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12 novembre 2020

La vicenda Trump rivela che i media sono tutti schierati (a sinistra)


di Giuliano Guzzo

Se c’è una certezza, a seguito di queste elezioni Usa molto combattute e tutt’ora parecchio incerte, è il ruolo platealmente militante dei media che, guardandosi bene dal seguire e commentare le presidenziali, sono scesi manu militari nell’agone politico mettendosi prima a contrabbandare come attendibili i sondaggi che davano al candidato democratico, Joe Biden, un vantaggio astronomico poi rivelatosi fasullo e, poi, a presentare come farneticazioni le proteste del presidente uscente Trump contro presunti brogli ai suoi danni, con tanto di interruzioni di interventi in diretta dello stesso tycoon, liquidato alla stregua di un allucinato bisognoso di un bravo medico.

Ora, quale che sia l’idea che ciascuno può legittimamente avere di queste elezioni americane, un fatto appare pacifico: davvero i media tifano democratico. Non lo insinuano nello staff di Trump, lo ammettono apertis verbis gli stessi giornalisti progressisti. Basti pensare a quanto dichiarato ancora lo scorso anno da una brava giornalista come Lara Logan, a lungo inviata di guerra in Iraq e Afghanistan e corrispondente del programma della CBS 60 Minutes: «I media di tutto il mondo sono per lo più liberal. Non solo negli Usa, anche se qui l’85 per cento dei giornalisti è tesserato come democratico, quindi non si tratta di illazioni, ma di dati di fatto».

Che queste non siano congetture è provato dalla letteratura, che conferma come circa l’80% dei giornalisti sia progressista anche se viene detto che «nonostante la schiacciante composizione liberal dei media» non ci sono «prove di pregiudizi di questi media nella copertura delle notizie» (Science Advances, 2020). In realtà, il modo arrogante con cui, come si diceva poc’anzi, in questi giorni si è da una parte interrotto il collegamento ad una conferenza di Trump e, dall’altra, si son prese per oro colato le proiezioni della Cnn per dichiarare vincitore Joe Biden, che allo stato non ha ancora 270 grandi elettori, ha colmato ogni asserita carenza di «prove» sulla faziosità mediatica.

D’altra parte, ciò che si vede ora ha illustri precedenti. In un bel libro curato dal giornalista Massimo Pandolfi (Inchiostro rosso, Ares 2004), si dava per esempio conto di una ricerca realizzata in 6 mesi di monitoraggio di giornali, lanci di agenzia e programmi; l’esito di quel lavoro sottolineava che sì, la gran parte dei giornali italiani di allora era – dato che parliamo di un volume di oltre 15 anni fa – smaccatamente ostile a Silvio Berlusconi. Non c’è insomma nulla di che stupirsi del fatto che oggi il mondo giornalistico militi per il fronte liberal, tema su cui peraltro esistono ormai vari volumi, come Left Turn (Griffin, 2012) di Timothy Groseclose, docente alla George Mason University.

Certo, ci si potrebbe chiedere come mai, se in generale l’elettorato – non solo in America – tende a spaccarsi tra conservatori e progressisti, il mondo dei media sia quasi del tutto progressista. Le spiegazioni di tale sbilanciamento sono varie, e spaziano dal fatto che già le università sono spesso culturalmente progressiste alla maggiore militanza – con conseguente voglia d’indirizzare gli altri secondo le proprie visioni – che caratterizza l’elettorato progressista che, essendo tra l’altro in generale più laico, pone scarsa fiducia nella Provvidenza e moltissima nella facoltà umana di plasmare fatti, eventi e naturalmente opinioni. Il vero dilemma, ora, non è quindi se i media siano di parte – cosa acclarata -, ma che cosa si sta aspettando a ritenere tutto ciò un problema.



 

23 settembre 2020

Leali e la slealtà



di Franco Ressa

Pittore, ti voglio parlare
Mentre dipingi un altare
Io sono un povero negro
E d'una cosa ti prego
Pur se la Vergine è bianca
Fammi un angelo negro
Tutti i bimbi vanno in cielo
Anche se son solo negri.
Lo so, dipingi con amor
Perché disprezzi il mio color?
Se vede bimbi negri
Iddio sorride a loro.
Non sono che un povero negro
Ma nel Signore io credo
E so che tiene d'accanto
Anche i negri che hanno pianto

Questa canzone, composta nel 1948 da Pedro Infante sui versi del poeta e politico venezuelano Andres Eloy Blanco, venne ripresa nel 1968 da Fausto Leali nel suo albo LP Il negro bianco. Leali ha quindi un merito antirazzista non da poco, data l’epoca nella quale cantava Angeli negri. Eppure ciò non è bastato. Facendo parte del Grande fratello Vip, il nostro cantante, a proposito del suo successo di 52 anni fa’ ha senza malizia detto: nero è un colore che non indica una razza, quella dei negri. Subito il fratello del calciatore Balotelli, Enock lì presente, ha risposto burbanzosamente: Non deve passare questa cosa, e la sua affermazione è diventata legge. Due giorni dopo il gelido direttore di settimanali e conduttore Signorini ha annunciato a Leali la sua espulsione dalla trasmissione. Fausto Leali è l’ennesima vittima del politically correct e della moralità da quattro soldi che serve a demonizzare chiunque esprima un’ombra di dissenso, anche involontario. Consoliamoci con il testo della canzone, il bell’inno religioso di un essere umano che riconosce il suo Dio, e chiede come consolazione delle sue pene un segno, un simbolo che lo renda più vicino a Lui, nell’attesa di diventare veramente un angelo. E senza colore.

 

18 marzo 2020

Il rapporto fra il papato e i media

di Riccardo Zenobi
Quello tra papato e mondo mediatico è un rapporto forse più tormentato di quello tra papato e impero/potere temporale, e per notarlo basta ricordare un po’ di cronaca relativa gli ultimi pontefici.
Senza risalire troppo indietro nel tempo si può cominciare dal dopoguerra, l’epoca in cui i media iniziarono ad essere molto più pervasivi e fruibili di quanto lo erano stati precedentemente; grazie alla diffusione della radio e alla nascita della televisione, mezzi che non richiedevano l’alfabetizzazione per essere utilizzati, l’italiano medio iniziava ad entrare in quel “villaggio globale” che sarebbe diventato il mondo occidentale di lì a vent’anni.

Pio XII era un uomo ieratico, conscio del suo ruolo di pontefice, e ha sempre tenuto a distinguere la figura del Papa da quella dell’uomo Eugenio Pacelli, tanto che quando un giornalista rese di dominio pubblico che al pontefice piaceva ammirare il passaggio del treno quest’ultimo per ripicca tolse le sigarette gratis ai vaticanisti. Cose di altri tempi, certamente, ma indicavano lo spirito sacerdotale dal quale era circondata la figura del Papa. Il cambiamento iniziò con Giovanni XXIII, che aprì le porte del Vaticano ai media. Famoso è l’aneddoto per cui un cameraman avrebbe detto “Santità, s’inginocchi e faccia finta di pregare”. Non certo un bell’inizio, ma si è messo subito in chiaro che il mondo dei media ha le sue regole ferree, che spesso sono in aperto contrasto con quelle del mondo sacerdotale.

Da allora in poi il contrasto divenne aperto: all’epoca del Concilio Vaticano II ci fu addirittura un “Concilio dei padri” nelle aule e un parallelo “concilio dei media” nei mezzi d’informazione, i quali intendevano influenzare l’andamento del primo dando maggiore o minore risalto a certe figure o a certe dichiarazioni, creando aspettative messianiche su certi temi (ad esempio la contraccezione) e lasciando in ombra ogni aspetto spirituale che dovrebbe essere il centro di ogni Concilio. Il postconcilio fu addirittura peggiore: i media sdoganarono l’ermeneutica della rottura, propria della scuola di Bologna, e la resero l’unica interpretazione fruibile al mondo cattolico, tanto che si dovrà attendere Benedetto XVI per avere un controcanto.

In tutto questo, Paolo VI si trovò in una situazione nuova che non sapeva come fronteggiare. Quando fu il momento di parlare e chiarire scrisse Humanae vitae, la quale esacerbò la tempesta portando interi episcopati a proclamare disobbedienza aperta al Papa (e obbedienza al bastone mediatico). Si dovette attendere Giovanni Paolo II per avere un nuovo rapporto con i media, un “Papa mediatico” anche nei momenti difficili e di malattia, che facesse riaffezionare il mondo cattolico alla figura del pontefice. In questo frangente i media controvoglia si adeguarono: l’ideologia anticattolica va bene, ma il quattrino è il quattrino, e se non si riesce a creare un’alternativa alla figura del Romano Pontefice conviene cavalcare l’onda con lui invece che con Martini e la mafia di san Gallo.

