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12 novembre 2017

Dalla filosofia alla psicologia: un esempio di come profanare il sacro (II parte)


di Marco Sambruna

(Prima Parte)

Siamo dunque di fronte a uno schema contradditorio: la psicologia più radicalmente freudiana predica quello cui in realtà non crede affatto; afferma di voler assecondare le spinte autonome individuali mentre in realtà non permette loro di uscire dai confini della concezione laicista della vita attualmente in vigore.
Per questo la psicologia all’uomo moderno può solo garantire una sorta di libertà vigilata e quasi mai una autentica libertà.

E’ significativo che nel linguaggio di alcune scuole psicologiche abbiano un valore primario termini come sano e insano: è sano tutto ciò che è finalizzato all’inserimento nella società (modalità adattiva), è insano tutto ciò che indica altre vie. Nel primo caso si parla di integrazione, nel secondo di disadattamento.
In conclusione ciò che la psicologia contribuisce a fondare non è l’uomo autodiretto, ossia in grado di maturare autonomamente le sue scelte, ma quello eterodiretto ossia in grado di conformarsi al pensiero dominante vigente e quindi, in ultima analisi, ad una concezione solidamente laicista della vita.
Per questo in presenza di dinamiche autodirette troppo marcate e potenzialmente eversive talune correnti della psicologia tendono a medicalizzare cioè a classificare come affetto da nevrosi il soggetto che esprime queste dinamiche.
Per rendersi conto di come un certo retaggio materialista tipico di alcune scuole psicologiche sopravviva tuttora e di come queste credano di credere ciò a cui non credono basta condurre un semplice esperimento: ad esempio dire a uno psicologo rigorosamente freudiano che, avvertendo come insufficienti le gratificazioni che la società contemporanea può offrire, si vorrebbe entrare in un convento di cappuccini.
E’ molto facile a quel punto essere etichettati come disadattati che cercano nella fuga mundi  un modo per sublimare la propria incapacità di confrontarsi in una sana competizione sociale o un tentativo di sublimare la libido repressa.


Sciolto il legame con le radici metafisiche del sapere, inizia la seconda fase del processo di profanazione del sacro.
La destabilizzazione del sapere consiste nel ridurre l’unità della conoscenza, ossia la saggezza come patrimonio di secoli di evoluzione spirituale, in una miriade di frammenti nessuno dei quali si propone come sistema di valori o metafisica cui fare riferimento.
Il processo di profanazione del sacro mass mediatico d’altra parte presenta un’altra novità rispetto ai tentativi analoghi che hanno storicamente preceduto. Infatti esso non ha come priorità quella di sostituire la visione del mondo tradizionale caratterizzata dal sacro con una nuova visione del mondo laicista stabilita su solidi pilastri.

Il pensiero dominante odierno non tende infatti alla fondazione immediata di qualcosa di nuovo in cui credere, una sorta di nuovo inizio in cui nasca un uomo nuovo sia pure desacralizzato e scristianizzato. Ciò che deve essere organizzato innanzitutto non è una forma di neopaganesimo: questa ipotesi, peraltro già fallita coi regimi statolatrici e quindi idolatrici del Novecento, sarà perseguita in un secondo tempo.

Si tratta invece in un primo tempo di destabilizzare l’uomo privandolo di una metafisica di riferimento al fine di renderlo insicuro, indeciso e debole.
Siamo in presenza di una nuova narrazione dell’uomo che si trasmette tramite l’impoverimento  del sapere tradizionale – nel nostro esempio la filosofia - il quale, una volta impoverito, diventa un’agente di straordinaria efficacia in vista dell’organizzazione dell’omologazione conformista.
L’impoverimento metafisico del sapere che finora aveva coinvolto principalmente le scienze umane come la filosofia, la storia o la letteratura già avviate a trasformarsi in psicologia, sociologia e cronaca ha contaminato anche la religione che si avvia a trasformarsi in umanitarismo.
Questo iter di secolarizzazione del sapere riguarda l’uomo in quanto tale e in quanto singolo individuo: è l’uomo antropologicamente inteso a rappresentare il terreno di battaglia molto più di quanto sia in gioco il futuro dell’umanità o il collasso della civiltà.
L’uomo, così come lo conosciamo, è in grave pericolo perché rischia l’estinzione, non a causa di catastrofi naturali o della fine del pianeta stesso che ci ospita. In questo caso avremmo la fine della vita biologica sulla Terra e non solo dell’essere umano.
Ciò che rischia l’estinzione è una certa idea di uomo che ha formato l’essere umano tout court, cioè capace di concepire il sacro. Se tale capacità si estingue cessa anche la possibilità di un progetto di vita individuale: l’essere umano sarà sostituito dall’essere disumano ossia non più umano, una sorta di “umanoide” costretto all’omologazione forzata.

