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23 novembre 2017

Le Fake News di Gian Antonio Stella: l’aborto è cattivo solo sui bersagli sbagliati


di Darth Gender

L’altro ieri è apparso sul Corriere della Sera un editoriale di Gian Antonio Stella a proposito degli aborti selettivi che avvengono a numeri impressionanti in numerose parti del mondo.

Ovviamente, in ossequio a tutti i dogmi del politicamente corretto, lo spirito dell’articolo non è una denuncia tout-court del problema aborto (e ci mancherebbe, il giornalaccio massonico per eccellenza non può permettersi certe uscite) ma solo degli aborti quando colpiscono le bambine in base ad una scelta sul sesso del nascituro.

L’aspetto inquietante di tutto questo è che passa in cavalleria un fatto fondamentale: l’aborto è sempre selettivo. È così perché si sceglie di far sopravvivere un essere umano o no, e in base alle più disparate motivazioni (sesso, malattie, vacanze programmate dai potenziali genitori, ecc.).

Viene quindi da chiedersi: l’aborto “selettivo” non va bene per quale motivo? Solo perché uccide le bambine? Questa motivazione non sta in piedi, è un chiaro corto-circuito del pensiero liberal. Sarebbe come ammettere che esistono umani di serie A e umani di serie B, e gli stessi liberal chiamano questa teoria razzismo. Chiaramente sono tutti razzisti meno che i liberal, ma in questo caso sembrerebbe proprio il contrario.

L’articolo porta come argomenti alcune delle peggiori scuse reperibili sul mercato. Nell’ordine, i colpevoli della situazione sarebbero:

- lo shopping (non scherzo, c’è scritto per davvero!);

- le barbariche tradizioni patriarcali (e ti pareva, il povero Patriarcato è chiamato in causa anche quando non c’entra niente. Mi ricordo che un tempo non si poteva abortire proprio per colpa sua, ma si sa, i tempi cambiano e i cervelli funzionano sempre meno);

- la “cultura dello scarto” su cui martella Papa Francesco (notiamo con piacere che al Corriere sono diventati più papisti del Papa: evidentemente ci sono svariati Cardinali abbonati, e una lisciata al Vaticano fa sempre comodo). Ecco, forse questo è l’unico motivo vero, ma è riportato per puri fini ideologici, per far combaciare la narrativa a qualcosa che è per forza autorevole perché l’ha detto il Papa.

Si procede poi ad elencare le cifre della strage (chiamata anche “gendercidio”, con Dante che nel frattempo si starà rivoltando nella tomba), e comunque vengono riportati dati inesatti per numerosi motivi: riguardano solo un sesso (come già detto), e non tengono assolutamente conto di tutte le possibilità di aborto offerte dalla modernità. Infatti, gli aborti causati dalle pillole non sono mai stati conteggiati da nessuno finora, e soprattutto tantissimi aborti avvengono in posti dimenticati dall’umanità (dove nessuno si premura di fare statistiche).

Tuttavia, nonostante l’articolo di Stella trasudi ideologia, banalità e falsità da tutti i pori, è comunque utile a mettere a fuoco una questione fondamentale: la vittima dell’aborto è la più innocente in assoluto, ed è vittima in quanto “non corrispondente” alle aspettative della società malata in cui viviamo.

A tale proposito, voglio fare una domanda agli esponenti della lobby LGBT. Supponiamo, come dite voi, che l’omosessualità abbia cause di tipo biologico-genetiche, e che quindi sia un dato di natura di cui farsene una ragione. Supponiamo anche che venga inventato un test diagnostico per il periodo di gravidanza, in grado di determinare se il feto sarà omosessuale. Con chi credete che se la prenderanno da quel momento in poi? Attendo risposte (anche se non credo che arriveranno, ma pazienza).

Infine, questo caso ci dimostra come, aperta una falla, prima o poi venga giù tutta la diga. E, caro Gian Antonio, ormai è tardi per raccattare i cocci dei danni fatti dalla tua generazione in tal senso.

C’è Uno solo che raccatta tutti i cocci e ci fa i capolavori: Gesù Cristo.

