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03 marzo 2018

"Io accuso", il cinema nazista e l'eutanasia.

di Gianmaria Spagnoletti
già pubblicato su La Croce
«Io accuso» («Ich klage an») è un film tedesco diretto da Wolfgang Liebeneiner nel 1941 e prodotto in collaborazione con il Ministero della Propaganda del Terzo Reich. Il suo scopo era di giustificare agli occhi dell’opinione pubblica l’”Azione T4”, ovvero la soppressione sistematica dei malati di mente e degli handicappati gravi. Il film narra la storia di Hanna Heyt, la giovane moglie di un medico, bella, vivace e che ama godersi la vita. Per celebrare la nomina del marito Thomas a capo di un istituto di Monaco di Baviera, la donna decide di dare una festa. Ma proprio nel bel mezzo di un concerto, un crampo improvviso le impedisce di continuare a suonare il pianoforte. Il responso di una visita specialistica è terribile: Hanna ha la sclerosi multipla. Il marito, sconvolto, indirizza tutto il suo laboratorio verso la ricerca di una cura, ma nel frattempo la malattia si aggrava e la donna diventa poco alla volta sempre più debole. Sapendo qual è il decorso finale del morbo, Hanna prega il Dr. Bernhard Lang, medico e da sempre amico di Thomas, di sopprimerla quando il dolore diventerà insopportabile. Ma Lang, inorridito, si rifiuta. Poco più tardi fa la stessa richiesta al marito, implorandolo di ucciderla quando lei non sarà più «la sua Hanna», prima di diventare qualcos’altro: sorda, cieca o non più in grado di capire («idiotisch» in lingua originale). 

Nel corso delle ricerche avviate dal Dr. Heyt improvvisamente si fa strada la speranza di aver trovato una cura, e Hanna comincia a sognare una vita nuova dopo la guarigione. La speranza, però, si rivela fallace, e Hanna ricade in un cupo pessimismo. Dopo una impressionante crisi respiratoria, il Dr. Heyt somministra a Hanna un’overdose di anestetico e, dopo un «ti amo» sussurrato tra marito e moglie, Hanna muore.
Quando il Dr. Lang viene a sapere che il Dr. Heyt ha ucciso Hanna, afferma, sconvolto: «L’aveva chiesto anche a me, ma non l’ho fatto, perché l’amavo!». Al che il marito replica: «Io l’ho fatto perché l’amavo di più». Così, fronte alle altre sue giustificazioni («Non l’ho uccisa, l’ho liberata»), Lang rompe l’amicizia con il collega. 

Durante il processo per omicidio, Heyt rimane sempre in silenzio. Al suo posto parlano i testimoni per tentare di chiarire il movente del delitto. Grazie alla deposizione della domestica emerge che a uccidere la moglie è stato proprio Heyt, il quale si difende dicendo: «L’ho fatto perché amavo mia moglie». 

A sorpresa, dopo molte esitazioni, Lang decide di testimoniare al processo. In attesa del suo arrivo, i membri della Corte trovano il tempo per un breve dibattito nel quale, scartata la valenza cristiana del senso della sofferenza (di cui parla il pastore luterano lì presente), tutti concordano su un punto: perché un malato terminale dovrebbe continuare a vivere se può scegliere di morire? E oltretutto: se veramente il dottore ha soppresso la paziente per evitarle ulteriori sofferenze, questo crea un precedente nella giurisprudenza; in tal caso il diritto a garantire l’uccisione compassionevole non spetterebbe al singolo medico ma allo Stato, che deve concedere ai suoi cittadini il diritto di liberarsi dalle sofferenze, proprio come si riserva il colpo di grazia a un vecchio cane da caccia ormai cieco e malato. 

