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13 gennaio 2020

Santa Margaret Ward (1550-1588): martire del sovranismo?

di Gregorio Sinibaldi
Il cattolicesimo progressista, benché egemone nei media e nella Chiesa reale, sente ogni giorno che passa l’inconsistenza e l’incongruenza delle sue tesi di fondo e così teme, giustamente, per il proprio destino. Le sue tesi, a metà strada tra il modernismo condannato da san Pio X, e il latitudinarismo dei cattolici liberali, convergono in una sorta di opzione pastorale, che è la sintesi del loro (ingarbugliato) pensiero.
Sinteticamente, questa opzione può definirsi così: se il cattolicesimo e la Chiesa saranno prive di potere, di potenza, di forza – come è il caso da decenni – essi avranno un successo maggiore tra la gente, di quanto ne ebbe il cattolicesimo medievale e tridentino, nei lunghi secoli della cristianità.
Questa tesi è stata una pia illusione, forse un’utopia, ma oggi, col senno di poi, si rivela un’assoluta scemenza. Sia dal punto di vista storico. E sono i fatti a parlare e a mostrare che alla secolarizzazione della società non c’è fine, anzi si va ora verso la criminalizzazione del cattolico coerente col Vangelo. Sia ancor più dal punto di vista teologico. Nel senso che sebbene sia sempre possibile avere più successo nel futuro che nel passato, l’idea che una Chiesa meno solida e identitaria, sia destinata a convincere l’incredulo, è come tale, assolutamente risibile.
E così gli stessi progressisti che giubilano per l’avvento di un papato francescano, ecumenico e vicino agli ultimi, sono poi quelli che vogliono vivere con un piede nella Chiesa e uno nell’ateismo, mezza anima nella fede e mezza nel dubbio, credere in Dio sì, ma credere nei miracoli, nel paradiso e nell’inferno, anche no.
Una delle sconfitte storiche del democristianismo novecentesco si situa proprio qui. Aldo Moro e Giuseppe Dossetti, ma anche i democristiani francesi, belgi, olandesi o spagnoli, immaginavano un futuro trionfale per il centro sinistra, in cui la sinistra estrema sarebbe stata moderata dal centro cattolico, il quale però avrebbe tagliato i ponti con la sua ala destra.
E il mondo sarebbe dovuto diventare più omogeneo, più pacifico, senza tabù né differenze etniche, nazionali e religiose, tutte in qualche modo dissolte dal prevalere della nuova gioventù, sradicata, adultizzata e cosmopolita.
Ed invece, per uno scherzo della Provvidenza, è il sovranismo (politico-ideologico-religioso) a trionfare: in Europa, Stati Uniti, Africa, mondo arabo, Cina, etc. E il mondo non va verso la pacificazione e l’umanizzazione integrale, ma proprio il contrario…
Così i cattolici progressisti non sanno più come leggere l’attualità, visto che gli occhiali con cui l’hanno letto finora sembrano essere scaduti e inutili.
Sul settimanale Credere (anno VII, n. 1, 5 gennaio 2020, p. 62) assai diffuso nelle parrocchie e nei centri di cultura cattolica, il giornalista Enzo Romeo presenta una santa martire poco conosciuta, ma assai stimabile, santa Margaret Ward. Fin qui tutto normale, anzi un plauso netto per aver rispolverato una martire inglese “condannata per non aver abiurato alla fede cattolica”, e canonizzata 50 anni fa da Paolo VI.
Ora, però la linea prevalente nella stampa cattolica e parrocchiale, benché assolutamente non l’unica (si pensi al raccomandabilissimo Timone, diretto da Lorenzo Bertocchi), è proprio quel progressismo di cui si tracciava la genesi e lo spirito.
Ebbene, una martire cattolica, uccisa dai protestanti inglesi e morta appesa ad una forca, per il settimanale dei Paolini, diventa… una “martire del sovranismo”! Si dice infatti che Margaret, “pagò con la vita la scelta di opporsi al sovranismo autarchico di Elisabetta I”. Ovvero, il motivo essenziale del martirio non sarebbe strettamente religioso – anglicani vs. cattolici – bensì politico. E il responsabile del martirio fu… il “sovranismo autarchico” e “il clima d’odio instaurato dalla monarchia inglese”.
Ma anche Margaret Ward era inglese, e come ogni buon cattolico, sicuramente amava la patria e la nazione. Perché allora dei nazionalisti avrebbero dovuto ucciderla, tanto più che era una semplice dama di compagnia e non un soldato armato? Non ha alcun senso. Così come scrivere che, al di là della Brexit, gli “eredi dell’Impero britannico” dovrebbero sapere “quanto la diversità (religiosa, culturale, etnica) sia una ricchezza”.
Insomma, una martire cattolica uccisa in odium fidei dagli anglicani e dalla tirannica Elisabetta, diventa oggi, 5 secoli dopo il martirio e a mezzo secolo dalla canonizzazione, una martire del sovranismo. Il che è una palese affabulazione storica. Con l’accusa, neppure tanto larvata, che il sovranismo ha già ucciso e se tornasse in auge ucciderebbe ancora.
Sono questi i cattolici progressisti che auspicano un futuro di pace e di distensione tra i popoli e tra uomini di diverse tendenze politiche?