https://labaionetta.blogspot.it/2017/11/obice-le-fake-news-di-gian-antonio.html



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11 agosto 2017

6 minuti, una riflessione postuma su Charlie Gard


di Mattia Spanò

Il diavolo è nei dettagli. Come quello raggelante che racconta la madre di Charlie Gard, Connie Yates, al Daily Mail: “Ci avevano avvertito che ci avrebbe messo 5-6 minuti a morire. Ma ce ne sono voluti 12 perché il suo cuore smettesse di battere”. È stato il personale del Gosh ad avvertire i genitori. Sei minuti. Ma ce ne ha messi dodici.
Immaginate di avere un guasto alla macchina e di andare dal meccanico. Che questi facendovi un preventivo vi dica: ci vogliono tre giorni e 300 euro. Voi fate i vostri conti e dite: va bene, mi ripari la macchina. Dopo un po’ il meccanico vi richiama e vi dice: in realtà ci metterò sei giorni e la riparazione vi costerà 600 euro.
Oppure trovate un’offerta strepitosa per le vacanze. Capri all inclusive 1000 euro a settimana per quattro persone. Tutti giulivi prenotate e vi imbarcate armi, bagagli e marmocchi per la vacanza della vita. Arrivati a Capri vi dicono che in realtà potete restare tre giorni, e la vacanza vi costa 2000 euro perché non avete letto bene i termini dell’offerta, e se li avete letti non li avete capiti.
Da ultimo, immaginate di fare la spesa al supermercato. Avete 100 euro cash e buoni sconto per altri 100 euro. Felici e beati comprate solo quei prodotti dei quali avete i buoni e vi dirigete alla cassa, dove vi comunicano che i buoni, sbiellata la sonda e cazzata la randa, non sono validi. O spendete i 100 sacchi che avete fino all’ultimo centesimo, altrimenti la porta è quella.
I tre esempi citati, scialbi finché si vuole ma comunissimi, dicono la stessa cosa: errori madornali. Errori del 100%, come nel caso di Charlie. La non piccola differenza è che non muore nessuno.

Il personale qualificato del Gosh, l’ospedale londinese che aveva in cura il povero Charlie, ha sbagliato la previsione del 100%. Eppure trattasi di personale scientificamente e tecnicamente preparato, con tonnellate di letteratura medica disponibile e migliaia di tonnellate di corpi visti morire o curati. La sindrome patita da Charlie implica il deterioramento progressivo delle capacità muscolari: il cuore è un muscolo, e i polmoni funzionano grazie a muscoli e qualità meccaniche intrinseche. Un organismo aerobico complesso senz’aria, specie debilitato, muore più o meno rapidamente, ma non sopravvive il doppio del tempo previsto.

Si dirà che sei minuti in più sono un’inezia. Sono un’inezia se hai davanti quarant’anni di vita, per lo meno su base statistica. Anche se ne hai venti, o persino soltanto dieci, o appena due. Ma se hai un’aspettativa di vita di sei minuti – l’indicazione “5-6 minuti” implica uno scollamento del 20%, tutto sommato accettabile – altri sei minuti sono un’enormità.
Sono un’inezia se hai alcune funzioni fondamentali normali, non se hai i muscoli in pappa e una capacità polmonare ridotta come quella di un neonato. Sono un’inezia se hai vent’anni, non undici mesi. Sono un’inezia se sei seduto sul pitale a completare la peristalsi, non se stai soffocando.
Provate a pagare la rata del mutuo o della carta di credito un minuto in ritardo, un giorno in ritardo, una settimana dopo. O a versare le tasse il giorno dopo la scadenza del limite convenzionalmente ed unilateralmente stabilito. Siete in salute e produttivi, non moribondi. Né lo Stato né le banche vanno falliti e quel mese, quel giorno, quell’ora, quel minuto rapportati ad un mutuo trentennale o quarant’anni di contributi cosa sono? Un’inezia. Provate a spiegare alla banca o all’Agenzia delle Entrate “avevo detto che avrei pagato oggi alla scadenza, vi pago domani mattina”. Provate a sbagliare del 100% il tempo del saldo di un debito. Provateci. Sapete cosa succede? Che la pagate cara. Molto, molto cara. Eh signora mia: è la legge.

Giudicateli bene, quei sei minuti in più di Charlie. Perché uno Stato (e no, non prendiamoci in giro: lo Stato non sono io, non siete voi) che ogni due anni vi allunga la vita produttiva di uno-due anni prima della pensione per pagarvi il più tardi possibile, e che quando siete spremuti come limoni progetta di farvi secchi al primo malore utile per restituirvi il meno possibile dei soldi che avete dato, perché “soffrite” o perché ve la fate addosso e la vita “non è dignitosa”, o che se fate il postino e la donna delle pulizie e avete un figlio malato lo fa fuori per decreto di un giudice, bene: sappiate che è uno Stato di ladri e assassini. Prima ladri e poi assassini.

Guardateli bene, quei sei minuti in più di Charlie. Quelli del mestiere gliene avevano dati cinque o sei. Ha vissuto il doppio, cioè quanto o più di una persona normale impossibilitata a respirare. Aveva accettato di morire, aveva capito che una vita così non è degna di essere vissuta? Direi di no. Era così terminale, così spappolato nelle sue povere membra, così incurabile? Sembrerebbe di no. Soffriva tanto? Anche fosse, si è attaccato alla vita come una tellina ad uno scoglio.
Non voglio cadere nello sciocco dileggio della scienza medica e della scienza in generale, non è questo il punto. Tuttavia se l’esperto di turno, che sia un medico, un meccanico, un enologo che fa raccogliere l’uva una settimana troppo presto o troppo tardi, l’ingegnere che progetta il ponte che crolla e uccide chi passa in quel momento sbaglia la previsione del 100%, beh: Sgarbi saprebbe a quale sottofamiglia dei bovidi iscriverlo. La vita è fatta anche di errori, sviste, fallacie, imprudenze, equivoci, per qualcuno perfino di peccati a certificare quanto poco sappiamo, quanto niente capiamo, quanto bisogno abbiamo di Dio e di rimetterci alla Sua Volontà.
Pesateli bene, quei sei minuti in più di Charlie. Quando saranno i nostri, nelle mani di medici, parenti e magari servi sciocchi del Leviatano ebbri d’immonda disperazione, preghiamo di usarli al meglio.

