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11 ottobre 2017

La lobby più potente? Quella abortista


di Giuliano Guzzo

Dici lobby e subito pensi, se si sta parlando di America, alla NRA, acronimo che sta per National Rifle Association, organizzazione – avverte Wikipedia – ritenuta «una dellepiù influenti lobby politiche degli Stati Uniti, considerata la sua abilità nel distribuire grandi quantità di voti alle elezioni, e le sue attività lobbistiche contro il controllo delle armi». In effetti, nonostante i tanti propositi, la circolazione delle armi da fuoco pare dura da ostacolare negli Usa e molti vedono, in questo, lo zampino proprio della NRA. Ora, lungi dal negare tutto questo – anche se l’associazione tra diffusione di armi e numero di morti a causa di pistole e fucili non è affatto così scontata, e men che meno causale –, c’è una precisazione che vale la pena svolgere.

La lobby più potente, neppure negli Usa, non è quella delle armi, ma quella abortista. Non è, si badi, un’opinione, bensì un fatto: agli attuali membri del Congresso, la NRA ha finora donato 3.555.194 dollari. Bella sommetta, si dirà. Vero; peccato che siano briciole vicino alle donazioni che, solo durante le elezioni del 2016, ha versato Planned Parenthood – sigla sotto la quale stanno le organizzazioni nazionali responsabili di numerose strutture e impegnate nella soppressione prenatale, fatta furbescamente ed eufemisticamente passare per «salute riproduttiva» -, per un totale stimato di 38 milioni di dollari. Un’enormità, è stato notato, neppure indirizzata a tutti bensì nella quasi totalità, benché PP rivendichi equidistanza, a politici democratici.

Una disponibilità economica che, secondo fondi pro-life, avrebbe già portato PP, non più tardi di due anni fa, a versare poco meno di 45.000 dollari ad esponenti democratici membri di una commissione istituita per indagare su uno scandalo che riguardava proprio PP, accusata di commerciare parti dei corpicini dei bambini abortiti. Ora, al di là di questo, che parrebbe comunque un chiaro tentativo di corruzione, non può non colpire l’immenso potere economico della lobby abortista. Un potere che però non impedisce, allorquando si parla di lobby, di lasciar pensare che la più importante, almeno negli Usa, sia quella delle armi. Una falsa credenza che però, come si è visto, non solo gode di un certo radicamento, ma in pochi tentano di sfatare. Perché le lobby, quelle vere, non vanno disturbate.

https://giulianoguzzo.com/2017/10/11/la-lobby-piu-potente-quella-abortista-di-gran-lunga/


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29 maggio 2016

Eutanasia e suicidio assistito. Giù la maschera


di Federico Catani

Mentre in Commissione Giustizia e Affari sociali alla Camera si sta discutendo di eutanasia e testamento biologico, giunge quanto mai utile l’iniziativa dell’associazione Generazione Voglio Vivere, che ha pubblicato e iniziato a distribuire ai suoi abbonati l’opuscolo Eutanasia e Suicidio Assistito. Il volto dietro la maschera.
Il testo serve a fornire una corretta informazione sul tema dell’eutanasia. Normalmente infatti, classe politica ed opinione pubblica discutono senza avere la minima idea di quale sia la realtà e la verità scientifica. D’altra parte, la lobby pro-morte lavora incessantemente per manipolare le menti, creare confusione con un linguaggio inesatto e inculcare nella gente vere e proprie menzogne. La strategia è sempre la stessa, usata già per il divorzio e l’aborto: prendere un caso estremo e straziante, far commuovere, dire che è urgentissima una normativa che ponga fine a queste situazioni dolorose e convincere quindi le persone, sull’onda emotiva e sentimentale, ad approvare l’eutanasia.

Chi conosce anche solo qualche rudimento di teoria della comunicazione, non fatica a rendersi conto dell’inganno sotteso a certi concetti “talismanici”, quali l’amore verso chi soffre, il diritto ad una “morte degna” e alla autodeterminazione del paziente, e così via. Prima che sia troppo tardi, dunque, è necessario tentare il tutto per tutto per scongiurare l’approvazione di una legge che distruggerebbe inesorabilmente quel poco che resta di umanità nella nostra società. In Italia, soprattutto, siamo abituati a prenderci cura dei malati, a solidarizzare, a star loro vicino: fa parte della nostra identità e della nostra tradizione cattolica. Qualora divenisse legale l’eutanasia, secoli e secoli di civiltà verrebbero meno.

