ridurre la Chiesa cattolica da Corpo mistico di Cristo ad una fantomatica Amateur Mendicant Society.
Se così fosse, non serve essere Sherlock Holmes, la stessa tragica evidenza del reale lo impone, Gesù sarebbe morto invano. Dio avrebbe fallito. La povertà, infatti, è eterna. La prepotenza mutevole ma imperitura. La malattia un mostro camaleontico impalpabile ed invisibile fino al manifestarsi fenomenologico della sintomatologia patognomonica, quando può essere ormai tardi e si va a far compagnia al senno del poi. L’ultima ratio di un discorso del genere è un epitaffio nietzschiano.
L’ermeneutica secondo cui la Legge di Dio è invenzione umana diviene nullificante l’intera religione ebraica e di conseguenza cattolica, che ne è compimento. E poi, quale enunciato testamentario sarebbe succo e quale no? E chi lo deciderebbe? E se il perdono è gratis perché Dio sarebbe morto in croce? Ha mai sentito parlare di Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo? A volte anche a me vien voglia di mandare a giro semi d’arancio, così, a titolo esplorativo, ma non è da buoni cattolici deviarsi dai buoni fini dei primordi come un Ku Klux Klan qualsiasi. Perché la saggezza è discernimento pratico dei mezzi e non si concilia con l’abbandono del fine.
Un uomo curioso, don Ariano, nonché simpatico. Molto simpatico, anzi, mi sta decisamente simpatico, devo ammetterlo con travolgente perplessità emotiva. Non tanto perché ha portato la carambola, ma soprattutto per la sua genuina giovialità (almeno tale voglio sperarla, altrimenti ci sarebbe di mezzo una malizia sulfurea). E poi ha messo un flipper d’antologia. Amo i flipper. I flipper, metaforicamente parlando, sono l’eziologia di uno stile di vita. Palle d’acciaio. Eppur girano, girano e rimpallano, come pirotecnici solidi, come emozioni luccicanti dominate dalla mente in ragione di traiettorie ben ordinate e, ogni tanto, con uno sparo improvviso, hai vinto una partita.
Per ora ho abbandonato una parrocchia le cui vestigia cattoliche gemono, sconfitte dall’aggressività ariana in clergyman. Vago, reduce, in cerca di una Messa domenicale almeno decente. E a volte, come un soldato in grigio sconfitto e sofferente, medito in spirito eutimico su ciò che sarà e su ciò che avrebbe dovuto essere, sapendo che per la Legge della Conservazione Storica della Chiesa risorgeremo, vagliati come l’oro, purificati dai nostri peccati. Per ora torno anche io alla mia piantagione, anche se spirituale, cercando di salvare il seme, almeno sulla mia terra.
Un agrumeto a Bergamo non era decisamente un’avventura romanzesca, né una grande idea, d’altra parte.