(fine)


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16 marzo 2017

Maschio e femmina, non contrapposti ma complementari

di Alessandro Elia

La discordanza tra pensiero e realtà è una costante nelle epistemologie (= teorie della conoscenza) moderne. Da un lato la frivola astrazione dell’ideologia e dall’altro la tangibile concretezza della res (realtà) ovvero l’insieme degli enti. La festa della donna, la cui ricorrenza – ricorrenza, peraltro, legata a un fatto inventato di sana pianta – è stata celebrata l’otto marzo, non fa eccezione: il richiamo alla preziosità e alla magnificenza della donna, caratterizzato da una retorica estenuante, oltremodo banale, artificiale e vuota di contenuti messa in atto dal grande burattinaio mediatico e ripetuta tale e quale dalla massa, non corrisponde minimamente al modo in cui la donna viene considerata e trattata nella vita della nostra società.

Nella società in cui ci troviamo la donna non è valorizzata per il semplice fatto che non se ne conosce il valore. Si dovrebbe anzitutto aver chiara qual è la natura e l’identità della donna per poterne apprezzare le potenzialità. Ma per fare questo occorre passare per il senso comune, ossia la conoscenza naturale e spontanea manifestata dal pregiudizio, per giungere sino alla metafisica e comprendere cos'è la donna nella sua essenza e quali siano le sue finalità. Tutto ciò è impensabile per i moderni, accecati come sono dal mito dell’Uguaglianza che vuole rendere eguali, nonostante l’evidente impossibilità, enti sostanzialmente diversi (quanto al sesso e non alla natura); così essi non riescono a vedere e tantomeno ad ammettere le nitide disuguaglianze tra i sessi.

Il senso comune riconosce, tramite l’esperienza, la semplice evidenza che la donna può dirsi donna in quanto differisce dall’uomo, e ciò naturalmente vale anche per l’uomo il quale non potrebbe dirsi tale se non in relazione alla donna. Dunque, non essendo la donna una “monade” chiusa in se stessa, la si può spiegare e comprendere solamente attraverso l’uomo, poiché è nella polarità sessuale del “maschio” e della “femmina” che si trova l’equilibrio dell’asse umano.

Ebbene, se in Dio che è l’Uno, non vi si può trovare nulla da distinguere, ne consegue che la dualità che separa e distingue i sessi, dev’essere riducibile e derivata da un’unità originaria e suprema che si trova nella Realtà Divina. Questo insieme di differenza e unità presente nei sessi significa che essi sono complementari e non opposti, perché l’unità di fondo dalla quale sono stati creati fa svanire l’illusione dell’irriducibilità assoluta delle opposizioni.

Commentando il Genesi, testo sacro fonte di Metafisica, San Tommaso d'Aquino spiega la ragione principale della creazione della donna: “Era necessario che in aiuto dell’uomo, come dice la Scrittura, fosse creata la donna: e questo, non perché gli fosse di aiuto in qualche altra funzione, come dissero alcuni, poiché per qualsiasi altra funzione l’uomo può essere aiutato meglio da un altro uomo che dalla donna, ma per cooperare alla generazione”. Se il compito dell’uomo ferito dal peccato originale sarà di lavorare con fatica la terra, il principale compito della donna non sarà di aiutarlo nello stesso lavoro, altrimenti sarebbe stata davvero una “brutta copia dell’uomo”, ma la donna dovrà “cooperare alla generazione”, perché essa sola avrà la grazia di accogliere in sé la vita. E se il peccato si introdusse nel mondo per mezzo della donna, la Redenzione, riscatto dalla colpa primordiale, avverrà per mezzo del Salvatore, il nuovo Adamo, che dovrà incarnarsi passando per il grembo di un’altra Donna, la nuova Eva.