 

31 luglio 2017

La battaglia per Charlie deve continuare


di Daniele Barale

In queste ore è giunta la notizia che mai avremmo voluto avere. Le condizioni di Charlie Gard si sono aggravate e il piccolo è “stato affidato agli Angeli”, come hanno detto i suoi genitori, Connie Yates e Chris Gard. La responsabilità della morte non è solo della malattia, bensì anche del clima ideologico creatosi attorno loro, a causa di medici e giudici ‘demiurghi’, i quali hanno impedito ai Gard di partire per gli Stati Uniti, dove avrebbero potuto somministrare al figlio una nuova cura. Certo, la situazione era delicata, però i margini di miglioramento c’erano. Purtroppo, i 10 mesi in cui sono stati tenuti in ostaggio, dal Great Ormond Street Hospital e dall'Alta Corte britannica, sono stati fatali, e forse più della malattia.

Però, al di là degli aspetti inquietanti di tutta la vicenda, delle varie ombre su di essa – di cui si è ampiamente discusso su Vita Diocesana Pinerolese, il blog La Baionetta e su altre autorevoli testate – è doveroso soffermarsi su quanto significativa per ciascuno di noi sia stata la vita di Charlie Gard; breve ma straordinaria. «Ebbene, non dirò: non piangete, perché non tutte le lacrime sono un male», dice Gandalf alla fine del Signore degli anelli; parole che faccio mie e rivolgo a voi lettori, con il cuore commosso per il nostro piccolo compagno. L’importante è che il nostro pianto non sia carico di disperazione.

Vedete, Charlie Gard non si congeda da questo mondo da vinto, ma da vincitore. Per capirlo occorre considerare i tanti cuori che ha saputo conquistare. Di migliaia di persone, di specialisti, del presidente degli Stati Uniti, di Papa Francesco. Ma prima ancora, e affinché si possa capire bene quanto detto, è necessario fare affidamento sulla Speranza in noi e nella positività del reale. Sì, di fronte al mistero della vita, Charlie ci testimonia che questo mistero è buono, nonostante tutto.

Ha combattuto una grande battaglia, donando attraverso i suoi dolci occhietti amore e serenità alla mamma e al papà, e a noi, che siamo stati svegliati dal torpore di una cultura mortifera e violenta.

Ci hai fatto capire quanto sia perniciosa la tecnoscienza postumana, la quale in modo sempre più dispotico pervade il nostro mondo.

Hai fatto rimettere in moto la macchina della solidarietà nel cuore dei popoli. Abbiamo ritrovato la gioia per l’essere parte di un movimento di popolo, mosso da sani ideali. Gli Stati Uniti, l’Europa, in particolare l’Italia e lo Stato del Vaticano, hanno collaborato come non succedeva da anni. Così abbiamo capito che un movimento nazionale e internazionale per costruire la civiltà dell’amore e della vita è davvero possibile, perché è l’umanità della persona umana a chiederlo.

Abbiamo capito che due degli aspetti più importanti della battaglia per vita, sia per cattolici sia per i non credenti non affetti da laicismo invalidante, riguardano gli ospedali:

1) luoghi esteticamente belli, a misura d’uomo. E non “obitori” per vivi;

2) luoghi sicuri: il rapporto medico-paziente, non può essere sostituito dal rapporto costi-benefici. Il medico non può dimenticarsi del giuramento di Ippocrate, per questo farà tutto il possibile per salvare, curare la vita del paziente che gli è affidato .

Caro Charlie, hai fatto gettare la maschera a quei medici e a quei giudici che appaiono come sempre attenti al cosiddetto “bene dei singoli” e che invece giocano a fare le divinità con la dignità irriducibile di ogni vita umana.

Con la tua presenza hai permesso ai tuoi genitori di essere un faro di Speranza di un bene oggettivo e più grande, in questo tempo in cui le madri e i padri possono uccidere senza remore i figli, visti come errori, pesi, difettosi; di essere uniti, quando attorno a loro è un continuo smarrire le fondamentali evidenze antropologiche: l’uomo e la donna sono fatti per completarsi, non sono un semplice oggetto della natura, di cui si possa abusare e disporre arbitrariamente. Uomini e donne non si programmano attraverso la genetica o l’eugenetica. I bambini non si comprano e gli uteri non si affittano.

Tu hai permesso a tua mamma e a tuo papà di far vedere il contrario di tutto questo.