Finalmente parla il Dr. Lang, il quale viene presentato come un irresponsabile per aver salvato dalla meningite una bambina che, nonostante le cure, è rimasta gravemente handicappata dalla malattia: per questo i genitori, paradossalmente, lo incolpano di non averla lasciata morire in pace. Lang è il testimone che potrebbe ribaltare l’esito del processo; ma se prima riteneva che un medico non avesse diritto di vita e di morte sul malato (perché in contrasto col Giuramento di Ippocrate), ora sembra aver cambiato parere proprio di fronte al caso della piccola, ormai ridotta a una larva. E invece di testimoniare contro l’ex-amico, contribuisce a scagionarlo. Solo allora Heyt apre bocca per autoaccusarsi dell’omicidio della moglie, dichiarando di averlo fatto con motivazioni pietose e chiedendo che lo Stato approvi una legge per consentire ai malati gravi di morire in pace. Il finale rimane aperto.
«Io accuso» è stato giustamente bandito in Germania dopo il 1945: è un film che val la pena ricordare solo per i suoi dialoghi pseudo-scientifici oltre il limite del delirio, e tuttavia la visione (a scopi puramente documentaristici e guidata da un moderatore) aiuterebbe le nuove generazioni a conoscere nei particolari i meccanismi di persuasione della propaganda nazista e le aberranti giustificazioni usate per legittimare l’uccisione dei pazienti incurabili: la malattia terribile, il “caso pietoso”, la morte vista come unica soluzione, il processo e il capovolgimento della legge. Giocando sul titolo, analizzare questo film oggi servirebbe a fare una “accusa” a rovescio per chiamare finalmente “male” il male, e per capire qual è il vero “totalitarismo di ritorno” che l’Italia rischia.
 