“Le donne siano sottomesse ai mariti”, insegna San Paolo nella Lettera agli Efesini (Ef 5,22). Nel libro della Genesi, si trova qualcosa di molto simile: “Sarai sotto la potestà del marito, ed egli ti dominerà” (Gn 3,16). Isacco Tacconi, in un articolo del 27 ottobre 2015 pubblicato su Radio Spada, offre una buona spiegazione di questi contenuti biblici che oggi appaiono tanto inaccettabili: “Per quanto riguarda perciò specificamente il matrimonio, la prospettiva che lo concepisce secondo una struttura patriarcale non è semplicemente espressione di una cultura che si è imposta nel tempo ma corrisponde all’intrinseco ordinamento gerarchico che la natura stessa, creata da Dio, porta inscritto in sé. Tale gerarchia vede al vertice il pater anzitutto perché Dio è Padre in senso proprio ed assoluto e, come dice San Paolo, “ogni paternità discende da Dio” (cfr. Ef 3,15). La paternità umana perciò è una “partecipazione” e un riflesso della paternità divina ed ogni tipo di attentato alla figura paterna è una rivolta verso colui che è l’“Eterno Padre”.

In secondo luogo, - continua Tacconi - il riconoscimento della disparità gerarchica fra l’uomo e la donna trova un’ulteriore ragion d’essere nel fatto che prima fu creato Adamo, con una creazione tutta speciale, e solo secondariamente Eva la quale fu tratta da Adamo e non venne all'essere allo stesso modo di Adamo. Infatti, “prima è stato formato Adamo e poi Eva; e non fu Adamo ad essere ingannato, ma fu la donna che, ingannata, si rese colpevole di trasgressione”. (1Tm 2,13-14). La donna cioè si dice ed è in riferimento all’uomo giacché è il suo stesso essere a provenire dall’uomo. Essa è stata tratta da lui: “la si chiamerà «donna» perché dall’uomo è stata tolta” (Gn 2,23).”
Queste verità erano state comprese anche dai Greci, che concepivano il maschio come “l’uno”, riferendolo analogicamente all’elemento divino e all’essere che è sufficiente in se stesso; per la donna era l’opposto, essendo essa collegata al “due” e più in generale alla diade, al movimento e soprattutto al divenire. L’uomo era considerato il principio attivo che in-forma, come i raggi di luce, e la donna il principio passivo che è informato e riflette, come ad esempio l’acqua. Per queste ragioni l’uomo era collegato alla conoscenza e la donna all’amore. E come l’acqua nell’Antico Testamento era simbolo di morte (si veda il Diluvio Universale), quella morte entrata nel mondo per mezzo del peccato della donna, così nel Nuovo Testamento, dopo il fiat della Vergine Purissima e Immacolata, concepita senza il peccato originale, l’acqua diverrà fonte di vita e addirittura di salvezza tramite il Battesimo, grazie al quale si diviene figli di Dio.