Ora riposa, mio amato fratello maggiore. Mio e di tanti. Maggiore perché in te abbiamo visto quanto la vita umana diventi nobile nel momento più supremo, quello della morte; e attraverso di te abbiamo visto quella vetta a cui l’uomo può arrivare quando compie il bene. D'altronde, l’uomo così raggiunge la vera allegrezza, la vera pienezza.

Questa è l’eredità che ci lasci, la quale ci invita a continuare a sperare che tu sia già in Paradiso, ove ammiri e sei abbracciato dall'amor «che move il sole e l’altre stelle». Perciò, mandaci conforto e aiutaci a continuare la buona battaglia per te, per i tuoi genitori e per tutti coloro che sono nel bisogno e che non hanno voce per difendersi.

Concludo pensando agli Annali dei Re e Governatori, La storia di Aragorn e Arwen, riportati nelle appendici de Il Signore degli anelli di Tolkien: «In tristezza dobbiamo lasciarci, ma non nella disperazione. Guarda! Non siamo vincolati per sempre a ciò che si trova entro i confini del mondo, e al di là di essi vi è più dei ricordi». Arrivederci Charlie Gard, ci ritroveremo.

https://labaionetta.blogspot.it/2017/07/obice-la-battaglia-per-charlie-deve.html

 

06 febbraio 2017

Biotestamento, la fine dell'autodeterminazione


di Giuliano Guzzo

Dieci anni fa esatti scrissi un articolo –  I rischi (nascosti) del testamento biologico, “Alfa e Omega”, 2007– con cui denunciavo senza mezzi termini i risvolti eutanasici del biotestamento. Non può quindi che farmi piacere che dentro e fuori dal Parlamento parecchi, in queste settimane, si stiano accorgendo del problema (meglio tardi che mai!), ma non basta. A differenza di dieci anni fa, infatti, il rischio è che il legislatore introduca veramente nel nostro ordinamento le cosiddette dichiarazioni anticipate di trattamento (Dat), con tutte le nefaste conseguenze che ciò comporterebbe. Urge quindi che le ragioni di perplessità nei confronti di questo strumento – che solo un’enorme dose di ingenuità può portare ad immaginare quale garanzia dell’autodeterminazione del paziente – siano ribadite con forza.

C’è dunque anzitutto da chiarire un aspetto fondamentale, vale a dire che l’autodeterminazione del paziente esiste già, come principio giuridico, ed è riconosciuto/tutelato dalla Costituzione italiana (art. 32), dal Codice di deontologia medica (art. 35) e dallo stesso Catechismo della Chiesa cattolica, dov’è contenuta una esplicita condanna dell’accanimento terapeutico (CCC, 2278). Quando dunque sentiamo ripetere che le Dat servirebbero per un riconoscimento dell’autodeterminazione del paziente, altrimenti poco tutelata o addirittura sopraffatta dal paternalismo medico, non dobbiamo avere dubbi circa l’impreparazione (o la malafede) di chi sta parlando dal momento che non è affatto così. E’ semmai vero il contrario: il biotestamento, ponendosi come divisorio burocratico dell’alleanza terapeutica tra medico e paziente, compromette fortemente l’autodeterminazione della persona.
In che modo? Anzitutto perché costituisce una formalizzazione di volontà terapeutiche che non sono – come viene spesso raccontato – quelle del paziente che le sottoscrive, bensì quelle del paziente in quel preciso momento. Non è affatto, si badi, questione di lana caprina dato che in fatto di volontà terapeutiche si è sperimentalmente accertato le stesse persone manifestino intenzioni mutevoli nel corso del tempo; volontà terapeutiche che possono cambiare talvolta improvvisamente. Ma anche il contenuto delle Dat – ribatteranno i suoi promotori – può essere rivisto: certo. Tuttavia, se il paziente che avesse sottoscritto il biotestamento, magari indicando la sottrazione di ogni presidio terapeutico, si trovasse a cambiare idea ma impossibilitato ad esprimersi? Che accadrebbe?
La risposta al dilemma l’ha data un pensionato romano che scrivendo ad un quotidiano nazionale, qualche anno fa, argomento così: «Se io, ora che sono sano, firmo un biotestamento ma dopo, nel momento cruciale, quando non ho più possibilità di farmi capire, non desidero più accorciare la mia vita perché sento e vedo ancora, come faccio a tornare indietro dal momento che mi fanno morire di fame e di sete? In pratica avrei firmato la mia condanna a morte» (La Stampa, 3/10/2009). E’ così. E francamente meraviglia che molti che amano parlare di autodeterminazione non si confrontino con quest’eventualità per nulla astratta, come mostrano le agghiaccianti testimoniante di pazienti che, trovatisi in seguito ad un trauma vigili ma impossibilitati a comunicare, hanno vissuto nel terrore al pensiero di essere lasciati morire, indicazione che magari in condizione di perfetta salute avrebbero dato.