07 dicembre 2017

L'onda nera che avanza


di Lorenzo Zuppini

Si deve essere in malafede o totalmente scollegati dalla realtà per affermare, con un insopportabile cipiglio, che un’onda nera sta per travolgere l’Italia la quale rappresenta, tre le altre cose, il maggior rischio per gli ebrei, il popolo massacrato nel secolo scorso dal nazismo coadiuvato poi dal fascismo nostrano. Gli aperitivanti che, tra una tartina e l’altra, ogni mattina ritengono che lo tsunami nero si stia avvicinando sempre più alle nostre coste (e ovviamente non mi sto riferendo agli invasori clandestini, sebbene la metafora risulti ghiotta) fanno riferimento di volta in volta a dei casi di intemperanza da parte di gruppuscoli di estrema destra che esprimono in modo colorito le loro idee. Idee forti, talvolta assurde, spesso oggettivamente sbagliate su un piano storico, ma sempre di idee stiamo parlando. La peggiore carogna che mette in discussione l’Olocausto (pratica cara a certi soloni islamici) avrà comunque, a parere del sottoscritto, il diritto di esporre le proprie odiose idee per il semplice motivo che le idee non sono arrestabili, né se si tratta di una legge imbellettata e scritta da un parlamentare la cui famiglia è stata perseguitata dal nazismo, né se si tratta della richiesta avanzata dal peggior cascame comunista che, esponendo la propria faccia tosta, pretende tolleranza zero per chi professa il nazifascismo ma massima comprensione per chi sventola la falce e il martello. Ma si sa, chi scrive è un convinto liberale, e, sebbene vada di moda definirsi tali, in realtà in pochi si comportano di conseguenza.
Il mainstream grida allo scandalo per la visita fatta da un gruppo di skinhead ad un’associazione di Como chiamata “Como senza frontiere”. Le teste rasate sono entrate senza invito, hanno esposto la loro idea sull’operato dell’associazione (il cui scopo potete facilmente immaginare) ed hanno tolto il disturbo. Neanche una parolaccia, ma pare si tratti di blitz. I blitzettari, in realtà, sono gli unti del Signore come Emanuele Fiano che ritengono intelligente e costruttivo gridare costantemente all’onda nera che avanza e, addirittura, che sia utile creare una nuova legge che, aggiungendosi alla Mancino e alla Scelba, vieti le idee contenute in un busto o in un quadro. Non è sopportabile che il Fiano, sostenuto da quell’accrocco che è la sinistra oggi, giustifichi una legge liberticida ed inutile utilizzando il caso della propria famiglia: nessuno nega ciò che fu l’Olocausto, ma certamente non si può far leva sull’opinione pubblica contando le gocce di lacrime che qualcuno riesce a tirar fuori. Il fascino che esercita il fascismo, assai minore rispetto a quello esercitato dal comunismo, è del tutto fisiologico sebbene sia deprecabile: è un’ideologia antica, forte e che può far gola in momenti di crisi economica e valoriale, ma la nostra Repubblica italiana si è organizzata a dovere per scongiurarne il ritorno. Punto.
Siccome quelli che oggi hanno il coraggio di definirsi nazisti vengono ritenuti pericolosi per le comunità ebraiche, è probabilmente il caso di dare una sveglia ai bontemponi impegnati nell’aperitivo a base di antifascismo e immigrazionismo ricordando chi rappresenta oggi in Europa l’antisemitismo violento e pericoloso.
Nel 2015, arrivò un documento sulla scrivania del presidente israeliano Benjamin Netanyahu secondo cui ben 120mila ebrei, ovvero un quarto degli ebrei in Francia, avevano l’intenzione di trasferirsi in Israele. Un altro documento venne fatto recapitare sul tavolo del presidente, inviato dal ministero della Diaspora israeliano, secondo il quale la Francia era divenuto uno dei luoghi più pericolosi per gli ebrei. Si contano circa 550mila ebrei in Francia, a fronte di oltre 6 milioni di islamici, e ogni anno gli ebrei subiscono circa 500 attacchi.
In Inghilterra la situazione non è migliore: circa 100mila ebrei hanno dichiarato di voler abbandonare quel territorio per trasferirsi in Israele. Tutti voi ricorderete le parole del rabbino capo di Barcellona all’indomani dell’attentato terroristico islamico sulle ramblas, il quale affermò che “questo posto è perso. Meglio andarsene in Israele. La nostra comunità è condannata sia a causa dell’islam radicale sia per la riluttanza delle autorità a confrontarsi con questo”.
Nel 2015 lo Stato Islamico dell’Isis pubblicò un video in cui esortava i palestinesi ad attaccare senza sosta gli ebrei, e in quel periodo, lo sceicco Hassan Nasrallah leader di Hezbollah, dichiarò che “questa nuova intifada è l'unica speranza per i palestinesi di porre fine all’occupazione. Oggi stiamo assistendo a ciò che una nuova generazione è disposta a sacrificare per Gerusalemme, combattendo con i coltelli”.
Nell’estate del 1921 un certo Amin al Husseini, già odiatore di ebrei e fomentatore di violenze contro questi ultimi, viene nominato Gran Muftì di Gerusalemme, l’allora più alta carica islamica. Ebbene questo pagliaccio, quando nel 1933 Hitler salì al potere, confidò di “intravedere un nuovo radioso futuro”, predicendo “l’avvento di una nuova era di libertà per i musulmani di tutto il mondo”. Addirittura il 21 luglio del 1934 egli si recò in visita al nuovo console tedesco di Palestina, tale Dhöle, per instaurare un rapporto proficuo col nazismo e per capire “fino a che punto il Terzo Reich fosse disposto a sostenere il movimento arabo contro gli ebrei”. Mi pare di scorgere una certa stima nutrita dalla più alta carica islamica nei confronti di uno dei più grandi massacratori di ebrei. E la differenza, oggi, tra queste due realtà è macroscopica sebbene astutamente celata: esistono svariate leggi che impediscono il ritorno di una dittatura, che ne impediscono la propaganda e che sanzionano le opinioni che fomentano l’odio razziale. Al contrario, nel momento in cui chicchessia osi mettere in discussione la natura dell’islam, viene tacciato di islamofobia e ricoperto di improperi.
Potrei essere accusato di benaltrismo o addirittura di spalleggiare gli attuali neonazisti. In realtà il motivo per cui non posso definirmi antifascista è dovuto al fatto che, da liberale incallito, io sono contro ogni forma di totalitarismo, e, anche e soprattutto, perché definirsi oggi antifascisti significa infilarsi in un quel cascame di comunismo social mondano che osteggia gli skinhead ma tace quando i centri sociali aggrediscono Giampaolo Pansa o il professor Panebianco all’università.
Tra pochi giorni ricorderemo la nascita di un ebreo chiamato Gesù Cristo, ed è oggi ancor più importante di ieri ricordare chi incarni attualmente il vero odio antisemita.