Per quanto riguarda la metafisica, Guido de Giorgio ha dato una spiegazione illuminante sul rapporto tra i sessi, perché – a suo dire – “bisogna rifarsi alla natura dei sessi per comprendere la destinazione e, dal piano metafisico, scendere fino a quello contingente, sociale in modo da stabilire un rapporto normale secondo verità e giustizia”. Ed ecco la sua interpretazione: “se schematicamente e simbolicamente riduciamo il principio “maschio” e quello “femmina” a due cunei, a due angoli (ciò che corrisponde esattamente alla brutalità fisiologia della funzione sessuale) abbiamo due cuspidi inserentesi nello stesso centro: uno attivo, l’altro passivo; uno emissivo, l’altro ricettivo, uno creatore, l’altro conservatore, l’uno fecondatore, l’altro produttore, l’uno germigeno, l’altro germifero”. La donna dunque è veramente donna per il fatto che l’uomo è veramente uomo, dato che fra i due vi è un legame inscindibile quanto a funzioni e finalità. E se oggi, come si può notare, l’elemento femminile è degenerato, ciò è dovuto “esclusivamente al degeneramento dell’elemento maschile, per cui l’uomo, cessando di essere uomo, ha fatto sì che la donna abbia cessato anch’essa di essere donna”. Essendoci una corrispondenza analogica fra i diversi mondi, ciò vale anche per i due volti del genere umano ovvero l’uomo e la donna, che hanno da essere quel che veramente sono nel piano umano secondo quanto è determinato dal piano metafisico.

Continua de Giorgio: “Se la donna è passiva, ricettiva germifera e conservatrice, essa deve considerare l’uomo come suo signore: solo così essa stessa sarà signora e la sua servitù, coscientemente realizzata, sarà il suo più bel trionfo e la sua più grande fierezza. S’inginocchi la donna di fronte all’uomo e sia l’uomo veramente uomo cioè degno di essere rispettato, servito, compreso nella sua funzione di determinatore sovrano”. È degno di nota, almeno in questo caso, ciò che afferma J. Evola: "Quanto alla donna, in essa vi è veramente grandezza, quando vi è un dare senza chiedere, una fiamma che si alimenta di sé stessa, un amare tanto di più, per quanto più l'oggetto di questo amore non si lega, non discende, crea distanza; per quanto più egli è il Signore anziché semplicemente lo sposo o l'amante". Già Aristotele aveva spiegato che "L'uomo è per natura superiore, la donna inferiore; il primo comanda, l'altra ubbidisce, nell'uno v'è il coraggio della deliberazione, nell'altra quello della subordinazione."

L’uomo incarna la ragione, l’ordine, l’armonia, il limite, l’unità, la stabilitas e indica il sentiero da percorrere, mentre la donna incarna l’affetto, l’accoglienza, la dolcezza, il legame e porta in sé la vita che cresce. Queste differenze sono semplici da intuire e sono in rapporto alle due diverse vocazioni, la paternità e la maternità (le quali, si badi, superano la mera funzione biologica del padre e della madre). È stato fatto giustamente notare da molti autori che se l’uomo si realizza idealmente nelle figure del Guerriero e dell’Asceta, la donna trova la felicità e si realizza quando attua la sua natura di Madre e Sposa. Ma di questi tempi la donna è stata sottratta da ciò che è conforme alla sua natura più alta e dignitosa per essere gettata inerme nel caos del mondo; quello stesso Mondo dominato dal Principe delle tenebre dal quale l’uomo non riesce più a salvare e proteggere la donna. Altrove de Giorgio ha protestato: “In Europa, la cosa è mostruosa: l’uomo spinge la donna nella via, le toglie il velo, la prostituisce al sole, la pone là ove non può essere, dove è innaturale che sia: nelle scuole, nei vagoni, nei caffè, nel letamaio. I popoli anglo-sassoni hanno voluto ciò: e da noi, con quell’ottusità che ci spinge verso la spazzatura, si sta seguendo l’esempio di quei bestioni”.

Una mentalità inetta e insolente come quella moderna, incapace di ammettere le più elementari evidenze del senso comune, si allarma dinnanzi alla proclamazione della disparità tra i sessi, credendo che questa disparità leda pericolosamente la dignità della donna, ma basterebbe molto poco per riconoscere che riguardo a quanto abbiamo detto non ci riferiamo a un dispotismo prevaricatore del maschio sulla femmina, ma al rispetto della gerarchia ovvero dell’ordine sacro voluto da Dio. De Giorgio infatti mette in guardia e chiarisce questo punto: “Lo sprezzo dell’uomo verso la donna è sulla stessa linea dell’adorazione sentimentale: si tratta di aberrazioni dovute all’incomprensione della polarità sessuale e della sua precisa destinazione”.