Con Benedetto XVI le cose ritornarono alla “normalità”: da una parte il suo insegnamento e l’ermeneutica della continuità, dall’altra i media che lo accusano di scandali e di illeciti compiuti da altri. Ciò però non bastò a svuotare piazza San Pietro all’Angelus, che anzi si riempì sempre più che in passato. Con Francesco si assiste ad una cosa del tutto nuova: l’appoggio totale e incondizionato del mondo mediatico ad ogni aspetto ed atto del pontefice, per quanto marginale. I media hanno cambiato registro? Materialmente sì, ma formalmente? Come mai questo pontefice ha l’appoggio entusiastico della stampa italiana e ha avuto quello della stampa internazionale fino a pochi anni fa? Sono domande lecite. Anche perché al contempo la piazza si sta svuotando, e sempre meno persone fanno caso alle continue dichiarazioni di Francesco su ogni materia politica, economica e sociale.
Un punto resta chiaro e fermo, e lo espongo con le parole di Andrew Breitbart:

La sinistra non vince attraverso il dibattito. Non ne ha bisogno. Nel XXI secolo i media sono tutto. La sinistra vince perché controlla il discorso, la narrazione della realtà. Che è in mano ai media. Ma la sinistra è media sono una cosa sola. E la narrazione è tutto. Per questo parlo di complesso politico-mediatico progressista.

 

07 agosto 2019

L'ultimo delirio. Il New York Times cambia un titolo per non destabilizzare i lettori

Il progressismo è sempre più una patologia mentale e i progressisti sono sempre più mentalmente fragili. Incapaci di sopportare anche solo il pensiero che la realtà sia diversa da quella che loro si costruiscono fra le pieghe delle loro menti obnubilate, si scontrano quotidianamente con la verità dei fatti e reagiscono con violenza, pianto e psicofarmaci.
L'ultimo episodio della cartella clinica del progressismo vede il New York Times protagonista di un fatto ridicolo.
Successivamente alle sparatorie di pochi giorni fa, Trump ha fatto un discorso per condannare il razzismo. Il New York Times ha fatto quindi un titolo di apertura.
Dai reparti psichiatrici di tutta l'America si sono però levate urla di dolore, perché un Trump non razzista rischia di non corrispondere alla retorica consolatoria dei democrats. Gli insulti di massa via facebook e twitter piovuti contro la testata hanno indotto la redazione a cambiare il titolo della prima pagina. Fate voi...


 

30 giugno 2019

Propagande, segreti e peccati dei mass media

di Francesco Filipazzi
Negli ultimi mesi, chi bazzica Milano e altre grandi città avrà sicuramente visto un aumento del numero di monopattini. Personalmente avevo liquidato questo fenomeno come una moda del momento, ma un giorno un collega mi informava casualmente che nelle serie tv americane che guarda lui, ormai tutti i protagonisti sono muniti di questo ridicolo mezzo di trasporto. La moda, dunque, è probabilmente stata influenzata dai media.

Ho dunque pensato che l'amico Giuliano Guzzo avesse perfettamente ragione quando ha scritto il libro "Propagande - segreti e peccati dei mass media", nel quale, da sociologo, analizza il ruolo dei mezzi di informazione nella creazione e nel mutamento delle opinioni della popolazione mondiale. Si tratta quindi di un utilizzo da parte di giornali, TV  e internet del loro forte potere di influenza, in modo diverso rispetto alla questione del monopattino, ma non troppo tutto sommato. Da un lato si influenzano i consumi, dall'altro i costumi.

Nel suo volume Guzzo spiega in modo dettagliato come nel corso degli ultimi decenni, molte tematiche, soprattutto quelle legate ai temi etici come aborto, eutanasia e famiglia, ma anche l'immigrazione, siano state trattate in modo poco lineare dalla grande stampa, dai produttori cinematografici e di cartoni animati, per instillare opinioni nuove nei cervelli delle persone, per far loro accettare concetti che altrimenti non sarebbero stati accettati.

L'autore analizza le tecniche ricorrenti, che vanno dalla vera e propria omissione di dettagli fondamentali dalle notizie, laddove ne vengono gonfiati altri, all'invenzione di emergenze, all'inserimento di messaggi distorti nei film e nei cartoni, per giungere all'immancabile demonizzazione e delegittimazione di chi cerca di proporre idee più lineari e tradizionali. Per farlo, Guzzo utilizza un metodo che molti giornalisti dovrebbero iniziare a utilizzare: unisce i puntini, per costruire un'immagine corretta della realtà. Le conclusioni possono essere stupefacenti.

Lorsignori si accorgerebbero, ad esempio, che la campagna per mettere in guardia le donne in gravidanza in occasione della finta emergenza del virus Zika in sud America, era appunto una campagna abortista in piena regola, basata su falsità di vario genere. Oppure scoprirebbero, come ha fatto l'autore del libro, che da anni e anni è in corso una campagna surrettizia per modificare l'opinione pubblica sulla questione della pedofilia. "Nell'immaginario collettivo, si è abituati ad immaginare una campagna propagandistica come martellante e plateale - viene spiegato nel libro - e molte volte in effetti le cose stanno così. Esiste però anche la possibilità che, per orientate l'opinione pubblica in merito ad un determinato argomento, tanto più se esso è delicato, ci si muova con gradualità e prudenza. A tratti, in modo impercettibile".

Dunque, che cosa dovremmo fare per riuscire ad informarci in modo corretto? Su questo punto il volume è molto chiaro. I media non sono invincibili e anche loro perdono talvolta le loro battaglie. L'importante è dunque tenere gli occhi aperti, non essere scettici in modo patologico ma neanche dei boccaloni che credono a qualsiasi cosa.


 

28 maggio 2019

I veri eurosconfitti sono i mass media

di Giuliano Guzzo
Spiegavate non senza malcelata soddisfazione come la Lega ultimamente – specie dopo il caso del sottosegretario Siri – fosse un po’ in calo; beh, alla faccia del calo: dal marzo 2018 ha aumentato i consensi del 100%, dalle ultime europee la crescita è stata addirittura del 460%, ed oggi è il primo partito con 12 punti di distacco sul secondo. Ipotizzavate un Pd in ripresa grazie alla segreteria Zingaretti, peccato che dalle ultime elezioni politiche il partito abbia perso per strada più di 80.000 voti, mica bruscolini.

Con riferimento all’accoglienza dei migranti, parlavate entusiasti del «modello Riace» da esportare, ma pure a casa di Mimmo Lucano quello di Salvini è il primo partito. Spiegavate con l’aria di chi la sa lunga che, verso questo governo, nel Paese serpeggia un fortissimo malumore, eppure la somma del consenso dei due partiti, negli ultimi 14 mesi, è crescita dal 49% al 51,4%. Soprattutto, denunciavate ai quattro venti il pericolo neofascista, che oggi è emerso in tutta la sua forza devastante: CasaPound e Forza Nuova, messi assieme, non arrivano allo 0,5% dei voti.

Infine, evidenziavate come al Congresso mondiale delle famiglie di Verona vi fossero solo medievali senza seguito, tipo il già citato Matteo Salvini e Giorgia Meloni, ossia i trionfatori italiani di queste europee. Adesso, anziché scusarvi per le scemenze dette, celate la vostra incapacità di capire l’Italia millantando la capacità di capire l’Europa, dove i sovranisti – sottolineate – «non sfondano». Ho già scritto un libro per smascherarvi, ma dato che insistete, cari giornalisti e intellettuali de sinistra, ve lo ripeto: smettete pure di raccontare il Paese come lo vorreste, iniziando a raccontarlo com’è. Un Paese che vi spernacchia.


 

22 ottobre 2018

Un elogio di Radio Maria

di Marco Sambruna

La separazione post conciliare fra seguaci dell'ermeneutica della continuità e seguaci dell'ermeneutica della discontinuità e dunque fra progressisti e conservatori è evidente nella polarizzazione fra due realtà odierne. Da una parte alcuni settori del mondo catto-progressista ligi alla narrazione secolare, per certi versi conformisti e qualunquisti e dall'altra parte la chiesa popolare quanto al seguito e impopolare quanto ai temi trattati rappresentata da molte realtà sul web e da un'emittente ormai di dimensioni planetarie come Radio Maria.
L'emittente diretta da padre Livio Fanzaga ha successo perché è una delle pochissime voci che valorizza ancora i quattro aspetti che hanno sempre distinto la chiesa da altre realtà impegnate nel sociale: la trascendenza, l’unicità della relazione fra uomo e Dio, il conflitto delle idee, il rifiuto di omogeneizzare la fede. In assenza di questi quattro aspetti che rappresentano la quintessenza e l’originalità della fede cattolica, il cristianesimo perde ogni fascino e capacità d’attrazione perché non ha più nulla di  diverso da dire rispetto a qualsiasi altra realtà filantropica.

In primo luogo Radio Maria ha un focus particolare sulla trascendenza, l’escatologia e altre dottrine demodé come l'immortalità dell'anima, la resurrezione della carne, il premio o il castigo eterno, cioè su quell’insieme di temi considerati non più comprensibili all’uomo contemporaneo a giudizio di  altre entità cattoliche mediaticamente incensate. Giudizio che peraltro confligge clamorosamente col fatto che questo immaginoso “uomo contemporaneo”  palesa una decisa renitenza a seguire i nuovi percorsi indicati dalla chiesa ong come dimostra la defezione al culto e l’accostamento a realtà politiche extra clericali più aderenti a una visione tradizionale.