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29 luglio 2017

Hanno ammazzato Charlie, Charlie è vivo


di Giuliano Guzzo

Adesso che la vicenda che ha commosso e mosso per settimane il mondo volge tristemente al capolinea, e Charlie Gard è stato ucciso – pardon «lasciato andare», come usa dire il giornalismo al guinzaglio della cultura dominante -, si può tentare di trarre qualche conclusione su questa vicenda anomala sotto innumerevoli punti di vista. A partire dal fatto che, quello per la prima volta in assoluto, un bambino malato è stato eliminato senza alcun consenso genitoriale, anzi in netta opposizione alla volontà dei genitori, che si sono battuti come leoni per il loro piccolo.

Anzi no, aspettate. Forse un precedente esiste. E sta in questa comunicazione: «Devo comunicarvi il mio rammarico nell’informarvi che il bambino è morto […] per infiammazione delle vie respiratorie […] Egli non aveva fatto alcun tipo di progresso durante il suo soggiorno qui. Il bambino non sarebbe certamente mai diventato utile alla società ed avrebbe anzi avuto bisogno di cure per tutta la vita. Siate confortati dal fatto che il vostro bambino ha avuto una dolce morte». Parole pacate e cariche di umanità, non è vero? Pare proprio un Comunicato di queste ore, diretto ai genitori di Charlie.
Peccato che si tratti della lettera, datata 6 febbraio 1943, che lo psichiatra nazista Ernst Illing (1904-1946) indirizzò, firmandola di suo pugno, ai genitori di uno dei tanti bambini assassinati sulla base del programma svolto dai Reparti Speciali infantili. Non è uno scherzo, la si può trovare in formato originale su Wikipedia. La prima lezione del caso Gard, dunque, sta nel ritorno di un orrore che credevamo sepolto, ossia quello di uno Stato, coadiuvato da medici dalle sembianze amorevoli, che si arroga il diritto di liberare – per il loro bene, ovvio – i letti dei pazienti che non fanno registrare «alcun tipo di progresso».

Il secondo insegnamento che la vicenda inglese impartisce a tutti noi, è la totale deformazione del concetto di accanimento terapeutico: un tempo ben circoscritto a quelle terapie (quindi rivolte contro una malattia) sproporzionate, inefficaci o addirittura controproducenti, oggi è indebitamente esteso alle cure (quindi rivolte a tutela di una persona) indirizzate a un soggetto che abbia la sola colpa di versare in una condizione curabile, ma non guaribile. Apparentemente di lana caprina, la questione è in realtà epocale: significa che se sei malato senza prospettive di guarigione, d’ora in poi, faresti bene a guardarti alle spalle.
No, beh, dài, esagerato. Già me li immagino, commenti così. Eppure, chi fino non a dieci anni or sono, ma a un solo anno fa, avrebbe mai pensato che un bambino sarebbe potuto essere tenuto in ostaggio in un ospedale per essere poi eliminato – col placet della Corte europea dei diritti dell’uomo! – in opposizione alla volontà di chi l’ha messo al mondo? Nessuno, evidentemente. Eppure è accaduto. O, meglio, ri-accaduto, come il ricordato esempio nazista dimostra. Ebbene, chi ha familiarità con gli studi bioetici sa che esiste un concetto, quello di chi «china scivolosa», secondo cui, fatto un passo grave, ne seguirà prima o poi, uno ancora più drammatico.