A ciò si aggiunta la non trascurabile problematica, ove nominato, del fiduciario, la persona che il paziente indica quale garante dell’osservanza delle proprie volontà di cura: in almeno il 30 per cento di casi, si è sperimentalmente appurato, costui male interpreta le volontà del proprio testatore. Ad ogni modo, anche dando per scontata – anche se è tutt’altro che tale – la stabilità delle preferenze terapeutiche di un paziente e la capacità del fiduciario di interpretarle alla perfezione, non è detto che la volontà del testatore sia comunque rispettata. Il perché è semplice, dal momento che questa viene a formarsi in modo decisivo durante il colloquio del paziente col medico. Ma questi di solito colloqui non durano mesi né giorno bensì, come si è appurato in alcune ricerche, addirittura una manciata di minuti.

E dal momento che è stato rilevato come il modo in cui i pazienti presentano le opzioni terapeutiche influenzi grandemente la volontà del paziente sulle proprie cure future, c’è da ritenere quanto meno azzardata l’idea che l’idea che alla fine costui possa davvero autodeterminarsi sottoscrivendo il biotestamento. Ma poniamo pure che il paziente sia davvero libero, incredibilmente estraneo ad ogni influenza e presenti una stabilità di preferenze terapeutiche stabile negli anni – eleviamoci cioè al mondo delle ipotesi meno probabili -, e la sua volontà sia quella di essere lasciato morire: perché in quel caso le Dat sarebbero da rigettare? Semplice: perché il compito del medico non è togliere la vita, ma – ove purtroppo la guarigione da una condizione fosse impossibile – alleviare il più possibile le sofferenze, anche a costo di accorciare l’esistenza ma sopprimendola deliberatamente. Perché sarebbe omicidio, un crimine cui nessuno può essere autorizzato. Anche se supplicato.

https://giulianoguzzo.com/2017/02/06/biotestamento-perche-va-fermato/

 

11 gennaio 2017

L’aborto è una carie?


di Giuliano Guzzo

Secondo Roberto Saviano, l’«aborto non è un omicidio». Questa l’affermazione con cui lo scrittore partenopeo, ieri, ha esordito in un post su Facebook nel corso del quale ha poi ricordato che «abortire è un diritto spesso negato», «un diritto acquisito da difendere a tutti i costi» e che dovremmo tutti «studiare cosa accade in Brasile» con riferimento «alle morti dovute agli aborti clandestini». Su quest’ultimo punto, debbo dire che il Nostro sfonda una porta aperta. A proposito di morti «dovute agli aborti clandestini», sarebbe difatti molto utile andarsi a studiare cosa si diceva in Italia prima della Legge 194, ossia che ogni anno morivano circa 20.000 donne.

Peccato che l’Annuario Statistico del 1974 quantificasse le donne in età feconda (dai 15 ai 45 anni) decedute nell’anno 1972, prima cioè della legalizzazione dell’aborto, in 15.116 e spiegasse come le morti riconducibili a dinamiche legate alla gravidanza o parto fossero 409: sempre troppe, intendiamoci. Tuttavia, inutile negarlo, un numero svariate decine di volte più contenuto di quello propagandato dagli abortisti per terrorizzare gli Italiani sull’emergenza degli aborti clandestini, pure quelli stimati – tanto per cambiare – abbondando alla grande con gli zeri. Ma fermiamoci qui, per oggi, con le scomode verità (o post verità, fate voi) di cui è vietato parlare.

E torniamo all’autore di Gomorra, secondo cui «aborto non è un omicidio». Mettiamo che abbia ragione. Ma allora l’aborto che cos’è? Una forma di diarrea? Una specie di varicella? Una carie? Non è polemica, ma curiosità. Troppo comodo, infatti – specie con un tema così serio –, ripiegare su una negazione e poi, zac, tagliare la corda. Se qualcuno è convinto che l’aborto non sia un omicidio, allora dica cosa è in realtà. Perché già da troppi anni ci si occupa del tema dell’aborto senza però parlare dell’aborto, virando furbescamente sui diritti della donna, sull’autodeterminazione e sull’obiezione di coscienza bistrattando chi, molto semplicemente, vorrebbe capire quale sia esattamente l’argomento di cui si sta parlando.

https://giulianoguzzo.com/2017/01/11/laborto-e-una-carie/

 

Correzione formale. Percussoris laetitia


di Satiricus

Dunque, a fronte del caso problematico sollevato nel capo VIII di Amoris laetitia, in cui sembra possibile per il confessore - non sempre dai, ma ogni tanto, almeno con le penitenti petulanti e/o facoltose - comminare l’assoluzione (credo sia la meglio espressione da usarsi) nonostante il perdurare di una situazione adulterina pubblica e notoria, avrei una proposta.