In secondo luogo l’emittente mariana insiste sulla dimensione individuale della relazione fra l'uomo e Dio che è e deve essere per sua natura una relazione di tipo intimo, personale e mistica cioè vissuta ed esperita in modo assolutamente originale e singolare. La chiesa ong insiste  invece nel divulgare una relazione  Dio - uomo di tipo collettivo che quasi sempre finisce con l'appiattire l'esperienza religiosa sulla produzione nel sociale o sul mero rispetto delle leggi civili.

Terzo pregio di Radio Maria: l'emittente ha salvaguardato se stessa dal confondere la Verità da sempre proclamata dalla Chiesa con la pace o meglio con la pacificazione universale laddove lo stesso Cristo disse di essere venuto non ad unire, ma a dividere. La radio non ha paura di apparire in controtendenza nel sottolineare l’alterità della Verità di sempre rispetto alle idee dominanti di matrice laicista e soprattutto non è agita dal mito mondialista dell’unità come priorità assoluta anche a costo del compromesso auto demolitivo. Direi anzi che il palinsesto della radio non rifugge dalla contesa dialettica, dal conflitto delle idee, dalla polemica, dall'apologetica e perfino dall'invettiva dantesca. Radio Maria secondo me ha questo enorme merito: continua la battaglia contro quelle idee che dalla Rivoluzione Francese in poi hanno rappresentato non solo posizioni anticlericali, ma perfino anticristiche.

Infine, quarto tratto distintivo, Radio Maria evita il conformismo linguistico che al di la dei contenuti caratterizza certi documenti conciliari e post conciliari, certe encicliche papali, certe proposizioni della CEI, certa editoria cattolica.

Molti di questi testi hanno infatti lo stesso tono medio: un irritante ingenuo ottimismo che vorrebbe ricomporre qualsiasi divisione in nome di un malinteso senso della fratellanza da raggiungere come scopo supremo anche ricorrendo all’autodenigrazione masochistica. Una messe di dichiarazioni e panegirici dal linguaggio arido e noioso, debole e inconsistente, standardizzato su un registro piagnucoloso, voglioso di piacere, de-virilizzato e mai incisivo; un accalcarsi di proposizioni inconcludenti e vaghe, attente a non scontentare nessuno, ligie alla narrazione dominante, dove nulla che ripugna ai mass media è nominato: lo stesso nome di Cristo non appare quasi mai, ogni orizzonte trascendente è accuratamente emarginato e se anche appare è diluito, confuso e caotizzato in una serie di digressioni, specificazioni, approssimazioni, attualizzazioni socializzanti che lasciano un sapore di cenere in bocca.

In definitiva di Radio Maria si potrà dire qualsiasi cosa, ma non che abbia la pessima abitudine di voler andare d'accordo con tutti o che non sollevi interrogativi sullo stato presente della cristianità.
Vi trasmetto una mia sensazione: ascoltandola si ha spesso l’impressione di udire parole autentiche e non accomodate, verità di fede proclamate a chiare lettere non diluite in interminabili analisi e specificazioni, limpide parole che ribadiscono la dottrina di sempre senza astrattezze o simbolismi al fine di disinnescarne la forza eversiva. 

Raramente ho ascoltato a Radio Maria o letto nei libri di padre Livio parole che siano state omogeneizzate al fine di renderle facilmente digeribili senza troppe difficoltà da parte di chiunque. Viceversa ho ascoltato spesso parole necessariamente impervie: è ovvio infatti che dogmi di fede quali la risurrezione della carne o l'esistenza dei regni ultraterreni o sottolineare le criticità di certo ecumenismo non possono che urtare la narrazione corrente e forse anche alcuni ambiti del cattolicesimo contemporaneo.


 

23 novembre 2017

Le Fake News di Gian Antonio Stella: l’aborto è cattivo solo sui bersagli sbagliati


di Darth Gender

L’altro ieri è apparso sul Corriere della Sera un editoriale di Gian Antonio Stella a proposito degli aborti selettivi che avvengono a numeri impressionanti in numerose parti del mondo.

Ovviamente, in ossequio a tutti i dogmi del politicamente corretto, lo spirito dell’articolo non è una denuncia tout-court del problema aborto (e ci mancherebbe, il giornalaccio massonico per eccellenza non può permettersi certe uscite) ma solo degli aborti quando colpiscono le bambine in base ad una scelta sul sesso del nascituro.

L’aspetto inquietante di tutto questo è che passa in cavalleria un fatto fondamentale: l’aborto è sempre selettivo. È così perché si sceglie di far sopravvivere un essere umano o no, e in base alle più disparate motivazioni (sesso, malattie, vacanze programmate dai potenziali genitori, ecc.).

Viene quindi da chiedersi: l’aborto “selettivo” non va bene per quale motivo? Solo perché uccide le bambine? Questa motivazione non sta in piedi, è un chiaro corto-circuito del pensiero liberal. Sarebbe come ammettere che esistono umani di serie A e umani di serie B, e gli stessi liberal chiamano questa teoria razzismo. Chiaramente sono tutti razzisti meno che i liberal, ma in questo caso sembrerebbe proprio il contrario.

L’articolo porta come argomenti alcune delle peggiori scuse reperibili sul mercato. Nell’ordine, i colpevoli della situazione sarebbero:

- lo shopping (non scherzo, c’è scritto per davvero!);

- le barbariche tradizioni patriarcali (e ti pareva, il povero Patriarcato è chiamato in causa anche quando non c’entra niente. Mi ricordo che un tempo non si poteva abortire proprio per colpa sua, ma si sa, i tempi cambiano e i cervelli funzionano sempre meno);

- la “cultura dello scarto” su cui martella Papa Francesco (notiamo con piacere che al Corriere sono diventati più papisti del Papa: evidentemente ci sono svariati Cardinali abbonati, e una lisciata al Vaticano fa sempre comodo). Ecco, forse questo è l’unico motivo vero, ma è riportato per puri fini ideologici, per far combaciare la narrativa a qualcosa che è per forza autorevole perché l’ha detto il Papa.

Si procede poi ad elencare le cifre della strage (chiamata anche “gendercidio”, con Dante che nel frattempo si starà rivoltando nella tomba), e comunque vengono riportati dati inesatti per numerosi motivi: riguardano solo un sesso (come già detto), e non tengono assolutamente conto di tutte le possibilità di aborto offerte dalla modernità. Infatti, gli aborti causati dalle pillole non sono mai stati conteggiati da nessuno finora, e soprattutto tantissimi aborti avvengono in posti dimenticati dall’umanità (dove nessuno si premura di fare statistiche).

Tuttavia, nonostante l’articolo di Stella trasudi ideologia, banalità e falsità da tutti i pori, è comunque utile a mettere a fuoco una questione fondamentale: la vittima dell’aborto è la più innocente in assoluto, ed è vittima in quanto “non corrispondente” alle aspettative della società malata in cui viviamo.

A tale proposito, voglio fare una domanda agli esponenti della lobby LGBT. Supponiamo, come dite voi, che l’omosessualità abbia cause di tipo biologico-genetiche, e che quindi sia un dato di natura di cui farsene una ragione. Supponiamo anche che venga inventato un test diagnostico per il periodo di gravidanza, in grado di determinare se il feto sarà omosessuale. Con chi credete che se la prenderanno da quel momento in poi? Attendo risposte (anche se non credo che arriveranno, ma pazienza).

Infine, questo caso ci dimostra come, aperta una falla, prima o poi venga giù tutta la diga. E, caro Gian Antonio, ormai è tardi per raccattare i cocci dei danni fatti dalla tua generazione in tal senso.

C’è Uno solo che raccatta tutti i cocci e ci fa i capolavori: Gesù Cristo.

https://labaionetta.blogspot.it/2017/11/obice-le-fake-news-di-gian-antonio.html



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12 novembre 2017

Dalla filosofia alla psicologia: un esempio di come profanare il sacro (II parte)


di Marco Sambruna

(Prima Parte)

Siamo dunque di fronte a uno schema contradditorio: la psicologia più radicalmente freudiana predica quello cui in realtà non crede affatto; afferma di voler assecondare le spinte autonome individuali mentre in realtà non permette loro di uscire dai confini della concezione laicista della vita attualmente in vigore.
Per questo la psicologia all’uomo moderno può solo garantire una sorta di libertà vigilata e quasi mai una autentica libertà.

E’ significativo che nel linguaggio di alcune scuole psicologiche abbiano un valore primario termini come sano e insano: è sano tutto ciò che è finalizzato all’inserimento nella società (modalità adattiva), è insano tutto ciò che indica altre vie. Nel primo caso si parla di integrazione, nel secondo di disadattamento.
In conclusione ciò che la psicologia contribuisce a fondare non è l’uomo autodiretto, ossia in grado di maturare autonomamente le sue scelte, ma quello eterodiretto ossia in grado di conformarsi al pensiero dominante vigente e quindi, in ultima analisi, ad una concezione solidamente laicista della vita.
Per questo in presenza di dinamiche autodirette troppo marcate e potenzialmente eversive talune correnti della psicologia tendono a medicalizzare cioè a classificare come affetto da nevrosi il soggetto che esprime queste dinamiche.
Per rendersi conto di come un certo retaggio materialista tipico di alcune scuole psicologiche sopravviva tuttora e di come queste credano di credere ciò a cui non credono basta condurre un semplice esperimento: ad esempio dire a uno psicologo rigorosamente freudiano che, avvertendo come insufficienti le gratificazioni che la società contemporanea può offrire, si vorrebbe entrare in un convento di cappuccini.
E’ molto facile a quel punto essere etichettati come disadattati che cercano nella fuga mundi  un modo per sublimare la propria incapacità di confrontarsi in una sana competizione sociale o un tentativo di sublimare la libido repressa.