Prima di dare una visione d’insieme al libretto di Generazione Voglio Vivere, bisogna specificare che per affrontare la questione (ma lo stesso discorso vale per l’aborto, il divorzio, lo pseudo-matrimonio gay, e così via) occorre usare la razionalità e lasciar da parte il sentimentalismo. Certo, l’argomento non può prescindere dall’aspetto emotivo. Si parla di vita e di morte, di malattia e di dolore, di affetti e di persone care, in fondo di noi stessi. Tuttavia l’ordinamento giuridico e le leggi non si fondano sui sentimenti, per loro stessa natura mutevoli e variabili da persona a persona. Il diritto prescinde dalle emozioni. Se così non fosse sarebbe il caos. Detto ciò, vi sono tre grandi miti da sfatare.

Il primo: dicono che in Italia si registrano già migliaia di suicidi ed eutanasie clandestine. Ergo, è urgente una legge che regoli la situazione esistente ed elimini ogni abuso. Tutto ciò però è falso. Si tratta infatti di palese manipolazione dei dati statistici (si fece lo stesso con l’aborto e si continua a farlo sulle adozioni gay e l’utero in affitto). Non solo, si confondono anche i termini della questione, pasticciando tra le definizioni di eutanasia e di accanimento terapeutico. Infatti le presunte eutanasie clandestine altro non sono che legittima sospensione di cure inutili e sproporzionate. Peraltro, anche fosse tutto vero, è bene ricordare come il diritto serva a indicare ciò che deve essere e non ciò che accade nei fatti. Si verificano tanti furti e tanti omicidi, ma nessuno si sogna di proporre una norma che regoli il diritto a rubare e ad ammazzare.

Secondo mito da sfatare è il presunto valore assoluto dell’autodeterminazione del paziente. Dicono che legiferare sull’eutanasia non obbliga nessuno a sottoporvisi, ma a dare la libertà di poterlo fare a quanti lo desiderassero. Ma come misurare l’autodeterminazione? Chi può garantire che il paziente non sia oggetto di pressioni psicologiche e condizionamenti vari? Come si può asserire con assoluta certezza che è in grado di compiere una scelta così importante con piena libertà? Inoltre in tutto questo non si svilisce forse il ruolo del medico e la sua autonomia professionale? Il medico non può diventare mero esecutore della volontà del suo paziente. Se avesse il potere di togliere la vita (cosa  che peraltro è in totale contrasto col Giuramento di Ippocrate), diventerebbe un arbitro che può decidere, con tutti gli errori di valutazione del caso, chi è degno di vivere e chi no, aprendo scenari davvero inquietanti.

Infine, il terzo mito da sfatare è l’idea secondo cui una “buona” legge sull’eutanasia impedirà ogni abuso. Peccato che i dati reali di tutti i Paesi in cui l’eutanasia è legale dicano l’esatto contrario. Tanto per cominciare, in questi Stati dove ognuno può scegliere di “morire degnamente” quando e come vuole, il numero dei suicidi è aumentato. Inoltre, tutto sta a dimostrare che, come asserito dal medico olandese Theo Boer, docente all’Università di Utrecht (un convertito alla cultura della vita), basta una piccola falla nella diga per far crollare tutto, secondo il principio del “piano inclinato”. Se la vita perde il suo valore e la sua dignità intrinseci, tutto è ammesso, tutto è possibile. E così basta una depressione, un dispiacere, un piccolo malessere per ritenere la propria esistenza inutile e dunque chiedere ed ottenere la cosiddetta “dolce morte”. Anche perché in ballo c’è il denaro: sopprimere i malati costa meno che curarli ed investire nelle cure palliative. Lo Stato con l’eutanasia risparmia! Anni e anni di lotte per uno “Stato sociale” e questi sono i risultati?