Il Papa propende per il trattamento ad cadsum di uno dei (pochi) peccati oggettivamente gravi, come riportato nel Catechismo, l'adulterio.
D’altra parte i cardinali cojoni, quelli che la Chiesa della Misericordia disprezza, ricordandoci ad ogni istante che la coperta è troppo corta e la Misericordia, battute a parte, non può mai essere per tutti e senza sconti, si chiedono se sia cambiata la morale ecclesiastica. Il punctum quaestionis è soprattutto il passaggio dal livello oggettivo a quello soggettivo nel discernimento: crollano forse i peccati oggettivamente gravi?
Io una mezza soluzione ce l’avrei, che mettesse d’accordo il Papa misericordioso da campo con i cojonazzi, una soluzione che dia la possibilità ai risposati di comunicarsi e ai legislatori di salvaguardare l’oggettività dei peccati: incitiamo all’omicidio (altro dei pochi peccati oggettivamente gravi).
Tutto si risolve: io, coniuge risposato, uccido il mio ex, poi mi pento e - cascasse il mondo! - davvero prometto che non lo faccio due volte! Ergo non sono in stato di peccato pubblico notorio ed oggettivo etc. etc. A questo punto posso ottenere il perdono, posso risposarmi e comunicarmi, mentre la morale tradizionale è salva.
Resta il cavillo della penale secondo il diritto civile, specie in caso di femminicidio - ché gli uomini, anche se li ammazzano, chissene, tranne se erano gay -, ma adesso non è che posso risolvere tutto io.
Percussoris laetitia, la gioia dell’assassino, questa l’unica correzione formale, titolare addirittura, che proporrei al Pontefice - peccato non essere un porporato!

Quanto all’Amoris laetitia, quella vera, i suoi frutti sono insperati e li troviamo a Padova. Qui, conviene ricordarlo, è stato eletto al soglio episcopale un vero prete di Francesco, uno povero e immigrazionista, don Cipolla. Beh, va come ti va, passano pochi mesi e don Cipolla si trova una bella patata bollente tra le mani (in tutti i sensi). Don Contin, parroco della città, è accusato di attività sessuali regolari (c’è chi dice prostituzione) con 3, 10, 15, no 20 parrocchiane: un satiro fatto e finito da fare invidia anche al vostro Satiricus. Il parroco, insinuano le testate locali, aveva in casa una collezione di DVD coi nomi dei papi, e sull’associazione tra venerabili pontefici e categorie del mondo hard lascio fare a voi - pare solo che il dischetto di Pio XI (casti connubii) risulti non leggibile, è un dischetto vecchio, superato.
Che dite, sarà già tempo di estendere la Misericordia al caso presente? Il poraccio, secondo le confessioni (presunte tali) delle sue donne era pure dimagrito: io, in coscienza, lo assolverei, senza manco l’impegno a vivere “come fratello e sorella”.
Ci sono anche gli estremi per un dialogo col mondo islamico, nella forma dell’harem consacrato e le premesse per un sacerdozio uxorato alla brasileira, eh sì, perché, a dargli la possibilità di sposarsi, mica faceva tutte 'ste schifezze. O no?

Concludo la rassegna con l’ultima istantanea - poi basta, che ‘sta rubrica mi diventa trash - e do ragione a Gayburg, o meglio, a me di che dica Adinolfi interessa anche no e l’ho già fatto presente in tempi non sospetti, ma mi interessa moltissimo come mai il canale più comunista d’Italia, quel Rai3 con cui babbo mi ha cresciuto fino al dilagare del digitale, debba spendere denaro pubblico per programmi da fondamentalismo religioso in perfetto stile emozional-new age: "un selfie con Francesco". Ha ragione Gayburg, è stato un flop totale e ce ne rincuoriamo. 9 per cento di share come 9 milioni sono i cattolici brasiliani apostati degli ultimi due anni. Sarà che abbiamo il 91 per cento di cattolici (o almeno di italiani) seri, sarà che i cattolici sono tutti divenuti minchioni epperò non superano il 9 per cento del pubblico televisivo nazionale, nell’uno come nell’altro caso ce ne rincuoriamo. Io personalmente col Papa non ci ho mai voluto fare niente, né un selfie, né un trenino, né un viaggio, né un libro. Interessante però questo spreco di denaro che i comunisti ordignano pur di propagandare l’immagine del Papa che va bene a loro, forse anche a lui. Interessante che i gay, almeno quelli di Gayburg, non capiscano che gli conviene il programma flop dei selfie col Papa, fatto apposta, e non in contrasto, con le serate Rai sulle unioni civili. Interessante da quanti cojoni siamo circondati: e io che credevo fossero solo in quattro (berrettati).

 

23 maggio 2016

Aborto legale, un fallimento lungo 38 anni

di Giuliano Guzzo

Vi sono ancora, a quasi quattro decenni dall’entrata in vigore della Legge 22 maggio 1978, n. 194, valide ragioni a suffragio dell’aborto legale? Apparentemente sì. Anzi, sembrano esservene talmente tante che non esisterebbe neppure un valido argomento per opporvisi, pena accuse che spaziano dalla violazione dei diritti della donna a spietate nostalgie medievali. Tuttavia, se analizzate attentamente ed al di là della retorica si scopre come, in realtà, le tesi giustificative della depenalizzazione della pratica abortiva risultino sorprendentemente fragili quando non del tutto infondate anche se, a prima vista – occorre riconoscerlo – ben confezionate e convincenti. Passiamo allora in rassegna, al fine di poterne valutare l’effettiva consistenza, i cinque più diffusi argomenti a favore dell’aborto legale, che sono quelli dell’aborto clandestino, della salute della donna, del caso di stupro, dell’esercizio di libertà della donna e della maggioranza degli ordinamenti giuridici.