Sciolto il legame con le radici metafisiche del sapere, inizia la seconda fase del processo di profanazione del sacro.
La destabilizzazione del sapere consiste nel ridurre l’unità della conoscenza, ossia la saggezza come patrimonio di secoli di evoluzione spirituale, in una miriade di frammenti nessuno dei quali si propone come sistema di valori o metafisica cui fare riferimento.
Il processo di profanazione del sacro mass mediatico d’altra parte presenta un’altra novità rispetto ai tentativi analoghi che hanno storicamente preceduto. Infatti esso non ha come priorità quella di sostituire la visione del mondo tradizionale caratterizzata dal sacro con una nuova visione del mondo laicista stabilita su solidi pilastri.

Il pensiero dominante odierno non tende infatti alla fondazione immediata di qualcosa di nuovo in cui credere, una sorta di nuovo inizio in cui nasca un uomo nuovo sia pure desacralizzato e scristianizzato. Ciò che deve essere organizzato innanzitutto non è una forma di neopaganesimo: questa ipotesi, peraltro già fallita coi regimi statolatrici e quindi idolatrici del Novecento, sarà perseguita in un secondo tempo.

Si tratta invece in un primo tempo di destabilizzare l’uomo privandolo di una metafisica di riferimento al fine di renderlo insicuro, indeciso e debole.
Siamo in presenza di una nuova narrazione dell’uomo che si trasmette tramite l’impoverimento  del sapere tradizionale – nel nostro esempio la filosofia - il quale, una volta impoverito, diventa un’agente di straordinaria efficacia in vista dell’organizzazione dell’omologazione conformista.
L’impoverimento metafisico del sapere che finora aveva coinvolto principalmente le scienze umane come la filosofia, la storia o la letteratura già avviate a trasformarsi in psicologia, sociologia e cronaca ha contaminato anche la religione che si avvia a trasformarsi in umanitarismo.
Questo iter di secolarizzazione del sapere riguarda l’uomo in quanto tale e in quanto singolo individuo: è l’uomo antropologicamente inteso a rappresentare il terreno di battaglia molto più di quanto sia in gioco il futuro dell’umanità o il collasso della civiltà.
L’uomo, così come lo conosciamo, è in grave pericolo perché rischia l’estinzione, non a causa di catastrofi naturali o della fine del pianeta stesso che ci ospita. In questo caso avremmo la fine della vita biologica sulla Terra e non solo dell’essere umano.
Ciò che rischia l’estinzione è una certa idea di uomo che ha formato l’essere umano tout court, cioè capace di concepire il sacro. Se tale capacità si estingue cessa anche la possibilità di un progetto di vita individuale: l’essere umano sarà sostituito dall’essere disumano ossia non più umano, una sorta di “umanoide” costretto all’omologazione forzata.

(fine)


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04 agosto 2017

La responsabilità etica dei cattolici nella comunicazione (prima parte)


di La Baionetta

Sotto l'impulso di Giovanni Paolo II, evidente soprattutto nel Convegno ecclesiale di Loreto del 1985, i cattolici italiani sono sollecitati ad agire in modo che "la fede cristiana abbia, o recuperi, un ruolo-guida e un efficacia trainante".

In questa prospettiva missionaria i media - giornali tv radio internet - assumono una rilevanza senza precedenti per la testimonianza del messaggio cristiano nella società moderna, reagendo alle “teologie” della scelta religiosa, la quale condanna il cattolico all'irrilevanza e all'intimismo; con il rischio di un cristianesimo dis-incarnato e incapace di dare ragione della sua unicità e del suo essere risorsa preziosa per il bene comune.

Non a caso, la specifica dei comunicatori cattolici consiste nell'offrire, all'interno della Babele informativa attuale, una sana etica della comunicazione fatta di coscienza critica e di risposte concrete ai bisogni spirituali e materiali delle persone: in termini di ragione, significato della vita, Speranza, Giustizia, Carità. Ma non solo, essi assicurano la libertà della Chiesa dinanzi al nuovo “consumistico impero globale della sfera” - per usare un'espressione cara a Papa Francesco -, costruito dalle multinazionali dell'informazione, che non agiscono nella più totale trasparenza, e nemmeno nell'interesse dei singoli; anzi, l'intento loro è di indebolire la capacità di giudizio di questi, performandoli ad un “pensiero unico” mainstream; a discapito della libertà di parola e di coscienza; beni sia per i credenti che per i non credenti.

I cattolici, per la propria unicità, devono vigilare sulle possibili manipolazioni dell'informazione, e ciò si inserisce nella tradizione culturale della dottrina sociale della Chiesa e riafferma il principio etico, valido anche per la comunicazione sociale: “Non tutto ciò che è tecnicamente possibile è moralmente lecito”.

I tre relatori, di cui sotto forniamo un breve curriculum, hanno saputo dimostrarci che raccontare la realtà, contro ogni tentativo ideologico di falsarla, è il dovere etico più importante. Oggi, in cui il senso del limite, la certezza del vero e del bene sono smarriti.

Mauro Carmagnola e’ nato a Torino il 16 settembre 1960, si e’ laureato in Scienze Politiche ed ha conseguito un master in Finanza presso la Scuola di Amministrazione Aziendale di Torino. Giornalista pubblicista dal 1993, e’ direttore responsabile de Il Laboratorio di MCL Notiziario provinciale lavoratori. Presidente del’Unione Regionale MCL del Piemonte e Consigliere Nazionale del movimento e Consigliere Nazionale del movimento ed entra nell’Esecutivo Nazionale MCL. Autore di saggi e libri, tra cui Appello Bianco, redatto assieme a Luca Reteuna, e Perche’ Berlusconi non ci ha liberati dal comunismo.

Giancarlo Chiapello è nato a Torino il 30 agosto 1974, residente a Moncalieri (To). Fin da giovane impegnato nel volontariato parrocchiale nel servizio dell’animazione dei giovani e nell’organizzazione di attività oratoriane si occupa anche della formazione degli animatori. La passione per la politica, intesa come “un’alta forma di esercizio della carità”, l’ha portato negli anni ad essere impegnato nella dirigenza locale e provinciale del Partito Popolare Italiano ed eletto nel 2002 consigliere comunale di Moncalieri dove ha ricoperto le cariche di capogruppo e presidente della Commissione consigliare permanente cultura, giovani, infanzia, pari opportunità. È stato negli anni responsabile dei giovani popolari dopo lo scioglimento del PPI e responsabile nazionale sia propaganda e studi sia organizzativo del movimento laico di ispirazione cristiana «Italia Popolare». Fondatore del Centro Studi Sociali «Mario Becchis». Oltre ai libri curati per Effatà, ha pubblicato Mario Becchis, il Sindaco intellettuale, ed. Iniziative Editoriali (Moncalieri, To), Sulla strada di Gerico. Animatori parrocchiali oggi, ed. Vita. Da marzo 2017 è direttore dell'Ufficio diocesano della Pastorale Sociale e del Lavoro, presso la Diocesi di Pinerolo.

Marco Margrita, vive tra Giaveno, Pinerolo, Torino e Roma. È esperto di comunicazione, consulente editoriale per Echos Group, membro del cda della fondazione romana politico-culturale Europa Popolare, legata al Partito Popolare Europeo e al MCL, dirige la comunicazione di Dai-impresa, gruppo di Aziende, Imprenditori, Professionisti, Artigiani e Commercianti radicati a Torino e nella sua Prima Cintura, Val Susa Val Sangone e Pinerolese; cura la comunicazione per alcune importanti realtà del Terzo Settore; conduce con Luca Calcagno, l'approfondimento giornalistico a Radio Italia Uno, dopo aver condotto con Maurizio Berta la trasmissione "Il Sasso nello Stagno", prima su Radio Dora poi su Susa Onda Radio; ha collaborato e collabora con importanti testate locali e nazionali come Vita Diocesana Pinerolese, La Valsusa, il settimanale Tempi, ed è direttore de La Pietra Nello Stagno, giornale online canavesano, di 2006piùMagazine e de Il Monviso, mensile e settimanale storici del Piemonte.

Abbiamo chiesto ai nostri autorevoli ospiti di riflettere su quanto scritto e di condividere come affrontano le sfide quotidiane. In un'epoca in cui il ruolo della presenza cattolica nella stampa e nel mondo editoriale resta minoritario, nonostante l 'imponenza dello schieramento e il suo radicamento capillare nel territorio e nell'istituzione ecclesiastica.