Nel frattempo – terza e ultima considerazione, la sola positiva – si è però fieramente ricompattato un fronte, quello pro-life, che sa che Charlie è morto, ma vive. Che il suo sacrificio non è vano perché ora il suo ricordo risplende accanto a quelli di Terry, di Eluana e dello sconfinato esercito dei bambini abortiti (per «il loro bene»!), tutta gente che, nella società dell’accoglienza a parole, non è stata accettata. Ma rimane e rimarrà saldamente nella memoria quanti, benché ora sconfitti, continueranno a combattere per coloro che, pur versando in condizioni di malattia, anche grave, hanno tantissimo da da dire – e da dare – a un mondo allo sbando, che incapace d’interrogarsi sul dolore e sulla malattia, ha preso a eliminare i malati.

https://giulianoguzzo.com/2017/07/29/charlie-e-morto-charlie-e-vivo/

 

12 gennaio 2017

La fine (e l'eclissi) del Tempo di Natale


di Roberto De Albentiis

Celebrate la Circoncisione di Gesù e la Maternità di Maria, l’Epifania e il Battesimo di Gesù e la Sacra Famiglia, inseriti ormai nel Tempo dopo l’Epifania, ci avviamo ormai all’esaurimento delle festività natalizie e alla ripresa della normalità tanto nella vita ecclesiale quanto civile, in attesa dei periodi pre-quaresimale - la Settuagesima, ove e quando ancora celebrata - e quaresimale, che ci porteranno alla grande festa di Pasqua (la Solennità delle Solennità, perché, sì, è la Pasqua la festa più importante e centrale della vita cristiana); perché parlare ancora del Natale, per quanto ormai liturgicamente agli sgoccioli?
Facendo una mia ricerca personale, per diletto, sul Natale nella Germania nazista (nell’Unione Sovietica sapevo non essere celebrato, anche se sono rinvenibili alcune cartoline natalizie, qualcuna del tempo della guerra addirittura con Stalin, con neve, stelle e alberi luminosi, ma senza nessun accenno al trascendente), mi sono imbattuto in quanto segue: “Le origini ebraiche di Gesù e la commemorazione della sua nascita come Messia ebraico era disturbante per le credenze razziste del Nazismo.

Tra il 1933 e il 1945, gli ufficiali governativi provarono a rimuovere questi aspetti del Natale dalle celebrazioni civili e si concentrarono sugli aspetti pre-cristiani della festa. Inni e decorazioni furono secolarizzati”; ancora, gli inni vennero poi sostituiti dai canti del partito NSDAP, il nome della festa venne cambiato in Julfest, propagandandone le origini germaniche pagane, la stella degli alberi natalizi venne sostituita con una svastica o una runa, Santa Claus (che nei Paesi nordici, anche se protestanti, è San Nicola di Bari) venne sostituito con Odino, le parole di inni belli e popolari come Stille Nacht vennero arbitrariamente cambiati, fino ad arrivare a presentare il Natale come festa del Fuhrer, salvatore della Germania.

Perché vi sto dicendo questo? Fate uno sforzo immaginativo: non stiamo ormai vivendo anche noi, da decenni, via via in maniera sempre più forte, una vera spoliazione e un vero stupro del Natale? Non stiamo assistendo a cambi arbitrari dei canti natalizi (che non possono più contenere alcun richiamo a Dio, a Gesù – di Cui pure si starebbe celebrando la festa – , alla Madonna, agli Angeli), al cambio del nome, del significato (la celebrazione di una generica “solidarietà” o cose simili) e degli auguri della stessa festa (diventata in alcuni Paesi “Vacanze di fine inverno” o “Festa delle Luci”)? Non stiamo assistendo alla ricerca di celebrazioni farlocche di Natali “inclusivi” e altre menate? Non stiamo assistendo a tutto ciò ad opera di ufficiali governativi, uomini di cultura, perfino, incredibile a dirsi, uomini di Chiesa? E dire che nella Germania nazista di cui stiamo parlando il clero, tanto cattolico quanto protestante, e i fedeli hanno lottato, pagando a volte anche duramente, per il mantenimento della natura cristiana del Natale!