1. Per contrastare l’aborto clandestino
E’ un argomento condiviso da quasi tutti, persino da molti cattolici, ma doppiamente fallace, sotto il profilo logico e pratico. La prima criticità concerne la logica secondo cui, se esistente e ritenuto non eliminabile del tutto, un fenomeno deve essere legalizzato. Ricorrendo allo stesso, fallace ragionamento, si dovrebbe ritenere corretto legalizzare realtà esistenti e non eliminabili del tutto quale il furto, l’evasione fiscale, lo spaccio ed altro ancora: il che sarebbe assurdo. Perché dunque quello che non vale per furto, evasione ed altro dovrebbe valere per l’aborto? Tanto più che – e veniamo al lato pratico – l’aborto clandestino, dopo decenni di legalizzazione, rimane, eccome: le stesse, prudentissime (e non aggiornate) stime ministeriali alludono ad almeno di 15.000 casi l’anno. Un po’ troppi, converrete, per brindare all’avvenuta eliminazione degli aborti clandestini, a meno che non ci si rifiuti di guardare in faccia la realtà. 

2. Per la tutela della salute della donna
Tesi diffusissima, ma clamorosamente falsa: l’aborto volontario non agevola, ma mina la salute materna. Non a caso la ricerca più autorevole ha rilevato come la perdita volontaria di un figlio sia associata – per fare una rapidissima panoramica – ad una più alta incidenza di tumori al seno (Indian J of Cancer 2013), di isterectomia post-partum (Acta Obstet Gynecol Scand2011), placenta previa (Int J Gynaecol Obstet 2003), aborti spontanei (Acta Obstet Gynecol Scand 2009), depressione, abuso di sostanze (Psychiatry Clin Neurosc. 2013), mortalità materna (J of American Physicians and Surgeons 2013), suicidi (Scand J Public Health, 2015). Lo stesso divieto di aborto non comporta maggiore mortalità materna (PLoS ONE 2012): in Irlanda, con detto divieto, si è registrata una bassissima di mortalità materna, addirittura la più bassa al mondo nel 2005 e la terza più bassa nel 2008. L’incubo delle mammane, dati alla mano, è dunque più incubo che realtà. 

3. Per non costringere donne stuprate a partorire
E’ il classico “caso limite” col quale l’abortismo ammutolisce quanti osano discuterne i presupposti. Trattasi però, ancora una volta, di argomento debole. Per ragioni etiche e statistiche. Partendo dalle prime, se la soppressione deliberata di un essere umano è ritenuta intrinsecamente ingiusta e malvagia, giammai si può derogare a questo principio senza comprometterlo; se, cioè, si ritiene l’aborto giustificabile “a certe condizioni”, si finisce inevitabilmente – per via della slippery slope o teoria della china scivolosa – per giustificarlo a “tutte le condizioni”. In seconda battuta, la debolezza di questo argomento emerge dai numeri: la percentuale delle donne che abortiscono a causa di uno stupro è infinitesimale – l’1% –,come appurato anche dal Guttmacher Institute, punta di diamante della lobby abortista americana (Perspect on Sexual and Reprod H.; 2005). Questo significa che chi evoca l’ipotesi dello stupro per giustificare l’aborto legale non fa altro che evitare di confrontarsi col cuore del problema, che è l’intangibilità della vita umana. 

4. Per tutelare la libertà della donna
La libertà è valore inviolabile: vero. Il punto è che la donna incinta non ha in grembo un ammasso di cellule, un fungo o un cucciolo di specie aliena bensì un essere umano. Il figlio concepito e non ancora nato è infatti persona a tutti gli effetti: ha un Dna unico ed irripetibile, già alla 6° settimana di gravidanza assistiamo alla formazione degli organi (polmoni, fegato, pancreas, tiroide, cuore che pulsa fino a 150 battiti al minuto, cervello distinto in tre differenti regioni) e, prima di nascere, sperimenta il dolore (Semin Perinatol.2007), risponde a stimolazioni esterne (Arch Dis Child.1994), intrattiene una vita relazionale (Neuroendocr. Lett.2001) e prima di nascere memorizza, fra le tante, proprio la voce di sua madre (Acta Paediatr.2013). Circoscrivere l’aborto alla libertà individuale, dunque, è del tutto sbagliato. E comunque resta un dubbio: sicuri che una donna compiutamente informata dell’umanità del feto, degli effetti sulla propria salute dell’aborto e, soprattutto, messa dinnanzi a sostegni (non solo materiali) ed alternative (parto in anonimato), abortirebbe? 