Ha moderato la penna nera Federico Montagnani, che ha detto: "Benché il tema della responsabilità dei cattolici nella comunicazione sia sempre importante assistiamo da qualche tempo a un fenomeno singolare, cioè l'attività di sabotaggio da parte di una vera e propria “quinta colonna” all'interno del mondo cattolico, che una volta avremmo definito militante e conservatore nei confronti di chi, proveniente da questo stesso mondo, ancora difende i principi non negoziabili e una presenza militante dei cattolici nella sfera pubblica. Per fare una breve cronistoria gli eventi salienti sono stati l'opposizione al family day di piazza San Giovanni: penso all'articolo di Crippa su Il Foglio a proposito dei cattolici ideologici e integristi, la polemica su Papa Francesco al convegno ecclesiale di Firenze contro i cattolici pelagiani, che confidano nella norma e gnostici che confidando nel ragionamento perfetto dimenticano la carne del fratello; infine, il dossier de la Nuova Europa sui fondamentalismi a cura di Massimo Introvigne. Per non dimenticare padre Spadaro e il suo 'ecumenismo' tra destra evangelica americana e integralisti cattolici. A quanto pare i fondamentalisti siamo noi che ci poniamo tutta una serie di questioni - quali appunto la difesa dei principi non negoziabili, tra cui la vita, la lotta senza compressi alla deriva antropologica. E novità, l'attacco viene non solo da Repubblica o da Vito Mancuso, Enzo Bianchi, ma da parte dell'ex mondo cattoconservatore militante. Ora tutti questi soggetti sono accomunati da un uso smodato della retorica per creare fondamentalisti là dove ci sono cattolici, e integristi dove ci sono integralisti. Forse anche nel sapere affrontare temi così importanti fuori dalla retorica dei muri e dei ponti sta il contributo di noi cattolici senza “etichette” e la nostra responsabilità nella comunicazione, cioè nel riallenare uno spirito critico e cercare innanzitutto la Verità. Questo sarebbe utile a noi stessi e a tutti. Ma soprattutto, mi sembra che il contributo dei cattolici nella comunicazione debba essere lo spirito critico. Contributo fondamentale in un'epoca in cui retorica la fa da padrona, che è quindi necessario per saper andare oltre questa retorica; e poi non deve mancare la difesa di una certa idea di libertas ecclesiae nel pensiero unico dominante e mainstream, che Papa Francesco ha definito in più di un'occasione con la figura della sfera. Dunque, chiederò ai nostri relatori come declinano questo tema nel loro lavoro. La parola a Mauro".

Mauro: “Direi prima di tutto che i cattolici hanno informato la società civile, la legislazione italiana in materia di libertà di stampa, di pluralismo dell'informazione. Noi abbiamo attraversato un periodo in cui si è legiferato in merito a questi temi con una forte presenza pubblica dei cattolici. Questo obiettivamente, storicamente ha dato luogo a delle sensibilità che forse non ci sarebbero state se ci fosse stato aria di regime. Ne cito alcuni di questi personaggi, Guido Gonella è stato un presidente di tutto l'ordine dei giornalisti, ma non è mai venuto meno alla sua identità: non la usava in termini strumentali ma l'usava al fine di un giornalismo il più libero possibile. Sensibilità che nonostante l'incapacità, la malizia di certi giornalisti ed editori, ha saputo influenzare positivamente l'intera Europa, non solo il nostro Paese.

A questo punto non posso non pensare alle varie carte che abbiamo noi giornalisti. Carte come quella di Treviso, le quali studiamo, ripetiamo a memoria; ne abbiamo così tante a cui appellarci che tra poco non avremo più la carta su cui scrivere. In questo vi è sicuramente un'impostazione umanitaristica in senso lato, che magari con il cattolicesimo ha poco a che vedere, nonostante presenti alcuni punti che si ispirano ad esso.

I cattolici hanno il ruolo che quando la società glielo permette è propositivo e positivo, e di crescita di tutta la comunità nel suo complesso. Se non ci fossero stati dei cattolici, probabilmente la legislazione italiana, e anche poi la giurisprudenza relativa, sarebbe stata diversa; ci sarebbe stata una sensibilità diversa anche nei confronti di tante situazioni che noi viviamo, che deontologicamente, in quanto giornalisti, siamo tenuti a rispettare. In qualche maniera stringente, pesante nei confronti della categoria. Ma direi che è dovuto per i bambini, per il rispetto di ogni persona. Devono essere protetti da certe strumentalizzazioni dei mezzi di comunicazione di massa, che avvengono quando vi è un clima fortemente ideologico.

Ecco che considerando attentamente la storia della presenza cattolica nel nostro Paese, possiamo ben vedere quanto sia stato fondamentale il ruolo dei cattolici nella comunicazione negli anni in cui c'è stata la loro egemonia politica e anche in parte culturale. Non posso non ricordare cosa è stato il servizio pubblico televisivo. Chi è nato con la televisione tra gli anni 50 e 60, dovrebbe ricordarsi che si era reduci da un'esperienza illiberale e dittatoriale. La televisione italiana per passaggi successivi ha saputo essere tre cose; innanzi tutto, una televisione sostanzialmente libera, in cui con una sola rete si riusciva a fare più servizio pubblico, perché c'era un'attenzione alla qualità. Era una buona televisione, lo riconoscono tutti, in cui i cattolici erano fortemente presenti con la produzione e con la comunicazione giornalistica. Questo fa pensare. Oggi abbiamo una televisione decaduta, e sempre tutti lo riconoscono, e abbiamo meno presenza dei cattolici, sia dal punto di vista culturale che della comunicazione giornalistica. Direi che le due cose sono collegate. Con la venuta meno dei cattolici, è venuta meno la qualità.

Secondo aspetto. La funzione educativa della televisione era alta. Pensiamo al programma per l'alfabetizzazione “Non è mai troppo tardi”. Se oggi si fosse così attenti, si potrebbero fare programmi per l'integrazione culturale, da rivolgere agli extracomunitari. Ma con il servizio pubblico cosa diamo, con le reti commerciali cosa favoriamo? Niente! Al massimo diamo loro le telenovelas o prodotti inutili.

Terzo aspetto. Una sana idea di pluralità vigeva nella televisione e nella comunicazione di matrice cattolica, all'epoca della pienezza della possibilità. Ecco perché non erano i soli. Il padre di Veltroni era un esponente importane della Rai, nessuno gli ha mai detto niente; non è che ci fosse la caccia alle streghe verso coloro che non condividevano la Fede cattolica. I cattolici non hanno mai avuto un'idea opprimente, unilaterale della divulgazione giornalistica e di contenuti. Questa tv faceva da contraltare alla stampa laicista e anche alla stampa di sinistra, come l'Unità, forte soltanto per meriti di partito. Di fatto anche nel momento in cui ci si impegnava per un discorso di parte, si teneva conto dell'equilibrio pluralistico nella comunicazione. Oggi questo è saltato perché la comunicazione è così frammentata che non ci si pone più il problema del pluralismo vero; al contrario, se ne propone uno falso. Non c'è paragone con quello che possono mettere in campo sul web determinate testate, quali Il Corsera e Repubblica e quello che può mettere in campo la sommatoria di piccole testate. Questo per dire che la possibilità di dare spazio, permettere di esprimere giudizi idee a tutti è un'illusione. In realtà sono privilegiati soltanto gli organi laicisti a discapito di quelli cattolici e di quegl'altri che non si piegano ad una visione laicista.

Il pluralismo di quegli anni sapeva contagiare. Anche i giornali più faziosi, come La Stampa di Torino, era più attenta alla nostra cultura, per esempio lasciava uno spazio, mi ricordo, a Carlo Bo e ad altri in campi o pagine particolari. Se poi vediamo la svolta che c'è dopo l'avvento di Giovanni Agnelli al timone dell'azienda Fiat e della testata con suoi direttori, da Levi a seguire, scompare la presenza cattolica, che rimane ancora sul Corriere della Sera e sul Secolo XIX. C'è stato un impoverimento, della qualità giornalistica, parallelo all'indebolimento della presenza dei cattolici. Ripeto, laddove sono forti, si rispetta di più il pluralismo; c'è più effervescenza, vivacità. Il lavoro censorio è infinitamente meno aggressivo di quello a cui assistiamo oggi, non solo nei nostri confronti ma anche uno verso altro.

Altro aspetto importante da sottolineare è questo, la ricchezza rappresentata dalle testate locali cattoliche, che sono la fortuna di questo Paese; alcune delle quali hanno storicamente una forte connotazione cattolica.

Ai cattolici si apre la prospettiva di saperle valorizzare, attraverso il prendere coscienza che il modo di fare cronaca e l'approccio linguistico sono cambiati rispetto a 50 anni fa. Questi aspetti della comunicazione devono essere cambiati aggiornati; ovviamente, non devono cambiare i nostri valori di fondo; occorre essere ancorati ad una visione positiva e costruttiva del mondo, ancorati alle comunità locali, essere buoni giornalisti; fare giornali letti e diffusi. Possono ancora stare sul mercato, perché vendono al contrario dei giornali dei signori della modernità, i quali vedono sempre più diminuire il numero di lettori, nonostante le abbiano provate tutte, anche con internet. Vuol dire che può esserci ancora mercato per la carta stampata. Soprattutto quando i nostri prodotti sono di qualità, originali. Non come La Stampa e Il Secolo XIX, che ormai hanno perso la propria originalità storia: se li prendete in mano, li aprite, vedrete che oramai molte pagine della prima si ripetono su quelle della seconda. Così l'identità di questa si perde in un'omologazione. E meno male che i loro signori dovevano portare maggiore pluralità (falsa, come dicevo sopra), rispetto a noi e a chi altro non si piega ai dettami del laicismo.

