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27 marzo 2018

L'Europa e la guerra ai down

di Giuliano Guzzo
Sono allergico all’ipocrisia. Non ci posso fare nulla: è più forte di me. Per questo non riesco a salutare questo 21 marzo, Giornata mondiale delle persone con la sindrome di Down, senza rilevare come oggi sarebbe molto più onesto – da parte di tantissimi, nel mondo delle istituzioni e dei mass media – non aprire bocca. Perché? Perché contro le stesse persone Down, in questa giornata protagoniste di attenzioni e servizi ai telegiornali, da anni si conduce una guerra silenziosa ma atroce, della quale pare non importare a nessuno: quella per impedire loro di nascere. E siccome non mi piace passare per esagerato, riporto qui di seguito, affinché ciascuno possa farsi un’idea, un mio articolo apparso sul quotidiano La Verità nell’agosto 2017.
L’Islanda si libera dei Down e l’Europa vuole imitarla

Un mondo senza la sindrome di Down? Se lo chiedeva un articolo apparso lo scorso settembre su BBC News Magazine, evidenziando un fenomeno di crescente diffusione che, secondo quanto apparso sui giornali in questi giorni, tocca oggi i suoi apici in Islanda. Nell’isola, infatti, dove vivono oltre 330.000 persone, ogni anno a nascere con la terza copia del cromosoma 21 sono soltanto uno o due bambini. Tutti gli altri non è che non vengano concepiti, ma semplicemente, grazie a test prenatali sempre più accurati, vengono abortiti. Una tendenza, questa, che interessa da tempo l’Europa intera se si considera già nel 1999, a detta di un articolo apparso su Prenatal diagnosis, il 92% delle gravidanze con una diagnosi di sindrome di Down si concludeva con un aborto.
Le stesse istituzioni, ormai, sembrano essersi prese a cuore la questione come dimostra, in particolare, il caso della Danimarca che, da anni, finanzia tutti i test delle donne incinte. Lo scopo? Ritrovarsi a essere, entro il 2030, il primo stato al mondo «Down Syndrome free», come entusiasticamente annunciato da Niels Uldbjerg, docente di ginecologia secondo cui questa sarebbe un’«impresa straordinaria». In realtà, come detto, la pole position per l’eliminazione dei Down pare essere saldamente in mani islandesi e comunque neppure l’Inghilterra scherza se si considera come, solo dal 2011 al 2014, gli aborti dei bambini Down abbiano fatto registrare un’impennata del 34%.
Anche in Spagna, da parte sua, è sulla buona strada per liberarsi dai Down, con almeno il 95% dei nascituri eliminati prima della nascita mentre in Italia si stima siamo oltre 1.000 gli aborti di questo tipo. A completare il quadro, in vero già sconfortante, c’è poi l’ipocrisia con cui le persone colpite dalla sindrome in questione vengono considerate. Cercasi un attore disabile «che trasmetta tenerezza», recitava per esempio, nel maggio 2016, il surreale annuncio di un casting per una fiction Rai, la cui autrice, a seguito delle polemiche, è stata immediatamente licenziata.
In Francia, invece, i Down non li vogliono neppure più vedere, come conferma il caso dell’impedita diffusione, nel novembre dello scorso anno, di un video, premiato dalla World Down Syndrome Day, nel quale si presentavano le persone con la sindrome di Down mettendo in luce tutto ciò sanno fare: parlare, leggere, scrivere, frequentare la scuola, lavorare, vivere in modo autonomo e altro ancora. Il motivo? La messa in onda di quel servizio sarebbe risultata «inopportuna» dal momento che i volti «felici» immortalati avrebbero potuto «disturbare» donne reduci da un aborto.
A conferma della negata ma in verità tangibile fobia dei bambini Down, una ricerca pubblicata nel 2012 sul Journal of Midwifery & Women’s Health ha messo in luce come, da non incinte, interrogate sulla possibilità di abortire un figlio Down, sette donne su dieci escludono questa possibilità, anche se poi quando si trovano a dover vivere quella situazione il tutto si ribalta, con oltre nove donne su dieci che ricorrono alla cosiddetta interruzione volontaria della gravidanza. E pensare che le famiglie con figli affetti da trisomia 21 tutto, in realtà, sono fuorché infelici.
A dirlo, anche qui, non è un’impressione soggettiva bensì un riscontro concreto, ottenuto sondando un campione di oltre 2.000 genitori di bambini Down. Dai risultati dello studio, pubblicati nel numero dell’ottobre 2011 sull’American Journal of Medical Genetics, sappiamo che il 99% degli intervistati da dichiarato di amare il proprio figlio, il 97 di esserne orgoglioso e il 79 di aver visto la propria vita migliorata a quella che, agli occhi di molti altri, sarebbe solo un tragedia. Il fatto è che le persone Down non costituiscono una ricchezza solo per le loro famiglie, ma anche per la società e, sorprendentemente, per lo stesso mondo del lavoro.
Basti ricordare come, nel 2014, McKinsey & Company, una società internazionale di consulenza manageriale presente in 50 paesi nel mondo che fattura miliardi di dollari, ha diffuso un apposito report di una quarantina di pagine dove si sottolinea come la presenza di persone affette da sindrome di Down, ben lungi dall’essere un peso, risulti positivamente associata al miglioramento di svariati indicatori sulla salute e sul dinamismo aziendale. Un impatto positivo, precisa il documento, misurato in grandi organizzazioni sia dal punto di vista qualitativo sia da quello quantitativo.
Un’altra ricerca, sempre dello stesso anno, ha posto in evidenza come dipendenti e clienti sono più fedeli alle organizzazioni che mostrano di valorizzare, al proprio interno, diversità e inclusione. I portatori della sindrome di Down, insomma, costituiscono un’autentica risorsa sotto molti di punti di vista. Eppure il Vecchio Continente sembra fare letteralmente di tutto, anno dopo anno, per sbarazzarsene. Il paradosso è che si tratta della stessa Europa che, in mille altre occasioni, non perde occasione incensare quelli che chiama diversamente abili, per avversare le discriminazioni e per invitare all’accoglienza della diversità. Almeno a parole.
(“La Verità”, 30.8.2017, p.16).
 