 

26 febbraio 2018

Sull'escalation di violenza politica

di Gregorio Sinibaldi
Da settimane se non da mesi, stiamo assistendo ad una escalation di violenze politiche preoccupanti e scandalose. C’è chi crede che ciò sia qualcosa di totalmente nuovo, e in questo certamente erra. C’è pure chi si illude che le violenze siano eque e bipartisan: chi darebbe le botte, ne prenderebbe più o meno nella medesima quantità. C’è chi infine, non riuscendo a interpretare o sopportare la realtà, la muta in una fiaba in cui sono solo i cattivoni estremisti, da un lato e dall’altro, a colpire il nemico, mentre la democrazia va avanti bella e sicura di sé. Ma di fatto le cose non stanno così.

Sono anni e anni che, nel clima definito troppo sbrigativamente come post-ideologico, i gruppi e i movimenti della sinistra radicale cercano l’aggressione, l’intimidazione e il sangue dei loro avversari. E questi sarebbero, oltre ai poliziotti e ai militari in genere, tutti i gruppi e i movimenti giudicati come ‘fascisti’ o ‘anti-comunisti’ o ‘non-anti-fascisti’, da CasaPound alla Lega Nord, da Fratelli d’Italia ai movimenti pro life e pro family.

C’è un solo aggressore in Italia e sta nel mare magnum della sinistra, più o meno estrema. E c’è un solo aggredito e sta nella galassia della destra, dal centro destra all’estrema destra. E da anni che non ci si spara in ragione delle opzioni politiche o ideologiche. Ma sono anni che, qualunque manifestazione della destra in Italia, da quella più moderata a quella più radicale, viene combattuta da una contro-manifestazione della sinistra, parlamentare o extra-parlamentare. Il contrario non accade mai. 

Forse, neppure nei tragici anni ’70, in cui la sinistra armata uccise e ferì gravemente decine e decine di suoi avversari, si era arrivati allo squallore occorso a Palermo pochi giorni fa. Massimo Ursino, un militante di Forza Nuova, martedì 20 febbraio mentre camminava da solo nel centro della città è stato riconosciuto da alcuni compagni dei collettivi siciliani. I teppisti, che avrebbero agito in 6, lo hanno portato al lato della frequentatissima via Dante. E lì, dopo averlo legato ben bene con dello scotch da pacchi, lo hanno colpito ripetutamente e sono fuggiti. L’Ursino è stato ricoverato in ospedale con codice giallo per le bastonate ricevute alla testa. Forza Nuova, movimento criticabile quanto si vuole, è un gruppo politico legale dal 1997, che regolarmente si presenta alle elezioni politiche e amministrative, ed ha varie sedi in molte regioni d’Italia.

Quello che forse non accadeva neppure negli anni di piombo è che, mentre la canaglia si accaniva contro il giovane, una “ragazza” del gruppo riprendeva il pestaggio col cellulare. E così il filmato della violenza è finito in rete! E tutti possono ascoltare, pur se nel chiaroscuro della sera, le grida di Ursino e la voce roca della “ragazza”, che vorrebbe tranquillizzare i passanti. Un ulteriore aggravante sta nel fatto che sabato 24 febbraio a Palermo, luogo del misfatto, si è avuta una manifestazione non contro la violenza comunista, ma contro il pericolo della violenza fascista. E in questa pseudo-manifestazione molti giovani hanno dimostrato un sadismo pari a quello delle iene: hanno infatti esibito dei rotoli di nastro adesivo simili a quelli usati nel pestaggio del militante nazionalista! Questo è l’apice dell’odio e dell’abiezione.