5. Perché tantissimi Stati lo prevedono
In effetti, spulciando gli ordinamenti giuridici vigenti, si scopre che è così. Ma la giustizia, fino a prova contraria, non è necessariamente assicurata dalla maggioranza. Può quindi capitare – e spesso è capitato – che la maggioranza abbia torto, anche se si tratta dalla maggioranza degli Stati considerati avanzati. Un esempio storico è quello del commercio degli schiavi, pratica messa al bando per la prima volta nel 960 dalla Repubblica Serenissima di Venezia nel 960. Ebbene, se Pietro IV Candiano si fosse fatto intimidire o avesse preso a modello gli ordinamenti giuridici degli altri Stati, non avrebbe mai dato il buon esempio riunendo l’assemblea popolare e facendo approvare una legge che, per la prima volta nella storia, inaugurava il filone normativo anti-schiavista.
Anzi, c’è da scommettere che più di qualcuno avrà ritenuto la decisione del Doge bizzarra, ingiusta o pericolosa. Allo stesso modo, chi osa criticare l’aborto legale, oggi, viene bersagliato da critiche di ogni tipo. Ma non ha affatto torto, proprio come non l’aveva, quella volta, Pietro IV Candiano. Si tratta di avere il coraggio – in Italia e non solo – di remare controcorrente, esercizio faticoso ma, quando la meta si chiama Giustizia, irrinunciabile. Chiaramente per trovare la forza di condurre una battaglia tanto controcorrente, oggi, occorre avere la forza – non comune a tutti – di ammettere cosa sia l’aborto di Stato, vale a dire uno scandalo che ieri inquietava anche intellettuali non cattolici e tutto fuorché estremisti di destra come Pier Paolo Pasolini (1922–1975), che scriveva: «Sono traumatizzato dalla legalizzazione dell’aborto, perché la considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio».

https://giulianoguzzo.com/2016/05/22/aborto-legale-un-fallimento-lungo-38-anni/
 

18 dicembre 2014

Se le femministe, sotto sotto, giustificano l'infanticidio

di Marco Mancini

Come è noto, questo blog non è solito dare spazio alle vicende di cronaca nera, che occupano invece con sempre maggiore frequenza le prime pagine dei quotidiani e i palinsesti delle televisioni. Questa volta ce ne occuperemo, seppure per vie traverse.
 

19 giugno 2014

Se la famiglia diventa il vero killer di Yara


di Giuliano Guzzo
 
Non è vero che hanno arrestato il presunto assassino di Yara Gambirasio, un colpevole certo già c’è ed è la famiglia. Questo, almeno, ha lasciato intendere l’editorialista de La Stampa Massimo Gramellini che, facendo leva sulle oggettive particolarità di questo caso di cronaca nera (il presunto assassino, sposato e padre tre figli, è nato da una relazione clandestina da parte di un padre di famiglia) ieri, trovandosi forse a corto di argomenti, ha scelto di avventurarsi in una prolissa arringa contro l’istituto familiare. L’importanza di non essere fraintesi né di mettere in bocca altrui pensieri mai espressi impone di riportare integralmente il passaggio di “Bambini vittime dell’orrore di certe famigliole”, l’articolo in cui l’apprezzato giornalista e scrittore ha messo nel mirino la famiglia raffigurandola come una sorta di stanza degli orrori:
 

09 febbraio 2014

Eluana cinque anni dopo: i fatti e le bugie

di Giuliano Guzzo
Cinque anni fa, il 9 febbraio, dov’eravate? Sarebbe importante ricordarlo perché quel giorno, il 9 febbraio 2009, l’Italia veniva scossa da un evento che ancora oggi, cinque anni dopo, non cessa di dividere e far discutere: la morte di Eluana Englaro (1970 – 2009), la donna che versava in stato vegetativo da diciassette anni. Per alcuni fu il trionfale compimento di una battaglia civile, per altri il drammatico epilogo di una guerra perduta. Per tutti, in ogni caso, quel 9 febbraio rappresenta una data storica benché ancora recente, una frattura come non si registrava da tempo, a livello di opinione pubblica. Ebbene, nonostante questi cinque anni già trascorsi rimagono ancora poco noti aspetti diversi fondamentali di quello che, in termini giornalistici, è stato ribattezzato come il “caso Englaro”. Nelle righe a seguire cercheremo di rivisitarne alcuni nella speranza di offrire a tutti la possibilità, ripensando a quel 9 febbraio 2009,  di farsi un’idea meno parziale e condizionata da resoconti non sempre attendibili che però circolano ancora oggi.
 

04 dicembre 2013

L'Espresso e il sottinteso

di Ilaria Pisa
Lo scopo di molti portali di notizie, come L'Espresso, non è fornire ai lettori informazioni neutrali, ma esporre i fatti unitamente a giudizi, riflettendo scelte editoriali certamente opinabili ma altrettanto certamente legittime e, soprattutto, trasparenti e conoscibili a tutti. Nihil sub sole novi.
Suscita però perplessità e meraviglia constatare come il normale taglio ideologico di un articolo può grottescamente diventare isterismo fazioso, non appena si abbandoni anche l'ultimo appiglio con l'elementare senso di realtà.