Noi oggi possiamo dire serenamente, sebbene le difficoltà non manchino, che la carta stampata cattolica ancora vive.

Mi avvio verso la conclusione. Vi parlo brevemente della vicenda de Il Laboratorio, per raccontarvi come provo a fare buona comunicazione, seguendo pure quanto ho riportato sopra. Tale esperienza dà il nome ad un'associazione e a una testata. Come dissi al rilancio qui a Torino dell'Unione Cattolica Stampa Italiana, è nata non in chiave confessionale ma come periodico mensile, senza etichetta con l'intenzione di far discutere, di stimolare qualche cosa, prima di tutto la materia grigia dell'emisfero destro nella nostra testa, che è a disposizione di tutti... far discutere, provocare dibattiti.

Esperienza in cui l'attenzione per il pensiero cattolico è alta perché se lo merita; non è un scelta di parte, anche perché sulla testata ci può scrivere anche chi arriva da altre scuole culturali, basta che sia intelligente, ragionevole e rispettoso. Si può fare all'inverso, non fare i cattolici, che poi ad un certo punto per timore della cultura dominante sbiadiscono. Si può partire da un'esperienza aperta e poi arrivare ai contenuti che più ci interessano come cattolici. Così io e diversi amici, tra i quali molti dei presenti, per esempio alcuni degli amici de La Baionetta. I temi che solleviamo sono davvero importanti e sempre presentati con ragionevolezza. Sono esterrefatto dallo slogan renziano “aiutiamoli a casa loro”. Perché? Perché noi cattolici non diremmo mai ciò, e nel caso lo dicessimo, coniugheremmo ciò con delle proposte di aiuti concreti, come faceva Giovanni Bersani, senatore e storica guida del Movimento Cristiano Lavoratori.

Quando si va “avanti” in quel modo, con quegli slogan, l'immiserimento è dietro l'angolo. Che aumenta quando i cattolici autentici scarseggiano nella vita pubblica e politica. Lo vediamo bene nei tg regionali, ove la mancanza dei cattolici si fa sentire, fortemente. L'ho capito qualche settimana fa, guardando il Tg3; il giorno in cui a Torino e ad Alba hanno organizzato il gay pride. Su 5-6 servizi, 3 erano dedicati a tali manifestazioni. Uso ideologico dell'informazione, scorretto, perché hanno dato un peso eccessivo rispetto alla realtà che i due pride rappresentano.

Mentre la tv locale l'ho sempre vista con piacere. Al di là della faziosità che si poteva vedere, alla fine è la tv più vicina ai fatti. Invece al Tg3 si parla di fatti ideologici, quando ci sarebbe un spazio enorme per i fatti vicini alle persone, quelli banali come gli scippi, l'ingorgo automobilistico. Questa sarebbe buona cronaca, invece lì solo vi è ideologia, che porta i telegiornali e i giornalisti sempre più lontani da noi, persone del popolo.

Se non c'è l'impegno ad occupare spazi, si arriverà a esiti pericolosi. I cattolici hanno fatto bene per anni e possono dare molto. Devono, dobbiamo prendere l'iniziativa, riacquisire capacità vivacità presenza; altrimenti, e mi ripeto volentieri, la qualità della comunicazione della cultura della politica si deteriorerà. A questo dobbiamo tenere come persone, cittadini e credenti".

 

01 aprile 2017

La guerra ai nuovi media e alle “fake news”: una lettura di tipo politico e tecnologico


di Darth Gender

È da quando Hillary Clinton ha perso le elezioni americane che sentiamo ossessivamente parlare di “fake news”, e dei tentativi per fermarle da parte di governi, organismi sovranazionali, organismi e fondazioni indipendenti (sì, come no… vero Soros?) e chi più ne ha più ne metta.

È singolare che la guerra alle “fake news” venga condotta da soggetti che hanno utilizzato la menzogna sistematica come mezzo di lotta politica: basti pensare che gli stessi che invocano oggi la chiusura dei blog alternativi sono gli stessi che hanno combattuto per la legalizzazione dell’aborto inventandosi cifre a caso artatamente gonfiate relativamente agli aborti clandestini, e potremmo trovare esempi a bizzeffe.

Ma non è questo il punto, dato che l’ipocrisia dei liberal è evidente a chiunque non abbia etti di crudo sugli occhi. La questione è: perché i media mainstream tradizionali si prestano ad autentiche prostitute della politica in questo tentativo di censura?

Per capire questo, bisogna prima rendersi conto della bancarotta economica e morale dell’informazione mainstream mondiale, non solo di quella italiana. Gli esempi sono numerosi e documentati, eccone alcuni:

- Germania: qualche anno fa il giornalista Udo Ulfkotte rende noto che i principali editorialisti tedeschi sono al soldo della CIA e che lui stesso ha preso soldi da tale agenzia. Immediatamente viene trattato come un appestato dai salotti dell’informazione tedesca, e al momento della sua morte (qualche mese fa) tutti i suoi ex-colleghi si ritrovano allegramente su Twitter a festeggiare l’evento;

- Italia: gli esempi si sprecano, ma per rimanere attuali basta guardare cosa sta accadendo al Sole 24Ore. Mi raccomando, FATE PRESTO!

- Gran Bretagna: anni dopo la morte di Jimmy Savile (noto DJ inglese) si viene a sapere che egli era un pedofilo e un necrofilo, e che i crimini di cui si sarebbe macchiato sarebbero stati consumati all’interno dei palazzi della BBC, con la complicità e copertura dei colleghi che sapevano. Sì, la stessa BBC che ha prodotto il documentario sui preti pedofili “Sex Crimes and the Vatican” (evidentemente di pedofilia se ne intendevano per esperienza);

Potremmo andare avanti per ore, ma il succo è sempre lo stesso: i principali operatori dell’informazione sono deboli e ricattabili, sia dal punto di vista economico che morale. Questo porta ovviamente i gestori degli stessi a cercare rifugio e protezione nella politica.

Un esempio è dato dal caso italiano, dove tutti i gruppi editoriali stampano in perdita e ci rimettono tantissimi soldi tutti gli anni. Il meccanismo che si crea è semplice: in cambio del finanziamento pubblico alla stampa, il prodotto stampato sarà conforme ai desiderata del Governo e dei capi di partito di turno. E non è un complotto: basta leggere i maggiori giornali italiani per accorgersi che non viene espresso un solo concetto originale e differente, se si confrontano tutti i quotidiani. La stampa diventa così un autentico megafono del pensiero unico.

In questo panorama da ventennio mascherato da democrazia irrompe però un importante attore: l’informazione autonoma gestita dai blog indipendenti e dai giornalisti indipendenti. Ovviamente, questi cattivoni inaffidabili (che possono esserlo davvero, non è che sono tutti bravi per forza) rischiano di rubare terreno e risorse agli ormai inaffidabili e sbugiardati media mainstream, e quindi parte la guerra.

Una guerra che non ha come scopo la ricerca della verità, ma che ha come scopo il mantenimento dello status quo e delle quote di mercato riservate ad ogni editore asservito al Potere. In questo conflitto, prende parte anche l’informazione televisiva, dato che anche essa si sente minacciata dal ruolo che si stanno ritagliando nuovi attori come RT (Russia Today, con un seguitissimo canale YouTube) e le decine di blogger che ormai popolano la rete e che sono incredibilmente più affidabili dei telegiornali.

In un Paese demograficamente vecchio come l’Italia, purtroppo, la televisione avrà vita lunga per molti altri anni. Molti adulti non sono avvezzi a YouTube et similia, e quindi continueranno ad abbeverarsi alle fonti tradizionali. Tuttavia i giovani possono essere il motore di una rivoluzione: basta vedere come alcuni video su YouTube ottengano molte più visualizzazioni di tanti programmi televisivi.

Un altro conflitto, venuto fuori ultimamente, è quello tra i media mainstream e il mondo videoludico. Questo conflitto è documentato dal fatto che ogni volta che accade un fatto di cronaca si vada ad accusare il videogioco al quale il disgraziato di turno giocava, e che poi da lì parta un’offensiva verso tutti i videogiocatori e i videogiochi in generale.
Non è mia intenzione parlare della questione educativa, che mi riservo di approfondire in futuri articoli, ma di far luce sul fenomeno economico-culturale che c’è dietro a questo conflitto.
A mio avviso, la ragione principale è di tipo economico: l’industria videoludica mondiale ha un fatturato enormemente superiore a quello di Hollywood da diversi anni, quindi più gente gioca ai videogiochi e meno torta c’è per i produttori cinematografici.
Possiamo poi passare al fattore culturale: la televisione e il cinema sono stati e continuano ad essere i mezzi attraverso i quali si esercita l’egemonia culturale di gramsciana memoria. I videogiochi sono invece un ambiente ancora abbastanza non occupato dal politicamente corretto e quindi si capisce che creino fastidio agli occhi dei ben pensanti.
Mi vengono in mente dei recenti casi relativi alla Rai. Non guardo la televisione da ormai cinque anni, quindi se non li avessi letti su Internet non saprei nulla al riguardo.
In alcuni degli ultimi episodi del commissario Montalbano vengono fatte delle subdole operazioni di propaganda:
- In uno, il colpevole alla fine risulta essere un politico che difende la cosiddetta “famiglia tradizionale” (fantasia portami via);
- Nell’altro, viene alla luce un caso di incesto che alla fine non viene stigmatizzato da nessuno, perché “pur sempre una forma di amore è”.