Ma il peggio non muore mai. E così, la magistratura, dopo aver arrestato per direttissima due dei presunti criminali, li ha rimessi in libertà, arguendo che non si tratta di “tentato omicidio”, ma solo di “lesioni gravissime”…
Dio, che per fortuna di tutti noi è vindice della giustizia, saprà trovare certamente, prima o poi, il modo per far sì che si sappia chi è il carnefice e chi è la vittima. E chi ogni giorno dai media e dai parlamenti è il mandante morale di tanta viltà e bassezza.


 

21 novembre 2017

La pena di morte secondo il Dizionario di teologia morale


di Gregorio Sinibaldi

Per un lungo periodo di tempo ci si formava alla teologia, anche nei seminari, usando tutta una serie di strumenti che avevano senza dubbio molti pregi e taluni difetti. Ci riferiamo ai Dizionari e ai Lessici di teologia e biblici, che divennero straordinariamente diffusi, anche presso il laicato cattolico più colto, nella prima metà del XX secolo. Ovviamente, anche oggi ne esistono parecchi, ma non credo che abbiano la diffusione e l’impatto di quelli del periodo pre-conciliare, grosso modo dall’Ottocento al Pontificato di Pio XII.
Il limite di questi testi è che, pur comportando in genere una bibliografia utile per ogni lemma, spesso venivano (e vengono) usati come esaustivi: senza bisogno di ricorrere alle fonti, ai padri, allo stesso Magistero ecclesiastico.
In ogni caso, se alcuni dei migliori di questi tomi quasi enciclopedici venissero oggi ristampati, sarebbe un eccellente investimento per ogni famiglia cattolica, acquisirne una copia: si tratta in effetti di piccole enciclopedie portatili, sufficientemente accessibili a tutti.
Tra questi Dizionari, uno all’interno del vasto ambito della morale e dell’etica, spicca per l’autorevolezza degli autori e l’immensa diffusione che ebbe negli anni ‘50-‘60 del secolo scorso. Ci riferiamo al Dizionario di teologia morale, diretto dal cardinale Francesco Roberti (1889-1977), al tempo prefetto della Segnatura Apostolica e dal futuro cardinale Pietro Palazzini (1912-2000), eminente giurista e teologo, e al tempo segretario della Congregazione del Concilio.
Il Dizionario ebbe una prima edizione nel 1955, dunque sotto Pio XII (1939-1958), una seconda edizione nel ’57 sotto lo stesso Pontefice e una terza edizione, quella in nostro possesso, nel marzo del 1961. Quest’ultima dunque sotto l’autorità di Giovanni XXIII, il Papa del Concilio, il quale già dal 1959 iniziò a occuparsi del futuro XXI Concilio generale della cristianità (che si terrà a Roma dal 1962 al 1965).
Quindi l’edizione del testo in nostro possesso gode dell’approvazione esplicita, assolutamente necessaria in queste materie, sia di Pio XII che di Giovanni XXIII (con imprimatur ben in evidenza).
Inoltre, tra i collaboratori del ponderoso tomo figurano notevoli personaggi di primo piano della teologia cattolica del Novecento. Tra essi, padre Cornelio Fabro (1911-1995), mons. Antonio Piolanti (1911-2001), mons. Francesco Spadafora (1913-1997) e il professor Eugenio Zolli, ex rabbino poi convertito al cattolicesimo (1881-1956). Tra i porporati, oltre ai due summenzionati direttori, collaborarono al volume il cardinal Pietro Pavan (1903-1994), il cardinal Pericle Felici (1911-1982) e il cardinal Giovanni Urbani (1900-1969).
L’autorevolezza del Dizionario è dunque assolutamente fuori discussione e chi la mettesse in dubbio sarebbe stolto e insipiente. Le tre edizioni superarono poi i 15.000 libri pubblicati e per un testo non destinato all’uomo della strada si tratta di un’ottima diffusione.
La voce pena di morte si trova alle pagine 961-963 è firmata da due autori, il domenicano Ludovico Bender, docente all’Angelicum e il salesiano Agostino Pugliese, docente alla Lateranense.
Costoro, hanno fatto, in sette brevi paragrafi, una sintesi mirabile della dottrina della Chiesa sul tema in questione.