Che differenza c’è, mi si dica, con quanto accaduto nella Germania nazista? Sto paragonando il totalitarismo laico e liberale odierno a quello nazista? Mi verrebbe da rispondere di sì, perché alla fine gli effetti, anche se in maniera più patinata e quindi più ipocrita, sono gli stessi (basti pensare allo sdoganamento di  aborto ed eutanasia), o perfino che quello liberale è peggio, perché quello nazista manteneva e sfruttava, quantomeno, qualcosa di buono pre-esistente (il patriottismo, la religiosità, l’importanza della famiglia e della gioventù) che quello liberale oggi annienta senza pietà. Lascio al lettore qualsiasi libera considerazione, tanto su queste cose quanto sul tema del Natale.
Nel periodo della Germania nazista la popolazione, tanto in Patria quanto al fronte (sono bellissime le immagini fotografiche dei soldati che, pur in guerra, addobbano l’albero di Natale e preparano il presepe, e non ci si scordi che proprio nel Natale del 1942 un soldato tedesco dipinse la bellissima Madonna di Stalingrado), manteneva comunque il carattere cristiano della festa, perché sapeva che solo quello era il suo senso originario, e per questo i tentativi nazisti furono velleitari; ma oggi? Oggi c’è una grande ignoranza religiosa diffusa, causata non solo dalla cattiva istruzione scolastica o dal consumismo, che certo hanno le loro grandi colpe, ma soprattutto dall’eclissarsi del sacro ad opera della stessa Chiesa, che sempre più ragiona come il mondo, arrivando però a scordarsi di Chi, quel mondo, è l’unico a salvarlo, il Bambino Gesù. Bambino che, però, è anche Re, e così appare, a Maria e Giuseppe, ai Pastori e ai Magi, nella mangiatoia, che ha la valenza di un trono regale!

Vogliamo salvare il Natale cristiano? Per citare uno slogan cristiano statunitense, “Put Christ in your Christmas!”, manteniamo il carattere cristiano della festa di Natale: prepariamoci con l’osservanza dell’Avvento e la celebrazione della Novena, andiamo in chiesa il 25 e il 31 dicembre e il 1° e 6 gennaio, facciamo auguri e auguriamo pace e solidarietà e serenità nel Nome di Colui che è Re e datore di tutte queste cose, Gesù Cristo! E ricordiamoci che è Gesù Cristo la vera Luce del mondo, e che soprattutto il Bambino che festeggiamo è il nostro Re, Re personale, familiare e sociale! Re davanti al Quale ogni religione e filosofia, ogni sistema economico, politico e culturale, ogni esistenza deve inchinarsi e accoglierLo!

 