I tristi casi di violenza da parte dell’uomo sulla donna, non sono dovuti alle ultime tracce di società patriarcale, ormai terminata, ma al suo opposto: ossia proprio al fatto che la società non è più patriarcale e l’uomo, avendo perso il suo naturale ruolo di guida in rapporto alla donna, vive al di fuori di se stesso, non è più uomo e non governa neppure la propria vita, sicché, preda delle sue passioni, finisce ovviamente per commettere azioni deplorevoli. Inoltre, laddove l’uomo era padre e detentore della potestas, egli prendeva a suo carico la donna e se ne faceva protettore, custode e difensore, cosa che ormai non avviene più perché, stabilito il rapporto paritario tra i sessi, l’uomo e la donna entrano necessariamente in competizione e l’uomo anziché essere un rifugio sicuro per la donna diviene un suo rivale e potenziale attentatore. Del resto non sbaglia chi fa notare che la modernità è in primis una negazione di Dio e in secondo luogo una negazione del padre, essendo quest’ultimo garante del diritto naturale da Dio voluto.

Chi dirà che le riflessioni sul rapporto tra i sessi degli autori pre-moderni non sono da considerarsi valide perché frutto della cultura del loro periodo storico, cade in una simpatica contraddizione; gli si potrà obbiettare infatti che anche il loro (pre)giudizio è influenzato dalla cultura contemporanea alla quale appartengono. La ragione astratta non esiste ed è sempre legata alla propria tradizione e al proprio contesto; nessuno può esprimere un giudizio prescindendo completamente dal contesto in cui si è formato e ha sviluppato quello stesso giudizio. Dunque è inaccettabile liquidare una posizione dicendo che è soltanto figlia del proprio periodo storico, ma bisogna entrare nel merito della questione e semmai spiegare perché taluna idea sia sbagliata. E se si vorrà dire che la concezione attuale della donna è superiore a quella medievale per il solo fatto che è stata formulata in tempi più recenti, si dovrà altresì spiegare per quale ragione ciò che viene dopo è sempre e comunque meglio di ciò che vi era prima.

L’unico modo per dare valore alla donna è amarla e rispettarla per ciò che essa veramente è e non per come si vorrebbe che lei fosse. Il Medioevo è stato l’epoca in cui la donna, nella sua natura umana e spirituale, fu maggiormente venerata e lodata, come testimonia il fiorire del dolce stil novo, sviluppatosi tra il 1280 e il 1310; tale movimento poetico italiano non mancò di subire decisive influenze da parte del realismo della tradizione Scolastica, oltre a quelle più evidenti della tradizione neoplatonica. Non è un caso che proprio nel periodo in cui abbondavano le devozioni alla Madonna, la figura della donna è stata elevata a così alta dignità ed è stata ritenuta un efficace veicolo di bellezza, una limpida manifestazione della grazia e ricorrente oggetto di visioni mistiche.

Sarà utile infine ricordare come la Societas medievale era orientata alla salvezza eterna degli uomini e alla vittoria - mediante la grazia del Cristo Redentore - della Luce sulle tenebre; del Regno di Dio sul caos del peccato. L’uomo è il campo di battaglia tra le forze celesti e le forze infere, perciò la società del Medioevo ruotava attorno alla Santa Messa e ai sacramenti, mezzi perfetti per allontanare l’uomo dal peccato e volgerlo al Bello e al Buono. Siccome la natura dell’uomo ferita dal peccato originale tende alla superbia, egli combatteva questo suo male col precetto paolino di amare la propria moglie come Cristo ama la Chiesa; la donna, invece, che tende all’invidia e alla seduzione come effetto del peccato originale, guariva questa tendenza disordinata tramite una vita di servizio, sottomissione e amore incondizionato al marito, al quale obbediva come la Chiesa a Cristo. L’analogia che mette in relazione Cristo alla Chiesa come l’uomo alla donna, sarà ancora più efficace osservando che, come la Chiesa è corpo mistico di Cristo, “così”, l’uomo e la donna nel sacramento del matrimonio, “non sono più due, ma una sola carne” (Mt 19, 6), in virtù di quella misteriosa legge dell’amore capace di fondere senza confondere.
 