Anzitutto, secondo il Dizionario la pena di morte non è contro il diritto naturale, come sostenuto da Valdesi, Anabattisti, Quaccheri, pacifisti odierni, etc. “La dottrina tradizionale della Chiesa è che la pena di morte non è contraria alla legge divina, ma neanche è richiesta come necessaria da questa legge: la sua necessità dipende dalle circostanze” (p. 961). Esattamente come dirà il Catechismo del 1992-1997: la pena di morte è legittima in sé, ma può oggi essere evitata dagli Stati viste le nuove possibilità che essi hanno di combattere il crimine. Una parte è dogmatica e non varia, e attiene alla legittimità (essa dunque non può essere negata…); la seconda parte è variabile e contingente, e riguarda la necessità della pena capitale (la quale dipende dalle circostanze storiche).
Gli autori, Bender-Pugliese, vogliono provare, teoreticamente, la tesi della legittimità, e non si limitano ad enunciarla. Così, scrivono: “La S. Scrittura attribuisce all’autorità civile il diritto di uccidere un delinquente e questo come un diritto che appartiene alla sua competenza naturale (Gen 9,6; Es 21,22ss; Lev 24,17; Deut 19,11; Rom 13,4)” (p. 961). La Bibbia, ispirata da Dio e senza alcun errore, è favorevole alla legittimità della pena massima: chi la revocasse in dubbio allora andrebbe contro la Scrittura…
Una seconda ragione invocata dagli autori a favore della legittimità della pena capitale si deduce dalla necessità della punizione, più o meno grave in base ai crimini. “Non basta dire che l’uomo ha il diritto naturale alla vita [per negare la pena capitale], perché l’uomo ha anche il diritto naturale all’integrità corporale, alla libertà, alla tranquillità dei sensi. Se si esclude ogni bene, al quale l’uomo ha un diritto naturale, le pene giuste sarebbero così ridotte, che della facoltà di punire non resterebbe quasi nulla” (p. 962).
E non è un caso che laddove si è abolita de jure o de facto la pena massima, anche le altre pene tendono a ridursi, fino ad un lassismo generalizzato che ha una conseguenza oggi vistosa e raccapricciante: il moltiplicarsi della violenza, in tutti gli ambiti della società.
Proprio per amore della vita, nostra e altrui, specie dei più deboli che non sanno difendersi da sé, la pena di morte appare come un’esigenza etica, ragionevole e fondata.
Infine, “La pena di morte ebbe vigore nello Stato Pontificio [per secoli e secoli…], come vige oggi nello Stato della Città del Vaticano [l’autore scrive nel 1961]” (p. 963).
L’11 ottobre Papa Bergoglio ha dichiarato pubblicamente, a proposito della pena capitale, che “anche nello Stato Pontificio si è fatto ricorso a questo estremo e disumano rimedio, trascurando il primato della misericordia sulla giustizia. Assumiamo le responsabilità del passato, e riconosciamo che quei mezzi erano dettati da una mentalità più legalistica che cristiana. La preoccupazione di conservare integri i poteri e le ricchezze materiali aveva portato a sovrastimare il valore della legge, impedendo di andare in profondità nella comprensione del Vangelo” (Avvenire, 12.10.2017).
Nello stesso discorso, pronunciato in occasione dei 25 anni del Catechismo della Chiesa cattolica, Francesco ha usato parole forti: “Si deve affermare con forza che la condanna alla pena di morte è una misura disumana che umilia, in qualsiasi modo venga perseguita, la dignità personale. È in sé stessa contraria al Vangelo perché viene deciso volontariamente di sopprimere una vita umana che è sempre sacra agli occhi del Creatore". Inoltre, "è necessario ribadire che, per quanto grave possa essere stato il reato commesso, la pena di morte è inammissibile perché attenta all'inviolabilità e dignità della persona”.
Infine, sempre secondo Francesco, “qui non siamo in presenza di contraddizione alcuna con l'insegnamento del passato”…
Questo, con pacatezza e riflessione, lo valuti il lettore.

http://www.libertaepersona.org/wordpress/2017/11/la-pena-di-morte-secondo-il-dizionario-di-teologia-morale/