12 novembre 2015

Il ritorno dell’eugenetica


di Giuliano Guzzo

All’indomani della Seconda Guerra Mondiale, la comunità internazionale, scossa dall’orrore dei lager, convenne sull’importanza di dover evitare il ripetersi di simili tragedie; mai più, fu la promessa. Un impegno solenne e internazionale che però non ha saputo frenare il riemergere di una fissazione che – dice la storia – interessò il regime di Hitler ben prima dell’Olocausto: quella eugenetica. Trattasi, in breve, della volontà di perfezionare la specie umana, valutata alla stregua di una razza che deve essere protetta, per così dire, da “contaminazioni” fisiche e genetiche. Questo culto della perfezione, al di là delle immorali tesi che sottende, reca con sé il rischio di allarmanti derive, come ha dimostrato l’Aktion T4, il programma di sterilizzazione e soppressione col quale i nazisti, dal 1940 al 1942, eliminarono più di 70.000 loro concittadini disabili o reputati tali.
Ebbene, ad appena settant’anni da quella stagione di barbarie, anche se può sembrare assurdo, l’eugenetica è nuovamente tra noi. L’incubo del miglioramento della razza è infatti tornato, anche se sotto mentite spoglie: non più scienziati nazisti, ma affermati studiosi e, al posto dei campi di lavoro, ospedali e laboratori d’avanguardia. Il risultato, però, è il medesimo: l’eliminazione dei più deboli. La prova forse più evidente viene dalla progressiva scomparsa delle persone affette dalla Sindrome di Down. Non nascono più. Ne è un esempio quel che accade in Inghilterra e Galles, dove nel 1990 le diagnosi prenatali di sindrome di Down erano state 1.075, mentre nel 2008 hanno toccato quota 1.843 (+70%). Una crescita considerevole alla quale non è però corrisposto un aumento delle nascite, che invece sono addirittura calate di 1 punto percentuale, passando da 752 a 743. Merito, si fa per dire, del fatto che le coppie che ricorrono all’aborto dopo aver appreso di attendere un figlio Down, in Inghilterra, è pari al 92%. In Francia le cose non vanno molto meglio se si considera che, in replica ad un emendamento che prevedeva, per le donne incinte di bambini Down, l’indicazione di associazioni «che si prendono cura dei bambini Down e le loro famiglie», il deputato Olivier Dussopt, avrebbe detto:«Quando sento che “purtroppo” il 96% delle gravidanze con Sindrome Down finisce con l’aborto, la vera domanda che mi faccio è perché ne rimane il 4%».
Ma l’attuale tendenza eugenetica è più ampia e non interessa la sola Sindrome di Down, come ha avuto modo di spiegare anche Bromage, che ha sottolineato l’esistenza di «un trend in aumento di diagnosi prenatale e di aborti di feti che sarebbero nati con disabilità» (Med. Humanities 2006; 32 (1):38-42). Ad ampliare il raggio dell’eugenetica prenatale, da alcuni anni, c’è poi la diagnosi preimpianto, tecnica che consente di selezionare, come fossero oggetti, gli embrioni privi di malattie genetiche e dunque utili alla fecondazione extracorporea. Un abominio, questo, ampiamente prevedibile e previsto dato che già tre anni dopo il lancio del Progetto Genoma, mirato alla mappatura del patrimonio genetico umano (genoma), il biologo Bertrand Jordan scriveva: «L’impatto del Progetto Genoma sulla società è lungi dall’essere insignificante. Le nuove conoscenze che abbiamo ottenuto conducono all’eliminazione degli embrioni attraverso la diagnosi prenatale e la possibile interruzione della gravidanza» (Travelling Around the Human Genome, Inserm 1993, p. 168).  Così l’eugenetica ha preso piede al punto che, per assurdo, nemmeno quando un bimbo disabile riesce a sopravvivere allo screening prenatale e a venire al mondo, oggi, è al sicuro. Soprattutto nella civile Inghilterra, dove il prestigioso Royal College of Obstetricians and Gynaecology, non più tardi di qualche anno fa, ha lanciato un appello a dir poco inquietante: «Let us kill disabled babies», lasciateci uccidere i bambini disabili. Parole che non abbisognano di commenti e che tradiscono, di fatto, un odio preoccupante per i più deboli.
Una categoria particolarmente a rischio, oggi, è anche quella dei nati prematuri: uno studio europeo condotto su 1400 medici di 10 nazioni ha messo in luce percentuali bassissime di neonatologi che tenterebbero di rianimare un neonato prematuro di 24 settimane di età gestazionale: in Olanda, ad esempio, appena l’1% dei medici ha dichiarato che lo farebbe (Cfr. J Pediatr 2000; 137:608-15). Una tendenza tutt’altro che isolata se si considera che circa vent’anni fa, in Svezia, furono emanate raccomandazioni selettive e restrittive con le quali si sconsigliava apertamente la rianimazione di neonati prematuri. Ancora più impressionante, al riguardo, è l’esito di uno studio del 2004 che ha messo in luce come l’80% dei medici francesi si sia espresso favorevolmente all’eutanasia attiva in casi neonatali e l’abbia persino praticata (Cfr. Arch Dis Child Fetal Neonatal 2004; 89:19-24).