Nei Paesi Bassi il numero di morti per eutanasia è in costante aumento e riguarda anche quanti non sono capaci di intendere e di volere (bambini compresi), con buona pace dell’autodeterminazione del paziente. C’è stato persino il caso di un uomo eliminato perché completamente solo e fallito nella vita… Inoltre, non si incorre in alcuna sanzione. I medici che abusano raramente finiscono davanti alla legge e, quando capita, sono prosciolti. Stesso discorso vale per il Belgio, dove i casi di eutanasia, rispetto al 2003, sono aumentati del 600%, sancendo in pratica il diritto del medico di uccidere quando lo ritenga opportuno. La Svizzera non è da meno e il suicidio assistito è praticato tranquillamente anche a chi è “stanco di vivere”. In Oregon (USA) e in Canada, poi, c’è una situazione particolare. I ricchi possono permettersi le cure palliative. Ai poveri, invece, si raccomanda il suicidio assistito, perché non hanno denaro sufficiente per pagare la terapia del dolore. Incredibile ma vero. E questa sarebbe giustizia?

A proposito di cure palliative, degna di nota è l’osservazione fatta dall’ex ministro della Salute, nonché medico, Girolamo Sirchia: «L’eutanasia è una grande mistificazione e un sofisma basato sull’assunto che il dolore sia peggio della morte. Questo ragionamento sbagliato si estende anche al darsi e a chiedere la morte, cioè all’eutanasia. In altre parole siccome morire è meno doloroso del dolore stesso, la morte viene considerata il male minore. Ma se alleviamo il dolore, il falso castello crolla. […] La società e i medici […] lavorano e assistono per curare, per lenire le sofferenze e non per uccidere. Perciò è incivile e dannoso negare la terapia del dolore solo perché in molti ospedali, specie di provincia, non si è in grado di applicarla. È così che si creano malati di serie A e B».

L’Italia si è attivata a riguardo solo nel 2010, con la legge n. 38 concernente “Disposizioni per garantire l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore”. Ma finora i risultati stentano a farsi sentire. Non sarebbe allora meglio applicare la norma anziché occuparsi di eutanasia? Non sarebbe il caso di sostenere le famiglie con persone gravemente disabili, oggi troppo spesso abbandonate a se stesse? Oltretutto, come dimostra l’approccio psicoterapeutico della Dignity Therapy, presentato per la prima volta dallo psichiatra Chochinov, generalmente il malato che dà un senso alla sua sofferenza e che viene assistito con amore, non chiede di morire. Una legge che consentisse l’eutanasia, invece, eserciterebbe, almeno implicitamente, sul paziente un’indebita pressione perché chieda di essere tolto di mezzo in quanto rappresenta un peso per i familiari e un costo per la Sanità pubblica.

A queste argomentazioni razionali, per un cattolico (e ancor di più per un politico cattolico) vanno aggiunti i pronunciamenti chiarissimi del Magistero della Chiesa. Il documento base per orientarsi è la Dichiarazione sull’eutanasia “Iura et bona”, emanata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede nel 1980 e richiamata da Papa Giovanni Paolo II nell’enciclica “Evangelium vitae”. Senza dimenticare le “Risposte a quesiti della Conferenza Episcopale Statunitense circa l’alimentazione e l’idratazione artificiali”, sempre dello stesso dicastero vaticano e pubblicate nel 2007.

Se vogliamo evitare di vedere nel prossimo futuro una società ancora più egoista e fondata su quella che Papa Francesco chiama “cultura dello scarto”, occorre agire con tutti i mezzi a disposizione. «La battaglia contro l’eutanasia e il suicidio assistito – conclude l’opuscolo - non possono essere esclusivo appannaggio dei credenti, perché ogni persona dotata di retta ragione può facilmente comprende verso quale abisso cadremmo una volta stabilite per legge la liceità di azioni gravemente immorali».

Quanti fossero interessati ad avere il libretto di Generazione Voglio Vivere per la battaglia quotidiana in difesa della civiltà e del buon senso, possono richiederlo a questo link: http://www.gen-vogliovivere.it/opuscolo-eutanasia/ oppure scrivere a info@generazionevogliovivere.i.