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17 novembre 2017

CasaPound e noi cattolici integrali


di Gregorio Sinibaldi

Non abbiamo verso CasaPound i pregiudizi tipici del borghese benpensante, di destra o di sinistra, che ormai si è ridotto ad una vita di slogan, omologata e tirannizzata dal sistema, magari senza rendersene conto. Slogan usati come mantra e tutti a base di antirazzismo, immigrazionismo, femminismo, laicismo, omosessualismo, etc. etc.
Anzi abbiamo fortemente apprezzato che un movimento politico non confessionale e nazionalista, si unisse a noi durante il Family day del Circo Massimo (30.1.2016), per la difesa della famiglia tradizionale attaccata dalle lobby di potere e dalle sinistre, più o meno radicali e radical chic.
Di più, navigando in rete si trovano parecchie iniziative dei militanti di CasaPound di tipo sociale: solidarietà concreta agli italiani più poveri, sostegno ai terremotati, ai portatori di handicap, etc. E sono tutto cose positive, al di là del credo ideologico di chi le organizza.
Il 15 novembre però, Simone Di Stefano ha fatto un’intervista al “Corriere della Sera” che ci ha fatto capire meglio quanto la distanza tra CasaPound e il Sistema che dice di combattere sia in realtà a geometria variabile. Anzi, sembra proprio un endorsement. Come dire ai lettori del quotidiano snob, laicista e paludato: “Anche noi siamo come voi, che avevate capito?”
Ma se la distanza, come vedremo, tra CasaPound e il sistema è minima, essa non può che essere enorme con noi cattolici integrali che desideriamo combattere e rivoluzionare questo stato di cose, e non su aspetti secondari, ma nel suo nucleo ideologico più intimo. Che coincide con ciò che i Pontefici, almeno un tempo, chiamavano “cultura di morte”.
L’intervistatore Alessandro Trocino non sa attendere molto, e già alla seconda domanda arriva a ciò che più gli interessa, e chiede: “Lei è fascista?”. E lui: “Certo. Siamo gli eredi della tradizione che dopo Rsi e Msi è stata interrotta da Alleanza nazionale”.
Ma nel resto dell’intervista di fascismo vero, reale, storico resta ben poco… sostituito da un fascismo immaginario che ognuno potrebbe crearsi a propria immagine e somiglianza.
Sulle leggi razziali: “Sono state un reato gravissimo da condannare. E un errore perché hanno allontanato gli ebrei dal fascismo, nel quale erano protagonisti”. Sicuro?
Incalza Trocino: “L’apologia di fascismo è ancora un reato in Italia”. Di Stefano: “Essere fascisti no”.
E per significare che la Costituzione non vieterebbe un movimento come il loro, Di Stefano dichiara: “Noi siamo per una strenua difesa della Costituzione”. Sembrerebbe di sentire D’Alema, o Fanfani, o qualcuno dei padri costituenti. Forse Di Stefano ignora che costoro si ispiravano all’anti-fascismo e all’anti-nazionalismo più radicale e ideologico? Eppure è noto a tutti. O crede che Mussolini sia stato appeso a testa in giù, e i fascisti residui in buona parte eliminati fisicamente nel ’45-‘46, per poi fare una Costituzione che riprendeva i valori del fascismo?
Ma quando si hanno le idee poco chiare è facilissimo farsi abbindolare dal sistema e diventarne un portavoce. Sentite qua. “Siete contro l’aborto?” “No, chi vuole abortire deve poterlo fare gratis e in strutture pubbliche”. Ora che l’aborto sia un dogma o forse il dogma del pensiero dominante, probabilmente certi intellettuali di estrema destra lo ignorano. Ma dovrebbe far strano a chi si sente rivoluzionario e controcorrente vedersi assieme alla sinistra ufficiale, all’Onu, a tutte le lobby antinazionali e antipatriottiche del pianeta, ai centri (a)sociali (con cui potrebbero sfilare insieme, mentre noi partecipiamo alla Marcia per la vita…).
Ma se si cede su un punto, la strada verso il nulla è già imboccata.
“L’eutanasia?”. Di Stefano: “Non è il primo problema. Ma chi si vuole togliere la vita deve poterlo fare”. Capito, amici? Già usano il lessico politicamente corretto e servile. “Deve poterlo fare?”. In caso, il suicidio deve poterlo fare. L’eutanasia, è la soppressione indotta dal medico, mediante una azione o una omissione. Ed è più grave del suicidio, poiché si obbliga un terzo, magari contro la sua coscienza, a compiere un delitto, in nome della vera o presunta volontà del paziente. Ma anche qui tra CasaPound e i radicali dell’associazione Luca Coscioni la distanza è zero. Rifletti, giovane patriota, rifletti…
“La pena di morte?”. “Contrari”. Che carino, eh? Che ne pensano Nessuno tocchi Caino e Amnesty? Finora tendevano a sinistra questi propagandisti della cultura di morte, ma ora sanno che anche all’estrema destra dello scacchiere possono contare su sostegni insperati e preziosi. Che il pensiero politico classico (pre-cristiano e cristiano, greco e romano), che secoli e secoli di cultura giuridica europea abbiano ammesso la pena capitale come legittima non conta nulla per questi cantori, a parole, dei valori eterni dell’impero.
Ma sa Di Stefano che il fascismo vietava, nelle sue leggi piuttosto severe, sia l’aborto che l’eutanasia, colpendoli come reati? Sa che il fascismo reintrodusse, dopo il socialista Codice Zanardelli, la pena di morte (Codice Rocco) e che la applicò durante tutto il Ventennio? Sa che l’annosa Questione Romana, apertasi il 20 settembre 1870, fu risolta da Mussolini con il Concordato del ’29 che reintrodusse i crocifissi in tutte le aule pubbliche dello Stato? Sa che fu soppresso dal regime sia il partito comunista che la massoneria, e che fu vietata la pornografia e imposta la censura per gli spettacoli immorali? Sa che in queste ed in altre iniziative di rilievo fu apertamente sostenuto dal Vaticano?
La cultura di morte che oggi si identifica con la cultura ufficiale dell’Unione europea e che viene meticolosamente instillata nelle scuole e nelle università ha ufficialmente un nemico in meno. Peccato.