18 maggio 2015

Salvate l’uomo maschio


di Giuliano Guzzo

In principio fu la depilazione, poi venne la chirurgia plastica, ed oggi siamo al reggiseno. Per uomini. Purtroppo non è uno scherzo ma l’ultima trovata che qualcuno – con amara ironia – commenta con la parola “mancession”, recessione del maschio. Di certo, a livello sociale, la figura che sconta maggiore crisi, prima di quella maschile in senso lato, è quella paterna, progressivamente assente: in una grande capitale europea come Berlino ben 134.000 nuclei familiari su 430.000 sono composti da ragazze madri sole con il loro bambino (Repubblica, 20.4.2011) e la musica, in Italia, è la stessa se non perfino peggiore con oltre l’80% dei nuclei monoparentali costituito da donne: significa che nel nostro Paese, stando ai dati del 2011, a più di due milioni di figli non è assicurato il riferimento paterno (Istat, 30.7.2014). Oltre che assente, il padre potrebbe perfino diventare superfluo: a sentire i ricercatori del laboratorio Kallistem di Lione, infatti, a breve, nel 2017, la produzione di spermatozoi artificiali consentirà, pensate, la nascita dei primi senza padri biologici. Polverizzata o quasi la figura del padre – sempre più e già ora, da un lato, allontanato dai figli tramite il divorzio e, dall’altro, rimpiazzato dall’invisibile donatore di sperma – rimane però un’ultima decisiva demolizione da compiere: quella dell’identità maschile, che di quella paterna è la fondamentale premessa. E quale modo migliore di destrutturare l’uomo se non quello di de-virilizzarlo, di presentarlo come donna mancata, come penosa parodia di se stesso?
Attenzione: qui non si incita a nessuna forma di discriminazione verso i maschi con tendenze omosessuali né si vuole fare del complottismo antropologico. No, qui si vuole semplicemente prendere atto della realtà, sempre che i fatti non diano fastidio. E i fatti sono chiarissimi, come dettagliatamente denuncia il celebre testo del francese Éric Zemmour, L’uomo maschio (Le Premier sexe, Denoël 2006): viviamo sempre più una società sempre più “femminilizzata”, dove l’essere maschi in senso tradizionale – evidente, virile, senza particolari indecisioni – è considerato disvalore. Perché in fondo l’uomo maschio, si dice, è solo uno dei tanti maschi possibili. Perché l’uomo maschio, si insinua, è spesso violento, insensibile, facilmente molestatore mentre invece la donna – questo il messaggio che passa – è figura intrinsecamente buona e aliena, salvo trascurabili eccezioni, da ogni malvagia inclinazione. Perché è giusto che le persone con tendenze non eterosessuali siano orgogliose di come sono, perché è sacrosanto che lo siano le donne, ma l’uomo maschio no, lui deve redimersi e fuggire da un’identità caricaturale, da un “potere” che nella storia e nella civiltà ha finora esercitato abusivamente, approfittando di un ruolo che non gli appartiene. Al di là di inutili giri di parole l’idea di fondo, in sintesi, è questa. E la soluzione non sta certo nel rispolverare «l’omo ha da puzzà», inelegante adagio caro a Monica Bellucci, né nel rilanciare il mito primordiale del cacciatore: il problema, qui, è molto più serio.
E il solo modo per uscirne, la sola possibilità di capire come diavolo sia stato possibile arrivare fin qui, con la non dichiarata ma effettiva colpevolizzazione dell’uomo maschio, è alzare lo sguardo osservando come l’ormai prossima rimozione antropologica del maschio sia stata preceduta da quella sociale del padre, e come la rimozione del padre in famiglia, a sua volta, sia stata preceduta quella religiosa del Padre. A qualcuno apparirà semplificativo – in parte lo sarà pure -, ma se pensiamo che il rimedio alla virilità minacciata sia il Viagra, beh, siamo fuori strada. La realtà è che il femminismo, culturalmente parlando, ha conquistato molto più spazio di quanto si pensi. E lo stesso vale per il movimento LGBT, come dimostrano le tesi di Umberto Veronesi, diffuse senza imbarazzo alcuno, per cui esisterebbe un amore, guardacaso quello omosessuale, più puro degli altri, o i pensieri – un tempo dai più rigettati, ma che di questo passo verranno a breve riconsiderati – di Mario Mieli (1952–1983) guru della cultura omosessualista italiana secondo cui «l’eterosessualità […] è patologica» (Elementi di critica omosessuale, Feltrinelli 2002, p. 39). Ma tutto questo non sarebbe stato possibile senza l’originale rimozione religiosa del Padre. Smettendo di credere in Dio, guida celeste della vita, la comune stima verso il padre, guida terrena della famiglia, è andata offuscandosi con la conseguenza che oggi neppure dell’uomo maschio, in fondo, si sa che farsene. Inizio di un cambiamento? Sarà. Ma le culle vuote e le proiezioni demografiche dicono che questo trend, almeno in Europa, somiglia più che altro all’inizio della fine.