 
 

03 marzo 2016

Popolo della Famiglia o gruppo di pressione? Pensiamoci!



a cura della redazione

Il dibattito sulla rappresentanza politica per il popolo del Family Day, lanciato dal sito La Nuova Bussola Quotidiana, è certamente interessante e merita di essere sviluppato. Da troppi anni ormai i Cattolici (intesi come quelli che ci credono davvero) si interrogano su chi potrebbe rappresentarli, senza trovare una risposta e, talvolta, lasciandosi abbindolare, per faciloneria ed ingenuità, da gente che fin dall'inizio li avrebbe delusi. L'ultimo a presentarsi puntuale e premeditato all'appuntamento con i 30 denari è stato l'NCD di Alfano, rincorso fino all'altro ieri anche da molti di quelli che il Family Day l'hanno organizzato.

La premessa generale sull'argomento Family Day e politica deve quindi essere una messa alla porta totale di tutti coloro che si sono prestati alle manovre che in questi anni hanno distrutto la famiglia, sia in ambito etico che in ambito economico. Successivamente ci si deve interrogare sui soggetti presenti attualmente nello scenario parlamentare, continuando al momento la linea Ruini.
La mossa successiva sarebbe la cosiddetta azione di lobbying, che è in parte ciò che è stato fatto con il Family Day. Una lobby è sostanzialmente un gruppo di persone, aziende e associazioni con interessi comuni: l'interesse comune del gruppo di pressione denominato Family Day è la salvaguardia dei valori cardine della società e la difesa (sociale ma anche fiscale) delle famiglie. Molto semplice. Per portare avanti questi scopi serve un partito? Prendendo spunto da alcune esperienze estere, come ad esempio il Tea Party americano o La Manif Pour Tous francese, possiamo ben vedere che un gruppo di pressione può prendere un partito o un insieme di partiti e influenzarne la linea. Per l'Italia noi dovremmo puntare ai partiti "canonici" di centro destra, cioè NCD, FI, Lega, Fdi e simili, visto che è ormai palese che a sinistra si sono votati al pianto e stridore di denti eterno. Il Family Day sarebbe un ottimo gruppo di pressione che troverebbe molte sponde anche nel mondo dell'imprenditoria. Ricordiamo che CL ha avuto fra le sue colonne portanti l'associazione Compagnia delle Opere che, spingendo su Forza Italia, ha tenuto in mano la locomotiva del Paese, la Lombardia, per un tempo lunghissimo, anche se con i problemi che sappiamo.
Imbarcarsi in un'esperienza partitica, se il lavoro di pressione viene svolto bene, può essere superfluo, ma potrebbe portare ad eleggere i propri candidati a tutti i livelli. Ricordiamo che tutta la rete di associazioni e comitati locali, con il supporto mediatico di un'agguerrita rete di blog e siti internet, potrebbero agire in questa direzione.
Nella storia d'Italia c'è fra l'altro l'esperienza dei Radicali, che hanno sempre preso percentuali risibili, se non nulle, ma hanno stravolto la cultura italiana. E' vero che hanno dalla loro parte ogni tipo di gruppo finanziario pronto a lucrare sulle loro rivendicazioni (industria dell'aborto e del divorzio in primis), ma anche il popolo del Family Day può anche fare la propria parte come lobby (non è forse la famiglia il motore economico della società?).