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08 novembre 2017

S. Tommaso, Bergoglio e la pena di morte


di Gregorio Sinibaldi

Papa Giovanni Paolo II ha promulgato nell’ottobre del 1992 la Costituzione Apostolica Fidei depositum con cui veniva pubblicato il celebre ed universale Catechismo della Chiesa cattolica. E’ stato senza alcun dubbio uno degli atti principali del suo lunghissimo pontificato (1978-2005). Nel 1997, 5 anni dopo, il medesimo pontefice ha redatto la Lettera Apostolica Laetamur Magnopere con cui, dopo talune revisioni, veniva promulgata l’edizione tipica definitiva (latina) del Catechismo, da cui trarre le versioni nelle varie lingue nazionali.
Il Catechismo della Chiesa cattolica, spesso abbreviato in CCC, dedica un solo paragrafo (su 2865) alla questione della pena di morte: il numero 2267.
In esso si afferma: “L’insegnamento tradizionale della Chiesa non esclude, supposto il pieno accertamento dell’identità e della responsabilità del colpevole, il ricorso alla pena di morte”. Benché poi si faccia capire che, nella pratica, si sconsiglia l’uso di questa pena, che tuttavia resta legittima.
Nell’ottobre scorso, papa Francesco ha commemorato, a modo suo, il XXV anniversario del CCC, facendo una critica di fondo all’insegnamento tradizionale della Chiesa sulla pena di morte.
“Si deve affermare con forza che la condanna alla pena di morte è una misura disumana che umilia, in qualsiasi modo venga perseguita, la dignità personale. È in sé stessa contraria al Vangelo perché viene deciso volontariamente di sopprimere una vita umana che è sempre sacra agli occhi del Creatore" (Avvenire, 31 ottobre 2017). Secondo il pontefice "è necessario ribadire che, per quanto grave possa essere stato il reato commesso, la pena di morte è inammissibile perché attenta all'inviolabilità e dignità della persona". "Purtroppo anche nello Stato Pontificio si è fatto ricorso a questo estremo e disumano rimedio, trascurando il primato della misericordia sulla giustizia. Assumiamo le responsabilità del passato, e riconosciamo che quei mezzi erano dettati da una mentalità più legalistica che cristiana. La preoccupazione di conservare integri i poteri e le ricchezze materiali aveva portato a sovrastimare il valore della legge, impedendo di andare in profondità nella comprensione del Vangelo".
Per secoli e secoli fino al 1870, tutti i Sommi Pontefici suoi predecessori, alcune volte canonizzati per la loro  esimia carità, mantenendo in auge la pena capitale, avrebbero trascurato “il primato della misericordia sulla giustizia” e avrebbero avuto “una mentalità più legalistica che cristiana”…
Domanda: come fidarsi oggi del Sommo Pontefice, se per secoli i papi avrebbero errato in una materia grave, usando un “estremo e disumano rimedio”?
Non potrebbero, al contrario, aver ragione loro e torto lui? E un domani, visto che ora si vuole cambiare un insegnamento ufficiale durato secoli, non potrebbe un nuovo Sommo Pastore tornare all’antico e cancellare l’opinione del solo Francesco?
Bisogna avere il coraggio e la franchezza di porsi queste angosciose domande.