A questo punto, sorge spontanea una domanda: come si è potuti arrivare a tutto questo? Non più tardi di qualche decennio fa, lo ricordavamo all’inizio, gli Stati si impegnarono in favore di una stagione di pace e con la Dichiarazione universale dei diritti umani del ’48 si affermò che «tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti». Come si spiega, allora, l’attuale successo dell’eugenetica?
Per rispondere a questo interrogativo, occorre fare, anche storicamente, un passo indietro ricordando anzitutto che l’eugenetica di Stato non fu affatto una invenzione nazista, bensì statunitense. La prima vera e propria legislazione in materia, infatti, fu emanata dallo Stato del Connecticut addirittura nel 1896; ma, soprattutto, è curioso notare come quando la Germania di Hitler, nel ’33, adottò leggi che autorizzavano la sterilizzazione e l’aborto obbligatorio, fosse stata già anticipata addirittura da 28 Stati americani. Segno che la barbarie eugenetica, contrariamente a quel che si crede, non abbisogna affatto, per manifestarsi, di feroci dittature, anzi: attecchisce meglio in regimi politici democratici, dove il gran parlare di “diritti”, spesso, trasmette alla gente un mendace senso di distensione. Apriamo qui una parentesi per ricordare che la stessa Legge 194/’78, ancora oggi tanto osannata da politici e intellettuali nostrani, apre de facto all’eugenetica laddove, al comma 2 dell’articolo 6, annovera le «rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro» tra le cause che possono giustificare l’aborto procurato dopo il novantesimo giorno dal concepimento.
Tutto questo per stare sul versante politico. Le sue radici filosofiche dell’eugenetica invece, devono essere ricercate nel pensiero di Francis Galton (1822-1911), cugino di Charles Darwin e inventore del darwinismo sociale, teoria fondata sull’opportunità di incoraggiare la procreazione dei “migliori” e di limitare, invece, quella degli individui reputati di ceppo scadente, inferiore o malato. Un chiarimento di questa prospettiva ce la offre Friedrich Nietzsche quando, con parole inequivocabili, scrive:«I deboli e in malriusciti devono perire, questo è il principio del nostro amore gli uomini» (L’anticristo, Adelphi 1970, p.169). In epoca contemporanea, considerazioni simili sono state riprese da Aldous Huxley, primo direttore dell’UNESCO e presidente, per diversi anni, della Eugenetics Society, il quale, nel suo Ritorno al Nuovo Mondo (Mondadori, 1961), fece capire di essere terrorizzato dalla prospettiva di «una maggioranza di umani di qualità biologicamente inferiore». Per venire agli ambienti scientifici, anche il celebre zoologo Desmond Morris ebbe a dirsi quasi rammaricato dal fatto che, finora, «le fantascientifiche idee allevamenti di bambini, attività sessuale in comune, sterilizzazione selettiva, e divisione dei compiti riproduttivi sotto il controllo dello Stato, non si sono avverate» (La scimmia nuda, Bompiani, 1987, pp. 107 – 108).
Ora, dietro questa pesantissima svalutazione della dignità umana, favorita oggi anche da una sorta di riduzionismo consumistico che tende ad equiparare il valore delle persone alle loro abilità o capacità, c’è, in sostanza, un’antropologia nichilista, priva di orizzonti metafisici e incapace di cogliere la grande verità che il cristianesimo, con Agostino – ma anche con tantissimi altri -, ha affermato a chiare lettere: «Ogni uomo è una persona» (De Trinitate, XV, 7, 11). Significa che ciascuno di noi – a prescindere dai tratti intellettuali, fisici o anagrafici che lo caratterizzano – rappresenta un patrimonio unico, di valore inestimabile. E merita, in quanto essere umano, di essere accolto, ascoltato, amato. Senza se e senza ma.

http://giulianoguzzo.com/2012/07/09/il-ritorno-delleugenetica/
 

15 ottobre 2013

Priebke: funerali e dintorni

di Andrea Virga
A quasi un anno di distanza, ritorno sul tema funerario, già affrontato su questo sito a proposito del divieto di celebrare funerali religiosi ai mafiosi. L’occasione è data dalla controversia relativa alle esequie dello SS-Hauptsturmführer Erich Priebke, morto l’11 ottobre 2013 all’età di 100 anni, mentre si trovava agli arresti domiciliari nella sua casa di Roma.