http://giulianoguzzo.com/2015/05/15/salvate-luomo-maschio/

 

20 dicembre 2013

Caterina Simonsen vale più di un topo

Stefano Fuccelli, presidente del Partito Animalista Europeo, è scatenato. Ecco il suo pensiero (e quello del suo partito) riguardo alla raccolta fondi Telethon per favorire la ricerca contro le patologie genetiche rare. Qualcuno risponde. Caterina Simonsen, 25enne padovana.
Caterina è affetta da una mostruosa quantità di patologie rare; si parla – rectius, s’ipotizza, perché l’eziologia è ancora ignota - di una sindrome causata da un’ampia porzione di DNA “sconclusionato”, come se fosse stato montato da un Picasso ubriaco in una notte di luna piena.
 

25 luglio 2013

No all’aborto e alla sperimentazione embrionale (dei gorilla però)

di Isacco Tacconi

L’ultima trovata legislativa proviene dall’infelice penisola iberica, la quale sprofonda ancor più insieme alla mezzaluna dei Paesi Bassi nell’irrazionalità inumana di una società che non ha futuro.
 

06 marzo 2013

Uomini e animali: una faccia, una razza?

di Isacco Tacconi


Nel 1970, Richard Ryder, psicologo inglese, inventò un neologismo destinato ad influenzare pesantemente il pensiero di milioni di persone: "specismo". Con questa parola volle designare lo status, secondo lui arbitrario, attribuito dall’essere umano a tutte le creature, allo scopo di creare una gerarchia, al cui vertice fosse appunto l’uomo. Una sorta di “discriminazione” degli animali! Lo stesso filosofo (?) ottocentesco A. Schopenauer, sotto l’influsso delle religioni orientali di matrice panteista (induismo, buddismo, jainismo), affermò categoricamente "Bisogna essere davvero ciechi in tutti i sensi o totalmente cloroformizzati dal foetor iudaicus per non riconoscere che nell’animale e nell’uomo il fondo essenziale e principale è identico. Nell'uomo c’è solo un "maggiore sviluppo cerebrale", una differenza quantitativa".
 

02 ottobre 2012

11 settembre 2012

“Sposala e muori per Lei”


di Isacco Tacconi

Dopo lo strepitoso quanto inaspettato successo di “Sposati e sii sottomessa”, arriva il sequel tanto atteso: “Sposala e muori per Lei”, firmato Costanza Miriano. Nell’ultimo anno, la giovane scrittrice perugina, romana d’adozione, ha fatto irruzione sulla scena apologetica italiana riportando al centro della discussione comune la figura tradizionale della moglie e madre di famiglia, aggiungendole un pizzico di brio e dinamismo moderno.