23 novembre 2017

Le Fake News di Gian Antonio Stella: l’aborto è cattivo solo sui bersagli sbagliati


di Darth Gender

L’altro ieri è apparso sul Corriere della Sera un editoriale di Gian Antonio Stella a proposito degli aborti selettivi che avvengono a numeri impressionanti in numerose parti del mondo.

Ovviamente, in ossequio a tutti i dogmi del politicamente corretto, lo spirito dell’articolo non è una denuncia tout-court del problema aborto (e ci mancherebbe, il giornalaccio massonico per eccellenza non può permettersi certe uscite) ma solo degli aborti quando colpiscono le bambine in base ad una scelta sul sesso del nascituro.

L’aspetto inquietante di tutto questo è che passa in cavalleria un fatto fondamentale: l’aborto è sempre selettivo. È così perché si sceglie di far sopravvivere un essere umano o no, e in base alle più disparate motivazioni (sesso, malattie, vacanze programmate dai potenziali genitori, ecc.).

Viene quindi da chiedersi: l’aborto “selettivo” non va bene per quale motivo? Solo perché uccide le bambine? Questa motivazione non sta in piedi, è un chiaro corto-circuito del pensiero liberal. Sarebbe come ammettere che esistono umani di serie A e umani di serie B, e gli stessi liberal chiamano questa teoria razzismo. Chiaramente sono tutti razzisti meno che i liberal, ma in questo caso sembrerebbe proprio il contrario.

L’articolo porta come argomenti alcune delle peggiori scuse reperibili sul mercato. Nell’ordine, i colpevoli della situazione sarebbero:

- lo shopping (non scherzo, c’è scritto per davvero!);

- le barbariche tradizioni patriarcali (e ti pareva, il povero Patriarcato è chiamato in causa anche quando non c’entra niente. Mi ricordo che un tempo non si poteva abortire proprio per colpa sua, ma si sa, i tempi cambiano e i cervelli funzionano sempre meno);

- la “cultura dello scarto” su cui martella Papa Francesco (notiamo con piacere che al Corriere sono diventati più papisti del Papa: evidentemente ci sono svariati Cardinali abbonati, e una lisciata al Vaticano fa sempre comodo). Ecco, forse questo è l’unico motivo vero, ma è riportato per puri fini ideologici, per far combaciare la narrativa a qualcosa che è per forza autorevole perché l’ha detto il Papa.

Si procede poi ad elencare le cifre della strage (chiamata anche “gendercidio”, con Dante che nel frattempo si starà rivoltando nella tomba), e comunque vengono riportati dati inesatti per numerosi motivi: riguardano solo un sesso (come già detto), e non tengono assolutamente conto di tutte le possibilità di aborto offerte dalla modernità. Infatti, gli aborti causati dalle pillole non sono mai stati conteggiati da nessuno finora, e soprattutto tantissimi aborti avvengono in posti dimenticati dall’umanità (dove nessuno si premura di fare statistiche).

Tuttavia, nonostante l’articolo di Stella trasudi ideologia, banalità e falsità da tutti i pori, è comunque utile a mettere a fuoco una questione fondamentale: la vittima dell’aborto è la più innocente in assoluto, ed è vittima in quanto “non corrispondente” alle aspettative della società malata in cui viviamo.

A tale proposito, voglio fare una domanda agli esponenti della lobby LGBT. Supponiamo, come dite voi, che l’omosessualità abbia cause di tipo biologico-genetiche, e che quindi sia un dato di natura di cui farsene una ragione. Supponiamo anche che venga inventato un test diagnostico per il periodo di gravidanza, in grado di determinare se il feto sarà omosessuale. Con chi credete che se la prenderanno da quel momento in poi? Attendo risposte (anche se non credo che arriveranno, ma pazienza).

Infine, questo caso ci dimostra come, aperta una falla, prima o poi venga giù tutta la diga. E, caro Gian Antonio, ormai è tardi per raccattare i cocci dei danni fatti dalla tua generazione in tal senso.

C’è Uno solo che raccatta tutti i cocci e ci fa i capolavori: Gesù Cristo.

https://labaionetta.blogspot.it/2017/11/obice-le-fake-news-di-gian-antonio.html



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