Per concludere, la battaglia è quella per le menti degli esseri umani, c’è poco da fare. Un’ulteriore considerazione che vorrei fare è la seguente: il cambiamento epocale che stiamo vivendo, dal punto di vista dei nuovi media (video, videogiochi, citizen journalism, etc.) non è ancora stato recepito, e i vecchi attori del sistema difendono con le unghie e con i denti le rendite di posizione accumulate nei lunghi anni di flirt col Potere. Se la vediamo così, la loro reazione è più che comprensibile. Tuttavia, le loro falsità sono quotidianamente esposte e smascherate, e se non capiscono l’antifona, saranno spazzati via.

https://labaionetta.blogspot.it/2017/03/obice-la-guerra-ai-nuovi-media-e-alle_30.html

 

05 luglio 2016

L’impero romano distrutto dagli immigrati


di Enrico Maria Romano

La questione dell’immigrazione-invasione sta diventando una delle più urgenti e delle più necessarie da affrontare per tutti i liberi e consapevoli cittadini d’Europa. La cattiva informazione, così tipica dei mass media democratici come stampa e TV, su questo tema è giunta a picchi insormontabili di menzogne, omissioni, confusioni, raggiri e ricatti morali indecenti e inauditi.
“Chi è per l’immigrazione è buono; chi è contrario è cattivo”: questo il luogo comune, il pregiudizio e l’affabulazione implicita in innumerevoli discorsi, articoli strappalacrime e dibattiti in cui risulta sempre più difficile restare fuori dal coro, razionali e sordi al frastuono delle contro-verità.
L’eccellente rivista web Il Covile faceva stato, nel numero 846 (aprile 2015), della correlazione tra diffusione dei mass media e indottrinamento delle masse, masse che però da qualche tempo, lentamente ma sicuramente, cercano sempre più informazioni autentiche e non manipolate sui blog liberi più che sui quotidiani di regime. L’autore dello studio, l’ottimo giornalista-studioso Armando Ermini, titolava il suo documentato dossier di 8 fitte pagine “Come tenersi informati nonostante la stampa”… Già!
Tra le notizie positive prodotte da Ermini spicca il fatto che grosse fette di cittadini italiani, tedeschi e americani non credono più ai mass media tradizionali, e i quotidiani ad esempio calano regolarmente, al di qua e di là dell’Oceano, i lettori e gli abbonati (statistiche ufficiale della FABC). Nell’Italia dei primi anni ’40, ricorda Ermini, esistevano 66 quotidiani che vendevano “oltre il doppio di copie rispetto ad oggi” (p. 1). Certo senza radio e TV generaliste, ma anche con meno italiani e assai più analfabeti di oggi. Interessanti poi le citate statistiche di “eticità” attribuita alla stampa. Essa sia tra la gente comune che tra i giornalisti, gli addetti ai lavori, è percepita come bassa (rispettivamente 53,7% per la gente comune e 84,6% per i giornalisti che quindi diffidano dell’imparzialità degli stessi giornali su cui scrivono).
Ebbene per farci un’idea semplice e chiara dei rischi dell’immigrazione attuale, in tutto e per tutto diversa dalle immigrazioni otto-novecentesche (tirate in ballo come i cavoli a merenda), è utilissimo leggere tutto d’un fiato il breve e succoso pamphlet di Giuseppe Valditara, Ordinario di Diritto Romano all’Università di Torino e studioso di questioni politiche contemporanee.
Se il titolo è già chiaro e ad effetto ("L’impero romano distrutto dagli immigrati", edizioni Il Giornale, pp 52, € 2,50), il sottotitolo lo è ancor di più: “Così i flussi migratori hanno fatto collassare lo stato più imponente dell’antichità”. Niente di meno!
“Roma venne fondata, secondo Varrone, nel 753 a.C. L’ultimo imperatore romano d’Occidente [Romolo Augustolo] venne deposto nel 476 d.C. Una comunità  statuale durata oltre 1200 anni è già un record, ma l’impero di Roma fu anche il più grande di tutti i tempi. E, soprattutto, Roma è stata il pilastro della civiltà occidentale. Non solo ha influenzato la lingua della gran parte delle popolazioni d’Europa, ma anche il diritto dei popoli di mezzo mondo, ha tracciato le grandi vie di comunicazione, ha influenzato l’architettura e, soprattutto, ha dato all’Europa moderna alcuni valori essenziali” (p. 7). Si può e si deve aggiungere, da cattolici, il ruolo provvidenziale di Roma e del suo impero come fu riconosciuto chiaramente dai Padri della Chiesa e nel Medioevo. Gli stessi sommi Pontefici, come Pio XII e Paolo VI, solo per citarne due tra i più celebri, fecero vari discorsi in cui celebrarono la grandezza di Roma e del suo ruolo di Città-Civiltà destinata da Dio ad essere davvero Caput mundi in quanto sede del Vicario di Cristo e Capitale eterna della cristianità.
Ebbene il Valditara mostra bene come nella politica romana ci furono sempre due pilastri uniti e indivisibili: l’apertura all’esterno, fino alla concessione della cittadinanza romana agli stranieri (e agli stessi barbari) e “la prioritaria difesa degli interessi della res publica” (p. 8).
Tutta la storia di Roma, dalla monarchia alla repubblica all’impero, è un frullato e un mix di popoli, razze e culture diverse. Ma l’armonia si fondò sulla forte identità culturale di Roma. “La nascita della civitas avviene secondo la tradizione con la costruzione delle mura. Nella narrazione degli antichi la costruzione delle mura viene prima dei templi, delle strade, degli acquedotti e delle case. La storicità delle mura romulee è stata dimostrata dagli scavi degli archeologi” (p. 8). Le mura, a ben pensarci, sono un vero segno di amore. Chi di noi vorrebbe una casa senza mura? Costruire delle mura di cinta, come si faceva per ogni città e borgo del Medioevo e della stessa età moderna, e perfino nei conventi, era un segno di amore e di cura per ciò che era contenuto nelle mura stesse. Le mura della città ci dicono che quello che circondano è importante, i cittadini contano qualcosa per chi presiede al bene comune. Non a caso, ricorda l’Autore, le mura vengono definite già dai romani antichi come sanctae: “Le cose sanctae sono divinae. Dunque è evidente un collegamento con il mondo religioso” (pp. 8-9). Ancora: “Le mura rispondono ad una esigenza di protezione e di differenziazione. Le mura difendono da predoni e invasori (…). Le mura rendono riconoscibile l’extraneus, cioè colui che sta al di fuori, e l’indigeno, cioè colui che è generato all’interno. Le mura dunque identificano e separano” (p. 9). Che bello e commovente nel mondo post moderno tutto liquidità, sottilità, confusione (perfino sessuale e naturale, oltre che etnica e sociale) questo elogio delle mura!
Eppure, senza nessuna contraddizione reale, “i Romani, a differenza di altri popoli antichi, hanno nel loro archetipo l’idea dell’unità della diversità. Roma nasce dall’incontro di popoli e culture differenti” (p. 10). L’intero libretto di Giuseppe Valditara ci dà numerosi esempi in tal senso: Lavinia che sposa il troiano Enea (uno straniero dunque) da cui nasceranno attraverso Silvio, Romolo e Remo (p. 11); il ratto delle sabine, ovvero di donne non-romane (p. 12); i sette re di Roma, con vari stranieri tra i re (Numa Pompilio sabino, Tarquinio Prisco etrusco, etc.); la prima opera letteraria in latino compilata dal greco Livio Andronico; Ennio, “il poeta nazionale per eccellenza, era originario del Salento” (p. 15), Catullo veronese, Virgilio mantovano, Tito Livio padovano, etc. etc.
Gli immigrati faranno fare a Roma un decisivo salto di qualità. La Roma latino-sabina era poco più che un villaggio di pastori e contadini. Saranno i re etruschi, portatori di una civiltà più evoluta, a darle le grandi mura, i grandi palazzi e i grandi templi” (p. 17). D’altra parte, come scrive Polibio, “i Romani sono più pronti di ogni altro popolo a mutare i costumi e adottarne di migliori” (p. 20). Ma allora, immigrazione sì o immigrazione no, si chiederà il lettore? Ebbene per Roma, esemplare anche in questo, non c’erano dubbi: tutto dipende dall’apporto degli stranieri. Infatti, “non tutto ciò che arrivasse dall’estero andava bene: solo ciò che rappresentava un miglioramento, non ciò che peggiorava la vita, le istituzioni, i rapporti sociali” (p. 23). Il criterio non fu mai, salvo alla fine (e ciò provocò l’anarchia), il diritto presunto dello straniero ad essere equiparato al cittadino – vera mostruosità logica e giuridica – ma il bene comune della patria, a volte avvalorato dallo straniero, a volte minato dal barbaro di turno.
Fatte le debite proporzioni non è un criterio valido ancor oggi? Sì, salvo volere, come forse vogliono i poteri forti internazionali, abolire le frontiere e cancellare gli Stati nazionali, creando così l’uomo cittadino del mondo, senza doveri e con infiniti diritti, nella più pura tradizione utopica. Tutta la vita contemporanea instabile, ondivaga, senza lavoro fisso, patria fissa, famiglia fissa porta a questo: ma è la cultura attuale che deve essere corretta, non le leggi stabili della corretta vita civile.
Di più. “Una delle caratteristiche del genio romano fu tuttavia quella di non ricevere mai passivamente, di non subire i contributi dall’esterno, ma di rielaborarli e farli propri, in altre parole di romanizzarli” (p. 24). Così nei secoli passati, l’Europa quando accolse cittadini non europei, li cristianizzò, almeno tendenzialmente, facendoli divenire parte del tessuto sociale e culturale dominante. Ma oggi che l’Unione Europea vuole scristianizzare l’Europa, non esiste più collante comune né tra gli europei, né tra gli abitanti stessi degli stati che la compongono, se non la vita occidentale nichilista e priva di valori, tranne l’accoglienza (ammesso che sia un valore…).
Claudio imperatore disse: “I Galli si sono assimilati a noi nei costumi, nelle arti, nei vincoli di sangue” (cit. a p. 26). Chiaro? “Gli stranieri rimodellavano la loro esistenza sugli schemi e sui valori romani” (p. 30). E quando così non era esisteva “la revoca della cittadinanza a chi era già [divenuto] cittadino, ma aveva dimostrato di non meritarla” (p. 35).
Il merito è un criterio evidentemente etico e pre-politico, e come tale non superabile. Oggi che il tasso di criminalità presso chi sbarca sulle nostre coste è piuttosto alto, chi merita di divenire cittadino italiano? E chi non lo merita, dopo constatate malefatte, che fine fa? Lo sappiamo tutti: si fa finta, per buonismo, di non vedere. Ma sono proprio i nostri poveri a soffrire di più e si fa finta di non vederli… Tutto questo crea gioco forza insofferenza nell’italiano medio che viene trattato peggio (più tasse, più regole da seguire e meno diritti) del new entry… Al contrario la politica di Roma, ispirata alla filosofia romana realista, fu altra: “Nel 187 a.C. vengono espulsi ben 12.000 Latini immigrati”. (p. 36). Secondo il padovano Tito Livio, che difende il provvedimento, la ragione era che costoro erano diventati “un peso insopportabile per Roma”. D’altra parte, “La difesa dell’ordine sociale e della stabilità interni avevano la preminenza su qualsiasi altra valutazione, anche di carattere umanitario” (p. 38).
Oggi dovremmo, secondo il pensiero dominante (ma impopolare: Brexit docet) accogliere tutti i poveri, tutti i profughi, tutti gli sbandati, tutti i senza patria e tutti i criminali del pianeta. E’ sensato tutto ciò? E’ conforme al bene comune delle nostre nazioni, e specialmente dei suoi ceti economicamente e psicologicamente più fragili ed emarginati, come disoccupati e anziani?
Questa, esattamente questa, fu la causa o almeno una delle cause, secondo l’Autore, del definitivo crollo di Roma. Dopo il periglioso editto di Caracalla del 212 d.C. che concedeva la cittadinanza a tutti coloro che vivevano all’interno dell’Impero, fu un continuo di invasioni barbariche di Vandali, Alani, Svevi, che crearono “enclave autonome” (p. 43). In seguito, ai temibili “Goti, per la prima volta nella storia di Roma, fu consentito di vivere all’interno dell’impero senza sottomettersi, rimanendo un’entità autonoma, con proprie leggi, proprie tradizioni” (p. 44). Sembra quasi che si parli dell’immigrazione mussulmana del XXI secolo… “Si rinnegava il principio tradizionale che vedeva passare l’integrazione attraverso l’assorbimento. L’integrità dell’impero era stata di fatto spezzata e si era creata una spina nel fianco imperiale che ebbe un ruolo importante nel crollo finale” (pp. 44-45).
Così nel 408, nel cuore di una Roma già ampiamente cristianizzata, “stando alla testimonianza di Sant’Agostino, i Visigoti compirono violenze atroci in ogni quartiere e senza distinzione di ceto sociale, saccheggiarono beni, pubblici e privati, eseguirono torture indicibili e stupri numerosissimi, compiuti persino a danno delle monache. Roma non riuscì più a risollevarsi” (p. 45).
Ma al crollo politico della Roma imperiale fece seguito la resurrezione della Roma cristiana guidata dai Pontefici e il suo rinnovato impero con l’incoronazione di Carlo Magno nel Natale dell’Ottocento. Un crollo odierno sarebbe ben più drastico poiché lo spirito non è pronto e la carne è debole.
 