Discorso diverso è quello di fare un partito ex novo. L'esperienza insegna che i partiti nuovi non vanno lontano. E' una dura realtà ma basta controllare il passato recente per capire di cosa si parla. Il PD non fa testo perché appoggiandosi su reti di coop rosse e bianche, di fatto non è nato nuovo ma era già ben vecchio. I partiti nati ex novo dopo l'esplosione della Democrazia Cristiana dove sono finiti? L'esperienza più importante è stata l'UDC (la Margherita non merita neanche di essere citata), che ha governato grazie all'alleanza con An, Lega e Berlusconi. Il quale ha creato l'unico vero partito nato dal nulla, ma usando ingenti risorse economiche, la rete di Publitalia e, soprattutto, doti e carisma personali fuori dalla norma.
Creare un partito da zero è un'impresa grama, dicevamo, servono soldi e sedi e una pazienza che l'entusiasmo odierno non permette di avere. Qualora si facesse un partito si dovrebbe tenere presente che prima di ottenere qualcosa passeranno degli anni e, probabilmente, una candidatura al Parlamento nel 2018 diverrebbe fallimentare. Magari no, ma il successo inaspettato si digerisce meglio del fallimento annunciato (ricordiamo le esperienze del movimento 5 stelle e della lista di Ferrara contro l'aborto). Lo stesso Cascioli lo spiega molto meglio di noi nel suo editoriale.
Meglio quindi iniziare un'incubazione vera e lunga, continuando a livello culturale la formazione iniziata con le conferenze di Adinolfi-Amato-Miriano and co., e partendo a livello politico dai consigli comunali, per far capire ai propri iscritti e quadri dirigenti che, sì, i matrimoni gay e l'utero in affitto sono tematiche basilari, ma oggi i sindaci si ritrovano famiglie che chiedono aiuti per pagare le bollette. Creando una rete di amministratori di base si può poi ambire a fare grandi cose più avanti. Si tratta di un lavoro certosino ma è fattibile e può avere il pregio di donare uno sguardo ampio sulla realtà che ad oggi, essendo il Family Day un momento monotematico, manca (senza dimenticare tutti i risultati ottenuti: circoli, conferenze, libri, blog, un quotidiano, due family day, uno spirito di coesione e consapevolezza mai visti prima). Purtroppo però dobbiamo renderci conto che ad oggi le tematiche per cui ci stiamo facendo venire il fegato marcio sono pressoché ignorate da buona parte della popolazione: oggi la gente ha bisogno di sicurezza economica e fisica.

Tempo fa il leader del Forum delle Famiglie scrisse che il Family Day 2007 è fallito perché non abbiamo ottenuto il quoziente familiare. Affermazione fuori luogo, perché quell'evento serviva a fermare i DICO, ma letta sotto un'altra luce può avere un senso. La famiglia va difesa difendendo il lavoro, riscoprendo la classe sociale proletaria (che ha appunto solo la prole), premiando chi mette al mondo figli, promuovendo una scuola che formi davvero gli studenti, mandando all'università solo chi se lo merita e non chi ci sta a vita, dando la pensione alle casalinghe, mantenendo i disabili, facendo piani casa per le giovani coppie. Purtroppo in questi anni non si è ottenuto nulla. Di quoziente famigliare si parla da anni ma non c'è.
L'utero in affitto è infatti il coronamento di un processo che è stato intrapreso molti anni fa. In Italia la famiglia è stata distrutta prima sul piano sociale ed umano, proprio per procedere successivamente a cancellarla anche dal vocabolario e dalla testa delle persone. Non è da escludere che stiamo vivendo un momento di rottura, quello del salto di qualità. Perché nel momento in cui si distrugge la famiglia gli individui sono da soli di fronte al mondo e di fronte alla deriva autoritaria. Se poi sono totalmente sradicati, non sanno chi è loro madre e chi è loro padre, sono alla mercé di tutti. Soprattutto del mercato.
Per questo, un partito del Family Day, deve lasciare per ultime tutte le dissertazioni etiche (utilizzandole comunque come criteri guida) e sporcarsi le mani su tutto il resto, proponendo di ricostruire un tessuto sociale lacerato. Con alcune avvertenze. I partiti fanno litigare fra loro anche persone che sono amiche da 30 anni e, soprattutto, l'Unico Anello tesse sempre la sua trama. Di fronte al miraggio di una piccola fetta di potere sono caduti in molti e nessuno pensi di esserne immune. Per dirlo con una metafora, lo stesso Gandalf temeva di non potergli resistere. Pensiamoci bene, insomma.

 

08 novembre 2012

Le nuove frontiere del totalitarismo omosex

 di Marco Mancini

Non solo Obama. Nella tornata elettorale del 6 novembre, i cittadini statunitensi di diversi stati sono stati chiamati a pronunciarsi su alcuni referendum riguardanti materie eticamente sensibili. I risultati sono stati, quasi ovunque, un trionfo per i liberal e una catastrofe per il fronte conservatore.