S. Tommaso d’Aquino, l’autore più citato dal Catechismo di san Giovanni Paolo II, aveva già affrontato la questione della pena di morte (oltre che della legittima difesa e della guerra giusta) in rapporto al Non uccidere del Decalogo, e l’aveva risolta da par suo in vari passaggi dei suoi scritti.
Vediamone uno solo, per brevità.
“E’ lecito uccidere i peccatori?” (Somma teologica, II-II, q. 64, art. 2). Secondo l’Angelico sì, poiché “qualsiasi parte è ordinata al tutto come l’imperfetto al perfetto. E così per natura la parte è ordinata al tutto. Per cui vediamo che, qualora lo esiga la salute di tutto il corpo, si ricorre lodevolmente e salutarmente al taglio di un membro putrido e cancrenoso. Ora, ciascun individuo sta alla comunità come una parte sta al tutto. Quindi se un uomo con i suoi peccati è pericoloso e disgregativo per la collettività, è cosa lodevole e salutare sopprimerlo, per la conservazione del bene comune”. “Quindi, sebbene uccidere un uomo che rispetta la propria dignità [ovvero innocente] sia una cosa essenzialmente peccaminosa, tuttavia uccidere un uomo che pecca [gravemente] può essere un bene”. Può essere un bene. Non vuol dire che lo sia sempre.
Uno Stato cristiano o comunque conforme a giustizia può decidere, per varie ragioni, di non emettere sentenze di pena capitale. Questo è senz’altro lecito. E a questo probabilmente voleva giungere Papa Woytjla. Ma è una cosa totalmente diversa il sostenere che quella pena sia “in sé stessa contraria al Vangelo”, come ha fatto Francesco.
Io posso non difendermi se aggredito per strada, e posso (meritoriamente) porgere l’altra guancia e offrire il portafogli al bandito. Non posso però insegnare che la legittima difesa personale sia un’azione illegittima: questo non posso farlo. Facendolo, starei andando, certamente, in modo “contrario al Vangelo”.
Naturalmente, al di là del caso della difesa personale, è l’autorità dello Stato che può emettere la pena capitale, e non un privato cittadino. S. Tommaso: “è lecito uccidere un malfattore in quanto la sua uccisione è ordinata alla salvezza di tutta la collettività. Ciò quindi spetta soltanto a colui al quale è affidata la cura della sicurezza collettiva” (ST, II-II, q. 64, art. 3)
Quello che astrattamente è un male (Non uccidere), diventa nelle circostanze specifiche un bene, poiché le circostanze, a volte, hanno la virtualità di modificare la moralità dell’atto, entrando a far parte dell’atto stesso. Se rubo per non lavorare o per nuocere o per arricchirmi faccio peccato. Se rubo per non morire di fame non pecco ed anzi servo la giustizia. Le circostanze mutano la qualifica morale dell’azione (cf. “E’ lecito rubare per necessità?”, in ST, II-II, q. 66, art. 7, ove s. Tommaso risponde affermativamente).
Proprio perché la vita umana è sacra, la pena capitale è giusta…
S. Tommaso e il Catechismo di Giovanni Paolo II, ma anche “l’insegnamento tradizionale della Chiesa” (CCC 2267) e oltre 1000 anni di prassi dello Stato Pontificio sono pro. Papa Francesco è contro. L’argomento è il medesimo. Chi avrà ragione?



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