22 dicembre 2015

Un referendum boccia le nozze gay? Niente prima pagina


CorriereLa prima è lo spazio – questo sì in prima pagina – riservato, nello scorso mese di maggio, all’esito di un altro referendum sul medesimo argomento: quello in Irlanda che, com’è noto, ha visto un Paese tradizionalmente ritenuto cattolico (dove le unioni civili c’erano comunque già dal 2010), introdurre a furor di popolo i cosiddetti “matrimoni egualitari”. La seconda ragione che porta a stupirsi per la mancata sottolineatura, da parte della stampa, della svolta determinata dal referendum sloveno deriva, banalmente, dalla rilevanza del fatto stesso: la maggioranza dei cittadini ha infatti votato non solo andando controcorrente ma in modo opposto a quanto sperato dal proprio governo, quello di centro-sinistra, con primo ministro Miro Cerar.

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Soprattutto, con la notevole maggioranza emersa alle urne – pari ad oltre il 63%, più ancora del 62,1% del sì irlandese alle nozze gay –  la Slovenia è ora, in assoluto, uno dei primi Paesi al mondo che, dopo aver approvato una legge sui matrimoni sullo stesso sesso, fa marcia indietro. La notizia, insomma, c’era: eccome; eppure una manina invisibile, curiosamente attiva nelle redazioni di tutte e tre i principali quotidiani italiani, dalla prima pagina – dove sarebbe stato naturale aspettarsela – l’ha confinata, dove la censura non è stata totale, in quelle interne: casualità, propaganda da Pensiero Unico o azione di lobby? Difficile dirlo. Di certo c’è che alcune notizie, benché importanti, vengono messe da parte. E sarebbe francamente superficiale liquidare tutto ciò come normale.

http://giulianoguzzo.com/2015/12/22/un-paese-dice-no-alle-nozze-gay-niente-prima-pagina/
 

03 agosto 2013

La Chiesa, la Speranza e i media

di Michele Pisano

Ci sono quelli che si definiscono cattolici “normali”, timidi e tradizionalisti, e, parafrasando una simpatica battuta di papa Francesco, i “sambisti”, vivaci e movimentisti. Poi si annoverano i cattolici 2.0, quelli da tastiera, disprezzanti il viso di Benedetto perché troppo tedesco, e ora pecorelle ammansite dal rasserenamento mediatico che traspare da immagini sbattute in prima, che ammorbidiscono, improvvisamente, la Chiesa tutta.
 

03 giugno 2013

La patacca del femminicidio

di Alfredo De Matteo


Non passa giorno che i mass media non riportino, con dovizia di particolari, fatti di cronaca apparentemente legati al cosiddetto femminicidio: strage annunciata, mattanza, violenza di genere sono solo alcuni dei termini utilizzati per descrivere un fenomeno che è divenuto il paradigma della presunta oppressione fisica, psicologica e culturale che l’uomo esercita sulla donna fin dagli albori della civiltà. Gli organismi internazionali premono affinché gli Stati varino delle norme che conducano alla cosiddetta parità dei diritti e che considerino quella sulle donne una forma di violenza e di prevaricazione più grave delle altre.
 

23 marzo 2013

Due Papi in Tv: analisi critica della comunicazione vaticana


di Francesco Mastromatteo 
L’elezione di Papa Francesco ha scatenato un’ enorme eco mediatica sulla – vera o presunta – “novità rivoluzionaria” costituita dal nuovo Pontefice.  Vogliamo qui soffermarci meglio sull’epocale incontro avvenuto oggi a Castel Gandolfo con il suo predecessore Benedetto XVI,  un episodio per certi aspetti unico nella storia della Chiesa e pregno di significati simbolici dalle conseguenze non tutte prevedibili e lineari.  Una riflessione che parte dalla storia e dall’essenza stessa del papato, ma che va fatta soprattutto alla luce della potenza, anche distorsiva, che i moderni mezzi di comunicazione di massa possono avere, (complice anche una certa ingenuità dei responsabili della comunicazione vaticana, evidentemente troppo sensibili a un trend mediatico che ha ormai trasformato in un reality anche la vita dei papi). 
 

04 ottobre 2012

I media cattolici tra Sallusti e l'aborto


di Paolo Maria Filipazzi

Partiamo dai fatti. Qualche giorno fa ho letto un articolo dell'Ilaria Pisa pubblicato su questo stesso blog, in cui si denunciava un’iniziativa aberrante che si sarebbe tenuta di li a pochi giorni: nientemeno che una giornata mondiale a favore dell’aborto